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IL CANTO DEGLI ITALIANI di SABATINO CIOCCA


Su Il Fatto Quotidiano leggiamo:

Scuola, Renzi contestato all’inaugurazione dell’anno nell’istituto Don Puglisi

Il presidente del Consiglio ha scelto di celebrare l’avvio dell’anno nella scuola di Palermo dedicata al sacerdote ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Ma ad accoglierlo ha trovato un centinaio di manifestanti, tra disoccupati dell’edilizia, lavoratori di call center a rischio licenziamento e docenti precari…

Qualche giorno prima, invece, in Abruzzo…

 

Il “Canto degli italiani” (di Sabatino Ciocca)

 

– Professore, che mi combina? – fu la prima frase, perfidamente bonaria, che si vide recapitare il professor Maurini entrando nell’ufficio di Presidenza della scuola media di primo grado a “G. D’Annunzio” intitolata. A indirizzargliela era la professoressa Adele Delli Pizzi, ex insegnante di Storia e Geografia, divenuta ora Dirigente Scolastica per certe altre storie di carattere sentimentale con il Provveditore agli Studi della città in cui muovono la nostra storia e i nostri personaggi.

– E che le combino, preside? – ripeté con imbarazzo palese il professor Maurini, ancora per metà dietro la porta d’ingresso, la testa nella stanza, sorpreso da quell’inattesa convocazione.

– Venga, venga. S’accomodi. – proseguì la preside mentre, in piedi dietro la scrivania, premeva una ad una le perle della sua collana con malcelata stizza, nel modo in cui certe donne di popolo snocciolano il rosario, in chiesa, in attesa della messa vespertina, ma con serena devozione. Quel gesto inquietò non poco il professor Maurini che, convinto credente, ben conosceva rosario, litanie e prediche.

– S’accomodi, prego.

La faccenda, dunque, doveva essere lunga se la preside lo pregava d’accomodarsi; e tutte le faccende che hanno bisogno di tempo per essere dispiegate, non s’occupano quasi mai di cose liete. Così ragionando, il professor Maurini, insegnante di musica e fresco di nomina in quell’Istituto, s’accomodò sulla sedia di destra, al di qua della dirigenziale scrivania, come San Lorenzo sulla graticola.

– Immagino che lei, quest’oggi, non abbia letto i quotidiani!

– In tutta sincerità, preside, è da un bel po’ che evito questo genere di letture.

– Legga, legga! – e gli spalmò dinnanzi le prime pagine regionali di tutti i quotidiani, fino ad allora poggiati, a formare una pila, sulla sua scrivania. Il professor Maurini lesse:

– “Professore zelante manda a monte la visita del Presidente del Consiglio alla scuola media di primo grado “G. D’Annunzio per l’inaugurazione del nuovo anno scolastico”. Matteo Renzi sarà a Palermo, al quartiere Brancaccio, nella scuola di Don Pino Puglisi, a via Francesco Panzera 28.”

– Contento? – sbottò la preside.

– Mi scusi, preside, ma non capisco – balbettò il professor Maurini che aveva ben compreso il senso della lettura ma non le ragioni del rifiuto del Presidente del Consiglio ad onorare la loro scuola con la sua presenza.

– Non verrà più? Ma come – proseguì basito il professore – Per l’occasione ho illustrato ai miei allievi la vita di Novaro.

– Novaro?

– Michele Novaro, preside; il compositore delle musiche dell’Inno di Mameli, come lei certamente saprà. Ho dato loro da imparare a memoria il nostro Inno nazionale, e tutte e cinque le strofe!

– Per l’appunto. E questa è la sua colpa. Lei è troppo zelante, caro professore. Se lo lasci dire.

– Zelante, preside?

– Si, caro Maurini, zelante. Che le è saltato in mente d’obbligare i suoi studenti ad imparare a memoria tutte e cinque le strofe dell’Inno di Mameli?

– Perché cinque sono le strofe che compongono il “Canto degli italiani”, ad esser più precisi.

– Gli italiani hanno altro da cantare, caro il mio professore; e i nostri governanti altro da ascoltare. Sicché il nostro Presidente del Consiglio, saputa la cosa, ha preferito inaugurare l’anno scolastico in un altro istituto in cui professori meno zelanti di lei si sono limitati a proporre soltanto la prima strofa.

– Ma il nostro inno nazionale ne ha cinque di strofe.

– Insiste con questa sua inopportuna pignoleria? E dunque se ne avesse avute trenta lei avrebbe preteso che il nostro Presidente del Consiglio avrebbe dovuto ascoltarle tutte e trenta?

– Ma ne ha soltanto cinque, preside!

– Troppe per un capo di governo che ha i minuti contati e la testa persa in ben più importanti incombenze. E poi mi dica, caro Maurini, quando i nostri ragazzi avrebbero dovuto cantare: “I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, cosa pensa avrebbe pensato il nostro Presidente del Consiglio? Lui che è anche segretario del Partito Democratico?

– Che così è stato scritto da Goffredo Mameli.

– No, caro il mio professore. Avrebbe pensato che questa è una scuola reazionaria, con professori nostalgici. Ecco che cosa avrebbe pensato. E i giornali? Ha pensato a cosa avrebbero scritto i giornali? No? Glielo dico io: “Il Presidente del Consiglio vittima di una provocazione”. Ecco che cosa avrebbero scritto i giornali!

– Non era mia intenzione… mi creda…non immaginavo, mai avrei pensato…

– Ecco, non pensi; o meglio, avrebbe dovuto pensarci prima. Non si dà in pasto, così a cuor leggero, l’Inno di Mameli a studenti già impegnati in mille altre attività curriculari ed extracurriculari.. E a dirla tutta, Maurini, l’Inno di Mameli non è materia d’insegnamento non rientrando negli argomenti dei programmi scolastici.

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– M’era sembrato il più giusto omaggio per la visita del più alto rappresentante delle nostre Istituzioni, dopo il capo dello Stato, naturalmente.

– Non peggiori la sua già già di per sé compromessa situazione, caro Maurini.

– Ma…

– Sa chi mi ha cercato, ieri pomeriggio, qui in presidenza?

– No.

– Il rappresentante dei genitori. E sa che mi ha riferito?

– Che cinque strofe da imparare a memoria sono troppe per studenti di scuola media!

– Non c’è di che ironizzare, professore. Si, m’ha proprio detto che cinque strofe da imparare a memoria sono troppe per studenti di scuola media. E se vuol conoscere il mio pensiero in merito, ebbene sì, ritengo che cinque strofe da imparare a memoria, e in così poco tempo, sia un compito oneroso per studenti già impegnati in mille altre attività curriculari ed extracurriculari. Non è un caso che “I sepolcri”, lo cito ad esempio, si studiano alle medie superiori, e per giunta non musicate. Lei ha figliuoli?

– No, preside.

– Ne ero certa.. E sa cos’altro m’ha riferito quel genitore?

– Non saprei.

– Che lei dovrebbe prendere esempio dal nostro professore di lettere, un insegnante capace, comprensivo, che dà da imparare a memoria soltanto poesie di ermetici, in particolare quelle di Ungaretti perché, da buon padre di famiglia ancor prima che di docente, sa che i suoi studenti sono già impegnati in mille altre attività curriculari ed extracurriculari.

– Mi scusi, preside, ma se avessi immaginato…

– Con i se e con i ma, caro il mio professore, non si fa la storia. E la storia ora è questa, che il suo zelo ha privato il nostro Istituto di una vetrina nazionale, i nostri coro e orchestra di una visibilità inimmaginabile.

– Capisco, preside, e mi creda, sono mortificato, sinceramente mortificato.

– Io furente.

– Mi permetta di farle partecipe di un’idea che m’è venuta al momento, preside. Non potremmo riparare a questo, mi creda, inconsapevole incidente…

– Dica pure grave, professore, anzi da irresponsabile.

– …invitando un altro qualificato membro del governo? Magari il ministro dell’Istruzione.

– Pensa che non ci abbia già pensato? Il ministro dell’Istruzione è impegnato a inaugurare l’anno scolastico all’Istituto Sereni in via Prenestina a Roma.

– Allora il ministro dei Beni Cilturali.

– Andrà al liceo artistico di via di Ripetta.

– Il ministro della Funzione Pubblica?

– L’aspettano al Plesso Pablo Neruda.

– Il ministro delle Riforme?

– Sarà alla scuola Elementare “Amendola”di Laterina, in provincia di Arezzo.

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– Quello dell’Ambiente?

– Alle scuole Marconi.

– E quello del Lavoro?

– All’Istituto Scarabelli, a Imola.

– E quello delle Politiche Agricole?

– All’istituto tecnico agrario Mario Rigoni Stern e la sua collega allo sviluppo Economico, alle 8 del mattino si presenterà al liceo Muratori di Modena.

– Il responsabile della Difesa?

– Occupato.

– Quello della Giustizia?

– Occupato.

– Il ministro dei Trasporti?

– Super occupato.

– Un sottosegreterio, un funzionario ministeriale, un presidente di Regione.

– Occupati, ocupati. Tutti occupati.

– E se invitassimo un assessore della nostra città? Magari quello alle Pari Opportunità?

Folgorata dall’insperata proposta, la preside arrestò il giro delle dita sui grani del rosario laico che portava al collo, e s’illuminò. – Giusto! Vede che quando ci si mette, professore, qualche buona idea la tira fuori?- e rabbonendosi concluse l’accalorata, imbarazzante conversazione – Ma il prossimo anno niente Inno di Mameli. Ci siamo intesi? –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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PLAUTO REDIVIVO GRAZIE A SABATINO CIOCCA di Massimo Pamio


Se un regista si dedica alla traduzione di un testo teatrale con tanta devozione così come Sabatino Ciocca ha fatto con Pseudolo di Tito Maccio Plauto (opera pubblicata da Edizioni Tabula Fati, 2014), è per occulte ben profonde motivazioni, a cui tenterò di approssimarmi, per dar loro conto e soddisfazione. Nell’adattamento, Ciocca riprende la partitura in versi, inventando un suo metro, dal respiro affatto teatrale, ben cadenzato, musicale, composto da un quinario e un settenario:

“Pervènti mìne,/vendùta m’hàilruffiàno// aunò stranièr,/soldàt’inMacedònia// amòrebèllo./Quìndici, percapàrra// l’hà giàdatepartèndo,/ne restancìnque.// Perquestilmilitàre,/uncontrassègno// glihalasciàto,/ilsuoritràttimprèsso// con l’istèssosuoanèllo,/aciòchepòi// chi un contrassègno/uguàle glipresènti// a costui mi consegni./E la scadenza// èstabilita/pèr le festediBàcco”,

versi nei quali ho artatamente sottolineato la cantabilità, rimarcandone gli accenti principali, le sincopi, per dimostrare come coincidano con l’andamento recitativo, a riprova anche di una certa benevolenza del regista nei confronti degli attori, ai quali già viene suggerita la scansione, l’interpretazione ritmica della partitura. Fu forse proprio questa cantabilità del verso, a facilitare la memorizzazione dei motti e degli aforismi plautini, che divennero proverbiali, tanto da essere verosimilmente citati in strada e nelle tabernae, vox populi, vox Dei. A decretare il successo delle commedie era questo atteggiamento plautino di dare al popolo quel che voleva o si aspettava, di farsi interprete di un certo gusto del tempo, di dar fiato a malumori che nella commedia si accendevano e che poi, al calar della tela, si spegnevano.

Nel corso della commedia, Pseudolo interrompe più volte la recitazione per rivolgersi direttamente allo spettatore, coinvolgendolo nelle sue azioni, con ciò significando di “stare dalla parte del popolo, o del semplice spettatore che ha pagato per assistere allo spettacolo”. Plauto vuole dimostrare di essere all’altezza del suo pubblico, di desiderarne il divertimento con tutto il cuore, di non volerlo deludere, e questo probabilmente ci dice di come il pubblico amasse Plauto.

Un personaggio con il quale lo spettatore tende a non identificarsi, e cioè l’antiagonista Ballione, ovvero il lenone che Pseudolo cercherà di truffare, ebbene perfino lui si perita di esprimere addirittura un giudizio sull’autore del testo, in una serie di battute esilaranti e spiazzanti, altro esempio di “metateatro”:

CUOCO

È presto detto:

allor che le pignatte bollono tutte,

io le scoperchio, e quel profumo eccelso,

a pié levati, fino in cielo s’en vola.

BALLIONE

Un odore s’en vola “a pié levati”?

CUOCO

Pardon, ero distratto. Dire volevo

“a mani alzate”.

BALLIONE

Ma che diamine dici?

CUOCO

Quello che Plauto ha scritto.

BALLIONE

Tu ne sei certo?

Non sbagli di commedia?

CUOCO

Questo giammai,

ch’io sono il cuoco e tu po’ sei Ballione.

BALLIONE

Or mi vien chiaro il fatto: queste battute

il Maccio Plauto deve averle pensato

dopo che tu gli cucinasti in casa.

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L’idea modernissima di far metateatro è qui uno spunto per creare una situazione esilarante, e dunque il metateatro in Plauto è funzionale al fine che egli si ripromette, di far ridere a tutti i costi. Ma rovesciamo la situazione. Le sue macchiette, Pseudolo e Ballione, ad esempio, così vive da superare i secoli senza nemmeno un graffio, vengono a coincidere comunque col destino degli attori che le interpretano: attori da avanspettacolo, che prendono su di loro la croce del teatro e che potrebbero rispondere in prima persona dell’eventuale insuccesso. Probabilmente quegli attori erano celebri, scelti dallo stesso commediografo, con cui condividevano complicità e fraternità. Solo un attore stimato e amato può rivolgersi al pubblico in confidenza, uscendo dal palco per spartire con quello un giudizio su ciò che avviene o addirittura permettersi di giudicare l’operato stesso dell’autore. Plauto ci avverte: io non son uomo di profondità, io son uomo da spettacolo, anzi, una macchina da spettacolo, le mie commedie sono un meccanismo perfetto, un congegno a cui tengo moltissimo e del quale mi sento sicuro, visto che ogni tanto ne condivido il fine con lo spettatore. Non ci resta che ridere insieme, è questo l’unico appiglio alla salvezza, il nostro segreto, il nostro unico potere: ridere insieme di noi e della vita, giacché il ridere è in nostro potere, ma deve pur esserci qualcuno a farci ridere, e se un semplice commediografo ci riesce, se io ci riesco, è per il bene di tutti.

Ecco, mi sto avvicinando a scoprire le motivazioni che hanno spinto Ciocca a offrire una sua versione dello Pseudolo, con un coraggio e uno sprezzo che definirei plautine. Ciocca come Plauto: ne traduce la commedia perché si sente egli stesso Plauto, anzi, si sente Pseudolo, un imbroglione che deve dimostrare a tutti di valere il suo nome, in nome dell’artifizio. Ciocca si sostituisce a Plauto, gli tende un tranello per farlo uscire fuori, per scoprire chi è. Ce lo svela egli stesso, offrendoci, oltre alla traduzione, un’intervista a Plauto, che è un vero e proprio dialoghetto teatrale, di una forza e di una carica inventiva straordinarie, impregnato di una tale fedeltà storica che per la prima volta ci sembra di trovarci di fronte all’ingombrante fantasma di Plauto, restituito nella sua intera e complessa umanità grazie a queste pagine appassionate, che mi hanno ricordato le interviste impossibili che la RAI affidò in passato a scrittori del calibro di Manganelli, Flaiano, Eco, Calvino ed altri.

Nella traduzione dell’opera Ciocca, con l’immissione di espressioni e di modi di dire, di giochi e calembours linguistici moderni, ha voluto rendere l’opera più attuale rispetto alle altre traduzioni realizzate in prosa, prive di mordente, poco inclini a rendere la tensione comica e satirica che attraversa tutto il testo. Non che la traduzione sia perfetta, non possiamo pretendere troppo da un regista. Ad esempio, nella scena seconda dell’atto secondo, Pseudolo dice: “Ora vederete// come l’uccello questa staffetta armata”; noi avremmo preferito: “”Or mi vederete// a uccellar, e come! l’armigera staffetta”. E che dire del “Pardon” usato dal Cuoco nel dialogo sopra riportato?

Della messa in scena di diversi anni fa dello Pseudolo di Sabatino Ciocca mi sovvengono la vivacità della recitazione, delle luci, dei costumi, della scenografia; tutto pareva studiato in funzione della energia del protagonista, e sembrava che il regista volesse fare l’occhiolino allo spettatore: “Vedi come sono l’intelligenza, la scaltrezza, il buon senno? Coloratissimi, luminosi: ma tutto questo è rappresentazione d’un’idea brillante, la mia, questa: che per fino la sapidità abbia bisogno di un ingrediente che non sia il sale, e che esagerare non sia utile, quanto necessario, ma che per esagerare ci si debba avvalere di una accorta discrezionalità e soprattutto del talento di realizzare artifizi”.

Pseudolo, fedele ma astuto servitore, riesce, in virtù della fortuna e dell’aiuto degli Dei, a piegare il reale al suo volere: ma la volontà personale non basta, occorrono molte altre qualità, come la capacità di non farsi trovare impreparati e di sapere risolvere e cavalcare rovesci e complicazioni, nodi e intrecci del destino. Un eroe preso a prestito dall’archetipo del servo furbo, che diviene figura indimenticabile, moderna, esempio da additare ai nostri contemporanei, soprattutto quando si fa corifeo del sentimento della non gratuità della dignità personale. Perché, pare ammonire Ciocca nei versi scelti come epigrafe, siamo tutti servi di qualcuno, ma questo non ci deve mai far chinare il capo, se mai deve insegnarci a tener sempre pronta la schiena alle nerbate, per non far mai scordare al padrone di essere sempre il padrone: ma padrone capace di esprimere una sua dignità, richiamato al suo dovere ma anche alla sua umanità, costantemente sotto pressione, a rendere conto di ogni sua azione.

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Delle miserie umane tratta Plauto, e della contrapposizione tra principio ideale di giustizia e la giustizia come viene realizzata, e cioè a favore di pochi privilegiati. Lo annota con perspicacia Edoardo Erba nella prefazione: “Il servo in gamba (…) è un archetipo che gli storici dicono venga dalla Grecia. Io sono sicuro che viene da più lontano, forse dalla rivoluzione agricola, da quando la proprietà di un pezzo di terra divise l’umanità in servi e padroni. E se i padroni erano più armati, più forti, più arroganti, se avevano dalla loro parte le leggi e le religioni – e come poteva essere altrimenti visto che le leggi e le religioni le avevano fatte loro – ai servi per non soccombere restava solo l’astuzia”. Plauto scrittore impegnato, civile, che fino a qualche tempo fa, prima della caduta del Muro di Berlino, avremmo definito “marxista ante litteram”? Sicuramente uno che stava dalla parte dello spettatore, del popolo, che faceva convivere l’alto con il basso, a vantaggio di quei principi morali ed etici che seppure non trionfanti, dovrebbero informare la nostra esistenza o la nostra sete di cambiare il mondo in meglio.

E siamo alle motivazioni più profonde che hanno spinto Ciocca a questa sua fatica; a qualcuna abbiamo già accennato. Nell’intervista immaginaria a Plauto, ci sono tutti gli elementi che ci occorrono per comprendere come Ciocca sia una specie di alter ego di Plauto, senonché Plauto gli sfugge di mano e lo apostrofa più volte, tanto da definirlo “pignolo”, e “pessimo intervistatore”. E così il suo obiettivo, quello di scrivere a tesi, ovvero di voler dimostrare una sua ipotesi circa il teatro, viene in parte contraddetto da Plauto in persona, a cui quel che premeva, più del teatro, era di far parte del gioco delle parti della vita, in cui ciascuno svolge un ruolo, ma senza possibilità di scampo alcuno, e ben gli va se ha capacità di adattamento. La tirata di Ciocca sul servo furbo, capocomico e drammaturgo, non interessa più di tanto a Plauto, ma a Ciocca stesso, che interpreta quest’opera alla luce del conflitto tra potere e teatro, e che vede in Pseudolo la figura stessa del teatrante costretto a mettere sempre in campo la propria abilità per sopravvivere, e che rischia di suo, mentre gli altri sono al sicuro. La precarietà degli artisti e della loro condizione è avvertita come una tragica nemesi. La dedica del libro è “ai paria del teatro”. Ma quanti paria ci sono nel mondo? Perché non fare dell’attore una figura di quel che è il povero, il servo, il sottomesso d’ogni tempo, d’ogni cultura, d’ogni civiltà? Perché non cercare di dimostrare come e perché le civiltà siano il frutto dell’interesse di pochi, e come la cultura sia solo un’invenzione delle classi ricche per vincere la noia?

L’attore, il servo sciocco, Pseudolo, dovrebbe rifiutarsi di recitare. Dovrebbe far restare nella noia il ricco, per dimostrargli che il suo modo di concepire il mondo è sbagliato, e che l’unica vera battaglia da condurre è cercare di edificare un Mondo Nuovo, di cui forse si vedono i primi bagliori.

Copertina PSEUDOLO

 

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PERCHE’ LA STORIA NON E’ MAI INIZIATA – SULLA POESIA E SULL’INAUTENTICITA’ UMANA di Massimo Pamio


Nei contenuti della poesia lirica moderna, nell’assegnare ai sensi la facoltà di estendere i confini spaziali dell’io e di proiettare il soggetto al di là di se stesso, fino a farlo coincidere con gli elementi o con i limti della natura, appaiono evidenti i sintomi di un ritorno al primitivismo – riscontrabile pure nella coeva arte espressa da Cézanne a Gauguin, dai cubisti ai fauvisti, da Matisse ai naturalisti così come da Rousseau il Doganiere e da Frida Kahlo agli impressionisti e ai macchiaioli- ovvero alla riscoperta della complessità delle facoltà sensoriali, a cui vengono assegnate potenzialità straordinarie(1), al fine di lasciar penetrare l’io poetico nella natura, operazione quanto mai rischiosa, paragonabile all’esigenza pratica dell’esercizio di un animismo psichico che tenderebbe a ricondurre l’uomo nell’alveo del suo essere animale, verso uno stadio in cui la coscienza verrebbe incitata a abbandonare la dimensione razionale in favore dell’apertura metamorfotica, all’altro da sé. Possiamo addirittura incontrare versi di autori che si dirigono sempre più lontano, in bilico sull’abisso tra essere e essere altro da sé, in una regressione antropologica diretta a ripercorrere ere che insinuerebbero la mente nella dimensione vegetale e perfino in quella minerale, liberando il sogno umano di divenire pietra tra le pietre, per raggiungere una lontanissima arché, verso la fondazione stessa del mondo, verso l’indistinto, verso il caos primigenio; d’altronde che cos’è la poesia se non l’esercizio costante di un pensiero dell’Origine, un ripensare l’Origine?

Tutt’altra la condizione del narratore moderno, coinvolto in un intreccio in cui la sua personalità deve invece piegarsi a una schizofrenia corpuscolare, per mettersi completamente in gioco nel divenire una, mille altre personalità, sempre preoccupato dalla inevitabilità di un destino e di più destini che oserei definire “psichici”, all’insegna di uno psicologismo dominante, figlio del freudianesimo e delle sue derivazioni; senonché ci sono scrittori, come Marco Tornar, che nei loro romanzi più che alla ricerca di una fabula e di un mirabolante intrecciare e mescolare vite e destini, si propongono di dedicarsi alla ricerca di uomini realmente vissuti, ovvero di fantasmi, ricreando per loro le migliori ambientazioni e offrendo loro i migliori servigi pur di convincerli a tornare in vita; spendendo energie nel ricostruire atmosfere ovattate in cui personalità dimenticate si riprendano con sfrontata follia la voglia di affrontare una vita seconda, resuscitati in virtù di un atteggiamento romantico che non si avvale soltanto dell’immaginazione ma anche di una specie di procedimento esoterico, di un lungo e sofferto approcciarsi loro mediante la pratica di sedute spiritiche nel corso delle quali si verrebbe a catturare l’attenzione dell’incauto fantasma, strappato all’ombra, sfregiato di nuovo alla ustione della luce, costretto a indossare in fretta marsina cappello e bastone; tant’è che i protagonisti dei libri di Tornar, ad esempio, appaiono spesso sorpresi, esortati a svelare con sospesa gioia una serie di lancinanti ricordi. Fantasmi, proiezioni di personalità che vincono il tempo, chiamati fuori dal tempo, persone non compiute, interrogate di nuovo sulla loro incompletezza, ancor piene di pudore, di colpe, vittime di un’esistenza di cui non sono riuscite a distillare il senso, situate ancora nello stadio del limbo, indecise su quale giudizio emettere nei propri confronti.

Queste riflessioni ci inducono ad analizzare ciò che Tornar insegue nei suoi romanzi; uno svuotamento dello storico, innanzitutto, affinché il protagonista diventi nostro contemporaneo, un azzeramento del concetto di storia in favore di un eterno presente delle cose e degli uomini. Riesco a capire la predilezione di un regista come Sabatino Ciocca per i romanzi di Tornar: che cos’è il teatro se non magia, ovvero l’enucleazione della storia dal centro della vicenda in cui tutto è presente? Il teatro è lo scenario dell’unità di spazio e tempo, la storia si fa eterno presente, l’azione è la conseguenza di una nemesi, a cui ciascuno è chiamato, in virtù di una realtà che è prestorica, arcaica, in cui agli uomini nulla si svela, giacché tutto si svolge sulla base di una assoluta naturalità: rivincita dello spazio naturale su quello storico e umano. Non c’è un senso nelle azioni dell’uomo e dunque non c’è temporalità, non c’è progresso, ma eterno ritorno del Destino e del suo fantasma di cui gli uomini sono incarnazioni inconscienti ma prevedibili: l’uomo non sa, è parte di un disegno misterioso della natura, è conseguenza e non produttore, l’uomo è un effetto e non una premessa. L’uomo non è mai stato, secondo Tornar e secondo la poesia: l’uomo non è mai nato e la sua coscienza è appena il prolungarsi della natura in un tentativo di autorispecchiamento che non produce nulla se non il destino stesso della genetica, della morfogenesi, della Vita, del Bios.

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STORIA DI UNA SEDIA (LA SEDIA NEL TEATRO DI RICERCA) DI SABATINO CIOCCA


Da una cronaca del giornale locale “Il Centro Medio”: “E’ stata trafugata da ignoti la sedia di scena, vanto dell’ultimo spettacolo Prego, s’accomodi proposto allo SPAZIO D’ARIA, teatro che da decenni ospita le migliori Compagnie d’avanguardia. Il furto ha gettato nello sconforto attori, tecnici e maestranze, aggravando la precaria situazione di quei lavoratori dello spettacolo già in gravi difficoltà a causa dei tagli operati alla cultura”.

 

 

 

 

 

La sedia era “l’unico ma efficace elemento scenografico della pièce Prego, s’accomodi rappresentando  queste le note di regia – l’etica inamovibile, la stabilità dei sani valori, il simbolo dell’arte oppressa, il contraltare critico alle volgarità di tutti i posteriori dei potenti, incarnati dal posteriore dell’attore che, sulle tavole del palcoscenico, sedendovi, esprime la ferma condanna all’arroganza del potere che tutto si concede“.

 

 

 

Oscure rimangono alle forze dell’ordine, accorse sul posto, le motivazioni per il furto d’una sedia; probabilmente un furto su commissione.

