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SUL TRAMONTO DELLA TRADIZIONE CULTURALE di Massimo Pamio


Uno dei “Grandi Consiglieri dell’Istituzione” letteraria in Italia è Filippo La Porta, acuto intellettuale come pochi, il quale, con la solita perspicacia nell’individuare e nell’affrontare le novità e le trasformazioni in atto nella società, in una recente serie di programmi radiofonici di Rai Radio Tre dal titolo Passioni si interroga, a partire dalla crisi della trasmissibilità della eredità culturale alle nuove generazioni, sull’attuale appannamento della tradizione, sul venir meno dell’amore per la cultura umanistica occidentale, ritenuta “parco a tema”, “spettacolo consumistico” o “cabarettistico” a causa di una serie di motivi: la crisi delle utopie e delle ideologie; lo scemare della importanza e della significatività della letteratura e dell’arte, retrocesse a una delle tante specie di consumo; il cambiamento in atto del significato e del ruolo della cultura; il solco che si è creato tra le generazioni (il rapporto maestro-discepolo ridicolizzato dall’autorevolezza di Wikipedia), il generale disorientamento pedagogico-educativo, del mondo dell’istruzione e della formazione. Tant’è che oggi, afferma La Porta, un giovane scrittore nasce non dal passato ma da se stesso, e si forma su film, media, romanzi dei suoi anni, esulando da tutto quello che è accaduto nel passato, perfino rimuove il dolore e il caso da quella centralità che occupava presso gli scrittori del Novecento.

Le notazioni del critico mi invitano a proseguire nella direzione da lui tracciata, per scavare ancora più nel particolare, e  formulare una complementare domanda: la letteratura oggi non è più capace di trasmettere la tradizione umanistica?

Come molti dati sensoriali e molti aspetti del sentimento si stanno perdendo – pudore e imbarazzo, senso della vergogna, attitudine alla devozione, fervore nella fedeltà, nel consacrarsi, vcazione allo zelo e allo spirito di sacrificio   – denunciando il cambiamento in atto del sistema percettivo, così la sensibilità estetica sta mutando se non riducendosi.

La Grande Macchina Desiderante della letteratura (cfr. Deleuze e Guattari) che non cessa mai di godere di se stessa, che tende a soddisfare le condizioni di un’enunciazione collettiva a fini estetico-retorici, si è arenata.

Quali le ragioni?

L’abito fa il monaco

Ai nostri giorni, i giovani individuano con un’immediatezza disarmante carattere, personalità, classe sociale di un loro coetaneo. Basta osservare il vestiario, le marche degli indumenti e da quelli e da un paio di scarpe ecco chiarirsi gusti e sentimenti e sogni del ragazzino. Gli adolescenti dai 12 ai 15 anni costituiscono il target più appetibile, gli utenti verso i quali si dirigono le migliori offerte del mondo produttivo, perfino quelle dell’industria editoriale. Da un momento all’altro ci si aspetta che un tornado commerciale si abbatta su di loro, cambiando mode e tendenze. Questi individui – ma non solo loro – oggi sono fatti a fettine. Un processo che ha a che fare con la disumanizzazione e la reinvenzione (o previsione) dell’umano.

Nei romanzi dei giovani esordienti si accenna alle Converse o alle Tod’s, all’I Pad, trascurando la descrizione degli oggetti. I protagonisti portano le cuffie e non ascoltano una melodia seducente bensì Fix me dei Coldplay. Nomen omen? Oppure la cosa è la conseguenza del suo nome-nume (il brand, il marchio)? La cosa produce estasi, sospende il presente e lo inchioda alla sua responsabilità di essere il marchio del destino (l’alter ego ma anche l’orizzonte ultimo) dell’uomo. La caduta (o meno brutalmente l’essenzializzazione, la scarnificazione) stilistico-linguistica e dell’immaginario si accompagna a quella estetica, Non siamo di fronte a una letteratura di consumo, ma a una letteratura che si consuma. La scrittura è funzionale al feticcio della letteratura, cosa tra le cose. L’uomo non è tout court un consumatore, ma si consuma, si assottiglia nella sua umanità, si essenzializza, perde, decade, tramonta. Il sentimento è un grumo estatico, un ictus che azzera, annulla, e crea finzione, una finzione che ha a che vedere con l’assoluto, ovvero con la sospensione del tempo in un solo istante. L’immagine è la vera icona in cui il mondo si dà, si sconta, si rilascia. L’uomo, nell’immagine, si fa specchio e non protagonista del vedere. L’immagine del consumo è l’immagine stessa dell’istante, è il rivelarsi del Tempo. Sullo schermo televisivo o dell’I phone o del computer, il volto non è un volto, ma il volto, l’ideale del volto che induce a essere tutti quel volto: il consumo vero è quello della finzione.

Non si può immaginare il presente, non si può fingere il presente. La mancanza della finzione consuma la letteratura. L’estesizzazione diffusa azzera il bisogno della finzione.

La Porta che cita di George Steiner l’ipotesi secondo cui siamo entrati nella fase della post-cultura, in cui la cultura cambia significato, per avvalorare tale assunto si appoggia al commento di un giovane che ritiene La tregua di Primo Levi un romanzo “molto intrigante”, correggendo poi il tiro e aggiungendo di non voler sostenere “che questo aggettivo così assurdo, così grottescamente improprio riferito al libro di Levi esprima un nuovo senso comune”. Però, conclude sibillinamente, “qualcosa ci dice su questo tempo e sulla post-cultura”. In verità la frase rivela proprio un nuovo sentire, e riassume magistralmente con un paradosso la mutazione del sistema percettivo e sensoriale che sta investendo l’umanità e la sua concezione estetica e linguistica. Un sentire disumanizzato, che avverte il dramma della guerra e dei deportati senza dolore, senza il tempo del dolore. Al centro del presente assoluto è l’individuo immortale che con noia assiste al formarsi delle immagini del corpo, infinitamente proiettato dalle cose, nelle cose, per le cose.

Qualcuno definisce tale dimensione nei termini della fine della civiltà occidentale, come Alessandro Alfieri che rileva nei Frammenti della catastrofe: “La catastrofe è lo spazio (…) della consapevolezza dell’inevitabilità della Fine (…) che coincide con le cose stesse (…). Oggi tutto è frammento (…) che non si ricompatta mai, perciò raggiunto il margine finisce e ci getta nel vuoto”.

Dove sta la cultura? La morte dell’estetica artistica quale luogo privilegiato dell’enunciazione del discorso del desiderio e dell’immaginario collettivi

Raggruppati in sottoinsiemi di categorie, sottoposti a statistiche e ad algoritmi che ne prevengono aspettative e desideri e ne pianificano i consumi, quantificati, cosificati, aperti nelle viscere, sviscerati e offerti in sacrificio al dio dell’Immaginario Consumista, per desiderare e sognare il consumo che a loro spetta per eredità, censo, nazione, gruppo, solitudine, impagliati e mummificati dal tassidermista, eterodiretti, gli individui sono presi nella rete (non solo del web) come pesciolini, anestetizzati dall’isteresia del sociale, che coniuga l’estetica con l’isteria consumista. I sentimenti sono slogan nelle canzonette, il destino del singolo è uno slogan negli spot pubblicitari. Tutto è narrazione (parestetica), gli scrittori di romanzi concorrono alla scrittura in un mercato che li vede comunque perdenti o marginali, mentre il mondo giornalistico etichetta retoriche sulla scena della cronaca della politica del sociale e il linguaggio tecnico-scientifico decora slogan sul corpo – ultima Thule della storia del conflitto dei segni. Le masse, soggette a una collettiva ipnosi d’ordine nevrotico-estetica che sfocia, con l’avvento del web, soprattutto presso i giovani, in una sindrome dissociativa bipolare, sublimano gli inconsci desideri di successo e di potere partecipando al consumo sempre più frenetico del pianeta-oggetto-merce. Nel mondo divenuto merce le utopie ideologiche crollano, sostituite da narrazioni che risvegliano le cose dal loro lungo sonno metafisico, subito promosse a puri splendenti oggetti del desiderio. Il Sistema della Pianificazione globale inventa l’uomo servo e dio delle Cose, attraverso la fase produttiva sostenuta dall’apparato pubblicitario e la fase consumistica, appoggiata dalla spettacolarizzazione della realtà. Il generale plagio fisico e metafisico in atto, destabilizza le culture locali e le relazioni e gli scambi e i conflitti tra culture, indebolendo la biodiversità del pensiero e delle tradizioni, scuotendo alle radici valori e postulati di culture millenarie, come quella umanistica. L’arte e la letteratura della civiltà capitalistica occidentale perdono il carattere artigianale e individuale, la manualità, la conoscenza dei mezzi e degli strumenti di base, dai pigmenti alla complessità sintattica, in una sorta di masochismo autoespropriativo che dimentica tradizione, memoria, storia, il portato millenario di ricchezza, scienza ed esperienza. Gli artisti e gli scrittori si inoltrano nel deserto del presente assoluto, come fantasmi – a loro viene affidato il compito di approfondimento che i giornali quotidiani non fanno più, ossia di chiosare il reale, quale deboli commentatori dell’hic et nunc, opinionisti a fini estetici del reale, in un maquillage che si rivela spesso kitsch, con effetti di un lifting mostruoso. Nel “presente assoluto” non c’è tanto bisogno di dialogare con la tradizione, quanto di far comunicazione (marketing) del mezzo espressivo di cui ci si avvale, di pubblicizzare o di far manifesto pubblicitario del prodotto artistico (fino a renderlo un brand, un marchio riconoscibile del nome dell’Autore). Nell’opera d’arte deve essere inclusa oggi la “confezione” (si spiega così in letteratura l’invasione della letteratura di genere, del poliziesco, del noir, del thriller, del legal thriller, del romanzo giallo-misteriosofico-storico o dell’inchiesta giornalistica estrema alla Saviano, reality spy show). In mancanza di un dialogo con la Tradizione, scomparso il futuro, letteratura e arte si appiattiscono sul presente, con cui sono costrette a misurarsi; azzerano la loro millenaria superbia, la loro supposta “superiorità” (morale, immaginativa, critica?) sul reale, e, non potendo svilupparsi in ampiezza per la ristrettezza degli orizzonti, negano di aver avuto una vita propria e alternativa, svoltasi nel passato, a cui artisti e scrittori dovrebbero rendere sempre conto, come a un tribunale, mentre invece sono costretti al giudizio dello spettacolo consumistico e mediatico. In futuro, la letteratura e l’arte rischieranno di dover rispondere dei meccanismi inconsci che le hanno originate.

La letteratura non trasmette più la Tradizione

Se da una parte si assiste alla fine della manualità, inverata nella manipolazione tecnologica delle immagini che dà vita a una ironia fredda, a una condizione distaccata e cold per l’arte, la letteratura pare affondare nella crisi della lingua, che in Italia non costituisce più la mitologia fondante dell’identità nazionale a causa dell’invasione della lingua inglese, impostasi come media di riferimento della tecnologia e dell’informatica (la lingua dell’impact factor), lingua di riferimento dell’idea fondante del “presente assoluto”.

Il romanzo viene manipolato dall’industria culturale e subisce mutazioni: 1) l’appiattimento e l’omologazione stilistica, grazie agli interventi degli editor sui romanzi, lo stile individuale è bandito e abolito, il romanzo di un esordiente deve osservare lo stile di tutti gli altri, i romanzi degli scrittori esordienti italiani sembrano usciti dallo stesso allevamento di scrittori in batteria o dalla stessa suola di scrittura creativa; 2) gli intrecci sono semplificati, la trama è ridotta all’essenziale, forse perché si ritiene che il lettore non possa affrontare più di un certo numero di personaggi e di situazioni; 3) maggiore attenzione al fenomeno sociale, il romanzo deve avere sempre un’attinenza con problemi della cronaca e del presente, c’è un dovere letterario di cronaca, ben vengano i romanzi sul mondo dell’economia, dell’azienda; 4) maggiore attenzione al dato morale, lo scrittore deve essere un buon opinionista – deve essere il corifeo di una nuova etica; 5) ostentazione dell’appartenenza a un genere o a una contaminazione di generi, in crisi appare soltanto la letteratura di fantascienza, perché parlare del futuro oggi è un anacronismo. A mio avviso, perfino la letteratura per ragazzi che tanto viene osannata è una letteratura di genere per di più pompata per motivi puramente commerciali (ipocritamente contrabbandata come un impegno sociale per riavvicinare gli adolescenti alla lettura). 

Il controllo passa attraverso il linguaggio, ridotto a slogan politici ed economici che sempre ipocritamente vengono sostenuti nei talk show televisivi sotto forma di falsi conflitti tra parti avverse, in realtà tutti miranti al trionfo di parole d’ordine (spread, debito sovrano, core inflation, spesa pubblica, ecc.) su cui la gente si deve confrontare, evitando il dialogo sul sociale perché vige il periodo dello smantellamento dei diritti (cfr. John Berger, Contro i nuovi tiranni) e dei beni comuni, processo da mantenere segreto. L’economico occulta il sociale, l’aziendalizzazione e la privatizzazione vengono mostrate come virtuose rispetto alla gestione pubblica.

La letteratura italiana (sotto la spinta e sotto l’egida della letteratura statunitense) proietta la componente estetica sullo sfondo,  anzi, la depone, la ignora, perché quel che conta non è la bellezza, ma la messa in scena di un lungo episodio da serial televisivo, la sceneggiatura di un film di successo. Ecco che possiamo leggere bei dialoghi, intrecci interessanti pur se noiosi, che descrivono ambienti di successo, luoghi dell’immaginario popolare.

Una letteratura “caricaturale”, che fa il verso a se stessa, che vive in funzione di una statistica e di richieste di un target di riferimento (generalmente nazionalpopolare) che deve far presa sull’emotività da “business” che anima buona parte dei potenziali consumatori.

È di questi giorni il film La grande bellezza di Sorrentino, in cui appunto la bellezza è un fondale, una scenografia che riposa sull’orizzonte, lontana dalla nostra vita, sebbene visibile. Il vero vuoto che ci appartiene è la nostra vita, e la bellezza è ormai un orpello, forse nemmeno fonte di un moto di nostalgia, che denuncia nient’altro che il nostro horror vacui.

I romanzi attuali non sembrano avere alcuna attinenza con la Tradizione. I giovani non leggono, la loro conoscenza letteraria si arresta agli anni Ottanta, non va oltre. Elsa Morante e Gesualdo Bufalino esprimono una lontananza epocale, appartengono all’arché della letteratura.

Infine, il ruolo dello scrittore non è più quello dell’intellettuale che ha un qualche peso all’interno della società,  che può con la sua voce indurre molti alla riflessione (il caso di Pasolini è emblematico). Lo scrittore è diventato un professionista del mondo editoriale, un dipendente precario malpagato, che spera di essere assunto a tempo indeterminato e perciò si mostra fedele alla sua azienda fino in fondo e ne sposa le scelte pubblicitarie, ne approva le proposte, esalta editor, impiegati, funzionari, hostess della scuderia a cui appartiene, sperando di diventarne un cavallo su cui punteranno le loro attenzioni. La sua dignità sociale è completamente azzerata.

La letteratura non soddisfa più il bisogno di finzione

«Gli uomini leggono, perché quasi come il pane, hanno bisogno di finzione» scriveva Georges Simenon. Oggi la letteratura ricopre questo ruolo in modo marginale, sopraffatta da videogiochi, da giochi di ruolo, da film, corti, videoclip, da quella fonte continua di immaginario che è “You tube”, da quella riserva indiana per finzioni socialmente corrette che è “Facebook”. La letteratura era il mediatore tra la realtà e la finzione che produceva la figura del sognatore-lettore, soggetto liberato dall’identità sociale e collettiva che diventa qualcosa anziché il nulla del proprio indossare la maschera dell’individuo. Un di più che lo riconnette al desiderio, alla passione: la letteratura giocava in favore della fede dell’individuo nelle proprie qualità e possibilità, ma soprattutto riempiva il suo vuoto in concorrrenza con l’Altro, ovvero con l’Ordine Simbolico sociale che gli imponeva determinate condizioni e comportamenti. Il cinema 3 D irride la letteratura ma perfino l’uomo, ponendo lo spettatore al centro di una condizione di sovraeccitazione quale attore e protagonista di un sogno a occhi aperti in cui ogni attimo è liberazione, in cui ogni segmento di finzione è liberazione ma da che cosa se non c’è tempo per l’elaborazione simbolica dell’esperienza?

Il nuovo alle porte

Il nuovo bussa alle porte, ma non sappiamo che cos’è, chi è, come si presenta. La società sensazionalista in cui viviamo ci ha disimparato a riconoscere il nuovo. Se tutto è nuovo, nulla è nuovo. Pochi riescono a intravedere. I profeti tacciono. La poesia, la letteratura annaspano, boccheggiano. Una voce ecco si affaccia, ma è quella della classicità, è la voce di Marilia Bonincontro, l’autrice del libro di poesia più importante degli ultimi cento anni, che enuncia a chiare lettere nella sua opera Sul ciglio dell’ombra: “S’attardano i secoli/ e le memorie e i passi/ dei vivi sui sentieri/ d’ogni necropoli-/ e muti si confondono,/ fatti leggeri al vento/ dei giorni provvisori”. E’ l’ultima voce della Tradizione che si consegna al Nulla: “Dal nulla al Nulla/ o dal nulla all’Essere,/ forse soltanto un soffio,/ un battito d’ala/ o forse stazioni di transito,/ forme deserti, oceani,/ forse viaggi infiniti/ nella vertigine del tempo,/ forse attese anni-luce/ nelle galassie del Silenzio”.

 Filippo-La-Porta

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sulciglio

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DI PROSSIMA USCITA – FRAMMENTI DELLA CATASTROFE – ALESSANDRO ALFIERI (Edizioni Noubs)


Un’opera saggistica che ci aiuta a comprendere il senso dei nostri giorni è “Frammenti della catastrofe” di Alessandro Alfieri, di prossima uscita per le Edizioni Noubs.

Nel presente lavoro, Alessandro Alfieri indaga in maniera trasversale film e fenomeni sociali, icone della pop culture e fatti della cronaca, dal mito della fine del mondo del 2012 a Bender di Futurama, dal cinema horror a Fiorello, dal Suv alla Kinder. La ricognizione filosofica di Alfieri, stravagante ma contemporaneamente rigorosa e tagliente, è l’espressione di un sentimento di insoddisfazione e di spaesamento.

Le dinamiche della catastrofe prodigano nella cultura dello spettacolo, incarnandosi nelle scene di molto cinema hollywoodiano, in numerosi personaggi e in specifiche dinamiche di fascinazione e significazione; tuttavia, proprio rivolgendo lo sguardo a tali fenomeni, comunemente assunti come strumento di dominio del Male vigente, si possono cogliere quelle sporadiche opportunità di comprendere il nostro presente.

Alessandro Alfieri è saggista e critico. Dottore di ricerca in Scienze Filosofiche e Sociali presso l’Università di Roma Tor Vergata e Cultore di Estetica all’Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato: “Dogville. Della mancata redenzione”, “Saggio su Warburg, il cinema e l’arte contemporanea”, Vasco il Male. Il trionfo della logica dell’identico” (con Paolo Talanca).

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“VASCO, IL MALE”, di Talanca-Alfieri, lettura di Federica D’Amato


La Noubs oggi ospita la lettura tagliente del libro “Vasco, Il Male”, Mimesis Edizioni 2012, di Talanca-Alfieri, a cura di Federica D’Amato. Una riduzione dello scritto è già uscita sul quotidiano Il Centro, L’Espresso, lo scorso Venerdì 1 Giugno.

Buona lettura!

 

 

Vasco, il male? Il trionfo della logica del silfo

di Federica D’Amato

Il timore era quello di sprecare energie dietro l’ennesimo libro fantoccio, messo su da due autori in cerca di fama. Mai cautela fu più inopportuna. “Vasco, il Male”, anatema lanciato contro il cantante Vasco Rossi, scritto a quattro mani dal critico musicale Paolo Talanca e dal pensatore Vittorio Alfieri, è un libro che finalmente ha dato risposta chiara, sensata al disagio che da sempre provo al solo immaginare la sgraziata figura del silfo modenese. E, ai fini del “trionfo della logica dell’identico”, non è un caso che io abbia utilizzato l’appellativo “silfo”: nella mitologia nordica, il silfo era uno spiritello d’aria in grado, attraverso i suoi sortilegi, di causare paralisi, proprio come accade quando si ascoltano le canzoni del performer nostrano: immobilismo, torpore spirituale, accidia; induttore di “paranoia”, oserei dire, ovvero generatore di paranoici, e in questo mi soccorre l’impietosa definizione elaborata dallo psicanalista Luigi Zoja “Il paranoico spesso è convincente, addirittura carismatico. In lui il delirio non è direttamente riconoscibile. Incapace di sguardo interiore, parte dalla certezza granitica che ogni male vada attribuito agli altri. La sua logica nascosta procede invertendo le cause, senza smarrire però l’apparenza della ragione. Questa follia “lucida” è uno stile di pensiero privo di dimensione morale, ma con una preoccupante contagiosità sociale. Raggiunge infatti un’intensità esplosiva quando fuoriesce dalla patologia individuale e infetta la massa”. Ma andiamo per ordine. Il libro di Talanca-Alfieri, non solo ha soddisfatto una esigenza di natura, come dire, biografica, ma ha in special modo innegabili punti di forza. Il primo è che è scritto bene: nonostante il tema induca nel rischio di far scadere il registro nella palude della divulgazione spicciola, i nostri autori restano fedeli al dettato della migliore tradizione europea di critica formalista, discendente diretta di quella che fu la numinosa esperienza della Scuola di Francoforte. Il secondo è che c’è una franca sostanza dietro il buon dire: tutto ciò che viene affermato è verificabile, riscontrabile in un’ipotesi di esperienza dell’approccio filologico al vero – ovvero, in questo libro la comunicazione, “il traumatico miracolo” direbbe Perniola, manca di strutturare il testo. Era ora.

