Archivi tag: Joyce Lussu

DONI DI NATALE. LA POESIA DI MARCIANI, D’ALONZO, ROSATO, TROISIO, COHEN


DONI DI NATALE di Massimo Pamio

Quest’anno, prima del Natale, invitato da amici, ho ricevuto in dono gesti come ricami, antichi di riserbo, di interrogativi sguardi, di brevi ed esplosive coinvolgenti manifestazioni di gioia, manifestazioni scaturite in stanze dove dal cassetto di un tavolo venivano tirati fuori -con la parsimonia con cui si offre il vino o il liquore più prezioso di casa- piccoli oggetti che sottratti dalla loro custodia venivano affidati con delicatezza e con timore alla premura di altre mani. Libri di poesia conservati gelosamente, prove di un paziente sottoporsi ad un intimo culto, testimonianze del sentimento di un’aristocratica separatezza, del rapprendersi di un’intima elezione che quegli improvvisati Magi mi consegnavano avendone ricavato reliquie delicate e fragili, elargite a volte con un moto di ritrosia che mi rendevano quasi colpevole di aver compiuto un sacrilegio. Quella operetta, frutto d’un ingegno tormentato, della creatività più sublime e disinteressata perché dilapidata nel nostro fragile Paese, costituisce, sotto le spoglie di un manufatto casalingo, il simbolo d’una ancor più resistente fragilità che il poeta oggi vanta, sempre più consapevole della propria inutilità, cronico emarginato tra gli emarginati, comunque sordo a questa verità, orgoglioso del sacrificio del romitaggio di cui si fregia, ancora sicuro di ricoprire il ruolo dismesso dell’alchimista o del mago capace di giochi e di manipolazioni segrete, di illuminare epifanie del miracoloso. In più di un’occasione, prima di Natale, ho fatto parte di rituali di consegna della propria opera neanche incartata e finalmente donata con un ultimo moto di sfiducia (ma ne sarà degno, leggerà il capolavoro?) o di stizza, per una rinuncia non voluta, per un peccato di superbia commesso e non voluto.

I poeti sono divenuti una setta, si leggono tra di loro, si frequentano nottetempo, mandano criptici messaggi della loro presenza. Alcune volte, si concedono a presentazioni, si esibiscono in festival, perché non si accorgono di essere patetici, meglio farebbero a continuare a nascondersi, a rifuggire dalle tentazioni di una società consumistica che li fa apparire ridicoli, che fa splendere superfici e invece opacizza e irride le migliori occasioni nelle quali si potrebbero svelare profondità di pensiero, occasioni di emancipazione per solitarie sensibilità. Perciò molti poeti tornano ad essere “impegnati”, “civili”, oppure a schernirsi, a rinnegare la propria esemplarità, nonostante nessun gallo canti per loro. Pochi si fanno schiavi del potere editoriale, asserviti a giochi e stratagemmi per conseguire premi e riconoscimenti in un ambito curtense e patetico.

Marcello Marciani mi ha consegnato “La corona dei mesi” (Lietocolle)  e “Rasulanne” (Cofine), in cui la sua poetica si affida a un uso pirotecnico della lingua, come a un interminabile filo di luci intermittenti. La parola è lucciola, è il segno della scansione tra silenzio e assenza, pausa tra il detto e il non detto, perché il verbo non si esaurisce in sé, nella catena infinita dei significanti, ma rimanda sempre a un altro lessema. Questo continuo rimandare attinge a linguaggi diversi, Marciani usa anche il dialetto in modo mirabile, con la forza di un espressionista che gioca e scommette sul corpo del linguaggio e lo deforma, lo beffa, lo rende tumefatto di pugni e schiaffi o lo spreme fino a cavarne succhi sulfurei o purulenti, acidi, gelatinosi. Dall’invenzione linguistica scaturiscono associazioni inusitate del pensiero: la lingua ci forma, ci rinnova, ci assimila e metabolizza, in un superbo slancio verso l’oltre, verso l’alterità non voluta, verso un luogo in cui possa realmente implodere e smarrirsi e fermare il nostro desiderare. Il tutto in un sapiente uso del ritmo che fa di Marciani un poeta esplosivo, ricchissimo, barocco, vibratile, inquieto, ironico, tagliente, profondo, giocoso e perdutamente dolente.

Su tutt’altro versante si dispiega la voce epica e infinita di Rolando D’Alonzo, che in “Kreutzberg” (Noubs) esibisce una poematica tensione narrativa, attuando una scrittura memoriale che non è personale, ma delle cose, come se le cose potessero averne una, di memoria, e rabdomantica, pronta a inquadrare le vicende che negli oggetti si sono rapprese. Archeologo che sente la parola come un reperto tra i reperti, come lo scarto irriducibile che si crea tra la storia e il quotidiano, tra il passato e il futuro, tra una voce  impersonale appartenente all’Inconscio collettivo e il tempo, specie di sentimento direzionale che sopraggiunge all’orecchio del lettore come una musica o un’onda stereofonica, D’Alonzo assume le fattezze di un estraniato Omero, notomizzatore dell’eterno disfarsi e rinnovellarsi della scansione stessa del tempo nel verso. Diapason d’una scrittura di dissonanze, rumori e polifonie stravinskjane, l’opera di D’Alonzo è una dodecafonica esperienza del reale, un tuffo nella relatività einsteiniana o nella teoria delle stringhe osservate attraverso la parola poetante. Dietro tutto questo la Storia viene a rappresentare un elenco di tracce, di resti, di emergenze a cui forse solo la voce può ancora cercare di echeggiare (voce come risonanza) un senso. Dall’epica all’elegia, dall’archeologia al fiorire del presente in un verso, il dettato di Kreutzberg suona l’eccentrico destino della tensione mitteleuropea di D’Alonzo, che guarda alla terra di Germania e di Russia come ai luoghi stessi della poesia, luoghi dove si è veridicamente concretizzato l’immaginario del mondo -D’Alonzo si sente un cittadino del mondo, mai quieto mai appagato, più vicino alla vita delle straordinarie figure di cui narrava Anatolj Archipov (critico russo e docente universitario morto in Italia) che alle beghe dei piccoli scrittori nostrani, legati a un ambiente chiuso e piccolo-borghese.

Ne “Le cose dell’assenza” (Book) ultima opera di uno dei più grandi poeti italiani, Giuseppe Rosato, il discorso si fa sempre più intimo, raccolto, denso di rimandi alle sue precedenti prove, coacervo di parole-simbolo, di luoghi affetti e vicende che esemplano i nodi della sua ispirazione. La perfezione narrativa si fa tutt’uno con la sua personale cifra stilistica, unica e inimitabile, segno di bellezza. La neve e la presenza di Tonia Giansante, poetessa e compagna di vita da pochi anni scomparsa, per citare due topoi poetici rosatiani, sono ormai Allegorie del corpo poetico e rivestono un valore iconico per nulla inferiore a quelle concretizzatesi nel corpus poetico montaliano. Il monologo interiore assurge a metafora universale dell’interrogazione rivolta dall’uomo a tutto ciò che lo fa degno di essere, come il fare necessaria e creaturale (e il dare forma ed espressione) all’assenza sempre lancinante e trafiggente dell’imperfetto equilibrio con cui la coscienza, sospesa su un filo di luce, assiste all’eventuarsi del sacro e del tragico nell’esistenza individuale. Perciò ancor più dolorosa e gioiosa è l’unione con l’altra, con la propria figura speculare, portatrice del dono dell’affetto che redime fino alla completa consunzione ogni domanda.

Locations, impermanenza -l’Amore al tempo del pc” (Cleup) è forse l’opera più notevole e ambiziosa di Luciano Troisio, non tanto e non solo per la quantità dei versi, quanto per la qualità e varietà dei temi trattati, per un bisogno di confrontarsi con il mondo e con la sua complessità rappresentata dalle civiltà, dalle relazioni tra culture, dai problemi della globalizzazione e della scrittura, dal nodo dell’individuo che assiste come un viaggiatore inquieto all’epifania delle vicende e della storia e degli inganni che la Natura perpetra alla coscienza dell’ultimo anello dell’evoluzione, l’essere “dell’avventura”, l’uomo, che è, in ultima analisi, luogo e nodo critico dell’avventura. Troisio ha una vocazione enciclopedica, è un eclettico del verso, un osservatore del destino dell’uomo e dell’interiorità, un grafomane, un flâneur, un testimone impenitente, strafottente, impunito, dissacrante, acuto ma bolso, sincero fino alla mancanza di ogni scrupolo e alla irrisione di ogni forma di retorica, volto a descrivere senza alcun infingimento la spietata crudeltà dei principi e delle leggi che l’utilitarismo violento di ogni gesto umano impone a qualsiasi latitudine. Egli sferza ogni manifestazione di retorica e di ipocrisia non solo linguistica ma anche civile – nei testi precedenti irrisi da uno sguardo cinico e spietato, crudele, in Locations, impermanenze, invece, con l’obiettivo sempre a fuoco, esposti a una critica più attenta, subiscono la sospensione del giudizio e il ludibrio del lettore. Si badi bene: l’inquadratura è sempre quella realistica che non ammette sfocature, in cui il contrasto tra bianco e nero è sempre netto e I grigi si distinguono perfettamente, la sorgente della luce è fin troppo evidente nel rivestire volti, spiagge da sogno, foreste vergini, templi orientali, capanne e bidonvilles, che sono I luoghi di un continuo confrontarsi degli estremi in cui l’uomo oggi si dibatte, con il machete dell’indifferenza e della povertà etica, con la libertà del viaggiatore, con l’eroismo pallido del medico volontario “senza frontiere”. Troisio è il Busi della poesia, è un grande testimone dei nostri tempi, che “sa” e dice questo sapere, che interpreta e giudica senza peli sulla lingua e soprattutto ha una visione amplissima e colta che lo portano lontano non solo geograficamente, giacché, in fin dei conti, la sua geografia personale è quella con cui lascia stridere il gessetto passandolo sulla lavagna della lingua italiana venata da un superbo e musicale accento patavino.

Manuel Cohen mi ha consegnato due libri, “Cartoline di marca” (Marte) e “Winterreise – La traversata occidentale (CFR), il secondo testo non sono riuscito a leggerlo, per problemi di astigmatismo e miopia (7 diottrie) nonché di presbiopia che ormai mi rendono la lettura meno grata e facile. “Cartoline di marca” è un omaggio ai poeti marchigiani, a una linea poetica che ha dato risultati veramente importanti nel Novecento, nel proseguire e tradurre e tradire e dimenticare e rinnovare e ringraziare la lezione del nostro più grande poeta moderno, Giacomo Leopardi. La poesia di Cohen è colloquiale, narrativa, “nominale”, è condivisione di momenti, partecipazione a una comunanza di interessi e destini quasi cameratesca. Cercarsi, riconoscersi, confermare che tutto ciò sia accaduto, che i momenti condivisi siano la vera eternità: quella in cui si è vissuti insieme con gli altri, in una compartecipazione solidale, come relazione e spartizione di compagnia, come un rendere fatalmente duale l’individuo, un far incontrare reale e immaginario, tavola sintagmatica da Cohen inventata grazie all’ausilio della poesia, del linguaggio – il linguaggio è ciò che ci rende per sempre l’istante. L’urgenza di narrare, che ha del miracoloso, l’ossidrica ricongiunzione dei tempi e dei luoghi in cui si hanno radici e di cui si diventa  uomini e paesaggi incarnati: tutto questo è l’afflato che spinge Manuel Cohen a scrivere questo piccolo capolavoro sinfonico, in cui si leggono una maturità linguistica notevole, una capacità di versificare di grande intensità e valore.

Continua a leggere

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

GIACOMO D’ANGELO CRITICO SOPRAFFINO


Giacomo D’Angelo, uno degli studiosi abruzzesi più dotati di acribia filologica e di senso critico, ha dato alle stampe per Solfanelli in una collana di piccole preziose testimonianze, “Cantastorie della Rivoluzione”, un breve saggio in cui mette insieme tre personalità del mondo culturale che in parte sono state dimenticate o ostracizzate, si tratta del poeta turco Nazim Hikmet e di due scrittori che pure furono in qualche modo legate a lui (per le traduzioni dei testi): Velso Mucci e Joyce Lussu.

Joyce Lussu io ho avuto la fortuna di conoscerla. Mi apparve come persona aristocratica, intellettualmente superiore, generosa e affabile, comunicativa, aperta, una di quelle figure che avrebbero meritato maggiore attenzione (ma si sa, l’Italia è un paese decisamente e strettamente elitario, di piccoli e riservati circoli, di miopi accademie, di gruppi legati da patti quasi massonici nell’escludere personalità straordinarie e eccentriche, come è accaduto nel passato per Leopardi, ad esempio, o con Bufalino, in tempi più recenti). Ebbene, Joyce aveva capacità affabulatorie eccezionali, seduceva, incantava, e i temi che trattava nelle sue conferenze erano quelli che prendevano il cuore, dall’ambientalismo alla difesa delle tradizioni locali al riconoscimento delle minoranze, al rispetto delle donne, degli emarginati.

Nello scorrere le pagine del web, mi sono accorto che però questi nomi ci sono, e come. E allora, il problema dei nostri giorni non è più quello di ricordare, ma caso mai, di dimenticare. Ce la faranno gli uomini a dimenticare? Non so, certo che la storia ci cancellerà pian piano, e resteranno poche cose, magari i plagi, e il desiderio di ricordare che in un futuro non molto prossimo non avremo più.

“…Noi tutti così diversi,
noi tutti così uguali, possiamo forse aiutare a crescere
arbusti cespugli e boccioli
sparsi qua e là,
un giorno o l’altro ci daranno
fiori e frutti
per tutti
di mille forme e di mille colori.
Li raccoglieremo con grandi feste
In mazzi e ceste,
li appenderemo nei recinti
di etnie e di nazionalismi
artificiali
al posto delle armi micidiali
così care ai militari,
al posto di fasci di tratte e di cambiali,
così care agli usurai,
al posto di veleni globalizzati
che ci vendono ai supermercati
sostituendo alle chiusure
cancelli senza serrature.

Joyce Lussu

Ogni anno io muoio a novembre.
Che fatica risalire il pozzo profondo,
ritrovare le ragioni per vivere.

La vite si spoglia alla vigna,
ogni ramo si spegne di verde, ogni foglia.
Tutto ritorna nel grembo della madre
con lei si confonde.
La terra dei campi è di creta
non ci sono piu’ solchi di aratro.
Le siepi di more mostrano solo proterve le spine
nell’aria fumosa di autunno.
Che pena gli arbusti sfioriti.
Che pena le rose appassite dei miei balconi.
I gatti randagi cercano inquieti un rifugio.
Non c’è piu’ un grido di volo felice
nel nostro cielo solcato da nubi.
Il mio sonno è popolato da spettri…

Velso Mucci

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.

Nazim Hikmet

Contrassegnato da tag , , , ,
Annunci
FreeWords Magazine

dove il pensiero diventa parola

Emergenza Cultura

In difesa dell'articolo 9

cuoreruotante

Le cose belle hanno il passo lento

# I Feel Betta

Autobiografia culinaria

pagine che amo

Just another WordPress.com weblog

Poeti d'Abruzzo

Focus Po-etico sul territorio abruzzese

from the morning

le passioni infernali mai conosciute prendono fuoco nella casa vicina.

Poetella's Blog

"questo sol m'arde e questo m'innamora"- Michelangelo

Anna&H

sono approdata qui

And Other Poems

New poems to read every Friday.

filmcritica rivista

cinema filosofia inconscio lingua polis scrittura

Gio. ✎

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

AnItalianGirl

Sii chi vuoi, ma se sei te stesso è meglio!

operaidelleditoriaunitevi

Just another WordPress.com site

lagunaweblog

La narrativa è la più esigente delle fidanzate

Nel vento...

Pensieri e dintorni

L'Inconfessabile

ciò che non si può dire lo scrivo

Cristina Khay Blog

La Vita e' un Fiore*

Parole Inconsistenti

Appunti di scrittura di Luca Romano

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

miglieruolo

La vita è sogno

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: