Preferisco i golfi, le serpentine, il tocco fragile,
quando le labbra squarciano le ombre
nell’infinito adagio delle notti.
Il vello d’oro offriva le vertigini
accendendo il fantasma dell’inconscio
ove l’ombra tratteggia figure lontane
e svanisce l’illusione quotidiana.
Antonio Spagnuolo è nato nel 1931 a Napoli, dove vive. Ha pubblicato i volumi di poesia: Ore del tempo perduto (Intelisano, 1953); Rintocchi nel cielo (Ofiria, 1954); Erba sul muro (Iride, 1965); Poesie 74 (SEN, 1974); Affinità imperfette (SEN, 1978); I diritti senza nome (id.); Angolo artificiale (SEN, 1979); Graffito controluce (id., 1980); Ingresso bianco (Glaux, 1983); Le stanze (Glaux, 1983); Fogli dal calendario (Tam-Tam, 1984); Candida (Guida, 1985); Dieci poesie d’amore e una prova d’autore (Altri Termini, 1987 – Premio Venezia); Infibul/azione (Hetea, 1988); Il tempo scalzato (All’Antico Mercato Saraceno, 1989); L’intimo piacere di svestirsi (L’Assedio della poesia, 1992); Il gesto – le camelie (All’antico mercato Saraceno, 1992 – Premio Spallicci); Dietro il restauro (Ripostes, 1993 – Premio Minturnae); Attese (Porto Franco, 1994, con illustrazioni di Aligi Sassu); Io ti inseguirò. Venticinque poesie intorno alla Croce (Luciano Editore, 1999); Rapinando alfabeti (L’assedio della poesia); Corruptions (Gradiva Pubblications, 2004 – bilingue – trad. L. Bonaffini); Per lembi (Manni, 2004); Fugacità del tempo (Lietocolle, 2007); Ultime chimere (L’Arca Felice, 2008); Fratture da comporre (Kairòs, 2009); Misure del timore – 1985-2010 (Kairòs, 2011); Il senso della possibilità (Kairòs, 2013); Oltre lo smeriglio (Kairos, 2014); Non ritorni (Robin, 2016); Canzoniere dell’assenza (Kairos, 2018); i volumi di prosa: Monica ed altri (racconti, SEN, 1980); Pausa di sghembo (romanzo, Ripostes, 1994); Un sogno nel bagaglio (romanzo, Manni, 2006); La mia amica Morèl (racconti, Kairòs, 2008); il volume di teatro Il cofanetto – due atti (L’assedio della poesia, 1995). Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, collabora a periodici e riviste di varia cultura. Attualmente dirige la collana “Le parole della Sybilla” per Kairòs editore e la rassegna on line “poetrydream”.
Di recente pubblicazione per i tipi di Edizioni Mondo Nuovo, la raccolta di liriche di Giuliana Giancarli “Sogni impigliati nella realtà”. Il testo, prefato dal compianto poeta e critico Ubaldo Giacomucci, è arricchito da opere di Magritte, Chagall, Klimt, Mirò, Picasso, Zilberman.
NOTTE
Sei tu che piangi luna?
La notte sa di lacrime fredde
sparse dal vento della mia impazienza
desideri mancati, brandelli di immagini da
ricomporre,
puzzle della mia vita.
Una notte imbastita di silenzi
che svegliano il cuore
e lo vestono di ricordi.
A questa notte senza luna,
senza te.
Giuliana Giancarli nella prima parte della silloge ci guida nei percorsi onirici, scommettendo fin dal titolo nella loro forza espressiva e nella stretta relazione con la poesia. Effettivamente si comincia così a comporre una sorta di fenomenologia dell’anima, suggestiva e convincente, che spinge la scrittura a manifestarsi come una lirica incisiva e simbolica, ricca di allegorie. Le immagini, a tratti surreali, si caricano così di una pluralità di significati, i cui primi riferimenti diventano difficili da cogliere. Ma la poesia dell’autrice rimane comunque solida, corposa, mai evanescente. […] (Ubaldo Giacomucci)
GIULIANA GIANCARLI è nata il 10 febbraio 1955 a L’Aquila dove vive e lavora come docente di scuola primaria dal 1982. Nel corso di questi anni ha affrontato con i propri alunni tematiche poetiche, di arte e di scrittura creativa, conseguendo premi e riconoscimenti a livello nazionale. Appassionata di arte e di letteratura, ha scritto e pubblicato un libro di favole: “Serena… il re… la libertà” in cui si evidenziano in chiave fantastica problematiche legate alla società attuale. Da diversi anni scrive poesie ispirate al suo mondo interiore e all’esperienza devastante del terremoto del 2009 che ha colpito la sua città. Ha partecipato al Premio Letterario “Scriveredonna” 2020, risultando seconda classificata.
Rifiutare il vaccino per esporsi ad un probabile contagio e alla morte è un atto di profonda consapevolezza e di libertà, è l’espressione di una rivolta senza nome e senza oggetto, ponendosi sfortunatamente e inopinatamente a volte, contro la società che si dimostra paterna e autoritaria, a imitazione di un Divino che nell’esilio offre alle creature un asilo.
Determinare una scelta sbagliata e rischiosa è anche una scelta in favore della verità, un acconsentire alla vita come alla morte: alla generosità della vita che non può essere regolata da leggi o decreti, da istituzioni prive di ascolto, di tenerezza, di magia. La morte è invece anche questo: tenerezza fedele, magia, improvviso distacco. Non si può essere legati come cani al guinzaglio affettuoso e pieno di riguardo della vita.
L’umanità è fatta delle singole monadi che riflettono su se stesse la potenza del cielo e la profondità delle acque lustrali; ogni vita è irripetibile e va rispettata nella sua unicità; nessun individuo può violare l’intimità in cui si raccoglie e in cui si scopre diverso dall’altro per una luce che lo consegna all’impossibile, al paradosso dell’esistere e alla condivisione con le creature del destino a ciascuno affidato: prezioso bene che a volte coincide con la pietà, con i sentimenti, con l’irrinunciabile anelito alla libertà.
