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ECCO GLI APPUNTAMENTI DI CHIETI MOSTRA LIBRI 2012


Dopo l’intensa giornata d’incontri di ieri, con Roberto Melchiorre, Marco Tarchi, Alessandro Tucci ed il poeta Milo De Angelis, prosegue Chieti Mostra Libri oggi dalle 17.30 con Arnaldo Colasanti, Mario D’Angelo, Marco Tornar, Grazia Di Lisio, Aurelio Picca, Tonita Di Nisio, Domenico Rosa ed il reading “Shakespeare in love“, a cura di Fabio D’Orazio, Betta Fusilli, Liliana Perna, Nicola Trotta e Fiorella De Luca.

Vi aspettiamo nel giardino interno di Palazzo De’ Mayo, a Chieti, in pieno centro storico lungo corso Marrucino.

Seguono dettagli delle giornate 8 e 9 Settembre.

Ecco gli appuntamenti di oggi, sabato 8 settembre 2012, inseriti all’interno del programma della II edizione di “Chieti Mostra Libri”, che si svolgeranno a Palazzo De’ Mayo, in via Martiri della Libertà 1, o in caso di pioggia presso i Tempietti Romani e il foyer del Teatro Marrucino:

  • Ore 17.30 – Arnaldo Colasanti: “Febbrili transiti”, con Mario D’Angelo. Conduce: Nino Germano. Uno degli scrittori e critici più appassionati, conduttore di Uno Mattina, parlerà dei suoi interessi e del suo amore per l’arte abruzzese;

  • Ore 18.30 – Presentazione della rivista “Abruzzo letterario”, con Marco Tornar, Grazia Di Lisio, Marco Solfanelli;

  • Ore 19.00 – Aurelio Picca: “Addio”, “L’Italia è morta, io sono l’Italia”, con Tonita Di Nisio. Uno degli scrittori italiani più interessanti e vivaci parla dei suoi ultimi libri pubblicati da Bompiani;

  • Ore 19.30 – Salvatore Santangelo e Domenico Rosa. Due giovani studiosi si confrontano sui temi della globalizzazione;

  • Ore 20.00 – Reading e concerto d’epoca: “Shakespeare in love”, con Fabio D’Orazio, Liliana Perna, Nicola Trotta, Fiorella De Luca.

 * Note

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 ARNALDO COLASANTI, (Fiuggi, 1 agosto 1957) è uno scrittore e critico letterario italiano, vincitore del Premio Grinzane Cavour. Nell’ambito del suo interesse per la letteratura francese ha pubblicato vaste e approfondite prefazioni ai Romanzi di Guy de Maupassant, (1994) e al Malato immaginario di Molière (1995). Ha condotto Unomattina Estate. E’ direttore artistico di “Babel – festival della parola in Valle d’Aosta“. Tra le sue opere: A giorno chiaro. Ritratti di poesia italiana (Rotundo), (1992), Novanta. Il conformismo della cultura italiana (Fazi), (1996), Decalogo (Rizzoli, (1997), Gatti e scimmie (Rizzoli), (2001), La prima notte solo con te (Mondadori), (2010), Febbrili transiti (Mimesis), 2012.

 MARCO TORNAR (1960), poeta, saggista, traduttore e narratore pescarese, è direttore della rivista “Abruzzo Letterario”. Ha pubblicato le raccolte di poesia Segni naturali (Bastogi, Foggia 1983) e La scelta (Jaca Book, Milano 1996); le prose Rituali marginali (Bastogi, Foggia 1985) ed Errando di notte in luoghi solitari (Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2000); il romanzo Niente più che l’amore (Sperling & Kupfer, Milano 2004). Ha curato l’antologia di poesia italiana La furia di Pegaso (Archinto, Milano 1996). Il suo ultimo libro è “Nello specchio di Mabel”.

GRAZIA DI LISIO, è nata a Cabras e vive a Teramo. Laureata in Lettere classiche, si è dedicata all’insegnamento, a studi archeologici, alla conoscenza tecnico-pratica del linguaggio teatrale e cinematografico. Ha pubblicato micro testi per il Teatro-Scuola, poesie-immagini-ritratti online con Lietocolle e le raccolte di poesie “Voci e silenzio” (Sigraf 2003); “Le accese solitudini” (Tracce 2005); “Annoda fili acquei” con traduzioni in francese (Gedit 2008). Ha ricevuto premi per il teatro, per il cortometraggio, per la didattica e per la poesia. È presente in varie Antologie e in cataloghi d’arte. Cura performances interdisciplinari. Organizza eventi culturali con l’Associazione “Collurania” di Teramo. Scrive su riviste abruzzesi. La sua ultima fatica è “sa terra sonadora” (Noubs Edizioni), una ricerca ed una raccolta straordinaria di canti indigeni sardi.

 MARCO SOLFANELLI, Marco Solfanelli è nato a Chieti nel 1954. Ha diretto dal 1980 al 1994 la Casa Editrice Marino Solfanelli, curandone in particolare le collane dedicate al fantastico e alla fantascienza per le quali ha ottenuto numerosi premi sia nazionali che esteri. È Direttore Editoriale della Casa editrice Tabula fati e presidente Associazione Editori Abruzzesi.

 AURELIO PICCA, (Velletri, 1957) è uno scrittore e poeta italiano. Ha esordito nella narrativa nel 1992 con la raccolta di racconti La schiuma. Ma il vero esordio è un libro di poesie, Per punizione, uscito nel 1990. Ha poi pubblicato L’esame di maturità (Giunti, 1995), ristampato da Rizzoli (2001), I racconti dell’eternità (1995), I mulatti (Giunti, 1996), Tuttestelle (Rizzoli, 1998), Premio Alberto Moravia, Superpremio Grinzane Cavour, finalista premio Viareggio, Bellissima (Rizzoli, 1999), Sacrocuore (Rizzoli 2003). Via Volta della morte (Rizzoli, 2006). Del 2007 è il poemetto civile “L’Italia è morta, io sono l’Italia”. “Se la fortuna è nostra” (2011) Aurelio Picca è giornalista pubblicista. Ha collaborato tra gli altri con Repubblica, Il Giornale, Max, Nuovi Argomenti. Inoltre è video maker: Elogio delle Torri e Palio del bianco; Roma tanta poca; Asilo infantile, intervista a Edward Bunker.

DOMENICO ROSA, abruzzese ma fiorentino d’adozione, è autore di una ricerca su “Fiume dannunziana. Tra irredentismo e fantasia” (Eclettica edizioni), redattore per la sezione cultura della testata web “Il sito di Firenze”.

 

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Ecco gli incontri di domani, domenica 9 settembre 2012, inseriti all’interno del programma della II edizione di “Chieti Mostra Libri”, che si svolgeranno a Palazzo De’ Mayo, in via Martiri della Libertà 1, o in caso di pioggia presso i Tempietti Romani e il foyer del Teatro Marrucino:

  • Ore 17.30 – Adua Villa: “Una sommelier per amica”, con Cristina Mosca. Un’anteprima nazionale.

  • Ore 18.30 – Spettacolo teatrale ispirato dai testi di John Fante con Stefano Angelucci Marino, che presenterà il suo libro “Fanteria Abruzzi”, in anteprima. Introduce: Giulio Avocatino.

  • Ore 19.00 – Paolo Lagazzi: “Nessuna telefonata al cielo”. Uno dei più noti critici letterari italiani presenta un frizzante libro di racconti.

  • Ore 19.30 – Incontro con Giordano Bruno Guerri, Il noto storico ripercorrerà la sua vita culturale e le sue imprese in un’Italia posteroica. Conduce Stanislao Liberatore.

* Note

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ADUA VILLA, volto noto dell’enogastronomia italiana, divulgatrice di successo, ha una formazione enogastronomica a 360°: Sommelier del Vino, Sommelier Master Class, Sommelier dell’Olio, Degustatore di formaggio, Degustatore di Cioccolata, Docente Ais (Associazione Italiana Sommelier). “Una sommelier per amica” verrà presentato a Chieti in anteprima europea.

 CRISTINA MOSCA, insegnante, addetto stampa e giornalista abruzzese, la scrittrice originaria di Città Sant’Angelo ha all’attivo numerose pubblicazioni di poesia, prosa e traduzioni letterarie. Fondatrice del mensile che si occupa di enogastronomia “C come magazine”, nel 2007 ha pubblicato con Schena editore “E donne infreddolite negli scialli”.

 PAOLO LAGAZZI,  è uno dei più grandi critici letterari italiani: la sua opera è sterminata. Tra gli altri ha curato, solo in Italia ben 3“Meridiani” Mondadori: per Bertolucci, Citati, Spaziani.Tra le sue opere: Comparoni e “l’altro” – Sulle tracce di Silvio D’Arzo, Collana: Il castello di Atlante, Reggio Emilia, Rêverie e destino. L’opera di Attilio Bertolucci, Collana: Strumenti di studio, Milano, Garzanti, 1993. Per un ritratto dello scrittore da mago, Prefazione di Valerio Magrelli, Collana: Il castello di Atlante, Reggio Emilia, Diabasis, 1994. Per un ritratto dello scrittore da mago, (prefazione di Emanuele Trevi); collana: I volti di Hermes, Dentro il pensiero del mondo,  Vertigo. L’ansia moderna del tempo, La casa del poeta. Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci, , Milano, Garzanti, 2008., Forme della leggerezza, Collana: Lettere, Milano, Archinto [2010], Otto piccoli inchini, tavole di Daniela Tomerini, Roma, Albatros 2011.

 GIORDANO BRUNO GUERRI, è nato alla fine del 1950 a Iesa, comune di Monticiano, provincia di Siena: Consegue la laurea nel 1974 con una tesi su “La figura e l’opera di Giuseppe Bottai“, che due anni più tardi trova pubblicazione editoriale presso Feltrinelli. Successivamente pubblica una raccolta di documenti storici dal titolo “Rapporto al Duce” (Bompiani, 1978); seguono “Galeazzo Ciano” (Bompiani, 1979), saggio sulla politica estera fascista, e “L’Arcitaliano – Vita di Curzio Malaparte”.

In seguito pubblica “Io, l’infame”, (Mondadori, 1983) biografia del brigatista rosso Patrizio Peci, che scrive insieme a lui in due settimane durante il periodo in cui lo stesso Peci si tiene nascosto ai suoi ex compagni di lotta armata.

Nonostante la formazione cattolica, non si occupa di questioni religiose fino al 1982, quando inizia a scrivere “Povera santa, Povero assassino”, storia di Maria Goretti.

 Nel 1985 viene nominato direttore del mensile “La Storia Illustrata”; nell’arco di quindici mesi porta le vendite da 60.000 a 110.000 per numero; viene in seguito promosso direttore editoriale della Mondadori, incarico da cui si dimette nel 1988 dopo l’acquisizione della casa editrice da parte di Carlo De Benedetti. Dal 1989 fino al 1991 assume la direzione del mensile “Chorus”.

 Nel 1995 pubblica un lavoro divulgativo e di sintesi, dal titolo “Fascisti – Gli italiani di Mussolini, il regime degli italiani” (Mondadori). Nello stesso anno si trasferisce a Roma; poco tempo dopo la Rai gli offre la conduzione di un programma televisivo, dal titolo “Italia mia”, assieme a Cinzia Tani; il programma va in onda fino al 1997. Poi arriva l’impegno pubblico: Mario Caligiuri, sindaco del comune calabrese di Soveria Mannelli, gli propone l’incarico di assessore alla Cultura. Giordano Bruno Guerri accetta ponendo tuttavia una condizione: quella di definirsi Assessore al Dissolvimento dell’Ovvio.

Ricopre l’incarico per sole quattro settimane, durante le quali emette alcune provocatorie ordinanze, tra cui ricordiamo quella del Monumento al Cassonetto, iniziativa il cui scopo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’inopportunità di installare antiestetici cassonetti per la nettezza urbana in zone cittadine di pregio architettonico e artistico. Tra le spiegazioni che adduce circa il suo repentino abbandono dell’incarico pubblico ricordiamo quella più singolare per “eccesso di cene ufficiali”.

Nel 1997 pubblica “Antistoria degli italiani – Da Romolo a Giovanni Paolo II” (Mondadori).

 All’inizio del mese di aprile del 2004 Giordano Bruno Guerri assume la direzione de “L’Indipendente”. Guerri fa notare subito la propria linea di direzione del quotidiano, pubblicando in prima pagina un aforisma del poeta americano John Giorno: “Nessun cazzo è duro come la vita”; viene sostituito nel febbraio del 2005 da Gennaro Malgieri, già direttore del Secolo d’Italia.

 Da anni Giordano Bruno Guerri collabora con “Il Giornale” come opinionista. Dal marzo 2003 al 2007 ricopre la carica di presidente della Fondazione “Ugo Bordoni”, istituto di Alta Cultura. Tiene regolarmente corsi di Storia Contemporanea alla facoltà di Scienze Politiche delle Università di Salerno, Ginevra, Madrid, presso la Columbia University di New York e Rio de Janeiro, città quest’ultima dove ogni agosto, da anni, tiene lezioni agli studenti che scelgono l’italiano come lingua straniera. Giordano Bruno Guerri insegna inoltre Storia Contemporanea all’Università Guglielmo Marconi di Roma.

Dal 2004 è presidente del ForumTal, che si occupa di Trattamento Automatico del Linguaggio, ovvero come insegnare alle macchine a parlare e scrivere in italiano. Dall’ottobre del 2008 è presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, la casa di Gabriele D’Annunzio a Gardone Riviera, cui ha ridato slancio con nuove creazioni museali e l’acquisizione di importanti documenti.

 

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CHIETI MOSTRA LIBRI 2012 – II EDIZIONE DAL 6 AL 9 SETTEMBRE


Torna Chieti Mostra Libri, con una seconda edizione nutrita da tanti ospiti illustri, incontri, letture, spettacoli e musica.

Dal 6 al 9 Settembre a Chieti, a partire dalle ore 17.30 all’interno dell’incantevole Palazzo De’ Mayo, gentilmente messo a disposizione dalla Fondazione Carichieti, sponsor dell’iniziativa, saranno presenti scrittori, poeti e studiosi di assoluto valore: Gabriella Sica, Milo De Angelis, Aurelio Picca, Arnaldo Colasanti, Paolo Lagazzi, Giordano Bruno Guerri e molti altri.

Per l’occasione sarà inscenato nel Giardino di Palazzo De’ Mayo un reading inedito di testi shakespeariani a cura del Maestro Fabio D’Orazio, “Shakespeare in love”.

Gli Autori redigeranno appositamente per il festival una pagina sul tema “Come salvare l’Italia”, un divertissemnt letterario, ma non solo: come gli artisti si pongono di fronte alla crisi?

Per info e contatti scrivere a: stampa@noubs.it

Organizzazione: Associazione culturale AbruzziAMOci

Direttore artistico: Massimo Pamio

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TORNA “CHIETI MOSTRA LIBRI” DAL 6 AL 9 SETTEMBRE!


Torna CHIETI MOSTRA LIBRI, il festival teatino dedicato ai libri, con una seconda edizione di assoluta qualità, a cura dell’Associazione Culturale Abruzziamoci, direttore artistico Massimo Pamio: dal 6 al 9 Settembre 2012 ospiti gli scrittori Milo De Angelis, Gabriella Sica, Arnaldo Colasanti, Giordano Bruno Guerri, Paolo Lagazzi, Giovanni Di Iacovo, Giovanni D’Alessandro, Marco Tornar, Vito Moretti, Ugo Perolino, Luisa Gasbarri,  Angela Capobianchi, Simone Gambacorta, Grazia Di Lisio, Roberto Melchiorre e tanti tanti altri… A breve comunicato stampa e tutte le specifiche di un evento culturale d’eccezione.

per info scrivere a stampa@noubs.it

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PAOLO LAGAZZI “OTTO PICCOLI INCHINI”, lettura di Federica D’Amato


OTTO PICCOLI INCHINI, di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Albatros Edizioni, 2011

Una lettura, di Federica D’Amato

La cosiddetta forma breve nelle varie declinazioni dell’arte è una prova difficile, una formula magica: spesso modulata per fortunata vocazione, a volte raggiunta con la lima degli anni, essa rivela l’umano nella compressione della noce, scatena ere di senso per contrasto. Averla, praticarla, tentarla è quell’esercizio spirituale – del respiro, che imprime vigore al proprio artigianato, nel distillato di chissà quali diluvi verbali, tradisce nel tramite il sospetto di una iniziazione. A cosa? Alla vita. Da qui, dall’essenziale, muove il piccolo libro di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Otto piccoli inchini (Albatros 2011), una collezione di otto forme brevi perfette, assolutamente libere e giocose nei risvolti tematici, semplici gesti di magnanimità che attraverso il breviloquio spogliano il mondo, la vita, dal suo inutile dolore. Tutti conosciamo Lagazzi come uno dei maggiori critici letterari italiani, rigoroso e infaticabile intellettuale che ci ha donato attraverso i Meridiani ritratti indimenticabili dei poeti Attilio Bertolucci e Maria Luisa Spaziani, del critico Pietro Citati; qui, nello spazio di appena cinquantacinque pagine, offre “a pochi, pochissimi amici” un omaggio personale “alla forza sovrana e misteriosa delle parole”, ma soprattutto “allo spirito zen, un viaggio che non  mi ha mai portato lontano dal mio destino, quello di essere sempre e solo un essere piccolo (paulus), un dilettante e un principiante in tutto, ma che mi ha insegnato a credere nell’incredibile”. In questo viaggio, costellato di interessi eterogenei, rilevante è la stella fissa della meditazione Zen, iniziata nel lontano 1978 e mai abbandonata, prima sotto la guida del grande Taisen Deshimaru Roshie, in seguito dell’allievo, Fausto Taiten Guareschi, cui è dedicata la seconda parte del volumetto: questo cammino, questa “iniziazione”, è estremamente palpabile tanto alla presenza corporea di Paolo Lagazzi, quanto alla sua assenza sulla pagina, una marca di “quieta inquietudine” inscindibile tra la franca sostanza del suo sguardo e i suoi libri, la ricerca letteraria, umana.

Lo scenario dell’intera argomentazione è la Natura, l’essere umano che ragiona sui minimalia ponendosi nei panni dell’altrove, vero ed unico luogo dell’a-fenomenico zen; la prima parte del libro, sul quale si concentra la presente lettura, si chiama infatti Voci tra il fuoco e il gelo  e raccoglie in forma scritta gli interventi che Lagazzi fece, nell’Agosto 2010, a Fahrenheit: il compito era quello di “illustrare cinque parole a mia discrezione del vocabolario italiano: rileggerle, esplorarle, sondarne i significati”. E’ in questa sede che si apre la bellezza piana, composita del dettato, alternata dalla levità dei disegni di Daniela Tomerini, consorte di Lagazzi, virtuosa delle arti pittoriche, che completano l’imago della significazione nell’epifania impaginata dello sguardo. Rispetto, Poesia, Follia, Magia, Leggerezza sono le parole, di volta in volta trattate con l’urgenza del chiarificatore, dell’ordinatore di senso, di colui che scorge dietro la sacra scienza dell’etimologia, la chiave d’accesso al recupero di quella che fu l’alta lezione montaliana della decenza quotidiana. Certo Lagazzi ha parlato a se stesso, oltre che all’uditorio del noto programma radiofonico, ha riportato in quota il proprio assetto di volo, le sostanze che hanno informato la regione mitica dell’infanzia attraverso Magia & Leggerezza, poi i bacini sconfinati di tali implicazioni nell’età adulta, nella prova, nel patto con le origini attraverso Poesia, Rispetto & Follia. Sarebbe superfluo riportare esatta la grazia di queste pagine, se è giusto che solo nella lettura in prima persona s’invera il miracolo della vera presenza; vorrei solo soffermarmi sulle implicazioni della parola “Magia”. Scrive Lagazzi “Se è vero che la magia, come il sacro, è un elemento permanente della coscienza umana e non solo uno stadio superato della sua storia, è verso forme di magia bianca, di magia innocente, libera dall’armatura fantastica della Volontà di Potenza, che tendono le fantasie di molti fra noi […] Da ragazzo anch’io, per qualche anno, mi sono esibito come prestigiatore in coppia con mio fratello gemello Corrado. Questa esperienza è stata cruciale per me: ancora oggi penso al mondo scintillante dei prestigiatori come a una riserva importante di sogni, come a un teatro della leggerezza nel quale ci è possibile riposare la nostra anima sottraendola per un po’ alla logica del potere e del possesso, abbandonandoci allo spirito della gratuità come a un tappeto volante tessuto dalle fate”. Orbene, magia come afasia, abbandono, briglie sciolte dalla potenza della nominazione, collegamento fulmineo con l’archetipo del nostro Genius: leggerezza (non a caso “leggerezza” è la parola successiva, l’ultima della serie). A riguardo vi è un breve scritto di Giorgio Agamben, contenuto in Profanazioni (Nottetempo, 2005), che tratta proprio di “Magia e felicità”: “Benjamin ha detto una volta che la prima esperienza che il bambino ha del mondo non è che gli adulti sono più forti, ma la sua incapacità di magia” […] Ciò che possiamo raggiungere attraverso i nostri meriti e la nostra fatica non può, infatti, renderci veramente felici […] Per essere felici bisogna mettere dalla propria parte il genio nella bottiglia, tenersi in casa l’asino cacabaiocchi o la gallina dalle uova d’oro”. Lagazzi non accenna a tutto ciò? Non c’è da cogliere che un luminoso parallelo del sentire? Non vi è che da acquisire un fondamentale insegnamento? Quell’abbandonarsi allo spirito della gratuità è il Parsifal che sfinito entra nel non-luogo del Santo Graal, è “la creatura restituita all’inepresso”, ci dice Agamben: “La magia non è conoscenza dei nomi, ma gesto, smagamento dal nome […] Avere un nome è la colpa. La giustizia è senza nome, come la magia. Priva di nome, beata, la creatura bussa alla porta del paese dei maghi, che parlano solo coi gesti”.

Otto piccoli inchini, otto piccoli modi di respirare tra il prima e il dopo del reale.

Buona lettura.

 di Federica D’Amato

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TINO DI CICCO – IL POETA PIU’ AMATO


di Massimo Pamio

Tino Di Cicco è il poeta che amo di più, forse perché in lui mi specchio, e laddove io mi arresto –sulla soglia del nulla, nel pudico rifiuto del qui e del sempre- egli invece docilmente si spinge nel terreno della mistica, per accogliere e donarsi interamente, senza lasciare brandelli di umano all’esperienza della Gloria:

cari amici a rimproverarmi
la docilità come fosse una colpa

la porta che mi aspetta non si apre
se batto i pugni

la gioia del cielo ignora
ogni volere

La sua esperienza dell’umano è comunque la fonte a cui attinge per il suo cammino verso l’oltre, e questo cammino è intriso di un cauto progressivo meditato aprirsi:

qualche volta sono un albero
con le foglie serene verso il cielo
senza rancore per il vento

altre volte sono un uomo
e misuro il cielo con le mani
e dimentico di dimenticare

L’incidente dell’umano è un’opportunità unica, che coincide con la sua straordinaria qualità di essere nel mondo e di compiere il mondo; tutto questo pretende un cammino ulteriore, come se egli dovesse rendere conto di ciò che non può, come se gli fosse richiesto il motivo della sua originaria ferita, che spesso è un desiderio acceso, una passione, un’urgenza (di amore, di bellezza, di possesso) che però non rimandano al tutto ma sanciscono proprio quella mancanza:

a piene mani sta l’uomo
dentro le sue cose

è il cosiddetto mondo

la bellezza spalanca voragini
ma non sempre portano al cielo

E’ proprio in quella ferita che invece bisogna trovare il mondo, occorre un coraggio straordinario per negare se stessi, le proprie parole, il proprio nome e per nientificarsi, procedimento quasi impossibile, perché il mondo è scritto dappertutto e le parole sono il marchio indelebile che l’uomo stende su ogni elemento per mettere in scena il presente, l’esistente e per strutturarlo, per governarlo:

tutte queste cose qui
hanno un nome.
non le confonde la nebbia
non le cancella la notte

eppure come se esistesse
il cuore cerca l’oceano dove tu
non sei solamente tu.

dove finalmente io
sarò libero anche dal nome
che fu mio

La ricerca del passaggio verso l’ulteriore implica una disciplina che se si fa propria conduce spontaneamente verso l’oltre, senza l’uso della volontà:

qualcosa mi diventa libro
involontariamente

come un regalo, un peso
da trascinare fino alla parola.

se tu cerchi la luce
la luce avrai.

sta scritto

L’annullamento del proprio io e della propria volontà introducono al passaggio (dalla ferita alla piaga luminosa che ingloba tutto il mondo e tutto l’essere). la perfezione, dice Simone Weil, è impersonale.

come tu guardi il mondo
il mondo guarda te.
se nello specchio vedi solo
la rosa e il vento
hai trovato la fonte
sicura
del tuo smarrimento.

io quando il tempo
avrà consumato i suoi rumori
conoscerò finalmente il tarlo
che m’inchiodava al cielo.

sulla mia terra gli uomini
disperatamente cercano se stessi
e toccano così con mano
la fonte del dolore
sulla mia terra gli uomini
amorevolmente ignorano se stessi
e provano così nel cuore
il nulla della gioia

EN KAI PAN
acqua con l’acqua
nero con il nero
fuoco con il fuoco
perché tu possa un giorno
trovare finalmente in te
tutto quello che c’è

Il mistico ci rivela che laddove cercassimo Dio, quando lo incontreremo, non avremo più bisogno di Lui. E’ dunque sulla terra che nella nostra condizione di mortali lo cerchiamo, lo desideriamo. E’ qui nell’hic et nunc la nostra eternità, ma fuori dal tempo e dallo spazio non avremo più desideri. E allora non avremo più bisogno di Dio, la nostra ferita sarà per sempre richiusa:

tutto finisce
tutto ricomincia

dai balconi del tempo vedremo
amori e stagioni passare
come in sogno

e quando finalmente saremo solo mare
non avremo più bisogno di dio

Ma allora che cosa sarà stata la nostra esistenza? Per quale motivo saremmo vissuti? Perché questa parentesi assoluta e svincolata, quale mistero nascondeva il nostro passaggio? Ci rimarrà per sempre celato?
E qui ancora il Poeta, il grande Poeta sembra suggerirci una risposta, che è quella dell’Amore, del Dono e dell’assoluto valore della Vita:

quei mondi che talvolta appaiono
nella parola reticente
sono la dimora più alta
per l’uomo

appena un po’ più in là
l’amore che tutto ama
è
dio

 

 

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TRE MODI DI FARE I CRITICI OGGI DI PAOLO LAGAZZI


Tre modi di fare i critici oggi di Paolo Lagazzi

           Credo che oggi non abbia più molto senso cercare di descrivere gli orientamenti della cosiddetta critica militante secondo i suoi strumenti (psicanalitici, semiologici, filologici, sociologici, postmarxisti, derridiani…). Ormai ingurgitato tutto e il contrario di tutto sul piano metodologico, i critici operano non tanto per scuole o posizioni ben marcate quanto, piuttosto, secondo intenzioni personali più o meno palesi, distinguendosi se mai per la loro rilevanza mediatica, per la capacità di alzare la voce nei famosi (e spesso fumosi) “dibattiti”. Se la osserviamo in questa prospettiva, possiamo dire che la critica attuale, almeno in Italia, opera semplicemente in due modi: uno “onesto” e uno disonesto. A queste due tendenze ne vorrei affiancare una terza, alternativa a entrambe, proponendo (o meglio riproponendo, dopo anni di miei interventi in questo senso) una critica di carattere “ermetico”.

       Della critica disonesta non varrebbe proprio la pena parlare se non fosse che – fondata, com’è, su scambi di favori, opportunismi, ipocrisie, calcoli di potere o mercato, manovre editoriali, operazioni mafiose per il lancio di casi letterari – questa “famiglia” critica è sempre più uno specchio del malcostume sociale e politico dilagante in Italia (ma certo non solo in Italia). Se De Sanctis credeva che riscoprire la grande tradizione letteraria italiana potesse essere un viatico di ordine morale per la rinascita della nazione, oggi il trionfo della falsità e del caos, degli pseudovalori montati ad arte, dei libri di nessun peso o senso svenduti come capolavori e viceversa del più tenace silenzio attorno a opere eccellenti, che hanno il solo difetto di non essere battezzate da editori di prestigio, è insieme l’effetto e la causa – o almeno una delle cause – di una coscienza “civile” sempre meno civile, sempre meno in grado di veicolare valori umani o di difendere il sentimento del bello e del vero.

