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IL DIARIO DI VIAGGIO DI LUCIANO TROISIO – PAI, THAILANDIA


Pai 3 marzo 2014

 

 

 

Che tristezza! La vecchiaia è l’età dei lutti. Ho appena ricevuto delle foto da Eugenio, che si trova ancora a Sihanoukville: oggi è iniziata la demolizione dei 4 ristorantini sulla spiaggia Victory; un pezzo di città che se ne va. Hanno comprato i cinesi. Hanno prima demolito l’hangar che conteneva l’aereo russo (ora collocato sul tetto di un edificio in costruzione), poi recintato l’intera spiaggia. Entro una settimana demoliranno anche il nostro amato n°2. Il progetto prevede un enorme albergo-casinò.

 

Se ne va un pezzo della nostra vita, che per la verità è l’ennesimo. Già una volta, a Bali, ho compilato un lungo elenco di bei locali cessati, demoliti, smaterializzati (potrete leggerlo in questo stesso volume a pag…. n. p. redaz.). E mi sovvien che forse non vi ho ancora incluso il Blue Ocean di Legian (Bali), ristorante e complesso di bungalow risalente agli anni 60-70 del secolo breve. Un vero mito (di quando eravamo ragazzi e la beat generation ci orientava ancora, con i suoi canoni che oltre alla poesia e al nudismo contemplavano alcol e fumo (mi vanto di non aver mai in vita mia seguito davvero nessuna moda). Però il Blue Ocean era un luogo di riferimento mitico (forse qualche lettore può darmi ragione), di quando la stessa Kuta non era che un villaggio soprattutto di pescatori, e ne esisteva soltanto una piccola mappa in ciclostile (che non riesco a trovare nel mio disordine integrato da furti). Legian, alcuni km. più a  nord, era non dico una spiaggia deserta, ma pochissimo frequentata, e da una vera aristocrazia frikkettona, anche ricca, con jeeps volkswagen a noleggio, piene di belle ragazze mafiose, soddisfatte. Allora si facevano folli corse in macchina sulle spiagge (adesso è proibito). I gigolo indigeni -e più spesso giavanesi- dalle folte capigliature, magri di cintola, a volte se ne servivano per portare le vittime in luoghi appartati, lontani. Molte di quelle puledre sono le stesse odierne obese vecchiotte impenitenti con fondoschiena a mongolfiera, ancor sulla breccia, compagne di irriducibili settantenni dai codini stinti, striminziti, minimi gilè afgani a pelle sul floscio torace nudo, sprecate fusciacche sulla trippa. Chissà: avranno verificato sconfitte, delusioni, figli cretini (tirati su da loro non avevano scelta), assenza di pensione, sussidi minimi, umanitari. Ma ci sarano anche i soliti finti, i molti scansafatiche allergici al lavoro proficuo (per una precisa ragione ideologica di principio tipica dell’eterno fannullone parassita), gli abatini travestiti da hawaiani (come me), quella minoranza di aristocratici esibizionistii che si portano dietro da casa lo splendido costume tradizionale balinese con tanto di giacca bianca, da indossare con spocchia durante le frequenti solenni cerimonie (oltre che al Carnevale di Venezia).

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IN VIAGGIO NELL’ESTREMO ORIENTE di LUCIANO TROISIO


Aeroporto di Phnom Penh, 18 gennaio 2014

Sono partito stamattina da Sihanoukville in pulmino Vip. Dopo 4 ore, alle 13, siamo arrivati all’aeroporto. Tre o quattro freak sono scesi qui con gli zaini, solo a me hanno fatto pagare un dollaro supplementare (di parcheggio). Gli amici mi avevano avvertito che ho pagato il doppio anche il pulmino. Ma siccome la situazione è tutt’altro che tranquilla, non ci ho fatto caso più di tanto: intanto ho comperato molto in anticipo il biglietto che assicurava uno stop direttamente dentro l’aeroporto internazionale, e ho accettato di rimanere prudentemente nella noiosa Sihanoukville, città portuale e dalle belle spiagge, per tutti i giorni che mi rimanevano. Infatti oggi mi scade il visto e devo uscire dal paese. Così non sono nemmeno entrato nella capitale Phnom Penh, dove una decina di giorni fa la polizia ha incredibilmente (trattandosi di una monarchia democratica) sparato sui dimostranti del settore tessile, che pretendevano di veder raddoppiato il salario (160 dollari invece di 80). Richiesta forse eccessiva il cui risultato è stato: 5 morti e una dozzina di feriti. (Pare che ci siano anche altrettanti dispersi).

