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EVENTI DI GUERRI – DANNUNZIANEIDE – di Sabatino Ciocca


Cronicario di una settimana di eventi per il 150° anniversario dannunziano. Ai posteri il Parnaso o il Parrozzo? Quando la cultura si celebra tra gusto parrozziano ceneri di Guerri e vecchi sempre più sgomenti.

resizer

Pescara, sabato 16 marzo.

Piazza Salotto fu invasa dal parrozzo più grande del mondo (diametro base di 3 metri, circonferenza di 9,5 metri e altezza di 1,5 metri) realizzato dai maestri della Confederazione Pasticceri italiani. Il parrozzo, grazie al quale  la città di Pescara entrò di diritto nel Guinnes dei primati, fu poi elargito in ostie  al popolo accorso per la comunione.

Luigi Albore Mascia:
“S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent du parrozze”

Pescara, domenica 17 marzo.

Ore 18,00. Piazzale G. Michelucci dell’AURUM, a chiusura della sette giorni dannunziana, il borgomastro, Luigi Albore Mascia, e il cerimoniere di corte, professor Giordano Bruno Guerri, inaugurarono ufficialmente…

– …lo spettacolo “Dodici ceneriere per l’Aurum’ –

– Performance, Albore. E’ una performance. Lo spettacolo è quello che abbiamo dato ieri col parrozzo –

– Io la definirei installazione artistica – intervenne a precisare un’attempata signora, cappello, sciarpa e stivali di un giallo acceso, nello spontaneo dibattito lì lì nato tra i celebranti.

– Lei è un artista? Un critico d’arte? – s’affrettò a chiederle un collaboratore stretto del Mascia, speranzoso che tra il pubblico convenuto potesse esserci un addetto ai lavori.

– No. Insegnante d’arte applicata. In pensione. –

– Già. Sono sempre i migliori che se ne vanno – disse allora il collaboratore che, per addolcire la delusione d’un mancato e qualificato giudizio, aveva tirato fuori la frase, pescandola da quelle che solitamente era solito suggerire al suo Superiore in occasione di telegrammi d’ufficio per decessi d’ufficio.

– Non vorrei far la parte del pedante, signora – s’intromise un altro collaboratore stretto, questa volta del Guerri – ma l’installazione a cui lei fa riferimento, è già stata consumata all’atto del discoprimento delle dodici ceneriere in grés semirefrattario, eccellente materiale ceramico per esterni, cilindri di 45 centimetri di diametro e 20 d’altezza, che ricordano con le loro finestre colorate, il prezioso edificio che qui le ospita, ceneriere fino a poco fa coperte ciascuna da un drappo nero, come lei stessa ha potuto constatare. A meglio chiarire l’operazione artistica che lì si consumava, s’udi:

–  Passiamo ora alla performance che abbiamo voluto titolare “Dodici documenti di cenere”. Il borgomastro e alcuni rappresentanti della Cultura pescarese bruceranno simbolicamente, nelle ceneriere, documenti che testimoniano la creatività nata o fruita nella “fabbrica delle idee”, un rituale dal sapore futurista ed esoterico che renderà omaggio a Gabriele d’Annunzio, ricreando le atmosfere di vitale esaltazione dell’uomo e del suo essere macchina creativa. –

Come il tedoforo quando dopo lunga marcia incendia con la sacra sua fiamma il sacro tripode, così l’Albore Mascia, con mano tremante d’emozione pel momento solenne, diè fuoco al primo dei dodici cartacei documenti. Alto, allora, levossi dalla sala il plauso al gesto.

– A me pare tutta una stronzata –  Così, a contrappunto, sommesso salì  al cielo il commento di una povera donna, addetta precaria alle pulizie dell’Aurum, che in un cantuccio osservava il tripudio.  – Così da domani mi tocca svuotare anche  dodici posaceneri –

 

 

 

 

 

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L’Amore più non c’era. Così uccidemmo la Letteratura (di Luisa Gasbarri)


