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PLAUTO REDIVIVO GRAZIE A SABATINO CIOCCA di Massimo Pamio


Se un regista si dedica alla traduzione di un testo teatrale con tanta devozione così come Sabatino Ciocca ha fatto con Pseudolo di Tito Maccio Plauto (opera pubblicata da Edizioni Tabula Fati, 2014), è per occulte ben profonde motivazioni, a cui tenterò di approssimarmi, per dar loro conto e soddisfazione. Nell’adattamento, Ciocca riprende la partitura in versi, inventando un suo metro, dal respiro affatto teatrale, ben cadenzato, musicale, composto da un quinario e un settenario:

“Pervènti mìne,/vendùta m’hàilruffiàno// aunò stranièr,/soldàt’inMacedònia// amòrebèllo./Quìndici, percapàrra// l’hà giàdatepartèndo,/ne restancìnque.// Perquestilmilitàre,/uncontrassègno// glihalasciàto,/ilsuoritràttimprèsso// con l’istèssosuoanèllo,/aciòchepòi// chi un contrassègno/uguàle glipresènti// a costui mi consegni./E la scadenza// èstabilita/pèr le festediBàcco”,

versi nei quali ho artatamente sottolineato la cantabilità, rimarcandone gli accenti principali, le sincopi, per dimostrare come coincidano con l’andamento recitativo, a riprova anche di una certa benevolenza del regista nei confronti degli attori, ai quali già viene suggerita la scansione, l’interpretazione ritmica della partitura. Fu forse proprio questa cantabilità del verso, a facilitare la memorizzazione dei motti e degli aforismi plautini, che divennero proverbiali, tanto da essere verosimilmente citati in strada e nelle tabernae, vox populi, vox Dei. A decretare il successo delle commedie era questo atteggiamento plautino di dare al popolo quel che voleva o si aspettava, di farsi interprete di un certo gusto del tempo, di dar fiato a malumori che nella commedia si accendevano e che poi, al calar della tela, si spegnevano.

Nel corso della commedia, Pseudolo interrompe più volte la recitazione per rivolgersi direttamente allo spettatore, coinvolgendolo nelle sue azioni, con ciò significando di “stare dalla parte del popolo, o del semplice spettatore che ha pagato per assistere allo spettacolo”. Plauto vuole dimostrare di essere all’altezza del suo pubblico, di desiderarne il divertimento con tutto il cuore, di non volerlo deludere, e questo probabilmente ci dice di come il pubblico amasse Plauto.

Un personaggio con il quale lo spettatore tende a non identificarsi, e cioè l’antiagonista Ballione, ovvero il lenone che Pseudolo cercherà di truffare, ebbene perfino lui si perita di esprimere addirittura un giudizio sull’autore del testo, in una serie di battute esilaranti e spiazzanti, altro esempio di “metateatro”:

CUOCO

È presto detto:

allor che le pignatte bollono tutte,

io le scoperchio, e quel profumo eccelso,

a pié levati, fino in cielo s’en vola.

BALLIONE

Un odore s’en vola “a pié levati”?

CUOCO

Pardon, ero distratto. Dire volevo

“a mani alzate”.

BALLIONE

Ma che diamine dici?

CUOCO

Quello che Plauto ha scritto.

BALLIONE

Tu ne sei certo?

Non sbagli di commedia?

CUOCO

Questo giammai,

ch’io sono il cuoco e tu po’ sei Ballione.

BALLIONE

Or mi vien chiaro il fatto: queste battute

il Maccio Plauto deve averle pensato

dopo che tu gli cucinasti in casa.

07

L’idea modernissima di far metateatro è qui uno spunto per creare una situazione esilarante, e dunque il metateatro in Plauto è funzionale al fine che egli si ripromette, di far ridere a tutti i costi. Ma rovesciamo la situazione. Le sue macchiette, Pseudolo e Ballione, ad esempio, così vive da superare i secoli senza nemmeno un graffio, vengono a coincidere comunque col destino degli attori che le interpretano: attori da avanspettacolo, che prendono su di loro la croce del teatro e che potrebbero rispondere in prima persona dell’eventuale insuccesso. Probabilmente quegli attori erano celebri, scelti dallo stesso commediografo, con cui condividevano complicità e fraternità. Solo un attore stimato e amato può rivolgersi al pubblico in confidenza, uscendo dal palco per spartire con quello un giudizio su ciò che avviene o addirittura permettersi di giudicare l’operato stesso dell’autore. Plauto ci avverte: io non son uomo di profondità, io son uomo da spettacolo, anzi, una macchina da spettacolo, le mie commedie sono un meccanismo perfetto, un congegno a cui tengo moltissimo e del quale mi sento sicuro, visto che ogni tanto ne condivido il fine con lo spettatore. Non ci resta che ridere insieme, è questo l’unico appiglio alla salvezza, il nostro segreto, il nostro unico potere: ridere insieme di noi e della vita, giacché il ridere è in nostro potere, ma deve pur esserci qualcuno a farci ridere, e se un semplice commediografo ci riesce, se io ci riesco, è per il bene di tutti.

Ecco, mi sto avvicinando a scoprire le motivazioni che hanno spinto Ciocca a offrire una sua versione dello Pseudolo, con un coraggio e uno sprezzo che definirei plautine. Ciocca come Plauto: ne traduce la commedia perché si sente egli stesso Plauto, anzi, si sente Pseudolo, un imbroglione che deve dimostrare a tutti di valere il suo nome, in nome dell’artifizio. Ciocca si sostituisce a Plauto, gli tende un tranello per farlo uscire fuori, per scoprire chi è. Ce lo svela egli stesso, offrendoci, oltre alla traduzione, un’intervista a Plauto, che è un vero e proprio dialoghetto teatrale, di una forza e di una carica inventiva straordinarie, impregnato di una tale fedeltà storica che per la prima volta ci sembra di trovarci di fronte all’ingombrante fantasma di Plauto, restituito nella sua intera e complessa umanità grazie a queste pagine appassionate, che mi hanno ricordato le interviste impossibili che la RAI affidò in passato a scrittori del calibro di Manganelli, Flaiano, Eco, Calvino ed altri.

Nella traduzione dell’opera Ciocca, con l’immissione di espressioni e di modi di dire, di giochi e calembours linguistici moderni, ha voluto rendere l’opera più attuale rispetto alle altre traduzioni realizzate in prosa, prive di mordente, poco inclini a rendere la tensione comica e satirica che attraversa tutto il testo. Non che la traduzione sia perfetta, non possiamo pretendere troppo da un regista. Ad esempio, nella scena seconda dell’atto secondo, Pseudolo dice: “Ora vederete// come l’uccello questa staffetta armata”; noi avremmo preferito: “”Or mi vederete// a uccellar, e come! l’armigera staffetta”. E che dire del “Pardon” usato dal Cuoco nel dialogo sopra riportato?

Della messa in scena di diversi anni fa dello Pseudolo di Sabatino Ciocca mi sovvengono la vivacità della recitazione, delle luci, dei costumi, della scenografia; tutto pareva studiato in funzione della energia del protagonista, e sembrava che il regista volesse fare l’occhiolino allo spettatore: “Vedi come sono l’intelligenza, la scaltrezza, il buon senno? Coloratissimi, luminosi: ma tutto questo è rappresentazione d’un’idea brillante, la mia, questa: che per fino la sapidità abbia bisogno di un ingrediente che non sia il sale, e che esagerare non sia utile, quanto necessario, ma che per esagerare ci si debba avvalere di una accorta discrezionalità e soprattutto del talento di realizzare artifizi”.

Pseudolo, fedele ma astuto servitore, riesce, in virtù della fortuna e dell’aiuto degli Dei, a piegare il reale al suo volere: ma la volontà personale non basta, occorrono molte altre qualità, come la capacità di non farsi trovare impreparati e di sapere risolvere e cavalcare rovesci e complicazioni, nodi e intrecci del destino. Un eroe preso a prestito dall’archetipo del servo furbo, che diviene figura indimenticabile, moderna, esempio da additare ai nostri contemporanei, soprattutto quando si fa corifeo del sentimento della non gratuità della dignità personale. Perché, pare ammonire Ciocca nei versi scelti come epigrafe, siamo tutti servi di qualcuno, ma questo non ci deve mai far chinare il capo, se mai deve insegnarci a tener sempre pronta la schiena alle nerbate, per non far mai scordare al padrone di essere sempre il padrone: ma padrone capace di esprimere una sua dignità, richiamato al suo dovere ma anche alla sua umanità, costantemente sotto pressione, a rendere conto di ogni sua azione.

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Delle miserie umane tratta Plauto, e della contrapposizione tra principio ideale di giustizia e la giustizia come viene realizzata, e cioè a favore di pochi privilegiati. Lo annota con perspicacia Edoardo Erba nella prefazione: “Il servo in gamba (…) è un archetipo che gli storici dicono venga dalla Grecia. Io sono sicuro che viene da più lontano, forse dalla rivoluzione agricola, da quando la proprietà di un pezzo di terra divise l’umanità in servi e padroni. E se i padroni erano più armati, più forti, più arroganti, se avevano dalla loro parte le leggi e le religioni – e come poteva essere altrimenti visto che le leggi e le religioni le avevano fatte loro – ai servi per non soccombere restava solo l’astuzia”. Plauto scrittore impegnato, civile, che fino a qualche tempo fa, prima della caduta del Muro di Berlino, avremmo definito “marxista ante litteram”? Sicuramente uno che stava dalla parte dello spettatore, del popolo, che faceva convivere l’alto con il basso, a vantaggio di quei principi morali ed etici che seppure non trionfanti, dovrebbero informare la nostra esistenza o la nostra sete di cambiare il mondo in meglio.

E siamo alle motivazioni più profonde che hanno spinto Ciocca a questa sua fatica; a qualcuna abbiamo già accennato. Nell’intervista immaginaria a Plauto, ci sono tutti gli elementi che ci occorrono per comprendere come Ciocca sia una specie di alter ego di Plauto, senonché Plauto gli sfugge di mano e lo apostrofa più volte, tanto da definirlo “pignolo”, e “pessimo intervistatore”. E così il suo obiettivo, quello di scrivere a tesi, ovvero di voler dimostrare una sua ipotesi circa il teatro, viene in parte contraddetto da Plauto in persona, a cui quel che premeva, più del teatro, era di far parte del gioco delle parti della vita, in cui ciascuno svolge un ruolo, ma senza possibilità di scampo alcuno, e ben gli va se ha capacità di adattamento. La tirata di Ciocca sul servo furbo, capocomico e drammaturgo, non interessa più di tanto a Plauto, ma a Ciocca stesso, che interpreta quest’opera alla luce del conflitto tra potere e teatro, e che vede in Pseudolo la figura stessa del teatrante costretto a mettere sempre in campo la propria abilità per sopravvivere, e che rischia di suo, mentre gli altri sono al sicuro. La precarietà degli artisti e della loro condizione è avvertita come una tragica nemesi. La dedica del libro è “ai paria del teatro”. Ma quanti paria ci sono nel mondo? Perché non fare dell’attore una figura di quel che è il povero, il servo, il sottomesso d’ogni tempo, d’ogni cultura, d’ogni civiltà? Perché non cercare di dimostrare come e perché le civiltà siano il frutto dell’interesse di pochi, e come la cultura sia solo un’invenzione delle classi ricche per vincere la noia?

L’attore, il servo sciocco, Pseudolo, dovrebbe rifiutarsi di recitare. Dovrebbe far restare nella noia il ricco, per dimostrargli che il suo modo di concepire il mondo è sbagliato, e che l’unica vera battaglia da condurre è cercare di edificare un Mondo Nuovo, di cui forse si vedono i primi bagliori.

Copertina PSEUDOLO

 

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