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L’IMMACOLATA INCONCEZIONE: L’ARTE SCANDALOSA DELLA FINE DEI TEMPI di Massimo Pamio


Un pericolo imminente sembra gravare sulla nostra civiltà globalizzata. Rilevazioni statistiche ed analisi preoccupanti gettano una luce oscura sull’azione dell’uomo, quale fonte di danni incalcolabili. I timori più accentuati sono espressi dagli artisti che in romanzi, opere d’arte, film catastrofici preannunciano la fine del mondo. Non di meno l’arte, enuncia Achille Bonito Oliva, quando parla di pericolo, è pericolo.

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Quando il pericolo si fa più vicino, l’artista avverte un’impellenza spirituale che egli riversa sul trauma del reale, provvedendo a inquisirne e comprenderne e forse a divellerne le fondamenta. Oggi più che mai il sogno dell’artista è di riuscire a cogliere il senso della sua epoca, di interpretarne la complessità, di riassumerne lo spessore in una o più opere, insomma l’arte vuole parlare della civiltà moderna, ma, secondo quel che si suggerisce il critico, l’arte è la civiltà moderna. I performer, Warhol, i graffitisti, Miles Davis, Woody Allen (cito a caso) vivono e operano nel luogo in cui batte il cuore della modernità, sono essi stessi quel luogo, la metropoli o il non-luogo che è diventato il pianeta globalizzato, lo schermo virtuale, lo spazio dove la civiltà raggiunge i massimi livelli di eccitazione. L’arte ormai concorre – è in gara col moderno, con il presente.

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Il sogno celato nel seno come una serpe da ogni artista di tradire e di vendicarsi con un sol fremito mediante lo sgarbo più offensivo e definitivo del reale, da sfregiare ferire fendere, proprio quel reale potente dominatore, da ridicolizzare e detronizzare, da sostituire con un’altra più scomoda verità, ebbene, quel reale costituisce l’ossessione dell’arte, nutre il tentativo –la coazione a ripetere- dell’arte di farsi mondo più del mondo stesso, perché, dopo tanto esercizio e tanta sofferta disciplina, dopo tanto tempo speso ad imitarne le forme, a studiarne il profumo, a concupirne il colore e insomma ad apprenderne il fenomeno, dopo tutto questo essere al servizio umile e umiliante del reale, a che cosa mirerebbero gli autori di opere pittoriche e installazioni, performances, video, sculture e fotografie se non al possesso, all’incontro carnale con il mondo (nel terreno del mito) e dunque alla cancellazione del mondo, ovvero, dopo tanto tribolare, ad annunciare trionfalmente e provocatoriamente magari attraverso la voce di Bonito Oliva o di Slavoj Zizek o di Agamben, la grande verità di essere riusciti finalmente a far diventare arte il reale? E il reale? Che cosa sarebbe più? A questo punto, probabilmente sarebbe il sogno di diventare opera d’arte, di trasformarsi in prodotto artistico, di mettersi al servizio della bellezza umana, ormai ostaggio, godimento rivelato.

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L’arte intesa come efficacia, come scienza resa tanto più funzionale quanto più libera dal suo compito di confermarsi sintesi di comunicazione e di espressione, si cristallizza in capacità di essere, ovvero di realizzarsi, ovvero di creare, di far scandalo, di essere vibrante attualità: che cos’è oggi il reale se non lo scandalo che ci sorprende, la novità che ci toglie il fiato e che da un punto qualsiasi del mondo ci si rivela, epifenomeno che suscita la nostra attenzione per il suo contenuto di comunicazione e di espressione planetaria ovvero di novità assoluta, di Evento-svelamento dell’Inconsueto, del Nuovo, dell’Imprevisto? Il reale è dunque questo, ai nostri giorni: il continuo aggiornamento di novità che creano un flusso inarrestabile di fenomeni pronti a scintillare come improvvise verità, come fulminanti squarci di verità nell’omologazione. Lo scandalo è il risultato di una tensione, procedimento stesso della novità, irruzione. L’arte si inserisce in questo flusso e cerca di cavalcarlo, assumendo le forme stesse del procedimento dell’innovare. A differenza degli eventi, l’arte si fa procedimento a partire dal pensiero dell’arte. Il nuovo, nell’arte, coincide con il suo pensarsi, con il creare arte, come procedimento. Se il mondo di oggi si identifica e diventa mondo solo nel momento in cui mostra una capacità di rinnovarsi, allora la stasi, la stagnazione, il sostare ne rappresentano l’aspetto negativo: il Male. La lotta che si combatte oggi del Bene contro il Male prevede l’affermazione del Nuovo, dell’Inconcepito: il Mondo come Immacolata Inconcezione.

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L’Arte, conseguentemente, vuol diventare Assoluta Inconcezione, e le figure simboliche che la possono animare sono quelle dell’Angelo, del Messaggero. L’Arte torna ad essere Annuncio, Annunciazione (di che cosa? Di Sé? Iniziazione al Reale?).

Certo è che oggi il reale sembra evidenziare una lacuna, una falla e, nello stesso tempo, pare osservare un processo che sfugge al controllo. Il suo potere è sempre più effimero: si offre come una ripetitività lenitiva, come vulnerabilità, ferite che non sfuggono agli artisti, pronti a riparare la vita. L’arte si offre come uscita di sicurezza, ma soprattutto si stabilizza nella sua apparizione, si fa ecologia del reale, struggimento di una totalità che non promette più desideri e sogni ma solo la luce accecante dell’evento. L’arte si fa medicina, si rilascia nel corpo del reale a piccole dosi, si collega per sempre al suo meccanismo, se ne impadronisce, lo sostituisce nella notte della sua autorappresentazione. E’ così che l’arte rende irripetibile l’icona d’un reale sempre più labile, sempre meno memoria condivisa del presente. L’arte ci toglie lo sguardo del reale per dargli nuova credibilità, ma soprattutto per restituirgli la sembianza del Fato e non quella di prodotto dell’uomo: per restituirlo alla sacralità o alla sua fine. L’estetica dell’arte verrebbe a coincidere con il pensiero critico del reale (rivolto anche agli altri concorrenti, la pubblicità, i video che impazzano su Internet, ecc.). E se il Reale non fosse che inizio, l’Inizio?

 

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In esilio nell’immaginifico Trompe-l’Oeil del Reale di Massimo Pamio


La realtà che viviamo, mutevole, sfuggente, in perenne trasformazione, se implica la nostra partecipazione è perché mostra di aver bisogno di essere immaginata, commentata, di essere in qualche modo confortata e confermata, partecipata nel suo mutare. Il giorno e la notte si trasformano, così le stagioni e con loro, inesorabilmente, inavvertitamente, tremendamente: noi. Mutiamo, per fame e sete di partecipazione attiva alla realtà, della quale mai riusciamo a comprendere il che: sempre incompleti, inaffidabili, incerti, sempre mancanti di un occhio, di una bocca, di un orecchio, sempre perciò costretti a immaginare, a sognare, ed è questa la sostanza del nostro trasformarci, del nostro riappropriarci dell’occhio perduto acquistandone un altro, della mano mozzata con l’idea dell’arto mancante.

La realtà è una spaventosa abitudine sullo sfondo della quale navighiamo, barcolliamo come equilibristi sul filo teso sull’abisso del nostro cuore, ma con cui evitiamo rigorosamente di fonderci: perché il Reale è Libertà Assoluta, Fine di ogni cosa in ogni cosa, l’Irriducibile che nega ogni altra sostanza. Dal Reale è possibile soltanto fuggire: chi se ne lascia impadronire, diventa tutt’uno con Essa, perde l’Ordine del Simbolico, cicatrizza la ferita che ciascuno si porta appresso, ovvero quella mano mancante, quell’occhio o quell’orecchio mancante.

Il Reale è l’Enorme Fondale in cui tutto è e appare vero, verosimile, luce assoluta e pura dell’assenza di significato.

Paura Assoluta, perché il Reale precipita addosso senza pietà, avvolge e fa scomparire l’Io, Inferno al quale ci sottraiamo per paura di annullarci.

Questo, il pensiero che i filosofi hanno del Reale, codificazione a livello gnoseologico della Rimozione di ciò che eravamo prima del linguaggio, prima che il linguaggio mettesse fine al Caos dell’Istinto e degli Appetiti Immediati, in cui l’uomo era puro Animale e pura Natura.

Lo Spaventoso del Reale per i filosofi è l’Ineffabile, il momento prima della parola, in cui l’uomo non è quell’essere simbolico dotato di linguaggio che costituisce l’orgoglio della sua “civilizzata, borghese” diversità.

E’ il ricordo ancestrale di un tempo in cui l’uomo, inseguito dalle fiere, piccola preda insignificante, aveva paura di Tutto il Reale che lo circondava, guardingo, solitario, privo di protezioni, pervaso da una possibile forma persecutoria che egli identificava con l’esterno, con tutto l’Esterno.

Di questa Paura l’uomo non si è liberato, perfino oggi, nei giochi virtuali delle Playstation egli combatte nemici di ogni specie e di ogni forma e di ogni Galassia: la Paura è la sua costante forma di rapporto con il reale, sempre avvertito come forma persecutoria, come minaccia alla sua sopravvivenza.

Se immaginiamo una condizione in cui ci è impossibile distinguere tra la camera, la luce che l’investe, le pareti, il computer, le mani, ecco il reale. Rinunciando al Reale, entrando nel campo del simbolico e cioè del linguaggio, il reale è definibile solo a pezzetti, a moncherini, evocandone ora una cosa – la camera- ora un’altra – il computer- un’altra ancora – la luce che l’investe. La realtà ci viene incontro solo a brani: e questi lacerti sono il nostro modo di concepirla.

Forse noi concepiamo la frammentarietà come nostra, un essere-al-mondo frammentario, frammentato, incompleto, presso il quale mondo, sempre mancanti, sempre in ritardo, siamo sempre in esilio.

Il Reale è dunque la Pienezza, la Vita dell’Uomo, invece, nostalgia di questa pienezza, un pervenire al mondo derivandone solo una percezione sghemba, un bagliore, una medicina a piccole dosi da mandar giù, da ingoiare e guarire per poi godere. La libertà dell’uomo è un frammento, così come il suo sogno, il suo morire; morire, atto di maggiore bellezza che egli possa mai concepire.

 

 

 

 

 

Massimo Pamio a cavallo della Sfinge del Reale

Massimo Pamio a cavallo della Sfinge del Reale

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QUASI AMORE: IL MISTICISMO POETICO DI TINO DI CICCO di Massimo Pamio


Se è vero che il misticismo mira a una comunione con il divino, tale obiettivo comporta l’ineludibile accettazione di un fondamentale negarsi del Dio, del Dio che tutto dà non dando se stesso, del Dio che tutto offre ritirandosi: alla Ricomposizione – o Unione – d’Amore si può giungere soltanto se si sospende il proprio essere, ovvero perdendo se stessi, in un gesto (o in un esercizio costante) che ripercorre il movimento del Dio, il quale creò separandosi da noi e dall’universo tramite il Nulla affinché ogni cosa addivenisse, affinché fosse.
Senza nessun merito si è chiamati alla vita e al mondo – il dono della vita è grazia –grazia, gratuità. In questo non presentare alcun credito, in questo sentirsi inutilmente invasivi, superflui, ridondanti, colpevoli di costituire un di più o di aver ricevuto in partenza un di più che non si sa come scontare, come ripagare e in quale modo, si vive un conflitto, risiede una contraddizione – c’è anche da pensare alla dissipazione, a ciò che si perde irrimediabilmente in questo venire al mondo.

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PREGHIERA E LODE NELLA POESIA DI VITO MORETTI di Massimo Pamio


Personalità tra le più attive ed eclettiche del mondo letterario dell’Italia Mesoadriatica, saggista, narratore, poeta dialettale, poeta in lingua, Vito Moretti, punto di riferimento della vita culturale dei nostri giorni, nella ultima opera “Dal portico dell’angelo” (Edizioni Tracce, 2014), che raccoglie la sua ultima produzione poetica in lingua, conferma la sua predilezione per l’afflato poematico e per un discorso colloquiale e intimo, peraltro scosso da frequenti riferimenti simbolici e di alcune allegorie facenti capo a campi semantici attinenti a paradigmi e orizzonti personali che penetrano a volte in modo ruvido e dissonante nel tessuto semantico, rendendolo volutamente scabro e aspro nella sua rigorosità, stemperando l’impatto lirico nel fervore di una scintillante prosa poetica.

Il tono è affidato alla confidenzialità con cui Moretti si rivolge alla parola, forse da lui fin troppo inquisita e rivoltata in tutte le sue sfumature ed accezioni, per cui ci si accorge che l’autore la tratta come una sorella, una fedele ancella, a volte come una sposa; Moretti la impalma continuamente perché la sente talmente vicina da poterla considerare propria, o addirittura sua creatura, e che cos’è il poeta se non un facitore di parole? Pure spicca in Moretti l’amore per la parola, la confidenza con cui la tratta è dovuta non solo al suo conoscerla fino in fondo, ma anche alla sua passione, al suo rispetto e alla devozione che nutre nei confronti di quella; la parola è a volte allegoria di Marta, talaltra di Maria, e comunque Moretti le si rivolge sempre con piena, assoluta partecipazione. Il logos è dunque già di per sé Allegoria della Fedeltà che ci vive accanto, di una Fedeltà familiare e divina nello stesso tempo, che richiede però costantemente l’attenzione di chi la enuncia.

Vito Moretti, Massimo Pamio, Ascanio Celestini

Vito Moretti, Massimo Pamio, Ascanio Celestini, Marina Morettoi al premio Lettera d’Amore XII edizione

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PERCHE’ LA STORIA NON E’ MAI INIZIATA – SULLA POESIA E SULL’INAUTENTICITA’ UMANA di Massimo Pamio


Nei contenuti della poesia lirica moderna, nell’assegnare ai sensi la facoltà di estendere i confini spaziali dell’io e di proiettare il soggetto al di là di se stesso, fino a farlo coincidere con gli elementi o con i limti della natura, appaiono evidenti i sintomi di un ritorno al primitivismo – riscontrabile pure nella coeva arte espressa da Cézanne a Gauguin, dai cubisti ai fauvisti, da Matisse ai naturalisti così come da Rousseau il Doganiere e da Frida Kahlo agli impressionisti e ai macchiaioli- ovvero alla riscoperta della complessità delle facoltà sensoriali, a cui vengono assegnate potenzialità straordinarie(1), al fine di lasciar penetrare l’io poetico nella natura, operazione quanto mai rischiosa, paragonabile all’esigenza pratica dell’esercizio di un animismo psichico che tenderebbe a ricondurre l’uomo nell’alveo del suo essere animale, verso uno stadio in cui la coscienza verrebbe incitata a abbandonare la dimensione razionale in favore dell’apertura metamorfotica, all’altro da sé. Possiamo addirittura incontrare versi di autori che si dirigono sempre più lontano, in bilico sull’abisso tra essere e essere altro da sé, in una regressione antropologica diretta a ripercorrere ere che insinuerebbero la mente nella dimensione vegetale e perfino in quella minerale, liberando il sogno umano di divenire pietra tra le pietre, per raggiungere una lontanissima arché, verso la fondazione stessa del mondo, verso l’indistinto, verso il caos primigenio; d’altronde che cos’è la poesia se non l’esercizio costante di un pensiero dell’Origine, un ripensare l’Origine?

Tutt’altra la condizione del narratore moderno, coinvolto in un intreccio in cui la sua personalità deve invece piegarsi a una schizofrenia corpuscolare, per mettersi completamente in gioco nel divenire una, mille altre personalità, sempre preoccupato dalla inevitabilità di un destino e di più destini che oserei definire “psichici”, all’insegna di uno psicologismo dominante, figlio del freudianesimo e delle sue derivazioni; senonché ci sono scrittori, come Marco Tornar, che nei loro romanzi più che alla ricerca di una fabula e di un mirabolante intrecciare e mescolare vite e destini, si propongono di dedicarsi alla ricerca di uomini realmente vissuti, ovvero di fantasmi, ricreando per loro le migliori ambientazioni e offrendo loro i migliori servigi pur di convincerli a tornare in vita; spendendo energie nel ricostruire atmosfere ovattate in cui personalità dimenticate si riprendano con sfrontata follia la voglia di affrontare una vita seconda, resuscitati in virtù di un atteggiamento romantico che non si avvale soltanto dell’immaginazione ma anche di una specie di procedimento esoterico, di un lungo e sofferto approcciarsi loro mediante la pratica di sedute spiritiche nel corso delle quali si verrebbe a catturare l’attenzione dell’incauto fantasma, strappato all’ombra, sfregiato di nuovo alla ustione della luce, costretto a indossare in fretta marsina cappello e bastone; tant’è che i protagonisti dei libri di Tornar, ad esempio, appaiono spesso sorpresi, esortati a svelare con sospesa gioia una serie di lancinanti ricordi. Fantasmi, proiezioni di personalità che vincono il tempo, chiamati fuori dal tempo, persone non compiute, interrogate di nuovo sulla loro incompletezza, ancor piene di pudore, di colpe, vittime di un’esistenza di cui non sono riuscite a distillare il senso, situate ancora nello stadio del limbo, indecise su quale giudizio emettere nei propri confronti.

Queste riflessioni ci inducono ad analizzare ciò che Tornar insegue nei suoi romanzi; uno svuotamento dello storico, innanzitutto, affinché il protagonista diventi nostro contemporaneo, un azzeramento del concetto di storia in favore di un eterno presente delle cose e degli uomini. Riesco a capire la predilezione di un regista come Sabatino Ciocca per i romanzi di Tornar: che cos’è il teatro se non magia, ovvero l’enucleazione della storia dal centro della vicenda in cui tutto è presente? Il teatro è lo scenario dell’unità di spazio e tempo, la storia si fa eterno presente, l’azione è la conseguenza di una nemesi, a cui ciascuno è chiamato, in virtù di una realtà che è prestorica, arcaica, in cui agli uomini nulla si svela, giacché tutto si svolge sulla base di una assoluta naturalità: rivincita dello spazio naturale su quello storico e umano. Non c’è un senso nelle azioni dell’uomo e dunque non c’è temporalità, non c’è progresso, ma eterno ritorno del Destino e del suo fantasma di cui gli uomini sono incarnazioni inconscienti ma prevedibili: l’uomo non sa, è parte di un disegno misterioso della natura, è conseguenza e non produttore, l’uomo è un effetto e non una premessa. L’uomo non è mai stato, secondo Tornar e secondo la poesia: l’uomo non è mai nato e la sua coscienza è appena il prolungarsi della natura in un tentativo di autorispecchiamento che non produce nulla se non il destino stesso della genetica, della morfogenesi, della Vita, del Bios.

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MARIO LUNETTA: MAGNIFICAT (Edizioni Tracce) di Massimo Pamio


Mario Lunetta, uno dei poeti italiani più rappresentativi, ha licenziato di recente per le Edizioni Tracce un’opera, “Magnificat”, che, nel proseguire le precedenti riflessioni sulla contemporaneità, precisa e rafforza una coerente logica narrativo-allegorica, ma soprattutto conferma la caratteristica dello scrittore romano, autore di un discorso unico spezzettato in un numero impressionante di raccolte la cui quantità di versi, il cui particolare coinvolgimento dello scrivente nella texture, nella tessitura di una verità personale tanto faziosa quanto polemica e concreta contribuiscono a determinare una non peregrina collateralità alle pagine del poema terrestre dell’Inferno, nonostante le evidenti differenze facilmente riscontrabili, laddove in “Magnificat” si rilevano una specfica ambienza storica, o si ostentano uno spleen tutto moderno e l’atteggiamento del flâneur, si formano bolle di cinismo, si professa un radicale disincanto, ultima verità della condizione depressivo-ossessivo maniacale di molti poeti odierni, coscienti dell’essere stati esautorati d’ogni funzione, tanto da sentirsi destituiti perfino da quella autoriale che diventa una ricerca, non una una condizione attuale, sebbene labile ed estraniata: “quest’autore è solo/ un mio omonimo triste/ in cerca d’autore” (p. 28).
Il poema ininterrotto – che viene a coincidere con la vita- autobiografia in versi di un notomizzatore della contemporaneità, continuo intrecciarsi di vita e poesia, di destino e memoria, assume la configurazione di una citazione cronopuntuale dell’essere lunettiano, spazio del proprio definire, cornice a sé stante di una tensione verso l’Allegoria, verso una poesia che si fa Emblema, che svela la realtà mediante emblemi della verità, il mondo mediante una serie di stemmi.
Pura archeologia, la poesia illumina la progressiva inarrestabile perdita del senso che pian piano riveste ogni cosa del nostro presente, rendendo il mondo uniforme e inutile, esposto alla nevicata mortifera d’una condanna venuta a colpire l’umanità per la sua hybris.
Nulla della società eccitata, della costante accelerazione, della mobilitazione continua a cui sono costretti gli individui, si riscontra nel testo lunettiano, più incline a percepire il tramonto ormai plurisecolare di Roma, allegoria dell’Occidente, o dell’occiduo, pronto a eccepire lo stato di cancrena, lo stadio di una contaminazione radiomicotica universale (il fungo atomico e le sue scorie hanno invaso non solo l’immaginario ma anche il pianeta, ormai scarto di merci, residuo, cloaca aperta e visibile, discarica intercontinentale e oceanica).
Più che dell’eccitazione, Lunetta si interessa dell’incitazione alla stupidità universale, si volge sgomento all’assopimento delle coscienze, la misura di tutto è la catastrofe (rimando, per questo al testo di Alessandro Alfieri, Frammenti della catastrofe, Edizioni Noubs):
La catastrofe è  la sola misura di questo tempo
vilmente intemperante. Tout se tient.
Tout se tient. Le differenze
(nel lungo sfacelo
di un’epoca che neppure intuisce il suo tramonto
la sua fine) sono fumo negli occhi todavia
per chi lavora febbrilmente, misteriosamente
(paranoia di alchimisti medievali)
per
l’omogeneizzazione globale
:::eternità
dell’istante che varia e svaria per rimanere
sempre identico a se stesso.
E’ che Lunetta assiste alla fine di un secolo, più che alla nascita di un altro, alla fine del concetto di popolo e dunque al tramonto dell’ideologia marxista, e a tutta una serie di conquiste andate in sfacelo a cui egli non si rassegna. Rispetto ai testi precedenti, c’è meno ironia, meno vitalità, meno voglia di trasformare il mondo; il poeta si è arreso. Ci concede solo qualche sorriso:
Peccato, todavia, che nessuno possieda
la chiave della propria cella, al massimo forse
il numero del proprio cellulare.

