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SOLO CHI TOCCA di TINO DI CICCO


Solo chi prova con tutto se stesso la propria radicale impotenza, la propria immutabile fragilità, l’irrilevanza di tutto quello che possiamo essere, può conoscere la “realtà”.

Gli altri, quelli esclusi dall’esperienza della contraddizione, del limite, del dolore, non possono che restare animali chiusi nella corazza dell’orgoglio e dell’arroganza.

E sono costretti a credere che miliardi di anni fa, l’universo si sarebbe messo in moto solo per garantire l’ultimo modello di smartphone ai nostri desideri.

L’uomo “moderno” è quasi solo così: nello specchio delle proprie brame vede solo il proprio io, come se l’io fosse veramente qualcosa.

Non sanno che “persona” era solo la maschera che copriva un’illusione. E noi moderni, maturi, razionali, a quell’illusione dedichiamo tutto quel poco tempo che è la nostra vita.

Ma come è stato possibile precipitare dalla nobilissima consapevolezza dei grandi tragici greci, alla “moderna” esaltazione del soggetto?

Come è stato possibile piegare l’idea di intelligenza, di giustizia e di amore, al servizio di uno scopo così poco nobile come il benessere dell’uomo?

La radice ebraico-cristiana ha contribuito molto.

Mai i greci avrebbero pensato che gli dei dell’Olimpo potessero essere al servizio delle ambizioni materiali o spirituali degli uomini.

Lo Yhwh degli ebrei è, invece, del tutto subordinato alle pretese territoriali e materiali di una piccola e arrogante tribù mediorientale.

Jeowa “è vivo e lotta assieme a noi”, profetizzava il Vecchio Testamento; e quest’alleanza tra una delle tribù degli uomini, e l’assoluto celeste, è il più grande tradimento mai realizzato contro la “verità”.

Eppure di questo tracotante sentimento noi siamo molto fieri; con esso noi dovremmo scrivere le nostre Costituzioni.

Dimentichiamo che il pane non è la verità dello stomaco; e la rappresentazione di una realtà più facilmente metabolizzabile dalle nostre paure, non è la verità della vita.

Naturalmente l’io si sente più sicuro se sa che nell’alto dei cieli c’è un Dio Onnipotente che giudica il bene e il male in sintonia con la sua morale e con i suoi valori sociali.

Ma se il pane non è la “verità” dello stomaco, ma solo un suo bisogno, neanche la credenza in un Dio a guardia della nostra salute e del nostro conto in banca può essere confuso con la verità.

I nostri bisogni non sono la “verità”; non lo saranno mai se siamo onesti; se riusciamo a resistere alla menzogna originaria – quella che presume che il Dio dei cieli si è alleato con noi, perché il niente che siamo diventasse qualcosa.

La differenza tra il “bene” e il “male” la fa sempre il distacco: un Dio che serve l’uomo è un servo (anche se è Onnipotente). Un dio che ignora l’uomo conosce il divino.

Anche un uomo distaccato da sé, dalla sua volontà, dalla sua natura, può essere un dio. E mai “dimenticanza” fu più dannosa per la gioia dell’uomo.

Ma adesso noi abbiamo nella nostra carne e nella nostra anima duemila anni di storia, durante i quali abbiamo giocato al riparo di un Dio Onnipotente; un Dio che ci somiglia nelle parole, nei pensieri e nelle azioni.

Così è stato difficile cercare la verità, se la verità era un piatto di lenticchie già pronto.

Senza la sofferta ricerca individuale della “verità”, agli uomini non restava che illudersi sul libero arbitrio e affidarsi al suo legittimo erede: il PIL.

Così abbiamo perso per sempre il sentimento della nostra fragilità, della nostra precarietà, della nostra tragica irrilevanza.

E senza questo sentimento era inevitabile diventare quello che siamo diventati.

 LA COPERTINA DEL PROSSIMO LIBRO DI TINO DI CICCOTino di Cicco cover3

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QUASI AMORE: IL MISTICISMO POETICO DI TINO DI CICCO di Massimo Pamio


Se è vero che il misticismo mira a una comunione con il divino, tale obiettivo comporta l’ineludibile accettazione di un fondamentale negarsi del Dio, del Dio che tutto dà non dando se stesso, del Dio che tutto offre ritirandosi: alla Ricomposizione – o Unione – d’Amore si può giungere soltanto se si sospende il proprio essere, ovvero perdendo se stessi, in un gesto (o in un esercizio costante) che ripercorre il movimento del Dio, il quale creò separandosi da noi e dall’universo tramite il Nulla affinché ogni cosa addivenisse, affinché fosse.
Senza nessun merito si è chiamati alla vita e al mondo – il dono della vita è grazia –grazia, gratuità. In questo non presentare alcun credito, in questo sentirsi inutilmente invasivi, superflui, ridondanti, colpevoli di costituire un di più o di aver ricevuto in partenza un di più che non si sa come scontare, come ripagare e in quale modo, si vive un conflitto, risiede una contraddizione – c’è anche da pensare alla dissipazione, a ciò che si perde irrimediabilmente in questo venire al mondo.

di cicco

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IL DONO PER UN NUOVO ANNO: “COME IN TRANCE” DI TINO DI CICCO


Che sia veramente nuovo, l’anno, per un mondo nuovo. E’ il nostro augurio per tutti voi. Il dono del principio nuovo: Come in trance, racconto-saggio di Tino Di Cicco, poeta, filosofo, ma soprattutto uomo splendido.

 

 

Viveva come in trance; credeva più agli angeli che alla propria volontà; più al Cavaliere Errante che ai telegiornali della sera.

Era venuto al mondo in un paese di cui ignorava tutto prima di nascere; generato da genitori che non aveva scelto, e dai quali pure  aveva ereditato molto.

Di altezza media,di media intelligenza, di ordinaria moralità;  non capiva perché queste  caratteristiche casualmente concentrate in lui, dovessero costituire la sua identità.

Sentiva come se fosse obbligato a difendere lui, a prescindere da lui. Non aveva deciso lui di essere proprio così; ma adesso che era qui, adesso che era così, doveva identificarsi totalmente con se stesso.

Sapeva che in lui respirava qualcosa della madre e qualcosa del padre; qualcosa del nonno e qualcosa della nonna. E non solo il passato respirava in lui, ma anche qualcosa dei figli e dei nipoti; lui era il suo passato e anche il suo futuro, e tutto a prescindere da lui. Per questo non riusciva a capire quando gli uomini dicevano: “volontà” e “identità”; quando rivendicavano il loro carattere come una loro scelta; era tutto casuale, perché doveva identificarsi con se stesso?

Sapeva che c’era più verità nel volo delle rondini che negli indici di borsa, ma gli uomini pensavano il contrario, e lui non aveva prove, né parole, per dimostrare il contrario del contrario.

Sapeva che nei barboni e nei matti c’era più bontà di quanta potevano immaginarne gli uomini in doppio petto blu;  anche se qui tutti esaltavano i potenti ed ignoravano i buoni; facevano così anche gli uomini dalle radici cristiane.

Sapeva che gli uomini  chiamavano amore il loro tornaconto, come con i cani, e con i servi.

Ma nonostante tutto sentiva che l’amore c’era veramente; era la realtà luminosa  del mondo, e gli uomini lo capivano quasi solo al tramonto, oppure quando d’estate incrociavano la faccia piena della luna.

Sapeva che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”; non perché la nostra vita sia sempre bella, ma perché è strana, stupefacente, incredibile. Eppure gli uomini trovavano strano chi trovava strana la vita, come se fosse normale essere venuti qui dal nulla, a conoscere il tempo.

Sapeva di essere solo un dettaglio del niente, e questo , anziché deprimerlo, lo rendeva grato di tutto. E più cresceva questa consapevolezza, più diventava intensa la gioia. Come se la legge più profonda della vita fosse: “farsi nulla per diventare tutto”.

Capiva che la bellezza era il dono più grande concesso agli uomini; ma gli uomini spesso la confondevano con l’estetica, riducendo tutto alle loro misure. Così perdevano il cielo per diventare  boss di quartiere.

Non sperava niente per sé, perché aveva avuto più di quello che solitamente viene concesso agli uomini. E  non desiderava quello che non c’era, perché quello che c’era, talvolta era stato troppo per lui.

Certe volte scriveva; ma non perché sentisse l’esigenza di liberare qualche affermazione fondamentale. Scriveva perché sentiva il bisogno di liberare spazio per il futuro:  ai colori che forse non avrebbe mai visto, alla poesia che non avrebbe mai scritto, ai pensieri che non avrebbe mai pensato; ma che potevano arrivare da un giorno all’altro; da un momento all’altro.

Sentiva l’urgenza di non ostacolare i pensieri venturi. E per non lasciare occupato l’orizzonte dai pensieri già pensati, lui scriveva e se ne liberava. Così tornava libero per la gioia di altri pensieri.

 

Lui viveva come in sogno, e lo sapeva. Gli altri, quelli che battevano i pugni sul tavolo e s’inchinavano alla forza, vivevano dentro un altro sogno, ma lo chiamavano “realtà”.

 

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TINO DI CICCO – LA VOLONTA’ DOCILE – APPUNTI SU SIMONE WEIL


Consiglio la lettura di questo aureo libretto, “La volontà docile. Appunti sulla volontà e sull’amore attraverso i Quaderni di Simone Weil” (Edizioni Feeria), in cui Tino Di Cicco analizza il pensiero di una delle più grandi persomalità del secolo XX, Simone Weil.

Ci sono tanti modi per fare esperienza di Dio. Forse i modi sono tanti quante sono le diverse sensibilità. In ogni caso, però, pare che Dio possa rappresentare per tutti l’acme dell’uomo, l’ingreesso come in un altro livello di esistenza. Quello dove le regole che organizzano il nostro mondo non sono più valide: perché Dio è esperito soprattutto come amore. Simone Weil scrisse spesso (sempre?) nei suoi quaderni-diario di Dio. Ma il suo Dio aveva pochissime delle caratteristiche solitamente attribuitr al Massimo degli Enti, Era senza dogma, senza un altro mondo, senza un Rappresentante Ufficiale sulla terra, senza Onnipotenza, senza alcuna intenzione di intervenire sulle nostre piccole faccende, senza Libro o Parola scara. Era un dio per tutti e di nessuno, cone l’esperienza dei mistici di tutte le religioni e di ogni tempo, era il risultato purissimo della sua intelligenza e del suo amore. Non era cioè il Grande Protettore della nostra salute e del nostro prestigio sociale, solitamente invocato dentro e fuori le religioni. Dio per Simone è tutto ciò che noi non siamo e che mai potremo essere con la nostra volontà. Un Dio che non premia i suoi fedeli: “chi vuol salvare la propria anima la perderà”, non serve i suoi servi. Non è prigioniero né di una Chiesa né di un Popolo Eletto, “una società che si pretenda divina, come la Chiesa, è forse ancora più pericolosa per il surrogato di bene che essa contiene, che per il male che la macchia”. “L’adesione incondizionata e globale a tutto ciò che la Chiesa insegna, ha insegnato e insegnerà -che san Tommaso chiama fede- non è fede, ma idolatria sociale”

(Massimo Pamio)

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TINO DI CICCO – IL POETA PIU’ AMATO


di Massimo Pamio

Tino Di Cicco è il poeta che amo di più, forse perché in lui mi specchio, e laddove io mi arresto –sulla soglia del nulla, nel pudico rifiuto del qui e del sempre- egli invece docilmente si spinge nel terreno della mistica, per accogliere e donarsi interamente, senza lasciare brandelli di umano all’esperienza della Gloria:

cari amici a rimproverarmi
la docilità come fosse una colpa

la porta che mi aspetta non si apre
se batto i pugni

la gioia del cielo ignora
ogni volere

La sua esperienza dell’umano è comunque la fonte a cui attinge per il suo cammino verso l’oltre, e questo cammino è intriso di un cauto progressivo meditato aprirsi:

qualche volta sono un albero
con le foglie serene verso il cielo
senza rancore per il vento

altre volte sono un uomo
e misuro il cielo con le mani
e dimentico di dimenticare

L’incidente dell’umano è un’opportunità unica, che coincide con la sua straordinaria qualità di essere nel mondo e di compiere il mondo; tutto questo pretende un cammino ulteriore, come se egli dovesse rendere conto di ciò che non può, come se gli fosse richiesto il motivo della sua originaria ferita, che spesso è un desiderio acceso, una passione, un’urgenza (di amore, di bellezza, di possesso) che però non rimandano al tutto ma sanciscono proprio quella mancanza:

a piene mani sta l’uomo
dentro le sue cose

è il cosiddetto mondo

la bellezza spalanca voragini
ma non sempre portano al cielo

E’ proprio in quella ferita che invece bisogna trovare il mondo, occorre un coraggio straordinario per negare se stessi, le proprie parole, il proprio nome e per nientificarsi, procedimento quasi impossibile, perché il mondo è scritto dappertutto e le parole sono il marchio indelebile che l’uomo stende su ogni elemento per mettere in scena il presente, l’esistente e per strutturarlo, per governarlo:

tutte queste cose qui
hanno un nome.
non le confonde la nebbia
non le cancella la notte

eppure come se esistesse
il cuore cerca l’oceano dove tu
non sei solamente tu.

dove finalmente io
sarò libero anche dal nome
che fu mio

La ricerca del passaggio verso l’ulteriore implica una disciplina che se si fa propria conduce spontaneamente verso l’oltre, senza l’uso della volontà:

qualcosa mi diventa libro
involontariamente

come un regalo, un peso
da trascinare fino alla parola.

se tu cerchi la luce
la luce avrai.

sta scritto

L’annullamento del proprio io e della propria volontà introducono al passaggio (dalla ferita alla piaga luminosa che ingloba tutto il mondo e tutto l’essere). la perfezione, dice Simone Weil, è impersonale.

come tu guardi il mondo
il mondo guarda te.
se nello specchio vedi solo
la rosa e il vento
hai trovato la fonte
sicura
del tuo smarrimento.

io quando il tempo
avrà consumato i suoi rumori
conoscerò finalmente il tarlo
che m’inchiodava al cielo.

sulla mia terra gli uomini
disperatamente cercano se stessi
e toccano così con mano
la fonte del dolore
sulla mia terra gli uomini
amorevolmente ignorano se stessi
e provano così nel cuore
il nulla della gioia

EN KAI PAN
acqua con l’acqua
nero con il nero
fuoco con il fuoco
perché tu possa un giorno
trovare finalmente in te
tutto quello che c’è

Il mistico ci rivela che laddove cercassimo Dio, quando lo incontreremo, non avremo più bisogno di Lui. E’ dunque sulla terra che nella nostra condizione di mortali lo cerchiamo, lo desideriamo. E’ qui nell’hic et nunc la nostra eternità, ma fuori dal tempo e dallo spazio non avremo più desideri. E allora non avremo più bisogno di Dio, la nostra ferita sarà per sempre richiusa:

tutto finisce
tutto ricomincia

dai balconi del tempo vedremo
amori e stagioni passare
come in sogno

e quando finalmente saremo solo mare
non avremo più bisogno di dio

Ma allora che cosa sarà stata la nostra esistenza? Per quale motivo saremmo vissuti? Perché questa parentesi assoluta e svincolata, quale mistero nascondeva il nostro passaggio? Ci rimarrà per sempre celato?
E qui ancora il Poeta, il grande Poeta sembra suggerirci una risposta, che è quella dell’Amore, del Dono e dell’assoluto valore della Vita:

quei mondi che talvolta appaiono
nella parola reticente
sono la dimora più alta
per l’uomo

appena un po’ più in là
l’amore che tutto ama
è
dio

 

 

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