Un bellissimo intervento di Luisa Gasbarri, che ringraziamo per questo dono splendido, un contributo al nostro dibattito sul disagio che si vive non solo in Italia, ma nel mondo, intorno alla  crisi dell’uomo e delle sue narrazioni, che si riassumono tutte nel nucleo della narrazione principe, quella letteraria, nella quale  immaginario e vita reale si intrecciano e mostrano una perdita di vitalità senza precedenti. Che cosa sta accadendo all’uomo? La paura della fine -ormai già affrontata e vissuta nell’immmaginario letterario e cinematografico, inverata e superata perfino nella quotidianità, dopo il mancato eventuarsi dell’apocalisse profetizzata dai Maya – non è sintomo della crisi, di un’età di passaggio bensì è il sentimento espresso nello sguardo denso di terrore che gli uomini migliori compiono attorno a loro quando osservano le spire di un progresso fine a se stesso che sta cancellando ogni forna di vita: le specie animali si estinguono, la natura viene brutalizzata, invasa, inquinata, distrutta. La globalizzazione ha portato a un appiattimento globale, allo svuotamento delle differenze, del confronto,  ma soprattutto sta segnando la fine di concetti etici quali la bellezza, l’amore per il creato, la speranza per il futuro. Viviamo nella fine, per la fine, con la paura di vivere, di continuare a narrare.

L’AMORE PIU’ NON C’ERA. COSI’ UCCIDEMMO LA LETTERATURA  di Luisa Gasbarri

Chi ha ucciso la letteratura?

Le ossessioni di Moravia, il vitalismo di Pasolini, il razionalismo calviniano, la tiepidezza di De Carlo, il melodramma di Mazzantini, il citazionismo di Baricco, l’aspartame di Tamaro?

Perché i libri si scrivono ancora, certo, anche troppi, ma la letteratura, è noto, latita.

Dove si nasconde? Cos’è diventata?

Personalmente continuo a viverla come visione, scelta, utopia disarmante. Come necessaria urgenza dell’essere. Perché la letteratura è appartenenza tradita, ossessione. Immaginazione che ha coraggio, che sfida (il linguaggio. Le forme. La realtà). Che fa arrossire il presente educato. Lo fa deflagrare, talvolta. O c’è o non c’è. Vie di mezzo non se ne danno. Ci si può parlare addosso, mostrare la propria acutezza ermeneutica a oltranza, ma la letteratura si riconosce a istinto. Fatale, artefatta, eppure perfidamente ingenua, naturalmente ambigua, è crudele proprio quando non è cattiva letteratura. Messaggi da dare non ne ha, non è il suo compito, ma la sua natura è femmina, ovvio: consola e strazia a un tempo.

Che cosa manca alla letteratura contemporanea?

Perché così tanti libri oggi non solo non saziano la mente e il cuore ma lasciano in noi quel senso di non compiuto, di imperfetto, che, ben lungi dall’essere novecentesco indizio di opera aperta o rinascimentale tendenza alla ‘sprezzatura’, ci fa sospettare un’arte irrisolta e, spesso, drasticamente epidermica? Perché troppe volte le pagine che leggiamo oscillano tra un sadismo retorico che crede ancora innovativi ironia e cinismo e leggerezza a tutti i costi – esibendo però come un pedigree il suo stile ‘letterario’, la sua cultura – e un rassegnato sottotono masochistico, quasi ci si vergognasse del rigore e del furore, e si preferisse continuare a investigare il proprio ombelico con l’italiano standard più povero e asettico?

Del sovrastimarsi o sottostimarsi l’origine è la medesima. Una mancanza d’amore in fondo.

E la letteratura adesso manca d’amore. Verso se stessa. Di conseguenza verso il mondo.

Anche quando è dannata, distruttiva, blasfema, nichilista, perduta, la scrittura che possiede una sua ineluttabilità ne è ben consapevole, perciò è sempre attraversata da un soffio di struggente amore, di nostalgia irriducibile per la vita, assoluta e inequivocabile nel rivolgersi alla nostra anima, perché, quando l’inchiostro assume la consistenza del sangue, i lettori sono i primi ad accorgersene.

il sangue è vitale, prezioso, irriproducibile; se versato, poi, persiste quasi incancellabile. Ma per versarlo, bisogna avere grande fede in quel sacrificio, nel senso delle cose, nel futuro. “Non ci può essere nessuna verità che non si ispiri alla speranza” ha scritto una volta Aldo Carotenuto. E poiché la sua verità è la più contaminata, quindi la più pura, la letteratura muore quando abbandona la speranza, quando smette di amare l’essere umano. Quando l’indignazione per un mondo ingiusto, per un destino incomprensibile, insieme al desiderio di cambiarlo, di afferrare i suoi sensi oscuri e senza voce, invece di farsi racconto energico arrabbiato viscerale dolente entusiasta onnivoro, ovvero poetico, diventa gioco astuto, superfluo intrattenimento. Incapacità di dire l’altro, l’oltre, l’altrove. Autoreferenzialità gratuita.

Anche la bellezza è gratuita, sì, ma che respiro universale e tragico deve possedere per diventare arte! Altrimenti, come diceva Simone Weil, resta solo estetismo.

Un tempo sopravvivevano al passare dei secoli le sole opere, non i nomi dei loro autori: i canti restavano anonimi, i cantori simbolici, mitici. L’appartenenza al genere umano, il pathos comune, vincevano su un io limitato. Uno sguardo forte al punto da farsi collettivo, da spersonalizzarsi, contava più dell’imporre se stessi. “Hai un solo modo di giustificare ciò che sei: compierti” scriveva Joe Bousquet, e compiersi nelle parole ha per me un solo significato: diventare ‘quelle’ parole, liberarsi della crisalide dell’io per identificarsi nel ‘noi’ creato dal volo.

Anche, e soprattutto, nostro malgrado.

Se dunque le fasi di decadenza finiscono per assomigliare ai momenti d’origine, e il più raffinato artista subisce il fascino dell’incorrotto e del primitivo, mi piacerebbe tornassero oggi ancora di moda i libri anonimi. Anonimi non per vigliaccheria, ma perché è il volo a salvarci.

(intervento a chiosa del mio commento sugli ii ipertrofici contemporanei)

http://www.luisagasbarri.it

 

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HANS TUZZI -VANAGLORIA E L’ITALIETTA DEL 2000


 

E qui, eccolo il vero problema: ciò che è autentico non è politicamente corretto. In Italia, poi? Una società infantile, una società inconsapevole, una società di viziati servi di lusso. Sempre pronta a blandire il potere. Il dono di una Controriforma orfana di ogni pur modesta Riforma? Senza eresia non vi è vita, vien meno ogni linfa: curiosità analisi dissenso, tutto ciò da almeno mezzo secolo non c’era più, nella borghesia italiana. Da trent’anni nemmeno nella sua ala progressista.  Il risultato? La riduzione, operata con irresponsabile cinismo da Papunà, a banale slogan di ogni aspetto della sfera pubblica, la compiaciuta indifferenza nei confronti della complessità del reale, la volgarità impudica esibita, onnipresente, la finzione proiettata come realtà. I limiti di un’Italia provinciale e cafona eletti a modello inimitabile.

(Vanagloria, Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri)

Una pagina tratta dal romanzo di Hans Tuzzi in cui si delinea con rigorosa lucidità la storia più recente del nostro Paese. Come era stato in passato per Pasolini e  per Saviano, gli scrittori riescono prima e meglio degli storici e dei sociologi e degli studiosi in genere (fatta eccezione per Galimberti a Perniola, Belpoliti e per pochi altri) a definire la contingenza e a individuare motivi e ragioni delle trasformazioni, dei cambiamenti che investono la nostra società.

Da parte mia, una visione sconsolata sulla storia dell’Italia, paese da sempre in mano a piccole cosche che non hanno mai privilegiato il merito, contribuendo a sgretolare l’aristocrazia del genio italiano e a rendere irripetibili le esperienze di Galileo e di Fermi. Le classi sociali in Italia hanno espresso una borghesia provinciale in camicia nera nel fascismo, che è poi stata sostituita da una classe operaia i cui dirigenti usciti da Frattocchie, intellettuali organici e bacchettoni, preparati e intellettualmente vivaci, in camicia celeste annerita sotto le ascelle sudate, hanno ricostruito insieme con la burocrazia amministrativa inventata e curata dai cattolici impegnati in politica, l’economia italiana. Si è passati, negli anni Settanta, a una profonda crisi sociale, con l’avanzata di nuovi soggetti che tentavano di andare al potere, crisi sfruttata dai servizi segreti inglesi e americani per eliminare l’avanzata comunista in Italia (il golpe Borghese, oppure le Brigate Rosse, con l’uccisione dell’uomo del compromesso storico, Aldo Moro). Le classi che si sono poi affermate, eredi del becero e disonesto yuppismo degli anni Ottanta, hanno reso rozzo e volgare il panorama sociale, con un vero e proprio imbarbarimento e una caduta vertiginosa verso il basso di tutte le eccellenze di cui questo Paese era dotato: e siamo ai nostri giorni, in cui il genio va all’Estero e nel nostro paese rimangono solo gli idioti e il potere è in mano alla ‘ndrangheta.

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IL NUOVO MANIFESTO DELLA CRITICA DI PAOLO LAGAZZI E GIANCARLO PONTIGGIA


Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia hanno lanciato un programma per una nuova critica.

Ne riportiamo uno stralcio.

A questo manifesto per una nuova critica, uscito sul numero 209 (ottobre 2006) di “Poesia”,  Marco Merlin ha risposto su “Atelier” in una lettera aperta apparsa nel n.48 (dicembre 2007), a cui noi abbiamo controrisposto con due lettere separate apparse nel n.49 (marzo 2008).  Lo riproponiamo qui perché convinti che le idee in esso contenute, a tutt’oggi non molto condivise e tanto meno messe in pratica da chi si occupa di critica in Italia, meritino un ampio confronto. (P.L. e G.P.)

I VOLTI DI HERMES

(In margine a una nuova collana di critica)

               Inventare una collana di critica dedicata al dio Hermes (I volti di Hermes, Moretti & Vitali Editori) ci è sembrato più che un piccolo gioco; o, se gioco era, la sua posta ci appariva piuttosto diversa dalle solite. Se non fosse che Hermes non ama il parlare atteggiato, diremmo quasi che a guidarci era il bisogno di offrirgli un risarcimento. «Un risarcimento a un dio? e per cosa, poi?»: non è difficile immaginare perplessità del genere. Il fatto è, crediamo, che Hermes è stato troppo a lungo sottovalutato, trascurato, vilipeso: o addirittura dimenticato, rimosso, cancellato – come se non fosse colui che ha inventato la lira e la magia, il fuoco domestico e l’arte dei legami, e che dai tempi di Omero illumina la fantasia degli uomini dandole insieme penetrazione e ali, permettendole di muoversi fra la terra e il cielo, tra il reale e i sogni, fra il visibile e l’invisibile; come se non fosse il dio d’ogni guizzo creativo in cui, al fondo d’una sovrana leggerezza, brillano le rivelazioni decisive, le chiavi che ci schiudono i passaggi per l’Altrove (chi più di Mozart è, sulla soglia del moderno, fatalmente “ermetico”?); come se il suo sguardo obliquo e inafferrabile non fosse ciò che può meglio liberarci dalle trappole dell’ideologia e dalle strettoie del pensiero categorico, rigettandoci sempre, di nuovo, verso l’avventura infinita dell’universo.

       Benché nei nostri anni i discorsi sul fare critica colmino sempre più numerose pagine di riviste, di giornali e di libri, una grande, sempre meno mascherabile stanchezza sta invadendo tutti i luoghi tra cui circolano queste parole: redazioni e bar, aule e  librerie, TV e siti Internet. Presumendo di affidare i propri destini al dio delle distinzioni chiare e rigorose – Apollo, da troppo tempo ridotto a patrono degli ingegneri –, ormai lontani gli orizzonti entro cui era piuttosto l’“oscuro” Orfeo a orientare le pulsioni interpretative, la pratica critica attuale non fa, in realtà, che produrre strumenti, articolare analisi e sbandierare idee che hanno come principalissimo effetto il dilagare d’un’ombra depressiva, d’una noia, d’un grigiore assai prossimi alla terra desolata di Eliot. Quanti professorini addobbati da buoni esegeti, quanti ragionieri o notai delle lettere curvi sui loro registri o sui loro file diligenti hanno mai sospettato che l’esercizio critico può essere anche (o meglio, dovrebbe essere prima di tutto) gioco, gioia, immaginazione, invenzione? Quanti lettori “professionali” sono mai stati attraversati da quel brivido leggero e pungente, da quella fiamma rapinosa e aerea, da quella circolazione energetica che è il sangue, la linfa e il respiro di Hermes? Presa in questa spirale di seriosità, la critica vacilla, annaspa, soffoca; e non le serve molto fingersi in buona salute, tentando a getto continuo di rifarsi il look attraverso nuove parole d’ordine o “dibattiti” montati ad hoc: trovate tanto efficaci quanti iniezioni ricostituenti, terapie fisiatriche o lampade abbronzanti somministrate al capezzale d’un moribondo. D’altra parte, nemmeno compiangersi serve molto alle schiere dei critici. «C’era una volta la critica…»: quante volte non abbiamo udito questa specie di favola triste dalla bocca di esegeti tutt’altro che privi di responsabilità riguardo ai più giovani, tutt’altro che immuni da scelte improntate, per anni e anni, allo spirito dell’aridità? Ciò che questi studiosi non osano ammettere è che la rottura-chiave, la linea di non ritorno nella vicenda critica dal Novecento a oggi va colta, semplicemente, nel calo di fantasia creativa, cioè nell’idea che il movimento della scrittura sia del tutto secondario, e in fondo irrilevante, rispetto alla capacità di cogliere la “verità” dei testi. L’Hermes maestro nell’arte dei nodi, degli intrecci e dei legami ci insegna ben altro: ci ricorda che ogni autentico confronto con quelle reti di senso che sono le opere non può fare a meno di mettere a frutto una profonda sapienza linguistica, una conoscenza non teorica ma “artigiana” di come le parole si legano tra loro, di come l’ordito e la trama delle frasi si generano sulla spola mobile della sintassi: di come il senso sia  anzitutto “ritmo”, battito, pulsazione: di come ogni stile vitale nasca da un diverso movimento della mano o da un affondo originale del piede nel terreno plastico dell’esperienza. Da questo punto di vista, è chiaro che la critica è scrittura oppure non è nulla; o essa continua, con altri mezzi, la letteratura di cui si occupa, o la interrompe, la frena, la spegne, la castra: ne ottunde il respiro, ne comprime le potenzialità proprio mentre pretende di farsene garante, di fornirle la presa rigorosa delle proprie analisi. Capire, ci sussurra Hermes se sappiamo ascoltarlo, non significa in letteratura circoscrivere il senso, cercare di intrappolarlo nel nostro sguardo, nella luce immobile della nostra volontà di possedere il testo. Come Eros di fronte a Psiche mentre tenta di guardarlo – di inchiodarlo nella sua nudità –, il senso sfugge se cerchiamo di fermarlo. Ogni ermeneutica vitale deve, viceversa, sposare il volo di Eros fra l’evidenza sensibile e la trasparenza, tra il concreto e il fantastico, tra la notte dei segreti cruciali e l’alba delle sorprese e dei doni: deve sapersi fare “erotica”: deve osare abbandonarsi al flusso, irriducibile alle teorie, del desiderio creativo. Solo nel coraggio di questa leggerezza, in questo abbandono alla grazia e alla necessità della seduzione, l’esercizio critico può ritrovare la sua anima: può riscoprire i fondamenti sacri, misterici, sapienzali della letteratura, della poesia e dell’arte. In volo, Hermes si affianca a Eros, e ci invita a non sigillare la pratica interpretativa in qualche secco, borioso rituale mondano. Mentre la critica contemporanea è quasi sempre un lavoro da geometri o da burocrati della precisione – o uno scavo da chirurghi, da disossatori, da detective –, Hermes ci esorta a moltiplicarci, a osare ruoli, percorsi e racconti diversi, a capire che un critico può riconoscersi, con gioia, in tanti volti, differenti tra loro come i  colori dell’arcobaleno: può essere via via un affabulatore, un conoscitore di grandi storie, di miti, di leggende e di fiabe (al modo d’un Gaston Bachelard o d’un James Hillman); un maestro dell’intuizione fulminante, dell’aforisma, del paradosso e dello humour (sulla linea Wilde-Cioran); un pasticheur, un goloso praticante di sapori, un degustatore di combinazioni linguistiche e sinestetiche (giusta l’esempio del sommo Praz); un navigatore, un esploratore, un avventuriero, un “corsaro” (come l’ultimo Pasolini, ma anche come il Parise dei viaggi in Giappone); un artigiano del legno, dell’ebano, della creta, della stoffa o dei gioielli (si pensi alla funzione del tatto nelle ricognizioni testuali d’un Jean-Pierre Richard); un mago, nel senso ampio d’un praticante le vie diverse e complementari dell’alchimia, della Cabala, dell’astrologia, o anche quelle della prestidigitazione (osserviamo in Citati la capacità di riprendere e rilanciare gli insegnamenti di Goethe, questo innamorato di tutte le forme e le esperienze del magico); un ritrattista, un pittore verbale, un allievo di Sainte-Beuve, di Giovanni Macchia o di Giacomo Debenedetti, e della loro inesausta scommessa di disegnare destini in forma di parole; un giardiniere, teso con le sue antenne sensibili a riconoscere le linfe circolanti tra i rami, gli steli e le foglie delle opere…

       Qualcuno potrebbe, a questo punto, porre un’altra obiezione: «Tuffarsi nel molteplice, cavalcare la varietà delle figure e il piacere sfrenato dell’avventura: cosa possiamo riconoscere in tutto ciò se non un ennesimo desiderio di assecondare quella tendenza dispersiva e magmatica, quel proliferare caotico di esperienze, quella negazione di confini e distinguo che è uno dei mali endemici d’oggi?»

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L’ORGIA DI PASOLINI A TEATRO


Alessia e Michela Orlando ci segnalano che L’Orgia di Pasolini sarà rappresentata in alcune città italiane, tra cui Pescara.

Il link:

http://www.napolimisteriosa.it/il-suggeritore-123-e-arrivarono-i-giorni-dellorgia-la-tragedia-dip-p-pasolini/Alessia

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