 

 

 

– Quella sedia  così il direttore artistico dello SPAZIO D’ARIA ai militari – riveste un’importanza fondamentale negli allestimenti della storia del nostro teatro di ricerca. Non c’è produzione che non l’ha vista protagonista principe, interlocutrice unica con l’attore a cui presta la sua preziosa poggiata. –

 

 

 

Ma non potete sostituirla con un’altra sedia? – s’azzardò a proporre uno dei due militari, appuntato di pubblica sicurezza e ancor prima padre di famiglia, colpito dalla prostrazione di quella Compagnia, lì riunita al gran completo. Il direttore artistico alzò il capo, lo guardò fisso negli occhi con commiserazione mista a malcelato disprezzo, e non profferì parola.

 

 

 

– La sedia trafugata era una delle 35 sedie adoprate nel primo allestimento de “Les Chaises”. Ben comprenderete quale tragedia è questa! –

 

 

 

L’aria interrogativa dei due militi, che non comprendevano affatto la tragedia di cui si parlava, suggerì a Gian Renzo Rovello, critico teatrale per la rivista TEATRANDO & DINTORNI, che s’era precipitato sul luogo del misfatto dopo essere stato avvertito dall’amico regista stabile e primo e unico attore del prestigioso spazio, s’affrettò a tradurre.

 

 

 

  Stiamo parlando della sedia de LE SEDIE, la farsa tragica in un atto, scritta da Eugène Ionesco e andata in scena  il 22 aprile 1952 al Theatre du Noiveau-Lancry di Parigi. –

 

– Già – rispose lapidario il collega dell’appuntato, che pur continuando a non comprendere la gravità del furto, né la prostrazione degli astanti, si finse sinceramente compartecipe del lutto, ma solo per salvare l’onorabilità culturale dell’arma che lì rappresentava.

 

 

 

– Siamo certi che la sedia in questione sia proprio quella di cui parla il professore? –

 

sparò con aria di rivalsa e con tono per metà indagatore e per l’altra metà scettico, il primo militare, convinto che in quel luogo non poteva esserci roba di valore.

 

 

 

La domanda, meglio sarebbe definirla osservazione sul campo, gli era venuta spontanea  dopo aver indagato a lungo, con gli occhi, ogni angolo di quello spazio teatrale che gli pareva più squallido del circolo ricreativo militari in pensione, con l’aggiunta di un odore di muffetta da luogo poco areato.

 

 

 

– Ha motivi per dubitarne? – rispose  permaloso il direttore artistico, con voce mal impostata da sempre e ora, infine, rotta da uno sbruffo di stizza pura.

 

 

 

– Stia calmo, giovanotto. Qua le domande le facciamo noi! – intervenne, fermo, l’altro milite a cui pareva più che pertinente la domanda del collega. In effetti, da subito, il luogo del furto e quel puzzo di stantio, avevano riportato alla sua memoria un altro luogo, visitato nell’ultima gita organizzata dall’Arma: il museo delle cere, a San Marino.

 

 

 

– Senz’ombra di dubbio! – s’affrettò a ribadire il critico teatrale – La sedia è magistralmente ritratta sul manifesto di GUERRA E PACE, pièce-evento del “Teatro all’osso” gruppo georgiano tra i più vitali nel panorama teatrale di sperimentazione. – e aggiunse – Ebbi modo di vedere lo spettacolo a Sarajevo, al “Festival della nonviolenza multietnica”. Rimasi folgorato dalla perizia con la quale gli attori dettero vita  alle tante vicende narrate nel romanzo di Tolstoj. Per le intere otto ore della durata della pièce, ebbi largamente modo di osservare, in tutti i suoi particolari, quell’unica sedia sempre in scena. E questa è la prova inconfutabile della sua autenticità. –

 

 

 

– Già – sillabarono all’unisono i due militi, arresisi all’evidenza del dotto argomentare, e pur  dubbiosi sul come una sedia ritenuta di valore poteva essere finita tra le cianfrusaglie di quel posto, piombato in un imbarazzante silenzio.

 

 

 

– C’è tua madre al telefono –

 

 

 

Con questa battuta, allungando un cellulare al direttore artistico e primo e unico attore, fece il suo provvidenziale ingresso in scena la segretaria di Compagnia.

 

 

 

– Che c’è, mamma? –

 

 

 

– Ho saputo della sedia. Sta’ tranquillo. L’ho riportata a casa. La prossima volta, quando prendi una cosa, abbi almeno la compiacenza di dirmelo. Sai quanto tuo padre tiene alle sedie del tinello. –

 

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CHE SPETTACOLO LA FOLLIA DEGLI UOMINI (DI FRANCESCO DI VINCENZO)


Teatro. “Canto dei distruttori di mondi” di Sabatino Ciocca

Che spettacolo la follia degli uomini

Un testo difficile, una messa in scena esemplare. Autore dell’uno e dell’altra il regista Sabatino Ciocca che con il “Canto dei distruttori dei mondi” (da lui tratto liberamente da “Lo spazio interiore” dello scrittore surrealista franco-belga Henri Michaux e rappresentato sabato 6 luglio al Teatro Tosti di Ortona per il decennale dell’Accademia dello Spettacolo) ha dato una brillante prova del suo talento.
Cominciamo dal testo. Scritto benissimo, innanzitutto, con linguaggio asciutto ma denso di suggestioni emotive e concettuali, di grande resa scenica nel suo periodare paratattico che richiede, e consente, agli attori (bravissimi i ragazzi dell’Accademia ortonese) una recitazione essenziale e fluida. Un testo di grande maturità e misura, pur così anarchico e surreale nella distruzione d’ogni logica, d’ogni senso e significato. Proprio questo è il tema del “Canto dei distruttori dei mondi”: l’insensatezza, la follia della vita e del mondo almeno così come l’hanno edificato e distrutto i “costruttori” . Quasi tutti i personaggi, infatti, hanno costruito qualcosa, ma con modi e idee tanto strampalate e bizzarre e, per l’appunto, insensate, che il risultato di tanto costruire è un mondo da day after spettrale ed opaco, ben esemplificato dalla scena scarna ma di grande impatto visivo ed emotivo: qualche sedia, qualche panca, un uomo su una carrozzina e l’immagine, proiettata sulla parete di fondo, di una enorme palla di ferro da demolizione che dondola ininterrottamente, lentissimamente e minacciosamente, tranne che nel momento in cui una gigantesca, apocalittica vampata di luce crudissima sembra voler cancellare finanche i tetri residui del mondo.
Ma la cosa più interessante e pregevole del testo, e quindi dello spettacolo, è che l’assurdità e l’insensatezza del mondo e degli uomini costruttori/distruttori non è ideologicamente denunciata (con tirate, invettive, sarcasmi, denunce indignate, etc.), bensì teatralmente rappresentata, evocata: dalla scenografia, dal gioco delle luci, dai movimenti e dai costumi da zombi degli attori, dagli stralunati, demenziali discorsi su aironi e pulci e aironi nelle pulci e cavalli-nani e mosche-cavalli e balene che s’arenano in strade cittadine, edifici e città costruiti in un occhio o in un orecchio o in un dado, in un trascorrere metamorfico dal minerale all’animale al vegetale all’umano senza soluzione di continuità.
E, coup de thèâtre di grande impatto emotivo ed efficacia scenica, per due volte (o tre) sfolgora inatteso un raggio di sole che illumina tanta desolazione e fa gioire i desolati protagonisti del “Canto” per subito deluderli scomparendo dopo pochi secondi. Un raggio di speranza? Ma no: solo teatro. Buon teatro.

