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RECENSIONE DI CATERINA FALCONI: FUEGO DI MARILU’ OLIVA


Una recensione di Caterina Falconi sull’ultimo romanzo di Marilù Oliva. Fuego!

Una Bologna notturna, solcata da una sinistra croce di fuoco. Un piromane che appicca incendi con modalità rituali. Un uomo stritolato. Un’inquietante donna in abiti maschili che si aggira nei luoghi dei misfatti. Queste le premesse di un intreccio che prende subito le movenze sensuali e controllate della salsa ballata al Mulata, la discoteca latino-americana che la Guerrera bazzica per resistere all’assalto dei ricordi.

    E fin qui ci siamo. Ho provato più volte a scrivere delle note su “Fuego”,  il nuovo romanzo di Marilù Oliva, pubblicato da Elliot, ma arrivata alla descrizione del Mulata mi accorgevo di aver mancato il bersaglio e dovevo interrompermi. Finché non ho capito che, sì, la storia è perfetta, complessa e magnetica, afferra, incuriosisce, ma che non è la trama a caratterizzarla, né l’originale ambientazione, e neppure i personaggi magistralmente resi.

   Quello che affeziona, (uso il verbo transitivamente) che rende Fuego indimenticabile, è la protagonista, Elisa Guerra detta  La Guerrera, che sfugge a ogni stereotipo. Non c’è un dettaglio banale nella sua multiforme personalità, eppure è credibile, e languida e determinata affiora dalle pagine e ti si istalla nella testa, mentre leggi e ti chiedi che farà, anche dopo che hai chiuso il libro e non vedi l’ora di riaprirlo. E’ lei il punto di convergenza e il fuoco radiante della narrazione

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MARE NERO DI GIANNI PARIS, UNA LETTURA DI CATERINA FALCONI


Caterina Falconi ci concede una lettura penetrante e commossa di Mare Nero, Gianni Paris, Edizioni dell’Arco, 2006.

Vi consigliamo caldamente la lettura della seguente recensione e di conseguenza del libro.

Ringraziamo con l’usuale calore Caterina per il suo prezioso contributo.

Partono con una busta di plastica bianca: dentro un po’ di pane, delle mele, una bottiglia d’acqua. Alcuni hanno una maglia annodata alla vita. Pochissimi una coperta. I disperati di Paris sono descritti così, nelle prime pagine di un romanzo che cambia per sempre lo sguardo del lettore: una torma di abbacinati dalla speranza, giovani e bambini, stipati in una baracca buia in attesa di partire. Fuori, i trafficanti, i traghettatori, con dei fucili in mano.

Ricordo i miei due anni in Benin, i villageois erano animati dalla cognizione del presente. Ogni sforzo, immane, nel condurre la vita un passo avanti, si concentrava sul pasto del giorno, sul bacile d’acqua attinto al fiume. Del domani non v’era certezza, e non in senso poetico. Domani, un attacco di malaria, il morso di un serpente, ti potevano ammazzare. Questi novanta martiri non fanno eccezione, ripongono la loro speranza di sopravvivere in una patetica busta di plastica con provviste per qualche giorno. Eppure sono mossi dal titanico e quasi epico sogno di cambiare la propria esistenza, e Paris li descrive come l’Africa che si muove. La voce narrante è quella di Nacer, un trentenne marocchino contaminato dalla lunga consuetudine alla lettura, taciturno e coraggioso, in cui a guardare bene si intravedono delle caratteristiche dello scrittore, come l’entusiasmo e un tratto di intelligente malinconia.

La scena è pronta, sapientemente tratteggiata da un Paris che fa un uso disinvolto e personalissimo delle parole, combinandole in metafore indelebili,come bucare il mare…

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CARNE NUOVA di Caterina Falconi


Le Edizioni Noubs vi propongono un racconto inedito gentilmente messo a disposizione dalla scrittrice Caterina Falconi… Attendiamo un vostro giudizio!

CARNE NUOVA

di Caterina FALCONI

7 luglio 2175  

Stephen intrecciò le mani dietro la nuca e fece due torsioni del busto. Le protrusioni nella sua colonna urlarono. La cupola era in penombra, in un grigiore metallico effuso dalla membrana di protezione.

“Solange, apri” disse, rivolto a un viso etereo che gli sorrideva da uno schermo. E dalla sommità della cupola, come palpebre, le membrane in silicio si schiusero frusciando. Un fascio di luce opalescente spiovve dentro e inondò il locale.

“Fatto Stephen.”

Lui annuì.

Al centro della sala, nella teca trasparente, immersa nella soluzione isotermica, la ragazza piangeva nel sonno.  Le sue lacrime si formavano così lentamente che il gelo della teca le asciugava. Le sue funzioni vitali, rallentate dall’ibernazione, seguitavano torpidamente ad animarla, e lo stesso, probabilmente, accadeva ai suoi pensieri.

“Non piangere Agata” le disse Stephen. “Ti ho promesso che tutto tornerà a posto” la consolò, e girò attorno alla teca per stringerle la mano. Il braccio nudo di lei sbucava da un’apertura circolare, adagiato su un asse, e infuso da tre sonde collegate a dei monitor.  Al momento aveva le dimensioni di un arto di una bambina di  undici anni, ed era roseo e glabro. Lui lo carezzò con la punta delle dita, e infilò la destra sotto quel palmo affusolato.

“Fidati. Il braccio sta ricrescendo bene, e Cormac sta tornando da te. Non devi fare niente. Devi solo aspettare, e riposare” le disse, ed esitò, sapendo che l’ultima parola: riposare, le sarebbe arrivata dopo giorni. Affondò lo sguardo nella teca: lei fluttuava tra i propri ricci, come una pallida sirena in un banco di rosse alghe. I capelli avevano continuato a crescere normalmente, e dopo undici anni avevano invaso la vasca torcendosi e ondeggiando.

Una carezza sulla sua schiena identificò la nuova arrivata come Lea.

“Salve Lea” salutò il computer.

“Buongiorno Solange” rispose la donna.

“Ciao amore” disse Stephen, e si voltò a baciarla. Lea profumava di vaniglia e lo guardava eccitata: “Ho capito a chi somiglia!” gli disse. “Sembra Ofelia di Rossetti.”

Stephen annuì colpito. Era proprio vero, la sua sfortunata gemella somigliava ad Elisabeth Siddal  immersa nell’acqua che l’avrebbe uccisa. Per non pensarci trascinò la moglie alla vetrata. Terra sorgeva all’orizzonte, fondendo il cielo oscuro  in un blu vellutato cosparso di efelidi argentee. Nel cratere di fronte ai laboratori una scavatrice trivellava il suolo sollevando sbuffi di polvere, che volteggiavano e restavano sospesi nella fosforescenza dell’alba lunare. I rover immobili affondavano i cingoli nella regolite  pastosa, e nessuna luce era ancora accesa dietro gli oblò delle torri. Ciuffi di nuvole candide adornavano l’Europa.

“Torneresti sulla Terra?” chiese Stephen.

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