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POESIA, SPRECO D’AMORE. Su un’opera di Anna Maria Tamburini (di Massimo Pamio)


L’audace opinione ottocentesca che assegna alla bellezza la facoltà di redimere il mondo, smentita dall’orrore degli eventi storici causatisi nel secolo successivo, sembra sottoposta nello studio di Anna Maria Tamburini Per amore e per conoscenza (1) ad attenta revisione nonché tradotta in una nuova formulazione in base alla quale potrebbe farsi compito dell’artista tentare di salvare la poesia da una possibile cancellazione, derivata dall’affiocarsi, ai nostri giorni, della sensibilità emotiva e dalla mancata trasmissione della tradizione culturale che ne salvaguarderebbe i contenuti di pathos. Scrittori, poeti, artisti e critici potrebbero svolgere quel lavoro sotterraneo di scavo delle immagini, metafore, simboli, nuclei semantici e di senso, per custodire l’intreccio tra preziosità delle parole  e complessità di un sentire alto e nobile, raffinato e umile nello stesso tempo, consacrato all’umanesimo espresso dalla civiltà mediterranea e mediorientale. Tentando di decodificare anche le cifre più ermetiche, la letteratura garantirebbe la trasmissione di aspetti del sentire che rischiano di scomparire, affidandoli a topoi linguistici che accomunano autori tanto inconfondibilmente originali quanto affini in termini di visione del mondo, di fede, di valore della poesia: chi legge avverte nella forma letteraria quasi in extrema ratio, potenzialità per così dire misteriosofiche, consistenti nella conservazione di elementi dell’arché (engrammi), per cui piuttosto che ad una destinazione ritenuta da sempre come fondamentale, ovvero la narratività, la sua funzione precipua consisterebbe, più che nel proporre visioni del mondo, spesso alternative a quelle correnti o egemoniche, nel conservare schegge della bellezza che il sentimento provoca e ri-conosce nel linguaggio: la letteratura sarebbe rilettura, interpretazione, rivisitazione insieme a creazione, movimento ctonio e, per certi aspetti, per così dire quasi archeologico insieme a espressione di una ricerca del vero o delle contraddizioni insite nel presente. Non si tratterebbe tanto della valorizzazione di un passato fondante rispetto al presente, ma anche della trasmissione (dell’eredità) e della simbolizzazione di un principio originario, di un messaggio divino, che in qualche modo riferisce dell’incontro tra l’Archetipo e la poesia intesa come scorcio di luce sul reale. Il gesto letterario, offerta di una liturgia minore,sarebbe sempre e solamente atto gratuito e necessario.

Anna Maria Tamburini isola nei versi di tre poeti italiani, Margherita Guidacci, Cristina Campo, Agostino Venanzio Reali, temi e lasciti biblici rinvenibili anche nella Dickinson o in T. S. Eliot, in un’analisi comparatistica che traccia sentieri paralleli e da archetipi comuni disegna l’itinerario unico che porta i diversi autori alla fede nell’eterno. È per via d’amore che si raggiunge la percezione dell’eterno: Chiarificatrice è la riflessione di Aldo Capitini sulla compresenza tra i morti e i viventi: “La realtà dell’immortalità degli individui non può da me essere affermata che in rapporto al tu, non in rapporto all’io, cioè sorge dal tu, sull’atto di apertura al tu (…). Il capovolgimento è prima l’amore, e quindi la certezza dell’immortalità altrui. Cioè se si deve affermare una immortalità, noi non possiamo affermare che quella altrui. Solo lì, nella direzione del tu, si apre un pertugio. Tra la nessuna immortalità e l’immortalità degli altri, l’amore sceglie: che sia tu immortale” (2).  La linea che congiunge i vivi con i morti, i già risorti con quelli ancora impaniati nei lacci della materia, è la stessa che unisce i versi dei poeti che trapassarono con quelli di coloro che sono: suggestione continua che si elabora, si infittisce, si innerva per sempre nella Tradizione Poetica,  quasi allegoria dell’Eterno. Riprendere modi e simboli biblici o danteschi fino a trasfigurarli allegoricamente è il compito della poesia, tradurre l’intuizione e il sentire in un emblema ne è il senso. La Rosa Mistica, che altri intende esoterica trasmissione della conoscenza, è sinolo di sentimenti, intuizione, comunicazione e ricezione del messaggio nel tempo. A che cosa poteva affidare Dio l’Amore se non alla comunicazione, alla trasmissione, e come dunque poteva renderlo presente, sempre presente, se non attraverso la mediazione dell’io con il tu?  La tradizione (lo stabilirsi della comunicazione) è un affidarsi mistico all’altro, un ritrovarsi nelle sue immagini, nelle sue parole, ciò che conferma il Divino e anche la confidenza dell’altro, l’amare le parole dell’altro che significa amarne le stesse parole, e dunque amarsi, in una consacrazione bina.

Compimento ultimo della Poesia è la santità – sia per coloro che credono nella santificazione della verità personale e di riflesso nella verità universale contenuta nella parola, sia per coloro che intendono la Promessa contenuta nella Resurrezione, di una nuova Creazione nella Dimensione dell’Amore in cui finalmente Creatore e creature si congiungono compiutamente.

A partire dall’episodio evangelico in cui Maria Maddalena versa sul capo e sui piedi del Redentore l’unguento profumato, suscitando lo sdegno dei discepoli a causa dello spreco, Anna Maria Tamburini elabora un’appassionata disamina che viene a determinare una visione sempre più alta e stringente della poesia. Lo sperpero di Maria Maddalena è simile allo sperpero dell’Amore di Dio, dall’uomo avvertito solo quando, nel farsi umile, riesce ad apprezzare quel che lo circonda, l’opera incompleta ma meravigliosa del creato. Il gesto di Maria, spreco d’amore, è interpretabile anche liturgicamente. Per l’autrice soprattutto di questo si tratta: “Liturgia – come poesia – è splendore gratuito”(3) scrive Cristina Campo: “Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come ideale segno la liturgia (…) La liturgia cristiana ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò (…)”(4). La poesia, interrogazione e profetica anticipazione del destino personale, crea una liturgia che si svela religiosamente attraverso il pensiero poetico, si ripete conferma anticipa e adempie il compito dell’esistenza, il mistero della propria incarnazione che va incontro a quella perfetta di Dio in Gesù, realizzazione dell’Uomo Giusto che compie e salva col proprio sacrificio col proprio corpo e redime e compie il Mistero, rende vera la Profezia e il Destino universale della Creazione: Cristo ci dice che la realtà è vera e che il nostro non è un sogno ma l’accadere di un disegno ampio e a noi ignoto che in qualche modo ci coinvolge. La Glorificazione è il passo ultimo, la rivelazione e la promessa della resurrezione Universale. La poesia religiosa ne è altissima testimonianza terrena. In Agostino Venanzio Reali si sprigiona una frequenza tonale amplissima, l’oscillazione amplissima e serena che si registra in chi medita, in colui che nell’interiorità è capace di accogliere più mondo e che fa del proprio essere un grandangolare, una corda che vibra con le vibrazioni universali: un uomo che è vicino alla poesia divina.

L’Autrice chiude il libro con una serie di poesie, l’umiltà dell’interprete lascia ai versi ogni conclusione e il riassunto di tutta l’opera esegetica. Ella ci indica che bisogna soffermarsi sul testo per cantarne la bellezza e lasciarla avvolta d’una sua lieve patina di mistero perché solo dall’altra parte  dell’arazzo qualcuno interpreta e coglie, forse come un nettare, quello spreco d’amore. 

In realtà questi saggi sono un tentativo di leggere le opere mettendo a fuoco i significati che le parole e le immagini rivestono per gli autori, illuminando in tal modo il testo in tutta la sua potenza espressiva e simbolica, perché ne intendono la provenienza, l’orientamento e la destinazione. Forse colmano anche un vuoto della critica trattando di poeti autentici ancora poco valorizzati nel nostro paese. Insieme  alle questioni di ordine filologico e agli aspetti di ricezione dei testi, è fatto spazio all’esperienza viva degli autori secondo il parametro di letteratura come vita, tanto spesso abusato dalla critica, mai nel caso di questi.

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(1)  Anna Maria Tamburini, Per amore e conoscenzaCifre bibliche nella poesia di M. Guidacci, C. Campo, A. V. Reali, sulla scia di Emily Dickinson, Centro Studi Cammarata, Edizioni Lussografica, San Cataldo-Caltanissetta, 2012.

(2)  Aldo Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano, 1966, p. 245.

(3) Cristina Campo, Note sopra la liturgia, in Sotto falso nome, Adelphi, Milano, 1998, p. 133.

(4) Ivi.

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PASTA MADRE DI FRANCA MANCINELLI


Una recensione di Massimo Pamio all’opera poetica “Padta madre” di Franca Mancinelli (Aragno Editore).

Voce tra le più mature della sua generazione, Franca Mancinelli sceglie, per la sua ultima raccolta, un titolo, “Pasta Madre”, che è una potente allegorica interpretazione del fare poetico. Alla ricerca di una dimensione entro cui far lievitare la propria patria linguistica, l’Autrice si affida a un impasto di ricordi e riflessioni che fermenta una casta ricerca del dire, un linguaggio eunuco e senza fronzoli, non offensivo e non pretenzioso, di quell’“essere languente”, di quella nucleare o enucleata creatura che, all’interno di una realtà effettivamente imprendibile nel suo inarrestabile farsi, avverte il disagio dell’appartenere e dell’appartenersi.

È rintracciabile una storia, una sorta di controcanto bertolucciano, l’epopea minima di una vita contadina vissuta “in una stanza con la finestra socchiusa. Dalla finestra entrano le cose del mondo. Dalla stanza escono messaggi e richiami”, come rileva Milo De Angelis, in una saggia, accurata, pregnante analisi critica del testo. La stanza è chiaramente dimensione intima e spirituale dell’interrogazione a cui il soggetto poetico cerca di sottoporre il paesaggio dell’ambiente e della famiglia che lo circondano, laddove il reale è un dovere a cui bisogna ubbidire, continua epifania che una legge ignota regge e rende plausibile, a cui è un dovere credere: “obbedienti/ al dovere che disegna/ nel muro una porta”. Il sistema che osserva questo dovere è il corpo, guscio sottile, un “cucchiaio nel sonno”, così pure l’animo, che forma un cucchiaio con le mani per contenersi il viso. Il tono della scrittura a volte è perentorio, quasi oracolare, a volte “femminile”, perché non ammette né distrazioni né repliche, altre volte è intuitivo, impulsivo, determinato, dalla precisione algebrica, talvolta è descrittivo, nel voler dettare una regola dell’immaginario, finché la poesia lievita e si fa visionario senso della verità (e questa verità coincide con la memoria, anche se la memoria non può che essere zoppa o azzoppata): “molta luce/ entrata a mulinare/ nel petto come/ tra i raggi di una bici”.

Con i versi si può fare di tutto, a volte creare ritmi contrappuntistici: forse la Mancinelli non si è accorta che molte delle sue poesie possono essere fruite leggendo solo i versi dispari oppure, differentemente, leggendo solo i versi pari, tenendo buono per entrambe le letture l’ultimo verso, la clausola. Un esempio: “come la pioggia cadendo comanda/ fino a che si infranga/ sui resti/ dentro gli animali e gli alberi (versi dispari della poesia a p. 30), “batti nel petto/ sul grigio della strada, resti/ di un fuoco che viveva/ dentro gli animali e gli alberi” (versi pari della stessa poesia); “ridono anche senza figli/ frutti agli uccelli, con  gli occhi/ abbiamo già cresciuto molti semi/ le vene illuminate della valle” (versi dispari della poesia a p. 28), “selvatici come alberi che danno/ umidi – buchi nella terra:/ la notte guardando/ le vene illuminate della valle” (versi pari). In ogni singola poesia ci sono scie melodiche e di senso che si contrappongono e si riprendono, si sovrappongono, componendo e addensando il tema. In somma, il senso è nascosto ovunque, dislocato dove meno ce lo aspetteremmo, pronto a dar ragione del linguaggio poetico, nel suo diventare “pasta madre” del mondo.    

D’altronde, la poesia è una continua trapuntatura del verso – il versificare mima l’azione fisica del lettore: il poeta scrive e nello stesso tempo legge. Che cosa legge il poeta – a differenza dello scrittore, che deve soprattutto mirare a tenere alta la coerenza di una specie di piccolo cosmo portatile che egli come Atlante prende sulle proprie spalle – se non il proprio leggere, l proprio andare a capo, il proprio segmentare e segmentarsi, accostandosi al testo che i propri fantasmi riflette in una scena primaria? È nel poeta la distanza tra finzione e vero così impercettibile, che quasi gli sfugge la differenza. Il poeta non crea una narrazione, bensì tende a rivelare una prossimità in cui, tra immagine e parola, si risolve tutta la convessità o la concavità del mondo, nella dimensione dell’io: il poeta legge soprattutto il proprio scandire e scandirsi, il proprio attenersi a un ritmo melodico e musicale; il suo ruolo di aedo si è esaurito, ma resta la memoria di un gesto, di un tenere il ritmo e indicarlo nella pagina-spartito, laddove note silenziose al di sotto dei versi echeggiano. La Mancinelli compone sonorità musicali contrappuntistiche, l’arte della fuga poetica nel luogo della propria origine, del proprio crescere naturale.

Mancinelli

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LA POESIA DI MASSIMILIANO DAMAGGIO a cura di Massimo Pamio


La poesia di Massimiliano Damaggio di Massimo Pamio

Massimiliano Damaggio è uno dei pochi poeti italiani che vale la pena di leggere e su cui soffermarsi, per la cura con cui si dedica all’atto poetico: irripetibile, significativa, umile, dimessa ed estrema, caparbia e travolgente responsabilità implicante il fondamento dell’esserci; atto morale diretto ad esprimere una presa di posizione nei confronti della responsabilità delle parole rispetto al mondo che da esse è interrogato, in virtù della sostanza allegorica e simbolica che creano e rinnovano, di cui il poeta è forse ultimo ma ancor più fedele testimone. Evocare la sostanza del vivente, analizzarne la consistenza per restituircela nella purezza di una riflessione autentica sono i compiti del poeta, abile protagonista di un dramma di cui si fa attore oltre che spettatore nella scena irripetibile del mondo. Così Damaggio commenta una sua poesia:

Il rackjobber, letteralmente “lavoratore dello scaffale”, è una moderna figura commerciale di alcune multinazionali che operano nella g.d.o. (grande distribuzione organizzata). E’ l’involuzione del venditore, o del rappresentante. Il suo scopo è di “presidiare lo spazio espositivo” al fine di ottimizzare la vendita del prodotto. In sostanza, è uno che mette a posto i prodotti sugli scaffali del supermercato e si occupa di fare gli ordini.

Il rackjobber è forse, dell’uomo dei nostri giorni, l’allegoria più pregnante, che racchiude la morale del consumismo oggi impegnata a “presidiare” lo spazio espositivo, al fine di salvaguardare l’aura del proprio contenitore, tramite il rockjobber, figura che assume valore perché rappresenta l’unità di misura del controllo spaziale; se la merce ha il valore dell’occupare spazio, così il rackjobber ha la qualità del consumo spaziale – egli rappresenta il valore simbolico – l’uomo che è ostaggio spaziale della merce. Se è la merce che ha valore, il valore dell’uomo dipende dallo spazio in cui riesce a esporre la merce, a definirne lo spazio protettivo e proiettivo – l’uomo è uno schermo della merce – uno schermo protettivo e prospettico – l’uomo è il contenitore della merce, è il guscio e il profilattico della merce, il corpo della merce-spirito – la società dell’uomo è la società dello spettacolo planetale della Merce e del suo occupare spazio e ideologia come in una guerra, in un conflitto senza spargimento di sangue, in cui l’uomo è materia, oppure è ciò che mette in scena la spiritualità della merce. L’uomo è il corpo del consumo che mette in scena i valori eterni della merce, il rackjobber è il sacerdote che nel Tempio del Mercato custodisce il Tabernacolo.

A presidiare la merce, ovvero il denaro, è il numero cabalistico che viene assegnato all’uomo per passare dal nulla all’essere, dallo zero alla quantità, dall’incommensurabile, dall’invisibile al determinato. I rackjobber, che controllano il segno che contraddistingue la merce, il codice a barre, sono gli ultimi avamposti del capitalismo, attendono al nulla (alla morte della merce e al suo trasferimento, al suo deperimento, alla sua sostituzione) così come i militi nel deserto dei Tartari di Buzzati attendono pazientemente e forse vanamente una guerra, uno scontro, l’arrivo di un nemico che non giungerà mai. La merce segna dunque il luogo di confine tra l’essere e il nulla, è quello stesso spazio sacro che dà sostanza all’uomo come al suo (contro)valore. La merce segna dunque il luogo di confine tra l’essere e il nulla, è quello stesso spazio che dà sostanza all’uomo come al suo (contro)valore. Rivela da una parte la volontà di potenza dell’uomo, dall’altra invece la povertà della sua etica, ristretta a etica mercantile, la quale ha piegato ogni desiderio, ogni sogno dell’umanità, in un appiattimento globale dominato dal mezzo, dal messaggio, dal valore unico del denaro, vero Totem, che ha desacralizzato ogni attività umana.

altri hanno pianificato, altri hanno

messo il punto alla nostra giornata.

Ma all’uomo è concesso uno spazio?

Ma noi possiamo praticare sconti.

E’ rimasta all’uomo una sterile preghiera tra i banconi di vendita (mercanti nel Tempio Universale della Merce):

Stiamo chini sul bancone, sterili

                                    mentre preghiamo,

Damaggio ha lo sguardo distaccato, proteso a cogliere nel profondo il suo tempo, e per far questo ha bisogno di osservare l’uomo con l’ottica dell’animale, dell’estraneo, dell’esule, perciò riesce a cogliere del passante la sua essenza di “animale sull’asfalto diviso in due”. La verità dell’eccesso, della sovrabbondanza, del superfluo e dell’inutilità delle cose soffoca l’uomo, lo riduce a esprimere un sentimento che è quello assoluto del dolore, che solo può sopportare un carico eccessivo: un carico che nientifica l’avventura umana, dispersa e dispersiva per sovrabbondanza, non per difetto:

Il materiale è eccessivo. È eccessiva

la vita. La vita è piena di cose

da fare, altre da acquistare

un articolo, questo conviene

il calcolo del margine: guardi

non vedo margini di manovra.

È eccessivo il materiale, che cammina

che acquista, che figlia, che insiste

nell’avventura umana e dura:

la nessuna avventura.

Il materiale che ci offriamo della vita non è più potabile, è veleno che fertilizza la piantagione dei corpi cooperanti al sistema universale della mercificazione, nella produzione di massa dell’unico sentimento possibile: il dolore.

Risale, il materiale

fino al sorso delle mani:

non potabile. Una mano

incollata contro un corpo

nella piantagione di corpi

assorti nella fatturazione

chiede due ore di permesso

per andare a riprodursi.

 

Non posso tradurre tutto

questo pianto, tutto

in parole, non posso

disegnare il grafico esatto

della produzione di massa del dolore.

La poesia di Damaggio è quella che più di ogni altra coglie il mondo in cui viviamo (mi occorrono solo poche altre voci, quelle di Elio Pecora, o di Mario Lunetta, ad esempio) e la ragione, se ne esiste ancora una, di fare poesia:

è la sintassi per l’esatta

definizione del mondo, il mondo

altrimenti, domani mattina, scompare.

 

POESIE DI MASSIMILIANO DAMAGGIO

 

Maurizio il benzinaio e il Rackjobber

Tutto il giorno ho allineato

i prodotti sullo scaffale

come fossero versi, commerciali.

Ora sto, con l’ordine fra le mani

appoggiato alla pompa di benzina

e controllo la pressione delle gomme

e in questa devastazione, Maurizio, stiamo

appoggiati alla pompa di benzina.

Io ho inseguito i soldi tutto il giorno

e tu, tutto il giorno, li hai aspettati.

Ci riconosciamo in questo incrocio

di corse, e attese, e rincorse.

Prendiamoci insieme un caffè

allora, in questa pausa veloce

che passa ma basta, Maurizio

altri hanno pianificato, altri hanno

messo il punto alla nostra giornata.

Ma noi possiamo praticare sconti.

Stiamo chini sul bancone, sterili

mentre preghiamo, e nel frattempo

le nuvole si arrotolano, si srotolano

depositano la meccanica della vita

sopra il campo defunto. Da cui

spuntano anche gli uomini. Spuntano

dai solchi, questi feti, coltivati.

Sbocciano, e si aprono in corpi

portatori di un dolore ininterrotto.

Perché, Maurizio, solo i morti

hanno visto la fine della guerra.

 

Il rackjobber, letteralmente “lavoratore dello scaffale”, è una moderna figura commerciale di alcune multinazionali che operano nella g.d.o. (grande distribuzione organizzata). E’ l’involuzione del venditore, o del rappresentante. Il suo scopo è di “presidiare lo spazio espositivo” al fine di ottimizzare la vendita del prodotto. In sostanza, è uno che mette a posto i prodotti sugli scaffali del supermercato e si occupa di fare gli ordini.

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La rabbia delle parole: Francesco Granatiero di Massimo Pamio


La rabbia delle parole: Francesco Granatiero di Massimo Pamio

Francesco Granatiero reca con sé la rabbia delle parole che furono seppellite nel tempo e dimenticate insieme con quelli che le proferirono, che furono negate, respinte, ignorate, destinate all’oblio.

Parole di sofferenza, di fatica, di moti rancorosi e nostalgie mai sopite, di crediti mai riscossi, di rivolte soffocate nel sangue, che si riferivano a tragedie avvenute sui posti di lavoro, che denunciavano secolari ingiustizie a cui la gente umile e senza potere andava incontro, condannata a non poter mai alzare il capo.

Quella folla senza volto e senza storia che non pensava (e forse non avrebbe mai dovuto immaginarlo) a un domani diverso, priva di alcuna cognizione del futuro, incatenata a un presente di sopravvivenza, non avrebbe mai neanche potuto ipotizzare che un eventuale riscatto non sarebbe passato attraverso le canoniche pagine degli storiografi, bensì attraverso la poesia o la canzone.

Foggia e il Gargano hanno dato la vita a due personalità che hanno risarcito tanti volti senza nome del loro passato, mi riferisco a Matteo Salvatore, cantautore, e a Francesco Granatiero, poeta dialettale. Matteo Salvatore ingannò perfino Italo Calvino raccontandogli che i testi da lui interpretati erano tratti da canzoni popolari risalenti al Rinascimento. La magia delle parole può dunque dar luogo a fenomeni strabilianti, straordinari: miracolosi.

Francesco Granatiero grazie a parole dialettali ormai neanche più in uso fa ribollire di nuovo il sangue di tante generazioni passate, e di questo è consapevole, tanto che l’io poetico dei suoi testi sogna ogni volta di mescolarsi alla terra, luogo di incontro dei vivi con i morti, delle parole del passato con il cantore del presente.

La valentia al mondo, l’essere “abile” dell’uomo nel mondo è prerogativa del passato: nonostante la scienza, l’uomo d’oggi, monco della manualità, è incapace di essere creatura “terrestre”, essenza di ciò che lo fa uomo:

E ttíene la mastrije

lu stafelére, ndréte

ndréte véje, a llu ngènete

lu munne, a lla mascíje

 

d’u uagnòune ch’aggire

la róte, de le curle

che spacche la paròule

– lu vurle – quanne tire

 

cuddu spéje o cummitte

legnòule trúene tràndele

o cróne lambe e ttrúene

de fúeche  abbúene abbúene

o stracque de stè citte

sfierre a lla tèrre, a u sòule,

pe la jónne cumbitte

de jastèime e ddespiette.

   

FUNAIO. – Ed hai la maestria / del funaio, indietro / indietro vai, al germe / del mondo, alla magia // del ragazzo che gira / la ruota, della trottola / che spacca la parola / – l’urlo – quando tiri // lo spago o torci / tiranti per buoi alberi cavalli / o corona di lampi e tuoni / d’immotivato fuoco // o stanco di silenzio / sferri alla terra, al sole, / con la fionda dei confetti / di bestemmie e dispetti.

Nell’ultima raccolta La chiéve de l’úrtela parola è stata sepolta, interrata per svelare il senso del tempo. L’autore ha stabilito un arnistizio con la storia degli uomini, con la durezza della pietra, con il sudore che orlava la fronte dei contadini pugliesi; non tutto è perduto, il risarcimento, sebbene il passato sia senza prezzo e impagabile, è stato compiuto: simbolicamente. Ora la parola risponde solo di se stessa, libera. C’è da aspettarsi perciò dalle nuove prove di Granatiero una nuova tensione, una nuova dimensione della parola finalmente risorta (o sopravvissuta) a se stessa

.

 

Giargianese” dice Granatiero ” è la lingua della poesia tout court, che è sempre una lingua diversa, spesso iniziatica, non pacificata, a suo modo rivoluzionaria, un dire a volte straniante, che si interroga e che sconvolge ogni convenzione”.

“Francesco non ha bisogno di presentazione” dichiara con aria soddisfatta Celestino Furii, presidente della Pro Loco mattinatese. “Da tempo, con i suoi lavori si è imposto all’attenzione di tutti noi. Egli, insieme a tanti altri studiosi garganici” insiste il presidente “ha contribuito in maniera fondamentale a dare forma e valenza di lingua scritta al ìdialettoî, talchè, emozioni, storie, sentimenti popolari possono tradursi in forma scritta e quindi fruibile. E tanto più questo sforzo è meritevole” gongola Furii “in quanto l’antica oralità, che trasmetteva l’anima popolare, tutto il suo vissuto, tutta la sua cultura, si è dissolta con la fine del mondo contadino. E’ quindi doveroso ringraziare Francesco” conclude “che, nella originale forma poetica, riesce a farci rivivere quelle emozioni”.

FRANCESCO GRANATIERO

POESIE GARGANICHE

Avvertenza

Il dialetto si legge come l’italiano, con alcune eccezioni:

/e,ë/ come nel fr. pauvre (tranne e congz.); /è,ê/ come nell’it. festa; /é/ come in sera; /ò/ come in notte; /ó/ come in sole; /j/ come la i di noia; /í/ e /ú/ chiusi e lunghi; /i,î/ tonico, in parole come matine quasi éi; /u/ in parole come rasule quasi öu; /s-/ e /s/ davanti a vocale, come in sale; /sci/ come nell’it. striscia; /scj/, /sc(î,ê,ë)/ e /(j)sce/ come nel napol. busciardo; /sck/ come sc nel napol. scarpa; /z/ sordo, come in marzo, tranne in nz (it. pranzo); /dz/ zeta sonoro rafforzato, come in azzurro.

Vinghie de stinge e dd’aulive

Ije aspettèive sckitte nu cummanne

e nglòppe u mule me sarrije menéte,

cumbagne a nnu lebbracchie,

pe nnu zumbe. Ma fóre m’allassive

spisse spisse, pli pulce e i mmuparèdde,

ndla irótte a ’nnusuléje

u scjusce de lu uínde ammídza l’ìlece.

Ije nge vulèive crèide ’a prima vòlete,

e appírse secutèive uatte uatte;

ma dòppe che me diste plu suuatte,

ije rumanìïe sule, e ppe nnu picchie

sckattuse, ’a sèire quanne te ne scîste

pla vije de lu muràteche jiréte

lu jemmetòune. Pó’ nghiangìïe cchiù:

plu córe annusulèive

u sckéme de lu sicchie a u freccecòune,

e ’a cruste devendèive unu cambijsce.

Cume putèive, ’a nòtte, pigghié súnne?

Melògne, vulpe e úmene suspètte

m’anghièvene la vadda de sfracchijsce.

Ije me retrèive, iréte u fúche, all’arte,

a nzerté vinghie de stinge e dd’aulive,

ped ammuccéje all’àleve,

pó’, sótte alla lettére, nd’a nnu sfunne,

nu bbèlle panarídde.

Vinchi di lentisco e d’ulivo. Aspettavo solo un tuo comando / e in groppa al mulo mi sarei gettato, / come un leprotto, / con un salto. Ma in campagna mi lasciavi / spesso spesso, con pulci e pappataci, / nella grotta ad ascoltare / il soffio del vento in mezzo agli elci. / Io non volevo crederci la prima volta, / e appresso ti venivo quatto quatto; / ma, dopo che mi désti col sovatto, / rimasi solo, e con un lagno dispettoso, / la sera quando te ne andasti / per la via ombrosa dietro / il ciglio del vallone. Poi non piansi più: / con il cuore ascoltavo / il gemito della secchia al forcone, / e la parete rocciosa [al poco lume] diventava tutta un pascolo [d’ombre]. / Come potevo, la notte, prender sonno? / Tassi, volpi e uomini sospetti / mi riempivano la valle di sfrascari. / Io mi ritiravo, al focolare, all’arte, / ad intrecciare vinchi di lentisco e d’ulivo, / per nascondere all’alba, / poi, sotto la lettiera, nel recesso più profondo, / un bel panierino. (da U iréne | Il grano)

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LA POESIA DI MARY BARBARA TOLUSSO


Per un’introduzione alla poesia di Mary B. Tolusso di Massimo Pamio

La dimensione della poesia moderna è ossessionata dalla ricerca di una identità per l’uomo, che non riesce quasi più a respirare, ad incontrarsi con se stesso, preso dal perenne viaggio che dovrebbe accompagnarlo verso l’obiettivo (quasi sempre di carattere materiale) che si è prefissato di raggiungere, angosciato da una velocità con cui gli eventi accadono trasformando il mondo, sottoponendolo a uno stress emotivo e fisico continuo, che lo rendono incapace di trovare un gruppo, un clan con cui condividere il proprio intimo destino, di formare gruppi a causa della disomogeneità (o superficialità?) spirituale, e proprio per questo inventore di nuove maniere più dirette ed esplicite per fondare comunità, distinguendosi pertanto dal passato, dalla società tradizionale patriarcale, per avviarsi verso la fondazione di gruppi di “intenti”, frastornato dagli oggetti, dalla presenza di cose che nel consumismo occupano uno spazio vasto e onnicomprensivo, relegato a diventare “poeta” tra i “poeti”, ovvero un esule, un emarginato tra gli emarginati, impostore tra gli impostori, traditore e forse coscienza critica di una società sfuggente, indifferente, egoista, cinica, priva non solo di un’etica “letteraria” ma soprattutto di un bisogno di moralità.

La poesia di Mary Barbara Tolusso è fortemente visitata dalla volontà di creare quel discrimine tra bene e male, tra abisso e superficialità che l’attuale società pare non considerare, di trovare un limite tra le concezioni, tra le visioni, tra le costruzioni dell’uomo, perché la forza della modernità risiede nel flusso senza coscienza che tutto attraversa, senza soluzione di continuità, ma dove cercare i lembi di questa idea?

Apolidi senza patria e senza futuro, i poeti (forse gli individui comuni, ormai il poeta del Duemila non si sente più un privilegiato, un cantore del destino: egli stesso è una foglia trasportata dal fiume, e perciò un uomo come gli altri, il poeta della porta accanto) cercano quel limite tra il sonno e la veglia, nell’equivoco, negli animali, nei morti, nella “slogatura dei giorni”, nella descrizione delle cose che girano loro attorno come satelliti

A casa non ci sono

gatti, ribalte, mappamondi, ma vestiti di serie in armadi

di serie (…)

oppure in quella dei gesti comuni (che in questi versi ricorda una poesia di Cattafi):

Da fuori il luccichio

delle calze, la pelle soda, rasata sul gonfiore. Dentro è tutto

un vuoto ben curato. Tengo il sesso per un angolo.

Il poeta si fa orecchio del mondo, oppure spia del condominio, lavoratore che approfitta del proprio osservatorio per sbirciare le reazioni dell’altro, una specie di Simenon minimo, un investigatore di ferite e feritoie che danno su un vano buio dell’appartamento di fronte di cui ormai inconsapevolmente si condividono non solo gli strepiti ma anche il destino. Siamo condomini del mondo, in un mondo che, globalizzato e omologato, rischia di non offrire più avventure alla fantasia letteraria, ma solo spunti ironici di una forse falsa comunanza di odori, sapori, pensieri kitsch:

Nel giardino di fronte,

la famiglia cuore

cerca i pezzi della piscina smontabile

e accende il barbecue per riempire il cielo di maiale arrosto.

Anche loro non trovano qualcosa ma hanno

tutte le mutande al loro posto.

È un quadro orribile

ma è una storia bellissima.

Il problema è che il poeta non ha più terapie o soluzioni per questo mondo forse malato irrimediabilmente, ma qualcosa gli dice che forse il limite è possibile trovarlo, se le ombre ci tirano dalla loro parte:

Ma io dico che da qui, da questo preciso spazio

non ce n’è uno che parli davvero, che queste

cose succedono agli altri, negli intervalli

più soffocati, quasi invisibili, il cuoco,

l’impiegato, il suicida, il povero diavolo

con due figli da crescere. Ce n’è una schiera

tutti i giorni di gente che non sa con chi stare,

da che parte ci tirano le ombre, se bisogna vivere

con i vivi o con i morti.

Poesie di Mary Barbara Tolusso

Apolide

 Poiché ormai è una questione di ore mi dico

dal sonno che noi siamo qui, per molto tempo

e in ogni tipo di moto perpetuo. È meglio credere a ogni equivoco,

agli animali che si accoppiano con grande e incredibile

destrezza, li sento respirare, lievi, sotto il bianco

dei morti. Ma adesso – dicevi –

il fruscio si fa ombra, attendi il numero degli imbrogli,

la divergenza dei margini, la slogatura dei giorni.

Le pareti di viale Monza erano

punte sottili

                       era Sirio al tramonto

                       la poesia una pietra.


A quest’ora, di notte, il buio non ha fretta, resiste

in ogni angolo. È scolpita come l’acqua nella botte

che non ha un posto preciso. A casa non ci sono

gatti, ribalte, mappamondi, ma vestiti di serie in armadi

di serie. Forse scrive un diario puntuale – non baciare – e dietro

al paravento so per certo di una foto dove non trattiene

né il gesto né il respiro. Da fuori il luccichio

delle calze, la pelle soda, rasata sul gonfiore. Dentro è tutto

un vuoto ben curato. Tengo il sesso per un angolo.

(lei parla con la voce mozza e cretina dei corpi destinati al massacro)


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NULLA ANDRA’ PERDUTO – MONS. GIOVANNI D’ERCOLE di Massimo Pamio


Alice, una giovane ragazza, scrive un’e mail a Mons. Giovanni D’Ercole in questi termini: “Mi chiamo Alice e ho diciannove anni. Ti scrivo solo due righe. Sono stanca di vivere e non ho più niente da chiedere a questa vita di merda!”

Mons. D’Ercole sente dal messaggio risuonare le note di un appello corale, un collettivo grido di dolore che si alza nel nostro Paese da più parti, di giovani. Di là, dall’altra parte della casa, vicino a noi qualcuno grida. Vicino a noi, una soglia, un limite cui ci si deve protendere come verso un abisso.

La voce di una giovanissima donna – non è la sola – non può rimanere inascoltata, anche se il mondo è sordo.

In una notte egli risponde. E come può rispondere un uomo di fede? Gesù diceva: “Io sono la verità e la vita”.

La via è quella, la verità. La verità è la vita.

Mons. D’Ercole in una notte decide di intraprendere e di portare a compimento un’opera quantomai impegnativa, straordinaria, una fatica d’Ercole!

Si appresta a raccontare la sua vita. 

Impresa rischiosa, irta di spine. Egli avverte – davanti a quella soglia, di fronte a quell’abisso – di dover mettere in campo tutte le sue forze, tutto se stesso: sceglie allora di porre sul piatto del gioco la propria vita, di rischiare tutto per riuscire a comunicare con Alice.

Pone in gioco se stesso, e tutta la sua verità: salvare una persona significa mettere in pericolo la propria vita per riuscire a trarla fuori dal gorgo del fiume in cui si dibatte.

Nel leggere questo libro, siamo chiamati come testimoni oculari ma anche come giudici, nella vita di Mons. Giovanni.

Siamo coinvolti e assistiamo al suo sacrificio: egli mette a nudo la verità, la sua vita, la sua persona.

Se il libro ci piacerà, significa che ci sarà piaciuta la sua vita, ovvero il senso della sua vita, la via verso la quale si è incamminato e ha proseguito, sempre, nella certezza di aver impegnato un’esistenza affinché nulla si perdesse, di intentato. Protagonista della sua vita, spogliato di tutti i fronzoli, riuscirà con l’essenziale a coinvolgerci?

Se il libro parlerà al nostro cuore, sarà perché la vita di Mons. D’Ercole ci avrà coinvolto e ci avrà, in parte, salvati.

Devo confessare che il libro mi ha affascinato, mi ha trascinato, ha tratto anche me dal gorgo.

Il racconto è semplice, umile, ma appassionato e vibrante. La vita che si snoda e si svela davanti a noi lettori è quella di un uomo teso alla conquista del cuore delle cose, in un susseguirsi di vicende che coinvolgono direttamente il lettore, chiamato a dire la sua. Nelle battaglie che si ingaggiano e si conducono la vittoria si conquista solamente con l’amore, con l’amore di Gesù.

La vita è uno schiudersi di altre vite, è il luogo in cui si scambiano vite, affinché tutti possano essere parti degli altri, sodali dell’avventura terrena.

Come Giovanni, l’apostolo dell’Amore, Mons. D’Ercole ha trovato dentro di sé, nella sua vita, la forza dell’amore per comunicare con il prossimo, ed è riuscito a farlo in un modo che coinvolge, appassiona, commuove: che muove insieme con lui, con il suo sentire, con il suo rispetto creaturale, con il suo amore, con l’amore di Colui che vuole stringere tutti per mano.

Il libro di Mons. D’Ercole risponde al grido di aiuto con “un grido di speranza”, con un presentare la propria vita come una finestra da dove poter osservare quanto sia straordinaria e inimitabile l’esistenza di ciascuno di noi: del più piccolo, del minimo, come del più grande, dell’uomo importante, poi che quel che li assimila e li rende l’uno simile all’altro, l’uno fratello dell’altro, l’uno dipendente dall’altro è la vita, dono gratuito che non possiamo non accogliere e non sostenere se non con la gioia più profonda, con la volontà di esprimere il nostro esserci, con la volontà di nutrire fiducia e rispetto in se stessi e negli altri, nel più alto riconoscimento per chi l’ha elargita beneficamente, avendo capito che il proprio fine è l’amore.

La vita di Mons. Giovanni è un contenitore di vite, di testimonianze: perché la nostra vita è testimonianza, ed è un porto meraviglioso, dove si incontrano viaggiatori provenienti da mondi diversi, dai mondi che ciascuno reca con sé.

Forse oggi la tecnologia sembra incantare, offrire con i propri mezzi tutti gli universi di cui si ha bisogno. Invece, ciascun uomo è portatore (sano) di un patrimonio che bisogna scoprire, che tiene magari ben nascosto, ma è molto più ricco di verità e di conoscenze di ogni enciclopedia virtuale o cartacea.

Ogni uomo è un’isola, e basta raggiungerla, con mezzi forse molto più difficili di quelli di una semplice pressione esercitata da un dito su di un tasto mediante cui è possibile accedere a film o libri o videogiochi. Bisogna riuscire a raggiungere quell’isola: quale sorpresa quanti misteri e quante esperienze derivano dal dialogo con un’altra persona, quanti insegnamenti molto più coinvolgenti di quel che ci può offrire la moderna tecnologia!

Oggi la comunicazione passa attraverso i computer, afferma Mons. Giovanni. Se non si comprendono le possibilità offerte dalla comunicazione, si resta isolati.

Eppure, la comunicazione è un mezzo, e non un fine: il fine è sempre raggiungere l’altro uomo, il fine è sempre scoprire tramite l’amore la verità dell’altro.

Questo libro di Mons. D’Ercole ci invita a conoscere con impegno rinnovato il desiderio di conoscere, di comprendere, di amare.

Di aver speranza in noi stessi, prima che in quello di cui il mondo ci circonda, forse insufficiente per la nostra umanità, per la crescita dell’individuo e della sua personalità.

Il mio incontro con il libro è stato preparato da un incontro ben più importante, l’incontro che posso definire della mia vita. Ho conosciuto Mons. Giovanni D’Ercole, proprio nel corso del giorno della presentazione di “Nulla andrà perduto” presso il Museo della “Lettera d’Amore” a Torrevecchia Teatina. Una persona pacata, serena, che ascolta l’altro. Che vuole sentire l’altro, che desidera che l’altro si apra, e sia capace di dire la propria verità.

Mons. Giovanni accoglie l’altro. Già dal suo sguardo profondo e sereno, egli ti invita a parlare, ad aprirti. Ad avere il coraggio di non celarti dietro le maschere che la società e l’esperienza ti hanno imposto.

Una persona che è testimone, il Testimone dell’Amore di Gesù.

Che cosa succede ad Alice, si chiedono tutti.

Alice apprezza il libro, forse con altri ragazzi scriveranno tutti insieme un libro, con Mons. Giovanni. Alice torna a sperare, in questo paese delle meraviglie che è la vita.

E’ inutile dire che consiglio la lettura di questo libro a tutti, il mio augurio è che sia diffuso nelle scuole come negli ambienti di lavoro, per ridare non solo una speranza ma un senso alla nostra quotidianità, che costituisca un impegno radicale, non una sequenza da riempire sempre più spesso da schermate multicolori per sfuggire alla noia. Chi ama il prossimo non si annoia mai, non si ferma mai, sorretto dalla serenità, dalla gioia.

Perché nulla andrà perduto.

Perché nessun evento negativo deve farci rassegnare o disperare.

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E’ UN PAESE PER VECCHI (DI LUCIANO TROISIO)


L’Hemingway italiano è lui, Luciano Troisio.

E queste pagine a mio avviso sono più di un lucido e spietato diario di viaggio.

Sono un messaggio in bottiglia, bottiglia sulla cui etichetta si può leggere il nome della marca: “Proust” (che marca! champagne francese), sono pagine letterariamente ineccepibili, soverchiate da una dose  preponderante di cinismo, di amarezza, di sarcasmo che avvicinano l’autore a un Balzac moderno preso dall’ultima avventura della commedia umana, ormai ridotta a vacanza turistica, mondo in scadenza ed omologato che assiste alla sua fine con la pura maschia indifferenza del passeggiatore che attraversa luoghi in cui si svela il suo esilio assoluto. L’uomo in esilio continuo, nel paradiso consumista, si spinge alla ricerca di altri paradisi paralleli, mentre si arrabatta ciondolante e stancamente ad andare avanti. Sono queste di Troisio le pagine più lucide tramite le quali giungere a comprendere il difficile caso dell’uomo contemporaneo.

Troisio come il penultimo Busi. Non a caso ritengo Busi uno dei più grandi “scrittori” italiani, che rifiuta la narrazione. D’altronde oggi è tutto narrazione, dunque la letteratura è costretta a far altro, per sopravvivere. Tempi duri per la letteratura.

Buona lettura.

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È UN PAESE PER VECCHI

Sakal di Sihanoukville (Cambogia occidentale) è un alberghetto modesto, pulito e amichevole, quasi sempre full, con annesso ristorante e abbeveratoio. Ho mandato un’e-mail a E. che era già lì; mi ha prenotato l’unica stanza libera. Grande, non luminosa, abbastanza silenziosa. Si vede il canale Rai. Le canne del cesso si sono rotte due volte, la prima volta nel cuor della notte, allagando tutto. Sulle prime credevo che fosse il solito scroscio tropicale. Quando mi sono reso conto che l’acqua sarebbe presto esondata dal bagno, ho messo le valige sul letto, sono uscito scalzo in bermuda, e sono corso al bar. C’erano i soliti bevitori insonni. Ho avvertito il vigilante della sicurezza, che non ha capito nulla. Allora mi sono rivolto al gestore che ha mandato un famiglio. È scattata subito la protezione civile. Alle 5.30 era tutto risolto e asciugato. Il Sakal può fornire anche aria condizionata, ma non acqua calda (come del resto tutte le guesthouses della zona nord, detta Victory hill). Si trova alla fine della piuttosto ripida discesa che, dalla sterrata strada dei ristoranti e bar con fanciulle -ce la mette tutta e però non riesce ancora ad essere malfamata- mena alla spiaggia omonima, dove troneggia un capannone-hangar faraonico, che protegge un grande aereo Iliùscin (immagino che l’avranno portato con una nave russa). Fuori è scritto aeroport. In realtà si tratta di un bar gestito da russi, e il logo della Aeroflot è stato non eliminato, ma ampiamente modificato nella grafica della falce e martello: quasi mutato in faccina (l’equivoco comincia da qui). Ci sono molti russi. Come sappiamo la Russia comprende una infinita parte asiatica, ha lunghissime coste siberiane a nord del pianeta, le peggiori, le più glaciali, sfortunate e disertate del mondo. Naturale quindi che abbia sempre teso verso sud, premendo su Afganistan e Iran, a uno sbocco verso i caldi oceani (senza mai ottenerlo). Navigando da Vladivostok, costeggiando i mediterranei nipponici prima di sbattere contro la penisola di Malacca, è normale giungere a risalire il golfo del Siam. Probabilmente sono stati anche favoriti dai vecchi legami di collaborazione con i regimi (fino a poco tempo fa, o tuttora) di tipo comunista.E infatti qui i neoricchi ora democratici hanno già comperato terreni e immobili nei dintorni, gestiscono alberghi e ristoranti. Uno si chiama Snake House, ha molte teche di serpenti e una sera, non potendo scegliere altro tavolo, abbiamo mangiato a fianco della piscina con aitante coccodrillo legato a una catena che a un certo punto, mentre gioivo dell’ottimo sashimi fuori budget, mi ha costretto a darmela a gambe, essendo improvvisamente rumorosamente uscito dall’acqua e venuto ad adagiarsi a un metro dalla mia sedia tra le risate dei clienti. (Poi mi sono fotografato con lui sullo sfondo, e la targa “pericolo coccodrilli, non nuotare”). Ci sono anche molti cartelli solo in cirillico. Incredibilmente hanno ottenuto dalle autorità cambogiane il permesso di costruire un sacrilego ponte da stretto di Messina (tuttora incompiuto. Speriamo che gliel’abbiano bloccato, ma ormai…) verso un’isoletta di loro proprietà dove c’è un albergo che si mormora costi 3.000 dollari a notte. Si vedono in giro alcune eleganti tardone russe biondo platino assai sussiegose, sugli antanove, ancor appetibili dai gerontofili, con resti di una bellezza passata ma non trascorsa, e con cattivante sicumera da padrone del vapore; forse ex-granduchesse del soviet. (In spiaggia mi accade talvolta, ma raramente, di essere distratto da giovani callipige dai lunghi capelli biondissimi vaporosi ventosi botticelliani. Non sono australiane né tedesche, ma russe. D’altronde a loro sono ormai abituato anche in patria: accanto alle mature stoppose slave sformate slavate volgari, ci sono belle vellutate ragazze moldave ukraine antipatiche, che parlano uno scadente italiano senza articoli, e quindi senza preposizioni articolate; le clandestine che preferisco, anche come badanti, nonostante la loro tendenza a evirare).La zona della spiaggia Victory, la nostra (ma io ci vado raramente: preferisco scrivere in camera), è semideserta, ha vari ristorantini tutti contigui con sdraio sulla spiaggia smangiata e, più indietro, tavolini coperti da un vasto padiglione, con poltrone e divani in rattan, corredati di comodissimi e signorili cuscinoni. È frequentata soprattutto da pensionati, da vecchie desolanti bianche in audaci bikini. Anche da qualche tribù di cinesi brambilla in vacanza, impegnati a sfoggiare la loro idiota ricchezza. Si portano tutto da casa, anche il fornello di terra refrattaria, i tremendi panini al vapore; dal ristorante comprano le bibite per le bambine e le birre; le matrone fanno boccuccia e trattano i camerieri come subumani. Parlano come rane a voce altissima una lingua-dialetto che non è il mandarino. Mentre mangiano a un metro da noi si fanno lavare i piedi, ecc. C’è anche uno scrittore francese rosso di capelli, sui 70 ben portati. Ha preso (purtroppo) in simpatia E. e viene a chiacchierare spesso con lui, che parla un disinvolto francese maccheronico. Forse lo scrittore intende poi descriverci come macchiette italiane e si documenta. Ha abbandonato Parigi e ora, in attesa del successo mai giunto, si è ritirato nella Camargue. Scrive a penna su un quaderno, spesso lo lascia aperto e va a bagnarsi. C’è un’altra disgrazia: si tratta di due rimpresciuttite francesi in bikini, che con astuta manovra avvolgente sono riuscite in un paio di giorni ad avvicinarsi per gradi e tavolini, al loro connazionale, che ora risulta assediato e deve sopportare la mitraglia Blekedeker delle due pinzochere urlanti per ore, senza soluzione di continuità. Tanto che a volte se ne va. Il termine al primo posto nel loro lessico di frequenza è enfants. Passano belle adolescenti aborigene con panieri di frutta sulla testa, passano mendicanti con bastoni, passano venditori di occhiali, bambini delle lattine vuote. Noi attendiamo la signora dei calamaretti. Ce li cuoce al momento: 5 un dollaro. Prem significa 5. E’ l’unica parola khmer che ho imparato, ma so che grazie è quasi identico al thai Kapkumàkh. Un’altra donna passa con le canocchie cotte, di un bel colore aragosta invitante: 5 costano due dollari. Ambedue le signore ci fanno una delicata salsina al limone.E. ci beve sopra alcune birre. Poi si stende sul divano e dorme russando fortissimo, tanto che, se qualche tavolino è libero, mi allontano. Sta benissimo, sembra felice, un vero dandy malgré lui, che si configura come il mio opposto simmetrico. Mi indispettisce la sua tranquillità, invidio il suo apparire appagato. Saranno le birre? Se ne va in giro da solo per sei mesi l’anno, non è mai stanco, è comunicativo, paciocca, sorridente. C’è anche qualcuna (prezzolata) che lo punta.  Il ristorantino ha una conduzione familiare. La padrona è una sveglia, ancora giovane e snella; la figlia adolescente è molto carina, ma capisce pochino. Avrà preso dal papà. Forse pensa ad altro. Meglio sposarla al più presto e liberarsene, per il bene dell’azienda.      Le donne sembrano avere una preponderante parte attiva in tutta la Cambogia. Si danno da fare in spiaggia, dirigono, corrono in moto di qua di là, i mercati sono al 95% femminili, gestiscono alberghi e ristoranti. Parecchi uomini si vedono spesso in amache, stravaccati e riflessivo-contemplativi. Il popolo cambogiano ha in genere la fama di pigro. Ha esaurito le grandi energie durante l’impero Khmer.Il Sakal è vicinissimo al mare, e al punto dove da un molo partono piratesche barche per turisti. È un posto full di bianchi. Pochi giovani. Moltissimi anziani in prevalenza anglofoni, ma anche tedeschi. [A Bratislava le studentesse mestamente chiamavano la loro città: il Capolinea. C’è un nesso:] il Sakal potrebbe essere per molti il Terminal, o come si dice a Venezia: Fondamenta degli Incurabili. Più affettuosamente: il Reparto Lungodegenti. Alcuni sono qui da anni. Ormai con la loro pensioncina si sono sistemati. Il bar coi trespoli è aperto no stop anche tutta la notte, ci sono parecchi restless nottambuli, si beve a tutte le ore; in prevalenza birra locale alla spina di marca Angkor, non eccezionale, ma anche superalcolici di bassa qualità, mediocri imitazioni delle solite grandi marche, anche italiane (Martini, Campari, Cinzano, Liquore Galliano).Sihanoukville è l’unico vero porto della Cambogia: tutto è sempre passato di qua, traffici, armi, merci, auto proibite con guida a destra importate di contrabbando dalla Tailandia; l’alcol non costa nulla: al tavolo una birra mezzo dollaro, un superalcolico un dollaro. Per i bevitori è un economico paradiso. Molti sono alticci già alle nove di mattina, ma è raro vedere veri ubriachi. E comunque si rifugerebbero a dormire nelle loro camere. E. ci torna da anni; beve una decina di birre al giorno, oltre a tre quattro rum (più quelli che si scola dalle private bottiglie nel segreto della sua cameretta). Non posso affermare di averlo mai visto ubriaco e nemmeno brillo. Sessantanne che ricorda perfettamente cosa si può combinare con una ragazza, lucido e abbronzatissimo, massiccio brevilineo muscoloso, con rosee guance alla culo di bimbo senza una ruga, si limita spesso a staccare qualche bestemmia come rancorosa chiosa al mondo boja: ha studiato dai preti quindi è diventato comunista. Ha una lunga esperienza di gestore Arci sezione braciole, e ha pure diretto una fonderia. Si trova talmente bene che è al Sakal da due mesi, servito e riverito come uno dei migliori e più giovani clienti; sa rendersi simpatico. Ha problemi di visto (ma abbiamo incontrato due pensionati triestini che ci hanno assicurato che si può ottenere quello da business che vale sei mesi). Ora va a Kuala Lumpur, poi in Tailandia e quindi torna in marzo ancora qui. I voli costano pochissimo. In questo modo evita l’inverno padano, i suoi acciacchi. Essendo pensionato se ne sta a lungo in giro al caldo, vede Continua a leggere

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MARSULLO COME E MEGLIO DI GRILLO – IN CAMPO COME NELLA VITA (DI MASSIMO PAMIO)


In “Atletico Minaccia Football Club” Marco Marsullo si avvicina al mondo del calcio per estrarne l’ultima scintilla di epicità, che egli riesce a individuare e a restituirci laddove, nell’ambiente provinciale di un campionato di categoria, alle peripezie tragicomiche di una squadra di dilettanti affida il compito d’un riscatto simbolico, collettivo, e ad allenatore direttore sportivo titolari e riserve concede di disputare il torneo più esaltante della vita, che se non li risarcirà dalle sconfitte del quotidiano, li proietterà per una stagione in una dimensione eroico-leggendaria. Il libro, non immune dal realismo epico-magico di Arpino e di Bontempelli, per intensità poetica ci ricorda il folgorante esordio di Marco Lodoli (“I fannulloni”) e le pagine di Osvaldo Soriano, recupera al calcio un’aura di vicinanza alla gente comune, ridona a uno sport tanto amato quanto deprecabilmente rovinato da interessi economici, una semplicità e una sincerità inimmaginabili, dopo i tanti scandali – dal doping alle partite truccate all’immagine di calciatori e allenatori diventati inavvicinabili potenti esponenti dello star-system, distanti dalle povere comparse che ogni domenica continuano ad affollare gli stadi e a pagare un tributo eccessivo a uno sport che ha abbandonato le prerogative del gioco agonistico per trasformarsi in uno spettacolo.

In questo senso, Marsullo restituisce interesse per il calcio, così come è accaduto per la politica prima con Renzi e poi con Beppe Grillo i quali hanno risvegliato la speranza che negli anni stava scemando negli italiani. Credere in un sogno significa perfino migliorare eticamente:

-Ma te lo ricordi Sogliola chi era? Andava a caricare mignotte sulla Domitiana! E adesso, lo vedi? Tirato a lucido, cattivo, ha segnato settecentomila gol! E sai perché?- -Perché gli pago il parrucchiere della moglie?- – Porca puttana, Lucio! No! Perché ha un sogno. Perché ha un fottutissimo sogno. Sogliola è un bambino di un metro e novanta che vuole fare gol più degli altri attaccanti. E con lui, tutti gli altri. Sono bambini, sono felici. Ma non li vedi in allenamento? Sudano, corrono, scherzano. Hanno trovato la gioia-.

Ridare forza ai nostri sogni significa tornare alla speranza, alla gioia. E gli italiani grazie a Grillo e alle sue promesse, che poco ci importa se le manterrà, sono tornati a nutrire una speranza, sono tornati a credere in una politica migliore, più onesta, più pulita, più vicina alla gente, anche fisicamente. Il calcio e la politica si sono allontanati dalla gente. Marsullo e Grillo ci danno una speranza. Ci hanno fatto tornare la passione per il calcio e per la politica.

Ma Marsullo va addirittura oltre Grillo. La letteratura quando è grande supera perfino la politica. Marco Marsullo ci indica che al di là del calcio c’è qualcosa di altro:

-Il calcio può arrivare fino a un certo punto. Dopo ti accorgi che non si può vivere di solo pallone. Che divertimento c’è in una cosa che diventa l’unico appiglio della tua esistenza? Come farebbe a differenziarsi dal resto delle cose, se il resto delle cose cessasse d’esistere? Nella fattispecie, che mondo sarebbe senza il calcio? Ma che mondo sarebbe un mondo di solo calcio?-

Il giovane scrittore fa subire al suo protagonista una evoluzione psicologica, grazie al sostegno morale della giovanissima figlia, l’angelo del romanzo (in precedenza il protagonista, l’allenatore Vanni Cascione, aveva affermato: -Una cosa sola dura per sempre. Il calcio-).

Bisogna credere nella propria passione fino in fondo, se si vuole primeggiare e raggiungere il sogno della propria vita. Ma non dobbiamo dimenticare che il vero eroe è quello che non dimentica mai la propria condizione umana e solidale per il quale anche il proprio successo personale è nulla, rispetto alla vita e al prossimo. La vera battaglia è dunque quella che si combatte ogni giorno in favore della vita e dell’amore. E il calcio è solo una metafora -anche se splendida. della vita, come diceva il grande Nereo Rocco, il paròn: -In campo, come nella vita-.

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ANCORA UNA SOLITUDINE (di UMBERTO CERIO)


 Un breve poemetto di uno dei più grandi poeti cantori del mito nell’età moderna: Umberto Cerio.

ANCORA UNA SOLITUDINE

  Inseguo voli di aironi e d’aquile,

cieli di nebulose,

riviere di chimere adolescenti

e fragile mi scopro

(oh quanto arrischiato  volo di Elle!)

nei tempi di clessidra fredda,

nei lenti e grevi giri della luna.

L’anima discende  nell’ombra,

si fa carne ferita,  e presenza

di dolore per il sangue del mondo,

e amara solitudine vive

sospesa sui vuoti dell’abisso,

senza ritorni, senza umanità,

-memoria atroce di altra amara luce-

e respira l’angoscia

-furiosa tempesta di altre memorie-.

Non l’abbandono di una vita

sentire nella caduta del sogno,

nei cicli impercettibili degli astri:

solo chiarissimo blu senza cielo

(nel suo profondo segreto mi perdo!)

-solitudine dell’essere-

-cuneo che si intrude nell’anima

ed è feroce innesto a spacco-

-crudele percezione

di me acre e sgomento

alla ricerca di un altrove ignoto-.

E quando nel buio scavo del cuore

talvolta anche i baci hanno il sapore

di solitaria parola di addio

sacra si fa l’ora per il respiro

della terra violata.

E’ qui che inizia il vortice del sangue:

dove l’uomo si spegne

e spegne costellazioni di vita.

E l’altro più non c’è oltre i confini

della vita né della morte.

Perché il nostro giorno sia più lungo

aspetto l’ansia di altro volo. Ancora.

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Umberto Cerio è nato a Larino, dove vive ed opera. Ha compiuto gli studi medi al Liceo classico di Larino. Laureato in Filosofia, ha insegnato Materie letterarie e Latino nei Licei. La sua apertura ai problemi contemporanei ed il suo impegno nel sociale, iniziata nei primi anni dell’adolescenza, ancora vivi, segnano tuttora le sue opere. Scrittore di formazione classico-umanistica, si distingue per la limpidezza espressiva del suo stile e per il vigore dei contenuti poetici. Spesso usa il mito con cui cerca di cogliere l’universalità dell’uomo nello svolgersi della storia. Di lui Raffaele Di Virgilio ha scritto: “ Leopardianamente, e in misura maggiore che in Leopardi, la materia poetica in Cerio è fatta di miti, da intendere (al pari degli Idilli) come situazioni, affezioni, avventure storiche del suo animo”.

E Massimo Pamio, nelle sue note a Dialogoi, lo definisce “ avvertito cantore della crisi e del dramma della civiltà occidentale”.

Così, Neuro Bonifazi nell’introduzione a “ Solitudini”: “Sembra proprio che UmbertoCerio sia ritornato alle radici stesse della solitudine dell’uomo, e abbia tentato seriamente, con la forza incalzante e fascinosa della sua poesia, e sull’eco dotta delle sue letture degli antichi greci, da Sofocle ad  Euripide, di far rivivere non solo i grandi miti dell’antichità come il luogo perduto dall’uomo, ma abbia così tanto amato quelle ritrovate “dolci solitudini antiche”e quegli eroi e quei poeti orfici, da riuscire a sentirli, le une e gli altri, dentro la sua fantasia e nel suo animo come presenti, come portati dall’onda del mare meridionale.”

E Nazario Pardini, in occasione del XXXI premio nazionale Il Portone ha scritto – per la giuria – riguardo a Solitudini …. “ con grande maestria di simbiotica fusione tra versificazione e contenuti, costruisce dei veri poemetti che spaziano dall’umano al mitologico, facendo di quest’ultimo una vera attualizzazione di supporto esistenziale ….Proprio in Itaca si attua la magica esplosione della parola fattasi poesia”.

Ha pubblicato nove libri di poesia: Metamorfosi (1971), Arcipelago (2002), Dialogoi (2004),

Oltre il mare (2005), Il gabbiano bianco (2006), Il mio exodus (2006), Solitudini (2009), Diario del prima (2011), il poemetto Terra (2007). Ha curato l’edizione scolastica di Epistolario collettivo di Gian Luigi Piccioli (2003). Ha in preparazione Il poeta non muore e La luce. Ha al suo attivo numerosi e importanti premi e vari riconoscimenti in concorsi nazionali ed internazionali. È presente in parecchie antologie letterarie, in saggi critici , in Storia della Letteratura italiana,  Milano, Miano (2009), in Letteratura italiana contemporanea, Arezzo, Helicon (2011), in Poeti italiani scelti di livello europeo , Milano, Miano (2012).

 

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