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ECCO GLI APPUNTAMENTI DI CHIETI MOSTRA LIBRI 2012


Dopo l’intensa giornata d’incontri di ieri, con Roberto Melchiorre, Marco Tarchi, Alessandro Tucci ed il poeta Milo De Angelis, prosegue Chieti Mostra Libri oggi dalle 17.30 con Arnaldo Colasanti, Mario D’Angelo, Marco Tornar, Grazia Di Lisio, Aurelio Picca, Tonita Di Nisio, Domenico Rosa ed il reading “Shakespeare in love“, a cura di Fabio D’Orazio, Betta Fusilli, Liliana Perna, Nicola Trotta e Fiorella De Luca.

Vi aspettiamo nel giardino interno di Palazzo De’ Mayo, a Chieti, in pieno centro storico lungo corso Marrucino.

Seguono dettagli delle giornate 8 e 9 Settembre.

Ecco gli appuntamenti di oggi, sabato 8 settembre 2012, inseriti all’interno del programma della II edizione di “Chieti Mostra Libri”, che si svolgeranno a Palazzo De’ Mayo, in via Martiri della Libertà 1, o in caso di pioggia presso i Tempietti Romani e il foyer del Teatro Marrucino:

  • Ore 17.30 – Arnaldo Colasanti: “Febbrili transiti”, con Mario D’Angelo. Conduce: Nino Germano. Uno degli scrittori e critici più appassionati, conduttore di Uno Mattina, parlerà dei suoi interessi e del suo amore per l’arte abruzzese;

  • Ore 18.30 – Presentazione della rivista “Abruzzo letterario”, con Marco Tornar, Grazia Di Lisio, Marco Solfanelli;

  • Ore 19.00 – Aurelio Picca: “Addio”, “L’Italia è morta, io sono l’Italia”, con Tonita Di Nisio. Uno degli scrittori italiani più interessanti e vivaci parla dei suoi ultimi libri pubblicati da Bompiani;

  • Ore 19.30 – Salvatore Santangelo e Domenico Rosa. Due giovani studiosi si confrontano sui temi della globalizzazione;

  • Ore 20.00 – Reading e concerto d’epoca: “Shakespeare in love”, con Fabio D’Orazio, Liliana Perna, Nicola Trotta, Fiorella De Luca.

 * Note

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 ARNALDO COLASANTI, (Fiuggi, 1 agosto 1957) è uno scrittore e critico letterario italiano, vincitore del Premio Grinzane Cavour. Nell’ambito del suo interesse per la letteratura francese ha pubblicato vaste e approfondite prefazioni ai Romanzi di Guy de Maupassant, (1994) e al Malato immaginario di Molière (1995). Ha condotto Unomattina Estate. E’ direttore artistico di “Babel – festival della parola in Valle d’Aosta“. Tra le sue opere: A giorno chiaro. Ritratti di poesia italiana (Rotundo), (1992), Novanta. Il conformismo della cultura italiana (Fazi), (1996), Decalogo (Rizzoli, (1997), Gatti e scimmie (Rizzoli), (2001), La prima notte solo con te (Mondadori), (2010), Febbrili transiti (Mimesis), 2012.

 MARCO TORNAR (1960), poeta, saggista, traduttore e narratore pescarese, è direttore della rivista “Abruzzo Letterario”. Ha pubblicato le raccolte di poesia Segni naturali (Bastogi, Foggia 1983) e La scelta (Jaca Book, Milano 1996); le prose Rituali marginali (Bastogi, Foggia 1985) ed Errando di notte in luoghi solitari (Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2000); il romanzo Niente più che l’amore (Sperling & Kupfer, Milano 2004). Ha curato l’antologia di poesia italiana La furia di Pegaso (Archinto, Milano 1996). Il suo ultimo libro è “Nello specchio di Mabel”.

GRAZIA DI LISIO, è nata a Cabras e vive a Teramo. Laureata in Lettere classiche, si è dedicata all’insegnamento, a studi archeologici, alla conoscenza tecnico-pratica del linguaggio teatrale e cinematografico. Ha pubblicato micro testi per il Teatro-Scuola, poesie-immagini-ritratti online con Lietocolle e le raccolte di poesie “Voci e silenzio” (Sigraf 2003); “Le accese solitudini” (Tracce 2005); “Annoda fili acquei” con traduzioni in francese (Gedit 2008). Ha ricevuto premi per il teatro, per il cortometraggio, per la didattica e per la poesia. È presente in varie Antologie e in cataloghi d’arte. Cura performances interdisciplinari. Organizza eventi culturali con l’Associazione “Collurania” di Teramo. Scrive su riviste abruzzesi. La sua ultima fatica è “sa terra sonadora” (Noubs Edizioni), una ricerca ed una raccolta straordinaria di canti indigeni sardi.

 MARCO SOLFANELLI, Marco Solfanelli è nato a Chieti nel 1954. Ha diretto dal 1980 al 1994 la Casa Editrice Marino Solfanelli, curandone in particolare le collane dedicate al fantastico e alla fantascienza per le quali ha ottenuto numerosi premi sia nazionali che esteri. È Direttore Editoriale della Casa editrice Tabula fati e presidente Associazione Editori Abruzzesi.

 AURELIO PICCA, (Velletri, 1957) è uno scrittore e poeta italiano. Ha esordito nella narrativa nel 1992 con la raccolta di racconti La schiuma. Ma il vero esordio è un libro di poesie, Per punizione, uscito nel 1990. Ha poi pubblicato L’esame di maturità (Giunti, 1995), ristampato da Rizzoli (2001), I racconti dell’eternità (1995), I mulatti (Giunti, 1996), Tuttestelle (Rizzoli, 1998), Premio Alberto Moravia, Superpremio Grinzane Cavour, finalista premio Viareggio, Bellissima (Rizzoli, 1999), Sacrocuore (Rizzoli 2003). Via Volta della morte (Rizzoli, 2006). Del 2007 è il poemetto civile “L’Italia è morta, io sono l’Italia”. “Se la fortuna è nostra” (2011) Aurelio Picca è giornalista pubblicista. Ha collaborato tra gli altri con Repubblica, Il Giornale, Max, Nuovi Argomenti. Inoltre è video maker: Elogio delle Torri e Palio del bianco; Roma tanta poca; Asilo infantile, intervista a Edward Bunker.

DOMENICO ROSA, abruzzese ma fiorentino d’adozione, è autore di una ricerca su “Fiume dannunziana. Tra irredentismo e fantasia” (Eclettica edizioni), redattore per la sezione cultura della testata web “Il sito di Firenze”.

 

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Ecco gli incontri di domani, domenica 9 settembre 2012, inseriti all’interno del programma della II edizione di “Chieti Mostra Libri”, che si svolgeranno a Palazzo De’ Mayo, in via Martiri della Libertà 1, o in caso di pioggia presso i Tempietti Romani e il foyer del Teatro Marrucino:

  • Ore 17.30 – Adua Villa: “Una sommelier per amica”, con Cristina Mosca. Un’anteprima nazionale.

  • Ore 18.30 – Spettacolo teatrale ispirato dai testi di John Fante con Stefano Angelucci Marino, che presenterà il suo libro “Fanteria Abruzzi”, in anteprima. Introduce: Giulio Avocatino.

  • Ore 19.00 – Paolo Lagazzi: “Nessuna telefonata al cielo”. Uno dei più noti critici letterari italiani presenta un frizzante libro di racconti.

  • Ore 19.30 – Incontro con Giordano Bruno Guerri, Il noto storico ripercorrerà la sua vita culturale e le sue imprese in un’Italia posteroica. Conduce Stanislao Liberatore.

* Note

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ADUA VILLA, volto noto dell’enogastronomia italiana, divulgatrice di successo, ha una formazione enogastronomica a 360°: Sommelier del Vino, Sommelier Master Class, Sommelier dell’Olio, Degustatore di formaggio, Degustatore di Cioccolata, Docente Ais (Associazione Italiana Sommelier). “Una sommelier per amica” verrà presentato a Chieti in anteprima europea.

