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TROISIO ALLA FESTA DELL’INDIPENDENZA CON MARDUK


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Kuala Lumpur, 3 settembre 2014

 

Il 31 agosto la Malaysia ha festeggiato alla grande il 57° anniversario della sua Merdèka (Indipendenza). L’Indonesia la celebra il 17 agosto e la chiama Kemerdekàan.

In ambedue le nazioni si parla una lingua affine, appartenente al gruppo del Grande Malese (la fonetica è identica alla nostra), di cui fanno parte anche Singapore, Brunei, Filippine, e parecchi Arcipelaghi dell’Oceania (come già aveva notato a suo tempo Antonio Pigafetta).

 

Quindi Merdeka significa “Assenza di dipendenza”,“Libertà”, esenzione da condizioni, o strutture imposte.

Questo interessante lemma mi ha fatto molto riflettere sulle sue eventuali parentele semantico/etimologiche. Essendo in vacanza e privo delle mie fonti, vado a memoria da profano, sfidando le giuste ire dei glottologi di ruolo, anche perché da queste parti Internet funziona malissimo e usarla è davvero penoso.

Intanto, riservandomi più attente verifiche, cerco di elencare altre parole (anche nomi propri soprattutto di ambito mesopotamico/iranico/semitico, non dimenticando che nel Grande Malese esistono molte parole di sicura origine sanscrita):

Merdokai eroe liberatore (antico giavanese?)

Mordekai altro eroe

Mardocheo?

Marduk re/dio di tutte le Mesopotamie,

liberatori ma anche sterminatori,

nascondono forse un ambivalente perso significato cui si potrebbe risalire attraverso l’indoeuropeo Murder e Mort(em)? E già che ci siamo: è forse verificabile un nesso tra Marduk e il più mediterraneo Mart(em)? E tra Murder e Merd? Celano forse ambedue la radice di definitiva Mort(em)? E cosa vuol davvero significare il servo Merdha, personaggio anche in ruolo comico (mediatore tra il linguaggio aulico degli aristocratici e quello del volgo che non lo capisce) del teatro delle ombre balinese?

Sarà quasi inutile l’usurata eliotiana citazione in cui Assassinare è contrapposto (probabilmente non del tutto) a Creare.

“Libertà-Merdeka” connessa a Murder?

 

2

[Nota stonata:

per la seconda volta da quando sono partito, oggi mi è giunta una ferale notizia: un altro amico se n’è andato.

In ambedue i casi sapevo della loro malattia, avevo telefonato, scritto, ci eravamo incontrati. In vacanza, in viaggio me n’ero quasi dimenticato. In ambedue i casi speravo davvero che le cure servissero a tirare avanti. Si resta sbigottiti dal rude ancoraggio.]

 

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Kuala Lumpur, 4 settembre 2014

Sono rientrato con breve volo da Kota Barhu (capitale del settentrionale sultanato di Kelantan, confinante con la Thailandia) a Kuala Lumpur, metropoli caotica, sporca.

[Nota in calce: al baggage claim noto che il mio trolley è stato sventrato, ha perso una rotella più un bel 30 cm. di involucro e sotto appare la plastica spugnosa. So mantenere la calma (almeno due delle pillole quotidiane mi impediscono di agitarmi), mi avvio all’uscita e mostro alle poliziotte l’accaduto, mi indirizzano all’Ufficio Rotture, dove tra ammassi di valige ci sono varie dolci impiegate giovani, educate a trattare con viaggiatori inquieti. C’è una coppia di bianchi anglofoni seduti su sgabelli. Credo che i loro bagagli siano andati perduti. Lui giovane, con inizio di precoce calvizie, carezza conforta lei bella ragazzona quasi piangente. Tutto si svolge in modo civile.

Muto indico il mio danno a una ragazzetta ridente in chador, chiama un altro ragazzo, arriva subito, rapida occhiata, controlla la carta d’imbarco, verifica i dati e mi dice che mi daranno un’altra valigia. Mi chiede il passaporto, si siede a un computer, pochi minuti, intanto la civile coppia anglofona se ne va, mi siedo su uno dei due sgabelli, estraggo il biglietto da visita del Dragon Inn, il mio albergo, pregando che mi mandino lì la valigia nuova. Il ragazzo mi indica il mio carrello dietro di me. Meraviglia: la valigia nuova, grigia, globalizzata proprio come le mie, gigantesca, provvista di fascetta con i miei dati come se avesse davvero viaggiato, è già sistemata sopra le altre due. Dico soltanto: ma è troppo, non ne avete una con le dimensioni da trolley? Non ce l’hanno (ne dovrò acquistare un altro). La stampante espelle un A4, consegnata assieme al passaporto, gentile sorriso di tutti. Sono passati nemmeno 5 minuti.

(Poiché la perfezione non è di questo mondo, proprio a voler essere precisini, aggiungo: la valigia ha una combinazione di quattro cifre con a fianco una serratura. Pensavo che all’interno avrei trovato le chiavi e magari un foglietto di istruzioni in ostrogoto. Nulla di tutto questo. Probabilmente già scartata da precedente più oculato passeggero).

Ma intanto io pensava a quando i bifolchi dell’Aeroflot hanno distrutto un’altra mia valigia, alla snervante attesa, alla zotica stopposa bionda scofanata dell’aeroporto Marco Polo, a tutti gli intralci burocratici accompagnati da strafottente agreste linguaggio, che mi hanno fatto un po’ precipitosamente rinunciare all’inoltro della pratica labirintica].

Ancora qualche giorno prima del rientro, spero che mi sia utile per riflettere. È stato un errore venir via dalla divina Bali Insula Deorum dove si mangia divinamente, non fosse altro perché nell’altro emisfero il clima era ottimo, mentre qui piove quasi ogni pomeriggio e non esistono vere stagioni.

Ho scelto di visitare in giugno Malacca, l’unica città malese che mi è piaciuta moltissimo, sebbene per pigrizia non abbia scritto nulla. Vale la pena di visitarla e non è mai piovuto. Da lì sono andato direttamente all’aeroporto 2, quasi interamente riservato alla compagnia Air Asia, per volare a Bali. L’Indonesia è diventata molto pignola dopo i due gravi attentati con centinaia di giovani vittime straniere, così non sono riuscito ad ottenere il prolungamento del visto (come avrei voluto). Per un attimo ho pensato di volare a Singapore, poi mi sono rassegnato a tornare nella triste insulsa Malesia dove ho scelto di visitare i mediocri sultanati della costa orientale. Le cittadine costiere sono dei semplici paesi di pescatori e anche scali dei traghetti per le isole. A suo tempo le ho visitate. Sono belle, però ne ho viste di più belle non solo nel golfo del Siam, ma anche e soprattutto nel Mar delle Andamane. Particolarmente affascinanti le isolette della provincia di Krabi, in Thailandia, non a caso meta di ambita clientela scandinava.

Le bolse cittadine dove ho sostato sono Mersing, Kuantan, Cherating. Quest’ultima ha una spiaggia molto lunga e più che accettabile, molto frequentata dai malesi specie durante il Ramadan. Io ci sono arrivato quando le loro vacanze erano finite. Il luogo sembrava deserto, i vari complessi di bungalow vuoti, i ristoranti assai modesti per non dire miseri: non si va oltre il nasi (riso) e i mi (vermicelli). Ho notato che ogni mattina la strada principale veniva scopata, le foglie, i rifiuti raccolti con cura in sacchi neri. Insomma non posso dirne male (come vorrei), mi sono fermato una decina di giorni. Il mio albergo era un complesso di villette di 4 discrete stanze ciascuna, per un totale di almeno 80-100. Oltre a me c’erano solo altri due o tre clienti. La conduzione familiare buona. Mi permettevano di stare col computer all’interno della reception (anche perché fuori spesso diluviava per ore con tuoni e saette da impaurire, con grande allagamento). Mi hanno perfino fornito la loro password personale. Inoltre avevano anche un piccolo ristorante (descritto e magnificato nella guida Lonely) aperto dalle 9 alle 16. Naturalmente in Malesia sarebbe oltraggioso oltre che inutile chiedere uova con bacon, specie nei sultanati di Terenganu e Kelantan che sono i più tradizionalisti e conservatori, rispettosi dell’etica musulmana.

(In Malesia è molto importante la numerosa etnia cinese, che ha in mano l’intera economia e non ha nulla a che vedere con l’Islam; le ragazze cinesi se ne vanno in giro seminude, spesso bellocce, perfino sfrontate; nei loro ottimi ristoranti -che qui sono stato quasi costretto a rivalutare- si può liberamente mangiare carne di porco.

La terza etnia è quella indiana).

La mattina la padrona mi preparava l’omelette con formaggio, piatto più unico che raro. Inoltre esisteva un simil-cappuccino in busta, di produzione locale, discreta imitazione di quello Nestlè, diffuso in tutta l’Indocina. E poi mangiavo dell’anguria. A mezzogiorno nulla, la sera mi ero ridotto a mangiare un piatto di spaghetti seafood niente male, in un affollato localino gestito da un londinese che parlava una lingua incomprensibile.

Salto le disavventure occorsemi per uscire dalla trappola di Cherating, dove nessun autobus passa e bisogna andare in tassì e mi hanno fatto pagare tutto il doppio, e alla fermata della strada nazionale ho aspettato in quasi disperazione solitaria (all’ombra) due ore, sempre a proposito di puntualità, ecc.

Dopo 3 ore di mediocre paesaggio costiero, privo anche di piantagioni, sono arrivato nella città (si fa per dire) capitale Kuala Terenganu.

(La Malaysia è una federazione di sultanati. Si tratta di una monarchia in cui a turno uno dei sultani è eletto re per 5 anni. Il re attuale ha 80 anni ed è stato eletto per la seconda volta).

Visti alberghetti indecenti, poi schifato ne ho scelto uno di lusso. Il personale quasi tutto femminile indossava chador completi rossi molto eleganti. Il loro atteggiamento nei miei confronti era chiaramente ostile per non dire maleducato. Mi hanno fatto pagare in anticipo due notti. Per restituirmi il passaporto e il resto hanno usato un vassoio. Non mi era mai capitato in vita mia. Ma l’hanno fatto anche con i clienti indigeni. Il bf era incluso. Uno squallore a buffet da non dire. Ho per fortuna individuato un ristorante cinese dove la sera mi hanno fatto un ottimo pollo al limone caramellato. Intanto pioveva. In due giorni ho visto solo 5 turisti bianchi. Passate le due notti (ripeto: l’albergo era lussuoso e confortevole) ho deciso di fuggire verso nord a Kota Barhu, descritta come ricca di musei, centri culturali, gare di trottole, di aquiloni e ogni venerdì campionati di uccelli canori. Naturalmente in queste zone tutte le donne indossano il rigoroso chador lungo, ti guardano con diffidenza. Ma negli altri sultanati non è così: c’è più tolleranza e parecchie ragazze non portano nemmeno il foulard.

È probabile che vi sia una ricca nomenclatura per designare i vari tipi di indumenti femminili islamici. Non sono riuscito a documentarmi.

L’albergo consigliato dalla guida era uno di quelli che sulla strada ha solo una porticina da cui si vede una scala infinita tipo piramide di Keope. Scartato immediatamente e scelto il Sabrina, dove c’era una promosi come anche negli altri limitrofi in concorrenza (pubblicizzati da vistosi display al neon e provvisti di ascensore). Qui il personale femminile della gestione mi è parso molto più gentile, sebbene abbia notato che quando scendevo nella hall per usare il computer e mi sedevo da solo sul divano, avendo l’attenzione di non sedermi vicino a donne, un paio di volte delle orripilanti clienti anziane non sexy si sono alzate dalla poltrona spostandosi più lontano (come previsto nella guida).

Kota Barhu ha vari musei; li ho visitati tutti, scalzo: piuttosto modesti. Anche la gioielleria e le suppellettili delle famiglie dei sultani, nemmeno da paragonare con il lusso e la classe vista a Bangkok: lì oro e rubini a ufalda, qui oggetti di rame opaco, pietre mediocri, tutto molto provinciale, nessuna galleria di opere d’arte antica, nessuna memoria archeologica. Nella guida avevo letto che il museo nazionale (?) ha una poderosa collezione di mobili e porcellane cinesi: nessuno dei guardiani ne sapeva nulla. Una interessante mostra temporanea era dedicata alle monete anche antiche, e banconote emesse dalle varie nazioni colonialiste, specialmente Portogallo, Olanda e Inghilterra.

[La nostra è la civiltà dell’immagine; l’Islam è la negazione dell’immagine.]

Ristoranti desolati dove ho mangiato duro pesce fritto e il solito nasi puti (plain rice), ripiegato su MDonald, poi camminando verso il nulla, scoperto una magnifica trasgressiva Bakery; più che panetteria era una favolosa pasticceria, con brioches, croissants, pastine alla crema, al cioccolato, ogni bendiddio (comprese quelle enormi tremende torte bianche che sembrano di gesso), e vero cappuccino con vero latte in vero tetrapac, cafelate e tante altre stupende varietà con aggiunta di caramello e mandorle, scritte anche in italiano. Unico neo: l’espresso, davvero nefando. Personale tutto di ragazzine carinissime in jeans molto ben indossati e foulard/chador eleganti su musetti da leziose madonnine: le vere tigrotte progressiste. Ogni mattina alle 9 ero già lì. L’unico posto dove ho visto occidentali, compresi quegli zotici imbecilli che entrano nelle cristallerie con zaini monumentali, pericolosissimi nei bruschi movimenti rotatorii e di pessimo gusto.

In centro ci sono giganteschi supermercati e centri commerciali di molti piani, piuttosto ricchi. Nel settore degli alimentari molte marche di pasta con nomi italaini, si tratta di prodotti australiani, olio Bertolli e Carapelli dai 10 euro in su. Una marca tunisina di olio si chiama Allegro. Davanti all’autentica Nutella della Ferrero/Australia non ho resistito a fotografare. Molti altri prodotti con nomi italiani, ma non autentici.

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I ristoranti consigliati avevano orari impossibili. Finalmente l’ultimo giorno, alle 16, ho imbroccato il Golden aperto: cinesi con lei bella ragazza in minigonna, educata e gentilissima. Naturalmente prezzi alti. Ho voluto visitare delle mostre di pittura e fotografia. Soprattutto le foto: di altissimo livello. Invece non sono riuscito a vedere le gare di trottole tradizionali, nè gli aquiloni. Il venerdì, giorno di festa, sono andato a piedi a vedere la competizione di uccelli canori. Il luogo si chiama Arena, però è un campo fangoso, e pioveva. C’erano delle file di gabbie appese a centinaia.

055Ai margini del campo un centinaio di appassionati/allevatori. Tutti maschi. Degli specialisti stavano valutando i volatili, nel mutismo e attenzione generale. Io che mi spostavo per fotografare sono stato redarguito. Gli uccelli erano i soliti banalissimi un po’ più piccoli dei merli, grigiastri, tutti con un ciuffetto erettile in testa, come ho visto liberi in mille parti. A Bali venivano a rubarmi la frutta dal piatto.

040Anche il canto mi è parso assai mediocre. Invece bellissime e preziose le gabbie. Ho scattato molte foto. Poi stanco della pioggia me ne sono andato mentre seriosi personaggi prendevano nota dei risultati su tabelloni fitti di cifre, altri coprivano le loro gabbie con panni colorati. Questi mi sembravano seccatissimi, probabilmente per le scarse valutazioni ricevute dai loro tesorucci; abbandonavano la gara.

In questa città ho acquistato il volo Air Asia (50 euro) e sono tornato a Kuala Lumpur. L’aeroporto è lontano una settantina di chilometri, ci sono autobus frequenti, il biglietto per China Town costa solo 10 ringgit, il personale femminile della biglietteria all’interno dell’aeroporto gentile e rispettoso. Invece il driver un vero bifolco.

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TROISIO A BALI


Mercoledì 30 luglio 2008, ore 21.45

Oggi pomeriggio mi sono fatto portare dal manager dell’albergo all’Hotel Ibah, molto vicino alla nota Ubud Clinic.

[Inserisco questa parentesi a Ubud, il 26 luglio 2014. Anticipo alcune conclusioni, poiché la pagina doveva parlare di una cerimonia organizzata dai residenti europei, a Campuan/Bali, in onore della nota danzatrice e regista Cristina Formaggia che era appena morta di cancro dopo essere rientrata a Milano quando non c’era più nulla da fare, avendo la metastasi invaso vari organi e ivi cremata. Alla cerimonia era presente tutta l’intellighenzia (formata in maggioranza da miserabili falliti europei senza via di scampo, senza possibile alternativa che vivacchiare lì, nel “paradiso”). C’erano vari noti parassiti, mantenute non di primo pelo, gigolo, insignificanti lentigginose fessacchiotte di mezzetà con squallida botteghetta di cotonato, rapaci importatori di dozzinale artigianato ora travolti dalla crisi occidentale, gente fine ascetica in posa, tutta vestita di bianco con decorazioni e medaglie d’oro al risvolto della giacca immacolata (che significava: attenzione, sono qualcuno).
Ma erano presenti anche il Console Dottor Confessa, la famosa scrittrice Idanna Pucci, Antonella con tutta la famiglia e colf locale, notabili europei titolari di pizzeria a me ignoti, più vari decorosi personaggi indigeni vestiti di bianco. C’erano anche molte ragazze balinesi piuttosto belle in elegantissimi costumi, c’era l’intero corpo di ballo della Formaggia, che dopo i molti discorsi in più lingue, hanno eseguito molte danze accompagnati da un complesso di percussioni, sebbene non fossero nè truccati nè provvisti degli appositi abiti di scena. Abbiamo anche mangiato alla balinese: ci sono stati distribuiti grigioverdi cartocci contenenti riso e carni varie, poi frutta e bevande. Questo succedeva nella villa/casetta delle fate, alla sacra confluenza dei due fiumi, in mezzo a un giardino colmo di fiori, dove qualcuno vorrebbe ritirarsi per morirvi. Casetta abbandonata intatta da Cristina, con tutto l’arredamento, i vestiti, la preziosa biblioteca, i dipinti, le sculture, il suo mondo intero, e mille altre cose di gusto raffinato. Antonella e le altre penseranno a vendere/devolvere il tutto in beneficenza.
Questa parentesi mi pareva necessaria integrazione, perché tutti quei personaggi, quelle danze e cerimonie mi hanno così travolto emotivamente, che, nonostante le centinaia di foto scattate (risultano il mio reale reportage, la mia testimonianza muta), non ho poi scritto più nulla, parlando d’altro finendo fuori tema, lasciando la pagina a metà, come spesso mi succede quando prendo a cuore qualcosa di troppo prezioso.]

Si arriva a un posto di blocco, la sbarra si alza, procediamo in discesa fino al parcheggio. Qui licenzio il centauro, come d’accordo mi faccio indicare la casa di Cristina Formaggia. Se ho ben capito questo è un albergo lussuoso e davvero strano: non ha un edificio centrale, ma tanti edifici/villette spersi in mezzo a una foltissima incantevole vegetazione. Altri arrivavano; siamo proceduti per una stradina in leggera discesa, molto lunga. Sulla nostra sinistra in giù si sentiva scrosciare l’acqua del fiume Tjampuhan (pron: Ciampuàn), che letteralmente significa “confluenza tra due fiumi”. Dopo 500 metri, scendendo un po’, il paesaggio si apriva, abbiamo passato un ponte: un altro fiumicello che si getta nel Campuan oppure il Campuan stesso?

Mi faccio questa domanda perché la mia curiosità resta quasi sempre inappagata quando chiedo informazioni ai bianchi che vivono qui da decine di anni; sembra che siano degli idioti, che non sappiano mai nulla. E’ questo il fiume Campuan? Pare che pensino: ma di che s’impiccia questo! Dal che si deduce o che non hanno voglia di rispondere, o che non vogliono cedere informazioni segrete, o molto più probabilmente (ipotesi che ho potuto direttamente verificare in vari contesti) che sono dei poveri fessacchiotti rimbecilliti dall’isolamento culturale che non hanno un’idea del mondo che li circonda come realtà palpabile (in greco “To de ti”). Soprattutto ho il sospetto che non abbiano mai avuto “un’idea del mondo”, e che quando sono arrivati qui abbiano capito immediatamente che era il posto per loro, per vivere senza pensare, senza rispondere. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano (perché per dimenticare una cultura bisogna prima averla), e che una volta si liquidava con: forse fumano. Anche a Shanghai le cosiddette sinologhe erano gelosissime delle loro conoscenze, non dicevano mai nulla. Insomma nel giro si entrava solo se c’era un interesse economico, se eri loro scopino oppure se avevi una valigia diplomatica, anche dei paesi comunisti dell’est. Poveretti, che brutta fine nell’ 89: ricordo benissimo il consolato della Germania Est che non esisteva più e i colleghi della Germania Federale che li mandavano in quel posto… e gli impiegati degli altri paesi comunisti, che al mercatino del carbone si vendevano dozzinali bottiglioni di profumo, orologi da parete, soprammobili, suppellettili varie, accettavano anche baratto, vestiti usati. Che brutto investimento avevano fatto le sinologhe amanti (delle valigie) dell’est! Che squallore!
Ogni sera andavamo al creek dove inizia il bund di Shanghai perché lì c’è l’edificio del consolato russo, ancora lo stesso dello zar, dove la fazione dei “bianchi” resistette per tre o quattro anni prima di issare la bandiera rossa. Ora l’asta era nuda, quella rossa non c’era più e le nuove bandiere non arrivavano da Mosca. La cosa andò avanti circa una settimana.

Le comunità di bianchi in Asia tendono a essere molto chiuse. Nonostante gli stimoli delle comunicazioni, sembrano pochissimo informati. Se si escludono i giornalisti (e qualche diplomatico che non abbia fatto le magistrali), l’impressione generale è che la cultura sia subdola, che gli possa anche produrre uno shoc anafilattico. In un’isola poi… c’è come la sensazione che siano in una condizione che non ammette alternative. Molti sono dei falliti in patria, falliti anche nella vita, nei sentimenti, nel lavoro, hanno conti in sospeso di qua e di là. Molti “non hanno finito gli studi”, si interessano di scienze alternative, di allopatie, di medicina alternativa, ayurvedica, di scienza delle erbe, di piante dei piedi, di magia, di danza, di strumenti strani, di arti che non sono state capite (se non da loro che te la contano), fanno delle cose, vedono gente…. Donne sui 50-60, con figli, senza uomo, seno esibito nello squallore dell’afflosciamento totale, rughe su lentiggini da troppo sole, avvizzimento, visi interessanti, caviglie grosse, culoni. (Ma peggio è quando le giovani iniziano a velocemente sformarsi. Ho visto le tettone di L. quasi del tutto: a 14 anni sono completamente smagliate, e immagino che anche le cosce e l’ambaradan megapigico sia su quella strada. Forse scorretta alimentazione? Verificato anche a Shanghai). Ahi…
Poi ci sono i molti furbi, ammanicati con fantomatiche fondazioni, con enti internazionali per la protezione del custode di anatre, per il salvataggio di zanzare omosessuali in estinzione, per la difesa della tartaruga strabica ecc. Ogni anno attribuiscono un cospicuo ambìto premio internazionale… In un certo senso hanno un potere discrezionale. Se gli telefoni ti rispondono: -sono in riunione- come fossero in Lombardia. Altri hanno la sfacciata possibiltà di essere invitati nei paesi ricchi a tenere gloriose lezioni sulle marionette, sulle maschere. In tal modo oscillano tra l’inedia totale, l’insopportabile depressione nel verificare quotidianamente la propria nullità, e il prestigio -per quanto da Mister Hyde- dell’autorevole indiscusso docente di Marionette.
Ce n’è più di uno che, avendone i mezzi, ha avuto la fortuna di andarsene, di mollare in tempo l’Insula Deorum prima del definitivo collasso nella pazzia.
Ci sono anche quelli che stanno benissimo essendo immuni da esaurimenti nervosi come anche i somari.
Una categoria a parte: le ricche vecchie con scrittore giovane a carico, casa a Bali ma anche a Parigi e New York: temono sempre che tu vada a trovarle… Sono oberate da infiniti impegni sociali, anche religiosi indù, non possono darti udienza. Io, che lo so, se per caso le incontro mi diverto a insistere, a mendicare inviti, ad ascoltare l’articolato perché non possono concedermisi. (Questo mi fa anche riaffiorare la spocchia di certi riccastri veneti di Melbourne, dove mi recai in visita universitaria di scambio: zotici cialtroni analfabeti che mi guardavano con sussiego -convinti che potessi abbassarmi al loro livello- come se fossero degli aristocratici. Le risate…)
Ma la risultante è sempre la stessa: in parecchi casi la nebbia culturale probabilmente viaggia in sinergia col fumo, il grande conforto che rende liberi.

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TROISIO IN MALESIA


Kuala Lumpur, 6 agosto 2014

il 29 luglio sono partito dalla splendida Ubud e ritornato all’infernale Kuta, perché il 30 mi scadeva il visto e dovevo rinnovarlo. Per esperienza sapevo già trattarsi di un’operazione fastidiosa, costosa e complessa.
Alzato di buonora non avendo dormito dalla preoccupazione, bf, preso un taxi che naturalmente ha fatto il giro del mondo per superare le 50.000 rupie di tassametro (invece delle 12.000 regolamentari), prima di scaricarmi davanti al lugubre ufficio “Imigrasi”. Il bianco deve sempre stare al gioco del pollo, specie con i farabutti molto frequenti nel mondo del turismo.
Noto subito che il cortile non è affollato di moto, brutto segno, arrivo all’ingresso, c’è anche un vecchio giapponese (quando scrivo “vecchio” non sono io che scrivo, ma Peter Pan). Sulla porta di vetro, peraltro aperta, è scritto closed a causa delle festività Mubarak (cioè legate al Ramadan musulmano). Tornare lunedì 4 agosto. Resto esterrefatto! Sono pervaso da uno strano senso di nausea; ho come l’impressione che stia iniziando una serie di eventi negativi. Mi chiedo come mai a Ubud nessuno si sia degnato di avvertirmi, nemmeno i premurosi avidi padroni del Bali Spring (ai quali ho lasciato quasi 4 milioni di rupie).
Da 1975 è la prima volta che mi capita: che a Bali, quasi interamente indù, si rispettino feste musulmane, mai successo, mai sentito. (Purtroppo è vexata quaestio che i balinesi siano da secoli schiavi del troglodita potere islamico, cui resistono impavidi con la loro illustre ferrea identità culturale indù). Notare che a Bali non esiste nemmeno il nostro calendario: l’anno dura 240 giorni. (Molti turisti annotano i giorni delle feste indù che si protraggono per 11 giorni, del Galungan e Kuningan, ma ignorano che l’anno seguente cadranno in giorni differenti). Entriamo nella sala deserta, ci sono tre custodi rincretiniti ridenti davanti alla tv, brava gente, non sanno una parola di nulla (la vita è bella).
Rifletto che forse l’amministrazione statale è formata interamente da musulmani provenienti da altre isole (del nord. Sarà utile ricordare che dei circa 240 milioni di indonesiani, poco meno del 2% è indù, il 3% è ancora animista, circa il 9% è cristiano/cattolico, tutto il resto musulmano). Torniamo sulla strada per fermare un taxi. Il giapponese mi chiede cortesemente se voglio salire con lui, gli spiego che voglio andare subito al vicino aeroporto, a verificare se è possibile ottenere l’extension, com’era normale e semplice fino a poco fa. Finalmente si ferma un vecchio in moto, molto simpatico. Regola fondamentale in Asia: chiedere sempre prima il prezzo. Mi dice che non vuole nulla, arriviamo all’aeroporto, ridacchiando non si ferma al casello d’entrata, ma dopo 200 metri c’è un controllo di polizia. Spiego al poliziotto che non voglio essere negligente nel chiedere il rinnovo del visto e che l’ufficio è chiuso per le festività. Mi risponde subito che si occupano solo di passeggeri in partenza, poi allegri confabulano loro due in bahasa stretto, non capisco quasi nulla. Il loro linguaggio corporeo mi trasmette però l’esatto senso del loro colloquio: ecco un altro fesso cui estorcere un bel po’ di soldi.
Chiedo al vecchio se mi può portare al supermercato Bintang verso Seminiak. saranno circa 10 km.; é un vecchio molto strambo, si infila in stradine secondarie, in un attimo siamo già a Kuta (come sapevo perfettamente), percorriamo i due rami del jalan Pantai (via della Spiaggia), poi giriamo sul Melasti e sul Legian; le auto sono solo taxi che procedono a passo d’uomo. Noi però zigzaghiamo, saltiamo sui marciapiedi, un po’ a destra un po’ a sinistra in modo pericolosissimo, commettiamo decine di infrazioni, sfioriamo mille incidenti, lui si scusa ridendo gridando ininterrottamente sorry, chiedendo informazioni sul Bintang. Ma basta proseguire dritti. Dopo un quarto d’ora di gimkana divertente siamo arrivati. Mi spiega che Bintang (grande catena di supermercati e popolare marca di birra) in inglese si dice “star”. Quel vecchio mi ha tirato su il morale. Gli do una fiammante banconota di cui è felicissimo.
Entro nel supermercato perché so che è facile incontrarvi italiani residenti, quelli che hanno le ville a Seminiak. Tra i molti europei ne individuo soltanto uno, che finge di non conoscermi. Prima di partire avevo scritto a M. un altro conoscente lombardo che mi aveva gentilmente invitato nella sua villa, varie volte, accompagnato al Festival delle Arti. Sapevo che era in uno stato di grave depressione, me ne aveva scritto. Non avevo intenzione di chiedergli nulla, non gli avevo detto: vengo a Bali, e sapevo che spesso tornava in Italia, viaggiava. Gli avevo solo chiesto come stava. Non si è degnato di rispondere, lui che cento volte mi aveva spontaneamente detto: se hai bisogno di qualcosa, noi siamo ammanicati… Lui certo in questo frangente avrebbe facilmente risolto (sarà paralizzato? Demente?). Elenco mentalmente tutti quelli cui potrei rivolgermi (A. I. B.). Ci sono vari gruppi di residenti italiani, ebrei, francesi, olandesi. V. l’ultima volta è stato molto freddo, A. addirittura mi ha dato buca. Si ha l’impressione di far perdere tempo, di dare fastidio. E quando si tratta del personale culturale dell’ambasciata va molto peggio: se ti ricevono rischiano infatti di palesare la loro ignoranza non essendo in grado di rispondere quasi mai a nulla: dei conclamati arroganti analfabeti. Così decido che non vale la pena di abbassarsi al loro livello di (mentalmente) isolati, vado a mangiare al ristorante giapponese Rioshi, poi corro a informarmi dall’agenzia viaggi che mi ha già servito in altre occasioni. Mi spiegano subito che dovrò pagare una multa di 300.000 rupie (cica 20 euro, ma l’anno scorso era 250.000) per ogni giorno di ritardo, più 750.000 per l’extension (che invece costa 250.000 rupie). Replico che questa inelegantia juris non mi pare logica nè civile dato che non è possibile inoltrare la domanda. Anche loro sono d’accordo nell’affermare che si tratta di una truffa legalizzata bella e buona. Passa il finesettimana, non so a chi rivolgermi. Il lunedì successivo mi precipito all’ufficio “imigrasi”. Solito tassita ladro, ufficio affollato. L’impiegata si chiama Santhi. Si dimostra subito una povera Figlia di Dio (in questo modo Ghandi chiamava i deficienti fuoricasta): sa ripetere solo due frasi 1) Posso esserle utile? e 2) Sportello 3. Al quinto dolce tentativo, come col doganiere di Troisi (1 fiorino!), mi rendo conto che è inutile insistere, prendo il numero per lo sportello 3; prima di me ci sono decine di persone. Quando vedo il bufalo d’acqua allo sportello 3 mi sento male: un altro deficiente che non sa rispondere, mi ripete solo di pagare la multa.
Torno all’ingresso, tento con un altro cretino in divisa (guardando la sua faccia penso che l’Indonesia ha ancora gente in carcere per cannibalismo, sebbene non lo dicano mai nella pubblicità turistica). Non si riesce ad avere nessuna informazione sull’extension, venire a sapere da che data partirà. Questi militari sono figli o nipoti di quelli che negli anni Sessanta del secolo scorso hanno barbaramente trucidato circa un milione di loro concittadini oppositori, che hanno invaso l’isola diTimor per 24 anni, assassinando oltre 200.000 persone su un totale di nemmeno un milione di abitanti. Si tratta di uno dei paesi più arretrati e selvaggi dell’emisfero australe. Perfino l’islam è stato un miglioramento. Del resto non sarebbe nemmeno il caso di parlarne. Della zotica Indonesia si salva solo la regione di Yogyakarta e Bali; tutto il resto fa quasi schifo, va bene per gli etnologi, i botanici, gli etologi, specie nelle molte isole dove si usa ancora l’arco e la freccia (nonché l’astuccio penico).
Dopo un paio di ore mi dichiaro sconfitto. Ritorno all’agenzia di Seminiak, mi promettono che l’indomani mi faranno accompagnare da un loro conoscente che è amico di un militare giavanese. Cambio una forte somma prevedendo che il giavanese dovrà essere “ringraziato” in contanti. L’indomani mi faccio portare in moto da questa equivoca sorridente persona. Mi dice che avrò subito il visto, di preparare 1.500.000 rupie di multa e per l’extension oggi siamo saliti a un milione (avevo già cambiato molto di più). Arrivati al carcerario ufficio gli consegno il passaporto e il pacco dei soldi. Aspetto all’entrata mentre lui sale al misterioso primo piano e intanto rifletto che a due metri c’è uno sportello con la gigantesca insegna Cassa dove sarebbe logico versare quanto dovuto. E’ salito e sceso almeno tre volte, ogni volta il mondo si era modificato: ora non è più possibile avere subito il timbro; il passaporto e relative carte devono prima andare a Denpasar e poi tornare indietro. La terza volta mi dice che per l’extension bisogna addirittura aspettare 15 giorni. Ho la netta sensazione bergsoniana che dovrò modificare tutti i miei programmi di viaggio, ritornare all’Ufficio chissà quante volte. Temo di essere caduto in un tranello, che non vedrò più il mio passaporto, che nel frattempo la multa arriverà a cifre considerevoli. Lo ringrazio, ma preferisco di no. Mi restituisce denaro e passaporto. Paga lui anche le 2.000 rupie di parcheggio della moto. E’ gentilmente disposto ad accompagnarmi al mio albergo. Lo prego che mi lasci al mitico Bemo Corner. Non accetta nulla. Le nostre esistenze divergono; io mi dirigo al Perama, acquisto in pochi minuti un volo per Kuala Lumpur subito nel pomeriggio: 120 euro (all’andata 90, col vecchio bianco rimbecillito tutti fanno la cresta), prenoto un costoso taxi per le 14, torno mestamente all’albergo, pago il conto, attendo nella fredda stanza. Il nuovo aeroporto di Denpasar vorrebbe essere moderno. In realtà nel frattempo le altre città e specie gli arabi ne hanno realizzati di supergalattici e questo appare già modesto, concentrato solo a spremere nei negozi anche gli ultimi soldi ai turisti. Infatti nella zona internazionale non ci sono uffici cambio, solo ATM per prelevare. La tassa aeroportuale dall’anno scorso è raddoppiata (alè! Volete venire a Bali? ora 200.000, l’anno prossimo si vedrà). La ragazza mi incolla l’adesivo della tassa sulla carta d’imbarco. Finalmente arrivo al controllo passaporti. Il doganiere s’illumina d’immenso quando vede che devo pagare la multa nel frattempo aumentata a 1.800.000 rupie. Per loro è come aver vinto la lotteria. Con un brillio degli occhi incassa le 18 rossastre banconote, mi dice in italiano grazie. Naturalmente non ritiene opportuno rilasciarmi nessuna ricevuta.
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VIAGGIO A MALACCA di LUCIANO TROISIO


Malacca, giugno 2014

Kuala Lumpur (lett: Confluenza Fangosa) è una delle peggiori metropoli asiatiche. (Di peggio ho visto solo Giakarta e Bengaluru). L’avevo già visitata nello scorso millennio, forse nel 1998. Allora viaggiavo alla grande, ora mi sono impoverito in molti sensi; già all’aeroporto, quello vecchio, molto lontano, con dentro vispi uccellini che svolazzavano, avevo comperato un pacchetto di tre notti più il taxi, all’hotel Concordia, molto lussuoso (sebbene ricordi che il colore dell’acqua dei rubinetti e del bagno era di un intenso giallo paglierino, contrastante con la spocchia del personale quasi tutto cinese). Il giro della città non mi aveva esaltato, me n’ero subito andato in aereo alla famosa isola di Tioman ricca di varani.

In cerca del pittoresco, stavolta sono sceso alla China Town, interessante e sordido quartiere colmo di gente di varie etnie, malesi, cinesi, arabi vestiti di bianco,donne musulmane turiste straniere tutte in nero, completamente coperte esclusi gli occhi (alcuni bellissimi), straccioni, mendicanti, ubriachi (o morti) per terra, colori vivacissimi, sozzerie, lanterne e palloncini rossi. Inutile chiedere informazioni per strada: la gente risponde con villania. Trattandosi di un quartiere cinese ci si aspetterebbe di trovare dei ristoranti decenti. Non esiste nemmeno il concetto di breakfast, qui gli alberghi non lo forniscono. Le stanze di solito sono piccole, senza finestre, però pulite e in ordine, con Tv locale (programmi scadentissimi), acqua calda, A/c. Frequenti zanzare vengono eliminate chiedendo l’apposito spray. Perfino un 7eleven diventa un confortevole riferimento.

In un paio di giorni, orientatomi sebbene insonne in preda al jet leg, avevo deciso di battermela. Cercata e trovata un’agenzia viaggi, mi informai sul volo per Bali dopo aver atteso a lungo che rozzi clienti cinesi finissero di discutere all’infinito senza acquistare nulla. Era venerdì, la commessa mi avvisò che essendo passate le 17 non poteva informarsi presso le compagnie; che andassi l’indomani, essendo aperti anche il sabato. L’agenzia era nel gigantesco ingresso di un supermercato. Il pianoterra era vuoto, fresco, con altre piccole agenzie, molto personale della sicurezza (avevo delle banconote locali che spuntavano dal taschino e uno dei vigilantes mi fece segno di toglierle). Per salire al supermercato c’erano le scale mobili. Quella in salita non funzionava. Mi ricordai immediatamente della metropolitana di Tokyo dove riscontrai l’identico fenomeno. Approfittai di una botteghetta che esponeva orologi da parete per acquistare un adattatore di tipo triangolare, dato che la spina del mio computer nuovo non era compatibile. A Bali ne dovrò comprare ancora un altro.

Durante la notte insonne lessi la guida. Conclusi che il mese di giugno sulla costa occidentale è il meno piovoso dell’anno. Cambiai idea e decisi dunque di visitare subito Malaka. Il giorno dopo tornai all’agenzia. C’era un’altra bifolca cinese d’oltremare che infastidiva la commessa con infinite richieste, rimestando per finta sul telefonino (che ha sostituito la zappa). Mi sedetti su uno dei trespoli. A un certo punto la commessa mi chiese se avevo deciso la data e le spiegai il rinvio al primo luglio. La cinese si infuriò dicendomi che c’era prima lei. Le risposi che la commessa (la quale rimase assolutamente estranea), non potendone più, mi aveva rivolto la parola, sapendo che lei non avrebbe comprato nulla; era troppo corretta per mandarla direttamente a quel paese. Lei continuò col telefonino urlando, ma allontanandosi lentamente a segmenti e uscendo finalmente in strada e dalla nostra vita. Il volo del primo luglio è costato 405 ringgit, invece di 750. In pochi minuti ebbi in A4 il biglietto e la fattura. Velocità, correttezza, anche cortesia.

La Malesia suggerisce un’idea fortemente contraddittoria: da una parte, all’interno delle strutture, si nota grande efficienza e ordine, dall’altra, nella strada, sporcizia, bassezza e villania. Nessuno dà informazioni, o le dà inesatte, anche in buona fede. Ad esempio: alla reception del mio albergo la gentile signora in chador mi ha assicurato che per andare alla stazione dei bus per Malacca non occorreva che prendessi un taxi. È perfino uscita in strada per indicarmi una grande scritta su un palazzone distante un 400 metri. Quella era la mia stazione. Infatti era così, ma gli autobus partivano per tutto il sistema solare esclusa Malacca. Gli imbonitori mi uccellavano, mi davano indicazioni fasulle. Finalmente un ragazzo fu così gentile da spiegarmi che bisognava prendere un autobus urbano per andare a un’altra stazione. Mi disse di attendere all’ombra di un albero (un caldo pazzesco) e quando arrivò il mio autobus si premurò di indicarmelo. Caricai le valige (2 ringgit), dopo 20 minuti di autostrada arrivammo a una gigantesca stazione. Prima che aprissi bocca mi indicarono un ascensore che saliva a un altissimo cavalcavia. Lo attraversai, entrai nella stazione superefficiente. In un minuto, a uno dei tanti sportelli, una signora dopo avermi chiesto il passaporto, mi consegnò il mio biglietto (10 ringgit. Un euro: circa 4 ringgit).c’erano molte gate come in aeroporto. L’autobus partì con qualche minuto di ritardo, percorse l’autostrada velocemente, tanto che dopo nemmeno 2 ore eravamo giunti a Melaka Sentral. Paesaggio banale, non lussureggiante, la Malesia è povera di fiori. Sapevo che c’era un autobus economico. Preferii un taxi che mi portò fino alla guesthouse indicata, dal prestigioso nome di Eastern Heritage.

Nella guida (vecchia di qualche anno) era descritta in modo davvero affascinante. Si trattava di un edificio costruito nel 1914, in stile cinese-liberty, (in nero e oro, sempre troppo scuro, e soprattutto di pessimo gusto). Un lussuoso passato gravava sul presente assai squallido. Alla reception un vecchio cinese mi avvertì che non esisteva Bf, e che le camere avevano un solo bagno comune per piano e solo il fan. In compenso il prezzo era bassissimo: 30 ringgit. La guida descriveva anche una piscina “per tuffi”, che infatti c’era, la più piccola piscina della mia vita, circa 150 cm. per 180. La località era piuttosto fuorimano, nella Bukit China, dove aveva abitato una mitica principessa figlia dell’imperatore della Cina, che si era portata dietro 500 ancelle, e c’era il più grande cimitero cinese, in parte di epoca Ming ecc. ecc.

Ero attratto e respinto, come mi succede spesso. Prevalse la mia volontà di autodistruzione e rimasi. Salii attraverso una bellissima scala di legno stile Sezession originale, curva e istoriata di neri, ori e rossi. La stanza era invece piuttosto misera, sebbene molto grande e con immense finestre. Mancava al solito il lenzuolo superiore e l’asciugamano. Scesi a chiederlo e il vecchio mi assicurò che me l’avrebbe fornito. Fino a questo momento non avevo visto anima viva, però apparve un bianco abbastanza giovane, serio, antipatico, molto tranquillo, forse di nemmeno 50 anni. Aveva in mano un boccale di tè. Lo vidi più tardi uscire con un bottiglione di plastica vuoto e ritornare dopo averlo riempito d’acqua. (un ottimo protagonista per le scene del delitto. In un baleno pensai un intero romanzo. Non c’era dubbio, l’omicida era lui senza attenuanti generiche). Sul nero bancone, a sinistra, c’era una decina di bottiglie d’acqua. Un posto davvero strano, che associai immediatamente a qualche thriller americano di provincia; lo scenario, la location, lo sfacelo di un lusso passato ma non trascorso erano adattissimi per i pensati efferati assassinii di normale follia quotidiana.

Qualcosa mi comunicava terribilità, disperazione, il limite era stato violato in misura irreversibile. Non restai in camera perché la Wi Fi non funzionava, mentre nella hall sì. Un altro vecchio cinese mi aiutò a sistemare la spina triangolare tra le fatiscenti decine di prese. Gli chiesi di nuovo un lenzuolo. Rispose meravigliato che quello del mio letto era pulitissimo; e allora dovetti spiegare ancora una volta che volevo un secondo lenzuolo per coprirmi. Aprì dei cassetti, me lo dette subito, in spugna, più un misero liso asciugamanino bianco. So per esperienza che è inutile chiedere il sapone. Stetti al computer un’ora. Ora il giovane si era tuffato nella piscina per tuffi. Mi è sembrato che stesse da papi in quella folle casa da homeless e jobless. A sera uscii. Mi avevano fornito di una rudimentale piantina. Confesso che sbagliai direzione e finii ancora più in periferia. Arrivai fino al fiume (che si chiama Malacca), vidi molti edifici interessanti, grandi murales, giostre, una gigantesca giunca finta, un ponte che imitava quello di Rialto, poi mangiai in una di quelle piazze con molte bancarelle, una zuppa discreta colma di ignoti ingredienti.

Al ritorno, nella hall erano seduti il giovane che se ne andò subito (trapelando la sua nefanda colpa), una donna inglese alta mia coetanea scheletrica e brutta, un vecchio giapponese. La donna mi salutò in italiano. Io intanto avevo preso una delle bottiglie d’acqua a sinistra del bancone deserto. La donna mi avvertì che si trattava di acqua sporca per innaffiare. Volendo mi avrebbe venduto lei quella potabile. Cominciai a parlare, mi disse molte cose, parlava spagnolo, anche italiano, era stata 8 anni in Brasile (Fasi? Amori? Divorzi? Vite che collassano? Un altro instant book?), aveva visitato Venezia e Padova. Proveniva con ogni probabilità da un grandioso passato. Passammo a parlare in francese, isolando il vecchio giapponese che parlava solo portoghese. Approfittai per intervistarla, sebbene parlasse poco, mi raccontò che quella grande casa, assieme ad altre tre adiacenti e comunicanti tra loro dall’interno, senza dover uscire sulla strada, erano il frutto dei risparmi di quattro fratelli cinesi, emigrati a Malacca sotto gli Inglesi. Poi cercai di coinvolgere nella conversazione il giapponese (a questo punto istantaneamente la signora riprese con stranissima velocità il solitario che però aveva interrotto prima del mio arrivo). Ambedue sapevano molte cose sull’Italia, sui migranti. Mi dissero che proprio quel giorno i giornali malesi parlavano del problema, citavano il fatto che anche in Australia la situazione è peggiorata (mi pare di aver capito che offrono 5000 dollari australiani a chi se ne va). Chiesi ancora dell’acqua, lei si alzò, andò al bancone, aprì un tendaggio in quello che sembrava il residuato di un palcoscenico Art Nouveau prima o dopo lo spettacolo, apparve un gigantesco frigorifero, estrasse la bottiglia, due ringgit, 50 cent di euro. Molto più cara che in altre nazioni asiatiche. Ebbi l’impressione che lei fosse la padrona dell’ambaradan, ormai prigioniera volontaria.

Dormii coi sonniferi poche ore, alle sette ero già in piedi, mi ero portato giù per la bella scala le valigie. La signora era già nella hall colla sua fida rassicurante pot di tè, coperta da uno spesso panno rosso. In quel momento il giapponese rientrava dalla strada. Salutai gentilmente, la signora mi ricordò di riconsegnare la chiave, uscii, tornai indietro e le chiesi quale fosse la direzione del centro. Essendo un mancino contrastato a volte ho gravi problemi di orientamento, e infatti mi stavo di nuovo sbagliando; trascinai le valige fino alla curva, mi fermai sotto un portico quasi ansimando. Dopo qualche minuto passò un taxi. Per 10 ringgit, mi portò fino al ponte centrale e mi piantò lì (perché a Malacca le strade hanno senso unico e non poteva proseguire).

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IL DIARIO DI TROISIO, PAI, THAILANDIA


Pai, 5 marzo 2014

 

Ho un vicino di camera, asiatico, con una brutta tosse. Fuma ininterrottamente. La sua stanza è dirimpetto alla mia, da poveri, senza bagno, quindi deve uscire spesso. Credo che beva molto. Un fastidio ininterrotto giorno e notte. Dormirò qui ancora due notti. Nelle stanze costose ci sono solo io.

 

Versi di uccelli: questi ormai mi accompagnano sempre, in viaggio e anche a Padova. Però li associo comunque a uccelli balinesi e soprattutto a dipinti del Puri Lukisan, che alludono al verso di uccelli ascoltato attentamente da (pittori) balinesi e sono riprodotti nei cataloghi del museo. Li ho tutti. Ormai è automatico: fastidioso e grato, come l’amore ricordato.

 

Pai, 6 marzo 2014

 

Altra foto e lettera di Eugenio. Seguiamo con vera tristezza la demolizione dei ristorantini. Il nostro, n°2, sarà l’ultimo.

Il boss del Sakal è convinto che la gente protesterà, perché si trattava di un “giardino pubblico”. Aggiungo io: tenuto malissimo, un misero banale palmeto, gramigna semiincolta, un paio di dozzinali statue di gesso, un sentiero di sabbia polverosa. Comunque pare che ogni ristorante (esclusi i Russi dell’Hangar che erano in affitto) abbia avuto 24.000 dollari di buonuscita, che per essere in Cambogia non mi pare niente male. I russi sono dei rozzi anche finanziariamente, destinati alla sconfitta; i cinesi sono delle teste fine, hanno difetti e pregi simili a quelli dei nostri emigranti: parsimoniosi, gran lavoratori, intelligenti, si accontentano di poco; e per questo sono spesso malvisti dai loro colleghi, specialmente anglosassoni. I russi sono degli europei abbastanza strani e diversi. I cinesi assolutamente alieni, sono pericolosi e tremendi più per i pregi che per i difetti. Mi sono sempre augurato di non aver mai più a che fare con cinesi.

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IL DIARIO DI VIAGGIO DI LUCIANO TROISIO – PAI, THAILANDIA


Pai 3 marzo 2014

 

 

 

Che tristezza! La vecchiaia è l’età dei lutti. Ho appena ricevuto delle foto da Eugenio, che si trova ancora a Sihanoukville: oggi è iniziata la demolizione dei 4 ristorantini sulla spiaggia Victory; un pezzo di città che se ne va. Hanno comprato i cinesi. Hanno prima demolito l’hangar che conteneva l’aereo russo (ora collocato sul tetto di un edificio in costruzione), poi recintato l’intera spiaggia. Entro una settimana demoliranno anche il nostro amato n°2. Il progetto prevede un enorme albergo-casinò.

 

Se ne va un pezzo della nostra vita, che per la verità è l’ennesimo. Già una volta, a Bali, ho compilato un lungo elenco di bei locali cessati, demoliti, smaterializzati (potrete leggerlo in questo stesso volume a pag…. n. p. redaz.). E mi sovvien che forse non vi ho ancora incluso il Blue Ocean di Legian (Bali), ristorante e complesso di bungalow risalente agli anni 60-70 del secolo breve. Un vero mito (di quando eravamo ragazzi e la beat generation ci orientava ancora, con i suoi canoni che oltre alla poesia e al nudismo contemplavano alcol e fumo (mi vanto di non aver mai in vita mia seguito davvero nessuna moda). Però il Blue Ocean era un luogo di riferimento mitico (forse qualche lettore può darmi ragione), di quando la stessa Kuta non era che un villaggio soprattutto di pescatori, e ne esisteva soltanto una piccola mappa in ciclostile (che non riesco a trovare nel mio disordine integrato da furti). Legian, alcuni km. più a  nord, era non dico una spiaggia deserta, ma pochissimo frequentata, e da una vera aristocrazia frikkettona, anche ricca, con jeeps volkswagen a noleggio, piene di belle ragazze mafiose, soddisfatte. Allora si facevano folli corse in macchina sulle spiagge (adesso è proibito). I gigolo indigeni -e più spesso giavanesi- dalle folte capigliature, magri di cintola, a volte se ne servivano per portare le vittime in luoghi appartati, lontani. Molte di quelle puledre sono le stesse odierne obese vecchiotte impenitenti con fondoschiena a mongolfiera, ancor sulla breccia, compagne di irriducibili settantenni dai codini stinti, striminziti, minimi gilè afgani a pelle sul floscio torace nudo, sprecate fusciacche sulla trippa. Chissà: avranno verificato sconfitte, delusioni, figli cretini (tirati su da loro non avevano scelta), assenza di pensione, sussidi minimi, umanitari. Ma ci sarano anche i soliti finti, i molti scansafatiche allergici al lavoro proficuo (per una precisa ragione ideologica di principio tipica dell’eterno fannullone parassita), gli abatini travestiti da hawaiani (come me), quella minoranza di aristocratici esibizionistii che si portano dietro da casa lo splendido costume tradizionale balinese con tanto di giacca bianca, da indossare con spocchia durante le frequenti solenni cerimonie (oltre che al Carnevale di Venezia).

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LA TEICOSCOPIA DI LUCIANO TROISIO


N.d.r.

 

La Teichoscopia, “osservazione dalle mura”, è una strategia narrativa ricorrente nella letteratura greca antica. Un esempio è nel Libro III dell’Iliade, ai vv. 121-244.

 

SULLA TEICOSCOPIA

 

 

Nel dormiveglia postprandiale a Hoi An (forse il contrario di Hanoi, come Kyoto è il contrario di Tokyo), dopo una sola leggera vonton soup, stesomi sul letto dai guanciali a fioroni rossi, chinai il capo, come quel barbone che volò da un mare all’altro.

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Ma io non sognavo: avevo dinanzi a me l’unica grande finestra della mia stanza; l’albergo è in perfetto stile cinese [all’inizio delle scale c’è un ricco altarino per gli antenati, colmo di statue beneauguranti, di fiori e di tael (lingotti d’oro), presumo finti. La grande statua panciuta non rappresenta Buddha, ma un vecchio felice signore con un braccio carico di lingotti e l’altro che regge una specie di scettro poggiato alla spalla [che in cinese si chiama ru ji]. Il mobilio è nero massiccio tutto finemente intarsiato e scolpito (certi miei grulli vicini direbbero: c’è un lavoro…) incrostato di madreperle, nero, talmente pesante che è una dura fatica anche spostare una semplice sedia, ma io per rispetto lo faccio sollevandola, pur giustificando, in questo sincronico caso, il mio prossimo di gente meccanica e di picciolo affare, che, come dovunque, pratica l’insopportabile villano tramenio.

 

La stanza l’ho scelta io, sul fianco dell’edificio, perché le altre danno sulla strada e per evitare il rumore…

 

Ora la mia stanza ha questa enorme finestra in cinemascope che praticamente è lunga quanto l’intera parete, ma dà su un muro dirimpettaio distante non più di 50 cm.

 

Me la sono voluta! Un pittore nomade povero (ora non ce ne sono più e tutti godono della pensione minima, mangiano alla Charitas o alla mensa dei clandestini islamici, sebbene sia bandita anche la mortadella, oppure hanno sposato una berlinese per finta, e quindi rientrano nella legge tedesca del sussidio al coniuge di berlinese), un matto insomma, potrebbe proporre ai padroni di acconciamente affrescarla in cambio di alloggio (e vitto) per tutto il periodo del lavoro.

 

Durante la digestione mi succedono brutti scherzi, mi sono messo a riflettere [e intanto, dolcezza delle dolcezze, ho aperto l’ultima stecca di cioccolato amaro Fin carré chocolat noir superieur, edel bitter schokolade, 74% cacao].

 

Volevo una camera (con vista, ma soprattutto) senza udito, e sono stato accontentato, ben mi sta. Almeno ho il vantaggio del silenzio e di poter stare in mutande senza il rischio che qualcuno dalla finestra mi veda (sconsigliata quindi a eventuali esibizionisti).

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VIENTIANE NEL LAOS di LUCIANO TROISIO


Vientiane, 24 gennaio 2014

Vientiane è una piccola città, capitale di un piccolo stato di sei milioni di persone, il Laos, uno dei paesi più poveri del mondo e il meno importante di tutta la penisola indocinese. La città sorge in riva al Mekong che qui fa un’ampia curva. Il fiume segna il confine con la Thailandia. A poca distanza è stato costruito il Ponte dell’Amicizia, e di là c’è la città thai di Non Kai. Non esiste navigazione, forse perché siamo nella stagione secca e l’acqua è troppo bassa.

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IN VIAGGIO NELL’ESTREMO ORIENTE di LUCIANO TROISIO


Aeroporto di Phnom Penh, 18 gennaio 2014

Sono partito stamattina da Sihanoukville in pulmino Vip. Dopo 4 ore, alle 13, siamo arrivati all’aeroporto. Tre o quattro freak sono scesi qui con gli zaini, solo a me hanno fatto pagare un dollaro supplementare (di parcheggio). Gli amici mi avevano avvertito che ho pagato il doppio anche il pulmino. Ma siccome la situazione è tutt’altro che tranquilla, non ci ho fatto caso più di tanto: intanto ho comperato molto in anticipo il biglietto che assicurava uno stop direttamente dentro l’aeroporto internazionale, e ho accettato di rimanere prudentemente nella noiosa Sihanoukville, città portuale e dalle belle spiagge, per tutti i giorni che mi rimanevano. Infatti oggi mi scade il visto e devo uscire dal paese. Così non sono nemmeno entrato nella capitale Phnom Penh, dove una decina di giorni fa la polizia ha incredibilmente (trattandosi di una monarchia democratica) sparato sui dimostranti del settore tessile, che pretendevano di veder raddoppiato il salario (160 dollari invece di 80). Richiesta forse eccessiva il cui risultato è stato: 5 morti e una dozzina di feriti. (Pare che ci siano anche altrettanti dispersi).

Ora devo aspettare fino alle 18 il mio volo per Vientiane con la Vietnam airlines. (Viene da Saigon, fa scalo qui e a Vientiane, poi prosegue per Hanoi. Un volo casalingo. Al controllo: deliziosa vetrinetta con oggetti sequestrati, coltelli, temperini, una pistola, un machete, ogni sorta di liquido; ho rivisto le hostesses in elegante Aodai con lo spacco; obbligo per tutti i passeggeri di scendere a ogni scalo, anche con i bagagli a mano).

Non c’erano altre soluzioni. Nelle more scrivo queste note:

Sihanoukville è una città assai strana almeno dal punto di vista turistico. Il clima è ottimo con serate fresche e i prezzi sono i più bassi in assoluto di tutta l’Indocina. I turisti più numerosi sono i russi (in genere villani e scostanti), che vengono con le famiglie. Ho avuto l’impressione che la presenza russa, anche negli investimenti, stia calando. Il famoso aereo dentro il bar-hangar è sparito con tutto il bar completamente demolito. Pare che ora i proprietari siano cinesi. Folta la presenza italiana, soprattutto pensionati single, sono aumentate di molto le imprese italiane, a vista d’occhio. Ormai più di trenta tra ristoranti, spaghetti-houses, produzione di pasta varia, macellerie, panetterie/pasticcerie; c’è anche un lodevole libraio (del tipo seconda mano). Mi hanno parlato anche di una tipografia, più probabilmente si tratta di uno studio grafico per pubblicità, che non sono riuscito a contattare. Siccome qui ci sono molti faraonici casinò, e in più molti hanno la mania, anche le donne, di giocare a carte per soldi, c’è anche chi ha pensato se vale la pena di finanziare chi per caso ne avesse bisogno.

In generale i turisti sembrano tutti di uno stesso standard: cultura medio/bassa, parecchi grandi bevitori e veri ubriaconi, solitari, anarchici, maschi, pensionati, con scarso budget da amministrare cautamente, e che in Europa non permetterebbe né lussi né sbornie. Alcuni si trattengono molto a lungo e quindi affittano un appartamento. Nel nostro albergo Sakal, c’è anche un anziano primario gran bevitore. È l’unico laureato del panorama; scrive sempre al computer nella hall (io, siccome ricevo il segnale Wi Fi in camera, me ne resto lì. Ma l’anno scorso il segnale non mi giungeva: tutto migliora). Indossa quasi sempre la camicia della sala operatoria. Ne ha una di tela verde e una sull’azzurro. Secondo me dal suo comportamento barcollante, deve aver avuto un ictus. Dall’anno scorso lo trovo piuttosto peggiorato e spesso vedo che si fa accompagnare in camera dalle cameriere che lo sostengono.

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LUCIANO TROISIO: Koh Kong, 19 dicembre 2013


Koh Kong, 19 dicembre 2013

 

Ieri a Pattayà, dopo una notte insonne: dovevo partire alle 6.30 e non c’era nessuno che mi svegliasse perché il personale arriva alle otto. Ho deciso di non prendere le pillole che mi fanno dormire. L’esperimento è riuscito in pieno, mi sono svegliato all’una circa e non ho più dormito. Inoltre non ho messo la cera nelle orecchie. Questo mi ha permesso di verificare che c’è sempre un parlottio giù in strada.

Viaggio al termine della notte, dell’angoscia.

Le valige erano già chiuse, ho fatto la doccia, preso le pastiglie del mattino, sono sceso, ho aperto con la tessera magnetica, l’ho abbandonata come d’accordo su una scansia esterna. Figuri mi chiedavano dove andavo, mi sono seduto su una sedia di ghisa, c’erano vasi di piante sconosciute, il marciapiede emanava un tanfo irrespirabile, perché sotto passano le fogne. Passavano fanciulle a piedi che rincasavano dopo la notte di lavoro, per altre era venuto il fidanzato con la moto. Il pulmino è arrivato in ritardo, era già colmo e naturalmente ho avuto il posto peggiore in fondo. A lato una coppia di russi sui 40. Per tutto il viaggio nessuno ha detto una parola. La strada costiera ha molto traffico. È una specie di autostrada che però ha parecchi semafori e attraversa centri abitati. Ci siamo fermati due volte. La seconda il pulmino ha fatto il pieno (di gas).

Siamo arrivati a Trat alle 10. Sono sceso solo io, tutti gli altri andavano all’isola di Ko Kiang. Subito un bemo per la bus-station, ho pagato 120 bath e siamo partiti quasi subito per il cambodian border. Stavolta sono salito davanti a fianco del pilota. Ci sono molti posti di blocco della polizia di frontiera. Solo uno ci ha fermato. Hanno fatto scendere una giovane coppia. I loro documenti erano fogli A4. La ragazza aveva una mano ferita. I militari sembravano feroci aguzzini, la coppia (forse di cambogiani) teneva un umilissimo comportamento. Tutti se ne stavano muti, poi è arrivato dall’altra parte della strada un altro militare, quasi certamente il comandante. Sembrava molto più bonario/buddista. La coppia è risalita, subito abbiamo proseguito. Molti sono scesi a incroci deserti; a un certo punto si costeggia il mare e ci sono varie indicazioni pubblicitarie di ignote spiagge. Il pilota ferma e parcheggia in un piccolo centro, scende, sparisce, ritorna, accompagna passeggeri.

Finalmente alla frontiera. Assalito da portabagagli con luridi carrettini. Affido le due valige. Vado subito all’ immigration thai. Mi fotografano come al solito. Prima di me c’era un tipo molto particolare, con coppola “di Mao” e soliti indumenti mimetici, giacca a vento leggera, sull’azzurro; non aveva bagagli, era nel nostro pulmino proprio dietro a me. Dal colorito roseo eccessivamente irrorato poteva essere un bianco; il colore della sua pelle faceva risaltare il contrastivo giallo-scuro degli autoctoni, si era tolto la coppola, aveva il calvo cranio dolicocefalo tipico europoide con l’occipite sporgente, parlava una lingua che probabilmente non era il dialetto thai che parlavano tutti gli altri, forse era khmer. Poteva avere 60 anni. Quello che mi ha colpito di lui era lo strano sguardo che sembrava non (voler) vedere nulla. Non saper nulla.

Passo il truce cancello del confine. E c’è anche una sbarra che è stata abbassata proprio in quel momento. Il carrettino mi affianca, ma io mi fermo, perché questo momento per me assume un’importanza fondamentale e scatto delle foto. Quando si arriva in un aeroporto le cose sono assai diverse. Passare un confine via terra mi dà un’emozione particolare, perché legato più intensamente anticamente alla storia, alle divisioni, alle diversità. Questo poi è davvero unico e l’ho descritto altre volte. Speravo che qualcosa fosse cambiato, invece no: sulla destra a pochi metri il vuoto, il mare, sulla sinistra grosse sinistre matasse di filo spinato a ridosso di una siepe suggeriscono qualcosa di assai brutto (cosa vogliono impedire?). Traffico miserabile dei soliti frontalieri che hanno un permesso speciale, non hanno bagaglio se non la loro povertà. Davanti a me camminava una ragazzetta con un sacchetto di plastica trasparente che conteneva pesci. Mendicanti mutilati, più avanti suonatori di strumenti popolari si attivano solo al passaggio dei bianchi. Attenzione: siamo ancora in territorio thailandese! (quindi il filo spinato è stato messo dai thailandesi!). Perché ne sono certo? Da che cosa lo capisco? Dalle condizioni del fondo stradale. Chiunque passa un confine di stato anche a bordo di un’auto, non può non notare che a un certo punto il colore, il tipo di asfalto cambia, a volte c’è anche una striscia bianca, ebbene: quello è il punto esatto del confine. Dal cancello metallico (alle 20 la frontiera chiude) al discreto omogeneo asfalto cambogiano ci saranno una settantina di metri, e dalla parte ancora tailandese il fondo stradale è assolutamente dissestato, tutto una buca, ghiaia ovunque (ecco perché ho noleggiato il carrettino, nonostante le mie valige siano dotate di rotelle). Molto insolito, negligente, poco civile e non a caso; la cosa è di fondamentale importanza come simbolo, perché gli ultimi otto chilometri di strada thai verso la frontiera sono stati ultimati di recente, nuovi di zecca e in perfetto stato. Quindi non si sa cosa pensare. Anche per questo avrei voluto rivolgere la parola al tipo strano, che aspettava il visto seduto al mio stesso tavolo. Chiedergli che cosa pensasse di questa negligenza dei thai, che cosa significa. Anche perché a Koh Kong, giusto alla fine del ponte sul fiordo, è stato da poco inaugurato un bellissimo monumento che celebra la realizzazione di una importante strada, costruita in accordo dai due paesi, sotto l’alto patronato dei due re (contrasti tra il potere centrale e le province confinanti?).

 

Mentre aspettavo il visto, attorniato dai soliti ragazzacci in camicia bianca che si fingono funzionari di polizia (in combutta con quelli veri, che però all’esterno non si vedono, gente davvero ributtante), un tipo (presunto) medico -ma lo può fare qualsiasi imbecille- mi ha misurato la temperatura posandomi uno strumento sulla fronte. Avevo meno di 36. Poi mi ha consegnato una carta gialla e mi ha chiesto, come già sapevo, 20 bath (50 cents.) di oblazione. Tutto illegale. Poi un altro mi ha chiesto il passaporto con una villania eccessiva e gliel’ho fatto notare, come ti permetti, bifolco, di parlarmi in questo modo, allora mi ha sorriso e me l’ha chiesto meno buzzurramente. Hanno cominciato a scrivere il mio formulario. Intanto io, sapendo dell’imbroglio continuo cui si è sottoposti in questa frontiera in mano a gangster e grassatori (ma il re Sihamoni lo sa?), chiedevo il prezzo del visto (che  in realtà sarebbe 25 dollari). Mi dicono 1200 bath, che sono circa 40 dollari. La notevole differenza se la spartiscono. Un altro mi invita a seguirlo e mi fa firmare delle carte; mi tengono fuori dall’ufficio davanti a uno sportello di vetro scuro. Appare la famosa vecchietta a me ben nota e vuole una foto. Allora le dico in francese, lannè passè vunavepà demandè infotò. Va bene lo stesso, si decide tutto al momento in base alla faccia (attualmente ho una foltissima autorevole lunga barba grigiobianca). Anche gli altri europei sono piuttosto seccati dal trattamento, ma abbozzano. Qui sono particolarmente odiosi. Preparo i 25 dollari (che sono circa 800 bath), niente da fare bisogna pagare in bath, mi punta il ditino indice impositivo, e io le rispondo puntandole il mio, dato che non ho nessuna soggezione di questa brutta gente e da quando ho cambiato antidepressivo, sono anche molto meno paziente e più attaccabrighe. Mi chiede 1000 bath. L’altra volta era 1100. Pago. (Ma i miei amici sono riusciti a pagare in dollari. Più suadenti?). Quasi subito si riaffaccia e mi consegna il passaporto sorridendo. Bisogna fare un’altra fila per obliterare il visto. Altra occasione di spiacevole prossemica perché gli aborigeni non rispettano la fila. Davanti a me una giovane coppia di britannici. Chiedo se si fermano a Koh Kong, ma hanno già il biglietto del minibus per Sihanoukville. Gli prendono le impronte digitali di ambedue le mani: bisogna posarle su un display verde, prima le quattro dita, poi il pollice. Abbastanza complicato e lento. Non durerà. Quando è il mio turno una ragazza carina mi passa davanti e la insulto; mi prendono il passaporto, poi prendono le impronte dello spocchioso svedese alle mie spalle. Mi accorgo che il mio passaporto è vicino allo sportello, a me niente impronte, me ne vado assediato da tassisti.

Lungo il percorso, oltre ai faraonici casinò, noto una grossa novità: sulla parte sinistra è stata creata una grande zona economica speciale, cinta di muro. Arriviamo al ponte dove si paga un pedaggio di 1300 rial. Poi suggerisco al pilota la strada, che non ricordo affatto. Capitiamo in una guesthouse nuova di zecca. Sono l’unico cliente. La ragazza receptionist è una povera fessa addormentata. Non si capisce nulla, però arriva il boss più sveglio, che è anche proprietario del supermercato contiguo. Non sanno cos’è lo yogurt e infatti lo cerco invano, non c’è nel supermercato. Qui si provano delle sensazioni di lontananza culturale che altrove non sono pensabili. Salgo in camera, apro il computer, scrivo a Eugenio, che è in spiaggia da Ezio. Mi risponde subito che è alla quarta birra e la stanza è prenotata per il 20.

Mi fermerò qui 2 notti perché così avevo deciso. La stanza qui costa solo 300 bath. È tutto nuovo, però ogni tanto salta la corrente. Ho Tv, frigorifero pieno di birre, salatini, biscotti, l’acqua è bollente, c’è il minishampo, il dentifricino con spazzolino usa e getta però non c’è sapone né carta igienica (sono sempre provvisto di ambedue). Ogni luogo ha le sue usanze.

 

La sera sono andato a piedi verso il centro, si fa per dire. Una desolazione, nessun turista, finalmente ho trovato un posto per una squallida zuppa, e i prezzi sono molto più alti rispetto alla Tailandia. Infatti l’ho pagata più del doppio. Anche l’acqua al supermercato: 10 bath. A Bangkok costava 6. Però devo rilevare che la ragazza mi ha portato anche una pot di the (che sembrava salato) e ha disposto il piatto di frutta con molto garbo.

Stamattina alle 8 mi sono fatto portare in moto da Otto, posto tedesco assai noto. Non c’era nessuno. Ho preso l’american, assai ricco, la baguette era bollente, il caffè infame. Poi sono tornato a piedi, costeggiando il fiordo; il battello veloce non esiste più, molte cose sono cambiate: le lussuose balaustre che circondavano gli alberghi non ci sono più. Sono entrato nel giardino di una scuola, c’erano molti bambini che mi hanno salutato e c’erano anche molte statue, che credo rappresentino i 12 anni dello zodiaco (il mio è quello della tigre). Ho fatto molte foto.

La sera ho camminato molto, e ho rivisto/fotografato il famoso monumentino descritto altre volte. Ora è stato non solo restaurato, ma hanno anche rifatto completamente le mani (che erano state mozzate da iconoclasti anticomunisti). Ora i tre personaggi, una donna con bambino nudo e due militari, hanno il loro bravo mitra, il braccio alzato col pugno chiuso e sono stati accuratamente ridipinti da un pittore dilettante. Il basamento è stato ricoperto di marmo scuro e nella parte anteriore c’è anche una scritta di una sola riga, solo in caratteri cambogiani (che per caso non si sappia in giro). Immagino che le spese le avranno pagate i loschi figuri del partito, tuttora esistente, dei Khmer rouges.

[Giorni dopo, a Sihanoukville, ho incontrato un residuato italiano che è in Cambogia da una vita: mi è venuta immediatamente la voglia di intervistarlo (io però sono solito ascoltare attentamente chiunque mi parli) e lui volentieri mi ha tenuto un’interessante lezione di storia cambogiana ben articolata con sofisticata interpretazione del genocidio inteso come “esperimento suggerito da Mao a Pol Pot, allo scopo di costruire l’Uomo Nuovo”.

Ho seguito con grande interesse la sua fluida logomakia, poi gli ho descritto il monumentino di Koh Kong. Lui, senza averlo visto, mi ha risposto con sicurezza che quel monumento celebra la liberazione della Cambogia dai Khmer rouges da parte dei compagni vietnamiti, e che ogni città ne ha uno. In effetti è vero, però tutti gli altri che ho visto hanno incisa la celebre stella presente nella bandiera vietnamita, mentre nel monumento di Koh Kong non c’è nessun simbolo].  

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LUCIANO TROISIO su Francesco Piselli


Ho conosciuto Francesco Piselli nel 1960, dall’editore Rebellato. Allora abitavo a Cittadella. Rebellato organizzava il prestigioso “Premio Cittadella” di poesia. Ero, felice coincidenza, suo vicino di casa e amico. Ora il Premio non c’è più (crisi di energie intellettuali? In compenso Cittadella ha congruamente diversificato in direzione pedestre/calcistica: ha una vivace squadra in serie B, rivale del Padova).

Piselli veniva da Bergamo per seguire i suoi lavori rebellatiani. Ricordo ancora una sua lussuosa brillante traduzione del Coup de Dés di Mallarmé. Nel ’60 avevamo ambedue pubblicato un librettino di poesie nella verde collana “Zecchini d’oro”, allora piuttosto famosa. Eravamo ragazzi, lui con qualche anno in più, già sposato e padre.

Restammo sempre amici. Io lo consideravo e tuttora lo considero tra i pochi miei consiglieri. Lombardo di adozione, sardo di origine, era stato costretto a laurearsi in chimica, ma la poesia e le lettere erano il suo ideale. Credo che in seguito si sia laureato più volte. Infatti lo troviamo docente in varie università e presto professore ordinario di Storia delle Scienze. Scienziato, saggista e poeta, uomo assai colto, sensibile e religioso, incline al dissenso, poliedrico dotto conoscitore di Elementi e Sostanze.

Ora l’editore Sardini pubblica la sua silloge:Testi poetici. Una veste grafica di elegante semplicità quasi bodoniana, profondi contenuti assai interessanti che certo meritano di essere letti, non fosse altro per le caratteristiche singolari dell’Autore, oltre che per la loro singolare intrinseca ricchezza.

Egli si muove con assoluta sovrana indifferenza, direi con giusta assenza di timore reverenziale. Se volesse potrebbe in ogni caso (visto il panorama) tener testa a chiunque, sarcastico senza essere beffardo, dominando da grande altezza, ignorando o fingendo di ignorare la potenza delle (miserrime) cosche della poesia per bande che imperversa. Cautamente eviterò di dire dove, evitando così le rappresaglie degli onnipresenti demiurghi, che magari potrebbero anche elargirmi un secondo/terzo premietto di consolazione (hai visto mai).

Piselli dichiara di non scrivere poesia da molto. Non ne scriverà più? Sarà vero? La scrittura è l’arte della Finzione e della Menzogna (Eco ci prega quindi di allearci sempre con l’autore). Queste pagine appartengono ad annate diverse. Sia recenti che lontane. In effetti ricordo di averne letto un paio decenni fa. Ci sono molte cose da dire, ma quello che interessa su tutto è l’aspetto dello scanzonato e cultissimo Sperimentalismo, in cui il nostro risulta quasi inattaccabile, felice, superbamente sempre diverso da sé (quindi senza idioletto?).

Quindi uno dei pochi virtuosi di cui si può dire a buon diritto che il suo stile consiste nel non aver stile? Invito alla lettura e non dico di più: per chi vuol capire ce n’è per tutti, dai versi costrittori di varia metratura, raffinato gioco di cesello stilistico. Sappiamo che certi versi nella nostra lingua si prestano a un ritmo particolare, a volte gioioso/giocoso (potremmo ricordare, nella loro estrema contraddizione, sia La Partenza del Crociato che gli Inni Sacri Manzoniani; stessi metri, con effetto e significato diverso, nel greco classico, alcuni cori e Threnoi). Il nostro Autore spazia nel tempo, non spreca sintagmi, tutto è pesato, passa dall’ottonario sottovalutato  all’endecasillabo del miglior impiego novecentista, tanto per citare solo alcune delle molte  prove, dotte e naives. Un’attenzione speciale ovviamente riguarda il Secondo Novecento, spaziando dal singulto dello “sconquasso sintattico” (vedi per es. la pagina 22), tallonando l’orda d’oro del Gruppo 63, ma senza ignorare le deliziose vecchiette neopostermetiche colme d’amore e compassione (condivisa).

Mutano spesso le quinte, allestite con eccezionale abilità. Un étalage plurilinguistico, una straordinaria esuberanza lessicale, scioltezza e cambio di registri. Ho trovato delizioso l’uso delle sdrucciole a pag. 63, (che non può non rinviare a certo barbaro Carducci, o al  Malaparte cantastorie). Ammirevole la diversità stilistica dei sonetti, artifizi piazzabili in vari secoli, impertinenti certe strofe, senza essere urtanti.

Lo Sperimentalismo (resistente, unico refrattario alle mode, o sarebbe più esatto: NeoSperimentalismo?)  può permettersi sontuosi omaggi anche ad allofoni, alla maniera di…, d’après…

Sotto le Apparenze affiorano, gravi, i problemi, ma “sulle gote ride Gȫteborg… merletta mille trine di merluzzo in merluzzo…”

Tutto questo, e certamente molto di più, sebbene resti verticale/apicale l’affascinante Ipersonetto a pag. 28, di eccellente punzone petrarchesco.

 

 

 

Francesco PISELLI: Testi poetici, Sardini, Bornato in Franciacorta, 2013, pp.72, s.i.p.

 

 

Se i sensi sono mortali,

per le cose spiritali

 

non valgono proprio nulla.

Sbaglia dunque chi si culla,

 

volendo una vita mistica,

nella sensazione artistica.

 

 

Morte morte a me non venire

per togliermi alla mia bella,

se non esiste una stella

lontano dalla tua lama

dove non sia da morire

per le anime di chi si ama.                                        

 

Old Francis bianco nero 

 

 

 

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SAME SAME BUT DIFFERENT di Luciano Troisio (a proposito di una frase di Tommaso Pincio)


 

Mi era sfuggita un’informazione piuttosto interessante che merita di essere comunicata ai nostri amici e lettori: sì è finalmente costituito l’autore/inventore di un celebre modo di dire, nato in Tailandia e diffusosi in molti paesi del sudest asiatico.

Per fortuna l’acuto Massimo Pamio, che mi sa appassionato studioso delle culture asiatiche, mi ha segnalato l’articolo di Tommaso Pincio (http://tommasopincio.net/2013/08/04/same-same-but-differen-

versione-integrale/), in cui lo scrittore pittore giornalista fumettista viaggiatore fornisce particolareggiata confessione. Avrà detto la verità? Probabilmente il pubblico si dividerà in entusiasti e scettici.

Io mi schiererei con i primi. Potete facilmente leggerlo su Google, tra i suoi articoli recenti.

Ebbene, Tommaso Pincio bighellonava in una più delle più mitiche strade del mondo, che tutti i colleghi viaggiatori probabilmente conoscono: Cao Shan road di Bangkok. (Il nome si trova scritto in varie redazioni, essendo una traslitterazione da altro alfabeto). Una strada che gira attorno al perimetro di un grande tempio buddista, quasi pedonale, solo i tassì possono transitare a passo d’uomo; è il ritrovo dei turisti giovani. L’età media credo sia sotto i 30 anni. Gente di tutto il mondo ma specialmente asiatici e australiani, moltissime le ragazze, i guy strani. L’animazione vera comincia la sera, e aumenta la notte. A volte non si può nemmeno camminare tra la folla. Imbonitori e ragazze in minigonna offrono di tutto, dalla birra al fumo. Carrettini offrono piatti tipici di vermicelli che si mangiano camminando, ma troverete anche pollo fritto, frutta a fettine, ogni tipo di cavalletta, baco, scorpione, scarafaggio, e altri insetti fritti a puntino,  ricchi di proteine. C’è un buon servizio d’ordine, sebbene la polizia cerchi di non essere invadente e interviene solo quando qualcuno, presumibilmente ubriaco, perde i sensi e resta per terra. In generale i bevitori hanno la balla allegra, ti abbracciano, ti invitano a bere. Poi i giovani se ne vanno nei locali e ci restano tutta la notte.

La mattina regna il silenzio fino alle dieci. Per strada ci sono soltanto quelli che partono coi pulmini, oppure quelli che fanno il BF, o che incominciano presto colle birre. Qui potete trovare molte cose, carabattole, chincaglierie, argenti, collane, spezie, minerali, meteoriti, tectiti, farvi applicare estensioni rasta, farvi tatuare, acquistare qualsiasi documento falso. Ci sono decine e decine, forse centinaia di ristoranti di ogni livello, dove in genere si mangia maluccio, ma siamo solo in pochi europei latini a lamentarci. Ci sono molti ristoranti di pesce e ce n’è anche uno ottimo giapponese, con buffet illimitato che costa come in Italia (circa 12 dollari). Una babilonia divertente dove spesso si girano film, appaiono attrici, strani cortei, veicoli colmi di stendardi pubblicitari, di danzatrici in lussuosi costumi.

Ebbene, Tommaso Pincio bighellonava, fannullonava in questa via che fa rievocare molti ricordi e ai naviganti intenerisce il core, fingeva di comprare qualcosa, ma come tutti i sazi globetrotter non aveva desiderio di nulla. Guardando dei jeans fu subito adescato dalla venditrice, cominciò una stanca trattativa, quel bargain che in Asia è quasi obbligatorio e l’europeo che non lo fa è considerato un fessacchiotto.

Nella fitta dialettica la venditrice dichiarò che quei jeans era same, cioè uguali, identici a quelli di una famosa marca costosissima, erano same same a quelli, e Pincio se ne uscì con un aforisma che affermava sì, sono same same but different. La signora scoppiò in una fragorosa risata. Da quel momento quell’effimero modo di dire si diffuse con la rapidità del fulmine in tutta la Tailandia e nel Sudest asiatico. Molte ditte stamparono magliette che recano same same sul petto e but different sulla schiena. Fu scritto anche un libro e fu fatto un famoso film.

Mando questa nota ai miei amici che in questi giorni si danno convegno a Pattaya. Sono certo che Tommaso Pincio diverrà ancora più celebre a partire da quello straordinario fatato bordello.

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DIVAGAZIONI INTRODUTTIVE ALLA MOSTRA DEL GIARDINIERE FIORANTE di LORENZO VIOLA di LUCIANO TROISIO


DIVAGAZIONI INTRODUTTIVE ALLA MOSTRA DEL GIARDINIERE  FIORANTE  di  LORENZO VIOLA

di LUCIANO TROISIO

 

Mentre bighellonavo in qualità di perdigiorno di ruolo in meravigliosi giardini (nonostante il disprezzo di un grande scrittore che me l’ha proibito d’autorità, pena l’espulsione dal partito, capirai la gravità!), comunque ben poco interessato al Reale, ai senatori del mio lontano Paese, tantomeno ai problemi dell’integrazione, visto che nessuno mai mi rivolge la parola neanche nel mio condominio, e girellavo già la mattina presto a stomaco vuoto, quando sfrecciano soltanto i pulmini pubblici che portano verze, maialini e anatre al mercato, e i miserrimi caffè non hanno ancora riempito i luridi termos, e sta aprendo la biglietteria della zona dei tempietti a pagamento, ora rinverdita da molti allogeni cipressi alti e snelli forse importati dal lago di Garda, e non avevo ancora preso le varie pastiglie, e invece scattato già decine di foto a fiori, guy e persone e perfino a una classe di bambini benestanti in gita, coloratissimi agghindati sotto una tettoia, che disegnavano con attenzione, ripresi da cento genitori e varie telecamere TV; un po’ triste e affamato, nonché fiso ad alcuni gravi pensieri (che non desidero condividere), tra stuoli di aironi che andavano a posarsi sui fitti canneti in riva al lago, e tutto era freddo, gli steli ricoperti di rugiada, filiformi che finivano in bambagia spighe o fiori, e una coppia di musulmani eleganti e facoltosi di mezza età mi aveva pregato di immortalarli in foto con le loro costose macchine (gente simpatica, e ne scattai una decina), vicino al grande Banyan sacro di molti secoli, che tutti i visitatori ricorderanno, (lì all’interno del cratere Bratàn nell’isola di Bali), sono stato raggiunto in Wi Fi Zone da un’e-mail del piuttosto famoso pittore Lorenzo Viola, prestigioso (e probabilmente il migliore) testimone e memoria storica di un Veneto delle tradizioni, soprattutto Contadino e Montanaro. Come sappiamo esiste anche l’ancor più prestigioso Veneto Marinaro, protagonista di molte opere di Viola e di una sua esposizione a Jesolo nel luglio 2011).

O meglio: da un’e-mail della sua illustre Galleria (a meno di cento metri dalla famosa Pala del Giorgione); con la quale e-mail la sua plenipotenziaria figlia Ambasciatrice-Curatrice-Direttrice-Dottoressa Barbara, perentoriamente mi ordinava senza mezzi termini di scrivere una poesia sui fiori paterni e di darmi una mossa perché il catalogo va in macchina a metà settembre.

 (Il 23 novembre il pittore Lorenzo Viola inaugura al Museo Giorgione di Castelfranco, una grande Mostra per la prima volta nella sua bimillenaria carriera, completamente dedicata ai suoi fiori).Trasmissione di girasoli nel vaso bianco, 1970

 

                                        *

 

Attorno alla carrucola del pozzo

si è avvolto un convolvolo.

Andrò a chiedere acqua alla vicina.

[Caro Lorenzo, ti dedico questi versi].

 

Udii questi versi alla radio, recitati da una voce femminile, ferma. Ero un bambino. Non li ho più dimenticati, sebbene non sapessi nulla: né che si trattava di un haiku, né che l’Autore era una celebre poetessa giapponese del periodo Edo, vissuta nel Settecento: Fukuda Chiyo-ni. Consultando Google e Wikipedia, (strumenti preziosi farciti di infiniti strafalcioni da indefiniti cialtroni), il cercatore paziente riesce a risalire alle nozioni esatte, smaschera i molti scarti, scopre che le traduzioni di questi versi sono praticamente infinite e di tutti i livelli.

Una volta, rubando l’haiku per intero in una mia pagina, un ottuso commentatore lo scambiò per la carrucola cigolante di Montale. Spesso “carrucola” viene reso anche con corda; sono parecchie le traduzioni che fanno ridere/piangere. Secondo me una delle più scadenti è quella di un inglese che conclude: I ask for water. Di una banalità, di un azzeramento, di un minimalismo da estrema astenia che solo certi poveri americani sanno apprezzare e premiare. Non voglio essere sarcastico: so che è (stata) una moda molto seguita anche da celebri furbastri, un  goal cercato, un abbassamento di tono, una finta sciatteria che si rivolge anche ai non acculturati, notoriamente tutti bisognosi di acqua. (Quindi si tratta di un avvicinamento all’Universale, all’irrigua platea della globalizzazione. Alla fine qualcuno potrebbe ritrovarsi eletto al Sinedrio).

 

Da qualche parte ho letto che convolvolo è stato tradotto anche vilucchio. Qui potrei permettermi un’associazione superflua e personalissima col termine “Filiforme” tanto caro a Viola (non c’entra, ma potrebbe centrare). Ambedue i lemmi sono congrui; convolvolo suggerisce di più l’idea del rampicante che “si avvolge” alla carrucola. Forma una spirale che con/centra l’attenzione più sul “Rizoma” rampicante, la allontana (dal fiore omonimo e soprattutto) da quel concetto di “Filiforme” che l’Autore insiste a dichiarare “da sempre” presente nelle sue opere floreali, anche laddove il filiforme del fiore, del gambo, contrasta con i segni che costruiscono il contenitore-vaso-cestello, (specie in opere del 1966). È vero che anche una spirale può essere filiforme. Rischieremmo di inoltrarci nell’intricato (come si dice in tedesco) “sentiero che si interrompe nel bosco”, nell’oscurità della critica psicanalitica che richiede spesso tempi lunghi (e perduti). Però…

 

Sono tentato di scrivere appena ne avrò il tempo e l’estro, un intero vasto saggio su questo haiku, che certamente lo merita. Ce ne sono già molti in giro per la rete. Non è escluso che lo faccia in altra sede, sempre in ambito vivaistico. Quindi i fiori di Lorenzo Viola rimarrebbero, almeno per me, in un certo senso pertinenti e spiegherò più avanti perché.

I traduttori (occidentali) dal cinese e dal giapponese godono in genere di pessima fama e solo gli eccellenti si possono permettere una critica di alto livello filologico (il migliore era considerato Ezra Pound) . Siccome non conosco bene nessuna lingua, sarà bene che mi limiti a osservazioni estravaganti per quanto non prive di suggestione.

Il giorno e la notte, 1987

 

Perché inizio a parlare dei Fiori di Lorenzo Viola partendo in apparenza da così lontano (e in ogni caso rimarrò lontano, lascerò insoddisfatto il desir, essendo questa soltanto una “manovra di avvicinamento”, muovendo da labirinti testuali più tipici dell’errante Sogno della Camera Rossa che del florido casalingo labirinto vegetale di Villa Pisani di Stra? Dove tutti almeno una volta siamo dovuti ricorrere all’aiuto del volontario domenicale per uscirne? (Oh, metafora)!  C’è un minimo nesso? [Ce ne sono vari ma ora non li dirò. Non mi sfugge comunque che in una presentazione-introduzione, per necessità sintetica, non si deve commettere l’errore (tipico soprattutto dei cinesi) di parlare troppo (una conferenza più breve di due ore è considerata un insulto all’etichetta). Soprattutto perché l’Introduzione risulta una Sineddoche, una piccola parte rispetto al Tutto (che è l’Opera di cui si parla). Risulta quindi per necessità incompleta, divagante e ferma soltanto nel porre l’Autore al centro del messaggio].

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PASSAGGIO A BALI di LUCIANO TROISIO


Il testo che segue sarà pubblicato dallo scrittore V.S. Gaudio nella poetica rivista “Lunario Nuovo”. Intanto, ecco la versione completa  per il nostro blog dal favoloso viaggiatore  Luciano Troisio, l’antiRumiz, il postpostChatwin, il regista delle mille e una notte nell’Estremo Oriente del Duemila, che non tace nulla del nostro passato, del vivere contemporaneo, non cerca pietà o impossibili salvezze, inseguito dovunque dall’ombra dei protocolonialisti che lasciarono il proprio segno di viaggiatori inquieti: i Fenici, i Vichinghi, Ulisse, Cristoforo Colombo, Magellano, Vespucci, i marines americani.

Candidasa, 29 luglio 2013

IL FIORE DEL FRANGIPANI di Luciano Troisio

FIORE FRANGIPANE

Ieri ci siamo trasferiti da Padangbai, io e le due francesi madre e figlia, fino all’estrema parte est di Bali, esattamente ad Amed. Alle 9.30, come d’accordo, ho lasciato la mia camera fronte mare del Kerti, e mi sono diretto con trolley e borsa Pam al vicino Marco inn. Padangbai è molto piccola. La ragazza mi aspettava nel cortile pieno di cespugli fioriti dove stava mangiando un’omelette e mi ha offerto parte del suo caffè, abbiamo bevuto dalla stessa tazzona. La mamma si stava preparando al piano superiore. La ragazza mi ha fatto delle domande di tipo scientifico sul perché gli uomini, che nella preistoria erano tutti di pelle nera, sono diventati bianchi. Poi abbiamo parlato degli indoeuropei, non sotto l’aspetto etnico ma linguistico. Era di ottimo umore e questo ha rallegrato anche me che potrei essere suo padre. Arriva la madre, ultrasessantenne, elegante (di quelle che hanno fatto un solo figlio molto dopo i quaranta), con uno splendido abito giallo comprato in loco, pettinatura bionda appena rassettata, ridente nel suo abbondante sovrappeso da vedova americana che ha appena incassato l’assicurazione. Ordina il breakfast. La ragazza è salita a sua volta a lavarsi. Intanto erano passate le dieci. Abbiamo parlato di molte cose. La signora tende a parlare, nel suo inglese solo un tantino migliore del mio, con tutti gli indigeni che incontra, è curiosa di tutto. Immagino che sia convinta di essere molto democratica; intanto il tempo passa. Ha voluto assolutamente che mangiassi un pancake, è una tipa di un insistente noioso insopportabile. A tal fine ha chiamato la padrona balinese, mi ha fatto portare anche un’altra tazzona di mediocre Balicopi. Abbiamo parlato a lungo con la padrona, tutta sorrisi e gentilezze. Si son fatte le undici, siamo saliti in camera; la ragazza aveva finito di farsi la ceretta alle gambe. È piuttosto bella, e la madre: come sei bella. In effetti piace molto anche a me, ha un bel personale, capelli biondi lunghi, un bel volto espressivo, non assomiglia per nulla alla madre, seno abbondante già con un cicinin di smagliature, che si notano anche nella parte interna delle cosce. La madre vorrebbe che la ragazza si guadagnasse un po’ di argent de poche perciò vorrebbe creare un book di foto da presentare a studi pubblicitari. Nei giorni precedenti la signora mi ha usato come suo fotografo oltre che come schiavo, boy, chaperon, guida e coolie. L’ho immortalata in centinaia di pose fino allo sfinimento (mio). Il 95% delle immagini è venuta orrenda, cioè naturale. Il resto decente. La signora è stata mia vicina di camera a Ubud. Abbiamo fatto amicizia e ogni mattina consumato insieme il BF al piano, che lei ha abbondantemente integrato con yogurt, marmellate, biscotti e vari tipi di tè (io non lo so apprezzare, ma il caffè è così atroce…). D’accordo: lo faceva per la figlia. Quante preoccupazioni questi figli! E in più le mestruazioni in ritardo. Dice che a volte le salta addirittura (ne ho antica esperienza…). E infatti la fanciulla è molto nervosa e instabile, discutendo con la madre, che la provoca in media ogni dieci minuti, ha degli scatti reattivi molto bruschi; a volte addirittura se ne va. Esorto alla pazienza. Cerco di mediare.

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Hanno una Nikon molto costosa, regalo dei colleghi in occasione del pensionamento, io ho un’altra Nikon più modesta, comprata a Sri Lanka (avendo scassato la mia Olimpya made in Vietnam) con soli 8 pixel. Sono fotografo da sempre, da poco approdato al digitale dalle più classiche slides. La ragazza si è presentata appena uscita dalla toilette mattutina come un’apparizione. Ho cominciato a scattare sul terrazzino, rami verdi saliti dal giardinetto sottostante e fiori esotici dappertutto. La ragazza, pur non essendo perfetta, ha un corpo notevole, ho fatto scatti a centinaia, aveva una maglietta scollata chiara e sotto appariva il reggiseno nero. Siccome dai pantaloncini inguinali sporgevano delle tasche nere, mi pareva logico sottolineare questi particolari e le ho gentilmente spostato spalline e reggiseno. Al che la madre ignorante sempre tra le palle a dare consigli di regia fuori luogo mi ha detto: non toccare le tette a mia figlia. Quando lavoro lo faccio molto seriamente, non penso ad altro e cerco di costruire la migliore sinergia col soggetto. Figuriamoci se tollero la benché minima libertà. Se la battuta avesse avuto un intento scherzoso, avrei immediatamente accettato il codice, ma non lo aveva affatto. Inoltre solo un profano sprovveduto può disturbare durante un servizio fotografico d’autore. (Giorni prima le avevo accompagnate al magnifico tempio/sorgente di Tampaxiring. Per entrare in un luogo sacro bisogna indossare un certo costume che ora viene fornito gratis. Ebbene: appena indossato con l’aiuto di apposito vecchietto, la dama ci aveva rivelato che il summentovato le aveva bragagnato quattro volte le tette, del tipo informe/voluminoso, che come studioso personalmente trovavo di attrattiva nulla. Già avevo delle riserve su quelle della figlia minorenne…). Sapendo con chi avevo a che fare ho evitato per miracoloso sforzo diplomatico di darle un paio di schiaffoni sincronici e le ho solo detto di non permettersi mai più di rivolgersi a me con quel tono. Nei giorni precedenti si era dimostrata in modo inaspettato volgare e molto maleducata, soprattutto in presenza di altre persone, ad es. obbligandomi a dare a estranei il mio biglietto da visita (quasi fossi suo marito….). La figlia non la sopporta, ma essendo minorenne -pur dimostrando un fisico da venticinquenne- deve abbozzare perché ancora studentessa, senza padre e del tutto dipendente.

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Abbiamo cambiato varie volte location, valorizzato le lunghe gambe, il volto di grande intensità, assecondato la spontaneità della fanciulla. In passato ho lavorato con famosi fotografi (che non nomino), secondo me sopravvalutati, soprattutto volgari tecnici senza cultura e non artisti; locations prestigiose: Arquà, Asolo, Venezia, avevamo dietro uno stuolo di assistenti. Ricordo un nero abbastanza famoso, interveniva solo sui capelli delle modelle. Cosa che a suo tempo ho imparato bene da lui. Il gesto deve essere unico, la chioma sconvolta senza più toccarla. Ho usato in sequenza le due macchine. La ragazza negli intervalli verificava subito gli scatti nella macchina in riposo, ne cancellava arbitrariamente molti, cosa che come autore mi fa sempre arrabbiare, pur sapendo che non bisogna in nessun caso irritare la modella (ma nemmeno l’artista). Su circa quattrocento ne sono uscite una mezza dozzina di superbe. Intanto si era fatto mezzogiorno. La dame ha poi voluto che la fotografassi colla padrona davanti alle statue del tempietto di casa, sapere il significato dei loro gesti (molto simili a quello dell’ombrello) e così e cosà, finalmente ha fatto chiamare per il tassì, è arrivato il sovrintendente al prezzo. Durante le trattative la gentilissima padrona balinese ha moderato la discussione, impedendo che il prezzo venisse ribassato, cosa che ha sconvolto madame. Le balinesi (non tutte ma in generale) sono di un’avidità strozzinesca. Alla mezza: combinato per 280.000 rupie. Arriva il driver, carichiamo, si parte. La ragazza sale davanti, io dietro a spupazzarmi la signora.

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E’ UN PAESE PER VECCHI (DI LUCIANO TROISIO)


L’Hemingway italiano è lui, Luciano Troisio.

E queste pagine a mio avviso sono più di un lucido e spietato diario di viaggio.

Sono un messaggio in bottiglia, bottiglia sulla cui etichetta si può leggere il nome della marca: “Proust” (che marca! champagne francese), sono pagine letterariamente ineccepibili, soverchiate da una dose  preponderante di cinismo, di amarezza, di sarcasmo che avvicinano l’autore a un Balzac moderno preso dall’ultima avventura della commedia umana, ormai ridotta a vacanza turistica, mondo in scadenza ed omologato che assiste alla sua fine con la pura maschia indifferenza del passeggiatore che attraversa luoghi in cui si svela il suo esilio assoluto. L’uomo in esilio continuo, nel paradiso consumista, si spinge alla ricerca di altri paradisi paralleli, mentre si arrabatta ciondolante e stancamente ad andare avanti. Sono queste di Troisio le pagine più lucide tramite le quali giungere a comprendere il difficile caso dell’uomo contemporaneo.

Troisio come il penultimo Busi. Non a caso ritengo Busi uno dei più grandi “scrittori” italiani, che rifiuta la narrazione. D’altronde oggi è tutto narrazione, dunque la letteratura è costretta a far altro, per sopravvivere. Tempi duri per la letteratura.

Buona lettura.

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È UN PAESE PER VECCHI

Sakal di Sihanoukville (Cambogia occidentale) è un alberghetto modesto, pulito e amichevole, quasi sempre full, con annesso ristorante e abbeveratoio. Ho mandato un’e-mail a E. che era già lì; mi ha prenotato l’unica stanza libera. Grande, non luminosa, abbastanza silenziosa. Si vede il canale Rai. Le canne del cesso si sono rotte due volte, la prima volta nel cuor della notte, allagando tutto. Sulle prime credevo che fosse il solito scroscio tropicale. Quando mi sono reso conto che l’acqua sarebbe presto esondata dal bagno, ho messo le valige sul letto, sono uscito scalzo in bermuda, e sono corso al bar. C’erano i soliti bevitori insonni. Ho avvertito il vigilante della sicurezza, che non ha capito nulla. Allora mi sono rivolto al gestore che ha mandato un famiglio. È scattata subito la protezione civile. Alle 5.30 era tutto risolto e asciugato. Il Sakal può fornire anche aria condizionata, ma non acqua calda (come del resto tutte le guesthouses della zona nord, detta Victory hill). Si trova alla fine della piuttosto ripida discesa che, dalla sterrata strada dei ristoranti e bar con fanciulle -ce la mette tutta e però non riesce ancora ad essere malfamata- mena alla spiaggia omonima, dove troneggia un capannone-hangar faraonico, che protegge un grande aereo Iliùscin (immagino che l’avranno portato con una nave russa). Fuori è scritto aeroport. In realtà si tratta di un bar gestito da russi, e il logo della Aeroflot è stato non eliminato, ma ampiamente modificato nella grafica della falce e martello: quasi mutato in faccina (l’equivoco comincia da qui). Ci sono molti russi. Come sappiamo la Russia comprende una infinita parte asiatica, ha lunghissime coste siberiane a nord del pianeta, le peggiori, le più glaciali, sfortunate e disertate del mondo. Naturale quindi che abbia sempre teso verso sud, premendo su Afganistan e Iran, a uno sbocco verso i caldi oceani (senza mai ottenerlo). Navigando da Vladivostok, costeggiando i mediterranei nipponici prima di sbattere contro la penisola di Malacca, è normale giungere a risalire il golfo del Siam. Probabilmente sono stati anche favoriti dai vecchi legami di collaborazione con i regimi (fino a poco tempo fa, o tuttora) di tipo comunista.E infatti qui i neoricchi ora democratici hanno già comperato terreni e immobili nei dintorni, gestiscono alberghi e ristoranti. Uno si chiama Snake House, ha molte teche di serpenti e una sera, non potendo scegliere altro tavolo, abbiamo mangiato a fianco della piscina con aitante coccodrillo legato a una catena che a un certo punto, mentre gioivo dell’ottimo sashimi fuori budget, mi ha costretto a darmela a gambe, essendo improvvisamente rumorosamente uscito dall’acqua e venuto ad adagiarsi a un metro dalla mia sedia tra le risate dei clienti. (Poi mi sono fotografato con lui sullo sfondo, e la targa “pericolo coccodrilli, non nuotare”). Ci sono anche molti cartelli solo in cirillico. Incredibilmente hanno ottenuto dalle autorità cambogiane il permesso di costruire un sacrilego ponte da stretto di Messina (tuttora incompiuto. Speriamo che gliel’abbiano bloccato, ma ormai…) verso un’isoletta di loro proprietà dove c’è un albergo che si mormora costi 3.000 dollari a notte. Si vedono in giro alcune eleganti tardone russe biondo platino assai sussiegose, sugli antanove, ancor appetibili dai gerontofili, con resti di una bellezza passata ma non trascorsa, e con cattivante sicumera da padrone del vapore; forse ex-granduchesse del soviet. (In spiaggia mi accade talvolta, ma raramente, di essere distratto da giovani callipige dai lunghi capelli biondissimi vaporosi ventosi botticelliani. Non sono australiane né tedesche, ma russe. D’altronde a loro sono ormai abituato anche in patria: accanto alle mature stoppose slave sformate slavate volgari, ci sono belle vellutate ragazze moldave ukraine antipatiche, che parlano uno scadente italiano senza articoli, e quindi senza preposizioni articolate; le clandestine che preferisco, anche come badanti, nonostante la loro tendenza a evirare).La zona della spiaggia Victory, la nostra (ma io ci vado raramente: preferisco scrivere in camera), è semideserta, ha vari ristorantini tutti contigui con sdraio sulla spiaggia smangiata e, più indietro, tavolini coperti da un vasto padiglione, con poltrone e divani in rattan, corredati di comodissimi e signorili cuscinoni. È frequentata soprattutto da pensionati, da vecchie desolanti bianche in audaci bikini. Anche da qualche tribù di cinesi brambilla in vacanza, impegnati a sfoggiare la loro idiota ricchezza. Si portano tutto da casa, anche il fornello di terra refrattaria, i tremendi panini al vapore; dal ristorante comprano le bibite per le bambine e le birre; le matrone fanno boccuccia e trattano i camerieri come subumani. Parlano come rane a voce altissima una lingua-dialetto che non è il mandarino. Mentre mangiano a un metro da noi si fanno lavare i piedi, ecc. C’è anche uno scrittore francese rosso di capelli, sui 70 ben portati. Ha preso (purtroppo) in simpatia E. e viene a chiacchierare spesso con lui, che parla un disinvolto francese maccheronico. Forse lo scrittore intende poi descriverci come macchiette italiane e si documenta. Ha abbandonato Parigi e ora, in attesa del successo mai giunto, si è ritirato nella Camargue. Scrive a penna su un quaderno, spesso lo lascia aperto e va a bagnarsi. C’è un’altra disgrazia: si tratta di due rimpresciuttite francesi in bikini, che con astuta manovra avvolgente sono riuscite in un paio di giorni ad avvicinarsi per gradi e tavolini, al loro connazionale, che ora risulta assediato e deve sopportare la mitraglia Blekedeker delle due pinzochere urlanti per ore, senza soluzione di continuità. Tanto che a volte se ne va. Il termine al primo posto nel loro lessico di frequenza è enfants. Passano belle adolescenti aborigene con panieri di frutta sulla testa, passano mendicanti con bastoni, passano venditori di occhiali, bambini delle lattine vuote. Noi attendiamo la signora dei calamaretti. Ce li cuoce al momento: 5 un dollaro. Prem significa 5. E’ l’unica parola khmer che ho imparato, ma so che grazie è quasi identico al thai Kapkumàkh. Un’altra donna passa con le canocchie cotte, di un bel colore aragosta invitante: 5 costano due dollari. Ambedue le signore ci fanno una delicata salsina al limone.E. ci beve sopra alcune birre. Poi si stende sul divano e dorme russando fortissimo, tanto che, se qualche tavolino è libero, mi allontano. Sta benissimo, sembra felice, un vero dandy malgré lui, che si configura come il mio opposto simmetrico. Mi indispettisce la sua tranquillità, invidio il suo apparire appagato. Saranno le birre? Se ne va in giro da solo per sei mesi l’anno, non è mai stanco, è comunicativo, paciocca, sorridente. C’è anche qualcuna (prezzolata) che lo punta.  Il ristorantino ha una conduzione familiare. La padrona è una sveglia, ancora giovane e snella; la figlia adolescente è molto carina, ma capisce pochino. Avrà preso dal papà. Forse pensa ad altro. Meglio sposarla al più presto e liberarsene, per il bene dell’azienda.      Le donne sembrano avere una preponderante parte attiva in tutta la Cambogia. Si danno da fare in spiaggia, dirigono, corrono in moto di qua di là, i mercati sono al 95% femminili, gestiscono alberghi e ristoranti. Parecchi uomini si vedono spesso in amache, stravaccati e riflessivo-contemplativi. Il popolo cambogiano ha in genere la fama di pigro. Ha esaurito le grandi energie durante l’impero Khmer.Il Sakal è vicinissimo al mare, e al punto dove da un molo partono piratesche barche per turisti. È un posto full di bianchi. Pochi giovani. Moltissimi anziani in prevalenza anglofoni, ma anche tedeschi. [A Bratislava le studentesse mestamente chiamavano la loro città: il Capolinea. C’è un nesso:] il Sakal potrebbe essere per molti il Terminal, o come si dice a Venezia: Fondamenta degli Incurabili. Più affettuosamente: il Reparto Lungodegenti. Alcuni sono qui da anni. Ormai con la loro pensioncina si sono sistemati. Il bar coi trespoli è aperto no stop anche tutta la notte, ci sono parecchi restless nottambuli, si beve a tutte le ore; in prevalenza birra locale alla spina di marca Angkor, non eccezionale, ma anche superalcolici di bassa qualità, mediocri imitazioni delle solite grandi marche, anche italiane (Martini, Campari, Cinzano, Liquore Galliano).Sihanoukville è l’unico vero porto della Cambogia: tutto è sempre passato di qua, traffici, armi, merci, auto proibite con guida a destra importate di contrabbando dalla Tailandia; l’alcol non costa nulla: al tavolo una birra mezzo dollaro, un superalcolico un dollaro. Per i bevitori è un economico paradiso. Molti sono alticci già alle nove di mattina, ma è raro vedere veri ubriachi. E comunque si rifugerebbero a dormire nelle loro camere. E. ci torna da anni; beve una decina di birre al giorno, oltre a tre quattro rum (più quelli che si scola dalle private bottiglie nel segreto della sua cameretta). Non posso affermare di averlo mai visto ubriaco e nemmeno brillo. Sessantanne che ricorda perfettamente cosa si può combinare con una ragazza, lucido e abbronzatissimo, massiccio brevilineo muscoloso, con rosee guance alla culo di bimbo senza una ruga, si limita spesso a staccare qualche bestemmia come rancorosa chiosa al mondo boja: ha studiato dai preti quindi è diventato comunista. Ha una lunga esperienza di gestore Arci sezione braciole, e ha pure diretto una fonderia. Si trova talmente bene che è al Sakal da due mesi, servito e riverito come uno dei migliori e più giovani clienti; sa rendersi simpatico. Ha problemi di visto (ma abbiamo incontrato due pensionati triestini che ci hanno assicurato che si può ottenere quello da business che vale sei mesi). Ora va a Kuala Lumpur, poi in Tailandia e quindi torna in marzo ancora qui. I voli costano pochissimo. In questo modo evita l’inverno padano, i suoi acciacchi. Essendo pensionato se ne sta a lungo in giro al caldo, vede Continua a leggere

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