Ora devo aspettare fino alle 18 il mio volo per Vientiane con la Vietnam airlines. (Viene da Saigon, fa scalo qui e a Vientiane, poi prosegue per Hanoi. Un volo casalingo. Al controllo: deliziosa vetrinetta con oggetti sequestrati, coltelli, temperini, una pistola, un machete, ogni sorta di liquido; ho rivisto le hostesses in elegante Aodai con lo spacco; obbligo per tutti i passeggeri di scendere a ogni scalo, anche con i bagagli a mano).

Non c’erano altre soluzioni. Nelle more scrivo queste note:

Sihanoukville è una città assai strana almeno dal punto di vista turistico. Il clima è ottimo con serate fresche e i prezzi sono i più bassi in assoluto di tutta l’Indocina. I turisti più numerosi sono i russi (in genere villani e scostanti), che vengono con le famiglie. Ho avuto l’impressione che la presenza russa, anche negli investimenti, stia calando. Il famoso aereo dentro il bar-hangar è sparito con tutto il bar completamente demolito. Pare che ora i proprietari siano cinesi. Folta la presenza italiana, soprattutto pensionati single, sono aumentate di molto le imprese italiane, a vista d’occhio. Ormai più di trenta tra ristoranti, spaghetti-houses, produzione di pasta varia, macellerie, panetterie/pasticcerie; c’è anche un lodevole libraio (del tipo seconda mano). Mi hanno parlato anche di una tipografia, più probabilmente si tratta di uno studio grafico per pubblicità, che non sono riuscito a contattare. Siccome qui ci sono molti faraonici casinò, e in più molti hanno la mania, anche le donne, di giocare a carte per soldi, c’è anche chi ha pensato se vale la pena di finanziare chi per caso ne avesse bisogno.

In generale i turisti sembrano tutti di uno stesso standard: cultura medio/bassa, parecchi grandi bevitori e veri ubriaconi, solitari, anarchici, maschi, pensionati, con scarso budget da amministrare cautamente, e che in Europa non permetterebbe né lussi né sbornie. Alcuni si trattengono molto a lungo e quindi affittano un appartamento. Nel nostro albergo Sakal, c’è anche un anziano primario gran bevitore. È l’unico laureato del panorama; scrive sempre al computer nella hall (io, siccome ricevo il segnale Wi Fi in camera, me ne resto lì. Ma l’anno scorso il segnale non mi giungeva: tutto migliora). Indossa quasi sempre la camicia della sala operatoria. Ne ha una di tela verde e una sull’azzurro. Secondo me dal suo comportamento barcollante, deve aver avuto un ictus. Dall’anno scorso lo trovo piuttosto peggiorato e spesso vedo che si fa accompagnare in camera dalle cameriere che lo sostengono.

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E’ UN PAESE PER VECCHI (DI LUCIANO TROISIO)


L’Hemingway italiano è lui, Luciano Troisio.

E queste pagine a mio avviso sono più di un lucido e spietato diario di viaggio.

Sono un messaggio in bottiglia, bottiglia sulla cui etichetta si può leggere il nome della marca: “Proust” (che marca! champagne francese), sono pagine letterariamente ineccepibili, soverchiate da una dose  preponderante di cinismo, di amarezza, di sarcasmo che avvicinano l’autore a un Balzac moderno preso dall’ultima avventura della commedia umana, ormai ridotta a vacanza turistica, mondo in scadenza ed omologato che assiste alla sua fine con la pura maschia indifferenza del passeggiatore che attraversa luoghi in cui si svela il suo esilio assoluto. L’uomo in esilio continuo, nel paradiso consumista, si spinge alla ricerca di altri paradisi paralleli, mentre si arrabatta ciondolante e stancamente ad andare avanti. Sono queste di Troisio le pagine più lucide tramite le quali giungere a comprendere il difficile caso dell’uomo contemporaneo.

Troisio come il penultimo Busi. Non a caso ritengo Busi uno dei più grandi “scrittori” italiani, che rifiuta la narrazione. D’altronde oggi è tutto narrazione, dunque la letteratura è costretta a far altro, per sopravvivere. Tempi duri per la letteratura.

Buona lettura.

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È UN PAESE PER VECCHI

Sakal di Sihanoukville (Cambogia occidentale) è un alberghetto modesto, pulito e amichevole, quasi sempre full, con annesso ristorante e abbeveratoio. Ho mandato un’e-mail a E. che era già lì; mi ha prenotato l’unica stanza libera. Grande, non luminosa, abbastanza silenziosa. Si vede il canale Rai. Le canne del cesso si sono rotte due volte, la prima volta nel cuor della notte, allagando tutto. Sulle prime credevo che fosse il solito scroscio tropicale. Quando mi sono reso conto che l’acqua sarebbe presto esondata dal bagno, ho messo le valige sul letto, sono uscito scalzo in bermuda, e sono corso al bar. C’erano i soliti bevitori insonni. Ho avvertito il vigilante della sicurezza, che non ha capito nulla. Allora mi sono rivolto al gestore che ha mandato un famiglio. È scattata subito la protezione civile. Alle 5.30 era tutto risolto e asciugato. Il Sakal può fornire anche aria condizionata, ma non acqua calda (come del resto tutte le guesthouses della zona nord, detta Victory hill). Si trova alla fine della piuttosto ripida discesa che, dalla sterrata strada dei ristoranti e bar con fanciulle -ce la mette tutta e però non riesce ancora ad essere malfamata- mena alla spiaggia omonima, dove troneggia un capannone-hangar faraonico, che protegge un grande aereo Iliùscin (immagino che l’avranno portato con una nave russa). Fuori è scritto aeroport. In realtà si tratta di un bar gestito da russi, e il logo della Aeroflot è stato non eliminato, ma ampiamente modificato nella grafica della falce e martello: quasi mutato in faccina (l’equivoco comincia da qui). Ci sono molti russi. Come sappiamo la Russia comprende una infinita parte asiatica, ha lunghissime coste siberiane a nord del pianeta, le peggiori, le più glaciali, sfortunate e disertate del mondo. Naturale quindi che abbia sempre teso verso sud, premendo su Afganistan e Iran, a uno sbocco verso i caldi oceani (senza mai ottenerlo). Navigando da Vladivostok, costeggiando i mediterranei nipponici prima di sbattere contro la penisola di Malacca, è normale giungere a risalire il golfo del Siam. Probabilmente sono stati anche favoriti dai vecchi legami di collaborazione con i regimi (fino a poco tempo fa, o tuttora) di tipo comunista.E infatti qui i neoricchi ora democratici hanno già comperato terreni e immobili nei dintorni, gestiscono alberghi e ristoranti. Uno si chiama Snake House, ha molte teche di serpenti e una sera, non potendo scegliere altro tavolo, abbiamo mangiato a fianco della piscina con aitante coccodrillo legato a una catena che a un certo punto, mentre gioivo dell’ottimo sashimi fuori budget, mi ha costretto a darmela a gambe, essendo improvvisamente rumorosamente uscito dall’acqua e venuto ad adagiarsi a un metro dalla mia sedia tra le risate dei clienti. (Poi mi sono fotografato con lui sullo sfondo, e la targa “pericolo coccodrilli, non nuotare”). Ci sono anche molti cartelli solo in cirillico. Incredibilmente hanno ottenuto dalle autorità cambogiane il permesso di costruire un sacrilego ponte da stretto di Messina (tuttora incompiuto. Speriamo che gliel’abbiano bloccato, ma ormai…) verso un’isoletta di loro proprietà dove c’è un albergo che si mormora costi 3.000 dollari a notte. Si vedono in giro alcune eleganti tardone russe biondo platino assai sussiegose, sugli antanove, ancor appetibili dai gerontofili, con resti di una bellezza passata ma non trascorsa, e con cattivante sicumera da padrone del vapore; forse ex-granduchesse del soviet. (In spiaggia mi accade talvolta, ma raramente, di essere distratto da giovani callipige dai lunghi capelli biondissimi vaporosi ventosi botticelliani. Non sono australiane né tedesche, ma russe. D’altronde a loro sono ormai abituato anche in patria: accanto alle mature stoppose slave sformate slavate volgari, ci sono belle vellutate ragazze moldave ukraine antipatiche, che parlano uno scadente italiano senza articoli, e quindi senza preposizioni articolate; le clandestine che preferisco, anche come badanti, nonostante la loro tendenza a evirare).La zona della spiaggia Victory, la nostra (ma io ci vado raramente: preferisco scrivere in camera), è semideserta, ha vari ristorantini tutti contigui con sdraio sulla spiaggia smangiata e, più indietro, tavolini coperti da un vasto padiglione, con poltrone e divani in rattan, corredati di comodissimi e signorili cuscinoni. È frequentata soprattutto da pensionati, da vecchie desolanti bianche in audaci bikini. Anche da qualche tribù di cinesi brambilla in vacanza, impegnati a sfoggiare la loro idiota ricchezza. Si portano tutto da casa, anche il fornello di terra refrattaria, i tremendi panini al vapore; dal ristorante comprano le bibite per le bambine e le birre; le matrone fanno boccuccia e trattano i camerieri come subumani. Parlano come rane a voce altissima una lingua-dialetto che non è il mandarino. Mentre mangiano a un metro da noi si fanno lavare i piedi, ecc. C’è anche uno scrittore francese