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L’Amore più non c’era. Così uccidemmo la Letteratura (di Luisa Gasbarri)


Un bellissimo intervento di Luisa Gasbarri, che ringraziamo per questo dono splendido, un contributo al nostro dibattito sul disagio che si vive non solo in Italia, ma nel mondo, intorno alla  crisi dell’uomo e delle sue narrazioni, che si riassumono tutte nel nucleo della narrazione principe, quella letteraria, nella quale  immaginario e vita reale si intrecciano e mostrano una perdita di vitalità senza precedenti. Che cosa sta accadendo all’uomo? La paura della fine -ormai già affrontata e vissuta nell’immmaginario letterario e cinematografico, inverata e superata perfino nella quotidianità, dopo il mancato eventuarsi dell’apocalisse profetizzata dai Maya – non è sintomo della crisi, di un’età di passaggio bensì è il sentimento espresso nello sguardo denso di terrore che gli uomini migliori compiono attorno a loro quando osservano le spire di un progresso fine a se stesso che sta cancellando ogni forna di vita: le specie animali si estinguono, la natura viene brutalizzata, invasa, inquinata, distrutta. La globalizzazione ha portato a un appiattimento globale, allo svuotamento delle differenze, del confronto,  ma soprattutto sta segnando la fine di concetti etici quali la bellezza, l’amore per il creato, la speranza per il futuro. Viviamo nella fine, per la fine, con la paura di vivere, di continuare a narrare.

L’AMORE PIU’ NON C’ERA. COSI’ UCCIDEMMO LA LETTERATURA  di Luisa Gasbarri

Chi ha ucciso la letteratura?

Le ossessioni di Moravia, il vitalismo di Pasolini, il razionalismo calviniano, la tiepidezza di De Carlo, il melodramma di Mazzantini, il citazionismo di Baricco, l’aspartame di Tamaro?

Perché i libri si scrivono ancora, certo, anche troppi, ma la letteratura, è noto, latita.

Dove si nasconde? Cos’è diventata?

Personalmente continuo a viverla come visione, scelta, utopia disarmante. Come necessaria urgenza dell’essere. Perché la letteratura è appartenenza tradita, ossessione. Immaginazione che ha coraggio, che sfida (il linguaggio. Le forme. La realtà). Che fa arrossire il presente educato. Lo fa deflagrare, talvolta. O c’è o non c’è. Vie di mezzo non se ne danno. Ci si può parlare addosso, mostrare la propria acutezza ermeneutica a oltranza, ma la letteratura si riconosce a istinto. Fatale, artefatta, eppure perfidamente ingenua, naturalmente ambigua, è crudele proprio quando non è cattiva letteratura. Messaggi da dare non ne ha, non è il suo compito, ma la sua natura è femmina, ovvio: consola e strazia a un tempo.

Che cosa manca alla letteratura contemporanea?

Perché così tanti libri oggi non solo non saziano la mente e il cuore ma lasciano in noi quel senso di non compiuto, di imperfetto, che, ben lungi dall’essere novecentesco indizio di opera aperta o rinascimentale tendenza alla ‘sprezzatura’, ci fa sospettare un’arte irrisolta e, spesso, drasticamente epidermica? Perché troppe volte le pagine che leggiamo oscillano tra un sadismo retorico che crede ancora innovativi ironia e cinismo e leggerezza a tutti i costi – esibendo però come un pedigree il suo stile ‘letterario’, la sua cultura – e un rassegnato sottotono masochistico, quasi ci si vergognasse del rigore e del furore, e si preferisse continuare a investigare il proprio ombelico con l’italiano standard più povero e asettico?

Del sovrastimarsi o sottostimarsi l’origine è la medesima. Una mancanza d’amore in fondo.

E la letteratura adesso manca d’amore. Verso se stessa. Di conseguenza verso il mondo.

Anche quando è dannata, distruttiva, blasfema, nichilista, perduta, la scrittura che possiede una sua ineluttabilità ne è ben consapevole, perciò è sempre attraversata da un soffio di struggente amore, di nostalgia irriducibile per la vita, assoluta e inequivocabile nel rivolgersi alla nostra anima, perché, quando l’inchiostro assume la consistenza del sangue, i lettori sono i primi ad accorgersene.

il sangue è vitale, prezioso, irriproducibile; se versato, poi, persiste quasi incancellabile. Ma per versarlo, bisogna avere grande fede in quel sacrificio, nel senso delle cose, nel futuro. “Non ci può essere nessuna verità che non si ispiri alla speranza” ha scritto una volta Aldo Carotenuto. E poiché la sua verità è la più contaminata, quindi la più pura, la letteratura muore quando abbandona la speranza, quando smette di amare l’essere umano. Quando l’indignazione per un mondo ingiusto, per un destino incomprensibile, insieme al desiderio di cambiarlo, di afferrare i suoi sensi oscuri e senza voce, invece di farsi racconto energico arrabbiato viscerale dolente entusiasta onnivoro, ovvero poetico, diventa gioco astuto, superfluo intrattenimento. Incapacità di dire l’altro, l’oltre, l’altrove. Autoreferenzialità gratuita.

Anche la bellezza è gratuita, sì, ma che respiro universale e tragico deve possedere per diventare arte! Altrimenti, come diceva Simone Weil, resta solo estetismo.

Un tempo sopravvivevano al passare dei secoli le sole opere, non i nomi dei loro autori: i canti restavano anonimi, i cantori simbolici, mitici. L’appartenenza al genere umano, il pathos comune, vincevano su un io limitato. Uno sguardo forte al punto da farsi collettivo, da spersonalizzarsi, contava più dell’imporre se stessi. “Hai un solo modo di giustificare ciò che sei: compierti” scriveva Joe Bousquet, e compiersi nelle parole ha per me un solo significato: diventare ‘quelle’ parole, liberarsi della crisalide dell’io per identificarsi nel ‘noi’ creato dal volo.

Anche, e soprattutto, nostro malgrado.

Se dunque le fasi di decadenza finiscono per assomigliare ai momenti d’origine, e il più raffinato artista subisce il fascino dell’incorrotto e del primitivo, mi piacerebbe tornassero oggi ancora di moda i libri anonimi. Anonimi non per vigliaccheria, ma perché è il volo a salvarci.

(intervento a chiosa del mio commento sugli ii ipertrofici contemporanei)

http://www.luisagasbarri.it

 

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TINO DI CICCO – LA VOLONTA’ DOCILE – APPUNTI SU SIMONE WEIL


Consiglio la lettura di questo aureo libretto, “La volontà docile. Appunti sulla volontà e sull’amore attraverso i Quaderni di Simone Weil” (Edizioni Feeria), in cui Tino Di Cicco analizza il pensiero di una delle più grandi persomalità del secolo XX, Simone Weil.

Ci sono tanti modi per fare esperienza di Dio. Forse i modi sono tanti quante sono le diverse sensibilità. In ogni caso, però, pare che Dio possa rappresentare per tutti l’acme dell’uomo, l’ingreesso come in un altro livello di esistenza. Quello dove le regole che organizzano il nostro mondo non sono più valide: perché Dio è esperito soprattutto come amore. Simone Weil scrisse spesso (sempre?) nei suoi quaderni-diario di Dio. Ma il suo Dio aveva pochissime delle caratteristiche solitamente attribuitr al Massimo degli Enti, Era senza dogma, senza un altro mondo, senza un Rappresentante Ufficiale sulla terra, senza Onnipotenza, senza alcuna intenzione di intervenire sulle nostre piccole faccende, senza Libro o Parola scara. Era un dio per tutti e di nessuno, cone l’esperienza dei mistici di tutte le religioni e di ogni tempo, era il risultato purissimo della sua intelligenza e del suo amore. Non era cioè il Grande Protettore della nostra salute e del nostro prestigio sociale, solitamente invocato dentro e fuori le religioni. Dio per Simone è tutto ciò che noi non siamo e che mai potremo essere con la nostra volontà. Un Dio che non premia i suoi fedeli: “chi vuol salvare la propria anima la perderà”, non serve i suoi servi. Non è prigioniero né di una Chiesa né di un Popolo Eletto, “una società che si pretenda divina, come la Chiesa, è forse ancora più pericolosa per il surrogato di bene che essa contiene, che per il male che la macchia”. “L’adesione incondizionata e globale a tutto ciò che la Chiesa insegna, ha insegnato e insegnerà -che san Tommaso chiama fede- non è fede, ma idolatria sociale”

(Massimo Pamio)

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IL RIMPIANTO PER LA LETTERATURA CHE NON C’E’ PIU’


Patire la condizione umana per riscattarla in una provvisoria santità, in una definitiva bellezza, amare la lingua liturgicamente, fare del mondo una coltre spessa di parole mediante cui giungere all’attenzione, al risveglio della propria interiorità. Rapire se stessi per scorgere  la lontana meta del senso. Simone Weil, Cristina Campo, figure indimenticabili, esempi di una letteratura capace di cambiare la vita, se diventa tutt’uno con il nostro modo di essere, per essere non solo esercizio, ma stile.

Quale  abisso tra loro e la letteratura odierna!

Souffrir pour quelque chose c’est lui avoir accordé une attention extrême”. 
(Così Omero soffre per i Troiani, contempla la morte di Ettore; così il maestro di spada giapponese non distingue tra la sua morte e quella dell’avversario).
E avere accordato a qualcosa un’attenzione estrema è avere accettato di soffrirla fino alla fine, e non soltanto di soffrirla ma di soffrire per essa, di porsi come uno schermo tra essa e tutto quanto può minacciarla, in noi e al di fuori di noi. 
È avere assunto sopra se stessi il peso di quelle oscure, incessanti minacce, che sono la condizione stessa della gioia. 
Qui l’attenzione raggiunge forse la sua più pura forma, il suo nome più esatto: è la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l’intesa fra gli esseri, l’opposizione al male. 
Perché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione. 
Chiedere a un uomo di non distrarsi mai, di sottrarre senza riposo all’equivoco dell’immaginazione, alla pigrizia dell’abitudine, all’ipnosi del costume, la sua facoltà di attenzione, è chiedergli di attuare la sua massima forma. 
È chiedergli qualcosa di molto prossimo alla santità in un tempo che sembra perseguire soltanto, con cieca furia e agghiacciante successo, il divorzio totale della mente umana dalla propria facoltà di attenzione.

(Cristina Campo, da “Gli imperdonabili”)

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