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PAOLO LAGAZZI “OTTO PICCOLI INCHINI”, lettura di Federica D’Amato


OTTO PICCOLI INCHINI, di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Albatros Edizioni, 2011

Una lettura, di Federica D’Amato

La cosiddetta forma breve nelle varie declinazioni dell’arte è una prova difficile, una formula magica: spesso modulata per fortunata vocazione, a volte raggiunta con la lima degli anni, essa rivela l’umano nella compressione della noce, scatena ere di senso per contrasto. Averla, praticarla, tentarla è quell’esercizio spirituale – del respiro, che imprime vigore al proprio artigianato, nel distillato di chissà quali diluvi verbali, tradisce nel tramite il sospetto di una iniziazione. A cosa? Alla vita. Da qui, dall’essenziale, muove il piccolo libro di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Otto piccoli inchini (Albatros 2011), una collezione di otto forme brevi perfette, assolutamente libere e giocose nei risvolti tematici, semplici gesti di magnanimità che attraverso il breviloquio spogliano il mondo, la vita, dal suo inutile dolore. Tutti conosciamo Lagazzi come uno dei maggiori critici letterari italiani, rigoroso e infaticabile intellettuale che ci ha donato attraverso i Meridiani ritratti indimenticabili dei poeti Attilio Bertolucci e Maria Luisa Spaziani, del critico Pietro Citati; qui, nello spazio di appena cinquantacinque pagine, offre “a pochi, pochissimi amici” un omaggio personale “alla forza sovrana e misteriosa delle parole”, ma soprattutto “allo spirito zen, un viaggio che non  mi ha mai portato lontano dal mio destino, quello di essere sempre e solo un essere piccolo (paulus), un dilettante e un principiante in tutto, ma che mi ha insegnato a credere nell’incredibile”. In questo viaggio, costellato di interessi eterogenei, rilevante è la stella fissa della meditazione Zen, iniziata nel lontano 1978 e mai abbandonata, prima sotto la guida del grande Taisen Deshimaru Roshie, in seguito dell’allievo, Fausto Taiten Guareschi, cui è dedicata la seconda parte del volumetto: questo cammino, questa “iniziazione”, è estremamente palpabile tanto alla presenza corporea di Paolo Lagazzi, quanto alla sua assenza sulla pagina, una marca di “quieta inquietudine” inscindibile tra la franca sostanza del suo sguardo e i suoi libri, la ricerca letteraria, umana.

Lo scenario dell’intera argomentazione è la Natura, l’essere umano che ragiona sui minimalia ponendosi nei panni dell’altrove, vero ed unico luogo dell’a-fenomenico zen; la prima parte del libro, sul quale si concentra la presente lettura, si chiama infatti Voci tra il fuoco e il gelo  e raccoglie in forma scritta gli interventi che Lagazzi fece, nell’Agosto 2010, a Fahrenheit: il compito era quello di “illustrare cinque parole a mia discrezione del vocabolario italiano: rileggerle, esplorarle, sondarne i significati”. E’ in questa sede che si apre la bellezza piana, composita del dettato, alternata dalla levità dei disegni di Daniela Tomerini, consorte di Lagazzi, virtuosa delle arti pittoriche, che completano l’imago della significazione nell’epifania impaginata dello sguardo. Rispetto, Poesia, Follia, Magia, Leggerezza sono le parole, di volta in volta trattate con l’urgenza del chiarificatore, dell’ordinatore di senso, di colui che scorge dietro la sacra scienza dell’etimologia, la chiave d’accesso al recupero di quella che fu l’alta lezione montaliana della decenza quotidiana. Certo Lagazzi ha parlato a se stesso, oltre che all’uditorio del noto programma radiofonico, ha riportato in quota il proprio assetto di volo, le sostanze che hanno informato la regione mitica dell’infanzia attraverso Magia & Leggerezza, poi i bacini sconfinati di tali implicazioni nell’età adulta, nella prova, nel patto con le origini attraverso Poesia, Rispetto & Follia. Sarebbe superfluo riportare esatta la grazia di queste pagine, se è giusto che solo nella lettura in prima persona s’invera il miracolo della vera presenza; vorrei solo soffermarmi sulle implicazioni della parola “Magia”. Scrive Lagazzi “Se è vero che la magia, come il sacro, è un elemento permanente della coscienza umana e non solo uno stadio superato della sua storia, è verso forme di magia bianca, di magia innocente, libera dall’armatura fantastica della Volontà di Potenza, che tendono le fantasie di molti fra noi […] Da ragazzo anch’io, per qualche anno, mi sono esibito come prestigiatore in coppia con mio fratello gemello Corrado. Questa esperienza è stata cruciale per me: ancora oggi penso al mondo scintillante dei prestigiatori come a una riserva importante di sogni, come a un teatro della leggerezza nel quale ci è possibile riposare la nostra anima sottraendola per un po’ alla logica del potere e del possesso, abbandonandoci allo spirito della gratuità come a un tappeto volante tessuto dalle fate”. Orbene, magia come afasia, abbandono, briglie sciolte dalla potenza della nominazione, collegamento fulmineo con l’archetipo del nostro Genius: leggerezza (non a caso “leggerezza” è la parola successiva, l’ultima della serie). A riguardo vi è un breve scritto di Giorgio Agamben, contenuto in Profanazioni (Nottetempo, 2005), che tratta proprio di “Magia e felicità”: “Benjamin ha detto una volta che la prima esperienza che il bambino ha del mondo non è che gli adulti sono più forti, ma la sua incapacità di magia” […] Ciò che possiamo raggiungere attraverso i nostri meriti e la nostra fatica non può, infatti, renderci veramente felici […] Per essere felici bisogna mettere dalla propria parte il genio nella bottiglia, tenersi in casa l’asino cacabaiocchi o la gallina dalle uova d’oro”. Lagazzi non accenna a tutto ciò? Non c’è da cogliere che un luminoso parallelo del sentire? Non vi è che da acquisire un fondamentale insegnamento? Quell’abbandonarsi allo spirito della gratuità è il Parsifal che sfinito entra nel non-luogo del Santo Graal, è “la creatura restituita all’inepresso”, ci dice Agamben: “La magia non è conoscenza dei nomi, ma gesto, smagamento dal nome […] Avere un nome è la colpa. La giustizia è senza nome, come la magia. Priva di nome, beata, la creatura bussa alla porta del paese dei maghi, che parlano solo coi gesti”.

