Archivi tag: racconti

LA CLONAZIONE DEL PRESIDENTE: racconti d’un futuro prossimo presente


E’ IN USCITA IN TUTTE LE LIBRERIE

LA NOTTE IN CUI FU CLONATO IL PRESIDENTE

RACCONTI A CURA DI CLAUDIO COMANDINI (EDIZIONI NOUBS)

L’uomo più discusso e potente del paese è misteriosamente scomparso e riapparso, secondo alcune voci è stato clonato, non si sa quante volte. Le ipotesi più agghiaccianti ed esilaranti si accavallano, forse è un complotto, forse no. Il nostro futuro è comunque un’incognita.

Fra satira politica e fantascienza sociale, si dipanano quindici racconti che descrivono un improbabile paese molto simile al nostro, scaturiti dal concorso letterario più controverso degli ultimi anni, ideato dal curatore della raccolta.

Racconti di: Mauro Prandelli, Gianluca Morozzi, Francesco M. De Collibus, Maria Dell’Anno, Arduino Capanna, Gioacchino Da Padova, Cristina Ghezzi, Francesco Cusa, Srećko Jurišić, Tessa Marzotto e Antonio Pignatiello, Claudia Mancosu, Adriano Marchetti, Guido Pacitto, Michele Ghilotti, Claudio Comandini.

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IL CURATORE Claudio Comandini ha pubblicato, oltre a numerosi articoli e interventi critici, le poesie di Un giorno lungo un sogno (Noubs, 2001), il romanzo Basso Impero (Sovera, 2006), il CD audio Parachuting Nonsense! (Setola di Maiale, 2009), ed ha curato i racconti de Il primo giorno di lavoro (Noubs 2011), con prefazioni di Susanna Camusso ed Ascanio Celestini.

 

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MAGARI, racconto inedito di MICHELE TURAZZI


Un dono di Michele Turazzi al blog di Noubs.

Michele Turazzi è uno scrittore che a casa Noubs stimiamo molto, un vero scrittore. Il suo dono pertanto ci è particolarmente gradito. In questo breve racconto offre una amara riflessione sullo stato del nostro amato e sciagurato Paese. Speriamo che voi tutti raccogliate il suo messaggio e ne facciate oggetto di discussione. Magari…

MAGARI

inedito di Michele Turazzi

Monsieur, che cosa vuol dire ‘Magari’?”. Era una bella ragazzina di sedici anni a chiedermelo, aveva una spruzzata di lentiggini sulle guance e il rimmel a contornarle gli occhi. Era seduta in prima fila, giusto davanti alla cattedra. Non potevo far finta di non aver sentito la domanda, né potevo sviarla, dicendole “Ora non c’è tempo, dobbiamo finire la lezione”; in effetti non avevo ancora cominciato a dire nulla. E allora mi sono messo a pensare. Ma quando hai davanti diciotto liceali in preda a squilibri ormonali non puoi permetterti di pensare a lungo, devi dire qualcosa. Ed essere convincente. “In Italia utilizziamo ‘Magari’ con differenti accezioni”, ho iniziato, ma lei non si beveva la storia delle differenti accezioni. Lei aveva un libro aperto sul banco e su quel libro c’era un dialogo, e quel dialogo finiva con “Magari” e poi c’era soltanto il punto esclamativo. “è un’esclamazione”, ho detto. Ma lei questo già lo sapeva, altrimenti il punto esclamativo là che ci stava a fare?

“Ce lo può tradurre, monsieur?”, le ha dato manforte il suo vicino di banco, un ragazzino rachitico con la montatura degli occhiali grossa e nera. “Non c’è una vera e propria traduzione” ho risposto. Non era sufficiente. Ho continuato: “Potrebbe essere qualcosa come Je voudrais bien le faire, mais je ne peux pas”. Mi piacerebbe molto farlo, ma non posso. Mi guardavano perplessi, non soltanto loro due in realtà. Tutta la classe era immobile, non sembravano capire.

Ci potrebbe fare un esempio?” Odio gli esempi. È una cosa che ho sempre odiato, viscerale; una parola cambia significato senza sosta, cambia a seconda di chi la usa, di quando e quanto la usa, di perché la usa. Gli esempi grammaticali sono solo frasi morte. Prendono una lingua e la obbligano a restare in mutande e calzini, senza vestiti. “Per esempio se io vi dico ‘Venite a vedere la partita stasera?’ e voi rispondete ‘Magari’ vuol dire che avete i compiti da fare e non ci potete andare, ma Dio sa quanto vi piacerebbe”. Però non ci sono riuscito a fermarmi. “Indica una desiderio, una speranza. Il problema è che quando la pronunci già lo sai che non andrà a buon fine; c’è un certo fatalismo in questa affermazione”.

I ragazzi non capivano. Io invece in quel momento per la prima volta sì. Ho capito tutto della mia nazione, cercando di spiegare una parola logora ad un branco di brufolosi adolescenti francesi. Noi italiani abbiamo coniato questa parola come se fosse un mantra, il nostro mantra. E da allora la utilizziamo in continuazione. “Magari” è un anelito a qualcosa di più, che si scontra costantemente col mondo. È una parola idealista, ma allo stesso tempo del tutto conficcata nelle piaghe del reale, un grido che si infrange nel marcio. “Magari” diciamo e ci sentiamo bene perché siamo nel giusto e vorremmo che le cose andassero in maniera diversa. Ma non ci possiamo fare nulla. E infatti “Magari” è la nostra giustificazione, la nostra certezza nell’immutabilità del mondo. Siamo noi che ce ne laviamo le mani; “magari” diciamo e il discorso è finito. Non ci può essere una replica. Non spetta a noi cambiare le cose, deve pensarci qualcun altro. Insomma, è la provvidenza che aspettiamo.

I ragazzi parlavano tra di loro, si lanciavano cose, ridevano e scherzavano. Probabilmente è di me che ridevano. E non avevano torto: me ne sono stato dieci minuti incompleto silenzio. Poi ho battuto le mani, ho alzato la voce e ho iniziato la lezione.

Michele Turazzi

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CARNE NUOVA di Caterina Falconi


Le Edizioni Noubs vi propongono un racconto inedito gentilmente messo a disposizione dalla scrittrice Caterina Falconi… Attendiamo un vostro giudizio!

CARNE NUOVA

di Caterina FALCONI

7 luglio 2175  

Stephen intrecciò le mani dietro la nuca e fece due torsioni del busto. Le protrusioni nella sua colonna urlarono. La cupola era in penombra, in un grigiore metallico effuso dalla membrana di protezione.

“Solange, apri” disse, rivolto a un viso etereo che gli sorrideva da uno schermo. E dalla sommità della cupola, come palpebre, le membrane in silicio si schiusero frusciando. Un fascio di luce opalescente spiovve dentro e inondò il locale.

“Fatto Stephen.”

Lui annuì.

Al centro della sala, nella teca trasparente, immersa nella soluzione isotermica, la ragazza piangeva nel sonno.  Le sue lacrime si formavano così lentamente che il gelo della teca le asciugava. Le sue funzioni vitali, rallentate dall’ibernazione, seguitavano torpidamente ad animarla, e lo stesso, probabilmente, accadeva ai suoi pensieri.

“Non piangere Agata” le disse Stephen. “Ti ho promesso che tutto tornerà a posto” la consolò, e girò attorno alla teca per stringerle la mano. Il braccio nudo di lei sbucava da un’apertura circolare, adagiato su un asse, e infuso da tre sonde collegate a dei monitor.  Al momento aveva le dimensioni di un arto di una bambina di  undici anni, ed era roseo e glabro. Lui lo carezzò con la punta delle dita, e infilò la destra sotto quel palmo affusolato.

“Fidati. Il braccio sta ricrescendo bene, e Cormac sta tornando da te. Non devi fare niente. Devi solo aspettare, e riposare” le disse, ed esitò, sapendo che l’ultima parola: riposare, le sarebbe arrivata dopo giorni. Affondò lo sguardo nella teca: lei fluttuava tra i propri ricci, come una pallida sirena in un banco di rosse alghe. I capelli avevano continuato a crescere normalmente, e dopo undici anni avevano invaso la vasca torcendosi e ondeggiando.

Una carezza sulla sua schiena identificò la nuova arrivata come Lea.

“Salve Lea” salutò il computer.

“Buongiorno Solange” rispose la donna.

“Ciao amore” disse Stephen, e si voltò a baciarla. Lea profumava di vaniglia e lo guardava eccitata: “Ho capito a chi somiglia!” gli disse. “Sembra Ofelia di Rossetti.”

Stephen annuì colpito. Era proprio vero, la sua sfortunata gemella somigliava ad Elisabeth Siddal  immersa nell’acqua che l’avrebbe uccisa. Per non pensarci trascinò la moglie alla vetrata. Terra sorgeva all’orizzonte, fondendo il cielo oscuro  in un blu vellutato cosparso di efelidi argentee. Nel cratere di fronte ai laboratori una scavatrice trivellava il suolo sollevando sbuffi di polvere, che volteggiavano e restavano sospesi nella fosforescenza dell’alba lunare. I rover immobili affondavano i cingoli nella regolite  pastosa, e nessuna luce era ancora accesa dietro gli oblò delle torri. Ciuffi di nuvole candide adornavano l’Europa.

“Torneresti sulla Terra?” chiese Stephen.

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