Archivi categoria: Paralleli e Meridiani

PAOLO LAGAZZI “OTTO PICCOLI INCHINI”, lettura di Federica D’Amato


OTTO PICCOLI INCHINI, di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Albatros Edizioni, 2011

Una lettura, di Federica D’Amato

La cosiddetta forma breve nelle varie declinazioni dell’arte è una prova difficile, una formula magica: spesso modulata per fortunata vocazione, a volte raggiunta con la lima degli anni, essa rivela l’umano nella compressione della noce, scatena ere di senso per contrasto. Averla, praticarla, tentarla è quell’esercizio spirituale – del respiro, che imprime vigore al proprio artigianato, nel distillato di chissà quali diluvi verbali, tradisce nel tramite il sospetto di una iniziazione. A cosa? Alla vita. Da qui, dall’essenziale, muove il piccolo libro di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Otto piccoli inchini (Albatros 2011), una collezione di otto forme brevi perfette, assolutamente libere e giocose nei risvolti tematici, semplici gesti di magnanimità che attraverso il breviloquio spogliano il mondo, la vita, dal suo inutile dolore. Tutti conosciamo Lagazzi come uno dei maggiori critici letterari italiani, rigoroso e infaticabile intellettuale che ci ha donato attraverso i Meridiani ritratti indimenticabili dei poeti Attilio Bertolucci e Maria Luisa Spaziani, del critico Pietro Citati; qui, nello spazio di appena cinquantacinque pagine, offre “a pochi, pochissimi amici” un omaggio personale “alla forza sovrana e misteriosa delle parole”, ma soprattutto “allo spirito zen, un viaggio che non  mi ha mai portato lontano dal mio destino, quello di essere sempre e solo un essere piccolo (paulus), un dilettante e un principiante in tutto, ma che mi ha insegnato a credere nell’incredibile”. In questo viaggio, costellato di interessi eterogenei, rilevante è la stella fissa della meditazione Zen, iniziata nel lontano 1978 e mai abbandonata, prima sotto la guida del grande Taisen Deshimaru Roshie, in seguito dell’allievo, Fausto Taiten Guareschi, cui è dedicata la seconda parte del volumetto: questo cammino, questa “iniziazione”, è estremamente palpabile tanto alla presenza corporea di Paolo Lagazzi, quanto alla sua assenza sulla pagina, una marca di “quieta inquietudine” inscindibile tra la franca sostanza del suo sguardo e i suoi libri, la ricerca letteraria, umana.

Lo scenario dell’intera argomentazione è la Natura, l’essere umano che ragiona sui minimalia ponendosi nei panni dell’altrove, vero ed unico luogo dell’a-fenomenico zen; la prima parte del libro, sul quale si concentra la presente lettura, si chiama infatti Voci tra il fuoco e il gelo  e raccoglie in forma scritta gli interventi che Lagazzi fece, nell’Agosto 2010, a Fahrenheit: il compito era quello di “illustrare cinque parole a mia discrezione del vocabolario italiano: rileggerle, esplorarle, sondarne i significati”. E’ in questa sede che si apre la bellezza piana, composita del dettato, alternata dalla levità dei disegni di Daniela Tomerini, consorte di Lagazzi, virtuosa delle arti pittoriche, che completano l’imago della significazione nell’epifania impaginata dello sguardo. Rispetto, Poesia, Follia, Magia, Leggerezza sono le parole, di volta in volta trattate con l’urgenza del chiarificatore, dell’ordinatore di senso, di colui che scorge dietro la sacra scienza dell’etimologia, la chiave d’accesso al recupero di quella che fu l’alta lezione montaliana della decenza quotidiana. Certo Lagazzi ha parlato a se stesso, oltre che all’uditorio del noto programma radiofonico, ha riportato in quota il proprio assetto di volo, le sostanze che hanno informato la regione mitica dell’infanzia attraverso Magia & Leggerezza, poi i bacini sconfinati di tali implicazioni nell’età adulta, nella prova, nel patto con le origini attraverso Poesia, Rispetto & Follia. Sarebbe superfluo riportare esatta la grazia di queste pagine, se è giusto che solo nella lettura in prima persona s’invera il miracolo della vera presenza; vorrei solo soffermarmi sulle implicazioni della parola “Magia”. Scrive Lagazzi “Se è vero che la magia, come il sacro, è un elemento permanente della coscienza umana e non solo uno stadio superato della sua storia, è verso forme di magia bianca, di magia innocente, libera dall’armatura fantastica della Volontà di Potenza, che tendono le fantasie di molti fra noi […] Da ragazzo anch’io, per qualche anno, mi sono esibito come prestigiatore in coppia con mio fratello gemello Corrado. Questa esperienza è stata cruciale per me: ancora oggi penso al mondo scintillante dei prestigiatori come a una riserva importante di sogni, come a un teatro della leggerezza nel quale ci è possibile riposare la nostra anima sottraendola per un po’ alla logica del potere e del possesso, abbandonandoci allo spirito della gratuità come a un tappeto volante tessuto dalle fate”. Orbene, magia come afasia, abbandono, briglie sciolte dalla potenza della nominazione, collegamento fulmineo con l’archetipo del nostro Genius: leggerezza (non a caso “leggerezza” è la parola successiva, l’ultima della serie). A riguardo vi è un breve scritto di Giorgio Agamben, contenuto in Profanazioni (Nottetempo, 2005), che tratta proprio di “Magia e felicità”: “Benjamin ha detto una volta che la prima esperienza che il bambino ha del mondo non è che gli adulti sono più forti, ma la sua incapacità di magia” […] Ciò che possiamo raggiungere attraverso i nostri meriti e la nostra fatica non può, infatti, renderci veramente felici […] Per essere felici bisogna mettere dalla propria parte il genio nella bottiglia, tenersi in casa l’asino cacabaiocchi o la gallina dalle uova d’oro”. Lagazzi non accenna a tutto ciò? Non c’è da cogliere che un luminoso parallelo del sentire? Non vi è che da acquisire un fondamentale insegnamento? Quell’abbandonarsi allo spirito della gratuità è il Parsifal che sfinito entra nel non-luogo del Santo Graal, è “la creatura restituita all’inepresso”, ci dice Agamben: “La magia non è conoscenza dei nomi, ma gesto, smagamento dal nome […] Avere un nome è la colpa. La giustizia è senza nome, come la magia. Priva di nome, beata, la creatura bussa alla porta del paese dei maghi, che parlano solo coi gesti”.

Otto piccoli inchini, otto piccoli modi di respirare tra il prima e il dopo del reale.

Buona lettura.

 di Federica D’Amato

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“A UNA FORMA SORELLA”, di Giovanna Bemporad


Federica D’Amato consiglia “A una forma sorella”, di Giovanna Bemporad, tratto da Esercizi vecchi&nuovi, Luca Sossella editore, 2011. Con una breve nota di lettura.

 “Bisogna commuoversi continuamente. Senza che una scomposizione disgrazi la deità che la commozione chiude, dentro di noi, quel quieto riposare il sentimento del mondo. Composti almeno fino a quando non giunge lei, la forma sorella, il miracolo del sangue doppiato in un sembiante che muove dalle nostre stesse date. O da lei, la metafora che ci aiuta ancora a vivere nei radi momenti perfetti in cui nemmeno il sangue eguaglia la vera presenza d’una poesia.

 fd”

A una forma sorella (da una stampa cinese)

Non si svela il  mio astro che alle risa

dei tuoi occhi, azalea, forma sorella

splendente come giada, che ti specchi

nel ruscello di seta e il piede esiguo

come conchiglia d’ostrica vi immergi.

La gioia m’incorona, o il mio pensiero

sopra il filo translucido dei sogni

si distende e s’allevia come un cirro

se coi draghi di bronzo e i liocorni

dei tuoi capelli scherzo un po’ sdegnosa?

Strofina il fianco contro la tua spalla

la mia sete d’amore: grande bestia

che si allunga sul tuo collo e accarezza

la tua guancia con cadenza di sonno

con la marea della notte negli occhi.

Giovanna Bemporad

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UNA LETTURA DI FLOW, ENRICO PALANDRI, DI FEDERICA D’AMATO


Una lettura dell’ultimo gioiello di Enrico Palandri, Flow, Lorenzo Barbera Editore, 2011.

Ne proponiamo la lettura di Federica D’Amato.

Buona lettura!

FLOW

di Enrico Palandri

Barbera Editore – Collana Centocinquanta

2011, 86 pp, 12€

Una lettura

di Federica D’Amato

Questo libro si nutre di una scommessa archimedea, quella sulla trascendenza del linguaggio, quella sull’alterità costitutiva e salvifica del “grande aliseo” – per dirla alla Kafka -, il fondamento oscuro che regge l’ontocinesi dei nostri cuori attraverso la creazione. E’ un meta-flusso che ragiona con una prosa piana e cantata sul flusso dell’essere umano scrivendo, e come ogni autentico momento letterario invita il lettore ad un cambio di rotta, a respirare più veri, a ritornare sulle storie ascoltate da infanti, ripartire da lì. Sembra che Palandri abbia scritto Flow contemporaneamente in due modi: il primo sedendosi improvvisamente allo scrittoio e, liberatosi da qualsiasi pattume retorico e formale, si sia come sgravato del parto che è stata la sua vita di docente, scrittore in un consuntivo, quasi pavesiano, che è atto d’amore nei confronti di se stesso e della letteratura di tutti i tempi; il secondo modo è invece quello di un Palandri che scrive il flusso dall’inizio dei tempi, con una lentezza medioevale, dal principio delle proprie date sino a te, lettore, che sei lì per farle tue e tramandarle infinitamente attraverso le profondità che da te riuscirai a far zampillare. C’è una doppia pista, d’altronde “ogni scrittore e ogni lettore è infatti sia appartenenza al proprio tempo, passione, desiderio, volontà di esserci, che non appartenenza, e cioè fuga, nostalgia, dissidio, silenzio”.

In quattordici capitoli, compresa la Bibliografia che considero vero e proprio momento argomentativo, il dettato tange le direttrici principali che animano la corrente: la lingua come contatto con l’essere “Assomigliando a questo gesto sfioriamo un’essenza ineffabile della nostra umanità, ci avviciniamo a qualcosa che non si può dire, lo respiriamo”; l’opera d’arte come crisi della storia, in barba al nostro Occidente di storicismo imbevuto, che nel momento in cui appare sfugge alle coordinate spazio-tempo, fonda il mondo di cui è espressione, limite legge; la negatività, il non-tempo come luogo eletto in cui le storie si raccontano, terreno di fioritura di una tradizione; il rapporto tra storie e storia, narrazione e verisimile: perché le storie raccontate sono più importanti della verità? Perché la presuppongono, sono loro a crearla “Per tutta la vita ci avviciniamo a narrazioni che ci attraggono, ci aiutano a crescere e presto ce le lasciamo alle spalle portandone le tracce in un tempo parallelo al presente sotterraneo, che costituisce il tessuto di nuove narrazioni attraverso cui interpretiamo il mondo”; la politica come bavaglio critico del flusso, cui proteggersi con la frequentazione dei morti “la loro musica, le loro poesie. La loro vita […] che ci raggiunge senza costringerci a difenderci dal modo in cui si intreccia alla nostra. E sono i morti a difenderci dai critici”; l’importanza di riconoscere la voluta oscurità del mythos, la sua benefica imprendibilità da parte del logos perché “non sono le spiegazioni che restano con noi, ma le domande, o piuttosto qualcosa che resiste oltre le domande, nella sua irriducibile alterità”; la funzione importantissima del tenere a battesimo le parole propria degli scrittori che, nella loro ricerca semantica ci salvano dall’ambiguità tipica del linguaggio, “l’arbitrarietà del loro gesto linguistico ci salva”; e ancora il valore dello stile, le relazioni tra l’affettività personale e l’opera d’arte, i rapporti fra tipo, personaggio, individuo, la scelta della libertà della creazione, che articola meglio il suo contrario, la storia, l’orizzonte del presente che è il nostro giogo. I contenitori di queste riflessioni spesso palesano un nome: Leopardi, Calvino, Wittgeinstein, Huxley, mentre il resto va ricercato nella confessione bibliografica finale.

Flow di Enrico Palandri è un marcatore d’umanità, un grande libro sull’importanza della condivisione, un’etica limpida della letteratura. Un invito, finalmente, a danzare.

 fd

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, TERZA PARTE


Come promesso, ecco la terza parte dell’inedito taccuino di viaggio a Timor Est di LUCIANO TROISIO, in esclusiva per il blog delle Edizioni Noubs.

Buona lettura!

Il padre l’ascoltava in silenzio tenendo la testa alta e fissandola in viso.

A un certo punto ha estratto una specie di borsellino e io ho distolto lo sguardo.

Siccome in camera mi hanno fornito di tè e chicchere, e zucchero, e bicchieri col coperchietto anti insetti, e il tutto coperto da un candido tessuto tutto ricamato all’uncinetto, e ho non solo un frigorifero pieno di bottiglie, ma anche una di quelle damigiane di plastica celeste capovolta, fonte di acqua gelida e bollente, mi sono fatto un tè timorese, piuttosto buono. Sentivo dalla finestrella del bagno, dove una passera ha fatto il nido, che gli uccellini sono nati. Il loro verso è più simile allo zirlare di insetti. Poi sono uscito. È arrivata la macchina (una banale monovolume fatta a Singapore, colore blu, piuttosto maltenuta e impolverata. A bordo c’era una delle sorelle, che si chiama suor Carla, il Papua, e Giovanni Paolo, un bambino cioccolata di sei anni, trovato abbandonato a sette mesi e allevato dalle suore (è stato la prima persona che ho visto arrivando qui in taxi: è impossibile non notarlo, sia per la sua bellezza sia per il fatto che ha i capelli neri per i primi centimetri, ma poi biondi. Ho pensato che l’avessero ossigenato per fargli fare la parte di angioletto. Invece la suora mi ha detto che il biondo è naturale; sarà figlio di un bianco dell’ONU. Ogni volta che mi vede viene ad abbracciarmi, mi tiene prigioniero, è vivace e simpaticissimo, fa la seconda. Spero che sia anche intelligente. Tutti lo coccolano, è l’unico maschietto del collegio, che è femminile e conta 84 studentesse delle superiori. Devo cercare di aiutarlo.

Siamo partiti per andare dal fotografo, incerti se avremmo avuto subito le foto o se bisognava tornare il giorno dopo. Avevamo già percorso il viale d’uscita quando il Papua si è fermato, ha cominciato a gridare, ha fatto marcia indietro, ha caricato un altro connazionale più atletico, suo  amico, di cui non sentivo la mancanza. (Continua…)

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, seconda parte


Pubblichiamo la seconda parte del diario di viaggio del grande LUCIANO TROISIO, a Timor Est.

Seguiranno ulteriori appuntamenti… Seguiteci e buona lettura!

 

Dili, 18 luglio 2011

 Stamattina la madre superiora mi ha dato un passaggio fino in centro, piuttosto vicino. È scesa a un palazzo amministrativo, ridipinto da poco e ha ordinato al conducente di accompagnarmi prima all’ufficio della compagnia Merpati, poi all’Ambasciata Indonesiana. Prima, per errore siamo finiti in un altro ufficio, l’autista mi ha seguito, come se non sapessi spiegarmi. Già questo mi ha dato fastidio: un banale di 25 anni disoccupato che fa l’autista per le suore. Forse un buon posto. Le suore cercano di aiutare gli emarginati e così si vedono nel loro terreno ortolani spastici, inservienti emiplegici, povere minorate mentali, come all’Università di Padova (che li assume per legge). Da lì ci hanno gentilmente dirottato alla Merpati (l’autista da solo non c’era arrivato). Mi ha seguito anche qui. L’impiegato, di pelle molto più chiara, è stato rapido e cortese. Gli ho chiesto gentilmente di anticipare la data del rientro a Bali (dovevo rientrare il 16 agosto, ma avendo capito da subito l’antifona, ho deciso di battermela immediatamente da questa ciudadedapaz. D’altra parte arrivando dal paradiso, non è possibile non avvertire la desolante sensazione di Waste Land, Finisterre, più prosaicamente Kulodelmondo). Mi ha chiesto: per quando? Ho detto per la prima data più economica (il prezzo del volo varia inspiegabilmente di molto a seconda dei giorni della settimana). Avevo già tentato lo spostamento di un giorno a Bali, cosa che mi avrebbe permesso di evitare la sanzione per chi esce dall’Indonesia con un giorno di ritardo sul visto. Ma la modifica costava la bellèzza di 138 dollari, che per me che pago di tasca mia, sono parecchi. Qui ho pagato solo 20 dollari di fine e ho ottenuto l’ok per il 25 luglio. Il conducente, seduto alle mie costole, ha approfittato per prenotare in tètun stretto, un volo per Londra (?).

Da lì siamo andati all’ambasciata. Per non far attendere la madre superiora ho detto al conducente che andasse subito a raggiungerla, che sarei tornato in taxi.

 Tra il pubblico in attesa c’erano due ragazzi bianchi (uno, indimenticabile, aveva sul retro del ginocchio tatuato apple a sinistra e pie a destra. Quando si è girato ho visto che le intere gambe e le cosce erano fittamente ricoperte del simbolo del dollaro $ in tutte le grandezze possibili. Il resto era tutta povera gente autoctona che chiedeva il visto per l’Indonesia: media statura, giovani, disperati, donne magre, bruttine, dalle guance scavate (certo non prostitute). Non c’era nessuno di bello. (So per esperienza, anche come vittima diretta di borsaioli, che da fine luglio a fine agosto, da tutto l’arcipelago si riversano a Bali prostitute, ladri, travestiti, che vanno a “fare la stagione”, sempre assai redditizia. Ma escludo che provengano da Timor Leste: questi vanno per lavorare).

 [Fino a 15.000 anni fa le popolazioni di tutta l’area del Sudest asiatico erano di tipo australoide. 5.000 anni fa ebbe inizio una migrazione di popoli dal nord, di pelle chiara, di razza mongolica, che ebbe il sopravvento, e col passare dei millenni si fuse con le popolazioni residenti, oppure le ricacciò nelle zone peggiori, sulle montagne, all’interno rispetto alle coste.

Esistono ancora minoranze di Negritos nelle Filippine, nella Penisola Malese, nelle isole Andamane: popolazioni di bassa statura, nere di pelle, molto simili ai Pigmei (forse tutti i primi ominidi erano neri, alti circa un metro e venti? Poi alcuni sono impalliditi e lentamente cresciuti fino al metro e sessanta di media). Il colore della pelle è uno dei misteri ancora poco spiegabili; la quantità di melanina è sempre la stessa, nei bianchi e nei neri. I neri non ne hanno di più, ma ce l’hanno tutta disposta sulla pelle. Tant’è vero che i bambini neri alla nascita sono chiari, e si scuriscono in pochi giorni. Non c’è una vera univoca spiegazione: forse raggi assai nocivi e mortali hanno in un lontano passato provocato una forte “tintarella”, nel senso che la melanina è affiorata disponendosi tutta sull’epidermide, come difesa da radiazioni mortali, che potrebbero avere sterminato varie volte gran parte della popolazione umana, salvando quella più scura, che aveva più resistito alle radiazioni, e si era meglio adattata.]

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, Prima parte


Pubblichiamo la prima parte del diario di viaggio del grande LUCIANO TROISIO, a Timor Est.

Seguiranno altre tre appuntamenti…

Buona lettura!

Luciano Troisio, patavino, ha insegnato nelle Università di
Padova, Pechino, Shanghai, Bratislava, Lubiana; visiting a
Tokyo e Melbourne. Autore di varie pubblicazioni scientifiche
e sperimentali. Globetrotter, poeta e giornalista, dal 1975 ha
bighellonato in Asia realizzando diari e reportage.
Opere recenti: Tirtagangga e varie sorgenti, Marsilio,
Venezia, 1999; Viaggio a Ko Ciang, ilverri, Milano, 2001;
Nuvole di drago, La Battana, Fiume, 2003; Parnaso d’oriente,
Marsilio, Venezia, 2004; La ladra di pannocchie, Manni,
Lecce, 2004; Folia sine nomine secunda (con Cesare Ruffato),
Marsilio, Venezia, 2005; Oriental Parnassus, (translated by
Luigi Bonaffini), Legas, New York, 2006; Appunti vacanzieri,
La Battana, Fiume, 2006; Strawberry-stop, LietoColle,
Faloppio, 2008.
Non ha mai vinto nulla.
E’ socio del P.E.N. Club Italiano e membro del Perama Club
di Bali.

Fulvio Tomizza ha scritto un libro intitolato: Dove tornare.    Ispirandomi a lui potrei intitolare queste note: Dove non tornare.

Il paese è piccolo e dai molti nomi: Timor Timur, Timor Est, Este, Leste. In lingua Tètun, che è quella parlata da sempre dai timoresi (e ignorata dai portoghesi): Timor Lerosa’e.
Il lemma Timur, già citato da Pigafetta, significa in malese: Est.

Se dovessi cominciare a scrivere su Timor inizierei da quella volta che lessi sul sito del MAE che c’erano disordini, che bisognava evitare i luoghi affollati e soprattutto che c’erano diverse malattie infettive a cominciare dal dengue (trasmessa da zanzare), di cui esistono tre ceppi, e beccato uno non è detto che non si possano prendere anche gli altri due. Particolare grave: c’erano più di cento casi mortali. Frenato di molto nel mio desiderio di visitare il paese, notai che il Consolato (onorario) d’Italia cui eventualmente fare riferimento, era in realtà quello di Bali. L’unico indirizzo fornito a Dili era quello delle Suore Canossiane di Becora (quartiere della capitale).

Una volta, prima del terrorismo islamico, era più agevole viaggiare in Asia. Molti stati concedevano on arrival un visto gratuito per tre mesi. Ora le cose sono cambiate: esclusi i paesi dove nessuno vuole restare più di due giorni (come ad es: Hong Kong o Singapore), i visti sono per 30 giorni e a pagamento. Ottenere un’extension si può, sempre pagando, e perdendo molto tempo. Se c’è, meglio affidarsi a un’agenzia; ancora meglio ad amici, specie in paesi corrotti. (L’Indonesia ha il primato mondiale e quindi il problema non dovrebbe nemmeno esistere).
Da Bali si può volare a Timor Leste (nome ufficiale del nuovo stato, indipendente dal 2003) in due ore. Il costo non è eccessivo. Ci si può trattenere 30 giorni. Non c’è nulla da vedere di culturale in senso stretto. Per le bellezze naturali, non eccessive, bisogna spostarsi con ambigui autobus che partono alle 5-6 del mattino. Non esiste il concetto di puntualità.
Il paese è stato distrutto ben cinque volte durante il Secolo Breve. (L’unica testimone e memoria storica che ha vissuto tutte e cinque le distruzioni era la canossiana Suor Erminia Cazzaniga, originaria di Vimercate; nel 1999 fu barbaramente assassinata assieme ad altri sei religiosi, da timoresi che indossavano uniformi indonesiane). Di tutto quel poco che hanno costruito i Portoghesi in 450 anni, pare sia rimasta solo una chiesa di S. Antonio a Mataia, e l’attuale palazzo del governo a Dili, la capitale.

Prima di partire dall’Italia consultai nuovamente il sito del MAE. Non c’era più traccia di dengue, di disordini. Stetti un mese a Bali, tra Legian, Ubud e Sanur. Tutti bei luoghi più o meno affollati. Nessun italiano. L’amico Sama, alla mia domanda: è meglio andare all’aeroporto da Kuta (avevo sempre speso 25.000 rupie) o da Sanur, mi assicurò che era meglio da Sanur, tutta autostrada (infatti spesi 88.000 rupie…). Bali è un paradiso dove il traffico somiglia a quello di Mestre prima del passante. Fatti bene i conti, andare alla misteriosa Timor Est mi avrebbe anche permesso di evitare le folle europee in agosto e risolto i problemi di extension. (Non fu così, ma descrivo in altra sede il martirio delle quattro visite all’ambasciata indonesiana di Dili, senza ottenere nulla. NB: l’amministrazione pubblica indonesiana è totalmente islamica e non ha nulla a che vedere con Bali, la gentile Insula Deorum interamente indù).
La compagnia interna Merpati parte dal settore domestic, come se Timor fosse parte dell’Indonesia, che la invase per 24 anni. Aereo abbastanza grosso, pieno, servizio miserevole, passeggeri quasi esclusivamente indigeni; accanto a me un australiano che in due ore mi dipinse un quadro a tinte fosche: Timor è poverissima, i prezzi sono altissimi, non c’è nulla, esporta solo caffè e deve importare tutto. Produrre qualcosa costa molto di più che acquistarla, per es. dall’Indonesia. I turisti sono circa 7.000 l’anno.
C’era anche un sussiegoso diplomatico con la giacchetta nera d’ordinanza (ormai li riconosco da lontano) e una donna brutta di età indefinibile tra i 25 e i 50, mandata dall’Università di Coimbra per dimostrare che i Portoghesi non erano stati dei clamorosi figliendrocchia abbandonando a se stessa la colonia, ben sapendo che sarebbe stata aggredita dall’Indonesia.

All’arrivo notai subito che la polizia era formata da bei giovanotti, anche bianchi, in eleganti divise griffate, come se si girasse un film.
In Asia la polizia è formata dai soliti poveracci, spesso trasandati, provenienti dalle aree più disgraziate del paese. Questi invece avevano un non so che di allegro, disteso, sorridente. Mi accorsi quasi subito che si trattava di truppe dell’ONU di molte nazionalità diverse. Chiesi a un nero se fosse americano -ma non ci sono americani tra le 143 (?) nazionalità presenti-, era di un paese africano; poi notai le bandiere sul braccio: soprattutto Turchia, Portogallo, Australia, Malesia.

A Timor non esiste nulla di nulla, non una cartina del paese, nessuna guida turistica né una mappa della capitale Dili (sarà proibito dall’ONU per sottili strategie militari?) né un elenco degli alberghi, insomma lo sparuto turista viene lasciato in balia dei tassisti, che negli aeroporti notoriamente sono una razza schifosa in tutto il mondo. Sembra una farsa, ma non esiste nemmeno una moneta: il paese usa i dollari americani. E ha coniato solo i centavos, anche il 25 cents. come il quarto di dollaro. Il tassista mi portò su mia richiesta al Timor Hotel dove la sola camera costava da 150 a 500 dollari al giorno (più tutti gli extra a pagamento, anche internet). Prendendo la pessima venivo a spendere 3.500 dollari, ma ne avevo solo 1500.

Scoprii presto a mie spese che non esistevano indirizzi precisi, né numeri civici. Cambiai tre o quattro tassisti finti ignoranti e ladroni, vidi stamberghe umilianti, finalmente arrivai all’Hotel Sebastiao da Costa, nell’omonima strada: uno squallore di stanzetta che aveva però A/C e televisione. L’acqua, solo fredda, era marrone come il fango degli astrattisti psicotici a Venezia.

Qui la gente è assai diversa dagli indonesiani; sembra che ci siano due o tre etnie (in realtà la nazione è linguisticamente divisa  in 16 dialetti-lingue). Quelli che non hanno anche sangue portoghese tendono ad assomigliare più agli Australiani o ai Papua. La Papuasia si trova molto a nord rispetto a Timor, mentre l’Australia è a un tiro di schioppo, circa 500 km. Nell’albergo i gestori erano una donna bruttissima vestita all’europea, un uomo grasso molto molto fine e un ragazzo dai capelli ossigenati lunghi legati in tante treccine. Lavora in Australia. Al momento non c’era nessun asciugamano asciutto. Essendo esausto accettai di dormire lì, tenendo conto che avevo già visitato tre alberghi, di cui due diroccati e infestati da erbacce, dove nessuno sapeva nulla di nulla. Avevo acquistato, alla libreria Periplus di Ubud, l’unica guida esistente, precedente all’indipendenza del Paese, che s’intitola: East of  Bali e parla di tutte le Piccole Isole della Sonda, dedicando a Timor Est qualche pagina colma di inesattezze. Quegli alberghi erano consigliati e la studiosa portoghese si era degnata di informarmi che i pochi altri nominati in realtà erano stati chiusi o completamene ristrutturati e inavvicinabili per chi paga in contanti di tasca sua e non viene rimborsato da nessuna allegra fondazione.
Era già pomeriggio inoltrato, e in una capitale è meglio sistemarsi subito prima che arrivi il buio, popolato di miti lestofanti, nonostante le molte truppe Onu. Pensai di andare subito a salutare le suore canossiane. Il grasso molto fine fu molto gentile e mi procurò subito l’indirizzo delle suore (che però nella capitale hanno ben quattro sedi diverse). Indovinai quella dove si trovava l’unica italiana: suor Maria. Fui ricevuto molto gentilmente da una sorella timorese che parlava italiano (studiano tutte a Roma due anni). Mentre aspettavo in un salottino, una bambina vestita di rosa venne a baciarmi la mano. Nel salottino c’era una donna dall’aspetto assai malandato.
Ecco suor Maria, anziana, magra leggermente accartocciata. È di Brescia, parla con un simpatico forte accento. Mi accoglie con grande cordialità. Reco i saluti delle canossiane di Padova; mi dice subito che non si conoscono perché si tratta di una “diversa Provincia”. (La casa madre si trova in provincia di Verona. La fondatrice è Santa Maddalena, marchesa di Canossa). Chiedo se per caso hanno un collegio o una foresteria. Mi risponde che forse la superiora potrà aiutarmi, e in ogni caso subito generosamente mi invita ad andare a mangiare da loro. Devo aspettarla perché è impegnata in una riunione. Intanto la suora vuole offrirmi una bibita, mi fa accomodare in un altro attiguo salottino/parlatorio e sta per andare a ordinare, ma torna indietro e chiede alla donna in lingua tètun che cosa vuole. Si gira verso di me e dice: -tutti chiedono aiuto, non hanno da mangiare, ma noi non abbiamo niente, al massimo possiamo dare un po’ di riso.-  Estraggo una banconota e la porgo di nascosto alla suora. Gliela dia lei. Consegna la banconota e dice che l’ho data io. Poi sparisce.
Mi siedo nel modesto salottino dove tutto è semplice, ordinato, ornato di centrini di pizzo immacolato (li fanno loro). Dopo un minuto si presenta un uomo scapigliato male in arnese e mi bacia la mano, poi la bambina rosa; mi schermisco e le faccio una carezza, poi la madre quasi piangente. Un enorme imbarazzo. Torna suor Maria, arriva un’altra sorella, scalza, molto giovane con un vassoio di lattine, acqua e una torta che fanno loro. Assaggio una fettina e bevo acqua.  Intanto arriva la superiora: madre Guglielmina (ma andrebbe scritto all’olandese) una donna solida, forse nemmeno cinquantenne, che trasmette un’idea di grande autorevolezza. Parla un discreto italiano. Parla poco. Dice che può ospitarmi, ma non lì, bensì nel collegio femminile a Balìde (altro quartiere di Dili) vicino alle colline. Chiedo se c’è l’acqua calda. Non c’è, ma a richiesta possono fornirne delle secchie. Chiedo quanto costa la stanza e mi risponde che me lo dirà l’indomani.
Capisco che non devo trattenermi, saluto e me ne vado dopo aver fermato un tassì che stavolta mi chiede pochissimo. Al Sebastiao guardo un po’ una miserevole tv, dormo discretamente. Non oso lavarmi con quell’acqua fangosa. Il giorno dopo mi alzo tardi, non riesco a trovare un buco per bere un caffè. Trascino i bagagli (a rotelle) fino a una strada principale di questa capitale che sembra un paese. Prendo un tassì. L’appuntamento è per mezzogiorno e certo non oso arrivare in anticipo. Il tassista sembra intimidito dall’indirizzo, è un ragazzone scuro, con tanti capelli; sul cruscotto c’è un incavo dove tiene i dollari appallottolati uno a uno. Non ho mai visto dollari così malmessi, quasi neri da verdi che erano. Arriviamo al cancello, entriamo: c’è una stradina in leggera salita. Scarichiamo i bagagli. Nel grande cortile ci sono molte ragazze che fanno pulizia. Una suorina mi riceve, dice che le superiora è in ritardo, mi fa accomodare in una stanza all’ingresso. Intanto arriva un bellissimo bambinetto scuro dai capelli biondi. Mi bacia la mano e mi abbraccia molto forte, mi tiene abbracciato prigioniero anche quando mi metto seduto. Penso che l’avranno ossigenato per fargli fare l’angioletto.
Arriva la superiora, mi fa vedere la stanza che si trova a pianoterra di un’ala dell’edificio centrale. La stanza è in perfetto ordine, il lettino alquanto ristretto risulterà scomodo, aria condizionata, frigorifero pieno di bottiglie d’acqua, distributore di acqua fredda e bollente, ciabatta con varie prese, scritte di benvenuto, scrivania, corredo di tazze per il the (timorese). Il bagno ha un armadietto colmo di saponette varie, shampoo ecc. Ce ne sono col prezzo in rupie: centomila, cioè circa 11 dollari, c’è anche l’anitra per il water (che essendo indonesiana reca la scritta bebèk, anitra appunto). E poi ventosa, scopino, non manca nulla, un corredo completo. Noto sulla destra un grande mastello di plastica azzurra colmo d’acqua purissima. Penso che sia il solito sistema del sud che non sa dell’esistenza dello sciacquone, (ma qui c’è un normale water). Noto varie bacinelle, di varia capacità, segnale inquietante… Quando apro il rubinetto del lavabo (se posso mi lavo le mani circa ogni mezzora) cominciano i dolori, perché mi resta in mano e scopro che sotto non c’è nessuna canna. Torno dalla madre, mi dice che non mi preoccupi, che avrò tutta l’acqua che voglio e infatti arrivano subito due ragazze con grandi secchie. Durante la colazione la suora mi spiega che tutto l’impianto è fuori uso, che ci vogliono 500.000 dollari per ristrutturare e loro non li hanno. Quindi tutto il collegio da anni è rifornito d’acqua, devo dire molto pulita e cristallina, a secchie e taniche.
Tralascio altri particolari sulle mie fredde abluzioni timoresi.

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NOUBS EDITORE “EAP”? NO, GRAZIE.


Siamo alle solite, le solite dinamiche dell’italietta alla quale (ci) siamo condannati. Questa volta nel mirino dell’informazione corriva e infamante è capitata proprio la Noubs. Vi spieghiamo brevemente cosa è accaduto.

Tutto parte (ahinoi) ancora una volta da Facebook. Accediamo al nostro account, apriamo la posta e troviamo un messaggio di un certo Riccardo Barbagallo, collaboratore dell’interessante spazio “Gli amanti dei libri“; Riccardo prima ci offre visibilità gratuita sul suo sito per il nostro concorso Calendiario, poi ritira tutto per incompatibilità, dicendo che la loro è una politica “NO-EAP”. Noi, da perfetti ignoranti, crediamo che l’eap sia un formaggio sintetico, chiediamo così spiegazioni a Riccardo che risponde:

“Nel sito di Michela Murgia siete segnalati come doppio binario:

http://www.michelamurgia.com/di-cultura/libri/lista-eap-e-a-doppio-binario”

E’ proprio il caso di dire “APRITI CIELO”.

Da una breve ricognizione scopriamo di essere presenti nientepopodimeno che sul sito di Loredana lipperini, al seguente link:

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/12/12/ah-la-mia-lista-doman-mattina/

e comprendiamo che tutto è partito da qui, per mano di Linda Racca:

http://www.writersdream.org/forum/index.php?app=ccs

Con l’intento di non minacciare nessuno, ma certamente di far valere i nostri diritti di CASA EDITRICE LESA DA INFORMAZIONI NON CORRISPONDENTI AL VERO, scriviamo alla signora Lipperini, a Michela Murgia e al team di Writerdream.

I desolanti e amarissimi risultati sono questi:

1) Loredana Lipperini (con acida superficialità) risponde che appena verificata come certa la scorrettezza delle sue fonti, toglierà il nostro nome dalla lista;

2) Daniele Pinna, dell’agenzia Kalama per conto della Murgia, ci risponde – con grande disponibilità – più o meno con le stesse parole della Lipperini;

3) Quelli di WD, fonte dell’infamia, proprio non rispondono.

Ora, al di là del fatto che quella lista non è stata ancora corretta, non abbiamo ricevuto UNA, DICIAMO UNA SCUSA DA NESSUNO DI LORO.

Queste le nostre considerazioni:

1) Ci pare assurdo che personaggi dallo spessore culturale come quello di Loredana Lipperini o Michela Murgia riportino, senza VERIFICHE E CERTIFICAZIONI, INFORMAZIONI (ALMENO IN PARTE) FALSE E INFAMANTI, per quanto i ragazzi di Writer’s dream siano bravi e appassionati;

2) Ci pare assurdo che nessuno ci abbia mai contattato per verificare il nostro essere EAP o meno: si vuole fare informazione PULITA E RESPONABILE O SI HA SOLO BISOGNO DI PUBBLICITA’?

3) Ci pare assurdo che mentre DEBBANO ESSERE CHIARAMENTE LEGGIBILI I NOMI DI CHI FA EDITORIA A DOPPIA PISTA, CIO’ NON VALGA PER CHI DENUNCIA L’ESECRABILE PRATICA: NESSUNO DEI SIGNORI/E SUCCITATI, INFATTI, CI HA VOLUTO DIRE CHI ABBIA MESSO IN GIRO TALI CAZZATE SULLA NOUBS. UN CASO?

Siamo giunti alla conclusione che qualcuno vuole screditarci: un editore concorrente? Un autore respinto? Un autore che non abbiamo “curato” a dovere? Qualche cretino (e ce ne sono tanti in Abruzzo) che al posto di andare a zappare la terra, si ostina ad atteggiarsi scrittore?

Speriamo vivamente di essere cancellati da quelle liste quanto prima; speriamo vivamente che l’autore di tali menzogne esca allo scoperto; speriamo vivamente che le persone coinvolte nell’incidente rinsaviscano rendendosi conto di cosa sia UNA CORRETTA INFORMAZIONE. Speriamo vivamente che gli scrittori facciano gli scrittori, i giornalisti i giornalisti e gli editori gli editori.

Infine, ci scusiamo sentitamente con i nostri autori, forse i soggetti più colpiti da tali cretinerie.

Generosi e adorabili stanno inviando lettere aperte a testimonianza della gratuità e passione del lavoro svolto dalla casa editrice Noubs.

 

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LABORATORIO DI SCRITTURA A PESCARA A CURA DI BARBARA DI GREGORIO


Le Edizioni Noubs vi consigliano di partecipare al laboratorio di scrittura che si terrà a partire dal 7 Febbraio al Book Cafè Primo Moroni, via Quarto dei Mille n°29 Pescara, tenuto dalla scrittrice BARBARA DI GREGORIO, autrice di punta della nostra regione – ed una delle esordienti italiane di maggior talento – che lo scorso anno ha stregato tutti con il suo Le giostre sono per gli scemi, Rizzoli 2011. Ricordiamo che, tra i molti premi, la Di Gregorio si è aggiudicata il Premio De Lollis 2011 per il miglior esordio letterario.

Noi che siam soliti diffidare dai cosiddetti “corsi”, “laboratori”, “scuole” di scrittura (per ovvi motivi), in tal caso non possiamo che promuovere la competenza di chi sa scrivere davvero, e magari può farvi sul serio “uscire allo scoperto”…

“Book Caffè Primo Moroni

Via Quarto dei Mille 29 – Pescara

E’ nel vastissimo mondo delle riviste letterarie online, che editor e scout di molte case editrici vanno a pescare sempre più spesso nuovi talenti da coltivare: essere presi in considerazione non è facile, certo, ma le possibilità aumentano inviando un racconto breve che sia veloce da leggere e immediato da valutare.

Il laboratorio si concentrerà sulla produzione di testi che non superino le 5.000 battute.

I laboratori sono curati da BARBARA DI GREGORIO, giovane autrice locale emergente che ha recentemente pubblicato il suo primo romanzo per Rizzoli “Le giostre sono per gli scemi”.

“Non mi accontenterò di aiutarvi a scriverli, non vi permetterò di chiuderli dentro a un cassetto cullandovi nell’idea di essere grandi autori incompresi: voglio aiutarvi a uscire allo scoperto, invece, ragionando su ogni testo per capire a chi possa essere proposto per la pubblicazione su web.

Non vi chiedo altro che di portarmi un’idea e il coraggio di lavorarci insieme finché sarà un buon racconto: un racconto che potrebbe diventare davvero il vostro biglietto da visita come aspiranti scrittori.

Non avete un’idea precisa, ma solo materiale che non vi ha mai soddisfatto? Appena iscritti, meglio se  prima  dell’inizio del  laboratorio,  speditene  un

estratto (5-6.000 battute)  a brbrdigregorio@gmail.com: farò del mio meglio per aiutarvi a scovare il buono che c’è.” Barbara Di Gregorio

Ciclo di 8 incontri – h 18.30/20.00

martedì 24 gennaio

mercoledì 1 febbraio

martedì 7 febbraio

mercoledì 15 febbraio

martedì 21 febbraio

mercoledì 29 febbraio

martedì 6 marzo

mercoledì 14 marzo

Costi: € 80,00 soci / € 90,00 non soci

Il laboratorio prevede l’iscrizione obbligatoria.

Il laboratorio sarà attivato con un minimo di 15 e un massimo di 20 iscritti

Info e iscrizioni: 085.4429521 – movimentazioni_pe@email.it”

fonte: http://www.libreriaprimomoroni.org/?p=1384

 

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INTERVISTA INEDITA ALLA NON-FUNEREA BENEDETTA PALMIERI…


Federica D’Amato molesta BENEDETTA PALMIERI, giornalista e scrittrice, ormai seguitissima dal grande pubblico attraverso i suoi FUNERACCONTI, Feltrinelli 2011 (ospite lo scorso anno del Festival delle Letterature dell’Adriatico, Pescara).

C’è da dire che la signorina Palmieri è una persona così gentile e graziosa ché non solo ha resistito all’ormai famosa petulanza della D’Amato, ma ci ha praticamente onorati della sua presenza. Non è forse presenza, infatti, quella che scaturisce dalla partecipazione totale di una risposta ad una domanda? Per casa Noubs sì.

Speriamo che questa intervista vi faccia scoprire, se non la conoscete, una penna di valore, o che vi permetta di approfondire la lettura di un talento che ha da dare molto alla nostra letteratura.

Grazie Benedetta, di cuore.

“SCRIVERE PER RILEGGERSI E’ BELLEZZA”

intervista a Benedetta Palmieri

riproduzione riservata all’utilizzo esclusivo dell’autrice e della casa editrice

  1. Benedetta, i suoi Funeracconti (Feltrinelli, 2011) sono una collezione di intelligenza. Ritengo sia intelligente, infatti chi oggidì si confronti con il tabù certo non della morte, ma del suo più buio e complicato rovescio: la vita. Quale “rovescio” dell’enigmatica medaglia ha mosso la sua penna?

Innanzitutto voglio ringraziarla per la definizione lusinghiera: “collezione di intelligenza” non è poco. Per quanto riguarda la scelta del tema, però, non so se sia stata una questione di intelligenza; certamente lo è stata di istinto, o di inevitabilità. Credo che in me le due facce della medaglia siano una sola, che le mescola. Non sono mai riuscita a vivere senza che il pensiero del morire mi accompagnasse, e allo stesso modo non sono mai riuscita ad aver paura di morire senza interrogarmi sulla qualità della mia vita. Meglio: sulla sua identità; la qualità presuppone un giudizio che mi sembra troppo complesso dare, ma la sua identità è importante. È importante domandarci che storia desideriamo, che storia possiamo costruirci, e che posto vogliamo dare a ciò che ci mettiamo dentro.

Tra le altre cose, mi sono chiesta spesso se dovessi lanciarmi nella vita o prepararmi per lei – se anche un po’ di sane incoscienza e approssimazione fossero salutari, propedeutiche addirittura, al vivere; o se piuttosto dovessi aspettare di essere pronta – preparata, cresciuta, adatta – anche per il più piccolo dei passi (rischiando l’immobilismo). L’oscillare tra queste due posizioni e il tentativo di tenerne solo una non hanno potuto fare a meno di misurarsi costantemente con il parametro assoluto: la consapevolezza che a un certo momento (imprevedibile) della mia vita sarei morta. Questo coacervo di sentimenti emozioni e paure, di slanci impetuosi nel vivere e di frenate, si è trasformato nella voglia di domandarmi cosa pensassi anche attraverso la scrittura.

  1. Ho sempre associato la parola “partenopeo” alla filosofia, ovvero ai concetti di ironia e wit, direbbero i britannici. I suoi racconti, sì come le precedenti prove – penso a Un due Tre stella (Pironti 2009) – hanno confermato le mie associazioni, arricchendole di un valore aggiunto che credo sia caratteristico della sua scrittura: la levità. È in grado di circoscrivere una descrizione del suo dettato narrativo?

In verità no, non credo di esserne in grado. Però provo a individuarne uno auspicabile. E partirei dal fatto che ironia, wit, levità vorrei che a quel dettato appartenessero. Sono qualità che mi interessano. Forse, più di tutte tra le tre, la levità; che mi piacerebbe, però, chiaramente retta dalla sostanza. Insomma, non so se sia la formula più giusta, ma amo l’idea che i contenuti abbiano un peso senza che la loro forma sia necessariamente pesante – e per forma intendo sia lo stile sia l’animo con cui ci si dispone ad affrontarli.

Conoscendone, e vivendone quotidianamente, sfumature e contraddizioni (e avendola molto a cuore), faccio sempre fatica a inquadrare Napoli in caratteristiche fisse. Però è vero che ce ne sono di riconoscibili e ricorrenti; e tra queste una che mi piace molto (e che dunque vorrei mi appartenesse) è la capacità di sintesi. Una sintesi concettuale che per me trova la sua espressione perfetta nel dialetto napoletano. Anzi, mi sembrano così visceralmente legati, che a volte mi diverte immaginare che il dialetto non sia funzionale a rendere la sintesi, ma ne sia addirittura l’ispiratore.

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Valentina Faricelli ci segnala NADINE LABAKI…


Ormai la cara amica Valentina Faricelli, giornalista di politica e critica sociale per formazione, amante delle belle arti per vocazione, ha preso davvero sul serio la richiesta di aiutarci nell’allestimento di questo spazio virtuale. Questa volta ci segnala un articolo tratto dal Cinematografo.it su NADINE LABAKI ed il suo nuovo film, Et maintenant on va où? Uscito nelle sale Venerdì 20 Gennaio.

A voi l’articolo, a voi una buona lettura!

 

VALENTINA FARICELLI

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Su LA LETTURA di Federica D’Amato


Abbiamo fatto un spinosa domanda a Federica D’Amato e lei spinosamente ci ha risposto. Buona lettura!

“E purtroppo il nuovo inserto domenicale del Corriere della Sera, La Lettura, non mi convince fino in fondo. Leggerlo infastidisce un po’ il mio cuore, in esso insinua la bruciante certezza che l’Italia al solito sia quell’immensa prova di provincialismo dalla quale la nostra generazione di scrittori, critici, intellettuali non riuscirà mai a riscattarsi.

Innanzi tutto in questo club domenicale appaiono sempre gli stessi nomi. Per “stessi nomi” intendo coloro che seminano presenze (e spesso parole inutili) ovunque; la ricorrenza è così pressante che ad un certo punto inizi a sentire il rombo delle scuderie, fazioni, baronati editorial-letterari che fanno baccano dietro le quinte. Ciò, sinceramente, annoia, soprattutto perché i nomi in quistione non sono niente di speciale. Almeno per me, intendiamoci.

Mi rendo conto che il bisogno di lavorare sia molto, ma è probabile che non tutti, proprio tutti, debbano lavorare nell’industria culturale? Produrre significati inquinati, sintatticamente scorretti, logicamente confusi è pericoloso, eppure nessuno vuole capirlo (o no?).

La Lettura promuove la lettura e invece non fa altro che scoraggiarla: semplicemente è un inserto troppo lungo che cerca di parlare dell’intero fenomenico culturale italiano (e non solo), con risultati purtroppo a volte deludenti.

La Lettura forse vorrebbe modellarsi sull’exemplum del seriniano Satisfiction? Possibile? Purtoppo l’associazione mentale è inevitabile; scrivo “purtroppo” perché è triste sapere che in Italia oggidì vi sia un solo collettore di intelligenze critiche e letterarie, Satisfiction appunto, con quello stile anti-accademico ma serissimo, profondissimo al quale spontaneamente tendo a legarmi.

Essendo per convinta scelta fuori dai molti “giri” che animano attualmente l’egemonia sottoculturale (w Panarari) italiana, è possibile che io abbia scritto nella presente nota numerose corbellerie e forse offeso qualcuno: chiedo scusa in anticipo. Ma questa è la mia risposta alla vostra domanda.

Il mio problema è sempre stato quello di preferire lo studio e la lettura a qualsiasi mistificatorio invito a compierli questi atti rivoluzionari – se genuinamente condotti.

Sono tipo da Domenica Sole24ore, non me ne vogliate.”

fd

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INTERVISTA INEDITA A QUEL GENIACCIO DI GIOVANNI DI IACOVO!


Vi proponiamo in esclusiva per Casa Noubs un’intervista inedita ad uno dei più talentuosi, nonché geniali, scrittori abruzzesi, GIOVANNI DI IACOVO.L’intervista è a cura del direttore editoriale Noubs, Massimo Pamio.

Buona lettura!

INTERVISTA A GIOVANNI DI IACOVO: “I VERI SCRITTORI VIVONO NELLE FERITE DELLA REALTA'”

Giovanni Di Iacovo (Londra, 1978) ha esordito con il volume Sporco al Sole-Racconti del Sud Estremo (Besa-Book Bros, 1998) poi con 11 Under 30 (Castelvecchi, 2000), fino al pluripremiato romanzo Sushi Bar Sarajevo (Palomar, 2006) e ad un volume di “cover” di fiabe famose in versione pulp dal titolo E morirono tutti felici e contenti (Neo Edizioni, 2009).

Vincitore della sezione letteratura della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo (Sarajevo, 2001), del Premio Teramo 2006 e del Premio Sassari 2011, è da dieci anni direttore del Festival delle Letterature dell’Adriatico, è Consigliere comunale di Pescara e collabora con la locale cattedra universitaria di Letteratura italiana contemporanea. Alcuni suoi racconti sono stati messi in scena nello spettacolo Viaggio nelle Metropolis insieme a Stefano Benni e David Riondino. È pronto il suo nuovo romanzo che uscirà nel 2012.

-Giovanni Di Iacovo è l’autore di “Sushi Bar Sarajevo” che è stato uno dei migliori esordi narrativi degli ultimi dieci anni, un romanzo straordinario. Giovanni che cosa è cambiato da allora?

Molte cose sono cambiate, perchè per me scrivere è un percorso. In generale, credo che in tutte le attività la cosa che conta è quello che scopri nel cambiamento, lungo il tragitto, più che il raggiungimento o meno della meta. In questo modo, infatti, mandare uomini sulla luna ci ha regalato le padelle di Teflon. Io scrivo ogni giorno, almeno tre ore al giorno, e la mia vita è immensamente migliorata da quando la vivo insieme ai miei personaggi, e alle mie storie. Scrivere è creare, quindi è anche vivere diverse vite.

-Quali sono i giudici migliori di un’opera narrativa? 

Sicuramente i lettori, anche se io nella scrittura utilizzo tre “cavie”. Tre amici  diversissimi tra loro che vivono in tre continenti diversi anche se hanno passato l’adolescenza con me, immersi nelle mie stesse culture. Quando termino una bozza la mando innanzitutto a loro. Le osservazione, i feedback o le micromodifiche che ricevo, quando coincidono in tutti e tre, le applico al romanzo.

-Chi sono gli scrittori oggi? Dove e come vivono?

Oggi gli scrittori sono tutti, il che è ottimo come formazione personale, un po’ meno per altri versi, ad esempio il fatto di scrivere e non leggere e non comprare libri. Per scrittori “veri” intendo coloro che lo fanno con mestiere, con continuità, non solo un mettersi a scrivere sull’onda di una qualche emozione passeggera. I veri scrittori, vivono nella ferite delle realtà, per indagarle.

-Come alimenti la tua fantasia? Alcool o yogurt?

Il mio motto è “prima vivi, poi scrivi”. La mia creatività si nutre di esperienze, incontri, viaggi, persone, pericoli ma anche libri, cinema, musica. Consumare culture è la benzina della creatività.

-Come leggi e dove?

Leggo nei viaggi, leggo nelle attese, oppure leggo in un punto preciso della mia casa, su una bizzarra poltrona di velluto nero, lontano dallo studio dove lascio i miei affanni e i miei lavori.

-Quali sono le tue pagine preferite di sempre?

Quelle su cui mi sono formato da ragazzino, quelle di Demian di Hesse, del Maestro e Margherita di Bulgakov, della Filosofia nel Boudoir di De Sade e de Alle Quattro del Mattino, di Lovecraft.

-Che cosa sogni prima di svegliarti?

Sesso estremo all’interno di piramidi costruite con geometrie non euclidee e fluittuanti al centro dello spazio, circondato da antiche porte che conducono ai recessi dei miei ricordi, anche quelli preesistenti alla mia nascita. Prima invece sognavo Berlusconi.

