Colasanti: “Un compito per voi: scoprire l’anima dell’Abruzzo”


Mercoledì 8 agosto alle 20 e 30 nel Parco “S. Karol” del Palazzo del Marchese Valignani di Torrevecchia Teatina saranno consegnati i premi ai vincitori della XVIII Edizione del Premio “Lettera d’Amore”. Ritireranno il premio Arnaldo Colasanti, primo, e Paolo Morelli, secondo, due dei protagonisti del mondo letterario italiano, il primo, romano, autore di diversi romanzi e opere di critica letteraria, il secondo, romano ma di origini abruzzesi, nel 2013 artefice di un libro bellissimo su un fiume abruzzese, di cui segue il corso dalla sorgente alla foce, “Racconto del fiume Sangro”. Tra i vincitori anche Vanes Ferlini, emiliano e Alessandra Nepa, chietina. Un premio speciale sarà assegnato a Therry Ferrari, bolognese.

Arnaldo Colasanti conclude il suo romanzo “La magnifica” sulla decadenza culturale del nostro Paese scrivendo: “Alla fine di tutto conta solo il segreto più grande: l’anima che torna e che ci rende nascenti, non più mortali”. Parafrasando quella frase, ci ha dichiarato che l’Abruzzo è una terra ancora tutta da scoprire, che nasconde opere d’arte di un valore e di una bellezza incommensurabili: “Un compito per voi: scoprire l’anima dell’Abruzzo”.

Paolo Morelli invece ci ha riferito: “Posso dire di avere grossomodo due sole fonti ispirative per il mio lavoro: Roma e l’Abruzzo. Non solo perché mio padre è nato qui, ma per un folle innamoramento per la montagna della Maiella che frequento da più di trent’anni ormai, sulla quale ho scritto più volte ma che è dietro a molti miei lavori. E quando ho avuto l’esigenza di scrivere un libro sull’acqua non ho avuto dubbi, anche il piccolo Sangro mi è parso un gran fiume”.

Difendere l’acqua, bene prezioso della nostra Regione e la sua anima, ecco i consigli di questi grandi scrittori per noi, che hanno scritto indimenticabili lettere d’amore che saranno conservate nel Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo che è a Torrevecchia Teatina.

Ecco una parte della lettera di Colasanti, dedicata “all’insensatezza necessaria della vita”: “La gente, i turisti, i ragazzi in gita, non mi guardano, non guardano nessuno. La piazza è stracolma e tutti bivaccano e vanno chi lento chi di corsa verso la parte sbagliata. Solo tu, chissà perché, sempre più distante dai miei occhi, resti immobile a fissare le forme del Colosso semiaddormentato. Io sento il polso indolenzito, le gambe rotte, la solita borsa pesante di libri con me: mi affanno, come sempre, a passi larghi e lenti verso Piazza Venezia. Eppure, eppure. Cosa sarebbe stata la nostra vita se non ci fosse stata tutta questa luce? Cosa avremmo vissuto, se non avessimo capito che il sapore più amaro della delusione è quello che stringe, come può, nel cavo della mano, gli odori vani della gioia? Massimo eri bello come quando eri giovane, eri e sei bello mentre guardi la tua città. Io ho solo domande, nient’altro, ma davvero è stato onore vivere con te gli anni della vita. Oggi abbiamo ottant’anni e il futuro è un capello di sangue fra noi e il grande viaggio. Le parole appartengono solo ai grandi preparativi. Forse è stato tutto insensato e tutto, al contempo, necessario. Stringi questa lettera di un vecchio che ormai piange per niente. Ma i mondi sono infiniti. Lo sai, lo so, ce ne andremo altrove, insieme, e ricominceremo tutto daccapo.

In fondo è stato tutto bellissimo”.

Paolo Morelli scrive una lettera originale, in favore dell’uso del lei: “Caro Lei o cara Lei,

ogni volta che Le scrivo mi viene da ridere. So che non dovrei, eppure ogni volta la penna si ferma dopo la i e non va più avanti per le risate.

Il fatto è che Lei mi mette allegria, mentre se scrivo Tu mi viene un groppo in gola da tossire per dei minuti. La lettera subisce un ritardo in ambedue i casi, ma per ragioni alquanto diverse. Solo se mi posso permettere il Voi il pensiero scorre senza interruzioni, con rispetto e deferenza, e non potrebbe essere altrimenti visto che nessuno mi impone tale atteggiamento e se lo scelgo è per dimostrare che i miei sentimenti sono sinceri. Ma Lei è una terza persona, e citandoLa ho l’impressione di allargare le mie conoscenze, senza bisogno di arrivare a Ella però, che mi sembrerebbe di parlare a una cantante. La seconda persona invece mi ricorda che i giochi sono fatti, e il rapporto di familiarità che mi propone sa di risaputo e un po’ stantio. Mi sembra che Tu stia lì per importunare, per illudere con una dimestichezza universale tipo siamo tutti fratelli o viva la libertà!”.

Colasanti-e1524464631171-900x425

  ARNALDO COLASANTI

paolo mopelli

PAOLO MORELLI

 

Annunci

Coppie minime


La dimora del tempo sospeso

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Giulia Martini
Coppie minime
Latiano (BR), Interno Poesia, 2018

La sonorità delle “coppie minime”, per quanto possa suggerire il significato in linguistica, rilancia costantemente il senso di versi solitari o adiacenti, costituisce una possibilità in più dello stato della poesia, proprio nell’istante in cui viene letta. Costringe un pensiero, nel lettore, affinché riconosca forze e intensità fino a quel momento sconosciute, o sfocate. Tutto il libro di Giulia Martini è una strada scoscesa, con pochi pianori dove riprendere fiato. Vi si trovano più problemi che abbandoni a certi ricorsi della poesia italiana, a quelle pagine assecondanti pigrizia o voluttà banali e mal assunte da chi disattende la lingua storica. Qui si osserva meglio e attentamente quel che l’ago della bussola indica apertamente o di soppiatto, seguendo ogni spostamento e vibrazione.

View original post 1.566 altre parole

PREMIO LETTERA D’AMORE MAGGIORENNE – VINCE COLASANTI


Diventa maggiorenne il Premio Lettera d’Amore, giunto alla diciottesima edizione, che ha visto in questi anni premiati scrittori del calibro di Barbara Alberti, INVITOMaurizio De Giovanni, Renato Minore e tanti altri, e per il Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo, ricevere donazioni da parte dello scrittore Ugo Riccarelli, dall’attore Ascanio Celestini, dal direttore d’orchestra Donato Renzetti e di epistolari storici risalenti al primo Novecento.

Appuntamento al 7 di agosto, per “Aspettando la Lettera d’Amore”, con la partecipazione dell’attore Michele Placido, che leggerà le lettere d’amore più belle della storia letteraria, accompagnato dalle musiche di Davide Cavuti, l’8 di agosto, alle 20 e 30, invece, si terrà la cerimonia di premiazione, nel Parco “S. Karol” del Palazzo del Marchese Valignani di Torrevecchia Teatina, nel corso della quale si ascolterà la lettura da parte degli attori Antonella De Collibus e Alessio Tessitore delle lettere vincitrici, presenterà il giornalista della RAI Nino Germano, con gli intermezzi musicali di Francesco Palumbi. Sarà presente il Sindaco dell’Amministrazione Comunale, Avvocato Katja Baboro.

Tra i vincitori della XVIII edizione due scrittori celebri di fama nazionale: Arnaldo Colasanti, primo, e Paolo Morelli, secondo. Al terzo posto ex aequo le lettere d’amore di Alessandra Nepa e di Vanes Ferlini. La giuria composta da Vito Moretti, Massimo Pasqualone, Massimo Pamio ha inoltre voluto segnalare testi particolarmente meritevoli, assegnando un premio speciale agli autori: Tino Di Cicco, Donato Tisi, Silvia Ganzitti, Laura D’Angelo, Antonio Di Marino, Stella Tramontana, Domenico Franco, Mariarosaria Trovarelli, Albertina Minissa, Amalia Cavorso, Ha inoltre segnalato per il loro valore letterario i testi di: Annamaria Gaglioli, Therry Ferrari, Antonio Campanella, Marisa Di Filippo, Assunta Di Cintio, Liliana Capone, Eligio Di Renzo, Fantino Mincone, Marco Perra, Anna De Francesco, Tommaso Rapino, Irma Radica, Ersilia Dell’Oso, Alessia Di Giovanni, Luciano Flamminio e degli studenti delle scuole di Chieti e Pescara: Giacomo Piccolo, Eliana Mastropietro, Mattia Calcamucci, Marco Di Pasquale, Martina Valente, Cecilia Iezzi, Giulia Gabriele, Esther Cocco, Gaia Melaragna, Sara Di Vincenzo, Annalisa De Nuccio, Julia Pacifico, Chiara Gentile, Andrea Pascetta, Nicoletta Maniglia, Giulia Di Bartolo, Noemi Di Domenico. Saranno premiati inoltre gli studenti delle classi 3 A e 3 B della scuola secondaria di I grado di Torrevecchia Teatina, della professoressa Carmen Bussola, della 2 A e 2 B della professoressa Alessandra Serpente, della scuola secondaria di I grado Cesare De Lollis di Chieti, professoressa Monica Ferri.

Il 9 agosto alle 21 nello stesso scenario si terrà la premiazione della prima edizione del Concorso “Calidi colmi d’amore”. La giuria composta da Grazia Di Lisio, Tonita Di Nisio, Lucilla Sergiacomo ha assegnato i seguenti premi: Assunta di Cintio, prima, davanti a Lelia Ranalletta, seconda, e a Daniela Antonello, terza. Quarta si è classificata Lucia Alessandro, quinta Cristina Camplone. Segnalati:  Giada Cucciniello, Lolita Di Francesco, Monica Ferri, Paola Verga, Liliana Capone, Amalia Cavorso, Filomena Grasso, Tommaso Rapino, Claudia D’Angelo, Thierry Ferrari, Franco Domenico, Alessandro Colaiocco, Fantino Mincone, Annarosa Ceriani, Graziella Fenotti, Federico Di Caro, Rosalinda Di Lisio, Chiara Fiori. Si esibirà il gruppo musicale “Lorenzo Di Marcoberardino Orchestra”.    

I VINCITORI

Arnaldo Colasanti (Fiuggi, 1º agosto 1957) redattore della rivista Poesia, diventa condirettore di Nuovi Argomenti, interessandosi in modo preponderante di letteratura italiana e francese. È stato professore a contratto nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Nel 2007 è stato direttore del Premio Grinzane Cavour – Stresa. Nell’ambito del suo interesse per la letteratura francese ha pubblicato vaste e approfondite prefazioni ai Romanzi di Guy de Maupassant (1994) e al Malato immaginario di Molière (1995). Da giugno a settembre 2009 conduce con Miriam Leone, Miss Italia 2008, il programma RAI Unomattina Estate. È direttore artistico di “Babel – festival della parola in Valle d’Aosta” nelle edizioni 2010, 2011 e 2012. Docente presso l’Istituto Patologia del Libro. Direttore del Festival BABEL LES MOTS Val d’Aosta. Direttore artistico della Fondazione Perugia/Assisi per il progetto di Candidatura alla capitale europea 2019. Consiglio di Amministrazione presso l’INDA, Istituto Nazionale del Dramma Antico, Teatro di Siracusa. Tra le sue opere: A giorno chiaro. Ritratti di poesia italiana (Rotundo, 1992); Novanta. Il conformismo della cultura italiana (Fazi, 1996);  Decalogo (Rizzoli, 1997); Gatti e scimmie (Rizzoli, 2001);  La prima notte solo con te (Mondadori, 2010); La stanza chiara. La narrativa di Enzo Siciliano, Fandango, 2011; Febbrili transiti. Frammenti di etica, Mimesis, 2012; Suite celeste. Saggi di letteratura francese, Gaffi, 2014; La magnifica, Fazi, 2017;  La vita comune, con Claudio Piersanti, Melville, 2018.

Paolo Morelli nato a Roma nel 1951, dove vive, a metà degli anni ’70 fa parte del gruppo jazz Folk Magic Band con il quale fa concerti e incide un lp per la FonitCetra. È sceneggiatore e regista del fotoromanzo de Il Male Un’idea è l’amante mia, autore e attore teatrale di Cavalli di battaglia e L’alba di Ferruccio Gardner, tutti e tre con Victor Cavallo. È anche redattore delle riviste Guida Poetica Italiana e Poetical e fra gli organizzatori del I e II Festival internazionale dei Poeti di Roma. Negli anni ’80 studia sceneggiatura con Leo Benvenuti e cura una trasmissione radiofonica sulla Rivoluzione Francese nell’ambito di RomaEuropaFestival. Collabora a Il Cavallo di Troia. Negli anni ’90 è critico cinematografico e letterario per i periodici Movie magazine, Farevideo e Next. Nel 1993 ha vinto il Premio Haiku dell’Istituto Giapponese di Cultura. Dal 1994 al 1997, con Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni e altri è redattore dell’almanacco letterario Il semplice, edito da Feltrinelli. Partecipa alla rassegna Ricercare di Reggio Emilia. Collabora a l’immaginazione. Nel 2007 inventa il settemestrale di ‘letteratura comparata al nulla’ l’accalappiacani (DeriveApprodi ed.) dal quale esce due anni dopo. Collabora a varie riviste on-line, tra le quali Zibaldoni, Minima & Moralia, Nazione Indiana, Piazzaemezza. Da anni studia la lingua e la cultura cinesi. Ha tradotto Pseudo-Omero, Zhuang Zi, Lao Zi, Rabelais, Poe. Dal 2002 al 2012 ha curato per il quotidiano il manifesto una rubrica di calcio dal titolo Profondo Viola. È nell’antologia La terra della prosa (a cura di A. Cortellessa, L’Orma ed., 2014). Collabora a varie riviste (Alfabeta2, Alias, Blowup, Tèchne), su Zibaldoni.it tiene una rubrica dal titolo Filosofia Portatile. Nel 2000, 2001 e 2012 organizza le rassegne di letture letterarie Parentele Fantastiche e relative antologie. Come performer, dal ’96 al 2004 ha curato lo spettacolo Animali Parlanti (con G. Anzini, U. Cornia. A. Gianolio, I. Levrini, P. Nori, M. Valentini). Nel 2000 è alla Fondazione San Carlo di Modena con Una lingua per non farsi capire. Del 2007 è Natale di Roma, con Renato Nicolini e Marilù Prati. Nel 2009, 2012 cura Jazzcéline, un omaggio a L. F. Céline col musicista M. Verrone. Del 2015 è A passo di Walser, nel senso di Robert, con il contrabbassista Roberto Bellatalla. Del 2015 al 2018 la serie delle Letture strampalate alla libreria Fahrenheit 451 di Roma. Consulente per la collana di narrativa quisiscrivemale dell’editore Exòrma. Tra le sue opere: Chi ama muore, Roma, 1992; Quattro notti mai successe, Il Bimestre, Roma 2002; Vademecum per perdersi in montagna, nottetempo, Roma, 2003. ISBN 88-7452-009-3 (nuova edizione, giugno 2017. ISBN 978-88-7452-674-1); (e-book nottetempo, 2014); (edizione francese Guide pour se perdre en montagne, Guérin ed., Chamonix, 2006); Er Ciuanghezzù (ner paese der Gnente), nottetempo, Roma, 2004. ISBN 88-7452-042-5; Classifica di notti gagliarde, Jouvence, Roma, 2006; Caccia al Cristo, DeriveApprodi, Roma, 2010. ISBN 978-88-89969-90-8 (edizione francese La chasse au Christ, Guérin ed., Chamonix, 2010); Il trasloco, nottetempo, Roma, 2010; Testo originale, in A.A.V.V. I Parlamenti, Empiria, Roma, 2012; F. Rabelais. Predizione pantagruelina per l’anno perpetuo (traduzione e cura, con disegni di Carlo Bordone e una prefazione di Franco Buffoni), Edizioni di Passaggio, Palermo, 2012;  Racconto del fiume Sangro, Quodlibet, Macerata 2013; Leopardi e il mistero della scrittura cinese, (e-book), Zibaldoni, Angri 2013; L’arte del fallimento (audiolibro), Sossella, Roma 2014; Né in cielo né in terra, Exòrma, Roma 2016; Meravigliarsi come bambini (con Armando Massarenti, Achille Varzi), Castelvecchi, Roma 2017; Da che mondo è mondo, nottetempo, Roma 2017.

 

Colasanti-e1524464631171-900x425ARNALDO COLASANTI

LETTERA D’AMORE – LA ROSA DEI FINALISTI – CALICI COLMI D’AMORE – I VINCITORI


La Giuria del Premio “Lettera d’Amore” composta da Vito Moretti (Presidente) e da Massimo Pamio e Massimo Pasqualone, ha segnalato una prima rosa delle opere ritenute meritevoli per l’assegnazione dei premi messi a concorso per la XVIII edizione (anno 2018). Gli autori presi in considerazione:  Arnaldo Colasanti, Paolo Morelli, Alessandra Nepa, Vanes Ferlini, Tino Di Cicco, Donato Tisi, Silvia Ganzitti, Laura D’Angelo, Antonio Di Marino, Stella Tramontana, Domenico Franco, Mariarosaria Trovarelli, Albertina Minissa, Amalia Cavorso, Giacomo Piccolo, Anna Maria Gaglioli, Therry Ferrari, Antonio Campanella, Marisa Di Filippo, Assunta Di Cintio, Liliana Capone, Eligio Di Renzo, Fantino Mincone, Mattia Calcamucci, Marco Perra, Anna De Francesco, Tommaso Rapino, Irma Radica, Ersilia Dell’Oso, Eliana Mastropietro, Alessia Di Giovanni, Luciano Flamminio, Marco Di Pasquale, Martina Valente, Cecilia Iezzi, Giulia Gabriele. Tra di loro saranno designati i vincitori e i segnalati che dovranno partecipare alla cerimonia di premiazione che si svolgerà mercoledì 8 agosto alle 20 nel Parco “S. Karol Woytjla” del Palazzo del Marchese Valignani, presso il Museo della Lettera d’Amore.

La giuria della prima edizione del Concorso Calici colmi d’amore composta da Grazia Di Lisio, Tonita Di Nisio, Lucilla Sergiacomo ha reso noto i nominativi dei vincitori del premio letterario. Si è imposta Assunta di Cintio, prima, davanti a Lelia Ranalletta, seconda, e a Daniela Antonello, terza. Quarta si è classificata Lucia Alessandro, quinta Cristina Camplone. Segnalati:  Giada Cucciniello, Lolita Di Francesco, Monica Ferri, Paola Verga, Liliana Capone, Amalia Cavorso, Filomena Grasso, Tommaso Rapino, Claudia D’Angelo, Thierry Ferrari, Franco Domenico, Alessandro Colaiocco, Fantino Mincone, Annarosa Ceriani, Graziella Fenotti, Federico Di Caro, Rosalinda Di Lisio, Chiara Fiori. La cerimonia di premiazione si svolgerà giovedì 9 agosto a Torrevecchia Teatina nel giardino “S. Karol” del Palazzo del Marchese Valignani a partire dalle ore 21. Sarà presente il Sindaco dell’Amministrazione Comunale, Avvocato Katja Baboro. Si esibirà il gruppo musicale “Lorenzo Di Marcoberardino Orchestra”.

0001.jpg

 

TO DIE OR NOT TO DIE? di Massimo Pamio


 

Con Loro 1 e Loro 2 Sorrentino torna ad affrontare, dopo Il divo, il difficile tema della maschera umana che si nasconde dietro lo statista, l’uomo di potere capace di influenzare e addirittura di modellare il mondo sociale e politico per il mezzo della sua figura.  Devo dire che a differenza degli ultimi film, compresa La grande bellezza, film poco riusciti, nei quali erano presenti tutti i difetti dell’attuale cinema italiano, privo di un’anima, affidato solo alla grande fotografia, a un po’ di effetti strabilianti, a una sceneggiatura che tende alla commedia, prospettando le linee di una filmografia sostanzialmente grottesca, patinata, kitsch, forzatamente ipermoderna, Loro 1 e Loro 2 recuperano lo stile personale che avevamo individuato ne Il divo, con risultati convincenti, notevoli, affidando l’opera a una serie di spezzoni fumettistici, di piani lunghi, a un’atmosfera irritante e torbida, ad alti e bassi, a una mantica del dialogo, al confronto dei personaggi, alla continua ricerca o attestazione di un’identità e di verifica del potere che tende a descrivere lo stato di seduzione del desiderio che la nostra società mercificatoria nasconde e diffonde, come una droga. La cocaina come il vero simbolo della nostra società spettacolare gonfia torbida rinunciataria perduta, agonizzante, che sta per morire.

La saga (o se preferite l’assaggio di soap) d’una famiglia molto simile, forse troppo, ai Berlusconi, viene affrontata con l’alternanza dei ritmi e di primi piani tesi a commento delle rughe e dei lifting che tanti dei personaggi condividono: “Non puoi tradirmi, e poi abbiamo lo stesso chirurgo plastico”, dice a voler rassicurarsi il protagonista alla sua fedele Pupa; i protagonisti di questa società parlano sempre a se stessi, compresi in un’area di narcisismo dal quale non riescono ad uscire. Il film sembra volerci abituare alle facce mostruose, slabbrate dalla chirurgia, ingabbiate in un avvitamento plastico innaturale e smodato, facce artificiali, maschere ver e proprie, prive di fisionomia personale, anonime e senza tempo, avvicinandocele, così come i mezzi televisivi ci abituano quotidianamente all’orrore del reale. Sorrentino di queste maschere facciali grottesche ci avvicina le idee, i pensieri, le battute, lo stile di vita: mostri che pensano e dialogano, deformazioni del naturale, dell’apparire che è il fine del mostro, che appunto si mostra. La ragazza rivela all’uomo che l’avvicina con garbo e galanteria di avere lo stesso fiato del nonno, fiato di vecchio, descrivendogli la sua pateticità. Più tardi l’uomo dirà di aver taciuto la verità alla ragazza, il nonno probabilmente usava lo stesso prodotto per la dentiera che usa lui.

Il mostro non si accorge di essere patetico, si sente simile agli altri per via dei prodotti, delle merci che ci vengono propinate, spacciate, di cui diventiamo consumatori, omologati in un appiattimento verso il basso, verso un fondo che non è più morale ma asettico. L’eticità è sostituita nel nostro tempo dall’asetticità. Siamo uguali per lo stesso consumo, per lo stessa cancellazione di odori che non devono più appartenerci, se dobbiamo diventare mostri, mostri chiaramente senza odori e senza sentimenti, per un analfabetismo emotivo che ci lega pericolosamente: l’uomo è soltanto i suoi progetti, contrariamente alla donna, che invece continua ad affermare i sentimenti, a confermarli: l’unico motivo per cui Lei è stata con Lui per tanti anni è, dopo che lui glielo ha chiesto più volte, l’amore. Per Lui l’amore non esiste, come non esiste l’etica, ma solo l’approfittare su questa terra dei beni materiali e dei corpi che ci vengono offerti perla nostra soddisfazione fisica.

Noi, come Loro, costituiamo un popolo che è stato per quarant’anni prigioniero di un uomo, che ha asservito perfino le opposizioni, le ha ammansite e comprate, smascherandone la pochezza morale e la mancanza assoluta di coraggio, un popolo che viene irriso all’estero grazie alla figura di un Lui che forse non doveva neanche assurgere al potere, sarebbe bastata una legge sul conflitto di interessi che però proprio i suoi falsi avversari non hanno mai portato in Parlamento.  Su questa pagina di storia terribile, oscura, sta per calare il sipario, ma il danno morale è stato compiuto, il popolo è stato avvelenato, corrotto. Sulla decadenza del potere che ogni uomo pensa di gestire si abbattono quelle parti della natura: il terremoto, ma anche il sentimento, l’amore, che l’uomo non riesce a prevedere. La forza di Sorrentino sta proprio in questo: che non condanna i suoi protagonisti, anche se sono dei farabutti, affinché allo spettatore non sia consentito di giudicare e di porsi al di sopra di quello che è un mondo che ci ha travolto tutti, la globalizzazione, ovvero la riduzione in schiavitù di tutta la popolazione mondiale a poche leggi, quelle del Denaro, del Potere, del controllo delle masse. Anche Lui è stato uno schiavo (pur se inconsapevole), uno che per il suo modo di essere spregiudicato e senza scrupoli, modesto costruttore edile aiutato dalle cosche a raggiungere il potere, vittima di una falsa idolatria propria della società dello spettacolo, un individuo che si è trovato ad essere il giusto servitore di un nuovo mondo, quello della globalizzazione, come un antesignano, un profeta dei nuovi tempi.

images

MASSIMO PAMIO – CHE COS’E’ L’AMOR


Mercoledì 30 maggio alle ore 18 presso la Sala Tosti dell’Aurum di Pescara Massimo Pamio legge i suoi testi poetici da “Amormorio – mor/morii d’amore” (Edizioni Noubs, 2010, con prefazione di Daniela Forni, saggi critici di Riccardo Campa, Paolo Lagazzi, Nicola Longo, Elio Pecora). Seguirà dibattito sul tema dell’amore. L’iniziativa fa parte della serie di incontri “Voci d’Autore” organizzata dal Vecchio Bosco di Ortona con la direzione artistica di Rolando D’Alonzo.26168577_1518577581511863_7691818797289436302_n-1

L’ULTIMO LIBRO DI ELIO PECORA (massimo Pamio)


Per il modo con cui contribuisce ad arricchire il patrimonio della letteratura italiana ed europea, ogni nuovo libro di Elio Pecora viene atteso con ansia, letto con devozione e con fervore dagli appassionati di poesia che ritengono l’autore cilentino un acuto interprete dell’attuale temperie sociale, in grado di avventurarsi nell’ambito dell’umano grazie alla circospezione e alla discrezione con cui ne approfondisce, analizza, interroga, vive, canta le qualità e i limiti, impegnato come pochi a riferire, con dovizia di particolari, sul nostro essere. D’altronde, da un Maestro come lui si esigono risposte sul nostro tempo, si attendono illuminanti proposte e aperture sul comune destino: la poesia, se è grande, deve trasformarsi in oracolo, in una voce che viene da lontano per aiutare a comprendere chi siamo, al fine di svolgere una vera e propria funzione maieutica.

Ogni libro diviene per Elio, probabilmente, fonte di estrema sofferenza e ricerca, non è impresa da poco riuscire a individuare dove sia l’uomo, chi sia l’uomo dei nostri giorni, mai così sfuggente e ambiguo, perfino irreperibile, celato dietro uno spettacolo di luci e di ombre da cui la sua maschera si lascia appena intravvedere.

Rifrazioni è appena uscito, per i tipi dello specchio mondadoriano, nel gennaio del 2018. Due epigrafi lo aprono, che parlano sia del coincidere del pensiero e del cuore, sia del sovrapporsi dell’immaginario e del reale. Scrivere, ci avverte l’autore, è dunque un rivelarsi del mondo, grazie a un pensiero emotivo.

Segue un poema che funge da preambolo, riportato in corsivo, una sorta di invocazione alle Muse. È compito precipuo dello scrittore cercare di porsi al centro del suo tempo, al centro dell’uomo per carpirne i segreti, i valori che determinano le sue scelte, le motivazioni che stanno dietro i suoi gesti, le sue azioni. Nel passato si invocavano le Muse, Elio invece si rivolge a un luogo di pace, a uno spazio intimo, luogo dell’infanzia e del cuore, dove cercare prima di tutto se stesso. Il giardino di S. Arsenio, dietro la casa paterna, è il locus amoenus, il luogo privilegiato da cui guardare lontano, “ma dove lontano”, si chiede già interdetto il poeta, e: “che lembo di occulta ragione” osservare? Nulla è scontato. Aggiunge poi: “Chi si cerca è trovato a sua volta da un’ombra”, dunque egli narra di un conflitto tra il proprio sé e l’io, tra l’anima dell’essere che sta e risiede nel nome dell’altro nel luogo pacificato dell’infanzia e l’inquieto portatore dell’io, un conflitto che si risolve a tutto favore dell’ombra, del Sé, del nume tutelare del Luogo dell’anima, “ma pure vive e respira quell’ombra finanche nel sogno”. Sarà proprio quel nume, lare domestico ed ombra che non si è mai allontanata dal suo luogo, a guidarlo come Virgilio nella selva degli uomini e del suo tempo, quell’Animus che sente, che avverte oltre le pareti e gli spazi, che viene a coincidere con il poeta stesso, a cui dà, offre, dona la voce. D’ora in poi nel poeta, finalmente sicuro e pacificato, pronto a indagare, coincideranno l’”ombra che vive finanche nel sogno” con l’uomo incerto e dubbioso.

In epigrafe, una citazione di Brodskij, secondo cui la poesia ha la funzione, per chi la scrive, del modo per cui la luce o il buio si rifrangono. Che cos’è la rifrazione, parola che dà il titolo all’opera? La rifrazione è la deviazione che un raggio luminoso subisce nel passare da un mezzo trasparente a un altro, per la differenza della velocità di propagazione nei due mezzi.

Se ne deduce che la funzione della poesia è di deviare, attraverso la propria sostanza, il corso di un’altra qualità. Insomma, una sorta di chiarificazione o anche di deformazione della comune visione della realtà.

Il poeta avverte di essere in trappola, nel mondo, coartato e ingannato nella sua veste d’uomo, comprende di essere ingannato ma non ne ha le prove, non può sostenere la sua ipotesi se non facendo passare il reale attraverso la poesia.

La prima poesia, programmatica, riassume il fine dell’opera. Nel frastuono nello scandalo del mondo, alla ragione resta un flebile mormorio. Non si riesce a distinguere ciò che conta, a percepire un lume del vero. Eppure, c’è ancora chi si dedica a questa ricerca, relegato, dimenticato nell’incontaminato silenzio, ovvero versato in un ascolto ormai reso impossibile, forse per questo ancora più desiderato dai pochi più prossimi alla disciplina del romitaggio e a concepire la marginalizzazione dell’essenziale.

Si delinea così la figura di un cantore che, tra disincanto e speranza, tra rassegnazione al nulla e accensione d’interesse per una piccola significativa vicenda, in un presente che sa di ricordo e in una nostalgia di un futuro che si avverte sempre più lontano e distante, si agita come un samurai apparentemente freddo e impassibile, ma indicibilmente e inarrivabilmente sensibile, naturalmente votato alla solitudine, alla disperazione, perverso notomizzatore della prigione in cui versa inconsapevolmente l’uomo, raggirato da un inganno ordito da un invisibile demone.

Il poeta nomina la trappola in cui vive, definendolo un “abitacolo in rovina in cui l’umanità è nemica a se stessa” (anche se più avanti si contraddirà sostenendo che “l’inganno non è stato muoversi in questo recinto,/ ma tenere per certa una promessa bugiarda”). L’abitacolo è il mondo, la Natura, in cui la creatura si ribella e si sente nemica perfino di chi l’ha generato, in una condizione edipica drammatica, che ne trascende perfino la tragicità. Come procedere? L’autore trova la strada nel prefiggersi un percorso etico di ascolto; il suo compito consisterà nel riuscire, nonostante il frastuono, a ristabilire il silenzio, prima di tutto dentro di sé, per fare “notte” nella propria dimensione, secondariamente significherà allentare il contatto col quotidiano ed allontanarsi dal ringhio continuo e assordante che permea il giorno.

Significherà anche mettersi nei panni dell’uomo comune, che, nel giorno, quando gli accade di stare vicino ad arrendersi, in cui tutto sembra essere perduto per sempre, ed ogni gesto sembra inutile, risibile ogni speranza, ecco che un nonnulla, una voce al telefono, l’odore di un cibo bastano per farlo riaffiorare dal soffocamento, per farlo ritrarre dalla disperazione. Al fondo dell’esperienza quotidiana, esaurite le urgenze, si presentano non invitate domande avvelenate, “perché tutto questo?”, “e quanto durerà?”, domande a cui si è portati a rispondere evasivamente, nascondendosi dietro una labile allegria. Implacabile, la felicità non transige, anche se forse essa è solo un vessillo agitato inutilmente, un simulacro. Con sguardo tenero, impetuoso e contraddittorio ma anche vigile e impietoso e perfino a volte con incanto e partecipazione infantile alla vita, l’autore non s’arrende alle disillusioni che il mondo propone, dimostrandosi docile al suo tempo, per meglio blandirlo ed offrirgli un riparo, per essergli di rifugio, affinché l’epoca, affidandosi con le sue voci a lui, al cantore, si confidi, si riveli. A chi mi potrebbe obiettare che questo non è il compito precipuo di Elio Pecora, quanto, piuttosto, in generale, di ogni poeta, ribatto sostenendo che il poeta adempie alla sua missione quando egli è talmente coraggioso da incarnare fino in fondo la folgore precipitosa e tonante del suo tempo, quando ne riesce a carpire le confessioni, le mancanze, le speranze, la promessa di una sorte migliore e magari di una salvezza universale, pur se fredda e tecnologica, artificiosa e persino disumana. Pecora studia, insegue, percorre il suo presente, ne trascrive i dettagli con la pazienza dell’amanuense, con la costanza di un certosino, identificandosi con ciò che lo circonda. Questa immedesimazione che gli costa sangue e sudore, lo fa uscire tramortito ogni volta dai suoi versi, versi fatti della sostanza stessa della notte che egli vive, giacché la verità di questo secolo va cercata, egli scrive, “nel buio: che è poi il niente non più niente”, versi impregnati di nichilismo, della sofferenza e del male, ma pure e ancora segni di una vivezza fortemente sentita, se riescono nonostante tutto a trasmettere l’innamoramento per un fiore, per il profilo minuto di un adolescente, l’incanto di fronte all’estatica luna. In contrasto con l’immensa fenomenologia di questo secolo, che si riassume nella promessa del vuoto, del niente, del buio, la cui minaccia si sostanzia pian piano, l’uomo ancora si porta dentro, oltre al male e alla minaccia, “cosmi e particole”, e sa di esserne “traversato e abitato/ mentre li abita e li traversa”: in questo chiasmo Pecora fa divenire la rifrazione una spettacolare simmetria, sottintendendo l’abbraccio mortale tra scienza e filosofia, l’unione innaturale tra le opposte e vicine mitologie del tempo, e per questo ci ricorda stile e atteggiamento leopardiani, l’innamoramento disperato di Leopardi per la vita.