rosso di capelli, sui 70 ben portati. Ha preso (purtroppo) in simpatia E. e viene a chiacchierare spesso con lui, che parla un disinvolto francese maccheronico. Forse lo scrittore intende poi descriverci come macchiette italiane e si documenta. Ha abbandonato Parigi e ora, in attesa del successo mai giunto, si è ritirato nella Camargue. Scrive a penna su un quaderno, spesso lo lascia aperto e va a bagnarsi. C’è un’altra disgrazia: si tratta di due rimpresciuttite francesi in bikini, che con astuta manovra avvolgente sono riuscite in un paio di giorni ad avvicinarsi per gradi e tavolini, al loro connazionale, che ora risulta assediato e deve sopportare la mitraglia Blekedeker delle due pinzochere urlanti per ore, senza soluzione di continuità. Tanto che a volte se ne va. Il termine al primo posto nel loro lessico di frequenza è enfants. Passano belle adolescenti aborigene con panieri di frutta sulla testa, passano mendicanti con bastoni, passano venditori di occhiali, bambini delle lattine vuote. Noi attendiamo la signora dei calamaretti. Ce li cuoce al momento: 5 un dollaro. Prem significa 5. E’ l’unica parola khmer che ho imparato, ma so che grazie è quasi identico al thai Kapkumàkh. Un’altra donna passa con le canocchie cotte, di un bel colore aragosta invitante: 5 costano due dollari. Ambedue le signore ci fanno una delicata salsina al limone.E. ci beve sopra alcune birre. Poi si stende sul divano e dorme russando fortissimo, tanto che, se qualche tavolino è libero, mi allontano. Sta benissimo, sembra felice, un vero dandy malgré lui, che si configura come il mio opposto simmetrico. Mi indispettisce la sua tranquillità, invidio il suo apparire appagato. Saranno le birre? Se ne va in giro da solo per sei mesi l’anno, non è mai stanco, è comunicativo, paciocca, sorridente. C’è anche qualcuna (prezzolata) che lo punta.  Il ristorantino ha una conduzione familiare. La padrona è una sveglia, ancora giovane e snella; la figlia adolescente è molto carina, ma capisce pochino. Avrà preso dal papà. Forse pensa ad altro. Meglio sposarla al più presto e liberarsene, per il bene dell’azienda.      Le donne sembrano avere una preponderante parte attiva in tutta la Cambogia. Si danno da fare in spiaggia, dirigono, corrono in moto di qua di là, i mercati sono al 95% femminili, gestiscono alberghi e ristoranti. Parecchi uomini si vedono spesso in amache, stravaccati e riflessivo-contemplativi. Il popolo cambogiano ha in genere la fama di pigro. Ha esaurito le grandi energie durante l’impero Khmer.Il Sakal è vicinissimo al mare, e al punto dove da un molo partono piratesche barche per turisti. È un posto full di bianchi. Pochi giovani. Moltissimi anziani in prevalenza anglofoni, ma anche tedeschi. [A Bratislava le studentesse mestamente chiamavano la loro città: il Capolinea. C’è un nesso:] il Sakal potrebbe essere per molti il Terminal, o come si dice a Venezia: Fondamenta degli Incurabili. Più affettuosamente: il Reparto Lungodegenti. Alcuni sono qui da anni. Ormai con la loro pensioncina si sono sistemati. Il bar coi trespoli è aperto no stop anche tutta la notte, ci sono parecchi restless nottambuli, si beve a tutte le ore; in prevalenza birra locale alla spina di marca Angkor, non eccezionale, ma anche superalcolici di bassa qualità, mediocri imitazioni delle solite grandi marche, anche italiane (Martini, Campari, Cinzano, Liquore Galliano).Sihanoukville è l’unico vero porto della Cambogia: tutto è sempre passato di qua, traffici, armi, merci, auto proibite con guida a destra importate di contrabbando dalla Tailandia; l’alcol non costa nulla: al tavolo una birra mezzo dollaro, un superalcolico un dollaro. Per i bevitori è un economico paradiso. Molti sono alticci già alle nove di mattina, ma è raro vedere veri ubriachi. E comunque si rifugerebbero a dormire nelle loro camere. E. ci torna da anni; beve una decina di birre al giorno, oltre a tre quattro rum (più quelli che si scola dalle private bottiglie nel segreto della sua cameretta). Non posso affermare di averlo mai visto ubriaco e nemmeno brillo. Sessantanne che ricorda perfettamente cosa si può combinare con una ragazza, lucido e abbronzatissimo, massiccio brevilineo muscoloso, con rosee guance alla culo di bimbo senza una ruga, si limita spesso a staccare qualche bestemmia come rancorosa chiosa al mondo boja: ha studiato dai preti quindi è diventato comunista. Ha una lunga esperienza di gestore Arci sezione braciole, e ha pure diretto una fonderia. Si trova talmente bene che è al Sakal da due mesi, servito e riverito come uno dei migliori e più giovani clienti; sa rendersi simpatico. Ha problemi di visto (ma abbiamo incontrato due pensionati triestini che ci hanno assicurato che si può ottenere quello da business che vale sei mesi). Ora va a Kuala Lumpur, poi in Tailandia e quindi torna in marzo ancora qui. I voli costano pochissimo. In questo modo evita l’inverno padano, i suoi acciacchi. Essendo pensionato se ne sta a lungo in giro al caldo, vede Continua a leggere

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LA TRASLAZIONE DELLE SPOGLIE DI SIAHNOUK (DI LUCIANO TROISIO) – prima parte


Venerdì primo febbraio si è svolta la traslazione delle spoglie di Norodom Sihanouk, dal palazzo reale al ground (sbrigativamente definito da alcune Tv: crematorium. Non credo che sia mai stata vista una tale affluenza di popolo, una tale organizzazione. Le varie televisioni straniere hanno valutato in molte centinaia di migliaia le persone presenti, sia nella processione vera e propria, sia assiepate lungo il percorso.  Sono rimasto assai stupito non tanto dall’ordine, quanto dalla serietà e compostezza del popolo cambogiano, al 99% vestito di bianco, o con pantaloni/gonna neri e camicia bianca, che ha marciato in modo impeccabile, recando infiniti doni, oppure accoccolato con le gambe ripiegate all’indietro, le mani giunte, spesso recanti incenso, loti, ritratti del defunto, e il tutto per molte ore. Uscita a piedi, a piccolissimi e lentissimi passi dal palazzo reale fino al prospiciente lungofiume, ha visto caricare il sarcofago su di una piattaforma e da questa, attraverso uno scivolo, su un gigantesco carro dorato, in forma di grande uccello. Lì erano pronte schierate fanfare, truppe in uniforme bianca, altri gruppi vestiti all’europea in completo nero, migliaia e migliaia di scolari e studenti, scouts, orchestre di strumenti tradizionali, centinaia di ghirlande, alcune tribù di primitivi seminudi, numerose rappresentanze del popolo cambogiano. Tutti avevano in mano un mazzo di fiori bianchi. Oppure oggetti, vasi, cassette, involucri. Nel corteo si sono inseriti subito una decina di carri dorati, quasi tutti grandissimi: uno, quello in forma di uccello recava il sarcofago, scortato da molte guardie d’onore, circondato da molte persone vestite di un costume bianco orlato d’oro, da altre che recavano i famosi ombrelli cerimoniali rossi o bianchi, molte decine, a vari piani sovrapposti. Erano riconoscibili almeno due figli del defunto, identici al padre, a testa rasata, altri con costumi antichi che si possono vedere soltanto nelle rare illustrazioni dei libri del passato sull’Indocina, oppure negli ancora più rari filmati degli anni venti del secolo scorso, probabilmente girati da europei: veste bianca fino a terra, copricapo bianco simile a un imbuto rovesciato.
[L’inventario di questi costumi e accessori si può ammirare visitando i mitici bassorilievi di Angkor Vat, la cui matrice culturale -è bene ricordarlo ogni tanto- viene da Giava. Lì le splendide reliquie culturali dell’Impero induista Majapahit sono state distrutte dall’iconoclasta stupidità islamica all’epoca del nostro Rinascimento, ma qualcosa è rimasto nell’isola di Bali. Lo dico a beneficio degli interessati: se a Bali visitate Semarapura, che tra le altre cose è gemellata con Firenze (!), nei soffitti dei due padiglioni dove si amministrava la giustizia, detti Kerta Gosa, potrete ammirare un campionario di quanto realmente usato in questi giorni nella processione per il re Sihanouk.]
Un altro grande carro in forma di Naga, trasportava sei uomini politici del governo, un altro ancora molte alte cariche, anche donne, tra le quali spiccava la massiccia first lady (è solo una mia impressione; mi sono convinto dei ruoli di ciascuno a furia si vedere il loro artificiale comportamento…): una cinquantenne dalle spalle importanti e una capigliatura nerissima gigantesca. E poi ancora un altro, carico di persone, e due carri grandissimi, di cui uno addirittura articolato. Rappresentavano verdi montagnole popolate fittamente da grandi animali colorati, di tutte le specie: elefanti, bufali, tigri, maiali, galli ecc. Non mi è chiaro il significato di questi due carri (forse degli Spiriti Protettori?). Tutti questi mezzi erano provvisti di un pilota al volante, invece i rimanenti erano molto più piccoli, trasportavano edicole contenenti degli oggetti, erano spinti a mano. La mia è una descrizione insufficiente, troppo spiccia, dovrei descrivere le affascinanti fanciulle in complicato e magnifico costume antico, i portatori di vessilli, di ventagli, di alabarde cerimoniali, le  centinaia e centinaia di comparse in vivacissimi camici ed elmi simili a quelli da cantiere. Questi erano molto indaffarati a tenere da ambo i lati della processione un grosso cordone rosso e anche un’asta con vessillo. Spesso dovevano fermarsi perché il cordone o si tirava troppo o si allentava e dovevano avvolgerlo momentaneamente a seconda del passo della sfilata.

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LA CREMAZIONE DI SIHANOUK – EXPLICIT SIHANOUK – UN REPORTAGE DALL’ESTREMO ORIENTE (DI LUCIANO TROISIO)


 In Cambogia 7 giorni di lutto per la morte e la cremazione di Sihanouk. Luciano Troisio, scrittore, docente universitario, è uno dei maggiori esperti di cultura dell’Indocina. Lo ringraziamo per averci dato la possibilità di pubblicare questo straordinario reportage.

La grande spianata del lungofiume di Phnom Penh, assieme a quello altrettanto clamoroso di Saigon, è uno dei pochi luoghi deputati alle grande emozioni, ai grandi spettacoli. E non è difficile capire perché, al tramonto dell’impero di Angkor, questo punto sia stato scelto per la nuova capitale: proprio qui confluiscono vari grandi fiumi, il Ton Le Sap, il Mekong, il Bessac. Questo dunque è il punto da cui si può controllare l’intera area. Da cinque secoli è così, sebbene i fasti del passato siano soltanto un ricordo. È anche probabile che molte volte gli edifici del lungofiume siano stati sommersi da alluvioni, nonostante siano sopraelevati di parecchi metri, e che i prestigiosi palazzi della corte siano stati incendiati e distrutti (anche nel XX secolo dai Khmer rossi). Qui nella Pagoda d’argento si conserva il venerato Buddha di smeraldo, identico a quello di Bangkok, qui nei giorni in cui non succede nulla (come dice il detto cinese: beato chi vive in un’epoca non interessante, in cui cioè non succede nulla), le famigliole microborghesi, passata la calura, passeggiano sul selciato controllando a distanza i bambinetti trotterellanti al sicuro: e lungo il muro ocra del recinto del palazzo cominciano ad apparire, a due a quattro, a dieci, monaci di ogni età con tuniche amaranto, marroncino, gialle, con o senza ombrelli nocciola, beige, arancione. E naturalmente questo è il luogo dove i turisti passano almeno una giornata, per visitare il palazzo, il Museo Nazionale che custodisce veri tesori soprattutto di scultura; i meno colti anche solo a fotografare la gente, a contemplare il paesaggio delle acque sonnolente, delle imbarcazioni lente, ora irrimediabilmente rovinato da un orrido baraccone di molti piani di cui attualmente esiste soltanto lo scheletro. Speriamo che re Sihamoni abbia deciso di sbriciolarlo con i suoi proprietari all’interno.Ma in questi giorni il lungofiume è teatro, è locations di grandi eventi: sulla loggia principale d’ingresso, quella esterna, giganteggia il ritratto del re Norodom Sihanouk, incorniciato da un grande funebre drappo nero. E davanti, di là della strada, sostano ininterrottamente, accoccolate su grandi stuoie, su gigantesche superfici di plastica verde, anziane donne vestite di bianco, quasi tutte a testa rapata, tacciono, cantano in coro, si inchinano, offrono loti, incenso, piangono il re. I loro volti sembrano indifferenti, non esprimono sentimenti in apparenza, come d’altronde quelli che si vedono in Tv, che trasmette le complesse cerimonie quotidiane, nella sala del grande sarcofago in cui il corpo è stato chiuso, alla presenza del re suo figlio e della regina vedova. La quale è italo-francese, e avrà quindi in parte trasmesso la sensibilità mediterranea al figlio, che è stato visto piangere e commuoversi in varie occasioni. Interminabili le processioni di chi viene a onorare il defunto, sono tutti in pantaloni neri e camicia bianca con maniche lunghe, coccarda nera al petto, si inginocchiano, si chinano fino a terra tre volte. Il cerimoniere è un mingherlino con lutto  al braccio, che ogni volta deve chinarsi, per un totale quando è sera di centinaia di devastanti flessioni che temo influiranno sulla sua salute. Le persone importanti sono ricevute dal re stesso. Che passa varie ore al giorno in queste incombenze, o anche immobile, biancovestito (colore del lutto?), a mani giunte, accanto alla canuta madre (lui è calvo) ad assistere alle varie offerte di cibo, cesti di fiori e simboliche, fatte da decine di signore alla fila infinita di monaci. Il tutto registrato e trasmesso in Tv. Ma ci sono anche altri personaggi delegati, forse membri della famiglia reale (il re ha 60 anni, è il più giovane di quattordici fratelli, non è sposato). Le condoglianze si porgono a mani giunte, inchinandosi di fronte a chi è preposto a riceverle, e sfiora con le mani giunte le mani giunte dell’altro. Se si tratta di monaci, è il preposto che si inginocchia di fronte a loro. Molti monaci e monache evitano il minimo contatto fisico. Si notano molti occidentali, donne biondissime, la televisione glissa sul fatto che non si saranno inginocchiati. Poi stanno in posa dietro un tavolo dove il capodelegazione firma il registro ufficiale. Ieri ho visto anche una delegazione di truci generalissimi stranieri asiatici, almeno una trentina. Non hanno fatto nessun gesto di saluto, si sono limitati a togliersi il cappello e a porlo sotto braccio. Il condottiero ha stretto le mani del dignitario come nessuno aveva osato fare, e le ha tenute strette tra le sue per tutto il tempo del discorsetto, che sarà durato almeno tre-quattro interminabili minuti. Forse delegazione di limitrofo rozzo paese comunista. Un vero contrasto di civiltà! Accanto al sarcofago è sempre allestito un lauto pranzo in vasellame, posate e piatti d’oro. Continue offerte di ghirlandette di gelsomino. In sottofondo canti femminili con voci di rane sgraziate davvero infelici, e suoni di gamelan, silofoni, flauti, tamburi. I suoni sono meno sgradevoli.Questo periodo di lutto dura da circa quattro mesi. Ora è ufficiale: la solenne cerimonia di cremazione avverrà il 4 settembre. Ho aspettato sulla costa a Sihanoukville circa 20 giorni. Nessuno sapeva nulla sulla data e non ho visto nessun ritratto, mentre la capitale ne è costellata. Avrei voluto esserci, ma ci sono troppe complicazioni, e il visto mi scade, e comunque sono venuto al royal palace vari pomeriggi. Ogni giorno ci sono novità. Sarebbe molto interessante, lo so per esperienza.Tenterò di descrivere in che cosa consiste l’allestimento di una cremazione reale in Asia. Credo che sia in assoluto la manifestazione di lutto più costosa del mondo. Siamo nella penisola indocinese, area culturale di fortissima identità buddista, pur nelle differenze che dividono il buddismo, pur negli stili architettonici, diversi nei luoghi e nei periodi. Identità che raggruppa Birmania, Tailandia, Cambogia, Laos, ma lascia escluso a est il Vietnam, che ha subìto per oltre mille anni un maggiore influsso cinese. Ogni monarca, adiacente al recinto dei suoi palazzi, ha a disposizione un grande terreno di vari ettari, che solitamente può servire da parcheggio, mercato, esposizione di merci, in caso di necessità sistemazione di truppe. Alla morte di un re o di un suo familiare, in quel vasto terreno viene costruito seguendo precisi criteri architettonici tradizionali, un grande edificio-tempio poligonale molto alto, ornato e ricoperto di materiali preziosi, l’oro sovrasta tutto il resto, ma ci sono statue, leoni, danzatori e danzatrici, secondo schemi cerimoniali ben precisi. Nel nostro caso non ci sono problemi particolari, perché qui il ground, oltre che col palazzo reale, col palazzetto dell’Unesco e con una strada di sordidi negozietti per turisti, confina a ovest col Museo Nazionale che volendo può prestare di tutto. La descrizione di questo edificio è assai complessa, anche perché nessuno può entrare e i tre ingressi sono guardati a vista da soldati in armi. Fino all’altro giorno si scorgeva un’alta piattaforma centrale molto elevata, ora non c’è più e sopra le porte sono stati collocati dei grandiosi lampadari di cristallo. Di recente ho seguito a Bangkok, in parte dal vivo e in parte per tv, le lunghe cerimonie, durate giorni, per la cremazione della sorella del re di Tailandia (l’uomo più ricco del mondo dopo il sultano del Brunei). Interminabili cerimonie religiose con migliaia di monaci, parate di truppe in alta uniforme con tanto di colbacco (di plastica) uno squadrone a cavallo, concerti, danze e pantomime, che hanno un valore artistico ma anche religioso, sono complicate e poco comprensibili per un non buddista. Complessi i simboli delle offerte, dei lunghi travasi di acqua sacra ecc. È probabile che anticamente si bruciasse davvero l’edificio, come del resto succede ancor oggi nelle lussuose cremazioni balinesi, dove tutto viene incenerito davvero. Lì però il rito è indù). In realtà, dopo le infinite cerimonie che coinvolgono molte migliaia di persone, la cremazione moderna consiste ovunque nel premere il pulsante che accende il forno crematorio posto al centro dell’edificio. In Cambogia non si vedono forni crematori, mentre in Tailandia non è difficile scorgere, nel paesaggio tra edenici palmizi, spuntare l’inquietante sommità del camino del forno in dotazione ai vari monasteri. La solennità e il lusso dipendono dal censo: di solito è tutto molto