Archivi tag: Indonesia

TROISIO IN MALESIA


Kuala Lumpur, 6 agosto 2014

il 29 luglio sono partito dalla splendida Ubud e ritornato all’infernale Kuta, perché il 30 mi scadeva il visto e dovevo rinnovarlo. Per esperienza sapevo già trattarsi di un’operazione fastidiosa, costosa e complessa.
Alzato di buonora non avendo dormito dalla preoccupazione, bf, preso un taxi che naturalmente ha fatto il giro del mondo per superare le 50.000 rupie di tassametro (invece delle 12.000 regolamentari), prima di scaricarmi davanti al lugubre ufficio “Imigrasi”. Il bianco deve sempre stare al gioco del pollo, specie con i farabutti molto frequenti nel mondo del turismo.
Noto subito che il cortile non è affollato di moto, brutto segno, arrivo all’ingresso, c’è anche un vecchio giapponese (quando scrivo “vecchio” non sono io che scrivo, ma Peter Pan). Sulla porta di vetro, peraltro aperta, è scritto closed a causa delle festività Mubarak (cioè legate al Ramadan musulmano). Tornare lunedì 4 agosto. Resto esterrefatto! Sono pervaso da uno strano senso di nausea; ho come l’impressione che stia iniziando una serie di eventi negativi. Mi chiedo come mai a Ubud nessuno si sia degnato di avvertirmi, nemmeno i premurosi avidi padroni del Bali Spring (ai quali ho lasciato quasi 4 milioni di rupie).
Da 1975 è la prima volta che mi capita: che a Bali, quasi interamente indù, si rispettino feste musulmane, mai successo, mai sentito. (Purtroppo è vexata quaestio che i balinesi siano da secoli schiavi del troglodita potere islamico, cui resistono impavidi con la loro illustre ferrea identità culturale indù). Notare che a Bali non esiste nemmeno il nostro calendario: l’anno dura 240 giorni. (Molti turisti annotano i giorni delle feste indù che si protraggono per 11 giorni, del Galungan e Kuningan, ma ignorano che l’anno seguente cadranno in giorni differenti). Entriamo nella sala deserta, ci sono tre custodi rincretiniti ridenti davanti alla tv, brava gente, non sanno una parola di nulla (la vita è bella).
Rifletto che forse l’amministrazione statale è formata interamente da musulmani provenienti da altre isole (del nord. Sarà utile ricordare che dei circa 240 milioni di indonesiani, poco meno del 2% è indù, il 3% è ancora animista, circa il 9% è cristiano/cattolico, tutto il resto musulmano). Torniamo sulla strada per fermare un taxi. Il giapponese mi chiede cortesemente se voglio salire con lui, gli spiego che voglio andare subito al vicino aeroporto, a verificare se è possibile ottenere l’extension, com’era normale e semplice fino a poco fa. Finalmente si ferma un vecchio in moto, molto simpatico. Regola fondamentale in Asia: chiedere sempre prima il prezzo. Mi dice che non vuole nulla, arriviamo all’aeroporto, ridacchiando non si ferma al casello d’entrata, ma dopo 200 metri c’è un controllo di polizia. Spiego al poliziotto che non voglio essere negligente nel chiedere il rinnovo del visto e che l’ufficio è chiuso per le festività. Mi risponde subito che si occupano solo di passeggeri in partenza, poi allegri confabulano loro due in bahasa stretto, non capisco quasi nulla. Il loro linguaggio corporeo mi trasmette però l’esatto senso del loro colloquio: ecco un altro fesso cui estorcere un bel po’ di soldi.
