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UGO RICCARELLI – L’AMORE GRAFFIA IL MONDO (MONDADORI)


 

Premio De Lollis nel 2009, Ugo Riccarelli, uno dei pochi

scrittori italiani che si possono considerare tali,

da MARTEDI 23 OTTOBRE IN LIBRERIA con il suo nuovo

romanzo

 

Ugo Riccarelli

L’amore graffia il mondo

È come se portasse il destino nel nome, Signorina: suo padre, capostazione in un piccolo paese di provincia, l’ha chiamata così ispirandosi al soprannome di una locomotiva di straordinaria eleganza. E creare eleganza, grazia, bellezza è il suo talento. Un giorno dal treno sbuca un omino con gli occhi a mandorla e, con pochi semplici gesti, crea un vestitino di carta per la sua bambola. L’omino scompare, ma le lascia un dono, un dono che lei scoprirà di possedere solo quando una sarta assisterà a una delle sue creazioni.
Potrebbe essere l’atto di nascita di una grande stilista, ma ci sono il fascismo, la povertà e gli scontri in famiglia, le responsabilità, i divieti e poi la guerra…
e Signorina poco a poco rinuncia a parti di se stessa, a desideri e aspirazioni, soffocando anche la propria femminilità, con una generosità istintiva e assoluta. E quando infine anche lei, quasi all’improvviso, si scopre donna e conosce l’amore, il sogno dura comunque troppo poco, sopraffatto da nuovi doveri e nuove fatiche, e dalla prova più difficile: un figlio nato troppo presto e nato malato, costretto a “succhiare aria” intorno a sé come un ciclista in salita.
Nonostante i binari della ferrovia siano ormai lontani e la giovinezza lasci il posto a una maturità venata di nostalgia, ancora una volta Signorina sfodera il suo coraggio e la sua determinazione al bene e lotta per far nascere suo
 figlio una seconda volta, forte e capace di respirare da solo.
Solo alla fine, nell’attimo esatto in cui la lotta cede il passo alla quiete, quel figlio nato due volte si renderà conto che l’amore coraggioso, quello di una donna e di una madre come Signorina, porta nel suo stesso corpo le ferite e i graffi del tempo…

L’amore graffia il mondo è il ritratto appassionante di una donna più forte delle proprie fragilità e del vento della storia: una figura indimenticabile, unica, eppure sorella delle tante donne che ogni giorno come guerriere silenziose rinunciano a se stesse per abnegazione e per amore.
Ma – come Il dolore perfetto, con cui Riccarelli ha vinto il premio Strega nel 2004 – questo romanzo è anche la saga di una grande famiglia, con una galleria di personaggi severi o meschini, inermi o tenaci che rimangono incisi nella memoria perché appartengono a un tempo perduto. È la storia dell’amore più assoluto e viscerale, quello tra madre e figlio, e della speranza più visionaria. Ed è la celebrazione della forza dell’imm

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PREDRAG MATVEJEVIC – PANE NOSTRO – PREMIO DE LOLLIS


Uno dei libri più commoventi che io abbia avuto modo di leggere, è senz’altro “Pane nostro” di Predrag Matvejevic, (Garzanti) insignito del Premio Internazionale De Lollis nel 2009.

Il libro, forse più di ogni altro, si avvicina a definire il concetto di “umanità”, quale esperienza tragica e sublime del vivere la condizione animale, in piena coscienza, determinandone gli aspetti e cercando di regolamentarla in base a principi elaborati e condivisi nel tempo nelle diverse società.

Il fine più nobile dell’umanità: la condivisione (socievolezza nella socialità). E allora non poteva esserci argomento migliore, per dimostrare questo assunto, di un libro sulla storia e sulla cultura del pane, che Matvejevic realizza in oltre vent’anni di ricerca, donandoci pane spirituale da spezzare insieme per condividerlo.

Proponiamo alcuni passi, in cui si legge anche la spinta da cui scaturisce il bisogno di contribuire alla vicenda dell’umanità scrivendo una storia del pane. Vi invitiamo, se non lo avete fatto, a leggere questa splendida opera dedicata alla grandezza e alla miseria dell’uomo.