Pecora aggiunge l’amore per un raffinato e decadente estetismo, allorché egli nota come l’universo, dentro di noi, forse nasconda un’altra verità, confortata dal fatto che ancora qualcuno non riesce a negare l’abbraccio della bellezza, a percepire il piede danzante della Madonna dei pellegrini di Caravaggio o lo screzio sorpreso nella canzone del salice di Desdemona nell’Otello. In qualche modo, l’universo si rispecchia negli artifici umani.

L’opera di Pecora è una sorta di poema, di lungo discorso o dialogo di un uomo con se stesso e con il suo tempo, inteso attraverso il sentire di un’ombra, di una creatura che fa da tramite tra cosmi e particole e si fa anche sostanza di ciò che questi cosmi abitano: il mondo è il modo con cui esso abita le sue creature, si fa sostanza nelle creature, le attraversa, le fa innamorare e disperare di sé.

 

Se penso alla bellezza –dice- v’incorporo

il mondo intero. La penso pensando alla morte

e tutto allora mi si presenta insostituibile,

anche i giorni della tristezza: quando l’attesa

non smette di origliare e la rabbia

accende fuochi ovunque per scaldarsi.

Chi negherà bellezza all’abbraccio

che può esserci tolto?

 

Ah, lo schianto del fulmine dentro l’acacia!  (Da Rifrazioni, p. 22)

 

Quale smarrimento e quale saggezza ispirano questi versi in cui è centrale quell’abbraccio che può essere tolto a tutti noi! È l’abbraccio stesso del poeta a noi, che ci viene tolto nell’atto stesso della lettura. Che cos’è quello slancio se non poesia, il modo in cui la luce si rifrange nella nostra labile esistenza? Il dolore della bellezza consumato dalla stretta del tempo, che stringe il cuore e l’anima in una nostalgia senza oggetto, perciò indefinita, che a noi anzi appare: infinita.

 

Che cos’è la parola della poesia, qual è la funzione del poeta nel suo tempo? Nei versi di Pecora, si accenna a una risposta. Il tempo che precede il tempo della rivelazione è la parola: un anticipo secco del nulla o del Tutto, o della cognizione dell’irreversibile: l’irreversibile inteso come il coincidere del segno con la realtà, coincidenza che è un vero abisso spalancato. Questa cognizione è forse la compassione di se stessi, il dolore non è mai bastevole o assoluto, spesso coincide con quello dell’altro, di un altro.

La struttura di “Rifrazioni” è di natura poematica, sebbene formata da lacerti, da poesie singole, può leggersi come un unico lungo discorso, un poema formato di un verso denso, lungo, raramente inferiore all’endecasillabo.

Da spettatore e attore, Pecora cerca di misurare l’immisurabile, di determinare che cosa siano il dolore e la felicità e la bellezza di cui s’incorpora il mondo intero, imbevuto del filtro attraverso cui tutto si presenta insostituibile. Si esauriscono ogni paradiso e inferno nella frammentarietà, nel non aver tempo per l’amore, nel non lasciarsi andare alla leggerezza, nel destino a cui basta “il desiderio di una felicità appena sfiorata”. Che cosa resta dell’entrare nella vita, dell’uscire nella morte? Arrestare il tempo, attendere, perdere la misura nella gioia d’un gesto, mandare un segno a chi non c’è per una risposta, aver pazienza. L’umano sfocia, sminuzzato, nelle paure e nell’ansia, nella perdita. Il poeta dal silenzio trae parole, appena un cenno per un altrove nemmeno intravisto, la certezza anche abbagliante del niente nel niente. Il poeta continua imperterrito con la testa mozza di Orfeo a “cantare per quale spettacolo”?

In esergo, le epigrafi spiegano il contenuto delle liriche comprese in ogni sezione: lo spessore dell’ombra è il ritorno del desiderio nella sparizione (Blanchot), “il passato siamo noi e perfino il nostro domani è un passato che si ripete” (Zolla).

La parte più notevole del poema pecoriano è “Lo spessore dell’ombra”, in cui la lunghezza del verso si affida a una sorta di esametro, composto di due misure, l’una controcanto dell’altra, in cui la seconda si può considerare una specie di commento o di eco della prima parte, dalla tensione fortemente epico-drammatica. Il riferimento alla classicità è evidente, i temi dell’umano sono ancora e sempre quelli, la classicità pecoriana però si riveste dell’angoscia e della sensibilità moderna, di uno sperimentalismo che avvicina il poema ai grandi risultati raggiunti in campo europeo da Eliot nei Four Quartets e in The waste land, da Auden in The age of anxiety, da Pound nei Cantos.

Per scrivere di “loro”, degli uomini, “egli” (l’Animus del poeta) deve prendere sulle spalle il destino di tutti, caricarsi della loro gioia e del loro dolore, in nome e per conto loro. “Egli” non li ha mai abbandonati, ne riferisce la Storia, l’Esito, ne è l’ultimo testimone, partecipe del loro inutile affaccendarsi, un samurai che ha concentrato nella sua impassibilità tutti i gesti possibili ed assiste senza scomporsi all’imperfezione progressiva del mondo, all’imperfezione degli alberi, del tempo, degli animali, fino a quella dell’uomo.

Chi sono gli uomini? Sono coloro che non scamparono mai alla morte, docili creature negate a loro stesse da un destino di impermanenza, di transitorietà, di fugacità. Creature per eccellenza, perché consapevoli del loro essere votati al dissolvimento. Non ebbero dei, perché fu vuoto il loro cielo, perciò non ebbero dei contrari o favorevoli ma colmarono questa assenza immaginando quel che non vedevano, e cioè dei capaci di generare in loro desideri, paure, la bellezza. Ebbero esperienza del tempo, della felicità, del dolore e anche il meno attento seppe dell’amore. Il corteo dei morti viventi avanza nel pensiero fermo dell’Animus che li coglie nella loro consistenza (e sostanza) di folla, di quelli che andarono insieme per un tratto più o meno lungo, comunque sempre importante, degli altri che invece non seppero nemmeno l’uno dell’altro. Il distacco tra Animus e uomini, tra soggetto (poetico, anche) e anonime schiere di uomini si fonde in una lucida constatazione: “Moriamo alla morte dell’ultimo che ci ha conosciuti”.

Di fronte a tali verità, le parole sono nient’altro che “sentinelle assonnate sugli spalti di una città assediata”.

“L’aria è piena di anime”, la frase di Pitagora diviene emblema della condizione di chi avverte attorno ai viventi “ombre” che ci “chiamano”:

 

Pare a volte di udirne la voce, ne ascolti la frase

che ti confortò o che ti offese. A volte ne scorgi

le mani irrequiete, il colore degli occhi.

A volte spostano una sedia, un libro,

un cuscino ricamato; a volte

ti precedono in una strada affollata

e nemmeno si voltano.

 

Di questo restare, di questo indulgere dei vivi tra i morti o dei morti tra i vivi, così strenuamente affezionati ad oggetti e ai loro vizi, pronti a farsi ingannare per amore delle cose o per questioni sentimentali (i morti tornano per farsi ancora ingannare oppure restano perché non riescono a uscire dall’inganno?), svelti a farsi tradire nel luogo dove essi hanno nascosto i loro mostri.

Similmente al romanzo manzoniano, Rifrazioni è un poema corale, dove l’io lirico è uno dei tanti personaggi che s’agitano nel testo, laddove il vero protagonista è l’umanità di quel tempo, narrata e descritta da un narratore onnisciente ben nascosto dietro le quinte, una sorta di Divina Provvidenza, che regge il teatro del mondo.

Il narratore è convinto che una superiore volontà ordinerà il caos, provvederà, laddove si è creato un vuoto, a colmare, laddove qualcuno si è dimostrato avaro, a depauperarlo, a dare a chi non ha avuto, insomma, a compiere e a rendere equilibrate le sorti; qui il narratore è una voce che resta e penetra fin dentro il lutto e l’assenza dell’uomo e del mondo.

“La condizione umana risiede nell’abitazione, nel senso di soggiorno sulla terra dei mortali” (Heidegger).

Pecora spazializza le paure per renderle visibili connaturate e connaturali alle proiezioni culturali  (film, scritti sull’apocalisse, sulle guerre, sulle aggressioni che commettono gli uomini nei confronti degli altri, paure sempre più forti e corpose).

Nessun uomo si può ritenere mai esente dall’umanità e dal suo concorrere a un impegno comune, nessuno è salvo dai suoi gesti, nessuno è libero dal suo essere fonte e oggetto di relazionalità, di corresponsabilità a un progetto unico.

La poesia, forse, non è che l’espressione del desiderio umano di dialogo, di confronto, nell’assunzione di una responsabilità critica nei riguardi del potere di una “ragione” che, oltre che a esprimere in sé le forme del mondo, contribuisce a mutarle, a inciderle in modo spesso orrendo, “contro natura”.

Ecco il perché di una ribellione che si concretizza nella descrizione di una sempre più probabile autodistruzione a causa di una mancanza di senso presente nell’attuale agire umano, sempre più impregnata di nichilismo:

 

Quest’uomo non crede più a nulla, a nulla più crede

(nemmeno al denaro che, se lo distrae e contenta,

non basta a guarirlo dal desiderio e dall’ansia).

Da tanto non ha più un altare né un dio da pregare:

quando sente insicura la mente, e breve e malata

la sua ora.

 

La terra è diventata un immenso spettacolo umano dove “L’aurora/ dai centomila watt/ risolleva il sipario/ sull’immenso teatro.”, uno scenario osceno, sconfortante, desolato, che non nasconde più alcuna sorpresa per gli uomini, attori abbagliati dai riflettori, divenuti ciechi, figli degeneri, allontanatisi dalla natura, dalla loro essenza, traditori del loro compito di custodi del pianeta. Un teatro degradato in “teatrino”, in uno spettacolo indecente in cui “Seduti sulle immondizie pienamente legiferano:/ Dopo di noi il diluvio!”.

Sconsolato, il poeta si chiede:

 

quanto di tempo impiegherà quest’uomo,

così tanto occupato da se stesso,

a sentirsi a misura della foglia

che spunta da una minuscola polla

 

a ridiventare, se mai lo farà, di nuovo creatura naturale?

(Massimo Pamio)

978880468746HIG-310x480

 

 

 

Il “fantastico” nella lettura di Maria Elena Cialente (di Vito Moretti)


Il “fantastico” nella lettura di Maria Elena Cialente

Recensione di Vito Moretticontent

 

La questione a cui orienta con il suo nuovo libro Maria Elena Cialente (L’altro e l’assente. Fantastico italiano del Novecento, Chieti, Solfanelli, 2017) è come interpretare oggi il genere del “fantastico” e come esso si mostri nell’atto concreto della scrittura narrativa.

Gli autori del Novecento, studiati appunto dalla Cialente nella sua ampia e intelligente monografia, ricorrono spesso al “fantastico” e utilizzano le modalità che la recente storiografia letteraria riconosce a tale genere, cioè i romanzieri hanno recuperato e danno oggi vigore, nello specifico, al pensiero magico e primitivo, vale a dire ad un sentimento di sacralità e di trascendenza con cui essi leggono il mondo – la realtà complessa degli uomini – e tentano di scendere nelle profondità del sociale e di cogliervi i tratti più problematici, i sistemi di valori e le proiezioni più significative.

Ma – detto ciò – resta ancora da chiarire cosa sia il “fantastico” per gli studi che sono venuti a consolidarsi dal secolo XX ad oggi, e perché, poi, il “fantastico” sia diventato così rilevante negli usi della narrativa contemporanea.

Si può allora asserire, intanto, che il “fantastico”, benché se ne scriva anche molto, resti a tutt’oggi poco codificato, non conoscendo, infatti, il rigore con cui si delimitano gli altri generi (o sottogeneri) che sono derivati da esso (come, ad esempio, l’horror, il giallo, il fantascientifico, ecc.); sicché, di fatto, il genere “madre”, per effetto della larghezza e genericità dei suoi codici, si presenta con un alto grado di contaminazione, poiché si può rinvenire al suo interno una combinazione – anche casuale – di fantasy, di magismo, di metarealtà, eccetera. E perciò, il discorso fantastico, a causa di questa sua non rigorosa e persino elastica convenzionalità, si è orientata via via ad un’apertura di orizzonti e ha interpretato, in tal modo, il volto caotico e inquietante della modernità, e – allo stesso tempo – ha sostenuto il desiderio di evasione dell’immaginario, il proposito di non sostare alla superficie delle cose, l’impegno a farsi audace e intrepido. Sicché, sotto la spinta di questo procedere, l’intelletto ha scoperto che la realtà è uno spazio con mille buchi, anzi uno spazio popolato da ripetute negazioni, da innumerevoli inganni o, anche, da vuoti e persino da bui e da geli.

Tutto questo ha generato nell’autore (e, di riflesso, nel lettore moderno-contemporaneo) un pensiero problematico e critico e, insieme, un approccio al reale incentrato sull’idea di precarietà, così la produzione fantastica del Novecento ha scoperto e fatto proprio il principio secondo cui la condizione dell’uomo (dell’io) è un guadagno temporaneo, instabile, transitorio, esposto permanentemente al dubbio e alla revoca; si vive, dunque, di continuo sull’orlo di un abisso e sulla percezione di ciò che manca, cioè di un’assenza (che spiega anche il titolo del libro di Maria Elena Cialente).

La produzione fantastica, quindi, come avevano già intuito Calvino, Eco, Buzzati, ma anche Todorof, Lacan, Nodier, ecc., contiene un’istanza gnoseologica (conoscitiva) che predilige – talvolta in forma implicita, altre volte in maniera esplicita – i grandi interrogativi dell’uomo, le domande sulla vita, sul destino, sull’essere, ecc., insieme al senso del mistero, alla pregnanza della metafisica e all’idea che non si possa spiegare l’universo – quel che esiste – con strumenti puramente razionali: c’è, insomma, un al di là del dicibile che non solo conta, ma che forse ha più senso dell’al di qua.

Occorre, dunque, avere respiro e pensare sempre che c’è una scala, una possibilità in più fra l’esplicito e l’implicito, fra il denotato e il connotato, fra l’esibito e il sottaciuto (come scrive assai bene Maria Elena Cialente), e fra gli schemi – aggiungo – della realtà e della coscienza, dell’io e del tu, dell’individuale e del collettivo, e persino di ciò che si ritiene possibile e di quel che si giudica impossibile: in un movimento che nessuno (né l’autore, né il lettore, né il critico) può pretendere di circoscrivere o di arginare, per effetto anche delle “spinte” operate proprio dal fantastico.

È, del resto, in virtù di questi aspetti – scrive giustamente l’autrice nel suo libro – che un’opera letteraria può recare una molteplicità di elementi significativi e può essere consegnata alle nuove generazioni, nonché continuare a “dire” cose perspicue anche dopo secoli.

Un lavoro, dunque, questo di Maria Elena Cialente, che reca chiarezza sulla vicenda letteraria e creativa delle stagioni più recenti e che offre un insieme di attente riflessioni, su un genere che ha reso possibile la scrittura delle più importanti opere della nostra tradizione novecentesca.

Un libro da Dio: Due come loro di Marco Marsullo


Un libro da Dio: Due come loro di Marco Marsullo

(di Massimo Pamio)

 

Se si eccettuano il film “Una settimana da Dio” di Tom Shadyac e qualche incursione (una, non propriamente letteraria, En attendant Godot di Samuel Beckett, altre passate sotto silenzio, come un romanzo di Giacomo Sartori) nostro Signore Dio non compare mai come protagonista di un romanzo. A colmare questa lacuna, interviene Marco Marsullo che, in Due come loro, (Einaudi, Torino, 2018, pp. 202, euro 17) rompe ogni indugio eleggendo addirittura a protagonista non solo Dio, ma anche il Diavolo e una messe di loro aiutanti, uomini e donne ingaggiati al servizio dell’uno o dell’altro.

Se il Diavolo è stato sempre al centro dell’attenzione letteraria, dal Faust di Marlowe al Mefistofele di Goethe, ai romanzi noir di M.G. Lewis (Il monaco), di C. R. Maturin (Malmoth l’errante), se addirittura ci si è interessati alle memorie del diavolo o si è andati a scartabellare tra le sue carte (F. Saulié, J. F. Richter), se il diavolo è stato perfino immaginato nelle sue fattezze fisiche (il diavolo zoppo di Lesage), in pagine immemorabili (da quelle di Folengo, Pulci, Milton, Blake, Machiavelli, Byron) descritto nelle sue passioni, come il diavolo in amore di Cazotte, fino a diventare un’ossessione per molti russi, da Lermontov a Derzavin, se si sono descritti personaggi satanici (come Saint Fond di De Sade), dobbiamo ammettere che Belzebù è una vera e propria leggenda letteraria, un’icona, una stella della letteratura mondiale.

Perché questo? Il diavolo è il nostro vero prossimo, che condivide con l’uomo la caduta, il peccato, il vizio, un comune destino, impervio, angoscioso, oscuro, insomma, infernale, tanto da farci ipotizzate che il diavolo sia, nella letteratura, nient’altro che una proiezione della figura umana, un dio eletto a immagine e somiglianza dell’uomo. Tutta questa fratellanza, questa comunanza di intenti e di interessi invece, lo scrittore di romanzi non la spartisce con la figura di Dio, sentito troppo distante, intoccabile, onnipotente, incapace di commettere errori, colpe, reati, indifferente a vizi e a virtù, al di sopra delle cose, degli uomini e di ogni sospetto.

Non è così. Dio, sostiene Marsullo nel suo romanzo, Dio è uno di noi, indossa camice hawaiane, ascolta musiche latinoamericane, si diverte a ballare con stile, a bere cocktail. Sempre impeccabile, profumato, i capelli tenuti da un codino, carismatico, dotato di un fascino tremendo, grande seduttore, si comporta come un edonista ricco e senza pensieri. Ecco il Dio che governa la terra poco celeste di Marsullo, a cui si oppone un Demonio brutto ma elegante, cinico ma comprensivo e forse anche simpatico, più raffinato di Dio.

Tutto è ineluttabile nel confronto conflittuale denso di colpi bassi che si svolge quotidianamente tra i due Signori del Bene e del Male impegnati a disputarsi le anime degli aspiranti suicidi, dove si inseriscono gli aiutanti, e tra questi il vero protagonista della storia, Shep, che conduce un pericoloso doppio gioco, in qualità di aiutante sia di Dio sia del Demonio.

La storia molto intricata e intrigante non può essere riassunta, per non togliere al lettore il piacere delle carambole a sorpresa a cui assisterà: funambolico Marsullo, che si affida come Bulgakov (Il Maestro e Margherita) e Hjortsberg (Falling Angel, Ascensore per l’inferno) al susseguirsi di trovate a ripetizione che non fanno tirare il fiato nemmeno un istante al lettore, ponendolo di fronte a dei quesiti filosofici: ed è di questi che ci interesseremo.

Le questioni centrali del romanzo concernono lo statuto del bene e del male. Esiste un equilibrio tra di loro? Può l’uomo favorire il bene, evitare il male?

Sono queste le interrogazioni a cui Marsullo sottopone la travagliata coscienza del personaggio Shep, intrappolato in una serie di situazioni che gli suggeriscono l’idea secondo cui il male non sia evitabile, neanche quando a svolgere il ruolo di sapienti ci sono due straordinari filosofi come Dio e il Demonio e addirittura uno psicanalista-artigiano amico e compagno di scuola di Dio, Poggini.

Insomma, non si può cambiare se stessi, perché il destino è segnato, e l’uomo non possiede le capacità di rovesciare i colpi della sorte, troppo ben congegnati dai due Padroni del Tempo. Shep non è capace di cambiare se stesso perché non ha mai conosciuto persone che si sono redente. Forse, e qui mi permetto di impersonarmi in Dio e nel Diavolo, Marsullo non è entrato mai in un carcere, dove I peggiori delinquenti si pentono e scontano la loro pena cambiando loro stessi.

Contrariamente a quanto pensa Shep, la salvezza è dunque possibile, a mio avviso, ed è molto vicina a noi, più vicina di quanto pensiamo, perché il bene è più attivo, dinamico e flessibile del male. Unico neo del bene è quello di non fare “spettacolo” in una società che invece lo richiede per legge. Oggi il bene è ritenuto soltanto il “negativo” del male, l’altra faccia del male.

Shep vuole fare del bene, ma non ci riesce, e se lo compie lo fa in un estremo atto di generosità che lo trascende e ne sublima la miseria, in un sacrificio di cui non si accetta le conseguenze.

Il finale, però, non poteva essere a favore del bene, non solo avrebbe creato un happy end scontato, ma soprattutto non avrebbe fatto riannodare tutti i fili della vicenda romanzesca. Il male è il vero generatore di questa trama romanzesca: Marsullo quali colpe addossa ai suoi personaggi per causare loro questo Male? Quale senso di colpa lo attanaglia nei confronti di queste figure di pezza? Qualcosa trapela, come se l’autore si fosse voluto liberare di un peso, forse il fatto di aver lasciato la propria ragazza e di averne ancora il sapore dolce nella mente. Perché poi di questo realmente nel romanzo si tratta: dell’amore, l’unica verità posta al di là del bene e del male, che governa ogni vicenda e si rivela crudele soprattutto nei confronti dei più stretti seguaci. L’amore, l’unica passione la cui energia non riusciamo ancora a depotenziare. L’immenso carico che la passione amorosa occupa nella vita d’ogni persona è insostituibile, ce se ne può liberare soltanto compiendo un gesto estremo, attraverso la ribellione. Ecco che cosa preconizza lo scrittore Marsullo: la rivoluzione del singolo contro l’oppressione, lo strapotere del sentimento, contro la schiavitù a cui ci costringe. Di quale amore poi parliamo se  –è lo stesso Dio a confessarlo- Adamo era gay. Sì, la vendetta peggiore che Dio poteva esercitare contro la sua creatura era quella di spifferargli in faccia la verità sulla sua origine, una verità terribile, che riduce all’impotenza il primo capostipite dell’umanità. Aspra vendetta, soprattutto nei confronti della “mascolinità”, di quel complesso ultraedipico assoluto che il maschio patisce per tutta la vita. Il rivelare che probabilmente il peccato originale risieda nel fatto che gli uomini siano tutti figli di un omosessuale diventa anche uno schiaffo morale per la coscienza sessista del maschio. Inoltre, spiega il motivo per cui i gay, oggi costituiscono le lobby più potenti della terra, ovvero perché gli impotenti sono arrivati a rivestire la massima potenza del pianeta: sono favoriti da Dio.

L’autore irride le paure umane, ma sembra farlo alle nostre spalle. La più forte, tra le paure, è quella del passato, del tempo che non si può più modificare, che segna la vera condanna perché inappellabile. A giudicarci non sarà Dio, cui forse non importa tanto del nostro comportamento, bensì il passato, che ci stringe in una morsa di consapevolezza dalla quale non riusciamo a liberarci. Possiamo perdonarci tutti i nostri difetti e i nostri vizi, ma non le colpe e gli errori che abbiamo commesso nel passato e che ormai non possiamo più redimere. Né Dio né il Demonio possono salvarci da questo abisso incontrollabile, che finisce per occupare il nostro inconscio e per torturare la coscienza, ogni giorno. Possiamo sfuggire a tutto, ma non al nostro passato, che può ripresentarsi per fare i conti con noi quando meno ce l’aspettiamo. In una società come la nostra, dove regna la superficialità, l’urlo del passato può travolgerci, perché non siamo preparati a interrogare noi stessi, ma ad affidare la nostra vita alla sicurezza protettiva che la società crea per noi giorno dopo giorno: finché dura!

L’ultimo romanzo di Marco Marsullo rappresenta l’opera della maturità del giovane scrittore napoletano, che io definisco il Mark Twain italiano, per la sua vocazione al picaresco e all’umorismo, doti introvabili nel panorama letterario italiano, ma anche per la sua innata propensione alla versatilità, nonché per la sua mancanza di provincialismo.

Favola moderna, Due come loro a partire dalla imitazione dei classici (Bulgakov, Oscar Wilde, Goethe, Mister Hula Hoop dei fratelli Coen) e dalla ironica rivisitazione dell’hard boiled americano, rivela uno stile autentico, fresco, audacemente marsulliano.

Einaudi deve puntare su questo libro per il Campiello o per lo Strega e su una traduzione in inglese efficace, perché Due come loro ha tutte le qualità per riscuotere un consenso che si trasformerà molto semplicemente in un successo internazionale.

 

 

 

IMG_20180401_180846

MANCANZA-PURGATORIO: IL FILM NON SCRITTO DI STEFANO ODOARDI


Mancanza-Purgatorio è il secondo film di una trilogia ideata dal regista Stefano Odoardi, in cui si assiste al viaggio verso l’ignoto di una nave cargo: a bordo, un Angelo guida un gruppo di persone verso una possibile salvezza, fino all’approdo, al ritorno verso l’isola da cui erano partiti, dopo una analisi della loro condizione, esemplificata in brevi monologhi attraverso il rifacimento di testi tratti dall’Odissea di Omero, dalla Poesia ininterrotta di Eluard e da Song di Allen Ginsberg.  Produzione italo-olandese, realizzata con il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission, del Comune di Cagliari e della Regione Sardegna, con il montaggio di Gianluca Stuard e le musiche di Andrea Manzoli, il film è girato in bianco e nero, e dura 84 minuti.

locandina-1

La sensibilità di un cineasta non sempre è percepibile, perché a nascondersi dietro l’immagine si diventa invisibili. Il nascondimento che Odoardi ha scelto per rappresentarsi è però quello di chi si acceca per essere fonte di nuova capacità visiva per l’altro, per fargli incrinare lo sguardo della quotidianità. Un procedimento simile a quello della moscacieca, di un gioco infantile, che ha a che vedere con bende sugli occhi, con l’abilità di riuscire a prendere un altro –l’altro, qualsiasi altro- nonostante la forzata transitoria cecità.

Ecco, lo sguardo di Odoardi ha a che fare con la benda visiva del film, con l’oggettivazione della relazione del giocatore che deve catturare il corpo dell’altro facendo leva sulla propria scelta di una obbligata cecità. Rasentare la cecità, attraversarla, significa diventare capaci di vedere, in grado di nascondersi dentro una limitazione patita e dolorosa per rinascere alla visione, rendendosi invisibile a se stesso e agli altri. Il bambino che gioca a mosca cieca impara che a occhi chiusi non si diventa invisibili agli altri, semmai è il contrario. Egli si affida alla propria capacità di sentire e di vedere con il corpo, con il tatto, di vedere attraverso la benda, di fare del proprio corpo un solo occhio, ma anche una struttura percepiente, adescatrice delle immagini che si agitano nelle profondità della nostra inabilità. Si scopre così il proprio orizzonte interiore, che può andare al di là di quello che ci circonda.

Odoardi ci aiuta a vedere al di fuori delle pastoie dell’immaginario sociale, a liberarci del fatto che vedere è oggi vedere un’idea, un fatto sociale, culturale, una realtà codificata dal sistema produttivo ed economico, soprattutto.

Non so se vi è mai capitato di leggere in silenzio una poesia con il timbro e con l’inflessione della voce del poeta stesso, ma sicuramente avrete recitato la battuta di un film con la voce e l’espressione dell’attore; ebbene a me è accaduto di vedere il film con gli occhi di Stefano, con uno sguardo che accarezza l’immagine, lo sfiora, trasformando la sensazione visiva in quella tattile; vedere è cercare di trattenere con i polpastrelli, di fare della pellicola della visione la propria pelle, di trasformare l’impalpabile in palpabile.

Vedere è graffiare il proprio occhio, è sezionarlo per trovarvi l’inganno visivo, e questo film è un graffio continuo sulla pelle e sull’iride, ma anche un riportare tutto al graffio sul volto dell’angelo- Angelique (l’attrice italo-francese protagonista, Angelique Cavallari) che ci contagia con questo graffio, come se il graffio fosse una malattia contagiosa.

Il contagio è a fin di bene: bisogna cercare di accecarsi per tornare finalmente a vedere la bellezza, che sta per scomparire dall’orizzonte del nostro vedere. Solo un graffio sull’iride ricevuto per contagio (il contagio come una grazia!) potrà salvare la bellezza.

mancanza-1030x615

Il cinema è falso movimento, e questo falso movimento va irreggimentato, va controllato, riscritto, ma la riscrittura non è più possibile attraverso la macchina, occorrono mezzi ben più raffinati per ottenere il “movimento”, mezzi che la tecnologia offre: negli studi di montaggio è possibile ottenere l’eterno richiamo della risacca che si infila nelle corde di un violoncello amplificato nei bassi improvvisi che scheggiano l’udito. Su tutto, aleggia la dimensione incorporea del mare ottenuta con l’evidenziazione della grana, vera unità della pellicola filmografica, che torna a ossessionare con la sua obsolescenza col suo fantasma la cattiva coscienza del regista ultramoderno. Sofisticata, resa impalpabile, l’immagine offre il senso d’una accorata nostalgia del corpo freddo dell’angelo -la sua energia è algida, che può dar vita a una storia epica e romantica nello stesso tempo, in cui i container, i tubi, i portelloni, scoprono i nervi di un mondo meccanico, in cui gli artisti come Odoardi fanno vibrare le ombre inesauste della visione, consapevoli della loro sparizione, ovvero della sparizione dell’arte del cinema dalle sale. Il suono della bellezza torna come un fantasma o una forma di nostalgia nell’angelo – Angelique Cavallari è una musa, anzi una venere che trasporta con sé, impersonati dagli attori di strada del quartiere S. Elia di Cagliari, le ultime vestigia del bello, grazie a pensieri sulla propria condizione di umani.

Il film diventa così una denuncia sociale: il nostro mondo ci priva di una base fondamentale, ci impedisce di parlare della condizione del nostro esserci, ma ci suggerisce anche che l’uomo non è più un animale mimetico ma è attualmente un animale cinematico.

compsanteliaweb3

Infine, un’altra riflessione a cui sono giunto guardando con gli occhi di Stefano: nella società oscena dello spettacolo analizzato da Debord, vedere di essere veduti diviene una paura che ci attanaglia e che ci impone scuri occhiali da inforcare anche quando non c’è il sole, e che spinge i giovani a uscire solo di notte, per sfuggire alla tracotanza delle immagini, all’eccesso del vedere, per salvarci deve intervenire un angelo che ci invita nel luogo ignoto al fine di rivelarci, aprendo sportelloni, entrando nei container del nostro immaginario indotto dal sistema culturale, che in fondo a tutto questo c’è ancora l’immagine, un’immagine che ci libera e ci rende ancora capaci di intuire, attorno a noi, dove si nasconde e in quali anfratti dimenticati, la bellezza, e quale volto essa ha assunto.

Odoardi è anche un artista, il film viene da lui così presentato: “film non scritto (…) ricerca delle immense possibilità del linguaggio cinematografico. Non scritto significa che è un film che nella sua costruzione non ha mai visto una parola scritta per rappresentarlo. Ho lavorato con costanza su una serie di acquerelli informali in bianco e nero che sono poi diventati l’effettiva scrittura per immagini del film.(…)”. Gli attori di strada hanno poi avuto spazio libero per interpretare se stessi e la loro ricerca di salvezza, in un work in progress, in un film-verità che viene poi rielaborato in fase di montaggio e di sonorizzazione.

Gli acquerelli sono stati esposti a Cagliari, in una mostra dedicata al pittore (oltre che regista) Stefano Odoardi.

Un film da non perdere, visionario, magico, a cui dovrebbe essere assegnato un riconoscimento importante, per il suo notevole valore.

(MASSIMO PAMIO)

NELL’ANGUSTA VALLE DI MANDORLI – Clara Di Stefano


Pubblichiamo, per gentile concessione dell’Autrice, alcune poesie di Clara Di Stefano. Buona lettura!

Clara Di Stefano è nata ad Acciano (L’Aquila), vive a L’Aquila dove ha insegnato Filosofia e Psicopedagogia nelle scuole superiori.

Nel 1996 pubblica Samara d’olmo, “…un canzoniere di rara sensibilità, per la freschezza emozionale e per l’autentica ricerca poetica…”(Antonio Piromalli).

Nel 1999 vede la luce, con la stessa casa editrice, A mani nude “…una catarsi emotiva… che sembra ubbidire all’imperativo nietzschiano: – scrivi col sangue-”(Liliana Biondi).

La sua terza silloge Sull’orlo del giorno, vincitrice del Premio Libero De Libero, è in via di pubblicazione.

Ha conseguito numerosi e prestigiosi riconoscimenti.

Sue opere sono state pubblicate su riviste e antologie.

Cinque suoi testi dedicati all’infanzia sono stati musicati da maestri del Conservatorio di Trento.

 

 

Batte canto d’assiolo

Batte

canto d’assiolo

sulla pagina del giorno

che chiude in orosangue

sul Sirente

 

Signore dell’assenza

Viandante di cammini infiniti

più Ti cerco e più Ti celi

 

forse

il senso di questo mio frugare

a mani nude

nei roveti del Tempo

 

il cuore dell’attimo che sfoglio

è tutto qui

nel mio affannoso cercarTi

e nel tuo celarTi infinito

 

batte

canto d’assiolo

sull’ala della sera

che plana sulla valle

 

inquieta la vena sussulta

percorsa dall’urlo del treno

che corre

che corre

sull’orlo del giorno

 

 

Torneremo insieme

Torneremo insieme

nella mia angusta valle

di mandorli gemmata

murata

da crinali brulli

e lucidi querceti

dove

a fatica s’incunea

il nastro sfatto

dell’Aterno

 

il cielo

per noi

già prepara

tripudio d’aquiloni

sul ventaglio argenteo

del Sirente

 

ma come dirti

del sentiero aspro

delle greggi

che risalii

bambina

nelle albe terse

risonanti di belati

 

come dirti

del campo da mietere

rimasto solo

fra le stoppie

troppo grande

per una donna

e una bambina

 

come dirti

dei quaderni

con la carta scura

dei libri sbrindellati

di terza e quarta mano

pagati

con sudore amaro

di miniera

 

come dirti

che non mi dà pace

la fatica della madre

vista invecchiare

troppo presto

 

come dirti

amore

come dirti …

 

mi ci volle

umiltà di timo

e tenacia di ginestra

per crescere

in quel grembo avaro

dove

perfino le preghiere

suonavano

dure

più delle bestemmie

 

ma torneremo

torneremo insieme

nella mia angusta valle

 

il cielo

per noi

già prepara

tripudio d’aquiloni

 13319919_1119698364720068_4683331984232457992_n

 

 

3D o non 3D? di Gilberto Cristofoletti


Una risposta alla discussione sulle tecnologie applicate alle arti, leggete e commentate questo saggio “sgarbato” e bizzoso del professor Cristofoletti.

 

Egregio Dottore, mi chiamo Gliberto, sono un frequentatore del suo pregevole sito, e un appassionato di Storia dell’ Arte (insegno in un noto istituto di Ferrara), dove peraltro vivo. Le scrivo per dirle che sono parzialmente d’ accordo con lei, e mi permetto di esporre subito la ”pars construens”  di ciò che ho apprezzato del suo articolo la naturalezza con cui celebra la natura. Ma da qui a dire che il 3D non possa esaltare la natura, la naturalezza, il naturismo e quant’altro mi trova in disaccordo assoluto (Pars destruens), nella misura in cui, come già diceva Giordano Bruno, il mondo è una “natura maturata”, e l’ arte, dal pennello a Instagram,  ha il dovere di esaltarla in tutte le dimensioni e posizioni possibili. Lei dice che la mostra in 3D su Caravaggio non le è piaciuta, mi può trovare d’accordo, le ombre di Caravaggio tridimensionali possono essere alquanto inquietanti e, nel loro essere difformi dal principio dell’ ambivalenza chiaroscurale, fortemente antiestetiche in 3D. Ma ormai l’arte è artificio, lo diceva già il grande e da lei sicuramente conosciuto Desesseintes di Huysmans. Ma che senso ha preoccuparsi della natura se anche un corpo di donna può essere reso nelle irresistibili forme di una bambola? E all’ epoca i sexy shop non erano stati, non so dire ancora se purtroppo o per fortuna, ancora inventati. Fatto sta che è da questo atroce presupposto che nascono i principi della robotica, nella misura in cui possiamo essere d’ accordo con Alec Ross quando nel suo recente “Il nostro futuro“ ( Feltrinelli 2016), ci dice che che ”bisogna essere elastici nella permanenza dei dati”, insomma dobbiamo abbattere  i taboo legati alla paura che vieta il senso del gusto e dell’ accesso alle cose belle. Siano esse legate alla Letteratura, alla  robotica, ormai prossima ventura, o al 3D, che lei demonizza in maniera atroce!

Non voglio fare lo Sgarbi della situazione, ma lei si comporta nella sua sacrosanta ”sanità  conservatrice”  da integralista del secolo scorso. La prego  non faccia il purista e il talebano dei vari Duchamp, Kandinsky e Schiele  quali opere non apprezzabili nell’ ottica del 3D o di altre forme  tecnologiche che hanno solo il torto di esaltare nel bene e nel male ciò che l’ occhio nudo non riesce a vedere. E in ogni caso c’ è una forma d’ arte che più di ogni altra si presta all’uso delle tecnologia: il nudo.

Vorrei vedere se invece che alla mostra di Michelangelo in 3D si fosse trovato alle prese con le riprese di una performance di “Naked Yoga”!

 

naked

SUL SENSO DELL’ESTETICA, OGGI di ANTONIO ZIMARINO


Antonio Zimarino commenta l’intervento precedente di Massimo Pamio dal titolo “L’artificio per l’arte” con un saggio di chiara e sapiente riflessione.

Sostanzialmente condivido ma esprimo alcune considerazioni. Io ho visto la mostra multimediale su Caravaggio ma in una condizione molto particolare: ero nel salone di Venaria Reale da solo con le mie figlie. Sarà stata l’ora o chissà cosa, mentre ero li non è entrato quasi nessun altro

Da solo, in uno spazio vuoto assoluto. E tutto il resto. Da amante di Caravaggio (chi non lo è?) ogni particolare, ogni situazione o suono mi ha portato “dentro” di me, dentro le conoscenze che ne ho e che ho potuto condividere con le mie figlie. E’ stato un momento forte, meditativo, pressoché assoluto. Una produzione “commerciale” spettacolaristica, esagerata, ha effetti diversi in contesti e soggetti diversi.

D’altronde quello che tu dici è verissimo. Spettacolarizzazione (siamo o non siamo tutti dentro la profezia debordiana?) eccitazione, frammentazione, percezione svincolata dal senso storico,  imbellettamento etc. etc.

La domanda che mi pongo è quindi la seguente: il problema è ciò che vediamo o come lo percepiamo? Fa bene Tomaso Montanari, facciamo bene noi tutti ad essere contro l’idea di cultura come “circo barnum” che produce spettacolarizzazione e specchietti. Ma la Venezia “da bere” e dei transatlantici dentro Piazza S.Marco non è la stessa cosa? La duecentesima imperdibile mostra degli Impressionisti, non è la stessa cosa? L’abnorme parco giochi della Biennale, non è lo stesso?

Il problema forse non è in cosa vediamo ma in come lo percepiamo, in come pensiamo la cultura. Oggi essa è “giacimento”, pretesto per l’indotto di B&B e ristoranti tipici, per alberghi, cartoline, biglietti, poster, magliette e merchandising. Il problema è nell’aver sottratto all’arte il suo senso. Guardiamo e non sappiamo perché dobbiamo, per cui colmiamo il vuoto di senso col pieno e l’eccesso dello spettacolo. E’ lo stesso concetto del Barocco. Non so cosa dico, ma lo dico bene, Non so cos’è ma “mi piace”, mi emoziona.

Si è tolto il senso all’estetico, si è di nuovo separata la forma dal suo senso. A causa di cosa? Abbassamento di livello culturale, unico strumento per evitare che il destinatario di un prodotto/messaggio diventi esigente riguardo i prodotti/messaggi che gli vengono offerti da consumare. Il problema penso che sia “culturale” e in conseguenza “politico” nel suo senso più nobile. Bisogna tornare a chiarirci che funzione ha la “cultura”, cosa è, come la si legge. Bisogna ridare gli strumenti base per leggere oltre e attraverso lo “spettacolo” oltre e attraverso il “puro estetico”.

 media-home-04

Ma chi vuole farlo? Oggi se voglio fare una mostra d’arte ho bisogno di capitali ingenti:

Punto 1) lo Stato agisce nella logica del mercato come il privato e non seleziona necessariamente e obbligatoriamente i suoi contributi sul piano “culturale” ma ha il bisogno economico di sfruttare il “giacimento”. Lo Stato Italiano non ha idea di cosa significhi realmente economia della cultura (diversa la situazione altrove, nonostante che in Italia ci siano luminari del settore, che ovviamente, lavorano all’estero)

Punto 2) Lo Stato non investe realmente su scuola e formazione: spinge alla banalizzazione, alla riduzione, alla selezione. Non ha più tra i suoi criteri l’offerta di formazione libera, umanistica, indipendente e di massa. Al contrario, funzionale, specialistica, utilitaria e fatta di competenze, non di complessità.

Punto 3) Il “privato” investe e agisce secondo i suoi interessi: seleziona ciò in cui crede o che gli interessa. Ha molti capitali e ha velleità culturali, ma poiché ha il potere di decidere ha il potere di indirizzare i capitali alla promozione di quello che lui ritiene essere culturale. A privato “ignorante” corrisponde spesso proposta culturale limitata.

Punto 3) Gli intellettuali non hanno il potere economico o contrattuale di partecipare al progetto. Possono farlo solo se il “sistema” li riconosce, ma per essere riconosciuti devono poter essere “letti” dal sistema di produzione e organizzazione culturale. Devono cioè, seguire e adattarsi all’interesse e alla disponibilità del committente.

Ma cosa c’è di più modellabile del “pensare”? Se non accetti non partecipi, se non ti adatti, non lavori, se non fai il mega spottone nazional popolare su Caravaggio (o chi per lui) attira masse non sei “riconosciuto”.

(sul tema del mettersi “Al riparo dal pensiero” ho scritto un libro 10 anni fa che non ho il coraggio di riaggiornare …)

Da sempre è il potere che seleziona la cultura, ma fino a qualche anno fa, esistevano diverse idee di potere e diverse prospettive culturali entro cui gestirlo e diverse funzioni ed esigenze del potere stesso. Oggi il potere coincide con il capitale ed è quindi una sola forma di “potere”, quello che deve costantemente alimentare se stesso e il suo essere “absoluto” dalla cultura stessa.

Caravaggio elettronico, gli impressionisti di massa, la biennale infinita, i transatlantici a venezia, i blockbuster al cinema, l’alternanza scuola lavoro, l’eliminazione del quarto anno del liceo, il parco giochi culturale, il vernissage, etc etc sono la cultura che questa idea del potere sa esprimere e i nostri strilletti di protesta sono illusioni permesse a che si possa dire o fare qualcosa di diverso.

Sono tutti effetti di un’idea rovesciata di cosa potrebbe essere la cultura artistica.

BANDITA LA XVIII EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE


 

CONCORSO INTERNAZIONALE

LETTERA D’AMORE

DICIOTTESIMA EDIZIONE ANNO 2018

CALICI COLMI D’AMORE

PRIMA EDIZIONE ANNO 2018

 

L’Associazione Culturale AbruzziAMOci bandisce, con il patrocinio del Museo della Lettera d’Amore e del Comune di Torrevecchia Teatina, la diciottesima edizione del Concorso Internazionale Lettera d’Amore, la cui cerimonia di premiazione si terrà a Torrevecchia Teatina (Chieti) l’8 agosto 2018 e la prima edizione del Concorso “Calici colmi d’amore” la cui premiazione si terrà a Torrevecchia Teatina nel mese di agosto del 2018.

 

REGOLAMENTO

     Art. 1. Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) un testo in prosa, non in poesia, inedito, configurato come lettera d’amore, della lunghezza massima di 3 cartelle (1800 caratteri per cartella) in 3 copie ben leggibili aggiungendo le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2.

Art. 2. Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Ai testi bisogna accludere: un foglio contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail), b) dichiarazione di autenticità del testo, c) autorizzazione alla pubblicazione gratuita della lettera, d) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso. Per i minorenni, il foglio contenente i dati di cui ai punti a), b), c) e d) dovrà essere firmato da un genitore o da chi esercita la patria potestà del minorenne.

Art. 3. Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, da effettuarsi al seguente indirizzo: Concorso Lettera d’amore c/o Associazione Culturale AbruzziAMOci, Via Ovidio n. 25, 66100 Chieti, è fissato al 30 maggio 2018 (farà fede il timbro postale di partenza). Contestualmente si dovrà inviare il testo anche per posta elettronica in un’unica e mail allegando il file formato word che riporti la lettera d’amore con nome e cognome dell’autore da spedire all’indirizzo di posta elettronica: manoscritti@noubs.it, indicando come oggetto: partecipazione Premio lettera d’Amore. La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Vito Moretti, Massimo Pamio, Massimo Pasqualone.

Art. 4  Saranno assegnati i seguenti premi: Euro 500,00 al primo classificato, Euro 250,00 al secondo, Euro 200,00 al terzo; altri premi ai segnalati. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. I testi potranno essere pubblicati dall’Organizzazione.

Art. 5  Solo i vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa e il sito internet: http://www.noubs.it.  Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’Organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi.

Art. 6  La lettera d’amore consiste in una composizione in prosa mirata all’espressione del sentimento d’amore rivolta a un destinatario qualsiasi (persona reale o immaginaria, animale, oggetto, luogo o paesaggio). I vincitori non potranno delegare alcuno, dovendo ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. Per info: manoscritti@noubs.it oppure tf. 0871.348890.

CONCORSO CALICI COLMI D’AMORE

PRIMA EDIZIONE ANNO 2018

REGOLAMENTO

Art. 1. Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) una poesia inedita, AVENTE PER OGGETTO IL TEMA DELL’AMORE O DELLA PASSIONE O DELL’EBREZZA O DEL PIACERE. Il tema può essere anche collegato al gusto del bere vino. La composizione, della lunghezza massima di 60 versi deve essere trascritto in 3 copie ben leggibili aggiungendo le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2.

Art. 2. Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Al testi bisogna accludere: un foglio contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail), b) dichiarazione di autenticità del testo, c) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso. Per i minorenni, il foglio contenente i dati di cui ai punti a), b), c) dovrà essere firmato da un genitore o da chi esercita la patria potestà del minorenne.

Art. 3. Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, da effettuarsi al seguente indirizzo: Concorso Calici colmi d’amore c/o Associazione Culturale AbruzziAMOci, Via Ovidio n. 25, 66100 Chieti, è fissato al 30 maggio 2018 (farà fede il timbro postale di partenza). Contestualmente si dovrà inviare il testo anche per posta elettronica in un’unica e mail allegando il file formato word che riporti la poesia con nome e cognome dell’autore da spedire all’indirizzo di posta elettronica: manoscritti@noubs.it, indicando come oggetto: partecipazione Premio Calici colmi d’Amore. La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Grazia Di Lisio, Tonita Di Nisio, Lucilla Sergiacomo,

Art. 4  Saranno assegnati i seguenti premi: bottiglie di vino e premi vari. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. I testi potranno essere pubblicati dall’Organizzazione.

Art. 5  Solo i vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa e il sito internet: http://www.noubs.it.  Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’Organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi.

logo_MLA

L’ARTIFICIO PER L’ARTE: COME TOGLIERCI LO SGUARDO DELLA VISIONE


Grazie a Tomaso Montanari sull’ultimo numero di Venerdì di Repubblica ci si interroga sulla bontà dello spettacolo multimediale costituito da immagini 3D, musica, luci, balletti  in scena a Roma ispirato alla Cappella Sistina di Michelangelo. Sono capitato anch’io a uno spettacolo molto meno trionfante alla galleria Nazionale d’arte moderna di Roma dove era proiettata una mostra 3D su Caravaggio di cui sono stato disgustato. Immagini ingigantite dei capolaovori che si muovevano, mettendone in luce i particolari, ovvero spegnendo tutta l’arte di Caravaggio, basata su una proiezione improvvisa  della luce e delle figure rese di una luminosità  accecante, per contrasto con quel buio profondissimo, inquietante da cui fuoriescono, da quel nero assoluto veramente inguardabile, vera presenza dell’invisibile, pece contagiosa per l’animo.  Il vero protagonista della mostra di Caravaggio non erano le sue opere, bensì le musiche, l’atmosfera, l’installazione, insomma la tecnologia e lo spettacolo, lo show da baraccone, lo show degli stuntmen a cui assistivo da bambino terrorizzato e che era tanto amato da tutti, soprattutto dagli amanti delle auto e dell’avventura, dagli spericolati del volante. Sembrava quasi che Caravaggio non c’entrasse nulla, al suo posto poteva esserci qualsiasi altro pittore o anche una proiezione sui dinosauri o sulle industrie o una rassegna d’auto d’epoca: sarebbe stato lo stesso. metalmeccaniche.  Lo spirito con cui si realizzano questi show è lo stesso di quelle degli stuntmen con le auto: sbalordire, épater les bourgeoises, in qualche modo scandalizzare. Il fenomenale reso spettacolo, l’avventura ridotta a un salto mortale triplo, buttata in pasto a quelli che non possono far altro che assistere passivamente perché non potranno mai nella loro vita tentare l’avventura, per mancanza di denaro o di follia e infine consegnata come un’ancora di salvezza per i pochi avvebturieri, ritenuti socialmente sprovveduti e pazzi perché quelle cose le fanno veramente nel loro piccolo paese, rovinandosi l’esistenza, evitati ed emarginati nella loro comunità, trattati come appestati. La mostra su Caravaggio distoglieva lo sguardo dalle opere, rendendole puri effetti cinematici, puri oggetti di una visibilità quotidiana, quella dei computer, della televisione, del cinematografo, dello spettacolo in genere. Lo show business dell’arte è un vero azzeramento dello sguardo contemplativo, che è quello di cui ha bisogno l’arte: del silenzio, del rapporto diretto traindividuo e opera, del confronto tra la propria sensibilità e quella dell’autore, per toccarsi nello sguardo che insieme li riunisce, li ricuce mediante il luogo di una visione incorniciata. Si tratta di un’esperienza unica, in cui il museo, deposito del bello, si fa promessa di una speranza, di una luce, promuovendo un’emozione, ma soprattutto una partecipazione culturale, un’identificazione temporale e atorica, tra il tempo dell’autote e quello del fruitore. Qualcosa continua, c’è un filo che non si spezza nella storia dell’uomo, grazie alla compartecipazione emotiva. Il bello è quella promessa di speranza che i due condividono, e che il fruitore stabilisce, facendo risorgere dalle ceneri lo sguardo e il sentimento, l’animo del pittore. Tutto questo sparisce negli spettacoli, negli show dove l’unico sentimento da condividere è quello dell’eclatante, del formidabile, del sorprendente a tutti i costi, dell’eccesso costituito dallo show: perché nello show il messaggio è questo, rendere necessario e costoso il superfluo, l’inutile, il ridondante, ma non vero; proiettare negli occhi una magia che non è quella della visionarietà, ma quella del mezzo meccanico, l’esaltazione della tecnica, della tecnologia, dell’emozione fredda che le sostiene. Siamo piccoli di fronte all’immenso della tecnologia. Per l’arte non è così, lo sguardo è partecipazione, è essere-con-l’altro, è scambio di corpi, di sensazioni. La magia è tutta nell’uomo e nella sua capacità di meravigliarsi. E’ questa la vera meraviglia: la capacità di meravigliarsi. L’arte, afferma Montanari, non ha bisogno di viagra, di essere potemziata. E’ di per sé potenza in atto, potenza scaturita da un gesto, da ripetuti gesti che hanno realizzato un’opera per l’altro. E’ di quella potenza che abbiamo bisogno, non dell’immensa potenza della tecnologia che depotenzia perfino la capacità di guardare. Perché uscendfo fuori dalla mostra in 3D di Caravaggio sono uscito con uno sguardo deprivato, umiliato, spento. L’arte invece ci insegna a vedere, a contemplare. Il suo scopo è proprio di risvegliare in noi lo sguardo quotidiano che sfiora ma non comprende, che non si sofferma mai e scivola su ogni cosa, dimenticando la bellezza che è nascosta ovunque, se riusciamo a contemplare, e cioè a vedere, a vedere con amore.

maxresdefault

TOMASO MONTANARI

1200px-Chapelle_sixtine2

Annunci
FreeWords Magazine

dove il pensiero diventa parola

Emergenza Cultura

In difesa dell'articolo 9

cuoreruotante

Le cose belle hanno il passo lento

# I Feel Betta

Autobiografia culinaria

pagine che amo

Just another WordPress.com weblog

Poeti d'Abruzzo

Focus Po-etico sul territorio abruzzese

from the morning

le passioni infernali mai conosciute prendono fuoco nella casa vicina.

Poetella's Blog

"questo sol m'arde e questo m'innamora"- Michelangelo

Anna&H

sono approdata qui

And Other Poems

Poetry website 2012 - 2018

filmcritica rivista

cinema filosofia inconscio lingua polis scrittura

Gio. ✎

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

AnItalianGirl

Sii chi vuoi, ma se sei te stesso è meglio!

operaidelleditoriaunitevi

Just another WordPress.com site

lagunaweblog

La narrativa è la più esigente delle fidanzate

Nel vento...

Pensieri e dintorni

L'Inconfessabile

ciò che non si può dire lo scrivo

Cristina Khay Blog

La Vita e' un Fiore*

Parole Inconsistenti

Appunti di scrittura di Luca Romano

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

miglieruolo

La vita è sogno

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: