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IL NOSTRO FUTURO PROSSIMO?


Tavolo di lavoro sul dopo-coronavirus.

Dopo-coronavirus: economia, Stato, geopolitica

Intervista al prof. Gianfanco Battisti dell’Università di Trieste.

(A cura di Stefano Fontana)

 

Il prof. Gianfranco Battisti, docente emerito di Geografia all’Università di Trieste, studioso di geopolitica e Collaboratore del nostro Osservatorio,[1] ha una visione realistica di come andranno le cose dopo il corona-virus e concorda nel ritenere che niente sarà come prima. L’ampiezza dei suoi interessi e delle sue ricerche lo mettono in grado di spaziare nei vari settori della vita pubblica e di collegarli in un quadro d’insieme. Proprio di questo c’è bisogno ora e per questo gli abbiamo posto alcune domande sugli snodi più impegnativi (e drammastici) del momento storico che stiamo vivendo.

 

Professore, cosa pensa del pericolo di forme politiche autoritarie motivate dalla necessità di fronteggiare l’emergenza e che, secondo alcuni osservatori, sarebbero già in atto anche in Italia?

Quando si legge di incursioni nelle chiese, di Messe sospese e fedeli denunciati, anche se non superano le dita delle mani c’è poco da  stare tranquilli. L’uso dei droni e la volontà dichiarata di mappare gli spostamenti dei singoli tramite i cellulari ci porta diritto ad uno Stato di polizia che supera le previsioni già fosche di Orwell. Una cosa è certa: l’informatica non ammette privacy. Una volta che i dati vengano registrati, estrarne tutto il potenziale informativo che essi contengono è solo un fatto di volontà. Né si può confidare nella correttezza di coloro che questi dati raccolgono e detengono, non foss’altro perché la violazione delle banche dati è oggi largamente diffusa.  Inoltre, una volta che si sia stabilito un precedente, queste pratiche sono destinate inevitabilmente a diventare prassi comune a livello amministrativo.

Prepariamoci, in futuro vivremo in uno Stato di polizia, che  del resto è prefigurato nella volontà di installare ovunque le reti a 5G. Queste sono costruite al preciso scopo di controllare ogni aspetto della nostra vita, dovunque ci troviamo. Quanto alle misure già oggi proposte,  la  maggioranza al potere saprà, ad es., chi frequenta le chiese e sarà in grado di incrociare questi dati con le dichiarazioni dei redditi, i registri dei pubblici esercenti, le liste dei candidati ai concorsi pubblici, i malati ricoverati negli ospedali, ecc.  Tutto questo per fronteggiare un’epidemia che, per quanto virulenta, non ha ancora causato più vittime di una “comune” influenza stagionale. Al contrario, ben difficilmente questi controlli verranno adottati, ad es., per i consumatori di droga e gli spacciatori. C’è di che riflettere.

 

Si legge di una corsa negli Stati Uniti all’acquisto di armi per la difesa personale. Lei vede la possibilità di un collasso sociale se la crisi dovesse prolungarsi?

I sintomi ci sono già tutti, la prospettiva è realistica anche se la crisi dovesse rientrare rapidamente. Si sono già verificati  furti e incursioni nei negozi.

Il problema vero è il lavaggio del cervello operato da un decennio da parte di movimenti populisti che hanno dato una parvenza di dignità ad idee folli circa il funzionamento dell’ambiente, dell’economia, dei meccanismi democratici, dei vincoli internazionali. Questi hanno prodotto una massa di irresponsabili privi della benché minima cultura, men che meno  politica, pronti sia ad agire come cani sciolti sia a seguire dei capipopolo improvvisati, capaci di qualsiasi imbecillità e nefandezza.

Lo scollamento tra la popolazione ed i poteri pubblici non costituisce peraltro una novità in un Paese dove parecchie regioni sono, per aperta ammissione degli addetti ai lavori, stabilmente controllate dalla malavita organizzata. Se a ciò aggiungiamo un paio di milioni di immigrati extracomunitari, vale a dire gente che legittimamente non ha alcun attaccamento culturale e giuridico con l’Italia e gli italiani, ci troviamo di fronte ad una massa di manovra il cui potenziale destabilizzante è assolutamente incontrollabile, una volta che il tenue legame economico (quando ancora ci sia) venga a cadere. E la crisi che si prospetta con la caduta dei flussi commerciali internazionali ha tutta l’aria della “tempesta perfetta” capace di far saltare il banco.

 

Come far riprendere l’economia reale quando la crisi sanitaria si allenterà?

La crisi sanitaria  appare come  l’elemento scatenante della crisi  della globalizzazione economica, occorre quindi riorientare le nostre produzioni dando maggiore attenzione al mercato interno  ed alla urgenza di creare occupazione. Serve un grande programma di sviluppo, da attuarsi attraverso investimenti in opere pubbliche ad elevato coefficente moltiplicatore. Quindi no agli armamenti, si al rinnovo delle infrastrutture (ponti, strade, autostrade, ferrovie, ospedali, centri di ricerca) e a nuove infrastrutture (impianti di trattamento e riciclaggio rifiuti, bonifica terreni inquinati, dissodamento terreni agricoli abbandonati, reti di telecomunicazione).  Niente denaro a pioggia, salvo l’incremento della Cassa integrazione per i nuovi disoccupati ed un contributo una tantum alla piccola imprenditoria.  Stanziare genericamente fondi  per l’introduzione di tecnologie innovative – che di solito  comportano una riduzione dei posti di lavoro –  potrebbe poi aggravare la situazione.

Per fare questo necessitano provvedimenti contro corrente. I vincoli di bilancio che abbiamo contrattato in anni più floridi vanno temporaneamente accantonati. Del resto, si sostanziano in coefficienti tecnici che non hanno alcun significato reale. Prendiamo atto che di fronte all’inaridirsi dei mercati stranieri (tutti i Paesi risulteranno impoveriti), si scatenerà una lotta per la sopravvivenza. Occorre urgentemente una tutela legislativa delle imprese italiane, con l’obiettivo di impedirne l’acquisizione da parte di soggetti stranieri, anche se provenienti da paesi UE. Questo è contrario alle regole, ma in tempi grami tutti se ne dimenticano. Ricordiamoci invece di come si sono comportati i francesi di fronte all’acquisizione del cantiere STX da parte della nostra Fincantieri.

Occorre però che le organizzazioni imprenditoriali e sindacali si impegnino urgentemente a delineare gli ambiti di attività che avranno un mercato dopo la fine dell’emergenza.  Lasciare libertà alle “forze di mercato” di cercare la soluzione del problema a livello individuale, visto che tutti necessitano degli aiuti statali, sarebbe un suicidio. È evidente che le mascherine e i disinfettanti non possono essere oggetto di nuove iniziative industriali, mentre diversi dei settori sinora in auge entreranno in crisi per il crollo della domanda. Un esempio fra tutti: le navi da crociera e il turismo in genere. Il virus evidenzia così le debolezze del modello economico che abbiamo adottato, troppo dipendente dalla domanda estera in generale e dai beni di lusso in particolare.

 

Pensa che si andrà incontro ad un nuovo centralismo statale?

Il ruolo dello Stato è fondamentale più che mai. Che lo Stato sia il problema è vero, ma non nel senso che intendono i fautori del liberalismo sfrenato (leggi globalizzazione). Tutte le imprese, soprattutto le più grandi, vivono grazie al clima favorevole creato dai poteri pubblici. Spesso tanto favorevole da consentire alle multinazionali di sottomettere i governi alle loro ambizioni illimitate. Il punto è allora stabilire quale sia il limite che debba separare l’azione dello Stato e quella dei privati. Questo è il cuore del dibattito che ha dilaniato il secolo scorso, nel quale il mondo si è diviso fra tre modelli contrapposti: l’economia di mercato, il socialismo nazionalista e il socialismo internazionalista. Il secondo modello è stato distrutto con le armi, il terzo è crollato a seguito di una offensiva mirata, economica prima ancora che politica. Il primo modello sta franando adesso.

Di fronte al collasso a livello planetario delle formazioni politiche che hanno governato il mondo dopo la II guerra mondiale ed alla rapida ascesa dei movimenti populisti, soprattutto gli eredi del marxismo, non mi sembra che vi siano  dubbi sul fatto che ci troveremo all’interno  di sistemi autoritari. Nessuna crisi economica ha mai prodotto un incremento di democrazia, al contrario. Si apre un vasto spazio per quanti si proporranno come garanti dell’ordine pubblico e dell’attuazione di politiche dirigiste in campo economico. È una previsione, sia chiaro, non un auspicio.

Sarebbe favorevole – ammesso che si trovasse un accordo – all’emissione di corona-bonds garantiti dagli Stati dell’Unione europea?

Allo stato attuale, l’unica speranza di salvezza, non solo per l’Italia ma per la stessa Europa e per il mondo intero, è dato da un una politica di deficit spending  di dimensioni inusitate da parte degli Stati. Non lo dicono solo le mie ricerche, tutto sommato recenti, in materia di geografia finanziaria, lo dice Mario Draghi. Siccome poi i soldi non si possono semplicemente stampare ma occorre trovare chi li sostenga impegnandovi delle risorse adeguate, in quanto le banconote sono in realtà un debito delle banche, ecco che per trovare gli acquirenti di questo debito occorre una garanzia di primo livello, che solo gli Stati possono offrire.

Qui dovrebbe entrare in gioco l’Unione Europea, o quanto meno l’insieme dei Paesi della zona Euro. Ma come appare chiaro, questo obiettivo è piuttosto lontano. Occorre però chiedersi se esistano oggi delle classi dirigenti in grado di gestire con efficienza questa eventuale bonanza. Se la risposta, come molti temono, dovesse essere negativa, ci si troverebbe ad aver sprecato l’occasione, con conseguenze apocalittiche.

 

Secondo lei l’Unione Europea è veramente morta per coronavirus come molti osservatori dicono?

La verità è che l’UE semplicemente non esiste, è la più grande “fake news” in circolazione, della serie “il re è nudo”. Non è mai nata né mai nascerà, esiste solo un ircocervo che finirà inevitabilmente col frantumarsi. Naturalmente ci sono e ci saranno dei tentativi di rilancio da parte di coloro che hanno messo in piedi il baraccone, soprattutto in Francia. Sono gli stessi ambienti che si sono opposti all’inserimento dell’eredità giudeo-cristiana nella Costituzione europea.  La tentazione è sempre quella di usare la crisi per attribuire ancora più potere ai “poteri forti”. Non a caso questo pericolo è da anni il leit-motiv della letteratura sul “complottismo”, che è poco affidabile ma spesso rappresenta la modalità con cui alcuni “addetti ai lavoro” fanno trapelare delle verità che si vorrebbe tenere nascoste.

Il piano di rilancio fallirà per il semplice motivo che la Germania, il partner che conta di più, è e vuole rimanere uno Stato e non sciogliersi in una organizzazione all’interno della quale finirebbe col perdere la propria sovranità economica. Ne è inoltre scoraggiata dal farlo in quanto la realizzazione di un’Europa che funzioni si scontrerebbe con una ancor più decisa reazione degli USA, reazione che la trasformerebbe nel principale Paese-bersaglio. Una posizione, a ben vedere, che è speculare a quella della Gran Bretagna.

 

Lei è esperto di geopolitica: ritiene plausibile che senza Unione Europea l’Italia diventerebbe una colonia o cinese o americana?

Il rischio è anche peggiore. In primo luogo gli USA si opporrebbero con ogni mezzo alla penetrazione di qualsiasi altra potenza (UE inclusa), e ciò riporterebbe alla situazione degli “anni di piombo”. In realtà, un’Italia sganciata dalla UE perderebbe interesse per la Cina, che ci vede sostanzialmente come un approdo per il ricco (fino a quando?) mercato europeo. Più concreta è invece l’ipotesi di una entrata, senza alcuna garanzia, nell’orbita americana.

Cosa accadrebbe in questo caso? Noi non siamo un’isola atlantica, come la Gran Bretagna. La nostra posizione geografica  porterebbe a un’ulteriore militarizzazione della penisola, che a questo punto dovrebbe garantire anche contro un futuro affaccio dell’Europa centro-settentrionale sul Mediterraneo. Isolati da questi Paesi ed in rotta di collisione con il mondo arabo, un tempo nostro partner economico privilegiato, vedremmo crollare le nostre esportazioni e rischieremmo di diventare uno dei principali campi di battaglia della III guerra mondiale. Anche se questo scenario non si realizzasse, il futuro ci vedrebbe ridotti nella condizione dei Paesi latino americani. Più concretamente, diverremmo semplicemente una Grecia più grande, la Grecia di oggi, s’intende.

L’unico partner accettabile per noi sarebbe la Russia, che storicamente manifesta costante  interesse per un’alleanza, non solo economica. Lo dimostra  in questi giorni l’invio dei medici  militari da parte di Putin. Vista la complementarietà tra le due economie, la comune cultura europea, la fede cristiana dei due popoli (e la distanza geografica che rappresenta comunque un fattore di sicurezza), sarebbe certamente un bene. Probabilmente ciò faciliterebbe anche il dialogo tra Ortodossia e Cattolicesimo. Ma qui ci troveremmo contro non solo gli USA ma quasi tutti gli Stati europei.

 

Quale principio della Dottrina sociale della Chiesa ritiene più utile e attuale in questo momento?

Mi riallaccio alle domande sul centralismo statale e sul ruolo dell’Europa. La risposta è inequivoca: il principio di sussidiarietà. Questo è il nodo fondamentale che spiega il malfunzionamento della nostra economia e della UE nel suo complesso. Non è un caso se fra i Paesi medio-grandi di cultura europea, gli unici che funzionano sono quelli organizzati sul modello federale. Lo dice anche la Chiesa: unicuique suum. Espropriare della capacità di governo i livelli territoriali intermedi e inferiori dell’amministrazione pubblica significa aprire le porte all’intrusione di soggetti privati che si  annidano nei gangli strategici centralizzati. Questi sono così liberi di razziare le risorse locali, impedendo alle varie comunità di sostenere un’economia virtuosa, basata sulla risposta interna ad una serie di bisogni primari.

Le grandi imprese sembrano più efficienti delle piccole, ma non bisogna mai dimenticare che i grandi profitti costituiscono in buona parte la sommatoria dei profitti che le imprese medio-piccole sono state impedite di ottenere. Per bene che vada, siamo in gran parte di fronte ad una partita di giro. Anche qui la risposta sta nel porre un limite alle imprese, quanto alla dimensione ammissibile, ovviamente tenendo conto dei parametri insiti nelle tecnologie adottate. È impensabile uno spezzettamento dei gestori telefonici, ma inaccettabile che il commercio online annienti le reti di distribuzione mandando sul lastrico milioni di persone.

Ancora una volta l’emergenza virus appare rivelatrice. Si guardi all’incapacità della Consip  di garantire forniture tempestive dei materiali sanitari indispensabili. In tempi normali si lamenta comunque la scarsa qualità dei prodotti unita ai prezzi elevatissimi, questi ultimi giustificati in parte dal fatto che il governo paga le ditte con anni di ritardo. Il modello tedesco, che affida alle comunità locali un ruolo importante nel contrasto all’epidemia sembra evidenziare non casualmente risultati migliori dei nostri. È quanto sostiene un’équipe di medici bergamaschi in un appello online, nel quale si mette in discussione l’intera strategia sanitaria nazionale. In una pandemia, essi affermano, l’assistenza centrata sulla ospedalizzazione dei pazienti è inadeguata e deve essere sostituita da un’assistenza centrata sulle comunità (https://gloria.tv/post/jd18JFpeuBJG6NfCntYSMDWSQ ).

Infine, la Dottrina sociale della Chiesa presuppone l’esistenza di una comunità di persone unite dalla fede in Gesù Cristo, che è medico e medicina delle anime e dei corpi, che è Via, Verità e Vita. Come ricordano i messaggi di Medjugorje, abbiamo voluto costruire un mondo senza Dio e per esso non c’è né futuro né vita eterna.

 

(Intervista a cura di Stefano Fontana)

[1] Il Prof. Gianfranco Battisti ha scritto diversi articoli e saggi per il nostro Osservatorio che qui ricordiamo:

–          Capitali senza confini. L’antimondo dei paradisi fiscali e i flussi finanziari internazionali, in “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, XI (2015) 3, pp. 103-107.

–          Islam: un problema geo-politico, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, XV (2019) 2, pp. 60-69.

–          La geopolitica delle religioni nell’epoca del ritorno al paganesimo, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, XI (2015) 4, pp. 145-151.

–          Europa: Le molte ragioni di una crisi epocale, in Osservatorio cardinale Van Thuân, Europa: la fine delle illusioni. Nono Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura di G. Crepaldi e S. Fontana, Cantagalli, Siena 2017, pp. 123-146.

–          I popoli come obiettivo e come strumento: una prospettiva geopolitica, Osservatorio cardinale Van Thuân, Popoli, nazioni, patrie tra natura e artificio politico, Undicesimo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura di G. Crepaldi e S. Fontana, Cantagalli, Siena 2020, pp. 43-64.

 

LA NEMESI HA MEMORIA LUNGA (di Rita Gambescia)


LA NEMESI HA MEMORIA LUNGA  (©Rita Gambescia)

Chiamatela coincidenza, casualità, gigantesca mobilitazione di un inconscio collettivo che chiama a sé ciò che è necessario a compiere un destino. Chiamatela regia occulta di qualche divinità che ascolta e provvede dando un’accelerata alle cose. O chiamatela catena di eventi inevitabili inscritta nello sviluppo del nostro progresso o nel nostro dna un po’ bastardo di cui la prima predazione nell’Eden sembra metafora perfetta. Certo che tutto è molto strano. Strano eppure lineare, ed è proprio questa linearità a provocare sconcerto.

Dunque. Eravamo già chiusi nelle nostre case, ci eravamo già abituati a sostituire le persone in carne ed ossa con le loro immagini sullo schermo, avevamo già deciso che era più comodo starsene in casa a scegliere che cosa vedere pescando un po’ a casaccio fra le tv digitali, con la stessa indifferenza, con la stessa noia, un pezzo di film, uno stralcio di documentario, un novantesimo minuto. Negli ultimi tempi ci eravamo anche attrezzati per farci portare il cibo in casa e per non dover pensare nemmeno più alla lista della spesa – carta e matita alla mano –  ci eravamo procurati frigoriferi intelligenti che segnalavano gli alimenti mancanti. E poi le palestre casalinghe per tenerci in forma, i click per i pagamenti, gli acquisti on line e tutto quanto necessario per non uscire dalle nostre roccaforti.

Sì, perché la tecnologia è affettuosa, la tecnologia pensa a te, la tecnologia ti protegge da un mondo sempre più pericoloso e dalle tue crescenti insicurezze (basta sbirciare un po’ di pubblicità per rendersi conto di quanto voglia apparire rassicurante). Sostituisce intelligenza, previdenza e attenzione pur di metterti in uno stato di sicurezza. Le automobili correggono la tua guida, le case domotiche accedono e spengono forni e luci.  E a poco a poco la memoria rimpicciolisce, la flessibilità necessaria al quotidiano cede il passo ad automatismi spesso ottusi e la soppressione dei piccoli gesti sottrae anelli alla catena dei ricordi, dei vissuti. E va da sé che non stiamo parlando soltanto di “piccole” storie personali dal momento che siamo tutti inscritti, con tutte le nostre vicende, dentro una Storia più grande. Sempre più inermi, sempre più bambini, sempre più bisognosi di accudimento. E adesso pure gli ultimi, grandi vecchi, se ne stanno andando, ultimi testimoni che potevano narrare un’epoca, fra realtà e mitologia, perché la memoria è fatta anche e soprattutto di miti, quelli che trasmettono orgoglio, stimolano il coraggio, fanno crescere le radici del fragile Io.   Ma questo, forse, è solo romanticismo: chi li ascoltava più i nonni e chi attingeva più a quei miti? Ora però forse ci mancheranno, ma è presto per dirlo, per pesare quest’immensa assenza. Presto almeno per chi scrive.

Certo, resistevano ancora come compensazione a tanto monadismo, le discoteche per lo sballo, gli apericena e poi i viaggi. Quelli sì, supremi momenti di evasione, lo straordinario a fronte dell’ordinario sempre più povero di esperienza viva, più corto di memoria, più atomizzato e formattato secondo cliché utili all’industria tecnologica e dell’intrattenimento.

Beh, e adesso arriva questo virus che ci chiude dentro le case ma davvero questa volta a doppia mandata, che abolisce quel poco di libertà che ancora ci concedevamo, che si sparge per il mondo rimarcando l’ineluttabilità della globalizzazione. Ah, la metafora della farfalla che se sbatte le ali dall’altra parte del globo produce effetti anche qui… Ed eccoci allora incolonnati davanti ai supermercati con le mascherine in faccia, resi irriconoscibili gli uni agli altri (ma perché, prima ci guardavamo?), tenendoci a debita distanza, sospettosi e perfino ostili perché la fila non finisce mai mentre intanto gli scienziati ci parlano di possibili altri sciami virali, di microrganismi finora imprigionati nei ghiacciai che si sciolgono e di cui sappiamo molto poco  e di altre sventure legate agli squilibri ambientali. Facili profeti di sventura che potevano vaticinare con maggiore tempestività e vigore il futuro.  Alle masse, il messaggio non è arrivato con sufficiente forza.

Ma puoi dirla o non dirla, la verità. La Nemesi non perdona, e non perché sia cattiva. La Nemesi registra e ad un certo punto interviene per ripristinare equilibri offesi ed eliminare un po’ di caos.  Nessun intento punitivo: colpe e azioni riparatrici sono dentro il corso delle cose.

E qualcosa forse sta già riprendendo la direzione giusta. La clausura non manca di effetti positivi: insospettabili energie fuoriescono dal magico cilindrico della nostra mente e dalla nostra psiche, un po’ perché siamo fuori dagli standard obbligati, un po’ perché più connessi con noi stessi (quel lavoro lasciato a metà forse conteneva del buono… l’anima che torna ad allargarsi guardando l’aurora ora che c’è il tempo di guardarla). E poi il sospiro per la primavera ritrovata ma ancora proibita. Saranno le rondini a farcela godere dalle nostre finestre dentro un cielo per ora sempre più blu.

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IL TEMPO DEL FERMO BIOLOGICO (di Massimo Pamio)


IL TEMPO DEL FERMO BIOLOGICO

di Massimo Pamio

 

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
(Eccl. 3, 1-5)

 

L’autore del Qoelet enuncia una verità che viene riscoperta nei momenti più difficili e controversi.

C’è un tempo per l’amore, un tempo per il dolore, un tempo per donare, uno per ricevere, uno per pensare, uno per agire: tempi alternativi nella fragile esistenza umana.

I giorni della pandemia che viviamo sono stati definiti “tempo sospeso”, come se da qualche parte ci fosse un vuoto che li contenesse: siamo, invece, a mio avviso, di fronte a un tempo che contiene e riassume tutti gli altri.

Il tempo di addolorarci per le persone che muoiono senza neanche la possibilità di assisterli negli ultimi istanti di vita, il tempo di gioire per un nuovo senso di libertà, di sentirci persi di fronte a un male invisibile e di riappropriarci di noi stessi, un tempo per correre verso di noi e uno per star reclusi, appartati, fermi dentro un recinto, uno per osservare meglio il mondo, un altro per recuperare il rapporto con il nostro corpo al di fuori delle palestre e delle performances a cui ci obblighiamo per apparire meglio di come siamo, un tempo insomma per vedere meglio e uno per brancolare nella nebbia del male incombente, un tempo per ascoltare meglio e uno per dichiararci sordi e per cessare il frastuono infernale dei nostri mezzi, tutti tempi che confluiscono in uno solo, difficile da interpretare per la sua apparente versatilità.

Se mi concedete la possibilità, ebbene una soluzione per appellare questo tempo con il suo vero nome, la possiedo: tempo di fermo biologico.

Finora l’abbiamo applicato alla pesca, al tartufo di Alba. Stavolta tocca a noi, il fermo biologico.

Le industrie si sono fermate di produrre, i pescatori di pescare, le imprese agricole di coltivare enormi superfici e di cercare il tartufo.

I risultati sono evidenti: nel cielo, al posto degli aerei, sono tornate a vagare le nubi come quelle che osservavo da bambino con stupore, bianche, enormi, spumeggianti, lente a trascorrere, delicatamente sospinte dai venti, nello scenario della più tersa e pura serenità.

Ho scoperto, sugli alberi che ho la fortuna di avere di fronte casa, merli, ballerine, cardellini emettere variazioni, gorgheggi, trilli che non avevo mai udito a causa del traffico delle automobili.

Sono i giorni in cui tornano gli uccelli (…)/ in cui i cieli si rivestono/ delle passate eleganze di giugno:/ inganno azzurro ed oro” (Emily Dickinson, 130, These are the days)

Qualcuno ha fotografato sospettosi caprioli avventuratisi, timidi e increduli, sulle strade improvvisamente tornate libere come sentieri del bosco, lupi che hanno attraversato le vie dei paesi improvvisamente deserti, fiutando accanitamente attorno a loro, per scoprire quel che era accaduto.

E tutti noi?

Noi tutti abbiamo avuto in dono un nuovo tempo, come una seconda vita.

Siamo stati gratificati di tornare a guardarci con gli occhi negli occhi delle persone care,  “ad aspettare che dalla finestra/ giunga la luce di un giorno/ che ci veda/ stretti abbracciati/ con gli occhi dentro agli occhi” (Gino Paoli, Vivere ancora).

Potremmo farne tesoro e rendere questi momenti irripetibili, finalmente: “gli occhi di lei volevano che nulla si perdesse/ (…)/ lui la avvinghiava stretta così che la vita/ non la trascinasse via da quel momento” (Ted Hughes, Love song).

Siamo tornati a poter trascorrere momenti di quiete e serena fissità con i nostri cari, a condividere il silenzio dei giorni, l’immobilità delle ore, la pioggia dei pensieri che hanno iniziato a riprendere la loro forma di immagine, di fantasie colorate e imprevedibili.

o amore che mi piovi in mente/ (…)/ se tu vuoi faremo miglia/ e miglia soli, silenziosamente” (Carlo Betocchi, Passa il tempo ecco una nuvola).

Abbiamo ricominciato a parlare con il nostro animo, a chiederci il motivo del nostro essere isole sperdute nel mare del tempo, limitati da un mare che fuori è in tempesta e sta travolgendo il mondo.

Abbiamo riscoperto i sorrisi dei nostri bambini, le loro domande a cui finalmente cerchiamo risposte non evasive o distratte, e abbiamo ricominciato a pensare che forse il nostro ruolo non consiste nel proporci come fionde scagliate nel mondo dell’arrivismo più sfrenato: “-Ciao, scusami, fretta!…- E l’amico…/ Ma dove, a che corri, che se/ si para e ti tende le braccia,/ per solo baciarti, lo schivi, /e riparti, che scatto, ma ansimi,/ vispo ansimi… in traccia /di che?” (Alberto M. Moriconi, Di fretta),  figli di un inferno dove abbiamo dovuto imparare a sopravvivere: “è necessario quindi che popoli e razze/ si adeguino, imparino a respirare sott’acqua” tra “dinamiche scomposte del caos, della sporcizia, dei fetori sociali/ degli spurghi, lerciumi, rumori, grida, rimorsi, rimozioni” (Mario Lunetta, Te absolvo).

Qualcuno, tra i più avveduti, ha cominciato a intuire di aver forse sprecato i propri giorni, dimenticando le persone alle quali teneva di più.

Di aver per tanto tempo vissuto negli agi, ma in un oblio profondo di se stesso, di quel che è stato, di ciò che veramente voleva essere.

L’idea di stare/ dentro un immenso vuoto/ affardellati di niente,/ nel niente incespicando./ Cercarsi, nemmeno accostarsi./ Domande. Mai chiuse risposte./ Pure qui l’ora, il giorno./ (…)/ Indifferenti stelle/ dentro abissi insondabili,/ sperse divinità/ in limbi senza nome./ Altra la soglia, la stanza,/ poco avanti lasciate/ altro il momento, il percorso/ lo sguardo sorpreso allo specchio./ Non v’è ritorno,/ soltanto l’andare e l’addio.” (Elio Pecora, L’idea di stare).

Ha scoperto che cercava di raggiungere successi, promozioni, obiettivi inutili, mete decise da altri: “Un tempo, come nel rugby, v’erano le mete./ Quasi tutti avevano una meta davanti/ i meno abbienti la metà./ Ai poveri si disegnavano le diete,/ per amore e pietà,/ ch’erano mete fatte col miele./ V’erano anche metà mete/ e metà della metà/ che davano lo stesso vanità/ una vantata oscenità/ ti spingeva nudo alla meta./ Meta dopo meta si giungeva all’ultima./ Meta la dimora finale/ in cui l’uomo appendeva/ la meta-fora al muro tombale” (Vito Riviello, La meta).

Ha compreso di incontrarsi con amanti noiosi per paura della noia, di dare scosse inutili alla vita, quando tutto era più semplice e facile, ed era vicino, accanto, anzi dentro di sé, l’impulso più forte, più acceso, quello dell’amore per se stesso e per la vita.

Il vero tesoro lo possedeva dentro, bastava accorgersene, di non fuggire ogni volta quando intuiva un istante di silenzio, una pausa, quando lo colpiva una riflessione giunta chissà da dove e la respingeva al mittente.

Ed è venuto quel tempo, il tempo di ripensare a sé e alla propria esistenza. Di non sprecare quest’occasione.

Di non sprecare l’opportunità di ripensare la propria vita, di riprendere i rapporti e le relazioni per approfondirli non lasciandoli stagnare sotto il velo dell’ipocrisia e della superficialità.

Di non sprecare il tempo concesso, così come è stato fatto col mondo.

Lo spreco di pesci, animali, foreste, merci, per mantenere un sistema economico folle, irrazionale, che ha innescato un processo autodistruttivo dal quale non si riesce ad uscire.

In meno di cento anni sono state sprecate le risorse che offriva il nostro pianeta, e ora, nella costrizione del fermo biologico, non si sa quanto durerà questo tempo e se sarà sufficiente a rigenerare il pianeta.

Gli umani, sottoposti a un continuo stress riescono a placarsi solamente unendosi in nome di lamentele e accuse mosse nei confronti dei loro simili.

Dovrebbero invece tornare a aprire le finestre del cuore, a generare un nuovo sentimento verso il mondo, a scoprire l’immensità delle emozioni, della sensibilità.

Tornare a contemplare un fiore che dentro il vaso sboccia a primavera senza che venga degnato di uno sguardo. Che è lì, profumato e ridente, pronto ad attirare l’attenzione.

È un messaggio naturale, che sta chiamando, invitando a partecipare alla bellezza del mondo, quella per cui vale sprecare tempo.

Gli umani forse non sono capaci di volgere lo sguardo verso quel miracolo che si sta sprigionando solamente per loro, e rendono quel miracolo uno spreco.

 

 

 

 

DECALOGO DELL’UOMO


MISURAZIONE


ilcollomozzo

guardi dal vetro le campagne
o gli interstizi stradali pensati
per gli incontri per la misurazione
dei sorrisi l’intreccio dei pensieri
delle scintille quando non è più ora
e lo capisci dal senso della luce
che non solleva più polvere
né coglie destini

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Nell’intimità dei nostri giorni. Poesie di Grazia Di Lisio e Patrizia Maccotta


Poesie di ascolto attento, accoglienti, di un’interiorità dolente e tenera, commoventi, queste di Grazia Di Lisio e Patrizia Maccotta. Leggetele. Ne sarete riempiti fino a traboccare di bellezza.

Grazia Di Lisio

FASTI NEFASTI

*

Sentirsi foglia, nuvola vento

alito leggero.

Come di Loi – Angel rarefatto –

sentirsi particella di fibra

universale

prendere in mano la luna

tra timide stelle

aleggiare d’immenso abbraccio

in nuovi spazi

limpidi …fratelli

25 marzo 2020

 

*

Come in un quadro di Hopper..

occhi di pietra altrove da te

oltre le soglie

dell’imperturbabile…

sguardi fasti nefasti

di lampi di gialli improvvisi

e fughe metafisiche.

Sfilano scorci della middle class –

Le bal au moulin de la galette –

immagini di interni nelle case.

E sorrisi negati.

Oh! Se potessi dipingere

di sole le pareti!

Ma è un dileguare di visioni

che lasciano spazio a cecità

a parole oltre la soglia…

a spazi surreali.

23 marzo 2020

 

Quid?

Sembra di ritornare

al tempo delle origini

[tra le pareti d’una stanza]

a un’aura felice.

Ma cosa accade?

La ‘corsa’ s’è fermata

il tempo è dilatato…

– ognuno specchio all’altro –

forse il tedio si vince in un altrove

dal ‘superfluo’

nel naufragare

nell’Immensità.

Tutto torna per dare spazio

a un mondo che spalanca

branchie di pensiero.

Che grande libertà

lo scroscio di silenzi,

la vita in un libro modulato

da note melodiose,

anche se manca il Verbo!

La vita nel riconoscere

che l’alienato mondo offeso

allo shock globale

non s’é ancora arreso!

15 marzo 2020

 

*

Si va calpestando silenzi…

non più brulicanti le vie della

città  – un’aria astratta

in attesa di catturare

sorrisi sconosciuti.

Parole contratte agli angoli

della bocca.

Tornano in mente fiumi

di nevrosi tormenti angosce

mai sopite. Dov’è il senso?

Poi la mente s’apre al ventaglio

di schiere d’uccelli

ai fiori timidi degli orti

nelle viuzze assenti

in uno scroscio di luce!

10 marzo 2020 – Teramo

 

Patrizia Maccotta

PANDÉMIE.  ITALIE MARS 2020

Elle dort allongée  sur les vagues,

Elle a suspendu  son temps

Comme une Belle  au Bois Dormant.

Ses villes sont vides, abandonnées,

Leurs bruits lointains, leurs pas feutrés.

Elle rassemble  ses fleuves et ses champs,

Elle rappelle ses palais de marbre.

Elle se cabre pour affronter

Un inconnu infiniment  petit.

Nous sommes reliés  aux racines des arbres.

Il n’y a aucune séparation.

Chaque vague appartient  à  la mer,

Chaque pétale  appartient  au printemps

Qui vient pour consoler la terre.

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DELL’INAPPROPRIABILITA’ DEL REALE (di Massimo Pamio)


“Mai ci sarà una porta. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all’universo
dove non è né dritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro…”
Jorge Luis Borges Labirinto

Faccio seguito alle mie riflessioni contenute in

https://noubs.wordpress.com/2014/04/15/in-esilio-nellimmaginifico-trompe-loeil-del-reale-di-massimo-pamio/

sul reale, alle quali rimando, per riuscire a comprendere meglio il mio tentativo di procedere oltre quelle, provvederò a definire le ragioni di un’intrinseca irriducibilità del Reale, che continuo a affermare, nonostante l’uomo continui, grazie alla sua hybris, alla sua tracotanza, tramite le scienze e la filosofia, a ritenersi in grado di poterne sostenere lo sguardo invisibile che incombe sulla fragile presenza dei miseri e arroganti animali pensanti.

Che cos’è la Realtà? È quella che ci aspettiamo sia e si conceda a noi grazie alla somma delle nostre esperienze. In verità, è quel che accade in base al nostro modo di essere, alla nostra condizione e configurazione, alle nostre possibilità. Noi uomini siamo un dato di fatto nella fattualità (intendendo per fattualità il sistema dei fatti che caratterizza il Reale), siamo osservatori posti all’interno di ciò che osserviamo, luogo nel quale siamo soggetti e soggiaciamo a leggi che si autoconfermano, che si stabiliscono da sole per un processo nel quale noi siamo coinvolti e di cui siamo elementi non determinanti ma determinati e ininfluenti, oltre che “inattuali”. Non possiamo esibire una posizione esterna (così pure le nostre tanto esaltate macchine e i nostri tanto sofisticati strumenti), quindi non siamo una testimonianza attendibile di quel che accade all’interno, non costituiamo un elemento critico e altro, poiché siamo condizionati da questo sistema autoproducentesi (Reale): essendone i prodotti non possiamo che attestarne i risultati (noi siamo uno dei prodotti di quel che il cosmo plasma e modella: questa è l’unica verità che possiamo probabilmente affermare).

L’uomo non può verificare le leggi che strutturano il Reale, che è dunque oggetto non del nostro soggetto, come le filosofie hanno affermato, ma è l’oggetto altro e inappropriabile e inconcepibile del nostro soggetto in quanto parti di quell’oggetto. Noi esseri umani siamo partecipi soltanto dei limiti del Reale, ne siamo il prodotto, siamo le linee di questi limiti (neanche gli orizzonti, per giunta, di questi limiti). Che cosa accade in noi? Di prevedere ciò che c’è all’interno del sistema: di vedere un vedere, di osservare un’osservazione, di attestare un processo. Che cosa sono la fisica, l’astrofisica, la chimica, la meccanica quantistica se non i diversi modi del concepire un funzionamento?
Noi non spieghiamo il perché delle cose, ma come le cose avvengono all’interno del nostro processo. Siamo insetti catturati nell’ambra giunti perfino a definire alcuni aspetti della resina fossile in cui siamo, quelli che chiaramente attengono alla nostra sfera, alla sfera in cui siamo. Siamo “definiti” dal sistema, le nostre acquisizioni coincidono (più o meno) con il liquido in cui siamo immersi, essendone gli elementi, determinati e condizionati non solo dal funzionamento del meccanismo cosmico, ma anche dalle scoperte che veniamo via via elaborando rispetto a questa relazione, a questo rapporto (reso nei simboli numerici e di formule matematiche). Un rapporto che rendiamo sempre più complesso e articolato, di cui però ci sfuggono le regole, le leggi: il senso.

Quelle che noi definiamo come “leggi” (gravitazione universale, meccanica quantistica subatomica) sono solo “oggetti” di un sistema, che la filosofia appella con il termine quantomai appropriato di “illusioni”. Noi percepiamo gli effetti, ma pensiamo che essi costituiscano i modi di essere del “recipiente” cosmico che ci accoglie e del quale non scopriremo mai la Verità ultima.

© Massimo Pamio 2020

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VERRANNO TEMPI MIGLIORI (DI TINO DI CICCO)


verranno tempi migliori

 

adesso non ti posso abbracciare

né baciare

adesso non ti posso neanche toccare

 

forse avevamo già tutto

e non lo sapevamo

 

Questa poesia di Tino Di Cicco adombra un sentimento di comprensione profonda dell’esistente, un sentimento di compassione per l’uomo e per i suoi limiti, per i suoi errori, per la sua arroganza. Un manifesto sottovoce dei nostri giorni, che dovrebbe farci riflettere. Tino Di Cicco continua nella sua ricerca filosofica a elevare un canto poetico di immenso valore, nell’umile affermazione della necessità di stabilire un più profondo rapporto con ciò che è fondativo.

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RICOMINCIO DA ME


La quarantena collettiva che ha costretto gli italiani a svolgere lo stesso lavoro, quello del casalingo, ha influito negativamente sulla mente di moltissime persone, che scalpitano, sbuffano, si infuriano, perché rivogliono la loro vita.

Perché, com’era prima? Se andiamo a investigare le vite di costoro, scopriamo che erano costituite della più piatta banale ripetitività di gesti, consuetudini, attività, doveri quotidiani: andare al lavoro, accompagnare i bambini a scuola, fare la spesa, preparare il pranzo, visitare i parenti, un salto in palestra, il venerdì sera in pizzeria, il sabato al cinema, la domenica con i parenti.

Qual è allora il problema?

Il problema è che in questi momenti in cui si resta soli, si scoprono le proprie frustrazioni, un matrimonio ormai divenuto routine, il rapporto con i figli costituito da mancanza di dialogo, e via dicendo, e ci si ritrova di fronte alla propria coscienza, a fare i conti con se stessi e con la propria vita e si prova una maledetta Paura. Questa è la vera Paura di questi giorni, non quella provocata dal coronavirus bensì il sentimento di sgomento che si avverte nel dover essere sinceri con se stessi, di ritrovarsi nella compagnia scomoda della solitudine, di fronte a pensieri rimossi, a desideri tacitati, a speranze tradite, a illusioni disattese, a un fondamentale atteggiamento di ambiguità e di falsità nei confronti di se stessi e dei propri cari.

C’è un film, Groundhog day, di cui è stato realizzato un rifacimento italiano, E’ già ieri, in cui il protagonista scopre che ogni giorno si ripete esattamente uguale al precedente, come in un incantesimo.

È la realtà di tanti, forse di tutti noi, ma nel momento in cui veniamo posti di fronte al problema, ne restiamo sgomenti, irritati, inferociti come accade oggi a tante persone costrette a restare a casa e a riflettere sulla loro esistenza ripetitiva.

Dovrebbe servire, questa lezione, a cercare di cambiare la propria vita, non tanto a darle una scossa quanto a comprendere che ciò che conta non è occupare il tempo di mille impegni per dimenticare di non vivere, ma a cercare una nuova via, a riprendere il contatto con il mondo, a scoprire quel che veramente conta nella propria esistenza, a non renderla una banale passeggiata sul nulla, una inutile traversata dalla nascita alla morte.

(Massimo Pamio)

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Carola Barbero, un memorabile addio (di Massimo Pamio)


Un libro di cui consiglio vivamente la lettura ad amici e lettori di ogni genere, e di cui auspico vivamente il passaparola, è “Addio” di Carola Barbero, una “piccola grammatica dei congedi amorosi”, che dalla A (di addio, ambiguità, amicizia, angoscia) giunge fino alla V (di verità, quella davanti alla quale non si può più rinviare le proprie debite conclusioni su una relazione di cui grondiamo ancora sangue e lacrime), un piccolo trattato esibito con acribia e generosità di riflessioni sul tema della fine della relazione amorosa.

Se lo stile appare compassato e scientifico, l’atteggiamento di fondo dell’autrice è divertito, ironico, ficcante, sfizioso, teso a far luce su ogni angolo oscuro del rapporto a due, senz’alcun pudore o tentativo di fuga dalla realtà.

Il testo compie un’analisi che fa bene al lettore meglio di lunghe sedute psicanalitiche, ma anche e soprattutto si configura come un prezioso esercizio letterario che ha l’ardire di mettere insieme, con particolare scioltezza e noncuranza, la cultura “alta” con quella “bassa”, alternando citazioni colte con esempi presi dal mondo popolare (un libro pop, come un giovane odierno recensore noterebbe stucchevolmente, provocando il mio immediato disgusto), tanto da creare un clima di conversazione brillante e piacevole, succosa e gustosa. Al congedo dall’opera, resta l’impressione di aver incontrato un livre de chevet, un libro del cuore, un piccolo capolavoro colto e spassoso, nazionalpopolare (secondo il magistero gramsciano).

Più che di una ricognizione critica, mi soffermerò su riflessioni che la lettura del testo mi ha suggerito. In primis, che l’amore a due sia una truffa, un inganno, un topos culturale consunto, basato su una sostanziale ambiguità, sulla mediazione di due modi di essere, che non assume mai una forma unica e, se la riveste, si tratta di una pura illusione, di una folie à deux. L’amore consisterebbe in una cosa indistinta, né carne né pesce, di cui, quando eravamo presi nel turbine passionale, ci eravamo fatti un’idea sbagliata: una commistione di autoinganno e di inganno (dell’altro/a) la cui somma contribuiva a rendere unico, magico e altissimo quel rapporto che invece era roba ordinaria, sostenuta solo dalla nostra convinzione errata, dal nostro desiderio di amare l’amore, quello sì spontaneo, innocente, sincero, che ci accomuna tutti, belli e brutti, colti e ignoranti.

C’è una sfrontatezza della Barbero nel mescolare l’alto col basso, che non è quella contemplata da Eco, il quale intendeva sconvolgere i benpensanti storici della traduzione letteraria italiana, sbattendogli in faccia, con Il nome della rosa, una commistione esagerata di noir romanzesco storico-filosofico, per la pruderie propria del colto bizzarro enciclopedista che decostruisce le tessere di un mosaico per ricavarne una nuova figurazione possibile, in un gioco raffinato e provocatorio. Se quello di Eco vuol essere un insulto alle convenzioni letterarie, aristocratico e profanatorio, nella sfrontatezza della Barbero al contrario si mostra un atteggiamento letterario classisticamente femminile, puntiglioso, dispettoso, vendicativo nei confronti di un possibile colto lettore maschilista che viene sfigurato da un’acidità volutamente nazionalpopolare. Certo, l’Altro letterario dell’Autrice brilla di luce riflessa. L’addio della Barbero consiste in uno schiaffo ben dato, lo schiaffo della Immaginaria Scrittrice che quando diceva all’altro “ti amo” lo faceva per commiserazione, per pietà; lo faceva anche per “bellezza”, per sottolineare (con un manrovescio etico) che si è capaci di apprezzare e di godere di un qualcosa che non c’è più (e che non c’è mai stato, in verità), una bellezza che resta nelle forme di una realtà interiore e solo personale e indivisibile (l’altro ne è per sempre escluso, anche perché non è in grado di concepirla).

Un discorso sull’addio amoroso, un monologo serrato e acuto, avvolgente e coinvolgente, che raggiunge (e vendica) ognuno di noi, un testo universalmente apprezzabile. La Barbero erige una cattedrale all’avventura amorosa, al coraggio di ficcarsi in vicoli ciechi. L’amore che abbiamo vissuto concretamente, non solo nella sua finzione, esalta le qualità della persona. L’altro forse è stato solo un mezzo per l’Amore, per farci innamorare, e farci vivere giorni irripetibili. La Vita che si serve di noi come di semplici mezzi, di due persone inconsapevoli per raggiungere il suo scopo, che è quello di nascere, di esaltarsi per poi morire. Noi siamo solo corpi, sensi, parole, gli effetti dell’Amore. Ecco, se fossimo consapevoli di tutto questo, non ci sarebbero congedi traumatici, e si verserebbero solo le propizie lacrime liberatorie che bagnando il volto rischiarano la vista e ci fanno vedere un mondo più pulito, nuovo, pronto ad accogliere nuovi amori, proprio come accade al tuffatore quando riemerge dall’acqua e torna a vedere un mondo completamente diverso.

© Massimo Pamio 2020

Carola Barbero, Addio, Marietti 1820, Bologna, 2020, pp. 224, € 16,00.

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DAVID E GOLIA: IL CORONAVIRUS E L’UOMO (di Massimo Pamio)


Il coronavirus è riuscito a bloccare l’uomo. Un’invisibile creatura dell’aria a cui assegnerei provocatoriamente il nomignolo di “David”, con un sol colpo di fionda ben assestato, ha atterrato ed è riuscita a bloccare Golia, l’onnipotente e invincibile mostro umano.

La questione del coronato David ha distolto il nostro interesse da un semplice fatto molto più inquietante: quest’anno, il mese di febbraio è stato quello più caldo e arido che si ricordi, per di più c’è stata un’invasione di cavallette che ha devastato i campi di un continente intero, mentre la cimice cinese e la xylella continuano a insidiare produzioni agricole, e l’ape, la maggiore impollinatrice e facitrice di vita tra tutti gli insetti, si sta estinguendo.

Ebbene, già si sentono le voci di coloro che ammoniscono sull’andamento delle borse e delle finanze affermando la necessità impellente di riprendere immediatamente a produrre, con lena maggiore, in nome del Progresso, della Civiltà, dell’Economia, dello Sviluppo, dello Spread, degli Affari, della Moneta.

La natura ci ha avvisati, in modo chiaro e perentorio. La nostra specie sta causando danni irreparabili all’ambiente, e questo non è tollerabile dalle leggi naturali.

Noi dobbiamo adempiere a un dovere importante, dobbiamo fermarci e riflettere.

I potenti non sentono?

Allora, dopo la fine della pandemia, scendiamo in piazza, come fanno i ragazzini per difendere il loro futuro.

Decidiamo tutti insieme di fermarci per pensare a un mondo diverso, migliore, che rispetti responsabilmente e veramente l’ambiente, prima che altre immani tragedie colpiscano la nostra specie.

Scendiamo tutti in piazza, un giorno, accanto ai giovani di Fridays For Future.

Che gli agricoltori abbandonino le campagne, gli operai le fabbriche, gli autotrasportatori i camion, gli operai le fabbriche, gli impiegati gli uffici, che tutti si riversino nelle piazze e per le vie e i sentieri in un solo grande abbraccio al pianeta. Facciamo sentite la nostra voce a coloro che non sentono, a coloro che vivono non per la gioia di vivere ma solo in funzione del Denaro, degli Affari, della (Falsa) Ricchezza.

Una sola voce deve percorrere il pianeta: difendiamo il Dono della Vita per il rispetto di tutte le specie viventi, così come abbiamo fatto in Italia tutti noi, restando tappati dentro casa per evitare sì il diffondersi del contagio, ma anche e soprattutto per compiere un gesto di profondo rispetto nei confronti di vecchi e ammalati, i più vulnerabili.

Comprendiamo di essere noi, la specie umana, la specie più vulnerabile.

Vi prego di diffondere questo messaggio di cosciente consapevolezza.

 

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della fine dell’utopia (di Massimo Pamio)


Mi chiedo perché non ci siano più pensatori utopisti. Forse perché il futuro non esiste più, appiattito sul presente. Il futuro, poi, è una ipotesi che la tecnologia del futuro elabora giorno per giorno, delineandocene gli aspetti. Il futuro appare come una deformazione del presente, nient’altro. Non c’è più sogno in tutto questo, non c’è più progetto. Nessuno rischia nulla, non esiste un’individualità che possa pensare o delineare un sogno collettivo per la comunità intera, ovvero di sfidare un presente che è già futuro e che esclude paradossalmente l’affermazione dell’individuo sulla specie -una società che basa tutto sul narcisismo, sulla possibilità di poter possedere ogni cosa e di esibirsi sul palco dello spettacolo mondiale delle merci come diretti o indiretti protagonisti-. Che sia dunque una truffa quella messa in scena del narcisismo, dell’auorealizzazione, della soddisfazione possibile di tutti i bisogni? Oppure che venga vietato solo il sogno di una società diversa da questa? Che gli utopisti siano i veri nemici di una società massificata e resa uguale a livello mondiale, globalizzata in modo ingannevole e solamente per fini economici di alcuni? Che insomma debba regnare una sola utopia, quella del sogno economico a cui tutti debbano prendere parte? Il sogno -o l’incubo- di una gabbia che contenga l’intera umanità come una stia di polli pronti a ricevere il mangime, che sia questa la globalizzazione? E, dal punto di vista del pensiero e degli ideali, che si sostenga una diffusa opinione mediobassa (bisogna essere ignoranti per apprezzare la soddisfazione soltanto della parte bassa del corpo, quella ventrale) e non la sana espressione di un pensiero critico? Che il sogno possibile sia solo quello reso spaziotemporale sotto le forme di un sostanziale perbenismo del presente che prende le forme di un futuro già realizzato e prevedibile, perciò innocuo, in verità senza sogni? Il futuro è il prolungamento del nostro attuare il presente, è una partecipazione al gioco al massacro del reale in cui politicamente perfetti e corretti e inerranti, navighiamo nelle profondità (virtuali e massmediatiche) del tempo in opposte direzioni (avanti e indietro), senza più una freccia. Il tempo non è più vettoriale ma un ictus assoluto del presente che si rivela in più forme. Un mostro che esibendo se stesso non lascia accadere il tempo, ma accetta la sua realizzazione nell’istante sempre in moto (centrifugo e centripeto) del presente. Il presente non è mai attuale ma è sempre costituito da una spinta verso il passato e verso il futuro, in una forma che è quella dell’uomo, la vera forma assoluta. Il robot e l’intelligenza artificiale, la conquista del cosmo sono già qui, sono parte del nostro presente, del nostro preformarci in loro, per essere mostra del nostro presentificare il tempo e il futuro in noi stessi.

A chi interessa la possibilità di un’alternativa a tutto questo? Non c’è, perché l’uomo dopo centomila anni si è stabilizzato, ovvero si è identificato col suo fare, col suo attuarsi in una forma o in un’idea formale che ormai è intaccabile. Egli è il presente, l’unica navigazione possibile del tempo, egli è il tempo e anche l’oggetto incarnato di quello.

L’unica vera utopia è quella di delineare una corrosione di tutto questo, descrivendo un verminaio che si infetta e si contagia, e si autodistrugge. Il tempo del presente è infetto, inquina, contamina aria, terra, fuoco, acqua. Gli elementi sono privati del loro valore, della loro unicità e appestati dall’unica utopia del presente che macera e marcisce in una ipostasi malata. Il morbo che è in noi si propaga ovunque, il tempo del presente.

© Riproduzione vietata ai sensi della normativa

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LE MIGLIORI VISIONI DEL 2019


Tommaso Pincio Post

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1.

Portrait de la jeune fille en feu

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2.

Uncut Gems

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3.

Once Upon a Time in… Hollywood

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4.

Parasite

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5.

Midsommar

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6.

Ash Is Purest White

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7.

The Irishman

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8.

Long Days Journey Into Night

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9.

Beanpole

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10.

The Lighthouse

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Miglior produzione televisiva

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COSA NON SI FA PER I FIGLI di Sabatino Ciocca


Cosa non si fa per i figli

Cosa non si fa per i figli. Si vive per loro, facciamo tutto in funzione dei figli. Ci sono genitori che decidono di acqustare un’auto nuova perché la vecchia è troppo piccola per il passeggino. E dio sa quanto è gravosa questa decisione, un impegno, sia da un punto di vista economico che di scelta giusta. Un occhio all’inquinamento, l’altro al consumo, e  poi al confort ma soprattutto alla sicurezza propria e della propria famiglia. In questo senso la previdenza ti porta a verificare cosa offre di serie la vettura che si vuole acquistare:

 

– controllo della stabilità, monitoraggio pressione degli pneumatici, telecamera posteriore con sistema intelligente di assistenza al parcheggio, indicatore cambio involontario di corsia, controllo elettronico della frenata, avvisatore acustico cinture di sicurezza anteriori e posteriori non allacciate,  cinture di sicurezza anteriori e posteriori con pretensionatore e limitatore di forza, airbag…si questi sono fondamentali per l’incolumità,… a tendina anteriori e posteriori,  a tendina per lunotto,  frontali,  airbag ginocchia guidatore e ginocchia anteriori, airbag laterali anteriori, airbag a cuscino antiscivolamento lato passeggero.

– Bene, così  stiamo tranquilli.

– Lei ha bambini?

– Un maschietto, di tredici mesi.

– Certamente saprà che è consigliabile che i più piccoli, almeno sino ai due anni di età, siedano su un seggiolino montato sul sedile posteriore. Si è rivelato più sicuro.

– Dice? Scusi ma l’airbag a cuscino antiscivolamento lato passeggero a cosa servirebbe?

– A preservare l’incolumità del passeggero. Sa che per i bambini al di sotto del primo anno e anche per quelli un po’ più grandi l’airbag potrebbe rivelarsi letale?

– E quindi dovrei metterlo dietro?

– Può lasciarlo anche davanti. Il codice della strada permette ai bambini che non hanno superato i sedici mesi di età di viaggiare seduti sul sedile anteriore, purché il seggiolino lo si monti in senso contrario a quello di marcia.

– Si ma così il bambino mi vomita. Al di la del costo del lavaggio, lo sanno tutti che il vomito dei bambini è acido e addio tappezzeria. No no, lo metto dietro.

– Nel caso dovesse scegliere di tenerselo a fianco per controllarlo meglio, l’airbag da quel lato deve essere non presente o disattivato.

– Scusi sa, ma compro un’auto di ultima generazione, mi assicuro che ci siano tutte le sicurezze per la nostra incolumità e disattivo l’airbag? No no, il bimbo lo piazzo dietro –

E così ho fatto, signor giudice, ma per controllarlo uno è costretto a girarsi spesso oppure a guardarlo dallo specchietto retrovisore. In entrambi i casi corre il rschio di tamponare  il mezzo che lo precede o peggio ancora di investire un ciclista, un pedone, di non fermarsi ad un controllo della polizia. Allora un genitore responsabile che fa? Guarda in avanti e concentra tutta la sua attenzione per evitare queste sciagure. Lo psicologo dice che la mia è stata “una temporanea amnesia dissociativa. Succede quando siamo stanchi. Uno stacca la spina al cervello”.

E così è successo che ho dimenticato il bambino in auto. No, non ero andato  al supermercato, signor giudice. Andavo al lavoro. Dico, mi fermo un attimo dal concessionario dove ho comprato l’auto. Si erano dimenticati di caricarmi il ruotino di scorta. Dico, ma cazzo mi è costata un botto e vengo a sapere che il ruotino di scorta è un’optional? Se lo volevo in dotazione dovevo richiederlo all’atto della stipula del contratto? Uno ha diritto ad incazzarsi come una bestia?

Ha ragione il mio psicologo. “Viviamo vite disumane che non ci appartengono più. Ci sentiamo  soli, sfruttati dal sistema, dal datore di lavoro, dai genitori anziani, dai figli. E allora eliminiamo inconsciamente ciò chi ci intralcia”.

No, signor giudice, per carità, non parlavo di mio figlio. E mica avrei attaccato al vetro posteriore la scritta  BIMBO A BORDO. Ah, le risulta che il sensore interno di movimento ha fatto scattare per tre volte l’antifurto dell’auto? E io  per tre volte sono sceso di corsa dall’ufficio. E tutte e tre le volte intorno alla macchina non c’era  nessuno. Lei che avrebbe pensato, signor giudice?… Io no. Ho pensato a un difetto di fabbrica , ripromettendomi quello stesso pomeriggio di tornare dal concessionario. Poi ho disattivato l’allarme e sono tornato in ufficio.

“La nostra mente cosciente decide la priorità delle cose in base all’importanza , ma a livello cellulare la memoria non funziona così”. Si signor giudice, cito sempre le parole del mio psicologo. “Se sei capace di dimenticare dove hai parcheggiato la macchina, sei potenzialmente capace di dimenticare tuo figlio”. No, lui non ha figli ma si è  scaricato sul cellulare una applicazione che consente di ritrovare l’auto.

Si, signor giudice, me l’ha suggerita. Ah, e lei mi suggerisce di lasciare il mio cellulare accanto al bambino così non  lo dimentico in macchina? Sa come sono i figli al giorno d’oggi. Nascono che già  mettono le mani su una tastiera, si figuri su un cellulare. Con quello che costa. Sarebbe capace di cancellarmi google app e poi come la ritrovo l’auto?

©   Sabatino Ciocca

Riproduzione vietata

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XX EDIZIONE CONCORSO LETTERA D’AMORE


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CONCORSO INTERNAZIONALE

LETTERA D’AMORE

VENTESIMA EDIZIONE ANNO 2020

L’Associazione Culturale AbruzziAMOci bandisce, con il patrocinio del Museo della Lettera d’Amore e del Comune di Torrevecchia Teatina, la ventesima edizione del Concorso Internazionale Lettera d’Amore, dedicata alla memoria del Presidente Prof. Vito Moretti.

La cerimonia di premiazione si terrà a Torrevecchia Teatina (Chieti) l’8 agosto 2020. Bandisce altresì per il ventennale il concorso fotografico “Spedisco la mia lettera d’amore”.

 

CONCORSO FOTOGRAFICO SPEDISCO LA MIA LETTERA D’AMORE

Art. 1 Si partecipa inviando una foto (o un selfie, un autoscatto) che deve raffigurare, mimandolo, il gesto dell’invio postale. Nella foto dovranno comparire, pena l’esclusione dal concorso: la busta affrancata, la buca postale delle Poste Italiane, il volto dell’autore nel gesto di imbucare la busta (il volto potrà essere anche quello di un parente o di un amico). Al concorso può partecipare chiunque, anche chi non aderisce al concorso “lettera d’amore”.

Art. 2 La foto o il selfie dovrà essere inviato a: manoscritti@noubs.it in formato jpg entro e non oltre il 30 maggio 2020.

Art. 3 Le foto migliori o più originali o divertenti saranno premiate l’8 agosto a Torrevecchia Teatina. I vincitori riceveranno targhe e diplomi.

 

REGOLAMENTO CONCORSO LETTERA D’AMORE XX EDIIZIONE

Art. 1 Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) un testo in prosa, non in poesia, inedito, configurato come lettera d’amore, della lunghezza massima di 3 cartelle (1800 caratteri per cartella) in 5 copie ben leggibili aggiungendo le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2, inviando il testo anche per posta elettronica.

Art. 2 Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Ai testi bisogna accludere: un foglio contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail), b) dichiarazione di autenticità del testo, c) autorizzazione alla pubblicazione gratuita della lettera, d) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso. Per i minorenni, il foglio contenente i dati di cui ai punti a), b), c) e d) dovrà essere firmato da un genitore o da chi esercita la patria potestà del minorenne. Possono partecipare classi di scuole di ogni ordine e grado rispettando le norme del bando.

Art. 3 Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, da effettuarsi al seguente indirizzo: Concorso Lettera d’amore c/o Associazione Culturale AbruzziAMOci, Via Ovidio n. 25, 66100 Chieti, è fissato al 30 maggio 2020 (farà fede il timbro postale di partenza). Contestualmente si dovrà inviare il testo anche per posta elettronica in un’unica e mail allegando il file formato word che riporti la lettera d’amore con nome e cognome dell’autore da spedire all’indirizzo di posta elettronica: manoscritti@noubs.it, indicando come oggetto: partecipazione Premio lettera d’Amore. La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Tonita Di Nisio, Massimo Pamio, Massimo Pasqualone, Lucilla Sergiacomo, Giuseppina Verdoliva.

Art. 4  Saranno assegnati i seguenti premi: Euro 500,00 al primo classificato, Euro 250,00 al secondo, Euro 200,00 al terzo; altri premi ai segnalati. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. I testi potranno essere pubblicati dall’Organizzazione.

Art. 5  Solo i vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa e il sito internet: http://www.noubs.it.  Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’Organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi. Le lettere in formato elettronico entreranno a far parte dell’archivio del Museo della Lettera d’Amore.

Art. 6  La lettera d’amore consiste in una composizione in prosa mirata all’espressione del sentimento d’amore rivolta a un destinatario qualsiasi (persona reale o immaginaria, animale, oggetto, luogo o paesaggio). I vincitori non potranno delegare alcuno, dovendo ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. Per info: manoscritti@noubs.it oppure tf. 0871.348890.

 

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