più semplice. È probabile che il re Norodom Sihamoni non voglia essere da meno dei tailandesi, anche perché l’intero faraonico marchingegno è praticamente identico, forse il pinnacolo sarà un metro più alto, e infatti sembra addirittura sovrastare quello del palazzo reale e perfino i non lontani grattacieli; batterà tutti i record. I lunghissimi sfarzosi padiglioni che circondano in quadrato il ground -alcuni più vicini al centro presumo ospiteranno la famiglia reale, le famiglie reali invitate, il corpo diplomatico, e così via- credo che siano lunghi poco meno di un chilometro in totale, e ospiteranno molte migliaia di invitati in altrettante lussuose poltrone ricoperte di drappi bianchi e oro. Ma non sarebbe mai finita la descrizione: tutto il ground viene accuratamente pavimentato, ciò che non è piastrellato viene mutato in giardino, e infatti giungono in continuazione camioncini con zolle di gramigna ornamentale. La mia è esperienza diretta, non solo per aver assistito in Tv alle cerimonie tailandesi, ma per aver in quella circostanza potuto visitare, il giorno dopo la cremazione, l’intero complesso che era stato aperto al pubblico per qualche ora prima dell’inizio della demolizione. Non ce la faccio a descrivere il tripudio di piante, di fiori, di raffinate statue, di tessuti. E tutto non dozzinale ed effimero, ma realizzato con la massima cura, da veri artisti: è questo che stupisce anche qui! Ne oso quantificare la spesa totale per una tale cerimonia, tanto che con quegli ornamenti è stato allestito un intero museo dedicato alla principessa morta. Credo che solo limitando un attimino il superflo avrebbero potuto costruire tre o quattro ospedali, magari a lei dedicati. Ma questo è un altro discorso che confrica con i profondi usi culturali degli esseri umani e mi astengo dal giudicare. Mi viene in mente che nella città di Vicenza esiste un ponte che reca una lapide, la quale ricorda che fu costruito nell’Ottocento per volere di un saggio principe austriaco. Lo preferì alla statua che gli entusiasti sudditi vicentini volevano erigergli.Mi astengo dal descrivere le processioni con gli antichi carri funebri, conservati poi in musei. Si possono vedere quelli antichissimi di Bangkok in un padiglione del museo nazionale. Nel 75 ho visto anche quelli dei principi Suvannafuma a Luang Prabang. Ora sono spariti e ce n’è soltanto uno, però adesso ricoperto d’oro (dall’Unesco), in un famoso antichissimo tempio. Immagino le infinite parate militari, tralascio i costumi tradizionali, per la gioia di tutte le Tv del mondo che in quella data ci saranno, e il corteo che trasporterà solennemente il feretro dal palazzo al ground, che si trova quattrocento metri a destra del palazzo stesso. Nemmeno lo spazio per non ingrumare la processione, che probabilmente devierà verso il centro giusto per allungare e ottimizzare il solenne percorso;  si concluderà con l’entrata nel gran recinto dalla porta trionfale, alta una ventina di metri (come quelle di Angkor Tom), ancora in costruzione. E sono convinto di non aver visto, nè detto quasi nulla, di quello che in effetti succederà e sarà ricordato.Dire di Sihanouk richiederebbe molto spazio. Riassumendo in poche righe: uomo irrequieto che ha studiato in Europa, ha fatto molte cose stravaganti, perfino l’attore cinematografico, ha attraversato il secolo breve affrontando i colonialisti francesi, portando con paziente tenacia il suo paese all’indipendenza (1953). È stato destituito ed esiliato a lungo (1970). In quell’anno la Cambogia sprofondò in una guerra durata 20 anni. Tornò trionfalmente nel 1991. Ha avuto a che fare con la peggiore disgrazia che gli potesse capitare: i Khmer rouges (è stato lui a inventarne il nome): mostruosi assassini in nome di un comunismo impazzito, responsabili di un orrendo genocidio di milioni di esseri umani loro concittadini. Quando i vietnamiti sconfissero Pol Pot, ha tenuto un comportamento non chiaro, ha impedito la definitiva liquidazione delle sacche di resistenza khmer, in seguito ha sostenuto che la Cambogia distrutta doveva essere ricostruita assieme a loro. Ha amnistiato il cognato e braccio destro di Pol Pot. Ha evitato di processare i responsabili, ha improvvisamente abdicato (2004) in favore del figlio giovane, su di lui ha rovesciato il peso immane di un processo che tarda e non vedrà colpevoli.

funerale-cambogia

 

 

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