Chiedo al vecchio se mi può portare al supermercato Bintang verso Seminiak. saranno circa 10 km.; é un vecchio molto strambo, si infila in stradine secondarie, in un attimo siamo già a Kuta (come sapevo perfettamente), percorriamo i due rami del jalan Pantai (via della Spiaggia), poi giriamo sul Melasti e sul Legian; le auto sono solo taxi che procedono a passo d’uomo. Noi però zigzaghiamo, saltiamo sui marciapiedi, un po’ a destra un po’ a sinistra in modo pericolosissimo, commettiamo decine di infrazioni, sfioriamo mille incidenti, lui si scusa ridendo gridando ininterrottamente sorry, chiedendo informazioni sul Bintang. Ma basta proseguire dritti. Dopo un quarto d’ora di gimkana divertente siamo arrivati. Mi spiega che Bintang (grande catena di supermercati e popolare marca di birra) in inglese si dice “star”. Quel vecchio mi ha tirato su il morale. Gli do una fiammante banconota di cui è felicissimo.
Entro nel supermercato perché so che è facile incontrarvi italiani residenti, quelli che hanno le ville a Seminiak. Tra i molti europei ne individuo soltanto uno, che finge di non conoscermi. Prima di partire avevo scritto a M. un altro conoscente lombardo che mi aveva gentilmente invitato nella sua villa, varie volte, accompagnato al Festival delle Arti. Sapevo che era in uno stato di grave depressione, me ne aveva scritto. Non avevo intenzione di chiedergli nulla, non gli avevo detto: vengo a Bali, e sapevo che spesso tornava in Italia, viaggiava. Gli avevo solo chiesto come stava. Non si è degnato di rispondere, lui che cento volte mi aveva spontaneamente detto: se hai bisogno di qualcosa, noi siamo ammanicati… Lui certo in questo frangente avrebbe facilmente risolto (sarà paralizzato? Demente?). Elenco mentalmente tutti quelli cui potrei rivolgermi (A. I. B.). Ci sono vari gruppi di residenti italiani, ebrei, francesi, olandesi. V. l’ultima volta è stato molto freddo, A. addirittura mi ha dato buca. Si ha l’impressione di far perdere tempo, di dare fastidio. E quando si tratta del personale culturale dell’ambasciata va molto peggio: se ti ricevono rischiano infatti di palesare la loro ignoranza non essendo in grado di rispondere quasi mai a nulla: dei conclamati arroganti analfabeti. Così decido che non vale la pena di abbassarsi al loro livello di (mentalmente) isolati, vado a mangiare al ristorante giapponese Rioshi, poi corro a informarmi dall’agenzia viaggi che mi ha già servito in altre occasioni. Mi spiegano subito che dovrò pagare una multa di 300.000 rupie (cica 20 euro, ma l’anno scorso era 250.000) per ogni giorno di ritardo, più 750.000 per l’extension (che invece costa 250.000 rupie). Replico che questa inelegantia juris non mi pare logica nè civile dato che non è possibile inoltrare la domanda. Anche loro sono d’accordo nell’affermare che si tratta di una truffa legalizzata bella e buona. Passa il finesettimana, non so a chi rivolgermi. Il lunedì successivo mi precipito all’ufficio “imigrasi”. Solito tassita ladro, ufficio affollato. L’impiegata si chiama Santhi. Si dimostra subito una povera Figlia di Dio (in questo modo Ghandi chiamava i deficienti fuoricasta): sa ripetere solo due frasi 1) Posso esserle utile? e 2) Sportello 3. Al quinto dolce tentativo, come col doganiere di Troisi (1 fiorino!), mi rendo conto che è inutile insistere, prendo il numero per lo sportello 3; prima di me ci sono decine di persone. Quando vedo il bufalo d’acqua allo sportello 3 mi sento male: un altro deficiente che non sa rispondere, mi ripete solo di pagare la multa.