        La critica “onesta” (continuo a definirla tale solo tra virgolette) ha senz’altro il pregio di porsi come obiettivo la trasparenza dei giudizi, la capacità di sviluppare analisi il più possibile rigorose e autonome dai condizionamenti del Potere. Alcuni dei migliori critici di formazione filologica e stilistica hanno usato, e continuano a usare, i loro strumenti come riflettori tesi a smascherare le imposture e a porre in rilievo i pregi, i talenti, i risultati di valore. Una delle figure più carismatiche di critico “onesto” è stata, nel nostro Novecento, quella di Pasolini, un uomo capace di partire da Spitzer per leggere la società, o di fare della filologia una chiave d’accesso non solo ai testi ma alla vita. Purtroppo, però, troppo spesso l'”onestà” in letteratura è anche il segno di un limite del pensiero, ovvero d’un modo di considerare la creazione facilmente esposto a rischi di moralismo, rigidezza, fondamentalismo (nemmeno Pasolini ne è immune). La grande letteratura, infatti, è sempre frutto di una visione delle cose che trascende le idee, le grammatiche, le categorie della mente, del linguaggio e dell’etica, perché il suo “cuore” pulsa all’unisono con il ritmo metamorfico del mondo. La verità della poesia non è mai catturabile entro schemi, regole o griglie retoriche, entro formule ideologiche o di principio; anche quando lancia messaggi di portata morale non lo fa mai con intolleranza; la sua forza sta proprio nel suo provocare sottraendosi alla presa, sfuggendo alla logica degli schieramenti, delle parole sbandierate come leggi, dogmi, verità assolute. Incapace di capire che la letteratura è, come sapeva Goethe, un riflesso dell’infinito gioco del cosmo – un gioco arcano, erratico, fluido, sempre altalenante tra luci e ombre, bene e male, realtà e sogni, verità e  illusioni -, troppi critici “onesti” finiscono per chiudersi entro piccoli laboratori, armati dei loro strumenti interpretativi come di grimaldelli, pinze o lenti per operazioni di asfittica precisione, per calcoli angusti, privi di audacia, lungimiranza e passione.

      Nel suo recente libro Contro la letteratura (Il Saggiatore) Davide Rondoni denuncia con coraggio e lucidità la situazione troppo spesso sterile e opprimente dell’insegnamento della letteratura nella scuola italiana di oggi. Molti insegnanti non amano la letteratura, non ne comprendono la portata e il valore, non sanno – e dunque non trasmettono ai giovani – ciò che si gioca in essa: la condizione umana tout court, il peso e la leggerezza radicale delle domande prime e ultime, la vertigine del nostro bisogno di fondamenti, la nostra angoscia e la nostra sete d’infinito. I limiti degli insegnanti di fronte alla letteratura sono quasi sempre gli stessi della scuola (il liceo e l’università) che li forma, e questi limiti sono a loro volta i medesimi di buona parte della critica contemporanea. Troppe volte, infatti, la critica è stata esercitata – e continua a esserlo – con i paraocchi dell’ideologia o del moralismo da aridi ragionieri, notai o burocrati della scrittura, da professorini diligenti e grigi, da esegeti del tutto ignari che interpretare un grande testo dovrebbe essere un’avventura dello spirito, un grande viaggio, un’odissea, una ricerca del tesoro, una danza erotica e dionisiaca, un’esperienza illuminata dalla fiamma rapinosa e aerea degli incontri epifanici, sapienziali.

         Per aiutare la letteratura a uscire dal suo stato attuale di impasse, o di agonia permanente, io credo che occorrerebbe oggi, accanto a una scuola “rimotivata”, una critica realmente nuova, non più soffocata dalle pretese di un’onestà a senso unico ma capace di giocare con i testi e insieme di mettersi in gioco nel confronto con i testi proprio in nome di una più larga, complessa, articolata, flessibile verità.

      Per illustrare l’idea che ho di questa critica – un’idea “ermetica”, ma in un senso piuttosto diverso dalle pratiche critiche coltivate nel Novecento nell’ambito dell’ermetismo fiorentino – ho scritto insieme a Giancarlo Pontiggia un “manifesto” che in Italia è stato pubblicato due volte, prima dalla rivista “Poesia” di Crocetti (ottobre 2006) poi dalla rivista “ALI” diretta da Gian Ruggero Manzoni (n.3, autunno 2009). L’occasione del manifesto, che abbiamo intitolato I volti di Hermes, era la nascita nel 2006, presso l’editore Moretti e Vitali, di una collana di saggi  dallo stesso titolo diretta da me e Pontiggia. Il punto cruciale del nostro discorso era la proposta di una critica ispirata a Hermes in quanto dio della magia e dell’arte dei legami, in quanto supremo custode di tutte le soglie, i passaggi e gli incroci del senso. Ispirare i propri tragitti di lettura e scrittura a Hermes, il dio più “obliquo” e inafferrabile, meno “politicamente corretto” ma più estroso, aereo, inventivo, acuto e guizzante, sempre in viaggio fra la terra e il cielo, la vita e la morte, il visibile e l’invisibile, vorrebbe dire fare del proprio esercizio critico un’avventura immaginosa e creativa, irriducibile alle angustie dell’ideologia ma aperta, curiosa e fluttuante, capace di slanci e di leggerezza, coraggiosa nel moltiplicare le proprie strategie interpretative, nel mutare i suoi volti e le sue maschere. Il primo grande allievo di Hermes nella letteratura occidentale non è forse Odisseo? Come, a sua volta, ci ricorda Citati – critico per eccellenza “ermetico” – la flessibilità di Odisseo nasce dalla sua “mente colorata”, ovvero da un’intelligenza mai astratta ma prensile, ondeggiante, curvilinea: quella forma d’intelligenza nutrita d’intuizione che i greci antichi chiamavano metis. Rispetto a quella mitizzazione di un’intelligenza dura, intransigente, di matrice ancora illuministica, su cui troppo a lungo si è fondata la critica “onesta” (soprattutto quando avanzava pretese “scientifiche”), è la mente colorata di Hermes e di Odisseo che dovrebbe nutrire una critica non arresa al grigiore ma capace di osare, di abbandonarsi al piacere della narrazione e dell’invenzione senza temere per questo di tradire il suo compito: interpretare i testi mostrandone il corpo e lo spirito, riprendendone e rilanciandone i sortilegi, gli armonici e le vibrazioni profonde. Molti critici “onesti” (in realtà bloccati dalla loro carenza di fantasia) pensano che ogni critica inventiva, alimentata dal piacere di scrivere, sia un esercizio arbitrario, un lusso del critico che lo porta lontano dall’”oggettività” del testo di cui dovrebbe occuparsi, ma le cose non stanno per forza così. Certo, un critico-scrittore potrebbe usare il testo da interpretare come un pretesto per le proprie invenzioni, ma come non vedere che, nei saggi dei più grandi, illuminanti critici-scrittori moderni e contemporanei (da Sainte-Beuve a Citati, da Ruskin a Macchia, da Longhi a Garboli), una metafora o un aggettivo emergente d’un tratto come un candido, impossibile coniglio dal cilindro d’un mago può avere più forza ermeneutica di dieci pagine di analisi condotte, in punta di bisturi, da un critico “onesto”?

       Concepire due vie interpretative incompatibili tra loro – quella “soggettiva”, persa nelle sue fantasticherie e nei suoi sproloqui, e quella “oggettiva”, aderente alla realtà dei testi – piega inevitabilmente le prospettive critiche a una visione schematica, manichea e angusta. Ogni autentico esercizio dell’interpretare, infatti, lega sempre tra loro l’interprete e l’interpretato in una sorta di avvitamento amoroso, energetico, erotico: se è vero, come ben sapeva Rimbaud, che la letteratura è esperienza dell’Altro, ciò significa che solo attraverso la coscienza esterna di un buon lettore un testo può trovare il suo senso, così come attraverso i grandi testi il lettore-critico può scoprire la parte nascosta, “altra” del proprio cuore, del proprio destino. Questo avvitamento nega la piatta, rigida divisione di campo fra il critico additus artifici e il critico oppositus artifici. Ogni esercizio saggistico vitale prevede, fra l’esegeta e l’opera, incontri, sfioramenti, carezze e abbracci come momenti di allontanamento o di fuga reciproca, sguardi da vicino e da lontano, giochi in bilico tra il darsi e il negarsi, distanze variabili, ondeggiare di veli che svelano e nascondono, proprio come in ogni vicenda amorosa degna di questo nome. Essere “ermetici” significa non irrigidirsi in ruoli precostituiti, accettare quel rischio che è sempre l’incontro con una grande opera se sappiamo intenderne il fascino, la voce seduttiva, il sortilegio rapinoso, inquietante e immortale.

         Ha scritto giustamente Marco Merlin che, quando in letteratura emerge qualche idea nuova e scomoda, “la prima pratica è la rimozione: il nemico va cancellato, non deve neppure essere preso in considerazione”. Non è un caso, io credo, che il nostro manifesto non abbia suscitato molti commenti in Italia; gli interventi pubblici sono stati solo due: Roberto Caracci ha ripreso e illustrato le mie idee su “La mosca di Milano” nel dicembre 2007; Merlin ha scritto a me e Pontiggia, in bilico tra condivisione e disaccordo, una lettera aperta nel numero 48 (dicembre 2007) di “Atelier”, a cui io e Giancarlo abbiamo risposto nel numero 49 (marzo 2008) della stessa rivista. A tutto ciò si sono aggiunte, in privato, due lettere di solidarietà che mi hanno spedito due famosi professori universitari, uno anche poeta e storico dell’ermetismo fiorentino, l’altro eccellente studioso di Leopardi. Sarebbe bello se le idee mie e di Pontiggia potessero essere accolte e discusse negli USA, un paese senz’altro più aperto al vero gioco democratico, al confronto libero e non forzoso delle opinioni di quanto non sia la povera, confusa, sgangherata Italia di oggi.

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IL NUOVO MANIFESTO DELLA CRITICA DI PAOLO LAGAZZI E GIANCARLO PONTIGGIA


Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia hanno lanciato un programma per una nuova critica.

Ne riportiamo uno stralcio.

A questo manifesto per una nuova critica, uscito sul numero 209 (ottobre 2006) di “Poesia”,  Marco Merlin ha risposto su “Atelier” in una lettera aperta apparsa nel n.48 (dicembre 2007), a cui noi abbiamo controrisposto con due lettere separate apparse nel n.49 (marzo 2008).  Lo riproponiamo qui perché convinti che le idee in esso contenute, a tutt’oggi non molto condivise e tanto meno messe in pratica da chi si occupa di critica in Italia, meritino un ampio confronto. (P.L. e G.P.)

I VOLTI DI HERMES

(In margine a una nuova collana di critica)

               Inventare una collana di critica dedicata al dio Hermes (I volti di Hermes, Moretti & Vitali Editori) ci è sembrato più che un piccolo gioco; o, se gioco era, la sua posta ci appariva piuttosto diversa dalle solite. Se non fosse che Hermes non ama il parlare atteggiato, diremmo quasi che a guidarci era il bisogno di offrirgli un risarcimento. «Un risarcimento a un dio? e per cosa, poi?»: non è difficile immaginare perplessità del genere. Il fatto è, crediamo, che Hermes è stato troppo a lungo sottovalutato, trascurato, vilipeso: o addirittura dimenticato, rimosso, cancellato – come se non fosse colui che ha inventato la lira e la magia, il fuoco domestico e l’arte dei legami, e che dai tempi di Omero illumina la fantasia degli uomini dandole insieme penetrazione e ali, permettendole di muoversi fra la terra e il cielo, tra il reale e i sogni, fra il visibile e l’invisibile; come se non fosse il dio d’ogni guizzo creativo in cui, al fondo d’una sovrana leggerezza, brillano le rivelazioni decisive, le chiavi che ci schiudono i passaggi per l’Altrove (chi più di Mozart è, sulla soglia del moderno, fatalmente “ermetico”?); come se il suo sguardo obliquo e inafferrabile non fosse ciò che può meglio liberarci dalle trappole dell’ideologia e dalle strettoie del pensiero categorico, rigettandoci sempre, di nuovo, verso l’avventura infinita dell’universo.

       Benché nei nostri anni i discorsi sul fare critica colmino sempre più numerose pagine di riviste, di giornali e di libri, una grande, sempre meno mascherabile stanchezza sta invadendo tutti i luoghi tra cui circolano queste parole: redazioni e bar, aule e  librerie, TV e siti Internet. Presumendo di affidare i propri destini al dio delle distinzioni chiare e rigorose – Apollo, da troppo tempo ridotto a patrono degli ingegneri –, ormai lontani gli orizzonti entro cui era piuttosto l’“oscuro” Orfeo a orientare le pulsioni interpretative, la pratica critica attuale non fa, in realtà, che produrre strumenti, articolare analisi e sbandierare idee che hanno come principalissimo effetto il dilagare d’un’ombra depressiva, d’una noia, d’un grigiore assai prossimi alla terra desolata di Eliot. Quanti professorini addobbati da buoni esegeti, quanti ragionieri o notai delle lettere curvi sui loro registri o sui loro file diligenti hanno mai sospettato che l’esercizio critico può essere anche (o meglio, dovrebbe essere prima di tutto) gioco, gioia, immaginazione, invenzione? Quanti lettori “professionali” sono mai stati attraversati da quel brivido leggero e pungente, da quella fiamma rapinosa e aerea, da quella circolazione energetica che è il sangue, la linfa e il respiro di Hermes? Presa in questa spirale di seriosità, la critica vacilla, annaspa, soffoca; e non le serve molto fingersi in buona salute, tentando a getto continuo di rifarsi il look attraverso nuove parole d’ordine o “dibattiti” montati ad hoc: trovate tanto efficaci quanti iniezioni ricostituenti, terapie fisiatriche o lampade abbronzanti somministrate al capezzale d’un moribondo. D’altra parte, nemmeno compiangersi serve molto alle schiere dei critici. «C’era una volta la critica…»: quante volte non abbiamo udito questa specie di favola triste dalla bocca di esegeti tutt’altro che privi di responsabilità riguardo ai più giovani, tutt’altro che immuni da scelte improntate, per anni e anni, allo spirito dell’aridità? Ciò che questi studiosi non osano ammettere è che la rottura-chiave, la linea di non ritorno nella vicenda critica dal Novecento a oggi va colta, semplicemente, nel calo di fantasia creativa, cioè nell’idea che il movimento della scrittura sia del tutto secondario, e in fondo irrilevante, rispetto alla capacità di cogliere la “verità” dei testi. L’Hermes maestro nell’arte dei nodi, degli intrecci e dei legami ci insegna ben altro: ci ricorda che ogni autentico confronto con quelle reti di senso che sono le opere non può fare a meno di mettere a frutto una profonda sapienza linguistica, una conoscenza non teorica ma “artigiana” di come le parole si legano tra loro, di come l’ordito e la trama delle frasi si generano sulla spola mobile della sintassi: di come il senso sia  anzitutto “ritmo”, battito, pulsazione: di come ogni stile vitale nasca da un diverso movimento della mano o da un affondo originale del piede nel terreno plastico dell’esperienza. Da questo punto di vista, è chiaro che la critica è scrittura oppure non è nulla; o essa continua, con altri mezzi, la letteratura di cui si occupa, o la interrompe, la frena, la spegne, la castra: ne ottunde il respiro, ne comprime le potenzialità proprio mentre pretende di farsene garante, di fornirle la presa rigorosa delle proprie analisi. Capire, ci sussurra Hermes se sappiamo ascoltarlo, non significa in letteratura circoscrivere il senso, cercare di intrappolarlo nel nostro sguardo, nella luce immobile della nostra volontà di possedere il testo. Come Eros di fronte a Psiche mentre tenta di guardarlo – di inchiodarlo nella sua nudità –, il senso sfugge se cerchiamo di fermarlo. Ogni ermeneutica vitale deve, viceversa, sposare il volo di Eros fra l’evidenza sensibile e la trasparenza, tra il concreto e il fantastico, tra la notte dei segreti cruciali e l’alba delle sorprese e dei doni: deve sapersi fare “erotica”: deve osare abbandonarsi al flusso, irriducibile alle teorie, del desiderio creativo. Solo nel coraggio di questa leggerezza, in questo abbandono alla grazia e alla necessità della seduzione, l’esercizio critico può ritrovare la sua anima: può riscoprire i fondamenti sacri, misterici, sapienzali della letteratura, della poesia e dell’arte. In volo, Hermes si affianca a Eros, e ci invita a non sigillare la pratica interpretativa in qualche secco, borioso rituale mondano. Mentre la critica contemporanea è quasi sempre un lavoro da geometri o da burocrati della precisione – o uno scavo da chirurghi, da disossatori, da detective –, Hermes ci esorta a moltiplicarci, a osare ruoli, percorsi e racconti diversi, a capire che un critico può riconoscersi, con gioia, in tanti volti, differenti tra loro come i  colori dell’arcobaleno: può essere via via un affabulatore, un conoscitore di grandi storie, di miti, di leggende e di fiabe (al modo d’un Gaston Bachelard o d’un James Hillman); un maestro dell’intuizione fulminante, dell’aforisma, del paradosso e dello humour (sulla linea Wilde-Cioran); un pasticheur, un goloso praticante di sapori, un degustatore di combinazioni linguistiche e sinestetiche (giusta l’esempio del sommo Praz); un navigatore, un esploratore, un avventuriero, un “corsaro” (come l’ultimo Pasolini, ma anche come il Parise dei viaggi in Giappone); un artigiano del legno, dell’ebano, della creta, della stoffa o dei gioielli (si pensi alla funzione del tatto nelle ricognizioni testuali d’un Jean-Pierre Richard); un mago, nel senso ampio d’un praticante le vie diverse e complementari dell’alchimia, della Cabala, dell’astrologia, o anche quelle della prestidigitazione (osserviamo in Citati la capacità di riprendere e rilanciare gli insegnamenti di Goethe, questo innamorato di tutte le forme e le esperienze del magico); un ritrattista, un pittore verbale, un allievo di Sainte-Beuve, di Giovanni Macchia o di Giacomo Debenedetti, e della loro inesausta scommessa di disegnare destini in forma di parole; un giardiniere, teso con le sue antenne sensibili a riconoscere le linfe circolanti tra i rami, gli steli e le foglie delle opere…

       Qualcuno potrebbe, a questo punto, porre un’altra obiezione: «Tuffarsi nel molteplice, cavalcare la varietà delle figure e il piacere sfrenato dell’avventura: cosa possiamo riconoscere in tutto ciò se non un ennesimo desiderio di assecondare quella tendenza dispersiva e magmatica, quel proliferare caotico di esperienze, quella negazione di confini e distinguo che è uno dei mali endemici d’oggi?»

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