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LEOPARDI E MANZONI: IL DEGRADO DELL’ITALIA E DELLA SUA LETTERATURA (di CLAUDIO COMANDINI)


Per gentile concessione dell’Autore, http://www.claudiocomandini.net/

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Il vero e il bello. La sociologia della letteratura e dell’arte: Schücking, Hauser. La modernità letteraria e la discussione sul classicismo. Muratori: la critica agli stereotipi mitologici. De Staël: l’utilità delle traduzioni. Di Breme: la poesia del soggetto conoscente. Leopardi: ruolo degli antichi e funzione dell’ingegno. Meccanicismo, sensismo, illuminismo. Lukács: formazione del classicismo e borghesia in ascesa. Schiller: la poesia ingenua e sentimentale. La rubricazione delle cose d’Italia: costumi, lingua, letteratura. Le “Operette morali” e le nuove favole antiche. Autofagocitazione comunicativa e consistenza del sapere. Manzoni: una letteratura d’idee. Illuminismo, cattolicesimo, romanticismo. Contro il paganesimo culturale e l’idolatria stilistica. Storia critica della letteratura italiana. Gramsci: l’Italia quale provincia culturale francese. Il marxismo e le lotte di classe in Francia. Gli scrittori ed il formarsi della modernità. La costituzione del romanzo storico. Stesura e pubblicazione de “I Promessi Sposi”. Attualità del degrado, inattualità della scrittura.

 

 

 

1. I classici e dopo

 

Riguardo alle faccende letterarie, Alessandro Manzoni aveva riconosciuto che l’onestà intellettuale poteva portare a “trovarsi fra la necessità o di negare la verità conosciuta, o di acquistarsi un titolo brutto e odioso” (Fermo e Lucia, 1823); Giacomo Leopardi, invece, interrogandosi sulla fama, riteneva che “far giudizio dei libri” non si addice alla maggior parte del “volgo dei letterati” e degli studiosi che vivono nelle moderne città, che perlopiù reputano studi e scrittura “come sollazzi, e riposo degli altri sollazzi” (Il Parini ovvero della gloria, 1824, suOperette morali, 1827). Gli argomenti alludono al rapporto tra verità e finzione, mettono in dubbio se una letteratura sia reputata bella perché bella davvero, e permettono di considerare un’opera in relazione ad un contesto sociale regolato da principi e convenienze.

 

Piaccia o meno, la “bellezza” non può essere considerata un valore assoluto. Certamente, la Bellezza è stata anche modalità privilegiata di conoscenza del vero: come idea platonica indica l’unificazione del molteplice, nel romanticismo esprime una diversità irriducibile. La bellezza è stata anche di più, ed ha ecceduto ogni contenimento, per poi ritrarsi lontana da sé. A fianco di concezioni estetiche e filosofiche formatesi e diffusesi in specifici momenti e contesti, esistono ragioni precise per cui nell’ambito letterario si configura e si relaziona quanto è poi concepito come bello e vero. Ed al riguardo, a detta del sociologo della letteratura Schücking, un cambiamento di gusto letterario non avviene tanto in virtù di uno Spirito del mondo, quanto per forze causali organizzate commercialmente e gestite da gruppi d’interesse. Questi gruppi hanno a lungo agito in virtù di legami sociali e vincoli culturali che oggi hanno perduto la loro rilevanza a favore di interessi commerciali in senso stretto. Tuttavia, anche al tempo del classicismo e del romanticismo, e di quanto ne segna i confini, esistevano gruppi di interesse che esprimevano il travaglio di un’epoca messa di fronte alle sue trasformazioni, e letterati ed uomini di cultura trovavano nell’opporsi di “compostezza” e “passione”  forme capace di esprimere diversi modelli di società in conflitto.

 

La letteratura si compie anche di pratiche, convenzioni ed istituti, non solo nel rivolgersi a dei fruitori, ma anche in riferimento alla stessa scrittura. Ne esiste un “commercio” in quanto sussiste lo scambio di un bene, definito dalla nozione di “letterario” e dagli attributi “bello” e “vero”, che variano insieme alla definizione di un qual certo degrado a cui si oppongono. La modernità giunge a formularsi parallelamente all’elaborazione di stili e forme artistiche in conflitto e successione, descritte da Hauser ponendo in relazione reciproca le sfere del sapere e dell’esperienza. Nel mondo trasformato dal capitale, che ha sostituito le ciminiere alle colonne celebrando l’efficacia delle prime nella solennità delle seconde, cambiano funzioni e rapporti, coinvolgendo base materiale, organizzazione sociale e discorso culturale. La crescente divisione del lavoro permette il costituirsi tanto della possibilità di un lavoro letterario, quanto delle condizioni formali e sociali del suo riconoscimento.

 

Nella modernità, la narrativa diventa storia inesorabile di vicende umane; la poesia conquista nel suo ritmo interno l’esperienza transitoria. Lo scrittore si emancipa dal dovere di propaganda verso i potenti ed inizia a considerare il campo delle sue pratiche come dotato di autonomia ed effettualità. Tuttavia, mantiene un rapporto ambiguo con il ceto borghese, dal quale perlopiù proviene ed ha i suoi referenti, anche laddove il disprezzo è reciproco. Questo modo di tenere le distanze, può riguardare pure letteratura, lingua e caratteri nazionali: tanto più se gli scrittori non sono borghesi, ma degli aristocratici che in modi diversi dispongono di rendite e tempo, come anche con Leopardi e Manzoni accade in Italia, dove la borghesia rimane troppo attaccata alla cassa per poter davvero fare cultura. Ad ogni modo, nei molti inizi della sua modernizzazione, perennemente incompiuta, gli scrittori di lingua italiana si trovano diverse volte in condizione di pensare i compiti della scrittura, distinguendone figure ed impieghi. Queste riflessioni hanno molti motivi per essere ancora prese in considerazione.

 

Un accenno allo stretto concubinaggio fra letteratura e “falsità” inizia ad essere affrontato nel trattato Della perfetta poesia (1706) di Ludovico Antonio Muratori: l’autore contesta risolutamente l’imitazione dei classici e la ripetizione di temi e stilemi convenzionali, di formule letterarie sterotipate e figure mitologiche tradizionali, in quanto escludono “novità” e “maraviglia”. La posizione tuttavia risente di un moralismo letterario piuttosto conciliante. Infatti, se nella storia il grande erudito inaugura definitivamente la ricerca documentaria, mettendo in discussione pregiudizi e visioni di comodo, nella teoria letteraria rimane legato al gusto seicentesco del “diletto”, poco più che ammiccante al “reale” ed al “vero”. Indica una direzione da seguire, ma non esce dal monopolio di quella letteratura d’intrattenimento che ancora oggi in Italia esercita una pesante ipoteca.

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LEOPARDI E MANZONI SUL DEGRADO CIVILE E LETTERARIO


Il degrado civile e letterario italiano corre sulla sua china ormai ben delineata, grazie al contributo di tutti, a piccoli passi, dai tempi di Leopardi e Manzoni. Se ne svincolano solo i geni, come Leopardi e Manzoni, appunto, che aiutano ogni tanto la nostra storia a risalire la china. Vi consigliamo di leggere il bel saggio di Claudio Comandini al seguente link:

http://www.claudiocomandini.net/leopardi-e-manzoni-il-degrado-dellitalia-e-della-sua-letteratura/

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ALCIONIO di Massimo Pamio


Alcionio era il verde che D’annumzio definiva adriatico mare, che un mattino di primavera mi apparve in fondo all’orizzonte dietro una macchia silvale di tigli, pioppi, carpini, più in alto dello sguardo, e sembrava che quell’invaso d’acqua si contraesse più in alto di me e potesse -volendo- sommergermi da un momento all’altro, d’azzurrità e viridità digradanti in accensioni profonde, nella quiete assolata e solitaria, appena marezzata di brividi nel prodigio della primavera che tornava sciogliendosi di luce e tenuità, tra le soffuse e ridenti primatine fogliette: pensavo che tutta esultante quella gioia mi chiamasse a sé, che rinascevo con quella, mentre villette cresciute come denti storti nella bocca dell’orizzonte mi suggerivano che l’uomo continuava a ingoiare pezzi della terra – bocconi amari per la sua fine sempre più imminente, ma la gioia sovrastava quel minuto così pieno e traboccante, e non c’era nulla che mi dovesse turbare, così in quel silenzio e all’interno di quella dimensione conoscevo l’unico accordo possibile col mondo: la quiete, per convivere con tutto quel che c’è, di vivente, per essere consenzienti al tripudio della primavera, senza motivo, ma solo con il trasporto della gioia e dell’ascolto, per volare insieme al cielo e planare, bagnarsi di quell’acqua benedetta, benedetta dal sole: Aprile.
Mi consolava natura, per quello che ero e che sono, mi rimboccava le lenzuola del giorno in cui m’estasiavo e incantavo, mi detergeva dalla misera umanità e selvaggia di cui ero marchiato, per predire il mio futuro irradiante e irradiato del riso che percorreva pian piano la terra, l’aria, il cielo, unica sponda e sposa dell’alto, e in quel mare a un antico naufragio rispondevo, chiamando il nome del Tutto: Io, l’eterno istante dell’orizzonte al di là del quale non si può andare ma sprofondare, come quiete assoluta, in quello che, prima e dopo, è.
Verso il Monte Tabor o verso altre colline, verso altre latitudini, tutti, indistintamente, non aneliamo, ma siamo, indistintamente siamo.

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Inedito del Maestro SABATINO CIOCCA


Sabatino Ciocca, regista teatrale, è anche scrittore teatrale e umorista. In alcuni dialoghetti “morali” ha immaginato di far agire nella quotidianità personalità di spicco della nostra storia, evidenziando i luoghi comuni, le banalità, le situazioni involontariamente comiche a cui sono esposti anche i Grandi. Ve ne sottoponiamo uno attribuito, apocrifo, al Sommo Giacomo Leopardi.  

 

DIALOGODI UN BARBITONSORE E

UN AVVENTORE OCCASIONALE

Prosetta satirica apocrifa attribuita da Sabatino Ciocca a Giacomo Leopardi.

  • Capegli,signore?

  • Pel davanti non createvi scrupolo di sfoltire; la nuca me gli lasciate compatti, così per illuderci di porre riparo a certune fitte che, al menomo decadere de la stagione calda, si rimettono in uso.

  • Se non ci s’assiste da per noi stessi, diamo licenzaa la natura di scombuiarci come più l’aggrada… Un poco di tinta, signore?

  • No. Codesta è una stramberia.

  • Dal vostro dire m’era parso. E pure v’hanno clienti c’hanno in odio d’incanutire.

  • E quand’anche non lo volessimo? Credete voi bastevole lasciarsi colorire i crini per porre freno al corso naturale de l’esistere nostro? Cotesto stante, dovremmo accordare a la tintura virtù taumaturgiche, la qual dote,consentitemi, è totalmente mendace.

  • Nondimeno, da che ho in uso di tingermi la capegliatura, non provo nemmanco un minuzzolo d’un acciacco.

  • Cotesta,signore, è ciò che gli indagatori de la psiche nomano autosuggestione.

  • E mi sono ammogliato!

  • Vedete? Mi date ragione. Lasciate trascorrere un poco ancora di stagioni e troverete motivo di rammaricarvene.

  • De la moglie o de la tinta?

  • E’ il medesimo impiccio, signore, essendo l’una cosa effetto de l’altra.

  • E dunque voi negate a la tintura il merito di farci parer più giovani?

  • Sostengo, schiettamente, che non ci rende meno vecchi. Non è racconciandoci il capo che possiamo licenziar da noi l’angoscia de la morte. Cotesta vostra, credetemi, è una ridevole illusione. Su via, signore, non fingete di non comprendere. Chi vuol privarci de la serena rassegnazione a l’eternale trapasso è mosso unicamente da l’infido scopo di renderci vieppiù serventi dei rapporti, dei doveri, de le sociali obbligazioni. E non è cotesto un fabbricar mercato su le nostre angosce? Ora ditemi, vi pare un insulto attestare ch’è nostro dovere, noi essendo nati, morire? No, no, signore, che fate? Non è co’ l’ufficio del toccar ferro che potete rifuggire dal debito assunto co’ la morte.

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