 CRISTINA MOSCA, insegnante, addetto stampa e giornalista abruzzese, la scrittrice originaria di Città Sant’Angelo ha all’attivo numerose pubblicazioni di poesia, prosa e traduzioni letterarie. Fondatrice del mensile che si occupa di enogastronomia “C come magazine”, nel 2007 ha pubblicato con Schena editore “E donne infreddolite negli scialli”.

 PAOLO LAGAZZI,  è uno dei più grandi critici letterari italiani: la sua opera è sterminata. Tra gli altri ha curato, solo in Italia ben 3“Meridiani” Mondadori: per Bertolucci, Citati, Spaziani.Tra le sue opere: Comparoni e “l’altro” – Sulle tracce di Silvio D’Arzo, Collana: Il castello di Atlante, Reggio Emilia, Rêverie e destino. L’opera di Attilio Bertolucci, Collana: Strumenti di studio, Milano, Garzanti, 1993. Per un ritratto dello scrittore da mago, Prefazione di Valerio Magrelli, Collana: Il castello di Atlante, Reggio Emilia, Diabasis, 1994. Per un ritratto dello scrittore da mago, (prefazione di Emanuele Trevi); collana: I volti di Hermes, Dentro il pensiero del mondo,  Vertigo. L’ansia moderna del tempo, La casa del poeta. Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci, , Milano, Garzanti, 2008., Forme della leggerezza, Collana: Lettere, Milano, Archinto [2010], Otto piccoli inchini, tavole di Daniela Tomerini, Roma, Albatros 2011.

 GIORDANO BRUNO GUERRI, è nato alla fine del 1950 a Iesa, comune di Monticiano, provincia di Siena: Consegue la laurea nel 1974 con una tesi su “La figura e l’opera di Giuseppe Bottai“, che due anni più tardi trova pubblicazione editoriale presso Feltrinelli. Successivamente pubblica una raccolta di documenti storici dal titolo “Rapporto al Duce” (Bompiani, 1978); seguono “Galeazzo Ciano” (Bompiani, 1979), saggio sulla politica estera fascista, e “L’Arcitaliano – Vita di Curzio Malaparte”.

In seguito pubblica “Io, l’infame”, (Mondadori, 1983) biografia del brigatista rosso Patrizio Peci, che scrive insieme a lui in due settimane durante il periodo in cui lo stesso Peci si tiene nascosto ai suoi ex compagni di lotta armata.

Nonostante la formazione cattolica, non si occupa di questioni religiose fino al 1982, quando inizia a scrivere “Povera santa, Povero assassino”, storia di Maria Goretti.

 Nel 1985 viene nominato direttore del mensile “La Storia Illustrata”; nell’arco di quindici mesi porta le vendite da 60.000 a 110.000 per numero; viene in seguito promosso direttore editoriale della Mondadori, incarico da cui si dimette nel 1988 dopo l’acquisizione della casa editrice da parte di Carlo De Benedetti. Dal 1989 fino al 1991 assume la direzione del mensile “Chorus”.

 Nel 1995 pubblica un lavoro divulgativo e di sintesi, dal titolo “Fascisti – Gli italiani di Mussolini, il regime degli italiani” (Mondadori). Nello stesso anno si trasferisce a Roma; poco tempo dopo la Rai gli offre la conduzione di un programma televisivo, dal titolo “Italia mia”, assieme a Cinzia Tani; il programma va in onda fino al 1997. Poi arriva l’impegno pubblico: Mario Caligiuri, sindaco del comune calabrese di Soveria Mannelli, gli propone l’incarico di assessore alla Cultura. Giordano Bruno Guerri accetta ponendo tuttavia una condizione: quella di definirsi Assessore al Dissolvimento dell’Ovvio.

Ricopre l’incarico per sole quattro settimane, durante le quali emette alcune provocatorie ordinanze, tra cui ricordiamo quella del Monumento al Cassonetto, iniziativa il cui scopo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’inopportunità di installare antiestetici cassonetti per la nettezza urbana in zone cittadine di pregio architettonico e artistico. Tra le spiegazioni che adduce circa il suo repentino abbandono dell’incarico pubblico ricordiamo quella più singolare per “eccesso di cene ufficiali”.

Nel 1997 pubblica “Antistoria degli italiani – Da Romolo a Giovanni Paolo II” (Mondadori).

 All’inizio del mese di aprile del 2004 Giordano Bruno Guerri assume la direzione de “L’Indipendente”. Guerri fa notare subito la propria linea di direzione del quotidiano, pubblicando in prima pagina un aforisma del poeta americano John Giorno: “Nessun cazzo è duro come la vita”; viene sostituito nel febbraio del 2005 da Gennaro Malgieri, già direttore del Secolo d’Italia.

 Da anni Giordano Bruno Guerri collabora con “Il Giornale” come opinionista. Dal marzo 2003 al 2007 ricopre la carica di presidente della Fondazione “Ugo Bordoni”, istituto di Alta Cultura. Tiene regolarmente corsi di Storia Contemporanea alla facoltà di Scienze Politiche delle Università di Salerno, Ginevra, Madrid, presso la Columbia University di New York e Rio de Janeiro, città quest’ultima dove ogni agosto, da anni, tiene lezioni agli studenti che scelgono l’italiano come lingua straniera. Giordano Bruno Guerri insegna inoltre Storia Contemporanea all’Università Guglielmo Marconi di Roma.

Dal 2004 è presidente del ForumTal, che si occupa di Trattamento Automatico del Linguaggio, ovvero come insegnare alle macchine a parlare e scrivere in italiano. Dall’ottobre del 2008 è presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, la casa di Gabriele D’Annunzio a Gardone Riviera, cui ha ridato slancio con nuove creazioni museali e l’acquisizione di importanti documenti.

 

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“Nella carne dei miei sogni” di Gambacorta-Di Iacovo, una lettura di Federica D’Amato


Giovanni Di Iacovo – Simone Gambacorta

“Nella carne dei miei sogni

Colloqui tra uno scrittore ed un cronista letterario”

Duende Edizioni, Teramo, 2012

Nota critica a cura di Federica D’Amato

 

Giungono al numero sei i “Piccoli quaderni, Testi e materiali sulla letteratura in Abruzzo” (Duende Edizioni), collana di delizie letterarie abruzzesi sospese tra autobiografia e critica militante, curate dall’infaticabile Simone Gambacorta, “cronista letterario” teramano che in questi anni sta sviluppando un progetto culturale di assoluta qualità intorno ai fatti letterari della regione, con inedite prospettive di respiro nazionale. E proprio all’insegna della libertà, del sogno, della passione per la vita come narrazione continua si apre il sesto appuntamento, “Nella carne dei miei sogni”, che vede come protagonista del colloquio uno dei nostri più validi scrittori, Giovanni Di Iacovo. Un Di Iacovo in premessa quasi impacciato dalla necessità del mettersi a nudo che Gambacorta sistematicamente esige con le sue domande, un Di Iacovo che sa: “Gambacorta voleva che io sputassi anche i miei difetti, le mie difficoltà, le mie debolezze, il mio sangue versato. E capii che sarebbe stato utile. Utile per me, per capirmi, per fermarmi a fare il punto dei miei primi trentasei anni di scrittore e di essere umano”. Da siffatta agnizione, dalla candida confessione “l’amore per la scrittura ha coinciso in me con l’amore per la vita in ogni sua manifestazione” – usuale per uno scrittore vero, ma mai banale nello svelamento -, si sbroglia tumultuosa la corsa del botta e risposta, tra un critico letterario che chiede e chiede perché vorrebbe possedere innata l’arte del narrare, ed un narratore che risponde perché vorrebbe possedere innata l’arte del tacere – il silenzio, si sa, è l’amante perfetto di prosa e poesia: tale forse il valore autentico di questa breve pubblicazione che, come le altre della collana, pone in essere il vero fronte che sussiste tra l’indagatore, il decifratore, l’esegeta, l’erudito, il postino direbbe George Steiner, ed il suo oggetto, ossia l’avventuriero, il genio, l’innocente, il demone, l’esecutore, il demiurgo inconsapevole di mondi, il rievocatore. Il fronte di confine ma mai di rottura che struttura uno stesso paesaggio, un eguale amore, quello per la letteratura.

Si evince con semplicità dalle tre sezioni del libro, i primi formati intorno ai due romanzi di Giovanni, Sushi Bar Sarajevo (Palomar, 2006) e Tutti i poveri devono morire (Castelvecchi, 2010), il terzo animato da quello che sembra essere ormai da anni il leitmotiv dell’attività culturale e politica di Di Iacovo, “Consumare culture è la benzina della creatività”, sorta di calderone, che rappresenta nell’insieme anche la parte più interessante del testo, in cui lo scrittore abruzzese parla della sua primissima gioventù, dei viaggi, dei romanzi amati, del suo modo di lavorare, di cosa significa essere e non essere scrittori, dell’evoluzione che tali significati hanno avuto nello svolgimento di un “artigianato artistico” vocato alla maturazione di direttrici culturali di sicuro interesse ed esempio, almeno per chi in Abruzzo intenda senza provincialismi ed egotismi masturbatori, cimentarsi seriamente con il mestiere di scrivere.

Giovanni Di Iacovo e Simone Gambacorta saranno presenti a Chieti il 6 Settembre alle ore 18, per presentare “Nella carne dei miei sogni”, all’interno della manifestazione Chieti Mostra Libri 2012

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SUCCESSO DI CRITICA E PUBBLICO LA PREMIAZIONE “LETTERA D’AMORE”, 2012, CON ASCANIO CELESTINI


Un pubblico nutrito e attento ha assistito giovedì 8 Agosto 2012 alla premiazione del concorso “Lettera d’Amore”, presso il Parco del Palazzo Ducale Valignani di Torrevecchia Teatina (CH), giunto quest’anno alla sua dodicesima edizione. La serata è stata subito inaugurata dall’ospite d’onore, Ascanio Celestini, che ha recitato le dolce-amara poesia “Tutte le lettere d’amore” di Fernando Pessoa, ripresa nell’omonima canzone di Roberto Vecchioni, performance seguita dalle note del cantautore Paolo Fiorucci, che ha intervallato la premiazione con virtuose ed eleganti rivisitazioni musicali di pezzi storici della musica d’autore italiana. La conduzione ironica e frizzante dei giornalisti Marina Moretti (Rete8) e Peppe De Micheli, ha condotto la platea prima alla proclamazione dei testi segnalati di: Grazia Di Lisio e Stefano Sprecacenere, lettere che hanno vibrato con pathos e trasporto grazie alle voci di Federica D’Amato e Giovanni Adriani. Successivamente è stata la volta di vincitori dai nomi prestigiosi: al primo posto ex aequo Maria Jatosti e Manfredo Di Biasio, al secondo ex aequo Antonella Ortolani e Walter Lazzarin, al terzo posto ex aequo Maria Rosaria Perilli e Mariateresa Stella, le cui lettere di volta in volta sono state commentate dalla giuria, composta dal prof. Vito Moretti e dal poeta Massimo Pamio, direttore del Museo Lettera d’Amore, unitamente alla presenza sul palco del sindaco di Torrevecchia Teatina, Katja Baboro. La serata si è conclusa con un’ampia intervista ad Ascanio Celestini, che non ha mancato l’occasione per riconfermare la forte carica umana della sua gentile presenza, donando una lettera d’amore inedita al nostro Museo.

nella foto Vito Moretti, Massimo Pamio, Ascanio Celestini e Marina Moretti

 

Per saperne di più sul concorso clicca QUI

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LETTERA D’AMORE XII EDIZIONE – I VINCITORI – ASCANIO CELESTINI PREMIO INTERNAZIONALE – TUTTI AL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE


Mercoledì 8 Agosto 2012, alle ore 21.00, presso il Parco del Palazzo Ducale Valignani di Torrevecchia Teatina (CH), alla presenza del Sindaco Katja Baboro, si svolgerà la cerimonia di premiazione delle lettere vincitrici la XII edizione del Concorso internazionale “LETTERA D’AMORE”, promossa e organizzata dall’Associazione Culturale “AbruzziAMOci” con il patrocinio del Comune di Torrevecchia Teatina. La giuria composta da Massimo Avenali, Chiara Fiori. Vito Moretti, Massimo Pamio, Giuseppina Verdoliva, ha reso noto i nominativi dei premiati.

Al primo posto ex aequo Maria Jatosti e Manfredo Di Biasio, al secondo ex aequo Antonella Ortolani e Walter Lazzarin, al terzo posto ex aequo Maria Rosaria Perilli e Mariateresa Stella. Segnalati i testi di: Grazia Di Lisio, Antonio Di Carlo, Antonella Iacoli, Giulia Valsecchi, Marisa Tolve, Crescenzo Invigorito, Stefano Santosuosso,  Giuseppe Mandia, Vanes Ferlini, Stefano Sprecacenere. Presenzierà in qualità di ospite d’onore Ascanio Celestini, attore, regista, scrittore e drammaturgo romano, che riceverà il Premio Internazionale “Lettera d’Amore”, che la giuria ogni anno assegna a una figura illustre del mondo culturale italiano e straniero.

In tale occasione, il giovane cantautore teatino Paolo Fiorucci, con la sua band, si esibirà nell’esecuzione di brani e cover inedite tratte dal suo repertorio. Presentatori della serata i giornalisti Marina Moretti e Giuseppe De Micheli. La lettura dei testi sarà a cura di Federica D’Amato e di Giovanni Adriani.

Sarà visitabile gratuitamente il Museo della Lettera d’Amore.

I vincitori della XII edizione del Premio Lettera d’amore:

Maria Jatosti è scrittrice romana, autrice di 6 romanzi -il primo, “Il confinato”, è stato finalista al Premio Viareggio nel 1961- e di 4 raccolte di poesia.

Manfredo Di Biasio è poeta di Fondi (Latina), autore di ben dieci raccolte di poesia, e di due di prosa.

Ospite d’onore, cui sarà assegnato il Premio Internazionale “Lettera d’Amore” è:

Ascanio Celestini (Roma, 1º giugno 1972) è un attore teatrale, regista cinematografico, scrittore e drammaturgo italiano. È considerato uno dei rappresentanti della seconda generazione del cosiddetto teatro di narrazione: i suoi spettacoli sono fatti di storie raccontate e sono preceduti da un lavoro di raccolta di materiale lungo e approfondito. L’attore-autore fa quindi da filtro, con il suo racconto, fra gli spettatori e i protagonisti dello spettacolo. L’attore in scena rappresenta se stesso, anche quando parla in prima persona: è qualcuno che racconta una storia.

Quasi tutti i suoi spettacoli sono diventati libri, ma in particolare Storie di uno scemo di guerra (premio Bagutta, Premio Fiesole Narrativa Under 40 e votato libro dell’anno dagli ascoltatori del programma Fahrenheit di Rai Radio 3 e La pecora nera (premio Anima) nascono come veri e propri romanzi. Nel 2006 partecipa al film Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti. Nel 2007 gira il documentario Parole Sante che racconta la vicenda di un collettivo autorganizzato di lavoratori precari d’Atesia, del più grande call center italiano situato a Cinecittà Due, nella periferia di Roma. Anche questa opera fa parte del progetto che da due anni lo vede impegnato nel tentativo di raccontare cosa significa la lotta di classe in un tempo nel quale si riesce con difficoltà a intuire che esista ancora una coscienza di classe; viene presentato al Festival internazionale del film di Roma nella sezione Extra. Contemporaneamente esce il suo primo disco, anch’esso intitolato Parole sante, dove sono raccolte le canzoni presenti negli spettacoli, nel documentario e alcuni inediti. Il disco ha ricevuto nel 2007 il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno e il Premio Arci “Dalla parte Buona della Musica”. Un grande successo ha avuto il libro pubblicato da Einaudi Io cammino in fila indiana. Nel 2009 gli sono stati assegnati il premio Cultura dell’incontro e il Premio Volponi dedicato alla letteratura d’impegno civile, nonché premio speciale Dessì. Dal suo libro La pecora nera è stato tratto un film che ha vinto il Ciak d’Oro come miglior esordio e il Premio della giuria ad Annecy, e Celestini ha vinto il premio come migliore interpretazione maschile al Sulmona Cinema Festival. Tra gli ultimi spettacoli teatrali, Pro Patria, del 2011.  Ha partecipato alla trasmissione televisiva The show must go off, condotto da Serena Dandini.

Il Museo della Lettera d’Amore

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Giovanni D’Alessandro intervistato da Federica D’Amato


 

Giovanni D’Alessandro e il genius casae

Intervista di Federica D’Amato

 

Chi ha avuto il buon senso di leggere i libri di Giovanni D’Alessandro, è abituato a bellezza, qualità, soprattutto libero gioco della potenza narrativa, che in termini spirituali potremmo tradurre con la parola “sospensione”: del tempo-cinghia stretto nella carne, del dolore, delle preoccupazioni, del destino di morte cui siamo condotti, proprio vivendo. Ebbene, tutto questo avviene, come in ogni vera letteratura, nella catarsi che la penna di D’Alessandro ci dona, in special modo con Soli, il suo ultimo romanzo edito da San Paolo Edizioni nel 2011, la cui felicissima frequentazione mi ha spinta a immaginare questo mio illustre corregionale, seduto, solo, nella sua stanza, o in cucina o in veranda, o addirittura disteso sul letto, a scrivere, costruire la cattedrale di una storia che nella coerenza epica del suo svolgimento, dispiega la forma “romanzo”, oggi in Italia così abusata, incollata su prose (da editor) che al massimo possono essere considerati racconti lunghi.

 Ho percepito che il narratore D’Alessandro è tale perché egli ha la facoltà zen di vivere perfettamente il proprio altrove, la pagina sulla quale un giorno principia un personaggio e da lì l’universo; una tale capacità poteva provenirgli solo da un’abitudine antica, perduta dunque carica di valore: l’amore per la propria abitazione, il saper, voler stare in casa e da lì rifondare il mondo di immagini, il prendersi carico con pienezza delle personali coordinate antropologiche, storiche, mitologiche oserei dire. Dopotutto, una casa, cos’è se non questa ostinazione a ricrearsi, disfarsi, insomma esser-ci, per sempre? Forse da qui muove la ferrea riservatezza con la quale D’Alessandro avvolge gli interni delle sue case, preservate dagli occhi e dagli scatti indiscreti di chi con la sola intrusione dello sguardo romperebbe l’incantesimo, metterebbe in pericolo l’altrove magico della pagina. Nonostante tali accorgimenti, lo scrittore abruzzese ha accettato la  mia intrusione di domande, le cui relative risposte nella loro brevità rappresentano un piccolo verbario dell’amor domestico. Da leggere e rileggere, per approfondire la conoscenza di questo grande scrittore dei nostri tempi, ma anche per avvicinarsi ad una dimensione dell’essere prossima alla gioia della letteratura.

 

1)   Il concetto di casa racchiude in sé significati le cui sfumature sono difficili da definire in modo netto, soprattutto quando chi le interiorizza è un narratore della sua portata . Lei come la definisce?

La casa è il primo habitat di una narrazione. Le idee possono venire tra le sue mura o anche fuori, ma di certo diventano romanzo al suo interno, in un’attività che impegna l’autore per mesi, legandolo alla stesura di un romanzo. E’ dunque un’attività caratterizzata più di altre dalla compenetrazione con il contesto in cui prende forma. Impone una determinata fisicità. Richiede determinati strumenti. Rende necessaria una determinata organizzazione di partenza. E coinvolge dimensioni come creatività, emozione, previsione della ricaduta di ciò che sta nascendo lì, nella tua casa, dentro le case degli altri. Ciò che si sta digitando sui tasti è destinato a migrare in quelle case, dove verrà letto.    

2)   Dove vive Giovanni D’Alessandro? La sua infanzia da quale luogo e tempo è stata scandita?

Vivo e lavoro a Pescara da molti anni, ma mi sposto spesso e in determinati periodi lavorativi dell’anno risiedo nel nord Italia. Sono nato e vissuto molti anni a Ravenna, in Romagna, e ho avuto la fortuna di abitare in una grande casa che oggi ospita l’università, nel cuore della città, a cento metri dalla tomba di Dante, alle spalle di Sant’Apollinare Nuovo. Ma d’estate per lunghi mesi scendevamo in Abruzzo dove vivevano i miei nonni e qui trovavo la splendore della natura, con la campagna e i monti, che in Romagna, piatta com’è, sono un miraggio. Queste dimensioni – di arte e natura, devo confessare: bellissime –  hanno scandito la mia infanzia.

 3)   Qual è il luogo nel quale riesce a scrivere, il genius loci che da’ respiro ai complessi protagonisti dei suoi libri?

Il genius loci è per me assolutamente il genius casae. Cioè di casa mia. Non riesco a immaginare un altro posto dove scrivere. So di scrittori che in passato sono stati ospitati in residenze, magari da parte di un committente, di un protettore, di un mecenate, ma queste cose appartengono al passato e a un contesto sociale oggi tramontato. Se venissi ospitato in una residenza messa tutta a mia disposizione, penso che non scriverei una parola: prima dovrei appropriarmene, in senso psicologico. Inoltre mi verrebbe voglia di alzarmi e di esplorarla sia dentro sia fuori e la scrittura richiede disciplina, assorbimento, mancanza di distrazioni e attrazioni esterne. So anche di scrittori, come Tomasi di Lampedusa (che pure aveva un principesco palazzo a Palermo) o Magris i quali scrivevano o scrivono nei caffè. Come hanno fatto, come fanno? – mi chiedo. A parte il rumore, il fastidio del dover mantenere una certa postura senza alzarsi o la possibilità di incontrare persone da cui essere interrotti magari nei momenti di maggior concentrazione, io non potrei scrivere in un caffè palermitano o triestino, neanche nel più bello. Ghiotto come sono, mi alzerei di continuo a svaligiare la pasticceria ed esborsi a parte peserei 10 chili in più dopo ogni romanzo.

4)   Nel suo ultimo libro “Soli”, San Paolo 2011, la “grande casa” che ospita la narrazione sembra essere, sullo sfondo, l’arte medioevale, di cui lei è profondo estimatore e conoscitore. Ce ne parli.

Ci vorrebbe molto per parlare dell’arte, medievale e non, come casa dei sogni. Diciamo che in essa abitano la fantasia, la creatività, il messaggio – lasciato per noi secoli fa dagli artisti – lì sedimentato e che ci aspetta, per parlarci del sogno che abitò vite trascorse. Questo gli artisti di ogni tempo hanno consegnato all’arte. E’ la loro voce affidata all’opera contro il tempo, o meglio oltre il tempo. L’arte racchiude le identità alternative che sono dentro ognuno di noi e si liberano con le magiche alchimie prodotte tanto dalla scrittura quanto dalla lettura. L’arte medievale è uno scrigno di misteri. Non è solo una casa dei sogni. E’ una cassaforte di sogni.

 5) Con gli autori che l’hanno preceduta in questa intervista siamo giunti a conclusione che per uno scrittore, spesso, la vera “domus” è la pagina bianca, su cui scrivere e riscrivere la propria solitudine e passione. E’ così anche per lei?

Direi di sì, anche se la parola solitudine mi suona meglio se riferita al contesto in cui si scrive; meno, se riferita ai destinatari, i lettori. Uno scrittore “incontra i lettori” già su pagina, quando comincia a scriverla. E anche la parola passione richiede una precisazione. Indubbiamente c’è. Ma c’è anche molta fatica. Scrivere è faticoso e ben lo sapeva un noto scrittore che intitolò una sua opera Lavorare stanca. Quindi direi che è, molto più, disciplina e applicazione. Una parola latina sintetizza tutte queste dimensioni: studium.

 6) Il “felice deposito celeste / è una mobile casa della vita”, scriveva il poeta russo Mandel’štam. Come interpreta questi versi?

Francamente non capisco cosa volesse dire Mandel’stam. Forse che la vera casa cui è consegnata l’identità di ognuno è più il cielo della terra? Ma perché la chiama “deposito”? E perché questa casa viene definita “mobile”? Boh. Quando un verso, pur bello, significa tutto e niente, secondo me non funziona molto.

7) Quesito inevitabile: la casa di quale scrittore a lei caro vorrebbe visitare e/o abitare?

Il castello d’Ippolito Nievo. Ma solo visitare. Abitare, voglio abitare a casa mia, per quanto detto sopra.

 

 

 

 

Palazzo Corradini a Ravenna, casa d’infanzia dello scrittore

 

Federica D’Amato

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PAOLO LAGAZZI “OTTO PICCOLI INCHINI”, lettura di Federica D’Amato


OTTO PICCOLI INCHINI, di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Albatros Edizioni, 2011

Una lettura, di Federica D’Amato

La cosiddetta forma breve nelle varie declinazioni dell’arte è una prova difficile, una formula magica: spesso modulata per fortunata vocazione, a volte raggiunta con la lima degli anni, essa rivela l’umano nella compressione della noce, scatena ere di senso per contrasto. Averla, praticarla, tentarla è quell’esercizio spirituale – del respiro, che imprime vigore al proprio artigianato, nel distillato di chissà quali diluvi verbali, tradisce nel tramite il sospetto di una iniziazione. A cosa? Alla vita. Da qui, dall’essenziale, muove il piccolo libro di Paolo Lagazzi e Daniela Tomerini, Otto piccoli inchini (Albatros 2011), una collezione di otto forme brevi perfette, assolutamente libere e giocose nei risvolti tematici, semplici gesti di magnanimità che attraverso il breviloquio spogliano il mondo, la vita, dal suo inutile dolore. Tutti conosciamo Lagazzi come uno dei maggiori critici letterari italiani, rigoroso e infaticabile intellettuale che ci ha donato attraverso i Meridiani ritratti indimenticabili dei poeti Attilio Bertolucci e Maria Luisa Spaziani, del critico Pietro Citati; qui, nello spazio di appena cinquantacinque pagine, offre “a pochi, pochissimi amici” un omaggio personale “alla forza sovrana e misteriosa delle parole”, ma soprattutto “allo spirito zen, un viaggio che non  mi ha mai portato lontano dal mio destino, quello di essere sempre e solo un essere piccolo (paulus), un dilettante e un principiante in tutto, ma che mi ha insegnato a credere nell’incredibile”. In questo viaggio, costellato di interessi eterogenei, rilevante è la stella fissa della meditazione Zen, iniziata nel lontano 1978 e mai abbandonata, prima sotto la guida del grande Taisen Deshimaru Roshie, in seguito dell’allievo, Fausto Taiten Guareschi, cui è dedicata la seconda parte del volumetto: questo cammino, questa “iniziazione”, è estremamente palpabile tanto alla presenza corporea di Paolo Lagazzi, quanto alla sua assenza sulla pagina, una marca di “quieta inquietudine” inscindibile tra la franca sostanza del suo sguardo e i suoi libri, la ricerca letteraria, umana.

Lo scenario dell’intera argomentazione è la Natura, l’essere umano che ragiona sui minimalia ponendosi nei panni dell’altrove, vero ed unico luogo dell’a-fenomenico zen; la prima parte del libro, sul quale si concentra la presente lettura, si chiama infatti Voci tra il fuoco e il gelo  e raccoglie in forma scritta gli interventi che Lagazzi fece, nell’Agosto 2010, a Fahrenheit: il compito era quello di “illustrare cinque parole a mia discrezione del vocabolario italiano: rileggerle, esplorarle, sondarne i significati”. E’ in questa sede che si apre la bellezza piana, composita del dettato, alternata dalla levità dei disegni di Daniela Tomerini, consorte di Lagazzi, virtuosa delle arti pittoriche, che completano l’imago della significazione nell’epifania impaginata dello sguardo. Rispetto, Poesia, Follia, Magia, Leggerezza sono le parole, di volta in volta trattate con l’urgenza del chiarificatore, dell’ordinatore di senso, di colui che scorge dietro la sacra scienza dell’etimologia, la chiave d’accesso al recupero di quella che fu l’alta lezione montaliana della decenza quotidiana. Certo Lagazzi ha parlato a se stesso, oltre che all’uditorio del noto programma radiofonico, ha riportato in quota il proprio assetto di volo, le sostanze che hanno informato la regione mitica dell’infanzia attraverso Magia & Leggerezza, poi i bacini sconfinati di tali implicazioni nell’età adulta, nella prova, nel patto con le origini attraverso Poesia, Rispetto & Follia. Sarebbe superfluo riportare esatta la grazia di queste pagine, se è giusto che solo nella lettura in prima persona s’invera il miracolo della vera presenza; vorrei solo soffermarmi sulle implicazioni della parola “Magia”. Scrive Lagazzi “Se è vero che la magia, come il sacro, è un elemento permanente della coscienza umana e non solo uno stadio superato della sua storia, è verso forme di magia bianca, di magia innocente, libera dall’armatura fantastica della Volontà di Potenza, che tendono le fantasie di molti fra noi […] Da ragazzo anch’io, per qualche anno, mi sono esibito come prestigiatore in coppia con mio fratello gemello Corrado. Questa esperienza è stata cruciale per me: ancora oggi penso al mondo scintillante dei prestigiatori come a una riserva importante di sogni, come a un teatro della leggerezza nel quale ci è possibile riposare la nostra anima sottraendola per un po’ alla logica del potere e del possesso, abbandonandoci allo spirito della gratuità come a un tappeto volante tessuto dalle fate”. Orbene, magia come afasia, abbandono, briglie sciolte dalla potenza della nominazione, collegamento fulmineo con l’archetipo del nostro Genius: leggerezza (non a caso “leggerezza” è la parola successiva, l’ultima della serie). A riguardo vi è un breve scritto di Giorgio Agamben, contenuto in Profanazioni (Nottetempo, 2005), che tratta proprio di “Magia e felicità”: “Benjamin ha detto una volta che la prima esperienza che il bambino ha del mondo non è che gli adulti sono più forti, ma la sua incapacità di magia” […] Ciò che possiamo raggiungere attraverso i nostri meriti e la nostra fatica non può, infatti, renderci veramente felici […] Per essere felici bisogna mettere dalla propria parte il genio nella bottiglia, tenersi in casa l’asino cacabaiocchi o la gallina dalle uova d’oro”. Lagazzi non accenna a tutto ciò? Non c’è da cogliere che un luminoso parallelo del sentire? Non vi è che da acquisire un fondamentale insegnamento? Quell’abbandonarsi allo spirito della gratuità è il Parsifal che sfinito entra nel non-luogo del Santo Graal, è “la creatura restituita all’inepresso”, ci dice Agamben: “La magia non è conoscenza dei nomi, ma gesto, smagamento dal nome […] Avere un nome è la colpa. La giustizia è senza nome, come la magia. Priva di nome, beata, la creatura bussa alla porta del paese dei maghi, che parlano solo coi gesti”.

Otto piccoli inchini, otto piccoli modi di respirare tra il prima e il dopo del reale.

Buona lettura.

 di Federica D’Amato

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“Berlusconi o il ’68 realizzato”, Mario Perniola, Mimesis 2011 – di Federica D’Amato


A seguire una lettura del bel libretto “Berlusconi o il ’68 realizzato”, del filosofo Mario Perniola, edito da Mimesis nel 2011 – a cura di Federica D’Amato

Questa lettura nasce da un libro e da una débat. Il libro è Berlusconi o il ’68 realizzato (Mimesis Edizioni, 2011), dal filosofo Mario Perniola, e dal dibattito che questo libercolo ha animato sulle pagine on-line della rivista Alfabeta, tra Francesco Berardi “Bifo” e lo stesso “pseudo-Perniola”, come lo appella ironicamente il primo. E’ facile intuire dal titolo che Perniola propone nel suo pamphlet una tesi ardita: Silvio Berlusconi ha realizzato gli ideali della cultura libertaria esplosa con il maggio francese, la sua politica ed il suo barbarico neoliberismo non sono altro che l’esito spontaneo, l’acme tutto italiano, della rottura che nel ’68 vide frangersi uno spartiacque mai più risanato tra l’esperienza reale di famiglia, studio, lavoro, cultura e la loro deregolamentazione. E qui s’adira Franco Berardi, scrivendo a riguardo: “Lo pseudo-Perniola dimentica che il ’68 voleva anzitutto la fine del capitalismo, (la fine del predominio del profitto sull’interesse sociale) e come sappiamo Berlusconi è andato in una direzione ben diversa. E non solo lui. Nella cultura del ‘68 […] i movimenti furono il luogo dell’ironia: dissociazione del discorso dall’esistente, moltiplicazione dei piani di possibilità, perenne fuga dal dogma. Quando essi mancarono il loro scopo – che era la liberazione dal capitalismo, dal suo dogmatismo e dalla sua violenza, il potere spettacolare si appropriò della loro polisemia e la trasformò in cinismo”. Tralasciando la replica di Perniola, che invito alla lettura sul sito internet di Alfabeta, ciò che mi preme sottolineare, dal particolare angolo d’incidenza della mia giovinezza letteralmente disastrata da quelle “ironia” (?) e “dissociazione”, è come si possa oggi mancare da una dialettica sana in grado di storicizzare qualsiasi evento, positivo o negativo, alla luce della decomposizione del presente. Per dirla poeticamente alla Rilke, il consiglio è quello di uscire ed entrare dalla metamorfosi, ma per certificare la validità di una tesi la poesia non basta, dunque opportuno sarà esporre per sommi capi le argomentazioni principali del libro.

 Cosa compie Berlusconi di quel Maggio? Perniola raggruppa gli obiettivi della rivolta francese intorno agli attuali esiti berlusconiani, che nel testo coincidono con una manciata di capitoli densissimi: 1. la politica può essere fatta da tutti, 2. non lavorate mai, 3. la fine della famiglia, 4. la fine della scuola, 5. la fine dell’università e della borghesia, 6. l’espropriazione della salute, cui seguono tre capitoli che strutturano un paragone stringente tra la situazione del “culturame” italiano, o meglio occidentale, e quella della Rivoluzione Culturale Maoista, dove gli intellettuali cinesi in una ciclica alternanza di persecuzioni e glorificazioni da parte del potere, “da nona categoria puzzolente” divengono “spina dorsale della nazione”, nell’ottica di un giusto recupero della tradizione, ovvero del Confucianesimo. L’ultimo capitoletto, “10. Possiamo essere indignati?”, focalizzando l’etimologia della parola “dignità”, chiama in causa tutti noi, se “Ora la domanda cruciale è: possiamo permetterci di essere indignati, se non abbiamo nessuna delle quattro virtù fondamentali (saggezza, temperanza, coraggio e giustizia?)? Possiamo indignarci se noi stessi non abbiamo dignità?”. Un bel pugno allo stomaco che non risparmia nessuno. Continua Perniola, “ Se Berlusconi è da quasi vent’anni il protagonista della politica italiana non è solo per gli spettacoli che offre: se fosse così, bisognerebbe concludere che il popolo italiano è un popolo di cretini! […]. Dietro il commediante, il piazzista, il venditore di fumo, c’è qualcosa di anonimo, di neutro, direi quasi filosofico, che costituisce l’essenza del capitalismo finanziario, il quale non è fondato sul lavoro, ma sul gioco”. Dalla dialettica spezzata tra lavoro/gioco, e superando la trattazione su fine della famiglia, studio e lavoro, è opportuno soffermarsi sulla “fine dell’università e della borghesia”. Lungi dal ritenere Berlusconi il solo responsabile del “collasso dell’università italiana”, semmai colui che ne “ha raccolto i frutti”, ivi Perniola collega la deriva della classe borghese proprio a quella dell’università, fornendo una ragione lapidaria: “l’esistenza della borghesia non serve più al capitalismo, il quale oggi trova nella classe media un ostacolo all’espansione straripante del modello neo-liberistico”. Se la classe dirigente, la “classe media”, è divenuta scomoda perché costosa, l’Università di necessità non avrà più come obiettivo primario quello di formarne una – “indipendentemente dalle famiglie da cui provengono”. Dunque viene meno la ragion d’essere sia del sapere scientifico, sia dell’ordine professionale. Crudo rammentare al lettore il vizietto del baronaggio dell’università italiana, ossia quell’ “accanimento nell’impedire ogni mobilità sociale, riducendo i giovani in una condizione non molto dissimile da quella dei servi della gleba medioevali, che per nascita erano legati alla terra coltivata dai loro genitori. […] Azzerando ogni possibilità di ascesa socio-economica, (anche attraverso la svalorizzazione dei titoli di studio e la demotivazione dei docenti), il familismo amorale non trova più ostacoli nell’assegnare uffici … ai più incompetenti, ignoranti e corrotti. Anche qui Berlusconi … ha trovato la pappa pronta”. Dalla “borghesia che scopre che il capitalismo non ha più bisogno di lei” ci spostiamo alla vexata quaestio, “rispetto o disprezzo verso la cultura?”. Nell’introdurre il paragone tra la situazione occidentale e quella cinese, definita “per eccellenza” luogo della problematica culturale, per il vecchio continente Perniola parla addirittura di “odio: “Si parva licet, la questione degli intellettuali si trascina in Cina da due millenni e mezzo, come un problema di enorme rilevanza politica, mentre in Italia (con buona pace di Gramsci) è in fondo un argomento nuovo: anzi non è nemmeno un argomento, ma è l’aria di un’operetta […]. In realtà Berlusconi ha liberato l’ignoranza degli italiani da ogni cattiva coscienza, da ogni colpa, da ogni vergogna, portando a termine un processo iniziato nel Sessantotto sotto un’altra bandiera. Per dirla nel modo più chiaro possibile […] ‘Le persone istruite ci sono sempre state sul cazzo, ma prima non potevamo dirlo senza fare una brutta figura; viva Berlusconi che ci ha emancipato da questo complesso”. Una sassaiola sottoforma di parole che diventa sintesi epocale della devastazione dei tempi attuali: momento non solo di altissima riflessione, ma anche di bella letteratura, pagina che rende autentico il valore questo piccolo libro. Buona lettura.

di Federica D’Amato

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La Noubs, con Federica D’Amato, segnalati al Premio Marazza


Piccole grandi soddisfazioni: la Giuria del Premio Marazza 2012 ha segnalato, all’interno della sezione “Traduzione di poesia opera prima”, il Libro dell’Amico e dell’Amato di Raimondo Lullo, dai noi pubblicato nel Novembre 2011, per le cure di Federica D’Amato, accanto ad eccellenze editoriali e di traduzione che non possono far altro che renderci orgogliosi del nostro lavoro. Riportiamo un breve estratto del verbale:

“[…]

Per la sezione

TRADUZIONE DI POESIA OPERA PRIMA

l’attenzione dei giurati si è principalmente incentrata sulle seguenti opere:

Auden – Oratorio di Natale – Transeuropa 2011, traduzione di Vanni Bianconi

Karasek – Fuochi di bengala – Il ponte del sale 2011, traduzione di Leonardo Masi

Llull – Il libro dell’amico e dell’amato – Noubs 2011, traduzione di Federica D’Amato

Mikhail – La guerra lavora duro – San Marco dei Giustiniani 2011, traduzione di Elena Chiti

Rossetti – Donne d’amore – Barbès 2011, traduzione Luca Baldoni

[…]

La Giuria desidera inoltre segnalare l’eccellenza del lavoro compiuto da Masi, D’Amato e Chiti.”

QUI il link del Premio Marazza.

Ringraziamo il Premio medesimo , ovviamente Federica D’Amato, nostra autrice e collaboratrice, e tutti i nostri lettori.

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Trying to Pray, James Wright – Una lettura, di Federica D’Amato


Un focus sul poeta americano Charles Wright (1935 ), di Federica D’Amato, che si sta occupando della traduzione di alcune sue poesie.

Il brano è tratto dal n°38 di Nuovi Argomenti, “Demoni”, Aprile-Giugno 2007; la traduzione è di Damiano Abeni.

 

 

“I touch leaves”, leggendo Wright

di Federica D’Amato

 

Provando a pregare, di James Wright

Stavolta mi sono lasciato il corpo alle spalle, e piange

tra le sue spine scure.

Eppure,

c’è del buono a questo mondo.

Si fa sera.

E’ il buio buono

delle mani di donne che toccano forme di pane.

L’anima di un albero comincia a muoversi.

Sioro foglie.

Chiudo gli occhi, penso all’acqua.

 

 

Definirei questa poesia di Charles Wright magistrale nella sua bellezza.

Vi è un continuo moto ascensionale e discensionale dalla carne all’essere – e viceversa; tale movimento, che è sublimante la parola, informa l’ontogenesi delle immagini. Ecco, proprio le immagini, virtù della poesia, riposo della parola dopo tanto sforzo per trovarsi silenziosa, “sul modello del silenzio”, diceva Celan: Wright fa vaporare le immagini, esse risultano perfettamente aderenti all’intentio del dettato: pregare, dunque, parlare per effigi, opali, segni residuali.

“Stavolta mi sono lasciato il corpo alle spalle”: corpo e preghiera così si separano, subentra l’attenzione al vuoto, la preghiera dell’anima che avverte, nonostante il peso occidentale (quello “still”, quell’ “eppure”), il buono di questo mondo. Nella direzione della rarefazione che troviamo in questa, come in altre poesie della raccolta The branch will not break (Il ramo non si spezzerà, 1963), azzardiamo uno sguardo su Wright come illuminato epigone di George Trakl. A riguardo, l’oggetto metafisico per eccellenza di Trakl, il buio, ritorna nella nostra poesia proprio nel punto in cui essa scavalca il fenomeno, il corpo dimentica quel piangere e nel “buio buono” ritorna l’esperienza, l’erotismo nei confronti di ciò che è sostanza, “mani di donne che toccano forme di pane”.

Dopo tutto si rivela: le immagini ci sono, abitano il luogo della poesia: “sfioro foglie”.

Dopo il buio si fa totale perché “chiudo gli occhi, penso all’acqua”, subentro nella condizione del vedere.

Penso all’acqua, all’essere. Penso a niente.

 

 

 

Trying to Pray, James Wright

This time, I have left my body behind me, crying

In its dark.

Still,

There are good thing in this world.

It is dusk.

It is the good darkness

Of women’s hands that touch loaves.

The spirit of a tree begins to move.

I touch leaves.

I close my eyes, and think of water.

 

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WALTER SITI MAGISTER, di Federica D’Amato


Brevi note di lettura di Federica D’Amato, sul grande scrittore Walter Siti, in questi giorni in libreria con il suo nuovo romanzo, Resistere non serve a niente, Rizzoli 2012.

Walter Siti magister

di Federica D’Amato

Nell’andare in libreria c’è da soffrire.

In quell’improbabile pellegrinaggio larvale delle nostre anime su facebook, twitter et alii, c’è anche da star peggio: chi ti molesta in libreria con romanzi privi d’ogni decenza escatologica, in rete pompa decadenza. Per non parlare di coloro che essendo ubiqui sui blog letterari, si considerano scrittori, e vai a vedere al massimo hanno partecipato a qualche antologia. O gli esordienti delle grandi case editrici che si improvvisano critici letterari sui quotidiani del casato? Con un bagaglio culturale che può vantare tutta la letteratura dagli anni ’90 sino ad oggi, imbastiscono faide contro il sistema che li nutre, consumandoli.

Dunque, il Male. O l’indifferenza assoluta?

La seconda. Lo fa intuire Walter Siti, non con Resistere non serve a niente (Rizzoli, 2012) – la cui lettura sospiro da giorni, timorosa ma spietata ché lì dentro vi sia un risposta fatale. No. Lo fa con uno scritto occasionale che prepara, soffre le lascive brutalità del contemporaneo: nelle risposte al Questionario Moraviano, proposto da Nuovi Argomenti, n°40, serie quinta del Settembre/Ottobre 2007, omaggio a Moravia ad un secolo dalla nascita.

Alla domanda se abbia senso oggi parlare di impegno di uno scrittore, Siti secca gli entusiasmi, affermando “non riesco a pensare alla letteratura se non come a una forma di impegno”. E’ impegnato lo scrittore, anche il più valoroso, che oggidì informa il regime di realtà della letteratura? No, col danno irreparabile che “il più valoroso” non scrive più, ha abdicato silenzioso per non perire, ha compreso che “resistere non serve a niente”. Perché? Ancora Siti “la letteratura ben pettinata, quella che porta scritto in fronte ‘letteratura’, quella che intrattiene e ci fa sentire fighi, è semplicemente prostituzione e non vale la pena di parlarne”. Mi sembra una ottima descrizione del fenomenico riportato ad incipit della presente lettura.

Proseguendo, nella vexata quaestio degli equilibri tra diritti privati e pubblici, Siti fulmineo: “intorno alla letteratura in quanto letteratura non si crea mai consenso. Chi esalta il libro di Saviano fino a farne un manifesto del PD, in realtà non parla del libro di Saviano ma della moda contenutistica che si è creata intorno ad esso”. In quest’aria pestifera e plastificata, dove respira quell’ “in quanto”? Se per ontogenesi è carsico il suo movimento, com’è possibile la scandalosa focalizzazione sul presente che attua? Soprattutto: in un’orgia di consenso plenario, nella prospettiva orizzontale e digitale dell’esperienza, può essere considerata democratizzante la funzione del “vero” scrittore? (considerate le premesse di inattualità).

E veniamo al rigor mortis dell’indifferente. Siti: “Mi pare interessante l’indifferenza culturale. In questo campo gli indifferenti sono, direi: 1) quelli che si credono intangibili (e intatti) dalla deprivazione di umanità che la tecnologia ha imposto a tutto il mondo occidentale; […] 3) quelli che si cullano nel beato possesso di un’eredità culturale ormai inefficace e minoritaria, ma che loro credono maggioritaria e vincente; […] 5) quelli che usano la satira per congratularsi con se stessi; 6) quelli che negano l’emergenza, o fingono di vederla ma hanno fiducia che il male si possa sconfiggere con gli strumenti della politica internazionale e dell’ingegneria giuslavoristica (applicata da altri) […]”. L’indifferenza, che è una scelta e non una stanchezza successiva al trauma1, fa più male del male, perché rende davvero inanimate pietra di paragone e pietra angolare. Rende privo di senso l’acume degli articulator, i “riformulatori” (pietra di paragone), ovvero di coloro che “hanno la funzione di mettere a fuoco ciò che più è significativo e, nel contempo, lo fanno rivivere sotto una veste nuova; rivelano un retroterra culturale che stabilisce quello che conta e che dà un senso a ciò che si fa”2, ed uccide con forza pesticida il nume dei “riconfiguratori” (la pietra angolare), coloro che “trasformano una cultura in modo così radicale che, per risultare comprensibili, non possono più basarsi su un linguaggio esistente e su pratiche condivise. Di conseguenza, spesso non vengono capiti dalla gente della loro stessa cultura […]”3.

Aggiungerei, alla lista di Siti, che indifferenti sono anche coloro che ignorano completamente una tradizione, nel nostro caso letteraria, e sulle sabbie mobili della letteratura “figa” stanno edificando un successo di vendite, ma anche un’opera di avvelenamento del lettore, di qualsiasi lettore. Vorrei chiedergli com’è possibile restare immobili, non resistere, restare a guardare tutte questi silfi che si fanno chiamare scrittori, in tale menzogna perpetrando un vero e proprio crimine contro “L’esperienza”. Questa corpo gelido…

Non vi è più alcuna differenza tra l’egocrazia politica e quella culturale: “[…] Se viene avanti un nuovo medioevo, io sono pronto”4.

Federica D’Amato

1ved. sul concetto di trauma, Mario Perniola e luigi Zoja.

2cit. p. 98, in Ogni cosa risplende, di H. Dreyfus e S. Dorrance Kelly, Einaudi, 2012

3Ibid., p. 98

4Resistere non serve a niente, Walter Siti, Rizzoli, 2012

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ANTONIO E LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI CHIARA ZACCARDI


Antonio, giovane scrittore, ci scrive una bellissima lettera relativa alla presentazione allo Spazio Feltrinelli di Pescara del romanzo di Chiara Zaccardi, “I peggiori”.

La riportiamo, ringraziandolo per averci concesso l’autorizzazione alla divulgazione del testo.Eccola:

Voglio congratularmi con voi per la presentazione del libro di Chiara Zaccardi. Perché, al di là dello stimolo che avete mosso in me e penso in tutto il pubblico nel voler leggere questo libro, mi sono piaciute le vostre riflessioni sul mondo dell’editoria. Sono decisamente d’accordo con voi su quanto espresso in sala: ormai troppi piccoli editori pubblicano esordienti soltanto dietro compenso in modo da coprirsi le spese nel caso in cui il libro non venda e grandi editori puntano su personaggi già affermati che offrono qualche migliaia di copie sicure. Io stesso, prima di essere contattato da voi, ho ricevuto telefonate da alcune case editrici che su internet si descrivevano serie e competenti e senza aver neppure letto il mio romanzo mi hanno “offerto” contratti a pagamento con obbligo di acquisto di centinaia di copie. Mille, mille e cinquecento euro. Spiccioli per loro, non per me, lavoratore part time e figlio, orgoglioso, di operaio. Questi comportamenti umiliano, ma non soltanto l’autore: umiliano la poesia, la letteratura, l’arte. Allo stesso modo i grandi editori che pubblicano i libri scopiazzati di Fabio Volo o chiedono di scrivere cento pagine a Flavia Vento: uno schiaffo a mano aperta a tutti i giovani che con impegno versano inchiostro e inchiostro e inchiostro, sporcando tonnellate di carta bianca, con la speranza e il sogno di condividere con un pubblico i propri pensieri, ideali, riflessioni. Per questo ho apprezzato ciò che avete detto durante l’incontro: perché siete sembrati, e credo siate davvero, una casa editrice diversa, che se crede in un autore premia il suo lavoro. Solo se crede davvero in questo autore.

Anche la scrittrice, Chiara, mi è piaciuta. Da quanto mi è sembrato di capire siamo coetanei. Mi è piaciuto il suo modo di intendere la nostra generazione, pur avendo io una visione del tutto opposta. Io non riesco a giustificare i giovani come me, non riesco a discolparli: io sono cinico e senza compassione su alcuni temi. Per me quando si arriva all’età della maturità ognuno è protagonista di se stesso: mi sembra un alibi incolpare sempre e soltanto i genitori, l’ambiente, la società. Peppino Impastato era nato in una famiglia di mafiosi ed ha combattuto contro la sua famiglia stessa: dove ha raccolto i suoi ideali? Rita Atria lo stesso ed entrambi, in modi diversi, hanno pagato con la vita il meraviglioso peso di questi ideali. Giuseppina Pesce, che ha denunciato tutta la sua famiglia affiliata alla ‘ndrangheta.
Tuttavia, da buon ammiratore di De André, non posso che rimanere affascinato da chi, al contrario mio, indaga e scopre la pietà anche nell’ultimo degli uomini, si interroga sul perché abbia agito in quel modo, si chiede dove abbiano sbagliato famiglia, ambiente, società. E’ un lusso questo che non credo di avere e di cui faccio merito a questa ragazza che avete scoperto e che con piacere, appena avrò la possibilità di comprare il libro, leggerò.

Complimenti anche al ragazzo e alla ragazza che sono intervenuti a mediare l’incontro, mi sono piaciute le domande del ragazzo, del tutto non banali ed ho subito il fascino della cultura letteraria e della capacità espressiva della ragazza. Di tutti ho apprezzato la sincerità: non si respirava quella sufficienza solita delle presentazioni per cui dietro la scrivania tutti sorridano forzatamente, sperando che assecondando il pubblico questo compri il libro.

In ultimo, vi dico che anche soltanto essere stato contattato da voi mi riempie di orgoglio.

Vi ringrazio dell’attenzione e mi scuso perché mi rendo conto che sono stato lunghissimo!

Antonio Di Carlo

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CHIARA ZACCARDI A FELTRINELLI A PESCARA


Chiara Zaccardi con il suo romanzo d’esordio “I peggiori” (Edizioni Noubs) allo Spazio Feltrinelli di Pescara, con relatori Federica D’Amato, Massimo Avenali e Massimo Pamio. Attacco frontale di Massimo Pamio al mondo culturale italiano sempre più disattento e dipendente dal mercato. Il 99% dei libri che escono sono pura immondizia, afferma. Roberto Melchiorre, scrittore e docente, replica dicendo che i tempi non sono molto cambiati, se Leopardi con le “Operette morali” fu sconfitto a un concorso letterario. Federica D’Amato alle solite banalità espresse da un uditore che parla del problema della famiglia odierna in cui  scompare la figura del padre, replica da par suo dimostrando come la società sia cambiata e come oggi il mondo vada visto con gli occhi di Lacan e non con quelli di Freud. Masimo Avenali rivolge domande all’autrice, interpellata anche dal pubblico. Un incontro vivace e denso di notazioni e implicazioni letterarie, sociologiche, etiche.  Chiara conclude in bellezza due giornate intense di incontri molto fruttuosi e culturalmente ricchi.

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Oggi e domani Chiara Zaccardi a Chieti e Pescara… Il pezzo sul “Centro” di ieri


Sul quotidiano Il Centro di ieri, mercoledì 16 Maggio 2012, gli appuntamenti della Noubs Edizioni (articolo di Federica D’Amato).

Clicca per leggere e scaricare Noubs sul “Il Centro”

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CHIARA ZACCARDI A PESCARA IL 18 MAGGIO CON “I PEGGIORI”


VENERDI’ 18 MAGGIO,

ore 11,30

incontro con gli studenti del Liceo Scientifico Da Vinci di Pescara

ORE 17,00

Presso la Libreria Feltrinelli – Via Milano – Pescara

Presentazione del libro “I PEGGIORI” di CHIARA ZACCARDI

(Edizioni Noubs)

Introducono: Federica D’Amato – Massimo Avenali – Massimo Pamio

Sarà presente l’Autrice

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