Francesco Di Vincenzo

(articolo di prossima pubblicazione sulla rivista VARIO)

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Teatro dell’Accademia dello Spettacolo

CANTO DEI DISTRUTTORI DEI MONDI

L’OPERA

Tratto da  “L’espace du dedans” dello scrittore surrealista belga Henri Michaux, l’opera è un viaggio-riflessione. lucida e poetica, sui sogni, le patologie, le aberrazioni umane, raccontati per bocca di costruttori-distruttori di un mondo reso, da costoro, non più abitabile. E’ un day after in cui l’invocazione al cielo per il perduto paradiso terrestre si fa struggente ricordo di ciò che più non è se non brandelli di oggetti cari, di nuvole che più non occupano il cielo, ormai di ferro rugginoso (da cui miracolosamente fa la sua fugace comparsa un raggio di sole che incanta, illude e delude i derelitti costruttori), di mare il cui odore ora sa di marcio “se non ci fosse la sua amarezza”, di città costruite “con strade talmente strette che persino un gatto vi passa a fatica”, di depositi di calce o di piombo che d’improvviso crescono negli addomi nonostante “l’analisi delle urine non riveli niente”, di animali ridotti a grandezza di mosche o di giganti, di balene che “non si rassegnano agli acquari”. E’ un canto-orazione funebre accorato e commovente, quello che pervade lo spettacolo, un mea culpa sulla stolida presunzione d’aver voluto addomesticare la natura agli umani capricci. Ospiti di un ospizio, o forse di un manicomio, i costruttori s’apprestano così a trascorrere la loro quotidiana passione, scandita in sette quadri, come i giorni della creazione, ignorando anche il riposo del settimo, nell’attesa che la morte venga a liberarli. Ma…

 

La costruzione drammatica della pièce, tragedia classica riletta con gli occhi di Beckett, si nutre anche di altre nobili citazioni: da  “1984” di Orwell, a “Miracolo a Milano” di De Sica; così come la colonna sonora con le musiche di Bach e Vivaldi (omaggio al cinema di Pasolini), di Penderecki, Mahler, Part, Gorecki.

 

GLI INTERPRETI

Carolina Ciampoli, Laura Del Ciotto, Valentina Di Deo, Monja Marrone, Guido Camillotti, Mauro Cerritelli, Daniele Di Tullio, Marco Mare, Francesco Verratti.

 

DIRETTORE DI PALCOSCENICO Martina Di Martino

COSTUMI AdS – Ortona

ELABORAZIONI VIDEO E SONORE Loris Ricci

DISEGNO LUCI Alberto Tizzone

DATORE LUCI Lorenzo Finzi

FONICO Alberto Soraci

ASSISTENTE ALLA REGIA Carolina Ciampoli

 

IMPIANTO SCENICO E REGIA Sabatino Ciocca

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IL CONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO di Sabatino Ciocca


Pagina amara di Sabatino Ciocca sul primo maggio della canzone. Che forse non sa che un concertone si terrà a Taranto, e forse l’anno prossimo, nel Vercellese. Tra le risaie ricolme di mondine si intoneranno vere canzoni popolari, risparmiando su microfoni e casse acustiche. Perché andando avanti con questa musica, il nostro futuro, si sa, non è nel rap, ma è nella coltura.

 

Primo maggio 2013

 

Oggi, primo maggio, il calendario dei cattolici festeggia S. Giuseppe lavoratore. Il santo carpentiere oggi è intento a costruire inginocchiatoi per il neonato governo bol-Letta junior, ad espiazione dei peccati commessi contro i poveri cristi; e, già che è all’opera, pialla palanche per il palco dove, di pomeriggio, i laici renderanno onore a questa festa del lavoro che più non c’è, e dei lavoratori che più non sono tali. Giuseppe le pialla a dovere quelle palanche affinché, almeno in questo giorno, non ci siano morti di serie A sul lavoro. Su quel palco laico si celebra la messa in culo all’esodato, al cassintegrato, al disoccupato, all’occupando che intanto ha occupato la platea di una piazza trasformata a strapaesana Woodstock, a luogo di scampagnata fuori porta. I più portano, in quella piazza a S. Giovanni dedicata, la loro voglia di sentirsi uniti nella disgrazia, la loro rabbia, le loro illusioni di una giornata; molti, cavano dallo zaino panino e foglietto con scritto “Mamma ti voglio bene”. E li, questa folla plaudente a cui si concede il privilegio dello spettacolo gratuito, attende che la triplice sindacale li benedica ma senza dir loro come da tempo hanno rinominato la via di Damasco in via dei Ministeri, terminando il cammino della più parte di questi difensori dei lavoratori a Palazzo Madama, a Montecitorio, loro deputati, senatori, sottosegretari, con o senza portafoglio purché ben retribuiti da quella chiesa padronale a chiacchiere combattuta in nome dei diritti lesi dei loro poveri cristi tesserati. Su quel palco, nell’attesa dei sermoni oratoriali, officianti e chierichetti s’agitano a dir messa cantata per la festa del lavoro. E chi s’accompagna con il Coro dei Cassintegrati della fu Siderurgica Sud, in una variazione a tema di “Bella ciao”, chi presenta con orgoglio l’Orchestra di Fiati degli  Esodati, chi quella dei Violoncellisti Disoccupati, chi ospita la voce di un minatore sardo risalito a forza dalla miniera, chi ripropone il suo personale Complesso del primo maggio, chi presenta il suo show da portare poi in tour, chi legge le “Lettere di un condonato a sorte”, tutti offrono la faccia indignata, provata e riprovata dietro le quinte. E’ un rito orgiastico in cui anche la baccante onesta, è posseduta dal Dioniso Impegnato. Così trascorre la sera, la notte si fa fonda, i celebranti tornano alle proprie parrocchie, i sacrestani spengono quel che rimane dei ceri sacrificali, e i poveri cristi s’attardano per l’ultima chiacchiera, consumando l’ultima birra, l’ultima sigaretta, mentre il cielo biancheggia rischiarando le bollette di luce e gas, rate da pagare, multe (ora rateizzate) dell’Equitalia, per un giorno dimenticate al buio del cassetto di casa.

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EVENTI DI GUERRI – DANNUNZIANEIDE – di Sabatino Ciocca


Cronicario di una settimana di eventi per il 150° anniversario dannunziano. Ai posteri il Parnaso o il Parrozzo? Quando la cultura si celebra tra gusto parrozziano ceneri di Guerri e vecchi sempre più sgomenti.

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Pescara, sabato 16 marzo.

Piazza Salotto fu invasa dal parrozzo più grande del mondo (diametro base di 3 metri, circonferenza di 9,5 metri e altezza di 1,5 metri) realizzato dai maestri della Confederazione Pasticceri italiani. Il parrozzo, grazie al quale  la città di Pescara entrò di diritto nel Guinnes dei primati, fu poi elargito in ostie  al popolo accorso per la comunione.

Luigi Albore Mascia:
“S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent du parrozze”

Pescara, domenica 17 marzo.

Ore 18,00. Piazzale G. Michelucci dell’AURUM, a chiusura della sette giorni dannunziana, il borgomastro, Luigi Albore Mascia, e il cerimoniere di corte, professor Giordano Bruno Guerri, inaugurarono ufficialmente…

– …lo spettacolo “Dodici ceneriere per l’Aurum’ –

– Performance, Albore. E’ una performance. Lo spettacolo è quello che abbiamo dato ieri col parrozzo –

– Io la definirei installazione artistica – intervenne a precisare un’attempata signora, cappello, sciarpa e stivali di un giallo acceso, nello spontaneo dibattito lì lì nato tra i celebranti.

– Lei è un artista? Un critico d’arte? – s’affrettò a chiederle un collaboratore stretto del Mascia, speranzoso che tra il pubblico convenuto potesse esserci un addetto ai lavori.

– No. Insegnante d’arte applicata. In pensione. –

– Già. Sono sempre i migliori che se ne vanno – disse allora il collaboratore che, per addolcire la delusione d’un mancato e qualificato giudizio, aveva tirato fuori la frase, pescandola da quelle che solitamente era solito suggerire al suo Superiore in occasione di telegrammi d’ufficio per decessi d’ufficio.

– Non vorrei far la parte del pedante, signora – s’intromise un altro collaboratore stretto, questa volta del Guerri – ma l’installazione a cui lei fa riferimento, è già stata consumata all’atto del discoprimento delle dodici ceneriere in grés semirefrattario, eccellente materiale ceramico per esterni, cilindri di 45 centimetri di diametro e 20 d’altezza, che ricordano con le loro finestre colorate, il prezioso edificio che qui le ospita, ceneriere fino a poco fa coperte ciascuna da un drappo nero, come lei stessa ha potuto constatare. A meglio chiarire l’operazione artistica che lì si consumava, s’udi:

–  Passiamo ora alla performance che abbiamo voluto titolare “Dodici documenti di cenere”. Il borgomastro e alcuni rappresentanti della Cultura pescarese bruceranno simbolicamente, nelle ceneriere, documenti che testimoniano la creatività nata o fruita nella “fabbrica delle idee”, un rituale dal sapore futurista ed esoterico che renderà omaggio a Gabriele d’Annunzio, ricreando le atmosfere di vitale esaltazione dell’uomo e del suo essere macchina creativa. –

Come il tedoforo quando dopo lunga marcia incendia con la sacra sua fiamma il sacro tripode, così l’Albore Mascia, con mano tremante d’emozione pel momento solenne, diè fuoco al primo dei dodici cartacei documenti. Alto, allora, levossi dalla sala il plauso al gesto.

– A me pare tutta una stronzata –  Così, a contrappunto, sommesso salì  al cielo il commento di una povera donna, addetta precaria alle pulizie dell’Aurum, che in un cantuccio osservava il tripudio.  – Così da domani mi tocca svuotare anche  dodici posaceneri –

 

 

 

 

 

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PESCARA COME BETLEMME di Sabatino Ciocca


Da oggi collabora con noi Sabatino Ciocca, caustico regista, sulfureo letterato. Siamo onorati di poter ospitare i suoi interventi.

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Pescara come Betlemme

“3 chili e 350 grammi di serenità, capelli neri e un nome importante, Gabriele è venuto al mondo alle 8.22,  approssimativamente nella stessa ora in cui sarebbe nato il Vate”.

Questo, giorni addietro, si lesse su un quotidiano locale.

 – Non “sarebbe”, ma “è” la data esatta –  S’affrettò a precisare, in una conferenza stampa, il consigliere comunale Licio Di Biase, anche consigliere delegato al recupero e alla valorizzazione del patrimonio storico del capoluogo adriatico, uomo ormai avvezzo a questo genere di clamorosi scoop.

 – La nascita di Gabriele D’Annunzio è stata registrata – spiegò Di Biase –  il 12 marzo 1863 nel registro di stato civile da me rinvenuto nei sotterranei di Palazzo di Città, e da qualche mese conservato nella Sala Aternum, sede della Presidenza del Consiglio Comunale di Pescara, al secondo piano del municipio. E’ un piccolo cimelio, di grande importanza, per ricordare l’illustre concittadino nel centocinquantesimo anniversario della sua nascita. –

 – Come annunciato in occasione dell’apertura ufficiale delle celebrazioni dannunziane. – s’affrettò ad aggiungere il sindaco Albore Mascia – abbiamo ritenuto doveroso fare un piccolo omaggio al bambino che  per primo sarebbe nato nella data del 12 marzo. –

 E la nuova  della venuta al mondo di un bambino, a 150 anni esatti dalla nascita di Gabriele d’Annunzio, non si fece attendere. Il lieto evento avvenne  nel Reparto Maternità del Dipartimento Materno-Infantile dell’ospedale civile di Pescara, che in alboremascese vuol dire “città dannunziana”.

 I genitori del neonato, che avevano inizialmente pensato di chiamare il bambino Pietro, cogliendo al volo la straordinaria coincidenza, si decisero a chiamarlo Gabriele.

 – Una scelta, la nostra – così i genitori del piccolo –  che non poteva che farci un enorme piacere, vista l’attenzione che la nostra amministrazione comunale sta riservando alla figura di Gabriele d’Annunzio. –

 Appresa la lieta novella, il sindaco di Pescara Luigi Albore Mascia, accompagnato dal Presidente della Fondazione de ‘Il Vittoriale‘, Giordano Bruno Guerri,  e dai suoi più stretti collaboratori, si recò a rendere omaggio al fortunato bambinello.

 – Io porto la medaglia da offrire ai genitori – e rivolgendosi ad un componente della sua giunta,

– Tu porti il bouquet di fiori per la mamma. –

La controproposta del solerte ma contrariato collaboratore non si fece attendere.

– Avrei preferito donarle  mirra. –

– Non ricominciamo con le solite proposte di scambio. E poi, ad esser precisi, la mirra la portava Gasparre e non Gasparri. Non costringermi a fartelo spiegare da Di Biase, che lui la storia la sa -.

 A sedar la discussione, che avrebbe anche potuto aggiungere guai ad altri guai nella conduzione del  già traballante Palazzo di Città, ecco che, dal manipolo dei pellegrini, s’alzò una voce:

– La stella cometa! La stella cometa! –

– E’ la acca dell’Hospital, idiota – precisò un’altra voce, probabilmente quella di un consigliere di maggioranza, trombato dal partito proprio per la sua sagacia mai e mal tenuta a freno.