“Nelle carceri era dura la vita a pane e acqua –l’acqua tiepida e stantia, il pane insipido e secco. Eppure alcuni carcerati sopravvivevano anche più di dieci anni nutrendosi solo così. “Il pane della prigione” viene ricordato in tutte le lingue, da quando esistono le carceri. L’uniformità consentì raramente di trovargli altri nomi e di coniare termini migliori. Nelle prigioni di Venezia – i Piombi, dove fu rinchiuso il famoso Casanova- il pane che veniva dato ai reclusi si chiamava “pane di San Marco”, il protettore della città e della Repubblica. Nelle prigioni francesi aveva un nome ancora più canzonatorio: pane regale (paine de roi), giacché i carcerieri erano dipendenti di sua maestà. La condanna a “pane e acqua” praticamente aveva lo stesso significato dappertutto – il carcere duro e crudele. C’è anche il “carcere a vita”, peggiore della morte.

I mendicanti hanno da sempre cercato una “crosta di pane” o un  soldino per potersela procurare. Erano diversi per età, provenienza, abbigliamento. E anche per la diversa ragione del loro mendicare: necessità o abitudine, bisogno o mestiere, maledizione o destino. Nell’antica Ellade i “cinici” avevano creato una specie di alleanza che cercava di salvaguardare la libertà di parola e di comportamento, senza dover  dipendere da nessuno, scegliendo volontariamente di mendicare. Si organizzarono e s’accapigliarono con il mondo “come cani”. Il loro nome del resto deriva dalla parola kuon –cane. Dormivano dove potevano, sotto il cielo stellato, sotto un albero, nelle stalle. Facevano l’amore nei luoghi pubblici senza far caso agli sguardi altrui. Diogene divenne famoso, fra l’altro, per la botte che gli serviva da casa, per il cane con cui fraternizzava, per la lanterna con la quale di notte rischiarava la strada e per gli stracci di cui si copriva. Erano soliti formulare aspre e severe rampogne contro il mondo circostante. Il loro modo di argomentare veniva detto parresia.  Non risparmiarono né Platone né Aristotele.

Questi mendichi speciali si condannarono da soli, in nome della verità, a pane e acqua.

(…)

Il fratello di mio padre, zio Vladimir, scomparve in un gulag staliniano. L’avevano accusato di tenere rapporti con parenti che erano emigrati, di diffondere “propaganda ostile” (…) Il nonno Nikolaj, letteralmente spezzato dalle disgrazie che gli erano toccate, sopravvisse al gulag dove avevano mandato pure lui, ma non per molto tempo. La nonna, ormai fuori di sé, vagava per le strade in cerca dei figli e del marito. Poco dopo morì su una panchina, in un parco, ormai in preda alla follia. Durante l’assedio nazista di Odessa, nel 1941, mio nonno Nikolaj, con l ultime forze che gli erano rimaste, distribuiva modeste razioni di pane alle persone anziane ormai spossate dalla guerra, insieme con qualche messaggio il cui contenuto mi è rimasto sconosciuto.

Zia Natalija mi propose di incontrare un uomo che era stato nel campo di concentramento insieme con lo zio Vladimir. (…) Feci la conoscenza di quell’insolita persona, sul viso della quale si potevano riconoscere le tracce incancellabili della sofferenza. Guardava lontano, nel vuoto, come di traverso. Mi raccontò come mio zio fosse morot affamato di pane. Con loro, nello stesso campo, c’era un botanico specialista del grano a livello mondiale. (…)

Pjotr parla a bassa voce, bassissima, come se temesse di essere ascoltato. “Voi non sapete cosa significhi in queste circostanze desiderare del pane. Vostro zio Vladimir è morto invocando ad alta voce: Pane, Pane!”

(Massimo Pamio)

Predrag-Matvejevic

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BARBARA ALBERTI – AMORE E’ IL MESE PIU’ CRUDELE – L’Amore e il Male


Barbara Alberti, con un romanzo incantevole, Gelosa di Majakovskj, è stata Premio de Lollis.

Amore è il mese più crudele  (Ed. Nottetempo) è l’ultima opera di Barbara Alberti, scrittrice e donna di intelligenza suprema, che, del sentimento più narrativo, quello amoroso, è forse l’interprete maggiore, attenta notomizzatrice dei cambiamenti e delle trasformazioni che stanno investendo la società dello spettacolo, in cui i vizi privati divengono pubbliche virtù, i pettegolezzi assurgono a  notizie degne del telegiornale e gli affari di cuore vengono monetizzati. Barbara è anche l’ideatrice e animatrice d’una delle più vivaci e interessanti trasmissioni culturali radiofoniche, La guardiana del faro, in onda su Radio 24, in cui in alcune puntate si è accennato alle cocottes, personaggi stimati e vezzeggiati dalla grande letteratura che, sempre pruriginosa e trasgressiva, dedicò loro pagine di simpatia, in nome del riscatto di figure di donna le quali, condannate da una società falsamente puritana, si dimostravano perfino colte, a differenza delle escort odierne, povere sciocchine vuote e ambiziose, in tutto simili alle donnette che diventavano le favorite del Re nel Settecento francese, mantenute intriganti e malvagie, che in vecchiaia, ormai non più desiderate, per non perdere le loro prerogative, si recavano personalmente in città pronte a ghermire povere ragazze, prede innocenti da offrire in pasto alle insaziabili brame del Potente.

L’Amore e il Male e la Crudeltà vanno a braccetto, sembra suggerirci la Alberti: e se l’Amore fosse il Male, un’altra delle invenzioni dell’Uomo per dimostrare la sua inclinazione al sadismo?

Questo smentirebbe l’assunto platonico secondo cui il Dio dell’Amore sarebbe il più potente. Eros, invece, soggiace al Dio della Tirannia, della Possessione Diabolica… E’ il Male a generare l’Amore e non viceversa… E’ a causa del Male che si vuole possedere l’Altro…

L’Amore è mezzo di produzione del Male che, nelle mani del Tiranno, diviene perfino Gioco, Bellezza, Sublimazione Aristocratica del Narciso onnipotente.

L’Amore è ostaggio degli Amati, che oltraggiano e disprezzano i Disamati. Scrive la Alberti: “Io odio chi non amo, mi disse una ragazza perseguitata da un innamorato non corrisposto. Anch’io. Mai ho avuto pietà per chi mi amava senza essere amato. Mi ami? Beato te! Io darei un occhio per innamorarmi. Allora fammi innamorare, sono qui per questo. Niente? Allora che vuoi? Come ti permetti?”

In una lotta di vera e propria liberazione i Disamati dovrebbero tagliare le teste agli Amati, e liberarsi per sempre, così,  di ciò che li rende schiavi. Invece l’Amore è il mese più crudele, e il Disamato è spesso un debole, un perdente, un essere che come il Minotauro vive perduto e smarrito nel labirinto privo di specchi in cui allontanare la propria sofferenza eterna. Al Disamato spetta il pettegolezzo, ovvero la Parola con cui colpire i Felici, agli Amati l’intrigo. Amare e tradire, che sono le due facce della possessione diabolica.

L’Amore romantico è morto. Resta nelle sequenze cinematografiche e nei libri delle saghe sui vampiri, suggerisce la Alberti. Della possessione diabolica che ci poneva in uno stato allucinatorio, è rimasta solo la proiezione, il fantasma che continua a tormentarci nelle sale cinematografiche o nelle pagine dei libri. Forse il Diavolo non ci possiede più. Oggi siamo noi stessi a possederci, e a non lasciarci possedere: oggi il Narciso è talmente forte che mai nessuno si concede sinceramente al Male e alla Possessione dell’altro. Per questo, nessuno più soffre d’amore, se non al cinema, perché la nostra è una società glaciale, che va verso il cyborg, l’automa che non sente ma programma i suoi sentimenti, e li archivia dentro se stesso come un archivista nel museo. Dell’amore, di questa forma del Male, non si avrà più scienza, e chissà, forse l’uomo sarà stato un ponte verso la perfezione. Il Tempio del Corpo offrirà solo uno spunto alla curiosità di qualche cyborg studioso del passato che, così, finirà per scoprire e forse per provare il sentimento della nostalgia, come in Blade Runner.

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RENZO PARIS NEGLI ANNI SETTANTA -UNO DEI PREMI DE LOLLIS


In memoria di Velemir Chlebnikov
Bianca, chi sei?
incanti o sei incantata?
sei muta e preferisci parlare
o parli e preferisci tacere?
Finestra aperta o monade rinchiusa a
catenaccio,
cirro o nuvola scura?
Fiore o serpe,
friabile sabbia o dura roccia,
due punti o punto a basta?

Desiderio d’amore o amore del desiderio,
un linguaggio sconvolgente o
lo sconvolgimento di un linguaggio
schietto diamante o cedevole alluminio,
aquila o passerotto,
un abbraccio squillante o lo squillo d’un abbraccio,
l’orribile fungo o il fungo dell’orrore,
Bianca chi sono?

Renzo Paris è scrittore e critico molto noto, poeta, docente universitario, studioso e amico e allievo di Moravia. Proponiamo una poesia degli anni Settanta, in memoria del poeta futurista russo. Paris è stato da noi premiato al De Lollis per lo splendido romanzo “La Croce tatuata” edito da Fazi nel 2005.

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RIFLESSIONI SU L’AMORE QUANDO C’ERA di CHIARA GAMBERALE


Aggrapparsi a quel che non sappiamo per riuscire ad amare 

di MASSIMO PAMIO

        Ancora una prova di grande valore da parte di Chiara Gamberale che, lo confesso, è una delle mie scrittrici preferite -da non molto a dire la verità, perché l’ho scoperta con “Le luci nelle stanze degli altri”, romanzo in cui la bambina Mandorla, che diventa adolescente in un affollato caleidoscopio di adulti, ci spiega, anche non volendo, che cosa ci è stato tolto e cosa forse noi riusciamo a perdere ogni giorno di quella grazia di quel mistero che stagioni indimenticabili della nostra vita possedevano, nascondevano, illuminavano, trattenevano. Chiara Gamberale lambisace sempre i territori dell’altrove, li affronta, scende con garbatezza decisa, con sensibilità volitiva nelle latebre dell’umano e del suo sentire, nel gioco che si stabilisce tra adulti e bambini: oppure tra uomo e donna, come accade nell’ultimo suo lavoro, L’amore quando c’era, lungo racconto o testo vocato alla messa in scena teatrale, che si legge in meno di un’ora, ma che in quell’ora ci fa soffermare più volte sulle pagine -sempre scintillanti, vivacissime- che si aggrappano alla nostra attenzione con un graffio, che duole fino a quando non riusciamo a compulsarle tutte, le pagine, per giungere all’ultima. Qual è il senso della vita, che cos’è l’amore, quando si è felici? Sembrano domande banali oppure troppo difficili da affrontare, senonché Chiara Gamberale le affronta con una leggerezza tipica del femminile, riuscendo a trovare una piccola storia fatta di e mail, ma soprattutto riuscendo a gettarci in faccia alcune risposte (o nuove domande?) in cui siamo coinvolti e a cui non possiamo più sottrarci. Il libro insomma ci impegna, ci esorta a un dovere morale, e ci sorprende a dover dare anche noi una soluzione, perché non è possibile nasconderci sempre dietro i giochi e i rimandi i trucchi dell’esistenza nei quali noi umani, uomini e donne, siamo così bravi a scomparire per evitare le questioni più delicate che ci riguardano. Così tutte queste domande servono soprattutto per definire il rapporto che si stabilisce tra uomo e donna, e quali sono le posizioni di entrambi quando l’amore c’è. Perché l’amore sta sempre dietro la porta, per cercare di dare un senso alle nostre imperdonabili menzogne, alla nostra paura di confrontarci con noi stessi; l’amore come una sorta di provocazione che ci induce a soffermarci a riflettere sulla condizione di amanti, di innamorati, di separati, di fedifraghi:  perché forse solo questo è vero nella nostra esperienza terrena, uno scudo abbiamo per difenderci dal destino, ed è quello di essere sinceri fino in fondo con la persona che amiamo e con noi stessi. Per non perdere la nostra unica garanzia di felicità: diverse, per l’uomo e per la donna, per il bambino e l’adulto, ma così vicine, così opportune.  



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