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ANCHE FRUTTERO CI HA LASCIATI…


È morto Carlo Fruttero, “altra metà dello storico marchio creato con Lucentini”. Avevano insieme fondato la collana “Urania”. Numerosi i romanzi al loro attivo. Enzo Verrengia, ne l’Unità di ieri, rimarca come il loro humour non era ben compreso nel nostro Paese. Fruttero e Lucentini affermarono che la fantascienza italiana non era credibile perché non ci si immaginava un disco volante sul cielo di Lucca. Parole che furono contestate allora, ma che oggi risuonano molto divertenti e sferzanti, come le notazioni di Flaiano o di Longanesi sul provincialismo culturale. Per comprendere meglio, ecco qualche frase di Fruttero in cui elenca, per la trasmissione “Vieni via con me” di Fazio e Saviano, i vantaggi della vecchiaia: “Un vecchio è il solo ad avere i titoli per parlar male della sua età”. “Mi fanno ridere questi precari. E io allora, che sono più di là che di qua?” “Il piacere di essere coinvolto anche televisivamente in ogni mutamento climatico. Ondata di caldo: non mancano mai di metterti tra  i cittadini ‘a rischio’. Ondata di freddo: stessa identica cosa. Sei qualcuno, finalmente!” “Un vecchio può continuare a fumare tranquillamente. Ormai tutti i suoi terapeuti concordano nel dire che smettere sarebbe peggio”.“Avere il diritto inalienabile di ignorare che cosa sia la ‘banda larga’”.

http://www.satisfiction.me/laddio-de-lunita-a-carlo-fruttero/

ENZO VERRENGIA

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TWINS! LE GEMELLE ALESSIA E MICHELA ORLANDO


Vi consigliamo un e-book “di talento”, segnalato a casa Noubs da Alessia & Michela Orlando, autrici di TWINS, un libro rivoluzionariO (e anti-aristotelico?).

Buona “lettura”!

L’E-BOOK

IL VIDEO

 

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IL FONDAMENTO OSCURO E GEORGE STEINER, di FEDERICA D’AMATO


Federica D’Amato, autrice e collaboratrice delle Edizioni Noubs, ci ha fatto dono di una bella recensione di un volume di non recente uscita editoriale, ma attualissimo nelle tematiche e nelle prospettive di ricerca filosofico-umanistica, Dieci possibili ragioni della tristezza del pensiero, di George Steiner, Garzanti, 2007.

FEDERICA D’AMATO

DIECI POSSIBILI RAGIONI DELLA TRISTEZZA DEL PENSIERO

di Federica D’Amato

[…] perché non si può conoscere ciò che non è (non è

possibile farlo) e non se ne può parlare”

Parmenide1

[…] Tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente, e su ciò,

di cui non si può parlare, si deve tacere”

L. Wittgenstein2

Questo libro ha come premessa uno scacco, una colpa, una soglia invalicabile: pensare il pensiero, che è come dire linguificare il linguaggio, in quella impresa che Wittgenstein definiva fallace e nociva, affermando per quanto riguarda il simbolismo logico che la proposizione non può rappresentare ciò che, con la realtà, essa deve avere in comune per poterla rappresentare – la forma logica. Per poter rappresentare la forma logica, noi dovremmo poter situare noi stessi con la proposizione fuori della logica, ossia fuori del mondo3 -, per poter pensare il pensiero noi dovremmo situarci fuori dal pensiero, risanare il cortocircuito gnoseologico che sostanzia la nostra tristitia. Steiner lo premette chiaramente, argomentando il carattere di possibilità del proprio decalogo, tentativo incerto di se medesimo di puntellare con ipotesi autoreferenziali le ragioni di una tautologia senza fine. E accetta la sfida sinaptica inaugurando l’opera con Schelling, dal cui passo citato l’autore sembra attingere parole-chiave, veri e propri nuclei semantici intorno ai quali saldare l’argomentazione:

Questa è la tristezza connessa ad ogni vita finita […] essa però non arriva mai a realizzarsi, e serve soltanto all’eterna gioia del trionfo. Donde il velo di tristezza, che si stende su tutta la natura, la profonda, insopprimibile malinconia di ogni vita.

Solo nella personalità è la vita: e ogni personalità riposa su un fondamento oscuro, che deve quindi essere anche il fondamento della conoscenza”4

Ognuno di noi preme il proprio incedere nei giorni contro il conosciuto, il di-svelato, il concepibile visibile. E invece noi si poggia su di un fondamento oscuro che ci chiama, potere del messaggio trascendente, ci chiama attraverso l’imprevisto, l’accidente, la dispersione irrazionale, la maglia della rete che non tiene, il non protetto, l’inoperoso «del venire all’essere dell’essere»5, ed è da questa intuizione “una stessa cosa, intuire e essere”6, che lo specifico umano edifica il crollo della propria personalità. Una coincidenza che Steiner associ l’insopprimibile malinconia di ogni vita al nostro permanere nell’equazione parmenidea del pensiero con l’essere?7 Dunque indicibile – indicibile con una sfumatura di matrice eleusina8 – è la ragione prima della tristezza del pensiero: un’associazione ardita di chi scrive con ciò che è l’ineffabile9 in Wittgenstein, il reagente che struttura l’uomo come eterno atleta in Sloterdijk10 o la cura di sé come greca epimeleia heautou11 in Foucault12.

Non casuale si ipotizza la scelta del numero dieci. Dieci è un numero felice (?), decimale è il sistema di numerazione più utilizzato al mondo, con specifica valenza esoterica (ved. Cabala13), numero fondamentale per i Pitagorici informante il sacro Tetratkys, ma soprattutto con le mani dieci dita portiamo a sorreggere il nostro capo bruciante di dolore, proprio quando ci tormentano le dieci possibili ragioni della tristezza del pensiero:

  1. Schwermut, pesantezza dell’animo”14

Il pensare non ha limiti e tale illimitatezza non ha nulla a che vedere con la realtà: possiamo pensare qualsiasi cosa a dispetto di ciò che c’è fuori – ma cosa c’è fuori se noi non possiamo uscire dal pensiero?

  1. Unzerstörliche Melancholie, melanconia indistruttibile”

Il pensare è incontrollabile, pervasivo, situato nella nostra stessa percezione di presenza sensibile, non linguificabile, tanto incontrollato quanto corruttibile da un qualsiasi impulso proveniente dall’esterno. Questa frustrante dispersione connaturata al pensiero sembra essere anche un meccanismo di feed-back che tutela l’efficienza delle nostre facoltà cerebrali.

  1. anklebende Traurigkeit, tristezza connessa ad ogni vita finita”

Se è paradigmatico, oltre che parmenideo, che l’essere coincida con il pensiero, allora la nostra personalità non può che fondarsi sull’autoappercezione del pensare, un autodeterminarsi attraverso un certo modo di condurre il pensiero che è sì proprietà inalienabile, ma allo stesso tempo ci aliena l’uno rispetto all’altro, con una fatalità tale che «nessun altro può assumere la mia morte. Posso morire con, ma mai “per” l’altro»15. Un paradosso animato dalla banalità di un pensare che è allo sia unicum, in quanto ci definisce come individui, sia «luogo comune moltiplicato per miliardi»: i nostri pensieri sono pensati, in quanto essere umani, da tutti! Ciò si riversa nel linguaggio e nell’uso che se ne fa: lo stile farà il poeta, non il contenuto.

  1. Unzerstörliche Melancholie, melanconia indistruttibile II16

L’autonomia del pensare rispetto alla totalità del reale non ammette principio di verificabilità, punto archimedeo che ci dica come stanno veramente le cose; così, a dispetto di tutta la fatica del pensiero occidentale dagli albori ad oggi, la verità come riposo dell’essere non può essere raggiunta, in alcun modo, bensì qualsiasi tentativo disinteressato di protendere ad essa, dalla religione alle scienze applicate, sarà sempre un giungere penultimativo. Radiografia di questo irriducibile iato è il nostro uso del linguaggio che, proprio nel momento in cui il pensare tenta di performarlo alla propria sete di verità, esso sbanda, si ribella, deraglia glorioso verso le meraviglie della finzione.

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