Otto piccoli inchini, otto piccoli modi di respirare tra il prima e il dopo del reale.

Buona lettura.

 di Federica D’Amato

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IL DEFUNTO, UN RACCONTO DELLA SCRITTRICE TIJANA M. DJERKOVIC


IL DEFUNTO, racconto della scrittrice giornalista e traduttrice serba TIJANA M. DJERKOVIC, fa parte della raccolta Il Piccolo vestito nero, pubblicato in originale serbo nell’Edizione “L’onda” dalla Casa editrice “Albatros plus” di Belgrado nel 2009. La presente traduzione è a cura della stessa Djerkovic.

Buona lettura!

IL DEFUNTO

a Mihailo

Lo scienziato russo, Kostantin Korotkov,

afferma di essere riuscito a fotografare

l’anima al momento della morte

e sostiene che la parte spirituale dell’uomo

rimane ancora qualche tempo

intorno al corpo…”

Moskovskij Komsomolets

Mosca

Ne conoscevo un paio. Uno di loro era un mio compagno di classe. Chi se lo scorda; mi aveva colpito la notizia della sua morte, parecchio. Fino al punto che, per un pò di tempo avevo perfino smesso di fumare. Suo padre, sentinella pietrificata, stava in piedi accanto alla cassa da morto del figlio, immobile come una cariatide nera della disgrazia, porgeva la mano di ghiaccio accettando le condoglianze, senza muovere un muscolo sul suo viso da robot, fissando lo sguardo per terra. La terra. Quando mi vide avvicinarmi a lui, anch’io stesso parte di quella grave cinta umana di terrore, incredulità, confusione, tristezza, angoscia – si! angoscia; di fronte alla morte tutti ci sentiamo inadeguati, frustrati, inadatti al grande compito, come se fossimo andati al lavoro vestiti di sole mutande, o fossimo corsi sulla neve, scalzi – che muta, trascinando i passi pesanti sul marmo liso della cappella, si stringeva intorno al feretro, cedette. Mi strinse forte a sè, non in un abbraccio ma in uno spasmo, e pianse. Non avevo forza per consolarlo. Nè intenzione. Piansi con lui. Non c’era consolazione, lui lo sapeva meglio di me. Ero più che un parente stretto di suo figlio, ero amico di sempre, dalla prima infanzia, depositario prezioso dei nostri ricordi comuni. Una parte della vita vissuta dal suo unico figlio, continuava dentro di me, insieme a me. Sulla mia spalla poteva liberamente lasciarsi alla disperazione, singhiozzare. Piangevo anch’io. Al diavolo la regola dell’ educazione che ci impongono da quando si è piccoli – l’uomo che piange non è abbastanza uomo! Questa specie di molestia in famiglia non è stata contemplata da alcuno studio importante, relativo ai comportamenti nell’ambito dell’unità primaria della società. Forse perchè resiste solo qui, da noi, dove dalla notte dei tempi, sono i padri a sotterrare i figli morti, anzichè al contrario, stringendo i denti fino alla rottura – per non piangere.

Lo scienzato russo, il fisico Konstantin K., da molti anni sostiene di aver fotografato l’anima nell’esatto momento della morte. Questa affermazione è stata riportata dalla stampa mondiale; ne ho letto qualcosa. Il sanpietroburghese dice che lo spirito di ogni essere umano rimane nelle immediate vicianze del proprio bozzolo morto da un minimo di otto a un massimo di quarant’otto ore. Si sbaglia. Le mie, come le chiama l’egregio Kostja, oscillazioni fosforescenti del campo elettromagnetico già da settanta ore permangono vicino al mio corpo morto.

Fino ai miei quarant’anni sono stato a diversi funerali di persone a me care, di qualche partner di lavoro, del vicino di casa, dei due parenti, uno stretto, l’altro quasi sconosciuto; ho assistito perfino al funerale di Tito – ci prelevarono direttamente a scuola e fummo accompagnati dagli insegnanti; sembrava, diociguardi!, stessero portando dei condannati al patibolo, che tristezza! e pianti sommessi; c’era però chi in attesa di passare vicino al feretro, si scambiava le biglie di vetro, chi le figurine; in seguito fu compilato il Registro di attività e nell’apposita casella fu scritto che quel triste giorno, non solo per la nazione ma anche per il mondo intero, si era tenuta l’ora di educazione pratica con il titolo La morte del Capo.

Visto che mi rimangono sole due ore, capisci che non rinuncerei per nessuna ragione al mondo a partecipare alle mie esequie.

Ehi! Kostja, caro mio, sono pochi quelli che hanno creduto negli esiti della tua complessa e greve ricerca lunga interminabili venticinque anni.

Figurati, ha fotografato l’anima! Io, vedi, caro mio, ti credo, e capisco quanto è stato difficoltoso e pesante il tuo lavoro. Molti non hanno un’anima; oppure se ce l’hanno è così spicciola e flebile che ti era impossibile perfino intuirla, e ancor di meno fotografarla. Ti credo, sai, anche perchè io stesso sono passato al di là, eppure guarda caso, sono ancora trattenuto al di quà.

Sono rimasto terrorizzato quando si è avvicinata. Anche se non fossi stato da solo, e comunque nella morte si è sempre soli, avrei avuto paura. Era invano cercare di darsi coraggio di fronte a chi era infinitamente più potente. Eppure la paura è durata solo un singolo istante, troppo breve per poterla chiamare paura. Si trattava più che di altro, di un disperato sussulto di sorpresa. Se mi fosse stato concesso un attimo di tempo in più le avrei detto: e tu che ci fai qui? Avrei azzardato un gesto di disperata, iraconda disapprovazione, già che non ci fu il tempo per formulare un lascito di parole e congedo a quelli che amavo.

Si è addormentato, dissero, e non si è più svegliato. Una bella morte. Che idiozia! non esiste una morte bella. Mentre cercavano di farmi riacciuffare la vita, premendomi selvaggiamente la gabbia toracica, – che, se fossi stato vivo, avrei urlato dal dolore e gli avrei sferrato un bel calcio -, in cerca di un minimo, anche il più fievole battito del mio cuore, devo ammettere – speravo ancora. Cercai anch’io di darmi da fare, cercai di mandare un segno straziante del mio esserci ancora, anche se sapevo che dall’Incontro erano passate già delle ore, ore. Invano. La barriera delle mie vene morte, del mio cuore ammutolito, delle mie pulsazioni interrotte di scatto, si era già irrigidita e trasformata in pietra. Non avevo forze per scardinarla; non riuscii ad evadere fuori di me stesso; tzak! la trappola si era chiusa. Rimasi freddo.

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LA LEGGERA, RACCONTO INEDITO DELLA SCRITTRICE SERBA Tijana M. Djerkovic


Tijana M. Djerkovic è una scrittrice, giornalista, traduttrice serba. Da anni vive tra Roma e Belgrado. Ha pubblicato con Noubs Il cielo sopra Belgrado (Noubs 2001), in uscita nel 2012 il suo primo romanzo.

Buona lettura!

 

Tijana M. Djerkovic

LA LEGGERA

racconto inedito

Secondo una regola non scritta, in ogni quartiere di una grande città, in ogni piccola cittadina di provincia, in ogni generazione, c’è un ragazzo sovrappeso chiamato regolarmente Ciccio, e una ragazza che gioiosamente si concede a tutti, la Leggera.

In quella cittadina, che era appena poco più di un paese, grazie ad un grattacielo di dieci piani al centro vicino alla posta, e a un quartiere nuovo in periferia costruito con moduli prefabbricati grigi che confinava con i terreni arati e seminati ogni anno, si rumoreggiava che tutti i giovani fossero andati a letto con Mirjana. La ragazza era figlia di un’impiegata del Comune e di un geometra, gente normale, semplice che l’aveva avuta in tarda età, quando già avevano rinunciato all’idea di un figlio. Per loro Mirjana era un dono, una benedizione, era l’avverarsi di un sogno in quel preciso momento in cui stavano per rinunciare a sognare.

E’ misterioso il meccanismo che spinge alcune giovani donne a cambiare così tanti uomini. Può darsi che si tratti di una dipendenza da sesso come viene chiamata oggi, di una libido talmente precoce quanto pronunciata da non poterla dominare, oppure, al contrario, di una mancata soddisfazione dei propri desideri che spinge a provare e riprovare tanti corpi virili finchè non se ne trovi uno calzante a pennello. Può darsi che si tratti semplicemente della ricerca di acquisire un incredibile quanto evanescente illusione di prevaricazione e onnipotenza sul mondo maschile. Tanto sta che la potevano avere tutti, Mirjana. In macchina dietro casa, se invitata ad una festa era lei che si appartava con il belloccio di turno in qualche stanza rimasta buia, in casa dei genitori partiti per le Terme, una volta perfino nell’androne del grattacielo.

In tutto questo Mirjana era molto discreta, per niente volgare, perfino elegante, ma non bastava. La cittadina mormorava, la cittadina sapeva, se non per esperienza diretta, se non per averlo visto con i propri occhi, per sentito dire. Intanto lei, tranquilla e sorridente, gioiosamente se ne fregava.

Solo a Nikola non aveva mai concesso neanche un bacio. Non era perchè il ragazzo fosse brutto o gli mancasse qualcosa, assolutamente no. A dire la verità entrambi, sia Mirjana che Nikola erano nella media. Mirjana addirittura sarebbe stata quasi insignificante, fatta come era di media statura, capelli castani, occhi color nocciola, se non fosse per quel suo sorriso. Quando sorrideva gli angoli delle labbra le si piegavano all’insù e rendevano il suo viso radioso, diverso. Ecco, il sorriso di Mirjana era come una parola scelta brillantemente, con maestria, dentro un mediocre testo poetico, che grazie a quella parola diventava unico.

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LA NEVE, uno scritto (inedito e a tema) di Massimo Pamio


LA NEVE, FINALMENTE

di Massimo Pamio

È caduta copiosa, per giorni siamo rimasti isolati a contemplare questo ostinato minuto fragile esercito di fiocchi che si disperdeva ovunque, distribuendosi in modo uniforme, equilibrato, egualitario su tutto quel che c’era nello spazio attorno a noi, che scendeva lieve e soave con una continuità, un’affabilità, una generosità proprie del dono a cui non si può rinunciare, ma che in tante ore notturne si è trasformato in una vera e propria gabbia capace di rinchiuderci senza la possibilità di una via di fuga, impedendoci le uscite di sicurezza, nascondendo sentieri e cielo, rendendoci simili a topi ai quali sono state sbarrate le tane in cui rifugiarsi. Eppure al mattino sebbene ci sentissimo soffocati privi di aria affogati di luce, abbiamo compreso che tutto era stato trasfigurato nel biancore del ricamo dell’arabesco della filigrana sottile d’argento con cui anche le brutture costruite dagli uomini e i suoi manufatti più orridi, erano stati impreziositi nella parola che solo la neve, forse, può vantare di creare: la Bellezza. Ammantando ogni superficie, la neve aveva immacolato e impreziosito ogni elemento, lasciandolo differente in virtù della sua essenza, costituendolo in modo assoluto nella sua forma.

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INTERVISTA INEDITA ALLA NON-FUNEREA BENEDETTA PALMIERI…


Federica D’Amato molesta BENEDETTA PALMIERI, giornalista e scrittrice, ormai seguitissima dal grande pubblico attraverso i suoi FUNERACCONTI, Feltrinelli 2011 (ospite lo scorso anno del Festival delle Letterature dell’Adriatico, Pescara).

C’è da dire che la signorina Palmieri è una persona così gentile e graziosa ché non solo ha resistito all’ormai famosa petulanza della D’Amato, ma ci ha praticamente onorati della sua presenza. Non è forse presenza, infatti, quella che scaturisce dalla partecipazione totale di una risposta ad una domanda? Per casa Noubs sì.

Speriamo che questa intervista vi faccia scoprire, se non la conoscete, una penna di valore, o che vi permetta di approfondire la lettura di un talento che ha da dare molto alla nostra letteratura.

Grazie Benedetta, di cuore.

“SCRIVERE PER RILEGGERSI E’ BELLEZZA”

intervista a Benedetta Palmieri

riproduzione riservata all’utilizzo esclusivo dell’autrice e della casa editrice

  1. Benedetta, i suoi Funeracconti (Feltrinelli, 2011) sono una collezione di intelligenza. Ritengo sia intelligente, infatti chi oggidì si confronti con il tabù certo non della morte, ma del suo più buio e complicato rovescio: la vita. Quale “rovescio” dell’enigmatica medaglia ha mosso la sua penna?

Innanzitutto voglio ringraziarla per la definizione lusinghiera: “collezione di intelligenza” non è poco. Per quanto riguarda la scelta del tema, però, non so se sia stata una questione di intelligenza; certamente lo è stata di istinto, o di inevitabilità. Credo che in me le due facce della medaglia siano una sola, che le mescola. Non sono mai riuscita a vivere senza che il pensiero del morire mi accompagnasse, e allo stesso modo non sono mai riuscita ad aver paura di morire senza interrogarmi sulla qualità della mia vita. Meglio: sulla sua identità; la qualità presuppone un giudizio che mi sembra troppo complesso dare, ma la sua identità è importante. È importante domandarci che storia desideriamo, che storia possiamo costruirci, e che posto vogliamo dare a ciò che ci mettiamo dentro.

Tra le altre cose, mi sono chiesta spesso se dovessi lanciarmi nella vita o prepararmi per lei – se anche un po’ di sane incoscienza e approssimazione fossero salutari, propedeutiche addirittura, al vivere; o se piuttosto dovessi aspettare di essere pronta – preparata, cresciuta, adatta – anche per il più piccolo dei passi (rischiando l’immobilismo). L’oscillare tra queste due posizioni e il tentativo di tenerne solo una non hanno potuto fare a meno di misurarsi costantemente con il parametro assoluto: la consapevolezza che a un certo momento (imprevedibile) della mia vita sarei morta. Questo coacervo di sentimenti emozioni e paure, di slanci impetuosi nel vivere e di frenate, si è trasformato nella voglia di domandarmi cosa pensassi anche attraverso la scrittura.

  1. Ho sempre associato la parola “partenopeo” alla filosofia, ovvero ai concetti di ironia e wit, direbbero i britannici. I suoi racconti, sì come le precedenti prove – penso a Un due Tre stella (Pironti 2009) – hanno confermato le mie associazioni, arricchendole di un valore aggiunto che credo sia caratteristico della sua scrittura: la levità. È in grado di circoscrivere una descrizione del suo dettato narrativo?

In verità no, non credo di esserne in grado. Però provo a individuarne uno auspicabile. E partirei dal fatto che ironia, wit, levità vorrei che a quel dettato appartenessero. Sono qualità che mi interessano. Forse, più di tutte tra le tre, la levità; che mi piacerebbe, però, chiaramente retta dalla sostanza. Insomma, non so se sia la formula più giusta, ma amo l’idea che i contenuti abbiano un peso senza che la loro forma sia necessariamente pesante – e per forma intendo sia lo stile sia l’animo con cui ci si dispone ad affrontarli.

Conoscendone, e vivendone quotidianamente, sfumature e contraddizioni (e avendola molto a cuore), faccio sempre fatica a inquadrare Napoli in caratteristiche fisse. Però è vero che ce ne sono di riconoscibili e ricorrenti; e tra queste una che mi piace molto (e che dunque vorrei mi appartenesse) è la capacità di sintesi. Una sintesi concettuale che per me trova la sua espressione perfetta nel dialetto napoletano. Anzi, mi sembrano così visceralmente legati, che a volte mi diverte immaginare che il dialetto non sia funzionale a rendere la sintesi, ma ne sia addirittura l’ispiratore.

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INTERVISTA E RACCONTI DI ROLANDO D’ALONZO


Rolando D’Alonzo si dedica da tempo alla scrittura nei versanti della poesia, narrativa, drammaturgia, saggistica. Tra le sue opere ricordiamo: “Gli ultimi poeti della strada”, antologia-romanzo sui poeti antagonisti dello sperimentalismo, un tracciato sui giovani autori che già nel 1973 amavano misurarsi nella ricerca di un rinnovamento della lingua letteraria attraverso anche l’apporto di un nomadismo geografico e culturale; “Fancy hand”, “Navigazioni”, di poesia, “”Osman il turco e altri racconti”, con lo pseudonimo di Efel Trani, “Estate” di narrativa. Ha scritto radiodrammi e sceneggiature e drammi per il teatro tra i quali ricordiamo: “Nessuno per Itaca”, “Ritorni”, “Dardanidi”, “Oceano”, “L’angelo di neve”, “Diario di casa”, “Lo specchio magico”.  

 

 

INTERVISTA

-Rolando D’Alonzo è uno dei grandi poligrafi che hanno segnato il percorso del secondo Novecento e l’inizio del nuovo secolo. Rolando, hai assistito a mutamenti nel mondo letterario che presenteresti come?

-Come degradazione della lingua e degradazione della vita.

-C’è una degradazione civile, sociale o intellettiva? L’uomo dove ha perduto la sua bussola?

-Ha perduto la sua bussola quando ha smesso di essere critico e ha accettato di diventare un essere conformista, quando ha abdicato alla solitudine, per paura dell’esistenza e della morte, e ha accettato una vita massificata e omologata.

-Allora è la paura della morte quella che conduce l’uomo a ritirarsi a nascondersi nel male e nella diminutio dell’esistenza?

-La paura della morte (parliamo sempre dell’universo letterario) si è diffusa nella modernità per la pressione propagandistica di concezioni centralistiche di potere e del successo. Infatti ciò che ha inquinato la coscienza dello scrittore giovane e contemporaneo è l’insidia della competitività e della comunicazione. In fondo uno scrittore autentico dovrebbe lavorare per le poche persone che egli suppone lo possano comprendere. Altrimenti abbandoni il suo tavolino e vada a chiedere lavoro presso le redazioni giornalistiche.

-Quali autori italiani salveresti?

-Tra i contemporanei, Bufalino, Camilleri, che è stato il mio maestro a Roma, Dolores Prato, Melania Mazzucco, Paola Caprioglio.

-Tra gli autori stranieri?

-Joseph Roth, Louis Ferdinand Céline, Musil, Andric, Pastovskj.

-Il cinema rappresenta uno dei tuoi grandi interessi, una parte della tua vita. Che cos’è il cinema nella vita?

-Pasolini diceva che il cinema è la lingua scritta della realtà. Ma il cinema nella vita di ogni uomo è una finzione spettacolare che ha cullato e ha appagato i nostri sogni, le nostre pulsioni immaginative ed avventurose.

-Quindi a tuo avviso la degradazione oggi deriva da una minore necessità di sogni, da un impigrimento dell’immaginario, nonostante l’esplosione di mondi virtuali e di immagini che soverchiano la potenza della parola?

-Si diceva una volta che il poeta ha la testa fra le nuvole. Il distacco dalla realtà (o l’apparente distacco) ha sempre prodotto nella massa il ridicolo o il sospetto: si pensi alle “Nuvole” di Aristofane, a certe scene di Molière, e via dicendo. Ma in fondo anche dalle nuvole viene la vita: si pensi alla pioggia! Viene anche la poesia, si pensi alle nevicate. Dunque le nuvole appartengono all’universo come la realtà della terra. Ciò che ha prodotto il male contemporaneo è la scissione del concetto unitario del mondo, lo stabilire categorie e giudizi. Se non si è pronti ad accettare la diversità comunque essa sia, si ha sempre una riduzione dell’uomo e si precipita nel razzismo e nel conformismo.

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MAGARI, racconto inedito di MICHELE TURAZZI


Un dono di Michele Turazzi al blog di Noubs.

Michele Turazzi è uno scrittore che a casa Noubs stimiamo molto, un vero scrittore. Il suo dono pertanto ci è particolarmente gradito. In questo breve racconto offre una amara riflessione sullo stato del nostro amato e sciagurato Paese. Speriamo che voi tutti raccogliate il suo messaggio e ne facciate oggetto di discussione. Magari…

MAGARI

inedito di Michele Turazzi

Monsieur, che cosa vuol dire ‘Magari’?”. Era una bella ragazzina di sedici anni a chiedermelo, aveva una spruzzata di lentiggini sulle guance e il rimmel a contornarle gli occhi. Era seduta in prima fila, giusto davanti alla cattedra. Non potevo far finta di non aver sentito la domanda, né potevo sviarla, dicendole “Ora non c’è tempo, dobbiamo finire la lezione”; in effetti non avevo ancora cominciato a dire nulla. E allora mi sono messo a pensare. Ma quando hai davanti diciotto liceali in preda a squilibri ormonali non puoi permetterti di pensare a lungo, devi dire qualcosa. Ed essere convincente. “In Italia utilizziamo ‘Magari’ con differenti accezioni”, ho iniziato, ma lei non si beveva la storia delle differenti accezioni. Lei aveva un libro aperto sul banco e su quel libro c’era un dialogo, e quel dialogo finiva con “Magari” e poi c’era soltanto il punto esclamativo. “è un’esclamazione”, ho detto. Ma lei questo già lo sapeva, altrimenti il punto esclamativo là che ci stava a fare?

“Ce lo può tradurre, monsieur?”, le ha dato manforte il suo vicino di banco, un ragazzino rachitico con la montatura degli occhiali grossa e nera. “Non c’è una vera e propria traduzione” ho risposto. Non era sufficiente. Ho continuato: “Potrebbe essere qualcosa come Je voudrais bien le faire, mais je ne peux pas”. Mi piacerebbe molto farlo, ma non posso. Mi guardavano perplessi, non soltanto loro due in realtà. Tutta la classe era immobile, non sembravano capire.

Ci potrebbe fare un esempio?” Odio gli esempi. È una cosa che ho sempre odiato, viscerale; una parola cambia significato senza sosta, cambia a seconda di chi la usa, di quando e quanto la usa, di perché la usa. Gli esempi grammaticali sono solo frasi morte. Prendono una lingua e la obbligano a restare in mutande e calzini, senza vestiti. “Per esempio se io vi dico ‘Venite a vedere la partita stasera?’ e voi rispondete ‘Magari’ vuol dire che avete i compiti da fare e non ci potete andare, ma Dio sa quanto vi piacerebbe”. Però non ci sono riuscito a fermarmi. “Indica una desiderio, una speranza. Il problema è che quando la pronunci già lo sai che non andrà a buon fine; c’è un certo fatalismo in questa affermazione”.

I ragazzi non capivano. Io invece in quel momento per la prima volta sì. Ho capito tutto della mia nazione, cercando di spiegare una parola logora ad un branco di brufolosi adolescenti francesi. Noi italiani abbiamo coniato questa parola come se fosse un mantra, il nostro mantra. E da allora la utilizziamo in continuazione. “Magari” è un anelito a qualcosa di più, che si scontra costantemente col mondo. È una parola idealista, ma allo stesso tempo del tutto conficcata nelle piaghe del reale, un grido che si infrange nel marcio. “Magari” diciamo e ci sentiamo bene perché siamo nel giusto e vorremmo che le cose andassero in maniera diversa. Ma non ci possiamo fare nulla. E infatti “Magari” è la nostra giustificazione, la nostra certezza nell’immutabilità del mondo. Siamo noi che ce ne laviamo le mani; “magari” diciamo e il discorso è finito. Non ci può essere una replica. Non spetta a noi cambiare le cose, deve pensarci qualcun altro. Insomma, è la provvidenza che aspettiamo.

I ragazzi parlavano tra di loro, si lanciavano cose, ridevano e scherzavano. Probabilmente è di me che ridevano. E non avevano torto: me ne sono stato dieci minuti incompleto silenzio. Poi ho battuto le mani, ho alzato la voce e ho iniziato la lezione.

Michele Turazzi

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Racconto inedito di CARINA SPURIO


Ti voglio, ti desidero, ti lego alla mia volontà

inedito di CARINA SPURIO

Il vecchio borgo sorge intorno alle rovine di un vecchio castello di fronte al mare Adriatico. Da bambina quella spiaggia la consideravo mia. Giocavo con il rastrello e la paletta, e riempivo di continuo il secchiello di acqua salata. Non erano tanto i castelli di sabbia il mio obiettivo, quanto scavare a fondo per cercare l’acqua e andare sempre più giù, senza una ragione. Molte ore dopo la prima colazione arrivava il momento del bagno. Le uniche raccomandazioni dei genitori erano quelle di non affogare. Nel pomeriggio il sole calava come a ricordare l’ora della cena, tra il melone sudato, le fette di prosciutto e una lattina di coca-cola. Dopo una lunga passeggiata fino al porto, di corsa a dormire. Negli anni seguenti, mentre sulla spiaggia dell’Adriatico iniziavano i miei primi amori, a Sarajevo, dall’altra parte del nostro mare, si sparavano le bombe. Arrivo a casa di Maria persa nei miei pensieri. La via è stretta, profuma di cantina. La vernice della porta è scrostata. Non c’è campanello. Busso. I contorni del viso della donna fanno capolino tra la folta capigliatura bianca nell’anta a metà. Maria improvvisa un sorriso e si sposta per farmi entrare. Un cane ed un gatto arrivano festosi. Mi annusano. Gli animali intrecciano il solito giro di valzer con cui accolgono i nuovi arrivati. Maria si siede, mi invita con un cenno ad imitare il suo gesto. Il candore dei suoi capelli genera un senso di rispetto. Ripenso a mia nonna, mentre la stanza si riempie di uno spesso silenzio. Le chiedo in che anno è nata. Mi risponde:<< a Natale del 1926>>. Lo stesso giorno del Bambino che ogni anno rinasce senza mai andare a scuola, deduco ironicamente. La semplicità della donna che ho di fronte non è opportuna per le mie domande troppo pretenziose. Maria non conosce gli elfi, gli gnomi e le fate, né Nostradamus e Cayce. Ignora l’esistenza di Sai Baba e di Osho. Non conosce il mondo delle idee di Platone, immutabili e perfette che vivono nell’iperuranio, al di là del cielo. Maria è una strega per discendenza. Venne iniziata da sua nonna all’età di nove anni. Imparò da bambina l’arte di preparare unguenti magici, filtri e polveri per avvelenare, allenandosi negli anni a plasmare le effigi in cera. Ho davanti una vecchia donna, vittima in giovanissima età di qualcosa che forse non voleva realmente ma che si era imposta su di lei. Maria conosce solo le fasi della Luna. La Luna Nuova per i riti da iniziare, la Luna Piena per quelli da interrompere. La sua specialità è preparare “annodamenti” d’amore.

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CARNE NUOVA di Caterina Falconi


Le Edizioni Noubs vi propongono un racconto inedito gentilmente messo a disposizione dalla scrittrice Caterina Falconi… Attendiamo un vostro giudizio!

CARNE NUOVA

di Caterina FALCONI

7 luglio 2175  

Stephen intrecciò le mani dietro la nuca e fece due torsioni del busto. Le protrusioni nella sua colonna urlarono. La cupola era in penombra, in un grigiore metallico effuso dalla membrana di protezione.

“Solange, apri” disse, rivolto a un viso etereo che gli sorrideva da uno schermo. E dalla sommità della cupola, come palpebre, le membrane in silicio si schiusero frusciando. Un fascio di luce opalescente spiovve dentro e inondò il locale.

“Fatto Stephen.”

Lui annuì.

Al centro della sala, nella teca trasparente, immersa nella soluzione isotermica, la ragazza piangeva nel sonno.  Le sue lacrime si formavano così lentamente che il gelo della teca le asciugava. Le sue funzioni vitali, rallentate dall’ibernazione, seguitavano torpidamente ad animarla, e lo stesso, probabilmente, accadeva ai suoi pensieri.

“Non piangere Agata” le disse Stephen. “Ti ho promesso che tutto tornerà a posto” la consolò, e girò attorno alla teca per stringerle la mano. Il braccio nudo di lei sbucava da un’apertura circolare, adagiato su un asse, e infuso da tre sonde collegate a dei monitor.  Al momento aveva le dimensioni di un arto di una bambina di  undici anni, ed era roseo e glabro. Lui lo carezzò con la punta delle dita, e infilò la destra sotto quel palmo affusolato.

“Fidati. Il braccio sta ricrescendo bene, e Cormac sta tornando da te. Non devi fare niente. Devi solo aspettare, e riposare” le disse, ed esitò, sapendo che l’ultima parola: riposare, le sarebbe arrivata dopo giorni. Affondò lo sguardo nella teca: lei fluttuava tra i propri ricci, come una pallida sirena in un banco di rosse alghe. I capelli avevano continuato a crescere normalmente, e dopo undici anni avevano invaso la vasca torcendosi e ondeggiando.

Una carezza sulla sua schiena identificò la nuova arrivata come Lea.

“Salve Lea” salutò il computer.

“Buongiorno Solange” rispose la donna.

“Ciao amore” disse Stephen, e si voltò a baciarla. Lea profumava di vaniglia e lo guardava eccitata: “Ho capito a chi somiglia!” gli disse. “Sembra Ofelia di Rossetti.”

Stephen annuì colpito. Era proprio vero, la sua sfortunata gemella somigliava ad Elisabeth Siddal  immersa nell’acqua che l’avrebbe uccisa. Per non pensarci trascinò la moglie alla vetrata. Terra sorgeva all’orizzonte, fondendo il cielo oscuro  in un blu vellutato cosparso di efelidi argentee. Nel cratere di fronte ai laboratori una scavatrice trivellava il suolo sollevando sbuffi di polvere, che volteggiavano e restavano sospesi nella fosforescenza dell’alba lunare. I rover immobili affondavano i cingoli nella regolite  pastosa, e nessuna luce era ancora accesa dietro gli oblò delle torri. Ciuffi di nuvole candide adornavano l’Europa.

“Torneresti sulla Terra?” chiese Stephen.

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Inedito di Francesca Levo Calvi sul Natale


Una nostra autrice, Francesca Levo Calvi (Il primo giorno di Lavoro, ed. Noubs 2011) ci ha inviato un racconto di Natale… A voi un festoso giudizio!

 

 

Racconto di natale

Francesca Levo Calvi

Qualche volta suonava a lungo, certe scampanellate da far sobbalzare tutti nei letti, col respiro corto e gli occhi spalancati dallo stupore.

A volte invece non si sentiva arrivare, morbidamente scivolava fra di loro, nei lunghi momenti di notti fredde senza chiarore lunare

Comunque era sempre lì, senza dubbi o ritardi, nella notte del venticinque.

Dicembre rotolava verso quella notte come una grossa palla da biliardo, e tutte le volte faceva strike, buttando all’aria tutti gli altri i giorni e facendo risplendere sfolgorante l’unico impareggiabile giorno di Natale

Cominciò così anche il Natale di quell’anno, con luci lucine stelle rosse e dorate palle di vetro decorate di lustrini profumo di incenso sparsi nelle vie, fra le case, dietro vetri dipinti di figurine del presepe, con l’intermittenza dell’albero finto verde finto neve finto vero che troneggiava nel salotto buono, circondato da panettoni cioccolato cioccolatini, agrifogli biamcodorati cestini di frutta candita bottiglie di candido spumante secco e cascate di fiocchi fiocchetti riccioli argentati sopra milioni di pacchi pacchetti pacchettini scatole cestini cestoni sacchettini colorati.

Nessuno però lo scorgeva arrivare.

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