Torno all’ingresso, tento con un altro cretino in divisa (guardando la sua faccia penso che l’Indonesia ha ancora gente in carcere per cannibalismo, sebbene non lo dicano mai nella pubblicità turistica). Non si riesce ad avere nessuna informazione sull’extension, venire a sapere da che data partirà. Questi militari sono figli o nipoti di quelli che negli anni Sessanta del secolo scorso hanno barbaramente trucidato circa un milione di loro concittadini oppositori, che hanno invaso l’isola diTimor per 24 anni, assassinando oltre 200.000 persone su un totale di nemmeno un milione di abitanti. Si tratta di uno dei paesi più arretrati e selvaggi dell’emisfero australe. Perfino l’islam è stato un miglioramento. Del resto non sarebbe nemmeno il caso di parlarne. Della zotica Indonesia si salva solo la regione di Yogyakarta e Bali; tutto il resto fa quasi schifo, va bene per gli etnologi, i botanici, gli etologi, specie nelle molte isole dove si usa ancora l’arco e la freccia (nonché l’astuccio penico).
Dopo un paio di ore mi dichiaro sconfitto. Ritorno all’agenzia di Seminiak, mi promettono che l’indomani mi faranno accompagnare da un loro conoscente che è amico di un militare giavanese. Cambio una forte somma prevedendo che il giavanese dovrà essere “ringraziato” in contanti. L’indomani mi faccio portare in moto da questa equivoca sorridente persona. Mi dice che avrò subito il visto, di preparare 1.500.000 rupie di multa e per l’extension oggi siamo saliti a un milione (avevo già cambiato molto di più). Arrivati al carcerario ufficio gli consegno il passaporto e il pacco dei soldi. Aspetto all’entrata mentre lui sale al misterioso primo piano e intanto rifletto che a due metri c’è uno sportello con la gigantesca insegna Cassa dove sarebbe logico versare quanto dovuto. E’ salito e sceso almeno tre volte, ogni volta il mondo si era modificato: ora non è più possibile avere subito il timbro; il passaporto e relative carte devono prima andare a Denpasar e poi tornare indietro. La terza volta mi dice che per l’extension bisogna addirittura aspettare 15 giorni. Ho la netta sensazione bergsoniana che dovrò modificare tutti i miei programmi di viaggio, ritornare all’Ufficio chissà quante volte. Temo di essere caduto in un tranello, che non vedrò più il mio passaporto, che nel frattempo la multa arriverà a cifre considerevoli. Lo ringrazio, ma preferisco di no. Mi restituisce denaro e passaporto. Paga lui anche le 2.000 rupie di parcheggio della moto. E’ gentilmente disposto ad accompagnarmi al mio albergo. Lo prego che mi lasci al mitico Bemo Corner. Non accetta nulla. Le nostre esistenze divergono; io mi dirigo al Perama, acquisto in pochi minuti un volo per Kuala Lumpur subito nel pomeriggio: 120 euro (all’andata 90, col vecchio bianco rimbecillito tutti fanno la cresta), prenoto un costoso taxi per le 14, torno mestamente all’albergo, pago il conto, attendo nella fredda stanza. Il nuovo aeroporto di Denpasar vorrebbe essere moderno. In realtà nel frattempo le altre città e specie gli arabi ne hanno realizzati di supergalattici e questo appare già modesto, concentrato solo a spremere nei negozi anche gli ultimi soldi ai turisti. Infatti nella zona internazionale non ci sono uffici cambio, solo ATM per prelevare. La tassa aeroportuale dall’anno scorso è raddoppiata (alè! Volete venire a Bali? ora 200.000, l’anno prossimo si vedrà). La ragazza mi incolla l’adesivo della tassa sulla carta d’imbarco. Finalmente arrivo al controllo passaporti. Il doganiere s’illumina d’immenso quando vede che devo pagare la multa nel frattempo aumentata a 1.800.000 rupie. Per loro è come aver vinto la lotteria. Con un brillio degli occhi incassa le 18 rossastre banconote, mi dice in italiano grazie. Naturalmente non ritiene opportuno rilasciarmi nessuna ricevuta.
tamblian-lake-indonesia

Contrassegnato da tag , ,

DIVAGAZIONI INTRODUTTIVE ALLA MOSTRA DEL GIARDINIERE FIORANTE di LORENZO VIOLA di LUCIANO TROISIO


DIVAGAZIONI INTRODUTTIVE ALLA MOSTRA DEL GIARDINIERE  FIORANTE  di  LORENZO VIOLA

di LUCIANO TROISIO

 

Mentre bighellonavo in qualità di perdigiorno di ruolo in meravigliosi giardini (nonostante il disprezzo di un grande scrittore che me l’ha proibito d’autorità, pena l’espulsione dal partito, capirai la gravità!), comunque ben poco interessato al Reale, ai senatori del mio lontano Paese, tantomeno ai problemi dell’integrazione, visto che nessuno mai mi rivolge la parola neanche nel mio condominio, e girellavo già la mattina presto a stomaco vuoto, quando sfrecciano soltanto i pulmini pubblici che portano verze, maialini e anatre al mercato, e i miserrimi caffè non hanno ancora riempito i luridi termos, e sta aprendo la biglietteria della zona dei tempietti a pagamento, ora rinverdita da molti allogeni cipressi alti e snelli forse importati dal lago di Garda, e non avevo ancora preso le varie pastiglie, e invece scattato già decine di foto a fiori, guy e persone e perfino a una classe di bambini benestanti in gita, coloratissimi agghindati sotto una tettoia, che disegnavano con attenzione, ripresi da cento genitori e varie telecamere TV; un po’ triste e affamato, nonché fiso ad alcuni gravi pensieri (che non desidero condividere), tra stuoli di aironi che andavano a posarsi sui fitti canneti in riva al lago, e tutto era freddo, gli steli ricoperti di rugiada, filiformi che finivano in bambagia spighe o fiori, e una coppia di musulmani eleganti e facoltosi di mezza età mi aveva pregato di immortalarli in foto con le loro costose macchine (gente simpatica, e ne scattai una decina), vicino al grande Banyan sacro di molti secoli, che tutti i visitatori ricorderanno, (lì all’interno del cratere Bratàn nell’isola di Bali), sono stato raggiunto in Wi Fi Zone da un’e-mail del piuttosto famoso pittore Lorenzo Viola, prestigioso (e probabilmente il migliore) testimone e memoria storica di un Veneto delle tradizioni, soprattutto Contadino e Montanaro. Come sappiamo esiste anche l’ancor più prestigioso Veneto Marinaro, protagonista di molte opere di Viola e di una sua esposizione a Jesolo nel luglio 2011).

O meglio: da un’e-mail della sua illustre Galleria (a meno di cento metri dalla famosa Pala del Giorgione); con la quale e-mail la sua plenipotenziaria figlia Ambasciatrice-Curatrice-Direttrice-Dottoressa Barbara, perentoriamente mi ordinava senza mezzi termini di scrivere una poesia sui fiori paterni e di darmi una mossa perché il catalogo va in macchina a metà settembre.

 (Il 23 novembre il pittore Lorenzo Viola inaugura al Museo Giorgione di Castelfranco, una grande Mostra per la prima volta nella sua bimillenaria carriera, completamente dedicata ai suoi fiori).Trasmissione di girasoli nel vaso bianco, 1970

 

                                        *

 

Attorno alla carrucola del pozzo

si è avvolto un convolvolo.

Andrò a chiedere acqua alla vicina.

[Caro Lorenzo, ti dedico questi versi].

 

Udii questi versi alla radio, recitati da una voce femminile, ferma. Ero un bambino. Non li ho più dimenticati, sebbene non sapessi nulla: né che si trattava di un haiku, né che l’Autore era una celebre poetessa giapponese del periodo Edo, vissuta nel Settecento: Fukuda Chiyo-ni. Consultando Google e Wikipedia, (strumenti preziosi farciti di infiniti strafalcioni da indefiniti cialtroni), il cercatore paziente riesce a risalire alle nozioni esatte, smaschera i molti scarti, scopre che le traduzioni di questi versi sono praticamente infinite e di tutti i livelli.

Una volta, rubando l’haiku per intero in una mia pagina, un ottuso commentatore lo scambiò per la carrucola cigolante di Montale. Spesso “carrucola” viene reso anche con corda; sono parecchie le traduzioni che fanno ridere/piangere. Secondo me una delle più scadenti è quella di un inglese che conclude: I ask for water. Di una banalità, di un azzeramento, di un minimalismo da estrema astenia che solo certi poveri americani sanno apprezzare e premiare. Non voglio essere sarcastico: so che è (stata) una moda molto seguita anche da celebri furbastri, un  goal cercato, un abbassamento di tono, una finta sciatteria che si rivolge anche ai non acculturati, notoriamente tutti bisognosi di acqua. (Quindi si tratta di un avvicinamento all’Universale, all’irrigua platea della globalizzazione. Alla fine qualcuno potrebbe ritrovarsi eletto al Sinedrio).

 

Da qualche parte ho letto che convolvolo è stato tradotto anche vilucchio. Qui potrei permettermi un’associazione superflua e personalissima col termine “Filiforme” tanto caro a Viola (non c’entra, ma potrebbe centrare). Ambedue i lemmi sono congrui; convolvolo suggerisce di più l’idea del rampicante che “si avvolge” alla carrucola. Forma una spirale che con/centra l’attenzione più sul “Rizoma” rampicante, la allontana (dal fiore omonimo e soprattutto) da quel concetto di “Filiforme” che l’Autore insiste a dichiarare “da sempre” presente nelle sue opere floreali, anche laddove il filiforme del fiore, del gambo, contrasta con i segni che costruiscono il contenitore-vaso-cestello, (specie in opere del 1966). È vero che anche una spirale può essere filiforme. Rischieremmo di inoltrarci nell’intricato (come si dice in tedesco) “sentiero che si interrompe nel bosco”, nell’oscurità della critica psicanalitica che richiede spesso tempi lunghi (e perduti). Però…

 

Sono tentato di scrivere appena ne avrò il tempo e l’estro, un intero vasto saggio su questo haiku, che certamente lo merita. Ce ne sono già molti in giro per la rete. Non è escluso che lo faccia in altra sede, sempre in ambito vivaistico. Quindi i fiori di Lorenzo Viola rimarrebbero, almeno per me, in un certo senso pertinenti e spiegherò più avanti perché.

I traduttori (occidentali) dal cinese e dal giapponese godono in genere di pessima fama e solo gli eccellenti si possono permettere una critica di alto livello filologico (il migliore era considerato Ezra Pound) . Siccome non conosco bene nessuna lingua, sarà bene che mi limiti a osservazioni estravaganti per quanto non prive di suggestione.

Il giorno e la notte, 1987

 

Perché inizio a parlare dei Fiori di Lorenzo Viola partendo in apparenza da così lontano (e in ogni caso rimarrò lontano, lascerò insoddisfatto il desir, essendo questa soltanto una “manovra di avvicinamento”, muovendo da labirinti testuali più tipici dell’errante Sogno della Camera Rossa che del florido casalingo labirinto vegetale di Villa Pisani di Stra? Dove tutti almeno una volta siamo dovuti ricorrere all’aiuto del volontario domenicale per uscirne? (Oh, metafora)!  C’è un minimo nesso? [Ce ne sono vari ma ora non li dirò. Non mi sfugge comunque che in una presentazione-introduzione, per necessità sintetica, non si deve commettere l’errore (tipico soprattutto dei cinesi) di parlare troppo (una conferenza più breve di due ore è considerata un insulto all’etichetta). Soprattutto perché l’Introduzione risulta una Sineddoche, una piccola parte rispetto al Tutto (che è l’Opera di cui si parla). Risulta quindi per necessità incompleta, divagante e ferma soltanto nel porre l’Autore al centro del messaggio].

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , ,

L’ULTIMA PARTE DEL VIAGGIO DI LUCIANO TROISIO A TIMOR EST


Dili 21 luglio 2011

La Madre Superiora prof. Guilhermina Marçol, persona d’alto rango sempre occupatissima, mi ha gentilmente concesso vari colloqui. Inoltre sono sempre stato alla sua destra in refettorio, e quindi ho potuto farle molte domande cui lei ha risposto puntualmente e molto sobriamente in italiano/portoghese/inglese.

È una donna che parla pochissimo, come tutti i timoresi. I quali hanno un carattere molto fiero, semplice, di profondissima fede cattolica.

A Timor Leste non esiste nessuna minoranza religiosa (ma questa compattezza è inficiata da profonde rivalità etnico-politiche). La lingua Tètun, di origine maleo-polinesiana, usata per secoli come lingua franca, è talmente semplice e primitiva che non ha nessuna parola per i convenevoli, e fino al secolo scorso non aveva una sua forma scritta codificata. Ha assimilato molti lemmi portoghesi (obrigado, favore, ecc.)

 Ho verificato molti dati su Timor Leste in rete. Mi sono reso conto che i materiali, peraltro striminziti, sono spesso discordanti, e che non esiste una descrizione univoca dei fatti. Sono però convintissimo che quanto narratomi dalla Superiora, una delle poche persone davvero informata, per quanto riguarda i fatti, sia la verità, pur vista dalla parte timorese. Li riassumo.

 La Fondatrice dell’Ordine è Santa Maddalena, Marchesa di Canossa, (discendente della più nota Matilde, vissuta nel medioevo).

Nata a Verona il 2 marzo 1774, ivi morta il 10 aprile 1835.

Le suore canossiane rappresentano circa il 50 % di tutte le religiose timoresi. Sono quasi tutte indigene.

 I Portoghesi giunsero a Timor nel 1515 introducendo il Cattolicesimo. Timor ha fatto parte per secoli delle diocesi di Goa, o di Macao. Nel 1954 si è costituita la diocesi di Dili.

Unica chiesa antica rimasta: S. Antonio a Mataia.

Timor nel secolo XX ha subito 5 furiose distruzioni. La religiosa bresciana Erminia Cazzaniga, assassinata nel 1999, ha vissuto direttamente tutte e cinque le distruzioni, e le ha raccontate alle Sorelle.

Quando nel 1975 i Portoghesi abbandonarono la colonia, l’opinione pubblica era divisa tra chi voleva l’Indipendenza immediata e chi l’integrazione con i Portoghesi o con gli Indonesiani. Scoppiò una guerra civile, che durò fino all’invasione da parte dell’Indonesia (7 dicembre 1975) la quale occupò il territorio fino al 1999. Ci furono migliaia di deportati e molti oppositori sparirono.

Durante i 24 anni di occupazione l’Indonesia eliminò circa 200.000 persone su una popolazione di 900.000 abitanti (fu duramente condannata dalle Nazioni Unite). Orrendi dati tutti da verificare, ma l’Indonesia non è nuova a massacri inauditi anche dei suoi stessi cittadini. Basti pensare alla “caccia al comunista” che nella seconda metà del secolo scorso fece circa 300.000 vittime, di cui 50.000 a Bali.

(Gli Indonesiani, oltre a uccidere, costruirono a Timor molte strade, scuole, ospedali, case).

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,
Emergenza Cultura

In difesa dell'articolo 9

Pensieri Sparsi

Sono molto di più di quello che scrivo. Sono tutto quello che cancello.

cuoreruotante

Le cose belle hanno il passo lento

Elisabetta P.

Creative storyteller

pagine che amo

Just another WordPress.com weblog

Poeti d'Abruzzo

Focus Po-etico sul territorio abruzzese

from the morning

le passioni infernali mai conosciute prendono fuoco nella casa vicina.

solovignette.it

Quotidiano di satira illustrata

Anna&H

sono approdata qui

Linguaggio del corpo

Bodylanguage & PNL

And Other Poems

New poems to read every week.

filmcritica rivista

cinema filosofia inconscio lingua polis scrittura

Gio. ✎

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

AnItalianGirl

Sii chi vuoi, ma se sei te stesso è meglio!

Edilio Ciclostile

I buzz into your head

operaidelleditoriaunitevi

Just another WordPress.com site

lagunaweblog

La narrativa è la più esigente delle fidanzate

Nel vento...

Pensieri e dintorni

L'Inconfessabile

ciò che non si può dire lo scrivo

Cristina Khay Blog

La Vita e' un Fiore*

lamentesepolta

0, 1, 2, ecc. - si.tormento@gmail.com

Parole Inconsistenti

Appunti di scrittura di Luca Romano

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

miglieruolo

La vita è sogno

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: