Archivi tag: Narrativa

LEOPARDI E MANZONI: IL DEGRADO DELL’ITALIA E DELLA SUA LETTERATURA (di CLAUDIO COMANDINI)


Per gentile concessione dell’Autore, http://www.claudiocomandini.net/

url

Il vero e il bello. La sociologia della letteratura e dell’arte: Schücking, Hauser. La modernità letteraria e la discussione sul classicismo. Muratori: la critica agli stereotipi mitologici. De Staël: l’utilità delle traduzioni. Di Breme: la poesia del soggetto conoscente. Leopardi: ruolo degli antichi e funzione dell’ingegno. Meccanicismo, sensismo, illuminismo. Lukács: formazione del classicismo e borghesia in ascesa. Schiller: la poesia ingenua e sentimentale. La rubricazione delle cose d’Italia: costumi, lingua, letteratura. Le “Operette morali” e le nuove favole antiche. Autofagocitazione comunicativa e consistenza del sapere. Manzoni: una letteratura d’idee. Illuminismo, cattolicesimo, romanticismo. Contro il paganesimo culturale e l’idolatria stilistica. Storia critica della letteratura italiana. Gramsci: l’Italia quale provincia culturale francese. Il marxismo e le lotte di classe in Francia. Gli scrittori ed il formarsi della modernità. La costituzione del romanzo storico. Stesura e pubblicazione de “I Promessi Sposi”. Attualità del degrado, inattualità della scrittura.

 

 

 

1. I classici e dopo

 

Riguardo alle faccende letterarie, Alessandro Manzoni aveva riconosciuto che l’onestà intellettuale poteva portare a “trovarsi fra la necessità o di negare la verità conosciuta, o di acquistarsi un titolo brutto e odioso” (Fermo e Lucia, 1823); Giacomo Leopardi, invece, interrogandosi sulla fama, riteneva che “far giudizio dei libri” non si addice alla maggior parte del “volgo dei letterati” e degli studiosi che vivono nelle moderne città, che perlopiù reputano studi e scrittura “come sollazzi, e riposo degli altri sollazzi” (Il Parini ovvero della gloria, 1824, suOperette morali, 1827). Gli argomenti alludono al rapporto tra verità e finzione, mettono in dubbio se una letteratura sia reputata bella perché bella davvero, e permettono di considerare un’opera in relazione ad un contesto sociale regolato da principi e convenienze.

 

Piaccia o meno, la “bellezza” non può essere considerata un valore assoluto. Certamente, la Bellezza è stata anche modalità privilegiata di conoscenza del vero: come idea platonica indica l’unificazione del molteplice, nel romanticismo esprime una diversità irriducibile. La bellezza è stata anche di più, ed ha ecceduto ogni contenimento, per poi ritrarsi lontana da sé. A fianco di concezioni estetiche e filosofiche formatesi e diffusesi in specifici momenti e contesti, esistono ragioni precise per cui nell’ambito letterario si configura e si relaziona quanto è poi concepito come bello e vero. Ed al riguardo, a detta del sociologo della letteratura Schücking, un cambiamento di gusto letterario non avviene tanto in virtù di uno Spirito del mondo, quanto per forze causali organizzate commercialmente e gestite da gruppi d’interesse. Questi gruppi hanno a lungo agito in virtù di legami sociali e vincoli culturali che oggi hanno perduto la loro rilevanza a favore di interessi commerciali in senso stretto. Tuttavia, anche al tempo del classicismo e del romanticismo, e di quanto ne segna i confini, esistevano gruppi di interesse che esprimevano il travaglio di un’epoca messa di fronte alle sue trasformazioni, e letterati ed uomini di cultura trovavano nell’opporsi di “compostezza” e “passione”  forme capace di esprimere diversi modelli di società in conflitto.

 

La letteratura si compie anche di pratiche, convenzioni ed istituti, non solo nel rivolgersi a dei fruitori, ma anche in riferimento alla stessa scrittura. Ne esiste un “commercio” in quanto sussiste lo scambio di un bene, definito dalla nozione di “letterario” e dagli attributi “bello” e “vero”, che variano insieme alla definizione di un qual certo degrado a cui si oppongono. La modernità giunge a formularsi parallelamente all’elaborazione di stili e forme artistiche in conflitto e successione, descritte da Hauser ponendo in relazione reciproca le sfere del sapere e dell’esperienza. Nel mondo trasformato dal capitale, che ha sostituito le ciminiere alle colonne celebrando l’efficacia delle prime nella solennità delle seconde, cambiano funzioni e rapporti, coinvolgendo base materiale, organizzazione sociale e discorso culturale. La crescente divisione del lavoro permette il costituirsi tanto della possibilità di un lavoro letterario, quanto delle condizioni formali e sociali del suo riconoscimento.

 

Nella modernità, la narrativa diventa storia inesorabile di vicende umane; la poesia conquista nel suo ritmo interno l’esperienza transitoria. Lo scrittore si emancipa dal dovere di propaganda verso i potenti ed inizia a considerare il campo delle sue pratiche come dotato di autonomia ed effettualità. Tuttavia, mantiene un rapporto ambiguo con il ceto borghese, dal quale perlopiù proviene ed ha i suoi referenti, anche laddove il disprezzo è reciproco. Questo modo di tenere le distanze, può riguardare pure letteratura, lingua e caratteri nazionali: tanto più se gli scrittori non sono borghesi, ma degli aristocratici che in modi diversi dispongono di rendite e tempo, come anche con Leopardi e Manzoni accade in Italia, dove la borghesia rimane troppo attaccata alla cassa per poter davvero fare cultura. Ad ogni modo, nei molti inizi della sua modernizzazione, perennemente incompiuta, gli scrittori di lingua italiana si trovano diverse volte in condizione di pensare i compiti della scrittura, distinguendone figure ed impieghi. Queste riflessioni hanno molti motivi per essere ancora prese in considerazione.

 

Un accenno allo stretto concubinaggio fra letteratura e “falsità” inizia ad essere affrontato nel trattato Della perfetta poesia (1706) di Ludovico Antonio Muratori: l’autore contesta risolutamente l’imitazione dei classici e la ripetizione di temi e stilemi convenzionali, di formule letterarie sterotipate e figure mitologiche tradizionali, in quanto escludono “novità” e “maraviglia”. La posizione tuttavia risente di un moralismo letterario piuttosto conciliante. Infatti, se nella storia il grande erudito inaugura definitivamente la ricerca documentaria, mettendo in discussione pregiudizi e visioni di comodo, nella teoria letteraria rimane legato al gusto seicentesco del “diletto”, poco più che ammiccante al “reale” ed al “vero”. Indica una direzione da seguire, ma non esce dal monopolio di quella letteratura d’intrattenimento che ancora oggi in Italia esercita una pesante ipoteca.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Pubblicato BANDO PREMIO DE LOLLIS 2012


L’Associaz. Culturale Abruzziamoci e le Edizioni Noubs
indicono la  DECIMA EDIZIONE del      
PREMIO INTERNAZIONALE CESARE DE LOLLIS
per ricordare l’insigne scrittore, critico, storico colombiano, filologo, dialettologo nato a Casalincontrada il 13 settembre 1863.

REGOLAMENTO

Sezione A- Narrativa edita in volume
A questa sezione verranno invitati a concorrere testi segnalati da ciascun membro della giuria, dalle Università, da Scuole, Fondazioni, Istituti, Associazioni culturali. Editori o Autori o gli stessi Enti dovranno inviare, entro e non oltre il 30 settembre 2012, sei (6) copie di un libro di narrativa (romanzo) all’indirizzo: Premio De Lollis c/o Associazione Abruzziamoci, Via Ovidio 25, 66100 Chieti. Su una  delle copie andranno indicate le generalità complete dello Scrittore (cognome, nome, indirizzo, numero telefonico, e-mail).

Sezione B– Saggistica
A questa sezione invitati a concorrere testi segnalati dalla giuria, dalle Università, da Fondazioni, Isttituti, Associazioni culturali. Editori o Autori o gli stessi Enti dovranno inviare, entro e non oltre il 30 settembre 2012, sei (6) copie di un libro di saggistica (avente come oggetto argomenti di letteratura o filologia, di filosofia, storia, sociologia, antropologia, psicologia, archeologia, scienze umanistiche in genere, ecc.) all’indirizzo riportato alla sezione B. Su una copia vanno indicate le generalità complete del Saggista (cognome, nome, indirizzo, numero telefonico, e-mail).

La cerimonia di premiazione si terrà a Casalincontrada in data da stabilire. I premi assegnati saranno: 1000 euro al vincitore di ciascuna sezione e altri premi speciali designati dalla giuria, presieduta da Vito Moretti (docente Università D’Annunzio) e composta da Massimo Pamio (scrittore e saggista) e Daniele Cavicchia (scrittore e saggista). Possono partecipare alle sezioni cittadini residenti in Italia o all’estero con opere in lingua italiana. Il giudizio espresso per ciascuna sezione dalla giuria è insindacabile. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio, pena la decadenza dallo stesso, che sarà assegnato al concorrente classificatosi al posto di graduatoria successivo; essi saranno avvisati tempestivamente. E’ tutelata la riservatezza dei dati personali. I materiali e i libri non verranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme riportate in questo bando. L’inosservanza delle norme stesse prevede l’automatica esclusione dalla partecipazione al Premio. Per ulteriori informazioni si prega di chiamare lo 0871-348890 oppure di inviare una e-mail: noubs@noubs.it.