Il terzo motivo è che questa invettiva contro “la mediocrità come ambizione” del signor Rossi, è prova di eleganza del pensiero contro la quale è difficile scagliarsi “in difesa di”, semplicemente perché non sussistono giustificazioni sufficienti a dimostrare il contrario: Vasco Rossi, sì come il gregge che ha strumentalizzato e che lo ha strumentalizzato, è il “male”. Quale male? Un male tutto italiano, anni ’80, un male di cui lo stesso Alfieri ci parla «Indubbiamente il titolo ha una buona dose di provocazione, ma non vorrei che il suo significato ne risultasse in qualche modo ridimensionato. Ogni cultura di ogni tempo ha sempre fatto riferimento a idee di bene e male in base alle quali orientare il vivere nel mondo di ciascun individuo, e nella nostra società dello spettacolo spesso le due dimensioni si sono invertite di ruolo. Mi sono concentrato sulle specificità dialettiche che il fenomeno-Vasco incarna in sé: l’immagine del dannato e dell’outsider ha giovato al cantante emiliano, a tal punto però da contraddirsi nel suo stesso concetto, diventando il personaggio più celebre e trionfante della nostra cultura nazionale. Ho introdotto il termine così deciso di male a partire dalla constatazione del nostro presente, un orizzonte dove la catastrofe sembra compiersi quotidianamente senza possibilità di scampo, e la mia tesi è che alcune figure abbiano contribuito più di altre». Dunque nulla che abbia a che fare col fanatismo dell’esser contro a tutti i costi, ma: «La scrittura di “Vasco, il Male” è nata dall’esigenza di voler indagare con serietà un fenomeno, un personaggio, un percorso artistico che tanto hanno influito nella società italiana e nel presente che ci troviamo a vivere. Vasco Rossi è, senza fronzoli, la più grande rockstar italiana di tutti i tempi; bene: provare a spiegarne i motivi è il minimo che uno studioso serio e coscienzioso possa fare», dichiara Paolo Talanca, proseguendo «nella prima parte del libro guardo da vicino il percorso artistico di Vasco, individuando una parabola sublime fino alla metà degli anni Novanta e poi un lento e inesorabile declino. Negli ultimi quindici anni non ha fatto che cantare la stessa canzone, ripetere l’identico. Io chiamo questi ultimi quindici anni il periodo della “canzone a una dimensione».

Quando comprendo ulteriormente l’utilità dell’operazione, chiedo a Talanca circa la funzione catartica del libro, ed egli risponde citando la famosa diatriba che molti anni fa vide coinvolti il critico Salvalaggio contra l’immoralità sbadata degli esordi del Blasco, con un ribaltamento della prospettiva che è da considerarsi anche risposta conclusiva nelle polemiche innescate dal volume oggetto di questa recensione: «Quale funzione? Vasco ha risposto al libro sul suo Facebook in maniera decisamente piccata e reazionaria. Sostanzialmente considera il libro una provocazione per farsi pubblicità e se l’è presa davvero a cuore. Bene: chi ha letto il libro sa che tutto è perfettamente motivato al suo interno. Ma non è questo il punto. Io credo che la cosa interessante sia il fatto che oggi Vasco vesta i panni di Salvalaggio e reagisca contro quella che secondo lui è una provocazione a un ordine costituito. Vasco è Salvalaggio: il meccanismo paradossalmente si è invertito. È significativo, in più, che oggi al posto della provocazione da sballati di Vasco si sostituiscano processi filologici, filosofici e critici. Insomma: se a cavallo tra gli anni Settanta/Ottanta la rivoluzione si faceva con uno spinello, oggi si fa col senso critico. A ben vedere, in quest’ottica il nostro periodo di crisi si rivela ben più interessante di quanto si possa pensare». Buona lettura.


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ALESSANDRO ALFIERI CI SEGNALA DIOGENE MAGAZINE


Alessandro Alfieri ci segnala un sito di filosofia di grande interesse: Diogene Magazie. Sulla home page un saggio di Armando Girotti su felicità pubblica e privata. Ecco il link:

http://www.diogenemagazine.eu/home/ e buona lettura!

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