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LANCIANO SECONDO GIUSEPPE ROSATO (di Raffaele Di Virgilio)


                                                      

Giuseppe Rosato, Lanciano, “Rizomantica” (luoghi e scrittori), Pescara 2019, pp. 75 (€ 15.00)

Recensione di Raffaele Di Virgilio

 

Questo gioiello editoriale è la prima perla di una collana letteraria finalizzata a privilegiare la valenza culturale, fino ad oggi tenuta in non cale dalla critica, dei rapporti vivificanti che intercorrono fra le persone fisiche degli scrittori e gli specifici spazi territoriali che con  materna intimità familiare, come di cortile di casa, nutrono di civica privacy  esperienze letterarie da loro rivissute di volta in volta per essere tradotte in forme di nuova vita, ricche di soggettivo sentimento ma anche di respiro civile.

Il volumetto qui in esame è presentato dall’editore Massimo Pamio, fine saggista che apre la sua intelligente Introduzione prendendo atto di una novità scientifica che sta producendo effetti rivoluzionari anche nel campo delle scienze umane, preludendo ad un nostro riscatto dal degrado civile di un “nuovo fascismo” a cui ci hanno consegnato i partiti negli ultimi 50 anni. Mi sia consentito trascrivere qui una mia recente puntualizzazione a tal riguardo: “Concordo con l’idea progettuale di chi tiene a sottolineare che ai piccoli centri abitati non debbono corrispondere piccole aspirazioni: ciò perché a mio avviso la civiltà elettronica ha trasformato il pianeta terra in un villaggio globale in seno al quale i baricentri della cultura non sono più quelli d’antan – M. McLuhan insegna – ma si spostano preferibilmente nelle aree provinciali e tendono a lasciare in ombra quelli metropolitani, esibendo una centralità per così dire sferica, in forza della quale ogni punto del pianeta diventa centro: provincialità sui generis, questa, che  è cosa ben diversa dal provincialismo”. Da questa novità discendono conseguenze rilevanti in molte aree culturali, come ad esempio in quella dialettale (si pensi alla dialettalità della”lingua”, identificata con quella dell’infanzia nelle pp. 18-19 del libriccino qui recensito) o in quella storico-biografica: quest’ultima subirà a breve una sorta di cataclisma, prodotto dal sopravvento del biografismo individualistico a danno della ariosa politicità della grande storiografia, ma è comunque certo che i cardini della vera democrazia sapranno reggere ad ogni urto; e viene in mente, fra l’altro, il possibile occhiolino che alla storiografia delle origini sarà fatto dalla stretta connessione odierna dei luoghi con le persone che li abitano, stante il fatto che notoriamente le prime narrazioni storiche dell’antica Grecia (si pensi ad Ecateo di Mileto) erano figlie della geografia in quanto strettamente contestuali alle descrizioni geografiche, cioè alle notizie sui luoghi abitati da esseri umani.

Lanciano riceve gran luce, diffondendola impreziosita nel mondo degli homines humani, da un finissimo poeta e scrittore, Giuseppe Rosato, che quel luogo ha amato e  respirato come ossigeno di vita perenne fin dagli anni verdi dell’infanzia. L’amore per la terra natia affianca – direi affratella – questo letterato d’eccezione ad un altro grande innamorato di Lanciano, Giovanni Nativio, al quale va l’espressione della mia profonda stima e del mio ricordo affettuoso. Giuseppe Rosato alterna brevi poesie e prose – nuove di zecca o già pubblicate altrove – che come poliedriche gemme incastonate in un fiabesco mosaico invitano a cogliere lo spessore autentico della fantasia trasfiguratrice del poeta anche nei brani in cui  la sua voce si volge a confidenze venate d’ironia o a spassose divagazioni che solo apparentemente abbassano i toni usuali del dettato poetico. L’arte squisita del Nostro è sempre modulata entro limiti dettati da un innato senso della misura e da un’accattivante naturalezza che gli evita di sconfinare non solo negli eccessi della prosaicità mascherata, cioè gratuita e provocatoria, ma anche e soprattutto in quelli della poeticità altisonante e piena di… vuoto: il tutto in piena sintonia con le immagini fotobiografiche, sapientemente dislocate, e con il corredo di illustri testimonianze epistolari.

La componente giocosa della poesia rosatiana ha come tratto distintivo la contestuale funzione educativa di un alto magistero, malgrado qualche eccesso verbale (pur seducente) come “stramaledetto foglio di puttana” (p.51). Molto più frequenti, e più squisitamente rosatiane, sono invece altre finezze come quella inerente alla qualifica di e-simia, affibbiata con sapiente distorsione glottologica alla razza umana, che re vera discende da quella delle simiae/“scimmie” (p.45) od anche quella di Pregare a Chicago (p. 53) che suona spassosamente “L’uno dirà: libera boss a malo / risponderanno gli altri: e così CIA!”.

Per rilevanti puntualizzazioni critiche sulla Weltanschauung rosatiana, il cui geniale pessimismo si inserisce autorevolmente nella linea di una lunga e nobilissima tradizione, rinvio alla suddetta Introduzione di Massimo Pamio, ricca di spunti critici illuminanti, fra cui spicca quello incentrato sulla poetica della neve, inscindibile dalle poetiche dell’infanzia e del luogo natio, il cui connubio è scolpito es aièi dall’autore stesso del volumetto col ricorso alla sigla del radicamento in un sito geografico che d’incanto diventa spazio dell’anima, talché “l’infanzia è un luogo dal quale non ci siamo mai allontanati” (p. 15). Il presentatore del libellus si spinge comunque ben oltre nella sua operazione di scavo critico, di cui riporto solo questo specimen altamente significativo: “Poesia della Distanza, dell’Ombra, in cui la parola non salva anzi anticipa la condanna del silenzio nel nulla”.

A titolo di conclusione di questa mia rapida carrellata trascrivo alcuni spezzoni poetici per  fornire elementi di giudizio che siano di stimolo ai lettori per una verifica personale dell’alto livello artistico e della profonda valenza umana dell’attiva partecipazione, squisitamente laica, di Giuseppe Rosato alle problematiche dell’odierna cultura occidentale. A p. 39 il pensiero è un condannarsi, cioè “pensarsi / la condanna a vita” (Oh, l’inverno); a p. 43 si prende atto di una inèdita (perché solo allusivamente heideggeriana) nullità dell’essere: “al nulla / potrà solo… / coniugarsi altro nulla, altra negata / vita  o di essa il calco vuoto (La distanza); a p. 47 si invita a non tentare il mistero, ma a lasciarlo “murato dentro la domanda dal suo primo proporsi” (Le cose dell’assnza);  a p. 55 “Dio s’affacciò sul mondo” e vedendo le brutture raccapriccianti esibite dall’intero pianeta, fu contento di non esistere, “e confortato / si ritrasse nel nulla” (La vergogna del mondo). A p. 60 risplende finalmente la luce consolante di una fiduciosa interrogativa retorica: “Non m’ha insegnato il tempo la più facile /delle sue leggi, che si oblitera solo / il non amato?”. Incoraggiato da questo ottimistico messaggio d’amore auguro buona lettura a tutti gli innamorati della vera cultura.

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IL FANTASTICO SECONDO LUCILLA SERGIACOMO


IL FANTASTICO SECONDO LUCILLA SERGIACOMO

di Massimo Pamio ©

La realtà è in gran parte nell’assurdo, in quell’immaginazione che è a un
passo per diventare realizzazione, ma che non la diventerà mai. Nella vita
in fondo la realtà esiste e non esiste. (Antonio Delfini)

Si legge come un lungo racconto d’avventure l’ultimo libro di Lucilla Sergiacomo, studiosa di notevole spessore, già nota per numerose opere di notevole acume critico ed ermeneutico. La scrittura, avvincente per vivacità, gradevolezza, cordialità, il lettore, invita elegantemente il lettore ad assistere a tutte le avventure sia a quelle credibili sia a quelle impossibili che gli scrittori, in qualità di spregiudicati viaggiatori nel tempo e nello spazio, audaci trasvolatori di cieli e violatori di abissi, nel corso dei secoli hanno narrato. Bisogna però convenire che, nella maggior parte dei casi, questi audaci cultori del fantastico e dell’avventura non si sono mai allontanati da casa propria, anzi, sovente rintanati in un piccolo studio, sedentariamente appoggiati con forza e timore ai braccioli della nave in tempesta della loro fantasia, sono stati facili prede di un’incontrollabile attrazione per l’altrove, per il misterioso, per l’invisibile, l’imprevedibile, l’enigmatico, il magico: analizzati singolarmente, senza mai essere accostati, senza che le loro stranezze venissero mai comparate a quelle di altri, ora, per un’ardita operazione storico-critica, sono ritratti insieme e presentati in un solo testo dedicato interamente a loro e alle loro imprese.

Mi sia consentito di proclamare fin d’ora che chi vorrà affrontare l’argomento in futuro dovrà sempre misurarsi con quest’opera, riguardante la letteratura di numerosi Paesi, motivo per cui non è difficile pronosticare la prossima traduzione del libro in lingue estere. Il lavoro sergiacomiano si avvale altresì di una ricca bibliografia e di dotte e documentate note esplicative.

Spericolata l’audacia dall’Autrice, misuratasi con un argomento così vasto e complesso, ma già dotata di basi ben solide, se nel passato aveva già in precedenza sfoggiato ottimi risultati confrontandosi con argomenti e autori quali Gadda o Flaiano, con una storia della letteratura italiana, uscendo sempre vincitrice da queste sfide, indenne dalle mille procelle e tempeste d’ogni sorta con le quali si è misurata, andando loro incontro coraggiosamente ma con giudizio e ben equipaggiata.

Lo stesso libro della Sergiacomo è un racconto di racconti, una vera foresta narrativa, un bosco fantastico dove possiamo perderci insieme con l’autrice, che funge da virgiliana guida e non ci lascerà mai soli nella terra senza confini di spazio e di tempo dell’ignoto periglioso continente del fantastico.

Al contrario di quanto fanno gli accademici, che, per rendere più coerente e credibile il loro discettare, svelano soltanto alla fine quanto hanno mutuato dal loro studio, la Sergiacomo fin dalle prime pagine sgombra il campo da qualsiasi interpretazione del fantastico che risulti fuorviante o errata. Ella si pone subito in medias res,  dimostrando di aver perfettamente chiarito il problema e di poterlo affrontare senza tentennamenti metodologici: “Più che un genere, come si tende a definirlo -ella scrive con audacia, sicura di sé- il fantastico è un modo di raccontare o di rappresentare che attraversa il tempo e contamina generi di scrittura letteraria piuttosto lontani tra loro:  dal poema classico, dove le divinità interagiscono con gli eroi e le loro prodigiose imprese, al teatro greco e alle sue ricorrenti epifanie del sovrannaturale, dalla fiaba antica, popolata da animali parlanti e creature fittizie, al romanzo di peripezia e alle sue avventure straordinarie: dalle agiografie cristiane, nuova epica dedicata alle miracolose imprese dei santi, ai poemi medioevali sull’aldilà; dalle chansons de geste delle letterature romanze ai poemi cavallereschi rinascimentali e ai loro intrecci regolati da incantesimi e misteri; dal romanzo gotico inglese ai vari filoni narrativi dell’horror, della ghost story, dei freaks e dei vampiri. E ancora, procedendo nel tempo, dalla fantascienza sino alla proliferazione contemporanea della poliforme letteratura fantasy”. (1) (Lucilla Sergiacomo, “L’assoluta libertà del fantastico. Un viaggio nella fantasia da Omero a Calvino”, Odoya, Bologna, 2018, p. 9).

Il fantastico è dunque non tanto un genere letterario, quanto un modus operandi, una intrinseca particolarità del romanzesco o del narrativo, aduso a contaminare generi piuttosto che a crearne, vista l’infinita casistica in cui si esprime e in cui si proietta; io Continua a leggere

LO SPECCHIO DELLA NARRAZIONE E IL VIAGGIO COME ECOLOGIA MENTALE NEL ROMANZO DI ROLANDO D’ALONZO (di Massimo Pamio)


LO SPECCHIO DELLA NARRAZIONE E IL VIAGGIO COME ECOLOGIA MENTALE NEL ROMANZO DI ROLANDO D’ALONZO

di Massimo Pamio ©

Non per tutti l’esistenza è un’esperienza semplice o gradevole. La paura di affrontare la vita, alcuni l’avvertono così prepotentemente che cercano di liberarsi da quell’assillo, tanto da affidarne il pungolo ad altri, della cui vita divengono partecipi spettatori, estranei alla propria di cui evitano l’impatto per non ridursi come ectoplasmi gravati da un incubo che si ripete nelle forme di una quotidiana vessazione, di una perniciosa condanna.

Analoga situazione è quella che coinvolge lo scrittore, il quale, per ottemperare alla sua vocazione, deve necessariamente dar vita a un fantoccio, a un personaggio e sostenerne le vicende, e renderlo credibile, coerente con se stesso, impedirgli passi falsi e contraddizioni, vestirlo ogni giorno e nutrirlo, premuroso nei confronti del suo personaggio così fragile e inconsistente a cui affida la propria capacità di immaginare, istigandolo a compiersi, a essere, a ingrassare a colpi di finzione, in un tortuoso e angosciante percorso.

Tra l’inetto, che delega un altro individuo alla vita, e lo scrittore che dà vita a un fantasma, la distanza è breve, lo stesso filo li regge entrambi, forse è questo il motivo per cui in alcuni romanzi i protagonisti si scoprono disadattati, disagiati, solitari, esclusi, emarginati, eccentrici, misantropi, asociali, mentre in altri appaiono abbigliati sotto le mentite spoglie di una figura eroica pronta ad affrontare la vita, per sfida o per rivolta, con sprezzo, con coraggio e audacia, indici di una visione “romantica” della giovinezza, ritenuta l’età dell’avventura e della scoperta, dell’energia, della forza.

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TUTTE LE VOCI DI MANUEL COHEN


TUTTE LE VOCI DI MANUEL COHEN

di Massimo Pamio

Si potrebbe definire scarno poemetto l’ultimo testo di Manuel Cohen, “Tutte le voci”(1), dato che si esaurisce in 302 versi molto brevi incentrati sullo stesso tema secondo le linee di una struttura molto regolare – divisa in dodici parti introdotte da un prologo (voce dell’ albero proemiale) a cui fanno seguito 9 sezioni contraddistinte da un numero romano e una decima sezione (appellata vociario) che precede il congedo (voce dell’esodo) – se poi non scoprissimo l’interessante originalità dell’opera, unica e soprattutto aperta a nuove possibilità insite nella scrittura che l’autore sembra voler dischiudere, grazie a un talento critico vivacissimo, innovativo, sensibile alle potenzialità riposte e ancora non completamente esaurite della poesia, capace di realizzare un’autentica “opera aperta” che avrebbe sicuramente destato l’attenzione critica di Umberto Eco.

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IL SIGNOR DIAVOLO PUPI AVATI AL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE


Sarà Pupi Avati l’ospite della cerimonia di premiazione della XIX Edizione del Premio lettera d’Amore patrocinato dal Comune di Torrevecchia Teatina e dal Museo della Lettera d’Amore con l’organizzazione dell’Associazione Culturale AbruzziAMOci.

Giovedì 8 agosto, alle 20 e 30, si terrà la cerimonia di premiazione, nel Parco “S. Karol” del Palazzo del Marchese Valignani di Torrevecchia Teatina, nel corso della quale si ascolterà la lettura da parte degli attori Antonella De Collibus e Alessio Tessitore delle lettere vincitrici, presenterà il giornalista della RAI Nino Germano. Presiederà il Sindaco dell’Amministrazione Comunale, Dottor Francesco Seccia.

Nella difficile scelta dei vincitori, si è cimentata la giuria composta da Tonita Di Nisio, Marcella Lacanale, Massimo Pamio, Massimo Pasqualone, Lucilla Sergiacomo, idealmente presieduta dal prof. Vito Moretti in memoriam.

Vincitrice della XIX edizione è stata eletta Rita (Ghita) El Khayat, scrittrice di fama internazionale; al secondo si classificano ex aequo Miriam Fragomeni e Gabriele Di Giorgio, al terzo ex aequo Francesco Mosconi e Angela Flori. Premi speciali per: Adriana Aurilia, Ida Cupido, Laura D’Angelo, Anna De Medio, Monica Di Fabio, Olivetta Gerometta, Mariaester Graziano, Simone Ignagni, Lisa Laffi, Barbara La Mastra, Ottavio Marandino, Maria Anna Mastrodonato, Alessandra Nepa, Giorgia Pellorca, Simona Rea, Maria Saracino. Sono stati segnalati per il loro valore letterario i testi di: Clelia Accardo, Veronica Agnoletti, Annamaria Albertini, Mauro Barbetti, Rosanna Capri, Loredana Cornacchio, Claudia D’Angelo, Anna Maria Deodato, Carlotta Desario, Tino Di Cicco, Assunta Di Cintio, Michele Di Virgilio, Maila Ermini, Laura Ficco, Simonetta Gallucci, Roberto Gavelli, Francesca Giubilei, Lucia Ielpo, Tiziana Iemmolo, Manuela Minelli, Kassandra Molinaroli, Cristina Orlandi, Fatima Rocio Peralta Garcia, Gabriella Pison, Daniele Poto, Margherita Sbrogiò, Gabriella Schiavone, Sara Simeoli, Maria Cristina Sinibaldi, Clementina Tirino, Anna Maria Veit.

Saranno altresì premiati gli studenti delle scuole partecipanti; gli alunni della scuola primaria di Torrevecchia Teatina classi terze delle insegnanti Stefania Turilli, Sara Marcantonio, Anna Iarussi, gli studenti discenti della prof.ssa Monica Ferri della scuola secondaria di primo grado “Cesare De Lollis”: Mario Grifone, Tiziano D’Andrea, Enrico M. D’Orazio, Loris Masciulli, Daniele De Matteis, Leonardo Ciommo, Roberto Di Fabio, Mattia Gariffo, Lorenzo Gambatese, Riccardo Graziosi, Matteo Valente; gli studenti dell’Istituto Statale “I. Gonzaga” della prof.ssa Antonella Di Sipio: Sara Livrieri, Lucrezia D’Andrea, Deborah Fondi, Federica Di Renzo, Francesca Sciubba, Federica Parente, Lorenza Pascucci.

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LETTERE D’AMORE VINCITRICI


Le lettere d’amore partecipanti al Concorso omonimo, unico in Italia, saranno conservate per sempre nell’archivio digitale del Museo delle Lettere d’Amore, museo unico al mondo. E’ o non è l’amore un sentimento che dura per l’eternità?

Ogni riproduzione anche parziale dei testi qui riportati se non autorizzata è passibile della denunzia prevista dalla normativa vigente © MLA 2019 per riproduzioni la richiesta va indirizzata a manoscritti@noubs.it

FRANCESCO M. MOSCONI

LETTERA D’AMORE 3 CLASSIFICATA

LETTERA DAL MARE….

Tu che e se mi leggerai sappi che:

Non so leggere, non so scrivere e non so neppure far di conto, ma so fare un sacco di altre cose; so cucire i palloni che vengono usati per giocare a calcio, so resistere alla fame e alla sete, so correre veloce come una gazzella, so arrampicarmi sugli alberi, so come evitare le bombe, i militari con fucili e mitra, i carri armati, i fanatici estremisti e so mettermi il burka molto bene… so anche piangere in silenzio e trattenere le lacrime pure quando sono tante. Ho anche una bella voce, dicono, ma non posso cantare e allora canto in silenzio… so ascoltarlo il silenzio, so anche parlare con lui che mi consiglia, mi ascolta e mi consola. Sì, anche il vento mi consola, a volte, nei momenti, pochi, liberi in cui posso correre alla volta del deserto e fermarmi a guardare l’immensa distesa di sabbia, infinita, tutta uguale… mi fa dimenticare di essere in una guerra, mi fa dimenticare di non essere nessuno e mi ricorda la perduta felicità avuta per pochi istanti nella mia vita.

La sabbia è così bella. Poi il tramonto nel deserto è uno spettacolo incomparabile, davvero. I granelli si colorano di rosa e di un arancione vivo e forte, mi viene sempre da Continua a leggere

I VINCITORI DELLA XIX EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE


La giuria composta da Tonita Di Nisio, Marcella Lacanale, Massimo Pamio, Massimo Pasqualone, Lucilla Sergiacomo, idealmente presieduta dal prof. Vito Moretti in memoriam, ha nominato i vincitori della XIX Edizione del concorso “Lettera d’Amore” promosso dall’Associazione AbruzziAMOci con il patrocinio del Comune di Torrevecchia Teatina. Al primo posto Rita (Ghita) El Khayat, al secondo si classificano ex aequo Miriam Fragomeni e Gabriele Di Giorgio, al terzo ex aequo Francesco Mosconi e Angela Flori. Premi speciali per: Adriana Aurilia, Ida Cupido, Laura D’Angelo, Anna De Medio, Monica Di Fabio, Olivetta Gerometta, Mariaester Graziano, Simone Ignagni, Lisa Laffi, Barbara La Mastra, Ottavio Marandino, Maria Anna Mastrodonato, Alessandra Nepa, Giorgia Pellorca, Simona Rea, Maria Saracino. Sono stati segnalati per il loro valore letterario i testi di: Clelia Accardo, Veronica Agnoletti, Annamaria Albertini, Mauro Barbetti, Rosanna Capri, Loredana Cornacchio, Claudia D’Angelo, Anna Maria Deodato, Carlotta Desario, Tino Di Cicco, Assunta Di Cintio, Michele Di Virgilio, Maila Ermini, Laura Ficco, Simonetta Gallucci, Roberto Gavelli, Francesca Giubilei, Lucia Ielpo, Tiziana Iemmolo, Manuela Minelli, Kassandra Molinaroli, Cristina Orlandi, Fatima Rocio Peralta Garcia, Gabriella Pison, Daniele Poto, Margherita Sbrogiò, Gabriella Schiavone, Sara Simeoli, Maria Cristina Sinibaldi, Clementina Tirino, Anna Maria Veit.

Saranno altresì premiati gli studenti delle scuole partecipanti; gli alunni della scuola primaria di Torrevecchia Teatina classi terze delle insegnanti Stefania Turilli, Sara Marcantonio, Anna Iarussi, gli studenti discenti della prof.ssa Monica Ferri della scuola secondaria di primo grado “Cesare De Lollis”: Mario Grifone, Tiziano D’Andrea, Enrico M. D’Orazio, Loris Masciulli, Daniele De Matteis, Leonardo Ciommo, Roberto Di Fabio, Mattia Gariffo, Lorenzo Gambatese, Riccardo Graziosi, Matteo Valente; gli studenti dell’Istituto Statale “I. Gonzaga” della prof.ssa Antonella Di Sipio: Sara Livrieri, Lucrezia D’Andrea, Deborah Fondi, Federica Di Renzo, Francesca Sciubba, Federica Parente, Lorenza Pascucci.

 

La vincitrice

Rita (Ghita) El Khayat, figura universalista di spicco, è considerata tra le più importanti intellettuali del mondo arabo e non solo. Scrittrice, antropopsichiatra, psicoanalista, antropologa e scienziata, nata a Rabat, ha avuto l’opportunità di frequentare le migliori scuole moderne di lingua francese, culminando nella sua laurea alla scuola di medicina. Durante i suoi studi è stata la prima donna di lingua francese, impegnata come radio speaker, TV e artista del cinema,. Prima donna psichiatra in Maghreb, a Casablanca esercita la professione di medico psichiatra, specializzazione che ha conseguito a Parigi, come allieva prediletta di Georges Devereux, creatore mondiale dell’etnopsichiatria e uno dei trenta eredi di Freud, ufficialmente ricnosciuti; anche laureata in  medicina del lavoro ed ergonomia e in medicina spaziale a Parigi, dove ha inoltre conseguito il Dottorato in antropologia del mondo arabo, presso l’Ecole des hautes etudes en sciences sociales (Ehess/Paris). Docente presso università italiane, americane e canadesi, creatrice della cattedra di «antropologia della conoscenza e del sapere», è membro del dipartimento degli studi femministi de l’Uqam, università del Quebec, Canada. Ha scritto 40 libri e circa 700 articoli. Nel 1999 fonda l’Association Aïni Bennaï per diffondere la cultura in Maghreb e nel 2000 anche le Editions Aïni Bennaï. Nel 1999 è stata la prima donna nella storia del Marocco a scrivere a un sovrano la nota ‘epistola di una donna a un giovane monarca’, tradotta spontaneamente in 14 lingue. La lettera è stata indirizzata al giovane re, Mohammed VI, quattro mesi dopo la sua incoronazione, scritta per contrastare un movimento islamista e reazionario che voleva il ritorno a casa delle donne.
Nove mesi prima dell’11 settembre, Rita El Khayat ha scritto la “Lettera aperta all’Occidente”, espunta all’ultimo minuto da un editore francese, poiché considerata irricevibile dall’Occidente e successivamente a tale data, pubblicata in diverse lingue nel mondo. Nel 2006 ha ricevuto la cittadinanza onoraria italiana, conferitale dal Presidente Giorgio Napolitano, come figura d’eccellenza che si è distinta nel nostro Paese per meriti speciali in campo sociale, scientifico e culturale. È stata candidata al Premio Nobel per la Pace 2008. È anche cittadina onoraria di Pescara dal 2007.b1187941251ed74d196692ba921c022d

FABRIZIO DESIDERI E L’ORIGINE DELL’ESTETICO (di Massimo Pamio)


Estetologo tra i più rappresentativi in campo internazionale, Fabrizio Desideri nel recente Origine dell’estetico. Dalle emozioni al giudizio (Carocci, Roma, 2018, pp. 176, euro 19) riassume ed espone il complesso della sua ricerca e delle sue ultime acquisizioni delineando, dalla percezione al giudizio, un ideale itinerario che la creatura umana compie per uno spontaneo assillo che definirei, ricorrendo a un prestito lessicale psicanalitico, pulsione estetica ed artistica.

All’interno di questo testo, si affronta l’origine dell’estetico, problema sviscerato fino alla sua consunzione, grazie a un’acribia puntigliosa, a una sapienza dottrinale unica, pronta a filologici riferimenti e ad appropriati rimandi bibliografici, ma anche in virtù dell’attenzione dedicata alla ricerca scientifica, interrogata e compulsata nei suoi esiti più recenti, analizzati e discussi con cura e premura, metabolizzati e inseriti nell’ambito della riflessione, sempre con un profondo rispetto per l’oggetto dell’analisi, nel costante Continua a leggere

VALENTINA D’AMARO ALLA GALLERIA UNOSUNOVE DI ROMA


Nel mio libro di filosofia dell’arte “Sensibili alle forme. Che cos’è l’arte” (Mimesis) sono presenti 61 artisti con le loro opere; tra di loro c’è Valentina D’Amaro, la cui mostra “Viridis” (opere dal 2015 al 2019) è stata inaugurata a Roma il 25 maggio presso la galleria unosunove in Via degli Specchi (dove si terrà fino a metà settembre).

Valentina appare come una creatura che sembra non voler occupare spezio, tanto è attenta al rispetto dell’equilibrio di pieni e vuoti che è stabilito attorno a lei, ben consapevole di costituire ella stessa un vortice avvolgente l’invisibile, ordunque un impegno dell’essere in un punctum formale, immagine e continuità della forma a lei trasmessa e di cui reca, nell’impronta, il compromesso di una situazione preesistente, di una dimensione che ella stessa interpreta e anzi volge a definire all’interno di una prospettiva molto più ambiziosa; Valentina sa di essere la persistenza pervicace e delicata di una sensibilità divenuta superficie vibratile rappresasi in una forma –miracolo e utopia, nel  partecipare alla creazione del dar corpo.

Sfuggente e minuto, il pittore si impone di concentrare a riassumere in sé la forza primigenia dell’energia, ovvero dell’elemento che libera la materia in una piena espressione dinamica. L’espressione intensa e profonda, che secondo l’Artista assume le sembianze dell’assoluto, è la viridità, il flusso che Valentina traghetta verso l’approdo d’una sublimazione, del colore che si fa essenza della verità contenuta nel paesaggio – il paesaggio è uno dei temi più cari della storia della pittura, divenuto mitografia dell’esistenza visibile e incarnata dell’arte stessa. Guardare il paesaggio è compiere un passo ulteriore, per Valentina è scegliere di abitare una sospensione (che forse è quella dell’orizzonte ultimo dello sguardo), di rivelare una possibile transustanziazione del fare poetico.

Chi è Valentina? Valentina è una disposizione dello sguardo, una forma della sensibilità artistica che sceglie di sospendere l’abisso del paesaggio in una verità possibile e attua(bi)le, quella del verde, della viridità, ovvero del dimorare in una superficie e poi del sostanziarsi del verde in un assoluto, trasformando il paesaggio in sostanza, nell’assoluto rivelarsi della creazione o della creatività.

L’Essere viridità è creare la spiritualità, è cercare di accedere a un’isola di accensioni piroclastiche, è un’avventura della purificazione mediante il fuoco.

Come abitare tutto ciò? Valentina raggiunge il suo scopo passando attraverso il suo corpo, la concentrazione, la meditazione, il pensiero formante. È il pensiero formante una forza che plasma senza alcuna mediazione e senza pregiudizievoli sguardi, è una osservazione interiore, dell’occhio invisibile, del terzo occhio che compone l’impossibile visione e rimodella ristabilisce, guarisce e ricompone la tragica devastazione compiuta dall’uomo del paesaggio mediante una terapia viridiana, adamantina. Si tratta di un’operazione chiaramente mistica, la forza espressa da un corpo minuto che da solo riesce a sospendere lo spazio e il tempo creando meraviglia e presentificando la brillantezza della vegetazione. Verde D’Amaro è il verde brillante di Stefano Mancuso tradotto nell’atto salvifico della pittura, atto creativo che assume la perentorietà di un gesto assoluto. Quale forza esprime questa donna!, da far gridare al miracolo, all’ennesima meraviglia che solo un vero artista può provocare: davanti a una tela di Valentina D’Amaro riscopriamo le velature dei verdi che si sono sedimentati nel tempo, l’uno sopra l’altro, di stelo in tronco in radice ed infine in cornice, velature che riferiscono di un’onda verde e oceanica che si compie davanti al nostro sguardo, schiudendone la capacità di destarsi, perché per troppo tempo esso è stato distratto e ansiogeno. Potrà riposare il nostro sguardo soltanto dopo aver riscoperto la visibilità innocente e brillante del verde, la viridità del pianeta. Salvi e pacificati tutti noi potremo di nuovo rinascere come piante. Forse Valentina desidera ottenere proprio questo risultato, riuscire a incantarci, a sospenderci nella serenità dell’opera del verde.

(Massimo Pamio)

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LE LETTERE D’AMORE DI ABELARDO ED ELOISA – LETTURA DI TONITA DI NISIO


Abelardo ed Eloisa – Tonita Di Nisio ©

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Da tempo il “Museo della Lettera d’Amore”attendeva la riflessione su uno dei più noti carteggi d’amore di tutti i tempi: le lettere di Abelardo ed Eloisa stilate nel XII secolo. L’epistolario è stato letto attraverso i secoli come un romanzo d’amore, tanto che Stendhal vi leggeva il prototipo dell’amore-passione. Petrarca lo definì (il manoscritto era stato trovato a Verona) l’opera più bella che avesse mai letto.{Il manoscritto Parigino Latino 2943 è costellato di note di mano di Petrarca}. Lo storico Duby stigmatizza la “coesione d’insieme” che modula l’epistolario secondo i modi di un romanzo.
Proprio per questo carattere romanzesco il corpus epistolare ha fatto sorgere un problema che molto rapidamente voglio segnalare: il problema dell’autenticità. Il Medioevo e i secoli seguenti non nutrirono dubbi sulla realtà degli eventi narrati nell’epistolario e sulle personalità dei due amanti, eventi sui quali le testimonianze storiche sono concordi.

1.Nei primi decenni del Novecento, alcuni studiosi (Orelli e Schmeidler) hanno sollevato dubbi circa l’autenticità, basandosi sostanzialmente soprattutto sull’analisi del personaggio di Eloisa, appassionata e sensuale tanto, che sembra tradire l’idea di un Medioevo austero, ascetico, che mortifica la carne e i sensi. In poche parole, per questi studiosi l’immagine preconcetta del Medioevo, una interpretazione ideologica, compromette il giudizio equidistante sui documenti e sulla critica.
2.Inoltre nel carteggio sono confluiti testi di personaggi autorevoli come Bernardo da Clairvaux, Pietro il Venerabile e Roscellino, oltre che bolle vescovili e papali, oltre che la Confessio fidei di Abelardo ad Eloisa, testi che si intrecciano e si rimandano l’un l’altro e sulla cui veridicità nessuno oserebbe eccepire.
3.Un diverso attacco è stato mosso negli anni ’70 (Benton): lo scandaloso epistolario sarebbe stato costruito per un motivo politico-religioso da monaci del Paracleto, divenuto nel tempo monastero “doppio”, cioè maschile e femminile, per denunciarne l’immoralità in modo da tornare alla regola originaria. Questa tesi ha spinto Benton ad ipotizzare l’esistenza di testi mancanti e la presenza di molti falsari, che in modo diretto e indiretto avrebbero partecipato alla costruzione di questo falso colossale. La tesi è caduta da sé perché contraddittoria, complessa ed irrealistica. Eppure questa tesi, a cui non credo nemmeno io sulla scorta di tanti autorevoli pareri, ha avuto un merito: quello di riaccendere l’interesse di studi filologici sul testo in ordine alla retorica, al lessico, alla tematica filosofica e quello di dimostrare la sostanziale unità stilistica dei testi. Tante analisi non hanno fatto altro che confermare l’unità del carteggio e, di conseguenza la sua autenticità. “Oggi gli studiosi sono convinti che esso sia effettivamente opera dei due protagonisti. Chi, se non loro, avrebbe potuto scrivere cose così belle, e così vere?” (Laura Cioni su Antoine Audouard, Addio, mia unica, Guanda, 2001) Per questo mi appello all’autorevole parere di Pietro Zerbi , medievista studioso di tutta l’opera di Abelardo : “Sarà lecito chiedersi se quella perfetta unità stilistica non esiga come presuppo¬sto l’unità di un dramma profondo e concretamente vis¬suto. Ma da chi mai se non da Abelardo e Eloisa, gli uni¬ci nel Medioevo in grado di dire quelle cose e in quel mo¬do? …”
Un secondo dato su cui vale la pena di riflettere è che nel carteggio, a partire dalla Historia calamitatum mearum, Storia delle mie sventure, si legge un percorso di tipo Continua a leggere

VISOES NOTURNAS di Leidiane Viana Machado (Athena Lay Negger)


0001-1Visões Noturnas 

Nas ruas

Os Farrões predominam

Buzinas de carros

Poluições nas esquinas

Crianças carentes

Nascentes de ventres doentes

Crianças carentes,… Famintas presentes;

Sem Blusa e de chinelão

E com a arma na mão

À vítima é seu ganha pão.

 

As brincadeiras com pedrinhas,

Hoje é apenas utopia;

Criança cheirando pedra;

Em vez de brincar com boneca.

 

Em suas casas suas bonecas

São desfeche de um padrão social

Que transforma as crianças no “consolo”

De atos de doentes sexuais.

 

O frio então lhe preenche

E com razão para morada

Saboreia o que restou

Do sabor do seu espírito;

O amargo sabor da morte.

Nas esquinas…, Nos Postos,… Nas calçadas…

Nos lixões,…Nos “botecos”

Ah!…Sem sombra de dúvidas!

O ser “Humano” se transformando em bonecos.

 

Vitrine de luxo;

“Victor Hugo Outlet”;

“Itaim, Oscar Freire”;

“Louis Vuitton”;

“Diamond Crypto Smartphone,

Figurinos esbeltos,

Encantado a passarela da fome,

Da zona sul… Zona Sul.

 

Do lado da “zona”…

Do outro lado da rua…

Houve-se um grito(…)

Socorro,…Socorro,…Socorro!

E do outro lado da esquina

Um suspiro aliviado!

Ufa! Poxa vida!

Podia ser eu o assaltado.

 

Que mundo é esse?

Que tenta viver o amanhã,…

Sem sair do atraso!

Atraso, que atrasam vidas

Atrasos esses que aprisionam vidas

Nesse mundo tudo vão se perdendo

E a cultura o resgate da escuridão notura

Para luz vem trazendo…

 

Volta a brincar de boneca

Volta para o leite materno;

E transforma a pedra em pedra

E deixa a natureza cobrir-te

Com manto de bondade

E transformar o amargo sabor da noite,

Quando se tem fome;

 

VAI atrás da sua liberdade perdida

VAI adiante VAI

VAI eu cheguei lá!

(Poesia de Leidiane Viana Machado, nome de batismo Athena Lay Negger) Uma poesia realizada em um dos meus projetos culturais, sobre a reciclagem do olhar, Projeto Lixo https://www.facebook.com/pg/PROJETO-LIXO-ARTE-RECICLAGEM-DO-OLHAR-204696432892253/videos/?ref=page_internal 

https://www.facebook.com/204696432892253/videos/289477455086940/ Arte, VAI é um programa de valorização de Incentivas Culturais, realizado pelo órgão do Estado de São Paulo, poesia escrita em 2009, com atualização de 2019

 

Night Visions

Nelle strade

Le Farrões predominano

Corni di auto

Inquinamento negli angoli

Bambini bisognosi

Molle doloranti

Poveri bambini,… regali famosi;

Senza una camicia e un chinelão

E con la pistola in mano

La vittima è il tuo capofamiglia.

 

Il gioco con i ciottoli,

Oggi è solo utopia;

Pietra profumata per bambini;

Invece di giocare con una bambola.

 

Nelle loro case le loro bambole

Provengono da uno standard sociale

Cosa trasforma i bambini in “comfort”

Di atti di pazienti sessuali.

 

Il freddo poi ti riempie

E con ragione per la residenza

Goditi ciò che è rimasto

Il gusto del tuo spirito;

L’amaro sapore della morte.

Agli angoli delle strade … Nelle stazioni, … i marciapiedi …

Cassonetti, … nei “pubs”

Ah! … Senza dubbio!

L’essere umano viene trasformato in bambole.

 

Vetrina di lusso;

“Victor Hugo Outlet”;

“Itaim, Oscar Freire”;

“Louis Vuitton”;

“Smartphone Diamond Crypto”

Costumi eleganti,

Incantato la passerella della fame,

Da sud … Zona Sud.

 

Sul lato “zona” …

Dall’altra parte della strada …

C’è stato un grido (…)

Aiuto! Aiuto! Aiuto!

E proprio dietro l’angolo

Un sospiro di sollievo!

Accidenti! Povera vita!

Potrebbe essere me derubato.

 

Che mondo è questo?

Chi cerca di vivere domani, …

Senza arrivare in ritardo!

Ritardo, ritardando le vite

Ritardi che imprigionano vite

In questo mondo tutto è perduto

E cultura il salvataggio delle tenebre

Perché la luce arriva portando …

 

Torna a giocare a bambola

Ritorna al latte materno;

E trasforma la pietra in pietra.

E lascia che la natura ti copra

Con un manto di gentilezza

E trasforma il sapore amaro della notte,

Quando hai fame;

 

Vai dopo la tua libertà perduta

Vai avanti

Vai, sono arrivato!

 

 

 

 

FONDAMENTI NEOLIBERISTI di ADAM VACCARO


Fondamenti neoliberisti e possibilità non contemplate

Leggendo il libro di Marco Bersani

Dacci oggi il nostro debito quotidiano – strategie dell’impoverimento di massa

 

Adam Vaccaro

il saggio è già stato pubblicato sul n. 112 de “Il Segnale”, Percorsi di ricerca letteraria, rivista letteraria storica.

 

Al di là della sinistra socialdemocratica (PD e collaterali), completamente affondata negli ultimi tre decenni nel mare della ideologia e della prassi neoliberiste, anche le posizioni degli altri frammenti della sinistra storica, rimangono fallimentari e inefficaci sui vari piani: politico, sociale e culturale. La ragione sta nella carenza di analisi dei fondamenti neoliberisti, che non possono essere affrontati solo con gli impianti critici del secolo scorso, o con pappe del cuore buoniste, o con inflessibilità critica focalizzata sulle forme politiche nazionalpopuliste, nate per reazione ai crimini sociali del modello dominante. Finché il focus della propria critica – per quanto riguarda l’Italia – rimane accovacciato su limiti (indubbi) dei 5S o su posizioni (inaccettabili) della Lega, si continua a oscillare sulla coda di una bestia che ci sta massacrando. E che persegue senza adeguate opposizioni il progetto di distruzione sociale, economica e politica, utilizzando immigrazioni, nuove tecnologie e debito pubblico, per crescenti impoverimenti sociali e per l’azzeramento di quelle conquiste di civiltà che sono state ottenute nei decenni successivi all’ultimo dopoguerra.

Conquiste – è bene ricordarlo – non regalate dal cielo, ma ottenute grazie a contributi di lotte e di sangue di movimenti politico-sindacali di una fase di capitalismo che, pur avendo sempre al centro il profitto, aveva  preminente il settore produttivo e una territorialità nazionale. Con un orizzonte mondialista, anche l’analisi marxiana andrebbe adeguata, rispetto a una fase in cui la reazione alla caduta storica tendenziale del saggio di profitto, ha fatto diventare via via dominante la componente finanziaria su quella della produzione. Non è la fine della Storia – come qualcuno narrava – ma è certo tutta un’altra storia. Entro la quale solo una sinistra a misura di tale Nuova Storia, Continua a leggere

BANDITA LA DICIANNOVESIMA EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE


 

CONCORSO INTERNAZIONALE

LETTERA D’AMORE

DICIANNOVESIMA EDIZIONE ANNO 2019

L’Associazione Culturale AbruzziAMOci bandisce, con il patrocinio del Museo della Lettera d’Amore e del Comune di Torrevecchia Teatina, la diciannovesima edizione del Concorso Internazionale Lettera d’Amore, dedicato alla memoria del Presidente Prof. Vito Moretti.

La cerimonia di premiazione si terrà a Torrevecchia Teatina (Chieti) l’8 agosto 2019.

 

REGOLAMENTO

Art. 1. Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) un testo in prosa, non in poesia, inedito, configurato come lettera d’amore, della lunghezza massima di 3 cartelle (1800 caratteri per cartella) in 5 copie ben leggibili aggiungendo le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2, inviando il testo anche per posta elettronica.

Art. 2. Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Ai testi bisogna accludere: un foglio contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail), b) dichiarazione di autenticità del testo, c) autorizzazione alla pubblicazione gratuita della lettera, d) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso. Per i minorenni, il foglio contenente i dati di cui ai punti a), b), c) e d) dovrà essere firmato da un genitore o da chi esercita la patria potestà del minorenne.

Art. 3. Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, da effettuarsi al seguente indirizzo: Concorso Lettera d’amore c/o Associazione Culturale AbruzziAMOci, Via Ovidio n. 25, 66100 Chieti, è fissato al 30 maggio 2019 (farà fede il timbro postale di partenza). Contestualmente si dovrà inviare il testo anche per posta elettronica in un’unica e mail allegando il file formato word che riporti la lettera d’amore con nome e cognome dell’autore da spedire all’indirizzo di posta elettronica: manoscritti@noubs.it, indicando come oggetto: partecipazione Premio lettera d’Amore. La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Massimo Pamio, Massimo Pasqualone, Tonita Di Nisio, Lucilla Sergiacomo. Presidente onorario alla memoria Vito Moretti.

Art. 4  Saranno assegnati i seguenti premi: Euro 500,00 al primo classificato, Euro 250,00 al secondo, Euro 200,00 al terzo; altri premi ai segnalati. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. I testi potranno essere pubblicati dall’Organizzazione.

Art. 5  I vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente, tutti gli altri riceveranno una comunicazione all’indirizzo di posta elettronica mediante cui hanno spedito la composizione. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa e il sito internet: http://www.noubs.it.  Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’Organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi. Le lettere in formato elettronico entreranno a far parte dell’archivio del Museo della Lettera d’Amore.

Art. 6  La lettera d’amore consiste in una composizione in prosa mirata all’espressione del sentimento d’amore rivolta a un destinatario qualsiasi (persona reale o immaginaria, animale, oggetto, luogo o paesaggio). I vincitori non potranno delegare alcuno, dovendo ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato.

Per info: manoscritti@noubs.it oppure tf. 0871348890.

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EVVIVA EMANUELE TREVI di Massimo Pamio


Agli sprovveduti che si accingessero alla lettura di “Sogni e favole” privi di un’egida di Efesto, raccomando di chiuder le pagine prima d’un brutto guaio che potrebbe incoglier loro, magari un devastante squarcio nell’animo a causa degli improvvisi colpi di realtà sparati a tutta forza e senza nessun avvertimento dall’autore.

Emanuele Trevi in “Sogni e favole” (Ponte alle Grazie, 2018) racconta una lunga passeggiata da flâneur per le strade di Roma, che, compiuta per combattere una forte depressione, si traduce in un appassionante viaggio alla scoperta di luoghi e personalità della Città Eterna. Fin qui, la trama. Il contenuto è però di una profondità spesso imbarazzante, che coinvolge il lettore in modo talmente aberrante e losco, da porlo causa sui di fronte a questioni radicali sulla vexata quaestio dell’esistenza.

Già nel titolo Sogni e favole si adombra un atteggiamento di eccezionale ambiguità che il racconto di esistenze reali e palpitanti suggerisce, parabole di vite illustri e meno illustri di artisti, da quella di Arturo, amico geniale, eroe romantico e gioioso catapultato in una Roma moderna come un angelo perduto, venuto a mostrar bellezza e ineffabilità e travolgenza della vita, a quella di Metastasio, nato in povertà ma con una dote eccezionale grazie alla quale sarà proiettato da Via dei Cappellari alla Corte di Vienna, chiamato in causa per un sonetto, Sogni e favole, appunto, che attribuisce al libro il titolo. A somiglianza del più rigoroso dei romanzi gialli, il mistero che percorre il libro verrà a svelarsi quando verremo a sapere che il compito di affrontare il sonetto, “il migliore della letteratura italiana”, viene affidato a Trevi da uno dei più acuti critici letterari italiani, Cesare Garboli, che, giunto in tarda età allo stremo delle forze, lo istruisce sullo studio che il grande toscano aveva iniziato e che non avrebbe più potuto espletare.

Anima disperata visitata da un altrove, Amelia Rosselli, costituisce un’altra delle protagoniste del libro, poetessa a cui probabilmente l’autore si paragona, per una sua scelta esistenziale non risolta, di isolato notomizzatore della fragilità del destino personale e collettivo.

Contro ogni supposizione, al di là di ogni più arzigogolata ipotesi che il lettore possa ricavare dalla lettura dell’opera, ebbene, è nelle piccole appendici poste in conclusione, assottigliate in un carattere tipografico minuscolo, come se fossero scholia di nessuna importanza, che l’autore ci fornisce la chiave di lettura del libro, mostrandoci quanto Continua a leggere


Ascolto il silenzio: in aprile i giorni sono fragili, impazienti e amari; i passi minuti dei tuoi sedici anni si perdono per le strade, ritornano con resti di sole e pioggia sulle scarpe, invadono il mio dominio di sabbie spente, e tutto inizia ad essere uccello o labbra, e vuole volare. Un rumore cresce […]

via Ascolto il silenzio – Eugénio de Andrade — Poesia in rete

Ascolto il silenzio – Eugénio de Andrade — Poesia in rete

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