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GIOVEDI’ 19 settembre ALESSANDRO ALFIERI PRESENTA A ROMA “FRAMMENTI DELLA CATASTROFE” (Edizioni Noubs)


Libreria Mangiaparole Caffè Letterario

(Via Manlio Capitolino 7/9, 00181 Roma – tel. 06 97841027)

GIOVEDì 19 SETTEMBRE dalle ore 18,30 alle 19,30

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

Frammenti della catastrofe. Ricognizione filosofica di immagini, fenomeni e disgrazie dell’oggi

di Alessandro Alfieri

 

Nel bel mezzo della catastrofe, la filosofia non può esimersi dal dovere di districarsi in essa al fine di comprendere criticamente cos’è che ha contribuito e contribuisce alla sciagura; tale comprensione è l’unica opportunità offertaci di guardare a un qualche futuro. Nel presente lavoro, Alessandro Alfieri indaga in maniera trasversale film e fenomeni sociali, icone della pop culture e fatti della cronaca, per farne emergere il “contenuto di verità”, ovvero i valori allegorici che essi condensano al loro interno, funzionali per illuminarci nel tentativo di comprensione della nostra contemporaneità.

 

 

Edizioni Noubs

www.noubs.it

noubs@noubs.it

tel. 0871 348890

327 9960722

alfieri

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LEOPARDI E MANZONI: IL DEGRADO DELL’ITALIA E DELLA SUA LETTERATURA (di CLAUDIO COMANDINI)


Per gentile concessione dell’Autore, http://www.claudiocomandini.net/

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Il vero e il bello. La sociologia della letteratura e dell’arte: Schücking, Hauser. La modernità letteraria e la discussione sul classicismo. Muratori: la critica agli stereotipi mitologici. De Staël: l’utilità delle traduzioni. Di Breme: la poesia del soggetto conoscente. Leopardi: ruolo degli antichi e funzione dell’ingegno. Meccanicismo, sensismo, illuminismo. Lukács: formazione del classicismo e borghesia in ascesa. Schiller: la poesia ingenua e sentimentale. La rubricazione delle cose d’Italia: costumi, lingua, letteratura. Le “Operette morali” e le nuove favole antiche. Autofagocitazione comunicativa e consistenza del sapere. Manzoni: una letteratura d’idee. Illuminismo, cattolicesimo, romanticismo. Contro il paganesimo culturale e l’idolatria stilistica. Storia critica della letteratura italiana. Gramsci: l’Italia quale provincia culturale francese. Il marxismo e le lotte di classe in Francia. Gli scrittori ed il formarsi della modernità. La costituzione del romanzo storico. Stesura e pubblicazione de “I Promessi Sposi”. Attualità del degrado, inattualità della scrittura.

 

 

 

1. I classici e dopo

 

Riguardo alle faccende letterarie, Alessandro Manzoni aveva riconosciuto che l’onestà intellettuale poteva portare a “trovarsi fra la necessità o di negare la verità conosciuta, o di acquistarsi un titolo brutto e odioso” (Fermo e Lucia, 1823); Giacomo Leopardi, invece, interrogandosi sulla fama, riteneva che “far giudizio dei libri” non si addice alla maggior parte del “volgo dei letterati” e degli studiosi che vivono nelle moderne città, che perlopiù reputano studi e scrittura “come sollazzi, e riposo degli altri sollazzi” (Il Parini ovvero della gloria, 1824, suOperette morali, 1827). Gli argomenti alludono al rapporto tra verità e finzione, mettono in dubbio se una letteratura sia reputata bella perché bella davvero, e permettono di considerare un’opera in relazione ad un contesto sociale regolato da principi e convenienze.

 

Piaccia o meno, la “bellezza” non può essere considerata un valore assoluto. Certamente, la Bellezza è stata anche modalità privilegiata di conoscenza del vero: come idea platonica indica l’unificazione del molteplice, nel romanticismo esprime una diversità irriducibile. La bellezza è stata anche di più, ed ha ecceduto ogni contenimento, per poi ritrarsi lontana da sé. A fianco di concezioni estetiche e filosofiche formatesi e diffusesi in specifici momenti e contesti, esistono ragioni precise per cui nell’ambito letterario si configura e si relaziona quanto è poi concepito come bello e vero. Ed al riguardo, a detta del sociologo della letteratura Schücking, un cambiamento di gusto letterario non avviene tanto in virtù di uno Spirito del mondo, quanto per forze causali organizzate commercialmente e gestite da gruppi d’interesse. Questi gruppi hanno a lungo agito in virtù di legami sociali e vincoli culturali che oggi hanno perduto la loro rilevanza a favore di interessi commerciali in senso stretto. Tuttavia, anche al tempo del classicismo e del romanticismo, e di quanto ne segna i confini, esistevano gruppi di interesse che esprimevano il travaglio di un’epoca messa di fronte alle sue trasformazioni, e letterati ed uomini di cultura trovavano nell’opporsi di “compostezza” e “passione”  forme capace di esprimere diversi modelli di società in conflitto.

 

La letteratura si compie anche di pratiche, convenzioni ed istituti, non solo nel rivolgersi a dei fruitori, ma anche in riferimento alla stessa scrittura. Ne esiste un “commercio” in quanto sussiste lo scambio di un bene, definito dalla nozione di “letterario” e dagli attributi “bello” e “vero”, che variano insieme alla definizione di un qual certo degrado a cui si oppongono. La modernità giunge a formularsi parallelamente all’elaborazione di stili e forme artistiche in conflitto e successione, descritte da Hauser ponendo in relazione reciproca le sfere del sapere e dell’esperienza. Nel mondo trasformato dal capitale, che ha sostituito le ciminiere alle colonne celebrando l’efficacia delle prime nella solennità delle seconde, cambiano funzioni e rapporti, coinvolgendo base materiale, organizzazione sociale e discorso culturale. La crescente divisione del lavoro permette il costituirsi tanto della possibilità di un lavoro letterario, quanto delle condizioni formali e sociali del suo riconoscimento.

 

Nella modernità, la narrativa diventa storia inesorabile di vicende umane; la poesia conquista nel suo ritmo interno l’esperienza transitoria. Lo scrittore si emancipa dal dovere di propaganda verso i potenti ed inizia a considerare il campo delle sue pratiche come dotato di autonomia ed effettualità. Tuttavia, mantiene un rapporto ambiguo con il ceto borghese, dal quale perlopiù proviene ed ha i suoi referenti, anche laddove il disprezzo è reciproco. Questo modo di tenere le distanze, può riguardare pure letteratura, lingua e caratteri nazionali: tanto più se gli scrittori non sono borghesi, ma degli aristocratici che in modi diversi dispongono di rendite e tempo, come anche con Leopardi e Manzoni accade in Italia, dove la borghesia rimane troppo attaccata alla cassa per poter davvero fare cultura. Ad ogni modo, nei molti inizi della sua modernizzazione, perennemente incompiuta, gli scrittori di lingua italiana si trovano diverse volte in condizione di pensare i compiti della scrittura, distinguendone figure ed impieghi. Queste riflessioni hanno molti motivi per essere ancora prese in considerazione.

 

Un accenno allo stretto concubinaggio fra letteratura e “falsità” inizia ad essere affrontato nel trattato Della perfetta poesia (1706) di Ludovico Antonio Muratori: l’autore contesta risolutamente l’imitazione dei classici e la ripetizione di temi e stilemi convenzionali, di formule letterarie sterotipate e figure mitologiche tradizionali, in quanto escludono “novità” e “maraviglia”. La posizione tuttavia risente di un moralismo letterario piuttosto conciliante. Infatti, se nella storia il grande erudito inaugura definitivamente la ricerca documentaria, mettendo in discussione pregiudizi e visioni di comodo, nella teoria letteraria rimane legato al gusto seicentesco del “diletto”, poco più che ammiccante al “reale” ed al “vero”. Indica una direzione da seguire, ma non esce dal monopolio di quella letteratura d’intrattenimento che ancora oggi in Italia esercita una pesante ipoteca.

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UN MURO DI DIFESA PIU’ ALTO E SICURO DELLA MURAGLIA CINESE: LA BELLEZZA (di Massimo Pamio)


Che cos’è la realtà se non la visione della vita che impongono le classi che stanno al potere? Questa domanda formulata da Cesare Garboli nel 1966 si rivolge allora come oggi agli intellettuali e agli scrittori con rinnovata forza,

Occorrerebbe ripartire da questa domanda per interrogare la stagnazione del pensiero critico in atto nel nostro Paese, pensiero critico in sofferenza non solo per il difficile momento storico civile ed economico che il Paese attraversa, ma anche per la mancanza di dibattito e di ricerca, per la crisi di un’accademia agonizzante che si arrocca in difesa dei propri privilegi, per la fuga dei giovani ricercatori all’estero, disgustati dal vergognoso spudorato comportamento simoniaco dei Baroni dell’accademia. La classe accademica universitaria oggi tende a riprodurre gli stessi meccanismi e la stessa dinamica servo-padrone di quelle finanziarie, industriali, politiche, delinquenziali, tutte volte alla mera conquista del potere e al mantenimento dello status quo, caste chiuse agonizzanti che non comunicando più con l’esterno e trovando in loro stesse la ragione d’una quieta sussistenza e il nutrimento che permette loro di riprodursi e perpetuarsi, rischiano di autofagocitarsi, di implodere o di indebolirsi sempre più fino a che un solo tiranno li asservirà oppure fino a che i poteri più forti trionferanno su tutti gli altri imponendo un’omologazione, la più terribile, e assicurando un’agonia meno solitaria all’accademia.

È il periodo della clonazione dei poteri, del Narcisismo al potere e della imposta sterilità giovanile, dell’autonomia corticale, dell’autoriproduzione attraverso staminali -assisteremo al fenomeno dei vecchi dal volto inguardabile che saranno sempre più lucidi e coscienti, più terribili e impietosi, tiranni decrepiti.

Cercherò di formulare un’ipotesi circa i motivi di questo orientamento del potere in Italia, voluto dai padroni del Nuovo Ordine mondiale che nell’imporre l’omologazione in basso, prevedono un attacco frontale alla cultura e al pensiero critico, un attacco a cui mai avevamo assistito finora nella storia dell’umanità e che viene condotto soprattutto nei confronti della Grecia e dell’Italia, Paesi simbolo della civiltà Occidentale, della cultura critica e del pensiero libero e democratico, del confronto: Atene con Sparta, Roma con l’Oriente, hanno prodotto una mitografia dell’uomo ben chiara e precisa – i Dialoghi platonici sono alla base dell’immagine che l’occidente si è costruito del concetto di umanità.

In Italia si vive in una cornice storico-archeologica in cui la bellezza proviene dal passato, ma spetta agli uomini del presente conservarla, contro gli attacchi provenienti dall’esterno, più che dall’interno. Ogni città, ogni paesaggio italiano recano una strategia complessa: come se gli uomini del passato avessero compreso che solo attraverso la bellezza (sculture, architetture, quadri, libri strategicamente disseminati in chiese, palazzi, biblioteche) avrebbero potuto tramandare la loro storia e difenderla dalle mire dei nuovi barbari. La bellezza infatti è difficile da distruggere: chiunque, anche la persona più ignorante, avverte che quella chiesa o intuisce che quel quadro rappresentano una ricchezza, un patrimonio da difendere. La definizione di bellezza, non a caso, si basa su un’eccedenza del sentire rispetto alla comprensione, su un mistero che si sprigiona da questa divaricazione. Un Paese ricco di bellezza non può essere attaccato facilmente: i nostri progenitori creando belezza hanno eretto un muro di difesa più alto della Muraglia Cinese. Oggi la civiltà barbarico-tecnologica ha bisogno di affermare il proprio potere attraverso l’omologazione, ma che cosa si oppone all’omologazione più della bellezza, che conserva la Differenza, la Storia, le particolarità di una Nazione per secoli e secoli? Perciò le manovre finanziarie mosse contro l’Italia e la Grecia sono un attacco simbolico alla bellezza, all’ultimo baluardo che si oppone all’avanzare dell’omologazione. La bellezza è nel paesaggio (la Toscana, l’Umbria, il Peloponneso), come in città intere (da Venezia a Firenze a Roma a Pompei al Partenone ai centri storici dei più piccoli borghi). Se il paesaggio è facile da devastare (gli alberi non riescono a opporre resistenza, neanche i fiumi), se la giustificazione addotta per la sua distruzione – bisogna creare infrastrutture per lo sviluppo! (basta un esempio, la TAV, contro cui un’intera popolazione, quella della Val di Susa, sta combattendo strenuamente, ma i casi sarebbero innumerevoli, in ogni luogo dell’Italia ci sono abusi edilizi, devastazioni terribili in nome del cemento e dell’asfalto e di un progresso senza volto e senza scopo) se questa motivazione mette tutti d’accordo, al contrario le città, le chiese, i palazzi storici, le pinacoteche, le biblioteche, sono più difficili da distruggere. Se però il paese che li conserva viene messo in ginocchio da manovre finanziarie internazionali e se si attacca la cultura (in Italia le librerie indipendenti chiudono, il pensiero critico agonizza, l’accademia e la ricerca universitaria e scientifica pure) se si cerca di rendere ignorante la gente, insensibile alla storia e al patrimonio di bellezza del proprio Paese, allora svendere il proprio patrimonio di bellezza al migliore offerente o deturparlo, sarà più facile, e la globalizzazione riuscirà a imporre anche da noi i suoi valori,  Perché la diversità culturale fa paura? Al prossimo post.

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“I PEGGIORI” DI CHIARA ZACCARDI SABATO 16 GIUGNO A ROMA


Sabato 16 giugno 2012, ore 18

presso il Giardino Parioli di Roma con

Associazione Libra e Noubs Edizioni
presentano


….
“I PEGGIORI” di CHIARA ZACCARDI

(NOUBS EDIZIONI, 2012)

I GIOVANI CAMBIERANNO IL MONDO IN PEGGIO

info: Giardino Parioli
via Antonio Bertoloni 3b – ROMA
06-8083307 /347-7618417
http://www.giardinoparioli.it
http:// libraduepuntozero.wordpress.com

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MARCELLO APPIGNANI AL MUSIC INN DI ROMA DOMENICA ALLE 21


Al “Music Inn” in Largo dei Fiorentini 3 – Roma domenica 4 marzo alle ore 21 Marcello Appignani presenta il suo ultimo CD.

Con questa notizia musicale le Edizioni Noubs ricordano che il 4 marzo 1943 nasceva Lucio Dalla. 

l mi e il si bemolle si bagnarono nell’eco. C’era una volta nel tutto diviso e nel nulla completo, in audaci mondi lontanissimi, la dittatura del curaro. E l’aria ascolta la grande curva di un volo sacro di farfalle. Questi sono solo alcuni dei titoli dei brani che compongono Coevica, un concept album ideato da Marcello Appignani per accompagnare il romanzo “Coeva”, scritto a 8 mani, quelle degli scrittori Maria Pia Carlucci, Maurizio Verdiani, Fiorella Corbi e Stefano Capecchi, live al Music Inn di Roma il prossimo 4 marzo. Stiamo parlando della colonna sonora di un libro. Non un semplice sottofondo musicale per accompagnare una lettura pubblica, ma il completamento di un lavoro letterario davvero unico nel suo genere: un romanzo scritto come una partitura musicale da un collettivo di autori che si definiscono come strumentisti di parole, The Coevas.

Coeva è una storia d’amore, quella tra Kama e Velle, ambientata in un mondo immaginario e parallelo al nostro. Per conquistare il cuore della sua amata e soddisfare i suoi desideri, il povero Kama, affronta diverse avventure, incontrandosi e scontrandosi con strampalati personaggi dai nomi altisonanti, come Strauss, Cassandra, Kafkasìa, Assemblea, Vox Populi. Il romanzo trascina il lettore in una dimensione alternativa della realtà, costringendolo a mettere in moto i suoi neuroni per non perdere la rotta in un intricato groviglio in cui parole, sintassi e concetti sono stravolti e portati ai loro limiti estremi. Le voci dei personaggi si fondono e si confondono, come in un’orchestra. Ognuno porta avanti la propria melodia e ritmo, a volte accompagnando pianissimo, a volte in crescendo, infine esplodendo in un assolo.

Coeva è uno straordinario esperimento letterario, grafico e musicale e in questo contesto Marcello Appignani, che Music In ha già apprezzato nel precedente lavoro L’ultima notte di nozze (http://www.musicin.eu/?p=6483), ha immaginato una colonna sonora che riuscisse a sottolineare ancora di più la capacità evocativa delle parole.

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APPUNTI PER UNA CRITICA DELLA STORIA DELL’ARTE, di MASSIMO PAMIO


Buongiorno cari lettori.

Iniziamo questo 10 Gennaio 2012 con “intenti saggistici”: a voi, infatti, una riflessione di valorosa portata critica, nella sua accezione più genuina, sull’arte pittorica, a cura del direttore editoriale NOUBS, cav. Massimo Pamio.

A voi un congruo giudizio!

Buona lettura…

APPUNTI PER UNA CRITICA DELLA STORIA DELL’ARTE

di Massimo Pamio

  L’arte pittorica è connaturata alla mente umana, nasce da una predisposizione. Il primo       graffito fu atto magico, apotropaico, proiezione animistica – sovrapposizione del proprio afflato predatorio con il corpo della preda- poi divenne simbolo, idea, manifestazione culturale: capacità della rappresentazione dell’immagine presso le diverse civiltà, così come risulta condizionata dalla committenza. L’arte aiuta a comprendere l’idea che il potere elabora di sé.
Nel medioevo, in Italia, l’artista doveva tradurre in scene pittoriche episodi evangelici o biblici attenendosi al dettato religioso: ridotto a scenografo, a tecnico delle luci impiegato alla messa in scena della rappresentazione sacra, il didascalico artista formalizzava il discrimine tra società sacra (dei potenti) e profana (del popolo). Unica personalizzazione concessa, quella di cogliere nei volti profondità inusitate, espressioni indimenticabili, che forse gli angeli non possedevano. I corpi erano ridotti a concetti astratti, a stampelle di abiti o di anime. Sfugge a questa regola un Lorenzetti, dai cui quadri a volte può trasparire la sensualità del corpo.
Con l’Umanesimo e il Rinascimento, i pittori passano alle dipendenze di una classe narcisista che ama farsi riprodurre nella sua regalità, in abiti sontuosi, per motivi pubblicitari: papi, cardinali, principi, banchieri, magnati del commercio dei tessuti. Michelangelo dipinge la Cappella Sistina: il Dito di Dio e il dito di Adamo-Michelangelo sono la congiunzione simbolica del mecenate e illuminato committente – il Papa stesso- con il genio Michelangelo, precario ante litteram.
I signori rinascimentali amano farsi riprodurre in scene mitologiche o come attori di scene evangeliche. Si fanno largo le architetture della Ragione; i modelli rappresentativi dell’ideale signorile prevalgono sul rispetto canonico del pensiero religioso. Ne è esempio la Flagellazione di Pier della Francesca, dove si vive quasi con distacco la flagellazione del Cristo, posta in secondo piano.
I corpi sono mostrati nella nudità, in movimento.  Nudità quale opulente simbolo della società.
Con Carpaccio e Signorelli protagonisti della rappresentazione si fanno l’uomo e la folla, sebbene le storie siano sempre legare al racconto del potere. Nelle opere di Gerolamo Romanino e Giovan Gerolamo Savoldo cominciamo a scorgere persone e non più personaggi, gli uomini comuni rubano la scena ai signori e ai cardinali.
Non poteva un artigiano, dati i costi dei materiali, fare a meno dei gusti del committente. In seguito, i pittori fondano scuole, si procurano allievi, coinvolgono maestranze, divengono piccoli imprenditori: nonostante questo, raramente l’arte è svincolata dai dettami dei richiedenti; una sorta di autocensura regna tra gli artisti, la cui fantasia è imbrigliata dalle maglie della paura di perdere ordini e dall’assuefazione al “quieto vivere”: atteggiamento di cui gli storici dovrebbero tener conto se vogliono riferire fino in fondo le vicende del nostro popolo, dominato dal sentimento dell’ipocrisia, dal servilismo, incline più alla maldicenza che all’eroismo o alla difesa dei diritti e delle libertà, come attestano polemicamente Leopardi, Longanesi, Flaiano, Pasolini, Saviano, rari esemplari di Grillobeppe parlante nel panorama omertoso nazionale.

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LE EDIZIONI NOUBS A ROMA CON GRAZIA DI LISIO E LA SARDEGNA!


LE EDIZIONI NOUBS A ROMA ALLA BIBLIOTECA VALLICELLIANA!

 

Giovedì 12 gennaio 2012, Ore 17

nel Salone Borromini

della  Biblioteca Vallicelliana,  Piazza Chiesa Nuova 18, Roma

nel Ciclo sui Dialetti a cura di Lidia Gargiulo

questa volta  per ROMA con le voci di

R. Zoppi, M. Palladini

e per la SARDEGNA con le voci di

G.M. Poddighe, A.Masio

e un intervento del prof. Riccardo Scarcia su “Sa terra sonadora”

di Grazia Di Lisio, ed. Noubs 2011

Conducono Lidia Gargiulo e Massimo Giannotta

 

Consulta il nostro CATALOGO ON-LINE per il meraviglioso Sa terra sonadora,

un libro d’eccezione…

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