VINCITORI 1ª EDIZIONE: Sez. A: Benito Sablone, Sez. B: Barbara Alberti (Gelosa di Majakovskij, Marsilio), Sez. C: Sergio Zavoli (Il dolore inutile, Garzanti). VINCITORI 2ª EDIZIONE: Sez. A: Cesare Ruffato, Sez. B: Melania Mazzucco (Vita, Rizzoli), Sez. C: Francesco Erbani (L’Italia maltrattata, Laterza). VINCITORI 3ª EDIZIONE: Mariangela Bedini e Anna Ventura (poesia), Sez. B: Elisabetta Rasy (La scienza degli addii, Rizzoli), Sez. C: Slavoj Zizek (Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi). VINCITORI 4ª EDIZIONE: Marc Augé (Premio Internazionale per Perché viviamo?, Meltemi), Sez. A: Maria Luisa Spaziani (La luna è già alta, Mondadori), Sez. B: Adriana Faranda (Il volo della farfalla, Rizzoli), Sez. C: Umberto Galimberti (La casa di psiche, Feltrinelli); Premi speciali: Giovanni Di Iacovo (Sushi Bar Sarajevo, Palomar, Opera prima narrativa).  VINCITORI 5ª EDIZIONE: Sez. A: Silvio Ramat (Tutte le poesie, Interlinea), Sez. B: Franco Cordero (L’armatura, Garzanti), Sez. C: Marco Travaglio (Uliwood party, Garzanti). Premi speciali: Iaia Caputo (Dimmi ancora una parola, Guanda), Cesare Fiumi (Assassini della porta accanto, Mondadori). VINCITORI 6ª edizione: Sez. A: Elio Pecora (Simmetrie, Mondadori), Sez. B: – Luigi Guarnieri (I sentieri del cielo, Rizzoli) ed ex aequo, Walter Siti (Il contagio, Mondadori), Sez. C: Filippo La Porta  (Maestri irregolari, Boringhieri), Premio Speciale: Paolo Bertetto (Lo specchio e il simulacro, Bompiani), Premio per la scienza: Antonio Pacinelli  (Metodi per la ricerca sociale partecipata, Franco Angeli), Premio per la filologia e la ricerca su Cesare De Lollis: Fausto De Sanctis (Cesare De Lollis poeta e traduttore, Istituto di Studi abruzzesi). VINCITORI 7ª EDIZIONE. Sez. A. non assegnta. Sez. B: Cesarina Vighy per L’ultima estate (Fazi) e Ugo Riccarelli per Comallamore (Mondadori), vincitori ex aequo. Segnalata: Rosella Postorino per L’estate che perdemmo Dio (Einaudi). Sez. C: Riccardo Campa per Vicinanze abissali (Il Mulino) e Mario Perniola per Miracoli e traumi della comunicazione (Einaudi). Per l’abruzzesistica menzioni speciali per Antonio Mezzanotte, I catasti di Rosciano in età moderna e Luigi Zappacosta, Riflessioni e paradossi sociali.  VINCITORI 8ª EDIZIONE: Sez. A: non assegnata. Sez. B; Arnaldo Colasanti per La prima notte solo con tei (Mondadori) e Francesca Melandri  per Eva dorme (Mondadori, vincitori ex aequo. Premio speciale: Antonella Lattanzi per Devozione (Einaudi). Menzione speciale a Marco Tabellione per L’isola delle crisalidi (Runde Taarn Edizioni). Sez. C: a Predrag Matvejevic per Pane nostro (Garzanti) e a Marco Belpoliti per Senza vergogna (Guanda), ex aequo. Menzioni speciali per Breviario di italiano di Lucio D’Arcangelo (Solfanelli) e per Scrittori di Germania di Cesare De Lollis a cura di Fausto De Sanctis (Sigraf).. VINCITORI 9° Edizione:: per la sezione di poesia “Marina Celiani de Lollis”: Franco Loi, premio alla carriera; Andrea Marchesi, migliore opera prima inedita, premio giovani; per la narrativa: Chiara Gamberale per “Le luci nelle case degli altri” (Mondadori) e Ferdinando Camon per “La mia stirpe” (Garzanti), premio alla carriera; per la saggistica Silvia Ronchey per “Il romanzo di Costantinopoli” (Einaudi), per il cinema di poesia:”Un giorno della vita” di Giuseppe Papasso, per il film documentario “Colpa nostra” di Walter Nanni e Giuseppe Caporale, Barbara Di Gregorio “Le giostre sono per gli scemi” (Rizzoli), opera prima di narrativa.

Contrassegnato da tag , ,

INTERVISTA DI FEDERICA D’AMATO A PAOLA PREDICATORI, IL MIO INVERNO A ZEROLANDIA, Rizzoli 2012


Le Edizioni Noubs, dopo l’intervista al giovane scrittore Vincenzo Latronico, pubblicano l’intervista a PAOLA PREDICATORI, Il mio inverno a Zerolandia, Rizzoli 2012 a cura di Federica D’Amato. Vi invitiamo a leggere con attenzione queste interviste. Buona lettura!

 

INTERVISTA A PAOLA PREDICATORI

IL MIO INVERNO A ZEROLANDIA

Rizzoli 2012

di FEDERICA D’AMATO

La prima domanda mi vede coinvolta propriamente come lettrice: il prologo d’apertura del suo inverno a Zerolandia che peso ha nell’economia interpretativa del libro?

 Come  avrà ben compreso, rimanda alla fine, quando Alessandra ritorna con la memoria alla scena della spiaggia con la madre. Più che indicare un peso, direi che rimanda a qualcosa che verrà svolto poi più in là. Allude però anche alla memoria e alla fragilità che avvertiamo quando sappiamo che qualcosa è perduto per sempre e quindi offre una chiave di lettura del testo.

Il libro è una sorta di diario, il diario di Alessandra (Zeta), la giovane protagonista che alterna la cronaca sentimentale del suo rapporto con Gabriele (Zero), a quella del dolore, della perdita dell’amata madre. Con siffatta strutturazione del testo si è calata sino in fondo nel mondo post-adolescenziale, creando nel lettore un effetto di straniamento a se stesso, rendendo anch’esso adolescente. Come ci è riuscita? Voglio dire, è stato un escamotage voluto o naturalmente vocato alla natura della storia che andava scrivendo?

 Quando si scrive tutto è voluto. Non credo alla scrittura come a un rapimento in estasi,    ma non parlerei nemmeno di “escamotage”.  Per me è stato un ritornare con la     memoria a quegli anni. Mi sono calata in quello che lei definisce “il mondo post-adolescenziale” semplicemente perché alcune cose rimangono. Credo che non si    diventa adulti dimenticando completamente noi stessi, ciò che siamo stati.

 

La sua scrittura ha un respiro ampio, è dosata, piana, con sbavature che vengono lasciate solo per dare spazio a momenti di forte intensità emotiva, quasi poetici. Ha lavorato molto per raggiungere questo stile, sempre se sia proprio questo lo stile nel quale si riconosce, o la storia ha mosso la penna per lei?

 Sì, credo  di riconoscermi molto nello stile del libro, poetico ma allo stesso tempo con la sua ruvidezza, anche durezza in alcuni punti. Ci ho lavorato molto per alcune parti, meno in altre. All’inizio c’era solo una cosa che volevo dire e per fare questo ho dovuto raccontare una storia. Un po’ come quando spieghiamo ai bambini che nel buio non si nascondono         mostri. Ecco, trovare la storia, la nostra storia, è la parte più difficile.

 

Zerolandia è la zona d’ombra nella quale l’adolescente naturalmente si rifugia, quando il cortocircuito del mondo fatale gli palesa il dolore della vita. Ma è anche il terreno sul quale attecchisce l’autenticità, come accade a Zero & Zeta. E’ questo il messaggio che intende veicolare? Un messaggio di speranza, di riscatto?

 Ho sempre pensato a Zerolandia come a una zona di luce e non di ombra, d’altronde nessuno di noi si rifugerebbe mai in qualcosa di poco rassicurante. E’ il luogo del niente, dello zero e delle zeta, forse uno spazio estremo, ma proprio per questo libero e accogliente. Certo, ha ragione, è il terreno dell’autenticità, dove essere ciò che   vogliamo, con le nostre asprezze e la nostra fragilità. Il messaggio è di fiducia, non può   essere diversamente quando alla fine comprendiamo noi stessi.

 

Ho notato che nel testo è data particolare attenzione alle condizioni economiche, a benessere di questi liceali. Perché?

 Gabriele però non è benestante, alcuni lo sono. Altri no. Non ho pensato espressamente a un mondo di ricchi.

 

“Ma l’amore dov’è andato?” scrive Zeta il 28 Dicembre nel suo diario. L’amore dove va in questo romanzo? Ma soprattutto, che amore è?

 Nel romanzo l’amore diventa tanti tipi di amore. Quello filiale, quello di un ragazzo per una ragazza, quello che troviamo in un’amicizia. Ma l’amore soprattutto non è mai solo passione, ma solidarietà, impegno, coraggio e i temerari, si sa, scalano le montagne.

  Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , ,

ON-LINE LA PAGINA FACEBOOK DEDICATA A CALENDIARIO 2012!


E’ attiva la pagina facebook relativa al concorso Noubs “CALENDIARIO 2012” presso il seguente link

Vi ricordiamo che il bando è scaricabile in versione .pdf dal sito www.noubs.it e che presso la pagina su indicata è possibile ricevere informazioni e soprattutto votare i racconti in gara.

Visitate, leggete, votate!

Contrassegnato da tag , , ,

INTERVISTA INEDITA A QUEL GENIACCIO DI GIOVANNI DI IACOVO!


Vi proponiamo in esclusiva per Casa Noubs un’intervista inedita ad uno dei più talentuosi, nonché geniali, scrittori abruzzesi, GIOVANNI DI IACOVO.L’intervista è a cura del direttore editoriale Noubs, Massimo Pamio.

Buona lettura!

INTERVISTA A GIOVANNI DI IACOVO: “I VERI SCRITTORI VIVONO NELLE FERITE DELLA REALTA'”

Giovanni Di Iacovo (Londra, 1978) ha esordito con il volume Sporco al Sole-Racconti del Sud Estremo (Besa-Book Bros, 1998) poi con 11 Under 30 (Castelvecchi, 2000), fino al pluripremiato romanzo Sushi Bar Sarajevo (Palomar, 2006) e ad un volume di “cover” di fiabe famose in versione pulp dal titolo E morirono tutti felici e contenti (Neo Edizioni, 2009).

Vincitore della sezione letteratura della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo (Sarajevo, 2001), del Premio Teramo 2006 e del Premio Sassari 2011, è da dieci anni direttore del Festival delle Letterature dell’Adriatico, è Consigliere comunale di Pescara e collabora con la locale cattedra universitaria di Letteratura italiana contemporanea. Alcuni suoi racconti sono stati messi in scena nello spettacolo Viaggio nelle Metropolis insieme a Stefano Benni e David Riondino. È pronto il suo nuovo romanzo che uscirà nel 2012.

-Giovanni Di Iacovo è l’autore di “Sushi Bar Sarajevo” che è stato uno dei migliori esordi narrativi degli ultimi dieci anni, un romanzo straordinario. Giovanni che cosa è cambiato da allora?

Molte cose sono cambiate, perchè per me scrivere è un percorso. In generale, credo che in tutte le attività la cosa che conta è quello che scopri nel cambiamento, lungo il tragitto, più che il raggiungimento o meno della meta. In questo modo, infatti, mandare uomini sulla luna ci ha regalato le padelle di Teflon. Io scrivo ogni giorno, almeno tre ore al giorno, e la mia vita è immensamente migliorata da quando la vivo insieme ai miei personaggi, e alle mie storie. Scrivere è creare, quindi è anche vivere diverse vite.

-Quali sono i giudici migliori di un’opera narrativa? 

Sicuramente i lettori, anche se io nella scrittura utilizzo tre “cavie”. Tre amici  diversissimi tra loro che vivono in tre continenti diversi anche se hanno passato l’adolescenza con me, immersi nelle mie stesse culture. Quando termino una bozza la mando innanzitutto a loro. Le osservazione, i feedback o le micromodifiche che ricevo, quando coincidono in tutti e tre, le applico al romanzo.

-Chi sono gli scrittori oggi? Dove e come vivono?

Oggi gli scrittori sono tutti, il che è ottimo come formazione personale, un po’ meno per altri versi, ad esempio il fatto di scrivere e non leggere e non comprare libri. Per scrittori “veri” intendo coloro che lo fanno con mestiere, con continuità, non solo un mettersi a scrivere sull’onda di una qualche emozione passeggera. I veri scrittori, vivono nella ferite delle realtà, per indagarle.

-Come alimenti la tua fantasia? Alcool o yogurt?

Il mio motto è “prima vivi, poi scrivi”. La mia creatività si nutre di esperienze, incontri, viaggi, persone, pericoli ma anche libri, cinema, musica. Consumare culture è la benzina della creatività.

-Come leggi e dove?

Leggo nei viaggi, leggo nelle attese, oppure leggo in un punto preciso della mia casa, su una bizzarra poltrona di velluto nero, lontano dallo studio dove lascio i miei affanni e i miei lavori.

-Quali sono le tue pagine preferite di sempre?

Quelle su cui mi sono formato da ragazzino, quelle di Demian di Hesse, del Maestro e Margherita di Bulgakov, della Filosofia nel Boudoir di De Sade e de Alle Quattro del Mattino, di Lovecraft.

-Che cosa sogni prima di svegliarti?

Sesso estremo all’interno di piramidi costruite con geometrie non euclidee e fluittuanti al centro dello spazio, circondato da antiche porte che conducono ai recessi dei miei ricordi, anche quelli preesistenti alla mia nascita. Prima invece sognavo Berlusconi.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , ,

MARE NERO DI GIANNI PARIS, UNA LETTURA DI CATERINA FALCONI


Caterina Falconi ci concede una lettura penetrante e commossa di Mare Nero, Gianni Paris, Edizioni dell’Arco, 2006.

Vi consigliamo caldamente la lettura della seguente recensione e di conseguenza del libro.

Ringraziamo con l’usuale calore Caterina per il suo prezioso contributo.

Partono con una busta di plastica bianca: dentro un po’ di pane, delle mele, una bottiglia d’acqua. Alcuni hanno una maglia annodata alla vita. Pochissimi una coperta. I disperati di Paris sono descritti così, nelle prime pagine di un romanzo che cambia per sempre lo sguardo del lettore: una torma di abbacinati dalla speranza, giovani e bambini, stipati in una baracca buia in attesa di partire. Fuori, i trafficanti, i traghettatori, con dei fucili in mano.

Ricordo i miei due anni in Benin, i villageois erano animati dalla cognizione del presente. Ogni sforzo, immane, nel condurre la vita un passo avanti, si concentrava sul pasto del giorno, sul bacile d’acqua attinto al fiume. Del domani non v’era certezza, e non in senso poetico. Domani, un attacco di malaria, il morso di un serpente, ti potevano ammazzare. Questi novanta martiri non fanno eccezione, ripongono la loro speranza di sopravvivere in una patetica busta di plastica con provviste per qualche giorno. Eppure sono mossi dal titanico e quasi epico sogno di cambiare la propria esistenza, e Paris li descrive come l’Africa che si muove. La voce narrante è quella di Nacer, un trentenne marocchino contaminato dalla lunga consuetudine alla lettura, taciturno e coraggioso, in cui a guardare bene si intravedono delle caratteristiche dello scrittore, come l’entusiasmo e un tratto di intelligente malinconia.

La scena è pronta, sapientemente tratteggiata da un Paris che fa un uso disinvolto e personalissimo delle parole, combinandole in metafore indelebili,come bucare il mare…

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , ,

FEDERICA D’AMATO SUL MITO IN CESARE PAVESE


Per gentile concessione dell’autrice, Federica D’Amato, vi riportiamo un articolo di critica letteraria (già apparso su Ipercritica) che affronta il tema del mito e del doppio nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese.

UN FATTO DOLCE ATROCE

La Bestia pavesiana

a cura di Federica D’Amato

Quel che si intende esperire con la seguente lettura focalizzata è la ricchezza di un’opera solitaria – perché assoluta – di un autore ebbenesì italiano: i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Per chi scrive il malcontento, la polemica sono già innescate; non è necessario dire chiaramente che Pavese oggi è letto poco e male, che la memoria dei veri classici novecenteschi è andata perduta anche da chi quel fuoco lo ha attraversato, che un pettegolezzo ha vinto la volontà di un uomo che aveva chiesto solo di non fare pettegolezzi. Ma andiamo avanti, o meglio indietro.

I Dialoghi con Leucò, insieme a Feria d’Agosto e alla Luna e i falò sostanziano “l’ultimo guizzo della candela”,[1] la triade raccolta intorno all’esplorazione del mondo antico, del primitivo del selvaggio ovvero del mito; l’arco di tempo è quello che va dal ’45 al ’47. Pavese si sarebbe arreso nel ’50.

I Dialoghi, è ampiamente risaputo ma ben poco compreso, consistono in una serie di 26 raccontini in forma dialogica tra personaggi mitologici, còlti nella loro versione minoica, che mirano appassionati a palesare il Mito come unico accesso alla tematizzazione dell’origine in quanto destino. Testimoni il sostrato concettuale espresso nelle riflessioni private (vedi Il Mestiere di vivere, MV) e i numerosi interventi di un Pavese “giornalista” con l’Unità ,dedicati al mito come poetica.

Difficile, scomoda la lettura dei Dialoghi. Contrariamente a quanto afferma l’autore nella presentazione all’edizione di debutto, non vien voglia di sbadigliarci alcun sorriso sui propri totem e tabù, i selvaggi e gli spiriti della vegetazione, l’assassinio rituale, il culto dei morti, lo spargimento di sangue e il sesso violento che fonda il mondo; o se proprio bisogna sorridere, allora lo si farà in modo arcaico perché Pavese ci pone davanti al destino dell’uomo, alle sostanze che lo informano e lo consumano, alla legge “cui bisogna ubbidire”[2], e l’inganno occidentale vacilla, il progresso sbanda, una orribile sacertà erompe da e verso noi stessi. Ci soffermeremo proprio su quel sorriso arcaico, prendendolo come principio rabdomantico nella lettura de La belva, che sospettiamo essere il dialogo più intenso della raccolta.

Se “arcaico” è αρχαῖος, “antico”, da “arché” (ἀρχή) come principio / fondamento / legge, allora il nostro sorriso non potrà che scaturire da ciò che era all’origine e costante, beffandosi dell’adolescenza della nostra corteccia cerebrale, di-svela una nudità che è tutto il nostro bagaglio.

Ne La belva troviamo Endimione e uno straniero, non potrebbero dialogare che su Artemide. Questa l’introduzione:

Noi siamo convinti che gli amori di Artemide con Endimione non furono cosa carnale. […] Il carattere non dolce della dea vergine – signora delle belve, ed emersa da una selva d’indescrivibili madri divine del mostruoso Mediterraneo – è noto. Altrettanto noto è che uno quando non dorme vorrebbe dormire e passa alla storia come l’eterno sognatore.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , ,

MAGARI, racconto inedito di MICHELE TURAZZI


Un dono di Michele Turazzi al blog di Noubs.

Michele Turazzi è uno scrittore che a casa Noubs stimiamo molto, un vero scrittore. Il suo dono pertanto ci è particolarmente gradito. In questo breve racconto offre una amara riflessione sullo stato del nostro amato e sciagurato Paese. Speriamo che voi tutti raccogliate il suo messaggio e ne facciate oggetto di discussione. Magari…

MAGARI

inedito di Michele Turazzi

Monsieur, che cosa vuol dire ‘Magari’?”. Era una bella ragazzina di sedici anni a chiedermelo, aveva una spruzzata di lentiggini sulle guance e il rimmel a contornarle gli occhi. Era seduta in prima fila, giusto davanti alla cattedra. Non potevo far finta di non aver sentito la domanda, né potevo sviarla, dicendole “Ora non c’è tempo, dobbiamo finire la lezione”; in effetti non avevo ancora cominciato a dire nulla. E allora mi sono messo a pensare. Ma quando hai davanti diciotto liceali in preda a squilibri ormonali non puoi permetterti di pensare a lungo, devi dire qualcosa. Ed essere convincente. “In Italia utilizziamo ‘Magari’ con differenti accezioni”, ho iniziato, ma lei non si beveva la storia delle differenti accezioni. Lei aveva un libro aperto sul banco e su quel libro c’era un dialogo, e quel dialogo finiva con “Magari” e poi c’era soltanto il punto esclamativo. “è un’esclamazione”, ho detto. Ma lei questo già lo sapeva, altrimenti il punto esclamativo là che ci stava a fare?

“Ce lo può tradurre, monsieur?”, le ha dato manforte il suo vicino di banco, un ragazzino rachitico con la montatura degli occhiali grossa e nera. “Non c’è una vera e propria traduzione” ho risposto. Non era sufficiente. Ho continuato: “Potrebbe essere qualcosa come Je voudrais bien le faire, mais je ne peux pas”. Mi piacerebbe molto farlo, ma non posso. Mi guardavano perplessi, non soltanto loro due in realtà. Tutta la classe era immobile, non sembravano capire.

Ci potrebbe fare un esempio?” Odio gli esempi. È una cosa che ho sempre odiato, viscerale; una parola cambia significato senza sosta, cambia a seconda di chi la usa, di quando e quanto la usa, di perché la usa. Gli esempi grammaticali sono solo frasi morte. Prendono una lingua e la obbligano a restare in mutande e calzini, senza vestiti. “Per esempio se io vi dico ‘Venite a vedere la partita stasera?’ e voi rispondete ‘Magari’ vuol dire che avete i compiti da fare e non ci potete andare, ma Dio sa quanto vi piacerebbe”. Però non ci sono riuscito a fermarmi. “Indica una desiderio, una speranza. Il problema è che quando la pronunci già lo sai che non andrà a buon fine; c’è un certo fatalismo in questa affermazione”.

I ragazzi non capivano. Io invece in quel momento per la prima volta sì. Ho capito tutto della mia nazione, cercando di spiegare una parola logora ad un branco di brufolosi adolescenti francesi. Noi italiani abbiamo coniato questa parola come se fosse un mantra, il nostro mantra. E da allora la utilizziamo in continuazione. “Magari” è un anelito a qualcosa di più, che si scontra costantemente col mondo. È una parola idealista, ma allo stesso tempo del tutto conficcata nelle piaghe del reale, un grido che si infrange nel marcio. “Magari” diciamo e ci sentiamo bene perché siamo nel giusto e vorremmo che le cose andassero in maniera diversa. Ma non ci possiamo fare nulla. E infatti “Magari” è la nostra giustificazione, la nostra certezza nell’immutabilità del mondo. Siamo noi che ce ne laviamo le mani; “magari” diciamo e il discorso è finito. Non ci può essere una replica. Non spetta a noi cambiare le cose, deve pensarci qualcun altro. Insomma, è la provvidenza che aspettiamo.

I ragazzi parlavano tra di loro, si lanciavano cose, ridevano e scherzavano. Probabilmente è di me che ridevano. E non avevano torto: me ne sono stato dieci minuti incompleto silenzio. Poi ho battuto le mani, ho alzato la voce e ho iniziato la lezione.

Michele Turazzi

Contrassegnato da tag , , , ,

CARNE NUOVA di Caterina Falconi


Le Edizioni Noubs vi propongono un racconto inedito gentilmente messo a disposizione dalla scrittrice Caterina Falconi… Attendiamo un vostro giudizio!

CARNE NUOVA

di Caterina FALCONI

7 luglio 2175  

Stephen intrecciò le mani dietro la nuca e fece due torsioni del busto. Le protrusioni nella sua colonna urlarono. La cupola era in penombra, in un grigiore metallico effuso dalla membrana di protezione.

“Solange, apri” disse, rivolto a un viso etereo che gli sorrideva da uno schermo. E dalla sommità della cupola, come palpebre, le membrane in silicio si schiusero frusciando. Un fascio di luce opalescente spiovve dentro e inondò il locale.

“Fatto Stephen.”

Lui annuì.

Al centro della sala, nella teca trasparente, immersa nella soluzione isotermica, la ragazza piangeva nel sonno.  Le sue lacrime si formavano così lentamente che il gelo della teca le asciugava. Le sue funzioni vitali, rallentate dall’ibernazione, seguitavano torpidamente ad animarla, e lo stesso, probabilmente, accadeva ai suoi pensieri.

“Non piangere Agata” le disse Stephen. “Ti ho promesso che tutto tornerà a posto” la consolò, e girò attorno alla teca per stringerle la mano. Il braccio nudo di lei sbucava da un’apertura circolare, adagiato su un asse, e infuso da tre sonde collegate a dei monitor.  Al momento aveva le dimensioni di un arto di una bambina di  undici anni, ed era roseo e glabro. Lui lo carezzò con la punta delle dita, e infilò la destra sotto quel palmo affusolato.

“Fidati. Il braccio sta ricrescendo bene, e Cormac sta tornando da te. Non devi fare niente. Devi solo aspettare, e riposare” le disse, ed esitò, sapendo che l’ultima parola: riposare, le sarebbe arrivata dopo giorni. Affondò lo sguardo nella teca: lei fluttuava tra i propri ricci, come una pallida sirena in un banco di rosse alghe. I capelli avevano continuato a crescere normalmente, e dopo undici anni avevano invaso la vasca torcendosi e ondeggiando.

Una carezza sulla sua schiena identificò la nuova arrivata come Lea.

“Salve Lea” salutò il computer.

“Buongiorno Solange” rispose la donna.

“Ciao amore” disse Stephen, e si voltò a baciarla. Lea profumava di vaniglia e lo guardava eccitata: “Ho capito a chi somiglia!” gli disse. “Sembra Ofelia di Rossetti.”

Stephen annuì colpito. Era proprio vero, la sua sfortunata gemella somigliava ad Elisabeth Siddal  immersa nell’acqua che l’avrebbe uccisa. Per non pensarci trascinò la moglie alla vetrata. Terra sorgeva all’orizzonte, fondendo il cielo oscuro  in un blu vellutato cosparso di efelidi argentee. Nel cratere di fronte ai laboratori una scavatrice trivellava il suolo sollevando sbuffi di polvere, che volteggiavano e restavano sospesi nella fosforescenza dell’alba lunare. I rover immobili affondavano i cingoli nella regolite  pastosa, e nessuna luce era ancora accesa dietro gli oblò delle torri. Ciuffi di nuvole candide adornavano l’Europa.

“Torneresti sulla Terra?” chiese Stephen.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Inedito di Francesca Levo Calvi sul Natale


Una nostra autrice, Francesca Levo Calvi (Il primo giorno di Lavoro, ed. Noubs 2011) ci ha inviato un racconto di Natale… A voi un festoso giudizio!

 

 

Racconto di natale

Francesca Levo Calvi

Qualche volta suonava a lungo, certe scampanellate da far sobbalzare tutti nei letti, col respiro corto e gli occhi spalancati dallo stupore.

A volte invece non si sentiva arrivare, morbidamente scivolava fra di loro, nei lunghi momenti di notti fredde senza chiarore lunare

Comunque era sempre lì, senza dubbi o ritardi, nella notte del venticinque.

Dicembre rotolava verso quella notte come una grossa palla da biliardo, e tutte le volte faceva strike, buttando all’aria tutti gli altri i giorni e facendo risplendere sfolgorante l’unico impareggiabile giorno di Natale

Cominciò così anche il Natale di quell’anno, con luci lucine stelle rosse e dorate palle di vetro decorate di lustrini profumo di incenso sparsi nelle vie, fra le case, dietro vetri dipinti di figurine del presepe, con l’intermittenza dell’albero finto verde finto neve finto vero che troneggiava nel salotto buono, circondato da panettoni cioccolato cioccolatini, agrifogli biamcodorati cestini di frutta candita bottiglie di candido spumante secco e cascate di fiocchi fiocchetti riccioli argentati sopra milioni di pacchi pacchetti pacchettini scatole cestini cestoni sacchettini colorati.

Nessuno però lo scorgeva arrivare.

Continua a leggere

Contrassegnato da tag , ,
Emergenza Cultura

In difesa dell'articolo 9

cuoreruotante

Le cose belle hanno il passo lento

Elisabetta P.

Creative storyteller

pagine che amo

Just another WordPress.com weblog

Poeti d'Abruzzo

Focus Po-etico sul territorio abruzzese

from the morning

le passioni infernali mai conosciute prendono fuoco nella casa vicina.

solovignette.it

Quotidiano di satira illustrata

Anna&H

sono approdata qui

Linguaggio del corpo

Bodylanguage & PNL

And Other Poems

New poems to read every week.

filmcritica rivista

cinema filosofia inconscio lingua polis scrittura

Gio. ✎

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

AnItalianGirl

Sii chi vuoi, ma se sei te stesso è meglio!

Edilio Ciclostile

I buzz into your head

operaidelleditoriaunitevi

Just another WordPress.com site

lagunaweblog

La narrativa è la più esigente delle fidanzate

Nel vento...

Pensieri e dintorni

L'Inconfessabile

ciò che non si può dire lo scrivo

Cristina Khay Blog

La Vita e' un Fiore*

lamentesepolta

0, 1, 2, ecc. - si.tormento@gmail.com

Parole Inconsistenti

Appunti di scrittura di Luca Romano

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

miglieruolo

La vita è sogno

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: