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SUL TEMA DELLA BELLEZZA. UN’INTERVISTA A SALVATORE SETTIS


Continuiamo a dar seguito a nostri interventi sul tema della bellezza e dello stato di disagio che vivono la cultura italiana e la letteratura. Segnaliamo di nuovo:

L’amore più non c’era. Così uccidemmo la letteratura (di Luisa Gasbarri)

https://noubs.wordpress.com/2013/02/02/lamore-piu-non-cera-cosi-uccidemmo-la-letteratura-di-luisa-gasbarri/

Un appello – per un’Italia migliore – ripartire dalla cultura?  

https://noubs.wordpress.com/2013/01/31/un-appello-per-unitalia-migliore-ripartire-dalla-cultura-con-una-nota-di-massimo-pamio/

Un muro di difesa più alto della Muraglia Cinese: il muro della bellezza (di Massimo Pamio)

 https://noubs.wordpress.com/2013/01/22/un-muro-di-difesa-piu-alto-e-sicuro-della-muraglia-cinese-la-bellezza-di-massimo-pamio/

La società letteraria, l’aziendalizzazione e il caso del personaggio Monti nel romanzo Italia (di Massimo Pamio)

https://noubs.wordpress.com/2013/01/16/la-societa-letteraria-laziendalizzazione-e-il-caso-del-personaggio-monti-nel-romanzo-italia-di-massimo-pamio/

 

 Pubblichiamo ora alcuni interventi dei più autorevoli a parer nostro pensatori che combattono in nome della difesa della bellezza nel nostro Paese, e iniziamo con un’intervista a Salvatore Settis, pubblicata su

http://temi.repubblica.it/micromega-online/indignarsi-non-e-antipolitica-intervista-a-salvatore-settis/

Indignarsi non è antipolitica. Intervista a Salvatore Settis

colloquio con Salvatore Settis di Wlodek Goldkorn, da L’Espresso, 9 novembre 2012 
Salvatore Settis è un 71enne signore dai modi gentili e leggeremente impacciati di chi ha trascorso più di dieci lustri della propria vita tra libri, convegni, testi antichi, banchi delle più prestigiose istituzioni universitarie. La sua rabbia per come vanno le cose in questa Italia dove tutto, pure i beni culturali e il paesaggio, «patrimonio della nazione» sono trattati alla stregua di «oggetti vendibili al mercato», è l’ira dei miti. Il suo, non è un atteggiamento estremista né ammiccante all’antipolitica («Odio e volontà di eliminare gli altri»), è invece un modo di porsi fatto di indignazione e radicalità. Il professore ha appena dato alla stampe un nuovo libro “Azione popolare. Cittadini per il bene comune” (Einaudi): oltre 230 pagine tra manifesto politico, esegesi delle leggi e del linguaggio che ci governano, e suggerimenti per tutti quegli italiani che non vogliono assistere passivi alla «sistematica sottrazione dei loro diritti civili».

Non le sembra che il titolo del libro sia pericoloso? L’azione popolare è una nozione populista e di destra. E perché l’ha scritto?
«Sono archeologo e storico dell’arte. Le mie competenze sono Giorgione, Laocoonte, cose così. Negli anni Novanta sono stato per sei anni alla Fondazione Getty in California. Il ritorno in Italia è stato traumatico per come si era deteriorato il senso della vita civile. Cominciai occupandomi della vendita del patrimonio culturale. Ne è nato il volume “Italia SpA”. Ha avuto 150 recensioni: compresi bollettini parrocchiali e quello degli scaricatori del porto di Livorno. Così sono entrato in contatto con tanti piccoli movimenti locali: contro la cementificazione di una salina o la modifica di un palazzo storico. Poi ho scritto un secondo libro, sul paesaggio. Si è ripetuto lo stesso scenario. Mi invitavano parroci, insegnanti delle scuole. Ho avuto 300 incontri con il pubblico. Ho capito che le persone impegnate in vari comitati (ce ne sono 30 mila in Italia, vuol dire che almeno 3 milioni di cittadini ne fanno parte) erano in cerca di munizioni. Ecco la genesi di questo terzo libro».

E il richiamo populistico?
«Siccome ne sono consapevole, ho voluto aggiungere il sottotitolo “Cittadini per il bene comune”. Si tratta dell’esercizio dei diritti di cittadinanza. Comunque azione popolare allude ad “actio popularis” del diritto romano: il diritto di un singolo cittadino di agire a nome dello Stato, dell’interesse generale, direi oggi».

In concreto?
«Vorrei che riportassimo le nostre battaglie locali sul terreno dell’interesse generale, appunto. Rendiamoci conto che la lotta dei sindacati contro l’abolizione dell’articolo 18 e quella dei cittadini di Siracusa per non costruire sopra il Teatro greco, pur diverse nella forma, sono la stessa cosa».

Dove vuol arrivare?
«A ragionare sui beni comuni. Siamo figli di una genealogia che viene da lontano, dal “bonum commune communitatis” presente negli statuti medievali delle città italiane. Con la Rivoluzione francese e l’Illuminismo tutto questo si è collegato al discorso dell’interesse generale. Ricostruire quel filo è importante in questa fase. Ci sono dei valori fondamentali (…), per quanto riguarda l’uso del suolo e la tutela del paesaggio».

L’indignazione, vero tema del suo libro, non è antipolitica?
«Per me l’antipolitica sono i mercati: la principale forza che è contro la politica. L’antipolitica è quella, poteri occulti anonimi, non controllati né da Stati né da cittadini e che si circondano di un’aura di sacralità. Ho letto ultimamente su un giornale la frase: “arriverà il giudizio universale dei mercati”. È un linguaggio religioso, metafisico. Il mercato è dio».

(…)
«Bisogna tornare alla Costituzione. Che afferma il diritto al lavoro, all’istruzione (diceva Calamandrei che la scuola è un organo costituzionale), tutela il paesaggio».

Parliamone del paesaggio.
«Un esempio. I Templi di Agrigento sono passati – in nome del federalismo demaniale – alla Regione Sicilia. Quindi non sono più di cittadini italiani. E il sindaco di Agrigento voleva metterli all’asta da Sotheby’s. Una stupidaggine, che rileva però quanto tutto è ormai monetizzabile. Si dimentica che il demanio e i diritti sono legati l’uno all’altro. Il portafoglio patrimoniale che abbiamo garantisce i nostri diritti: alla salute, al lavoro. Se vendiamo tutto per sanare il debito pubblico, diventiamo solo più poveri».
(…)
Ultima domanda. Prendiamo Pompei, tra crolli e scandali, come simbolo. Cosa si può fare per i beni culturali, per preservarli.
«Il ministero dei Beni culturali così come è adesso è una specie di ghetto. Per questo ci vanno ministri di serie B. Occorre invece unirlo con il ministero dell’Ambiente. Poi occorre aumentare le risorse alla cultura, e basterebbe tornare al livello di cinque anni fa. Infine, bisogna rivedere il sistema delle soprintendenze territoriali, indire concorsi e assumere anche cittadini non italiani. Aggiungo: rinegoziare il rapporto tra Stato, comuni e regioni per quanto riguarda la gestione del territorio. E questo sulla base della Costituzione che prevede che la tutela del paesaggio è uguale in tutta l’Italia. Mentre oggi, quella siciliana funziona meno rispetto a quella piemontese ad esempio, perché troppo autonoma».

 

 

 

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UN APPELLO – PER UN’ITALIA MIGLIORE – RIPARTIRE DALLA CULTURA? (con una nota di Massimo Pamio)


PER UN’ITALIA MIGLIORE

Solo in parte condivido l’appello fatto da “Ripartire dalla cultura”.  L’istituzionalizzazione della cultura non offre risultati eccellenti, così come non li garantisce una dannosissima privatzzazione della cultura. A mio aviso, quel che va tutelato è il senso della Bellezza, così faticosamente conseguito dai nostri progenitori, che hanno fatto dell’Italia il giardino d’Europa e il Paese più ricco al mondo di beni artistici e architettonici, centro del turismo mondiale. Se non si parte da questo presupposto ogni discorso politico di riforma è vano.  Grazie alla cementificazione, alla creazione di eccessive infrastrutture stradali (imposte dalla scelta FIAT), alla creazione di industrie spesso inutili, ovvero a tutta una serie di scelte economiche improntate dall”aziendalizzaione e dall’industralizzazione i nostri paesaggi e le nostre città sono diventati  pure  infrastrutture di autostrade e cemento. Grazie alla incredibile disordinata eccessiva autolesionista crescita edilizia e industriale oggi siamo attorniati da  palazzi inguardabili, da villette a schiera disseminate  perfino in riva alle spiagge più belle, da capannoni industriali, da mostri enormi realizzati  in scorci paesaggistici e turistici, che hanno  contribuito per di più a aumentare i disastri  in un Paese a rischio geologico altissimo e hanno allontanato i turisti dal nostro Paese.  Si parla di consumo del territorio, ma più che di consumo, io parlerei di aggressione e di devastazione del territorio, in nome di una politica economica priva del minimo  senso di rispetto della bellezza e soprattutto priva di amore  per le proprie città, per i propri paesaggi, a causa di una cecità dominata dalla sterile volontà di speculazione e di facile arricchimento.  Un appello per la cultura a mio avviso non può ripartire che da qui: bisogna abbattere il muro di gomma e omertoso delle speculazioni e dei condoni, fermare l’urbanizzazione, liberare le spiagge, i fiumi, i laghi, salvaguardare il paesaggio, creare piani regolatori che impediscano di costruire. Una volta  date queste premesse, potremo ricominciare a parlare di cultura. Bisogna ripartire dalle basi più semplici, se vogliamo rinascere. Altrimenti sarà la fine per questo Paese.

Se ritroveremo l’amore per i nostri monumenti, per le nostre chiese, per i nostri paesaggi, forse allora ci saranno uomini che desidereranno scegliere di svolgere la professione di Sovrintendente ai Beni Archeologici,di restauratore, e tornaranno anche i turisti e non dovremo chiedere aiuto ad altri Paesi consulenze per restaurare le domus pompeiane, il Colosseo, la Cappella Sistina, perché nel frattempo non abbiamo più esperti in Italia che sanno fare queste cose. Se tornarà l’amore per la Bellezza, tornerà la passione degli uomini per i nostri musei, per le biblioteche, la gente ricomincerà a leggere, a rispettare se stessa e gli altri, e le cose andranno meglio. Per tutti.

Ecco l’appello e il link di “Ripartire dalla cultura”:

http://www.ripartiredallacultura.it/appello-2/

APPELLO

I promotori e i firmatari del presente appello chiedono a chi si candida a governare l’Italia impegni programmatici per il rilancio della cultura intesa come promozione della produzione creativa e della fruizione culturale, tutela e valorizzazione del patrimonio, sostegno all’istruzione, all’educazione permanente, alla ricerca scientifica, centralità della conoscenza, valorizzazione delle capacità e delle competenze.
La crisi economica e la conseguente riduzione dei finanziamenti stanno mettendo a dura prova l’esistenza di molte istituzioni culturali, con gravi conseguenze sui servizi resi ai cittadini, sulle condizioni di lavoro e sul futuro di molti giovani specificamente preparati ma senza possibilità di riconoscimento professionale. Questa situazione congiunturale è aggravata dalla crisi di consenso che colpisce la cultura, che una parte notevole della classe dirigente – pur dichiarando il contrario – di fatto considera un orpello inattuale, non elemento essenziale di una coscienza civica fondata sui valori della partecipazione informata, dell’approfondimento, del pensiero critico.
Noi rifiutiamo l’idea che la cultura sia un costo improduttivo da tagliare in nome di un malinteso concetto di risparmio. Al contrario, crediamo fermamente che il futuro dell’Italia dipenda dalla centralità accordata all’investimento culturale, da concretizzare attraverso strategie di ampio respiro accompagnate da interventi di modernizzazione e semplificazione burocratica. La nostra identità nazionale si fonda indissolubilmente su un’eredità culturale unica al mondo, che non appartiene a un passato da celebrare ma è un elemento essenziale per vivere il presente e preparare un futuro di prosperità economica e sociale, fondato sulla capacità di produrre nuova conoscenza e innovazione più che sullo sfruttamento del turismo culturale.
Ripartire dalla cultura significa creare le condizioni per una reale sussidiarietà fra stato e autonomie locali, fra settore pubblico e terzo settore, fra investimento pubblico e intervento privato. Guardare al futuro significa credere nel valore pubblico della cultura, nella sua capacità di produrre senso e comprensione del presente per l’avvio di un radicale disegno di modernizzazione del nostro Paese.
Per queste ragioni chiediamo che l’azione del Governo e del Parlamento nella prossima legislatura, quale che sia la maggioranza decisa dagli elettori, si orienti all’attuazione delle seguenti priorità.