Spetta all’interessato decidere sulla propria fine vita, è un diritto quello di chiedere asilo politico, in un Paese giusto devono essere riconosciuti e tutelati i diritti delle minoranze, eliminati e perseguiti gli abusi nell’uso del potere e ogni forma di violenza.
Refusing the vaccine and exposing oneself to a probable contagion and death it is the expression of awareness and freedom, it is the expression of a revolt without name and without object which arises unfortunately and unexpectedly, sometimes, against a paternal and authoritarian society, in imitation of a Divinity, which offers asylum to those in exile.
It is consenting to life as to death; to the generosity of life, which cannot be regulated by laws or decrees. Every life is unrepeatable and must be respected in its uniqueness.
È questa la frase che mi è venuta in mente quando ho ascoltato lo stentoreo annuncio con cui l’ufficio stampa dell’Università di Stanford in USA ha trionfalmente reso nota l’avvenuta realizzazione e messa in opera di un’invenzione magnifica, quella del drone con gli artigli. L’invenzione era però già stata promossa diversi anni prima, ideata da Bhargav Gajjar nei laboratori di Brighton (Massachusetts). Si legge nell’agenzia stampa che aveva diffuso la notizia nel 2014: “Il drone è dotato di artigli comandati da piccoli motori elettrici che gli permettono una presa sicura anche in condizioni estreme. Per realizzarli Gajjar ha passato parecchio tempo a studiare dal vivo le zampe dei volatili e fotografarne il movimento con telecamere ad alta velocità”.
La pertinacia con cui ricercatori delle massime università scientifiche del pianeta trascorrono anni e anni della propria vita a studiare il volo e le zampe degli uccelli per copiarne, drone e incolla, i risultati, e disputarsene l’invenzione, ci pare che contenga qualche elemento di una non ben identificata mania, quantunque leggera, come un volo d’uccello, che aleggia su questa pletorica umanità.
Sergio Padovani, Stelle Aperte, Olio, bitume, resina su tela, 230×160, 2021.
Non basta. Preciso meglio la mia riflessione e stavolta la esprimo a voce alta: dovevamo pensarci prima.
Leggo da: Il fatto quotidiano del 18 febbraio 2021: “Un momento atteso da mesi. L’ammartaggio della sonda Perseverance sul suolo del Pianeta rosso. Un’emozione enorme e qualche lacrima per gli scienziati della Nasa”, e pure, da: il Fatto quotidiano del 15 maggio 2021: “Il rover cinese Zhurong è atterrato con successo su Marte, hanno riferito i media del Paese: un trionfo per le ambizioni spaziali di Pechino”.
A parte lo scontato e perché sempre attuale discorso sul denaro che viene speso immotivatamente mentre migliaia di bambini muoiono di fame nel mondo, ma, a parte questo, cinesi e statunitensi non si potevano mettere d’accordo, per andare insieme su Marte con una sola sonda?
Dell’inutilità di queste spedizioni su Marte parla Michel Mayor, Nobel per la fisica nel 2019: “L’idea di una migrazione dell’umanità su Marte, sento parlare di mandare un milione di persone su Marte, è qualcosa in cui non credo, un’idea completamente sciocca. Marte ha un’atmosfera irrespirabile, il terreno è sterile, manca dell’infrastruttura biologica necessaria alla nostra vita. Il deserto più inospitale sulla Terra è un paradiso al confronto con Marte”.
Chi siamo non lo sappiamo, ma dove andiamo e perché ancor meno.
E poi, in cielo si sta talmente stretti che le nazioni si accusano tra di loro in quanto astronauti e satelliti sono stati sfiorati da razzi interplanetari o da voli di piacere (quelli dei turisti celesti portati fuori del pianeta terra da Elon Musk e da un’altra società concorrente).
Abbiamo talmente alzato l’asticella delle nostre tragiche e goffe tragedie, da interessarne i cieli.
A proposito di empirei, nonostante la ridda di scritti, di conferenze, di seminari in occasione delle celebrazioni dantesche, nessuno si è preso la briga di chiedersi che cosa avrebbe pensato il sommo poeta di tutto questo, nel vedere riportate a terra o spedite in orbita tutte le sue peggiori fantasie.
Gianluca Abbate, da PANORAMA, video, 2014, Best short film at 32° Torino Film Festival, Nastro d’Argento 2016, Videoformes 2015 Award Clermont-Ferrand, Visioni Urbane Award at 21° Visioni Italiane, Genova Film Festival Award – Special Jury Award / Special Mention, Call4Robot Award | Robot Festival Buenos Aires, Fondazione Libero Bizzarri | Andrea Pazienza Prize
Il virus della follia alberga nell’uomo, con maggiore disinvoltura di quelli influenzali.
Di fronte a tali evoluzioni dell’umana scienza, interi popoli marziani si grattano la pelata verde, sbigottiti.
Intanto mia moglie non riesce a ricucire bene le calzette bucate e borbotta, spazientita: “Dovevo pensarci prima a non farle bucare”.
Adam Vaccaro, Google – Il nome di Dio, Pasturana (AL), puntoacapo, 2021
Google – il nome di Dio
Venite a me, fanciulli, datemi le
vostre parole, i vostri segreti
e i vostri cuori che io li custodirò
in un luogo sicuro e sconosciuto
che nemmeno voi raggiungerete
mai. Ma credete in me, solo in me,
siete al sicuro nel luogo più puro
intangibile e irraggiungibile. E
chiudete gli occhi ora, abban-
donate le ansie come una scia
che segue dispersa la mia nave
del vostro futuro, neve bianca
disciolta nel blu e dormite
potete ora dormire tranquilli
29 gennaio 2020
Maschere in libertà
Questi cari statisti col sorriso mascherato che
trionfi da Roma a Berlino si danno di gomito
come compari e comari felici di averci messi
nell’angolo più acuto che nessuno di noi mai
avrebbe immaginato.
Ma che ora è qui
spalancato universo davanti ahinoi chiuso
in una stanza che danza irridente mentre
battiamo i denti cercando la nuova stella
sorella che possa guidarci fino a farlo
attraversare prima di morirci asfissiati
da questa libertà decantata da chi
tiene il guinzaglio che ci tiene
e cura la nostra sicurezza
19 luglio 2020
Il pane che ci manca
Non senti come tutto
ci piomba addosso
con la sua aria leggera
imprendibile eppure
carica di piombo
che ci fa tutti un po’
piano impazzire
mentre annaspiamo
in una gabbia nel vuoto
con la corda sempre più sottile
sottile e vana come l’intelligenza
che ci manca
9 agosto 2017
Chiara e l’Ignoto
Chiara che stai arrivando
e mi stai già parlando
con voce e parole che
non conosco non capisco –
sei tu l’Ignoto che parla
ridendo a questo tempo?
Tempo che pensa d’essersi
fermato come stampato
in me e guarda bambino
l’ignoto continuo che
solo tu sai – coperta
stretta nelle tue manine
da scoprire piano
piano aprendo ridendo
un ditino alla volta
nel cuore della notte
10 luglio 2018
Nota di lettura di Alfredo Panetta
Ogni epoca storica ha le divinità che merita, ci ammonisce Adam Vaccaro nella sua ultima, vibrante raccolta di versi dal titolo eloquente: Google- il nome di Dio. In una fase di acclarata decadenza del capitalismo non potevamo che guadagnarci un Dio apparentemente minore, quale la Rete-di-recinzione-Internet dalla quale nessun umano potrà più sottrarsi. Frutto di quella Tecnologia che secondo molti filosofi e artisti è diventata ormai padrona assoluta delle esistenze individuali. Adam Vaccaro, intellettuale e poeta che da decenni cerca di dare alla parola una significativa valenza etica, ci regala una bella raccolta che scoperchia le carte della fragile modernità nella quale siamo tutti artatamente immersi. E senza tanti giri di parole Vaccaro assume una forte posizione politica contro il potere costituito, laddove la massa si prostra in atteggiamento adulante (“Ruota ruota Drago tra i Monti/ prima di azzannare i nostri conti”). Massa che inconsapevolmente si fa ammansire dai fantastici like su facebook, strumento di un potere invisibile ai più ma non all’occhio allenato del poeta (Volano avvoltoi su di noi/ come fossimo carogne). Necessaria quindi la presenza dell’artista che dispone di quella che forse è l’ultima arma salvifica (Una lingua aliena che sappia dire ancora di te e di me).
Una lingua che per dire ha bisogno di sporcarsi le mani nella realtà; l’autore usa inglesismi e linguaggio tecnico, si avvale del parlato ma anche del registro religioso che ci richiama al tema del titolo (Venite a me fanciulli, datemi/ le vostre parole, i vostri segreti…). Così Vaccaro si addentra nella realtà virtuale di Alexa che come un robot esegue ordini vocali, o di Bimbi che sostituisce le innumerevoli funzioni del cuoco, quasi in disprezzo del lavoro manuale ormai in disuso e fuori moda. Siamo tutti dei bimbi, stavolta in minuscolo, che acriticamente accettiamo il diktat del potere costituito della Tecnologia. Il registro ironico, talvolta sferzante, è sottile e predominante in quasi tutte le composizioni dell’autore, (Soros dal cuore d’oro/ dacci oggi il tuo miliardo/ quotidiano che ci fa correre..). Oppure: (Bravi italiani educati come bambini/ in fila educati come topini…). Siamo bimbi con la presunzione dell’intelligenza, gravissimo difetto che può provocare danni irreparabili (Ora è il tempo degli intelligenti cretini/ che credono di sapere capire mentre/ seguono pifferai e prediche crocifisse). Opera essenziale quella di Adam che assolve in pieno a una funzione basilare del poeta: scovare oltre il visibile, tirar fuori la polvere da sotto il tappeto, avvisare, ammonire. Durante il regime nazista, i medici civili avevano un protocollo che permetteva loro di disporre a piacimento delle vite di tutti gli ammalati, compresi i tedeschi, che avevano gravi disturbi fisici o varie forme di handicap.
Quei medici osservavano la legge dello Stato, non commettevano reato, però erano da biasimare dal punto di vista etico. La domanda che ci impone quella tragedia è: quante vicende simili, con le dovute proporzioni, ci sono oggi al mondo che, pur approvate dalle leggi degli stati sovrani o dal politicamente corretto, bisogna mettere a nudo e denunciare? I poeti possono rispondere meglio di altri a questa domanda. Adam Vaccaro, nello splendido Google – il nome di Dio, sa farlo con vigore e senza reticenze.
Nota di lettura di Alessandro Cabianca
Una poesia che va al cuore del falso, finto, fesso rapportarsi e raccontarsi dell’oggi portati da un mondo artificiale, il WEB, più vero del mondo reale a scardinare secoli di razionalità con attimi di irrealtà che si fanno filosofia spicciola e altrettanto spicciola etica dell’immorale quotidiano. La poesia che, come molta del secondo novecento, finalmente si sporca con il reale, lascia secoli di idealismo, si confronta con problemi apparsi all’orizzonte della storia ieri, o appena l’altro ieri, ma che stanno in breve impadronendosi di ogni segmento di società e vengono contrabbandati come il nuovo umanesimo, la nuova liberazione, mentre già stanno diventando strumenti per una più sofisticata schiavizzazione degli individui. Non è mai venuta meno la schiavitù e talvolta anche i poeti hanno evitato di accorgersene per assurgere a uno status di sacerdoti della cultura dominante, solo ad eccezione di alcuni, pochi, che hanno pagato perfino con la vita la loro scelta di libertà, e non sono solo gli assassinii, ma anche le non poche rinunce alla vita che dolorosamente segnano la storia letteraria e poetica del novecento. Sempre meno ritroviamo chi ha un occhio critico nei confronti dei grandi rivolgimenti che stanno avvenendo nel mondo a vantaggio di pochi e a danno di tutti gli altri, e sarebbe davvero ingombrante l’elenco di quanti, scientemente, industriali, potilici, manager, nel secolo appena trascorso hanno operato apertamente per distruggere quanto faticosamente i due secoli precedenti si erano adoperati di raggiungere. L’appiattimento delle coscienze, manipolabili con facilità, la perdita della autonomia del giudizio sono i sintomi principali di un degrado che, prima di essere morale, è un degrado sociale, generalizzato. E allora un poeta fuori dai canoni e dalle gerarchie delle élites letterarie, compie una operaziona di verità, alla maniera di Ferlinghetti, di onestà, alla maniera di Saba, senza le paranoie del plurilinguismo alla Pound o dell’incomunicabilità alla Sanguineti, e fin dal titolo indica quale è il dio dei nostri anni: Google. Strumento preziosissimo questo, ma perfido per chi ha scopi di dominio perché può mobilitare in un click milioni di persone verso una causa; e quando questa causa è sbagliata, chi ferma la valanga umana che si è messa in moto, inconsapevole o complice? Scrive Massimo Pamio nella Prefazione: “L’uomo diventerà un falso spogliato di ogni identità”. Ce l’hanno insegnato secoli di assolutismi che alla perfezione, pur se talvolta in maniera ancora grossolana, hanno utilizzato questi medesimi processi collettivi che, con una differente tecnologia, potrebbero perfino sembrare strumenti ugualitari e evolutivi e dei quali non si possa più fare a meno se non si vuole essere tagliati fuori dalla modernità. Riprendendo la Prefazione: “Il poeta molisano riesce a fare ordine all’interno del caos che ci attornia e a far pronunciare ai nuovi topos del mondo la loro essenza; insomma il poeta fa dire il mondo a quelli che lo posseggono, alle trappole che i potenti hanno ben disegnato per riuscire a mantenere un ordine mondiale guadagnando su quelli che come in un incantesimo fanno quello che loro gli dicono di fare, mediante il desiderio, questa potenza che muove l’uomo più di ogni altra forza”. Poesia politica e poesia sociale al più alto grado dove un “sistema” anonimo, ma non per chi lo guida e ne raccoglie i risultati, sembra guidare le vite di uomini sempre più anonimi e disorientati Siamo ad una “santa barbarie” o ad uno “scientifico macello”? (p.15) Credo che nel novecento abbiamo già sperimentato, e su vasta scala, sia l’una che l’altro, ma adesso possiamo goderci i like su facebook o salutarci con la manina in streaming o goderci messaggi e contatti con whatsapp in questa rimbambilandia collettiva dove ogni due parole spunta un prodotto in promozione (pp.17-18), “in questo contemporaneo, posmoderno inferno turbocapitalista voluto e programmato”. (Pamio) Il senso del vivere per il poeta non sta qui, dove è già evidente la sconfitta dell’umano (dico già poiché questo sistema ha velocità impensabili fino a poco fa e capacità di rinnovarsi e riprodursi in continuazione, camaleonticamente, pur essendo giovane, ma con lo stesso scopo e i medesimi criteri degli antichi sistemi di controllo e dominio), il senso sta in ogni singola persona, nel riconoscere e trasmettere quei valori che hanno giustificato l’esistenza: sta nelle scelte di chi si oppone alla generale omologazione, anche per incoscienza, come quei “sereni ragazzi […] che continuano a fare/ inni alla vita incuranti/ inconsci e resistenti”, (p.43) sta nella vita da “straniero di Rho” di Piero come il senza patria Mohamed e il pensiero corre all’omonimo senza patria degli indimenticabili versi di Ungaretti: “Si chiamava Moammed Sceab// Discendente/ di emiri di nomadi/ suicida/ perché non aveva più/ Patria” (In memoria). Vorrei invitarvi a leggere per intero Rosina e l’orchestra tv, dove trovate una forma moderna di accoglienza: Rosina, persa la casa, entra in un bar gestito da cinesi e la padrona non la caccia, ma con “il verso e l’occhio”… “dice di stale pelò nell’angolo in fondo!”, mentre la Tv invita gracchiante a donare per i bambini in Africa, per malattie rare, per la Protezione civile. (p.34) Si può ancora resistere, sulle note di Ciao bella ciao, “attardati su la sovranità appartiene al popolo” (p.54) come ha saputo resistere Vilma Venturi, suocera del poeta, staffetta partigiane. (p.56) Il mondo degli affetti apre a nuove speranze, Chris, “fiore d’autunno”, Claudio e Elena, “rami che crescono”, Chiara, “nuovo bocciolo”, Valeria, piccola poetante, e non sul filo del sentimentalismo, ma come nuovo sguardo sull’ignoto, infinita gioia presente e insieme trepidazione: “Invisibile era il ballo dei nostri cuori/ mentre ti vedevamo barcollare ai/ primi passi su un marciapiede di/ Arese e poi palloncino di gioia/ senza freni sul lungomare di Sestri” (p.69): instabile il presente e barcollante, dove cerca qualche punto di luce e di futuro un poeta turbato e inquieto per come va leggendo il reale.
La poesia come motore di ricerca critica. di Luigi Cannillo
Sacro e profano, entità digitali e vite esemplari, attualità e memoria si intrecciano nella nuova raccolta di Adam Vaccaro. L’alveo nel quale si articolano e fluiscono le poesie viene esposto chiaramente nella nota dell’Autore in conclusione del volume: l’analisi politica e socioeconomica sugli effetti del neoliberismo e della globalizzazione finanziaria insieme allo sviluppo di un universo massmediatico invasivo e spersonalizzante. I testi quindi sono nati “dall’intreccio di doloroso disagio, passione ferita e volontà di Resistenza vitale”, contesto dal quale la poesia attinge direttamente e criticamente. Lo fa strutturandosi in sezioni che riprendono, ognuna attraverso un colore, il motivo del Cuore come centro di energia e intelligenza che si fa prima nero nel rifiuto e nella negazione, poi rosso nella passione e viola nella paura e infine bianco nella fonte profonda dei valori originari e della possibile rinascita: “Cosa possono dire le stesse cose che ci/ Appaiono inerti – polvere di morte che/ Improvvisamente si alza e ritrova il volo”. È, volutamente, un percorso a U nel quale, iniziando dallo scavo e dalla discesa nell’oscurità, si risale, dopo aver toccato il fondo, verso la luce. Un percorso dantesco al quale sembra alludere anche la foto di copertina di Valeria Vaccaro, con una imbarcazione direzionata verso i colori dorati e vermigli che possono appartenere al tramonto, ma, contemporaneamente, anche a un’aurora.