I promotori e i firmatari del presente appello chiedono di accogliere nei programmi elettorali queste priorità e di sottoscrivere i dieci obiettivi seguenti, che dovranno caratterizzare il lavoro del prossimo Parlamento e l’azione del prossimo Governo. Il nostro sostegno, durante e dopo la campagna elettorale, dipenderà dall’adesione ad essi e dalla loro realizzazione.

  1. Riportare i finanziamenti per le attività e per gli istituti culturali, per il sistema dell’educazione e della ricerca ai livelli della media comunitaria in rapporto al PIL.
  2. Dare vita a una strategia nazionale per la lettura che valorizzi il ruolo della produzione editoriale di qualità, della scuola, delle biblioteche, delle librerie indipendenti, sviluppando azioni specifiche per ridurre il divario fra nord e sud d’Italia.
  3. Incrementare i processi di valutazione della qualità della ricerca e della didattica in ogni ordine scolastico, riconoscendo il merito e sanzionando l’incompetenza, l’inefficienza e le pratiche clientelari.
  4. Promuovere sgravi fiscali per le assunzioni di giovani laureati in ambito culturale e creare un sistema di accreditamento e di qualificazione professionale che eviti l’immissione nei ruoli di personale non in possesso di specifici requisiti di competenza. Salvaguardare la competenza scientifica nei diversi ambiti di intervento, garantendo organici adeguati allo svolgimento delle attività delle istituzioni culturali, come nei paesi europei più avanzati.
  5. Promuovere la creazione di istituzioni culturali permanenti anche nelle aree del paese che ne sono prive – in particolare nelle regioni meridionali, dove permane un grave svantaggio di opportunità – attraverso programmi strutturali di finanziamento che mettano pienamente a frutto le risorse comunitarie; incentivare formule innovative per la loro gestione attraverso il sostegno all’imprenditoria giovanile.
  6. Realizzare la cooperazione, favorire il coordinamento funzionale e la progettualità integrata fra livelli istituzionali che hanno giurisdizione sui beni culturali, riportando le attività culturali fra le funzioni fondamentali dei Comuni e inserendo fra le funzioni proprie delle Province la competenza sulle reti culturali di area vasta.
  7. Ripensare le funzioni del MiBAC individuando quelle realmente “nazionali”, cioè indispensabili al funzionamento del complesso sistema della produzione, della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, per concentrare su di esse le risorse disponibili. Riorganizzare e snellire la struttura burocratica del ministero, rafforzando le funzioni di indirizzo scientifico-metodologico e gli organi di tutela e conservazione, garantendone l’efficienza, l’efficacia e una più razionale distribuzione territoriale.
  8. Inserire la digitalizzazione del patrimonio culturale fra gli obiettivi dell’agenda digitale italiana e promuovere la diffusione del patrimonio culturale in rete e l’accesso libero dei risultati della ricerca finanziata con risorse pubbliche.
  9. Potenziare l’insegnamento delle discipline artistiche e musicali nei programmi di studio della scuola primaria e secondaria e sviluppare un sistema nazionale di orchestre giovanili.
  10. Prevedere una fiscalità di vantaggio, compreso forme di tax credit, per l’investimento privato e per l’attività del volontariato organizzato e del settore non profit a sostegno della cultura, con norme di particolare favore per il sostegno al funzionamento ordinario degli istituti culturali. Sostenere la fruizione culturale attraverso la detraibilità delle spese per alcuni consumi (acquisto di libri, visite a musei e partecipazione a concerti, corsi di avviamento alla pratica artistica); uniformare l’aliquota IVA sui libri elettronici a quella per l’editoria libraria (4%); prevedere forme di tutela e di sostegno per le librerie indipendenti.
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Il nostro invito per il 2012 alla bellezza: Madrigale a Nefertiti, Vittorio Sereni


Che la dolcezza serena di un madrigale vi accompagni, vi dia forza e soprattutto la variabile bellezza della luce. Proprio quella degli inizi.

 

Vittorio Sereni per voi.

VII. Madrigale a Nefertiti, da Stella Variabile, 1982

Dove sarà con chi starà il sorriso
che se mi tocca sembra
sapere tutto di me
passato futuro ma ignora il presente
se tento di dirgli quali acque
per me diventa tra palmizi e dune
e sponde smeraldine
– e lo ribalta su uno ieri
di incantamenti scorie fumo
o lo rimanda a un domani
che non m’apparterrà
e di tutt’altro se gli parlo parla?

 

 

 

VITTORIO SERENI

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