I testi così suddivisi nelle quattro sezioni hanno origini e datazioni diverse che formano una sorta di diario liberamente impaginato secondo i contesti tematici e che, allo stesso tempo, comprendono sia poesie più recenti che altre, edite, risalenti ad anni precedenti ma che in questa modalità assumono un nuovo valore. L’approccio e il tono sono talvolta di tipo più narrativo e colloquiale, altre volte più lirico ed evocativo. Ma comune è la ricerca espressiva: le invenzioni linguistiche, i giochi di parole mai fini a se stessi ma tesi alla scoperta dei molti significati di unità verbali che vengono composte e scomposte all’interno di campi semantici stranianti (quello tecnologico) o edificanti (quello del mondo naturale). E le allitterazioni, la sillabazione ripartita negli enjambement, le assonanze che si dipanano spesso per unità lessicali molto estese, a volte creando mulinelli linguistici e sonori: “Soros dal cuore d’oro/ dacci oggi il tuo miliardo/ quotidiano che ci fa correre/ a strappare salvare vite/ disperse e affamate/ sommerse dall’oro che/ gronda dalle mani degli/ invisibili quattro gatti […]”. Soprattutto nelle prime sezioni ricorre uno spirito caustico e sarcastico che mette in luce gli aspetti più assurdi della condizione di dipendenti digitali e cittadini ammaestrati, ridotti continuamente a uno stato infantile attraverso il linguaggio lezioso e affabulatorio usato dagli adulti per convincere e rassicurare i più fragili e suggestionabili. E anche come parodia dei messaggi evangelici, la cui forma mette in evidenza la pervasività e i tentativi di indottrinamento delle nuove Entità/Divinità informatiche con la loro attività manipolatoria. Primo fra tutti spicca Google insieme ad altre entità dotate di ultra-poteri: “Alexa, piccola madonnina sul comodino/ raggino che muto ascolta e registra attento/ i tuoi comandi anche quando sono solo/ battiti del tuo cuore…”.
Accompagna la raccolta un notevole apparato critico composto, oltre che dalla citata Nota dell’Autore, dalla prefazione di Massimo Pamio, dal saggio-postfazione di John Picchione, e da una nota dell’Editore nel risvolto di copertina. Questi contributi offrono, ciascuno a suo modo, spunti efficaci per contestualizzare e approfondire le tematiche presenti. Molti sono i riferimenti ad autori compagni di viaggio della poetica di Vaccaro, Antonio Porta innanzitutto, con Mario Lunetta e Alberto Mario Moriconi. Aggiungerei il nome di Luigi Di Ruscio sia per le poesie di aspra critica alla civiltà industriale, in particolare contro le divisioni di classe e l’organizzazione alienante del lavoro, ma anche negli squarci di gioia di vivere e per la bellezza della natura. Anche in Vaccaro interagiscono critica, indignazione e vitalità che si alternano in questo caleidoscopio di cuori e colori. Alle nuove divinità si contrappongono le storie comuni di eroi del quotidiano (il ristoratore emigrato, “Nella cucina di Shakespeare”, l’immigrata, “Mira a Milano”, la stiratrice/rammendatrice, in “Rosina e l’orchestra tv”) e le radici della famiglia dell’autore: nella fotografia e nelle parole del padre, nel ricordo della suocera Vilma, staffetta della Resistenza, fino alle figure portatrici di luce della moglie Chris, dei figli e dei nipoti.
Google – il nome di Dio tiene così uniti i suoi Cuori e colori attraverso un percorso temporale esteso ed elastico, partendo dagli aspetti salienti della contemporaneità e della attualità e poi risalendo e trovando slancio e rigenerazione dai nuovi nati come dalla memoria delle Origini: “Profumami origano di colline molisane/ […]/ questo mio stare qui/ ai piedi del monte più duro da scalare/ […]/ Forse è il tuo profumo/ che trascolora assaporando/ questa pizza colma di vita/ tempestata dai tuoi verdi coralli”.
Nota critica di Laura Cantelmo
Pur essendo questa nuova raccolta di Vaccaro, divisa “in quattro quarti di cuore”, può apparire tripartita come una moderna Commedia – essendo la seconda sezione, Cuore viola, sostanzialmente un’estensione della prima. Per di più, tra i tanti indimenticabili personaggi che giganteggiano nell’Inferno dantesco, alla memoria se ne è imposto uno che richiama i toni di Adam Vaccaro, Farinata degli Uberti, che vediamo ergersi carico di furore tra le arche di un cimitero,: “ed el s’ergea col petto e con la fronte/ com’avesse l’inferno in gran dispitto.” (Inferno, X, 35/37). Restando nell’ambito dell’analogia, non sarà inutile ricordare che Farinata è collocato da Dante nel cimitero dei seguaci di Epicuro “che l’anima col corpo morta fanno”. Oggi lo definiremmo un ateo, un materialista, lontano da ogni idea di trascendenza, ma per ricondurre il discorso ai nostri giorni, su quanto il materialismo dialettico di Vaccaro possa avvicinarsi al grande eretico ghibellino, lasceremo da parte le idee sull’aldilà per concentrarci su quell’avere “l’inferno in gran dispitto”.
L’inferno di Vaccaro, invisibile ai più e dai più acriticamente accettato, è la realtà quotidiana in cui tutti siamo immersi – il mondo regolato dalla tecnologia che agisce sulla nostra sostanza umana per farne materia da plasmare e dominare. Ne è l’emblema Google, i cui algoritmi controllano e regolano la nostra vita, regalandoci l’illusione di possedere una libertà di pensiero e di parola che nei fatti è subdolamente tenuta sotto scacco. Un contesto di distopia, che ricorda il 1984 di Orwell, e che accende in Vaccaro la naturale vis polemica, con toni di violento sarcasmo rivolti verso tutti coloro che dai mezzi tecnologici imposti dall’ideologia neoliberista dominante si lasciano adescare, inquadrare, abbindolare – “intelligenti cretini”, “italiani educati come bambini/ in fila rieducati come topini”. Vox clamans in deserto, il Poeta Vaccaro assume su di sé il dovere di svelare l’inganno di questo inferno con fallaci parvenze di paradiso richiamandoci, sulle orme dell’Ulisse dantesco, alla dignità della nostra umana semenza: ”fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (Inferno, XXVI, 118/120).
Accrescendo la disperazione nella vita di molti con l’ampliarsi delle disuguaglianze sociali a favore di pochi privilegiati, il modello neoliberista viene additato come principale responsabile del degrado politico, culturale e sociale, come altrettanto lo sono coloro che ciecamente si piegano pur nel disagio, compiacendosi del possesso di qualche misero oggetto concesso a prezzi vantaggiosi dal mercato.
Ma è il cuore, non solo la ragione a muovere l’invettiva del poeta. La raccolta, avverte il sottotitolo, è scandita dal battito di “quattro quarti di cuore” (immagine di per sé potente ed evocativa di sanguinose realtà). Le staffilate sono inflitte dalla sofferta consapevolezza di una mente che aspira alla rinascita di un’utopia, restando vigile affinché non vadano persi ulteriori spazi di democrazia e di libertà. E sono anche gli affetti familiari a far palpitare il cuore del marito, del padre e del cittadino che rivendica la propria identità molisana come antidoto al livellamento e allo sradicamento dell’ideologia globalizzata.
Grazie a un corposo apparato critico che amplia ed articola il discorso dell’Autore aggiungendo riferimenti ai modelli – principalmente quello di Antonio Porta – la raccolta ha il pregio di ricondurre il ruolo del Poeta alla antica profetica sacralità di vate e di guida, evitando ripiegamenti lirici e torsioni autoreferenziali che vediamo dilagare tra gli indomiti seguaci delle avanguardie. Il linguaggio aspro, ricco peraltro di martellante musicalità, di espedienti metaforici e metonimici, non teme il registro basso e popolare ed evita concessioni orfiche privilegiando la provocazione indirizzata al lettore, che si sente in tal modo vigorosamente chiamato in causa da una robusta affermazione della funzione pedagogica della poesia, e del sogno resistente di un essere umano “ricco e immenso in ogni cosa”. (p.60)
Nota di lettura di Antonio Spagnuolo
Siamo precipitati in uno spaccato di tempo in cui la storia che l’umanità va scrivendo è diventata frammentazione in/volontaria di futili ideali, schegge di morale, incrostazioni di illusioni, alienazione di cultura. Orientamenti e frequentazioni vanno verso l’asservimento al dio danaro, fuori da ogni vincolo, trascurando inevitabilmente la ricomposizione del bagaglio che distingue il ritmo incalzante dei sentimenti. Fortunatamente a scintille incandescenti la civiltà cerca di aprirsi un varco tra quelle menti che riescono ancora a recepire le ragioni di un rifugio nel dettato ideale, che nell’ambito temporale possa incidere ancora una volta a favore della sublimazione. Un esemplare ottimo e viscerale è Adam Vaccaro con le sue pagine incandescenti che ci trasportano verso dopo verso nelle vertiginose fasi della quotidianità, fra dettati di sottile ricerca filosofica e appunti di tempestose denunce. “…nel fuoco di chiacchiere minzogne/ e commosse notizie di ong che salvano/ il capitale dalla caduta del saggio/ di profitto, ammassando miseria a miseria,/ disperazione a disperazione – unica cura/ della crisi infinita che ci attanaglia e che pare/ neanche il dito di ogni invisibile Dio può farci nulla.” Il canto cesella la realtà di una vita sociale che disperde ogni forza “chiudendo gli occhi e ogni/ castra capacità di capire”. Egli non si affida ad una vera e propria denuncia , ma con elegante conoscenza sfiora le apparenze cercando “una fonte che dicono avesse fatto miracoli/ per un paese di sassi- ché irrorato dal suo canto di/ latte aveva sentori di vita e d’infinito.” Adam Vaccaro non scalfisce la sua vena generosa e la sua fedelissima musa e segue con certosina pazienza un itinerario che diventa percorso avventuroso tra dune spaurite e timidi azzardi. Poesia colta, poesia che insegue livelli di intuizione e di astrazione di eccezionale luminosità e di personalissima capacità di scrittura.
Nota di lettura di Rosalba Le Favi
L’ultimo libro di poesie del poeta molisano e critico Adam Vaccaro, classe 1940 dal titolo “Google – Il nome di Dio” pubblicato dalla casa editrice puntoacapo Pasturana (Al), ci accompagna in un viaggio forse senza ritorno. La raccolta si articola in quattro sezioni denominata “In quattro quarti di cuore Nero, Viola, Rosso e Bianco”. La prefazione è curata da Massimo Pamio e la postfazione da John Picchione. «Si può ancora scrivere poesia? – si chiede Massimo Pamio – L’attuale epidemia virale permette di verificare i meccanismi di controllo delle masse, se Google e gli altri potenti mezzi basati sull’uso di registrazioni dei comportamenti secondo criteri di efficienza, grazie all’uso di algoritmi, deputati a riassumere e a classificare e incasellare discorsi, orientamenti e desiderata di miliardi di individui. Se i server di Google e soci funzionano, – continua Pamio – potranno un giorno non solo registrare ma addirittura, con l’uso di chip, telecamere per il riconoscimento facciale e altri marchingegni, innescare e condizionare i comportamenti collettivi a loro piacimento, come già è accaduto con lo scandalo di Facebook – Cambridge Analytica». […] Nel contemporaneo e postmoderno inferno turbocapitalista voluto e programmato, vive e si districa il poeta, – continua Pamio – numero magico tra i numeri, esponente bizzarro e stralunato ancora dotato di una individualità autentica e libera ma anche socialmente porosa, capace di trovare il bandolo della matassa perché vanta una notevole capacità critica e di discernimento, nonché la saggezza propria di chi ha esperienza di altri mondi o di mondi immaginari e quindi sa leggere in ciascuno di essi le ragioni che lo reggono, anche se il mondo stenta a resistere in mano ai suoi burattinai. Come trovare le parole giuste nel Caos»?
Già, è difficile trovare le giuste parole quando si è bombardati da una comunicazione mistificata solo di messaggi mercificati e mistificati dall’illusorio “viver bene” e di “avere tutto e subito” con un semplice click. Si è persa la pazienza, la dedizione all’ascolto e allo studio, la cura e la misura del suono delle parole. Dove è finito tutto ciò? Forse nel vortice dell’incomprensione o nella discarica di rifiuti dove l’umano essere non sa più cosa gettare? Significativa la poesia che dà il titolo al libro Google – il nome di Dio: Venite a me, fanciulli, datemi le / vostre parole, i vostri segreti / i vostri cuori che io li custodirò / in un luogo sicuro e sconosciuto / che nemmeno voi raggiungerete / mai. Ma credete in me, solo in me, / siete al sicuro nel luogo più puro / intangibile e irraggiungibile. E / chiudete gli occhi ora, abban / donate le ansie come una scia / che segue dispersa la mia nave / del vostro futuro, neve bianca / disciolta nel blu e dormite / potete ora dormire tranquilli. «La Poesia è ciò che riesce a inventare un silenzio nuovo, proiettandolo sullo sfondo di un verso che, se riesce a intonarsi con il successivo, crea una melodia – conclude Pamio – […] Sicuramente “Google” di Vaccaro riveste un ruolo molto importante all’interno del discorso poetico non solo italiano, ma anche europeo e mondiale». E come annota anche John Picchione nella postfazione “La poesia non abita progetti atemporali svincolati da un rapporto dialettico con le realtà culturali, politiche, ed economiche. È in questi spazi che, nelle attuali condizioni storiche, la poesia può riscoprire un percorso trasgressivo che la riconduce verso la propria casa».
Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d’essere un bambino. Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione. Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via. Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: Perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole, è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo, sento e odoro? C’è veramente il male? E gente veramente cattiva? Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino, non riusciva ad inghiottire gli spinaci, i piselli, il riso al latte, il cavolfiore bollito, ed ora mangia tutto, e non solo per necessità.
Quando il bambino era bambino, si risvegliò una volta in un letto estraneo, ed ora gli accade sempre, gli apparivano belli molti uomini, e adesso soltanto in rari casi, si rappresentava nitidamente un paradiso, e adesso lo può al massimo intuire, non riusciva ad immaginare il nulla, ed oggi rabbrividisce al suo pensiero.
Quando il bambino era bambino giocava con entusiasmo e adesso è così preso dalla cosa come allora solo se questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano pane e mela, ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere. Ed è ancora così. Le noci fresche gli raspavano la lingua, ed è ancora così. Ad ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta, e in ogni città sentiva nostalgia di una città ancora più grande. E questo, è ancora così. Sulla cima di un albero, prendeva le ciliegie tutto euforico, com’è ancora oggi. Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne. Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino, lanciava contro l’albero un bastone, come fosse una lancia. E ancora continua a vibrare.
Als das Kind Kind war
Als das Kind Kind war, ging es mit hängenden Armen, wollte der Bach sei ein Fluß, der Fluß sei ein Strom, und diese Pfütze das Meer.
Als das Kind Kind war, wußte es nicht, daß es Kind war, alles war ihm beseelt, und alle Seelen waren eins.
Als das Kind Kind war, hatte es von nichts eine Meinung, hatte keine Gewohnheit, saß oft im Schneidersitz, lief aus dem Stand, hatte einen Wirbel im Haar und machte kein Gesicht beim fotografieren.
Als das Kind Kind war, war es die Zeit der folgenden Fragen: Warum bin ich ich und warum nicht du? Warum bin ich hier und warum nicht dort? Wann begann die Zeit und wo endet der Raum? Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum? Ist was ich sehe und höre und rieche nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt? Gibt es tatsächlich das Böse und Leute, die wirklich die Bösen sind? Wie kann es sein, daß ich, der ich bin, bevor ich wurde, nicht war, und daß einmal ich, der ich bin, nicht mehr der ich bin, sein werde?
Als das Kind Kind war, würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis, und am gedünsteten Blumenkohl. und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.
Als das Kind Kind war, erwachte es einmal in einem fremden Bett und jetzt immer wieder, erschienen ihm viele Menschen schön und jetzt nur noch im Glücksfall, stellte es sich klar ein Paradies vor und kann es jetzt höchstens ahnen, konnte es sich Nichts nicht denken und schaudert heute davor.
Als das Kind Kind war, spielte es mit Begeisterung und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch, wenn diese Sache seine Arbeit ist.
Als das Kind Kind war, genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot, und so ist es immer noch.
Als das Kind Kind war, fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand und jetzt immer noch, machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge und jetzt immer noch, hatte es auf jedem Berg die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg, und in jeder Stadt die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt, und das ist immer noch so, griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einem Hochgefühl wie auch heute noch, eine Scheu vor jedem Fremden und hat sie immer noch, wartete es auf den ersten Schnee, und wartet so immer noch.
Als das Kind Kind war, warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum, und sie zittert da heut-
Peter Handke
(da Lied vom Kindsein, in Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders)
Padre, se anche tu non fossi il mio Padre, se anche fossi a me un estraneo, per te stesso, egualmente t’amerei. Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno che la prima viola sull’opposto muro scopristi dalla tua finestra e ce ne desti la novella allegro. Poi la scala di legno tolta in spalla di casa uscisti e l’appoggiasti al muro. Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo che la sorella, mia piccola ancora, per la casa inseguivi minacciando (la caparbia aveva fatto non so che). Ma raggiuntala che strillava forte dalla paura ti mancava il cuore: chè avevi visto te inseguir la tua piccola figlia e, tutta spaventata, tu vacillante l’attiravi al petto e con carezze dentro le tue braccia avviluppavi come per difenderla da quel cattivo che eri il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio Padre, se anche fossi a me un estraneo, fra tutti quanti gli uomini già tanto pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
Quando ero ragazza conoscevo una poesia di Raoul Follereau che diceva così:
Nel medesimo giornale
usuale
nel giornale di tutti i giorni,
ho letto:
Ci sono trentotto milioni di profughi nel mondo
E sulla medesima facciata:
Eredita ventimila dollari un pappagallo.
Questa è la prima strofa, e il testo risale, penso, agli anni ’60, ma direi che è ancora molto attuale, salvo che il numero di profughi nel mondo è cresciuto di molto.
Nel medesimo giornale usuale, nel giornale di tutti i giorni io ho letto che due giorni fa il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha firmato una legge che consente lo stanziamento di 13,6 miliardi di dollari in aiuti militari e alimentari all’Ucraina. Ieri però, dopo il discorso di Zelensky al Congresso, il presidente Usa ha annunciato che gli Stati Uniti forniranno all’Ucraina altri 800 milioni di dollari di aiuti militari. Ho letto anche che, dato che…
Accennare all’esperienza esistenziale di Ubaldo Giacomucci per quanto io ne possa riferire, comporta uno strappo doloroso e una fatica sovrumana, perché significa dover resuscitare nella memoria il tempo della mia dorata gioventù che in una lontana spelonca della mente si è deposta per sempre, fulgida ed eterna, solidificata in un duro sperone di roccia tagliente e minaccioso.
Come poterne staccare un frammento? Non è un caso se Ubaldo per me è colore dell’oro, abbaglio luminoso inguardabile, insondabile, che provoca vertigini e impone la chiusura delle palpebre.
Ho scritto questo testo al buio, a mano, il foglio è illeggibile.
Ebbene, il sole splendeva sulle nostre prodezze di giovani e audaci eroi dell’avventura della vita, che avvertivano il cambiamento epocale in atto, che noi stessi incarnavamo. Tutto era possibile, i…
La colpa è dei poeti, di profumate nostalgie vendute a caro prezzo, iperboli, zeugmi, chiasmi, anafore e marchingegni raffinati per chiudere il pensiero, sigillarlo dentro sillabe contate numerando accenti e sentimenti mai nello stesso posto, sempre altrove additando mete irraggiungibili, metriche ermetiche, addossati paradossi e basterebbe non pensare sillabare il mantra del respiro: “Vita inenarrabile, meravigliosa Vita.”
Madagascar se localise dans la partie occidentale de l’océan indien, au sud-est de l’Afrique. Cette fascinante destination touristique est l’un des pays pauvres de la planète à économie très fragile. La majorité de sa population vive dans une extrême pauvreté renforcée davantage par des crises socio-politiques… Face à cette situation difficile, bon nombre d’intellects malgaches n’ont pas leur vraie place.
Visiter Madagascar, une île gâtée par la nature
Madagascar est doté de plus grands atouts, non seulement sa population, sa culture, son histoire, mais aussi et surtout ses sites naturelles. Avis aux touristes voulant visiter l’île car ils peuvent découvrir les parcs nationaux au nombre d’une cinquantaine, les réserves spéciales et naturelles, les forêts protégés, les parcs marins.
Quoi de plus surprenant que de planifier un voyage de découverte à Madagascar car sa nature est aussi réputée par les rizières à perte de vue.
Il sole era già tramontato da alcune ore e un corvo nero stava volando sopra i tetti di Monza. Si vedevano solo i suoi occhi rossi che scrutavano attenti le luci brillanti della sera. L’animale si allontanò dal centro cittadino gracchiando, come per annunciare un presagio malefico che si stava avverando nella città lombarda.
“Load up on guns, bring your friends. It’s fun to lose and to pretend. She’s overboard, self assured. Oh no I know, a dirty word…”
Una canzone grunge dei Nirvana, proveniente dalla birreria Party Night e la luce fredda di un lampione, attraversarono i vetri della finestra di un appartamento sito in uno stabile ottocentesco. Come degli ospiti intrusi senza invito, si unirono a una voce camuffata da un distorsore sonoro:
“Sono Atropo e in questo preciso momento spezzerò la vita di Alina”.
Guglielmo Aprile, nato a Napoli nel 1978, vive a Verona. Ha pubblicato otto raccolte di poesia e studi critici sulla poesia del Novecento e su alcuni classici della tradizione letteraria italiana (D’Annunzio, Luzi, Boccaccio, Marino).
È arrivato il momento di affrontare la lettura della trilogia incompiuta del Melograno di Gabriele D’Annunzio. La prefazione coltissima nell’edizione Oscar Mondadori è a cura di Anco Marzio Mutterle, che in tempi lontani è stato mio professore di Letteratura Italiana a Ca’ Foscari. La stesura del romanzo è stata sofferta, la variazione del titolo già dice molto. Leggendo la fitta corrispondenza con gli editori, prima si doveva chiamare La Sublime Avventura, poi La Grazia per approdare al titolo finale Il Fuoco (1897), il fuoco di una passione che lascerà il segno. D’Annunzio si fa trascinare così tanto dalla forza dirompente del fuoco che i due romanzi successivi si perdono lungo la via, La Vittoria dell’Uomo (o La Corona) e Il Trionfo della vita.
C’è chi ha visto nella descrizione di un amore durato meno di un anno un parallelo tra la Foscarina – l’attrice nel romanzo – ed…