 Proseguendo nel cammino, Mascia fece il suo regale ingresso nell’ospedale Santo Spirito, uno dei pochi edifici pubblici della città dannunziana non intitolato al Vate o ad uno dei sui parenti. Ad accoglierlo v’erano, già da tempo in attesa, il manager della Asl, il primario del reparto, il primario di Neonatologia e l’assessore alle Politiche sociali, lì accorso in avanscoperta a disperdere un nutrito gruppo di cittadini, incazzati neri per via delle estenuanti file dinnanzi alle casse per la riscossione del ticket. S’arrivò infine dinnanzi al bambinello, e lì abbracci, strette di mano, consegna dei doni e felicitazioni in nome e per conto del grande Abruzzese.

 – Il piccolo Gabriele… quello nato lo stesso giorno di D’Annunzio…si, è il figlio di Fernando Di Benedetto… il nipote del senatore Andrea Pastore ….capisci a me! –

 Questa, l’anonima telefonata che, di lì a poco, fece squillare un cellulare d’ultima generazione nella stanza sede del Pd in Comune. E ancor più pronta fu la levata di scudi dell’opposizione, alla notizia.

 – Passi il cognome Pastore, ma la cosa che più ci lascia pensare al solito inciucio, è che il bambino è figlio del nipote di un senatore del Pdl. Sarà nostra premura controllare, da cittadini onesti prim’ancora che da consiglieri, se il parto è avvenuto col cesareo. –

 Lo stesso giorno, al dopopranzo, il sindaco Albore Mascia  dovette precisare nuovamente che:

– Oltre che al piccolo Gabriele, tutti i bambini, maschietti e femminucce che oggi avranno la fortuna di nascere, saranno omaggiati con una medaglia del Vettoriale, a ricordo di una ricorrenza davvero speciale. –

– Bella mossa – s’affrettò a complimentarsi il consigliere di maggioranza, quello trombato dal partito proprio per la sua sagacia mal tenuta a freno, complimento rivolto con la speranza, anche se tarda, di ricevere in cambio la presidenza di qualche consigliuccio d’amministrazione. E completò:

– Lo sanno tutti che il nostro è un Paese a crescita demografica zero. –

 Fu allora che Albore Mascia ebbe come la percezione d’essere giunto al capolinea. Ma, come si dice, la notte porta consiglio, anche se non sempre e non a chi la testa non l’ha..

 L’indomani i giornali titolavano: “Pescara come Betlemme”.

E ad una più attenta lettura, si apprendeva che:

“Per le celebrazioni dannunziane del 2014, l’Amministrazione Comunale è già al lavoro così da organizzare il  Primo Presepe Vivente, rievocazione laica della nascita del Vate. La rappresentazione è assolutamente originale nel suo genere, come ha tenuto a dichiarare un collaboratore dello staff del professor Giordano Bruno Guerri, consulente per l’immagine della città di Pescara.

– E’ superfluo ricordare la tenacia di quest’Amministrazione a voler continuare a battere la strada della propria vocazione. Presepe o presepio, del resto, trova la sua derivazione dal latino “praesaepe”, che vuol dire greppia, mangiatoia, e anche recinto ristretto, come certamente potrà confermare l’amico professor Guerri – “

 

 

 

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GIANCARLO ZAPPACOSTA SUI FOGLIETTI VOLANTI DI ALBA BUCCIARELLI


 

Giancarlo Zappacosta, persona colta e raffinata, attore e studioso, ha scritto una attenta e scoppiettante, fragorosa, sarcastica introduzione all’opera di Alba Bucciarelli, “Foglietti volanti di una cuoca distratta” .

Ve la proponiamo, per deliziare i vostri più esigenti gusti visivi e uditivi.

Diceva Flaiano che le memorie di un giorno non durano di più. E per questo motivo indubitabile Alba ha pensato bene di rammentarsele, appuntandole su carta raccattata alla meglio in una cucina, quella del suo nostalgico ristorante di Casalincontrada, La Buca del Grano, il più delle volte impataccata di salse, schizzi d’olio ed essudati organici. Convivialità totale, musica con uso di cucina e di battuta in battuta non s’invecchiava mai. Dopo tanti anni, incontrarsi e dirsi “oddio”! E mentre l’impiegato postale Charles Bukowski pubblicava le cose più belle dell’ultimo scorcio di secolo, i nostri letterati stavano discutendo dell’ultimo Bevilacqua. Perciò non se ne accorsero. Raramente si fa con interesse ciò che si fa per interesse; e lei ha messo a frutto l’esperienza, questo singolare fenomeno che ci induce a parlare dall’alto degli errori compiuti, forse si reputa solo una romantica andata a male e se sale sull’ironico è per non scendere nel sentimentale. Abbiamo, nonostante lei Capricorno, io Sagittario, molti pensieri in comune: ad esempio entrambi riteniamo che c’è di certo una differenza tra il matrimonio e gli arresti domiciliari e siamo insieme consci che prima o poi la individueremo. Ed insieme con Sabatino viviamo il reiterato contrasto che con una semplice idea si può ipnotizzare la folla, ma con il dubbio si persuade un’intelligenza. Immersi nella vertigine vorace delle nostre comuni passioni, il teatro, il suono di una voce educata, l’armonia di una nuova melodia, la sempiterna consolazione della poesia e della filosofia, l’immarcescibile grazia dell’amicizia ed il gusto sado-masochistico del sarcasmo, dove tutto è risibile e niente, se non la vita, è sacro: e tutto è un tormentone torrenziale, ghiribizzi demenziali, ispirazioni spiegazzate, fantasie dissennate: Giancarlo, tu arzigogoli nell’inutile strabismo dell’astigmatico crogiuolo intestino, variopinto e dovizioso. Non trattenere l’impeto della fremente bramosia. Cagare devi, cagare puoi. Sarà delirio di ristoro. Poi! Della serie: “una stronzata ad effetto per far colpo in salotto”: Solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno. Insomma, l’autoironia è igiene mentale di sopravvivenza, sarà anche pazzia, ma c’è del metodo, perché senza una buona dose di demenza, nessuna iniziativa, nessuna impresa, nessun gesto. La ragione è la ruggine della nostra vitalità. È il pazzo che è in noi ad obbligarci all’avventura; se ci abbandona, siamo perduti: tutto dipende da lui, perfino la nostra vita vegetativa; è lui che ci invita, che ci costringe a respirare, ed è ancora lui a far sì che il nostro sangue circoli nelle vene. Se ne va via? Eccoci soli! Non si può essere insieme normali e vivi. Tutto in Alba è osservazione di costume che talvolta si coordina con altre osservazioni di costume per diventare racconto o abbozzo di romanzo; c’è la malinconia provocata dal risentimento della donna civile di fronte ai progressi della maleducazione e della barbarie; e c’è il gusto per il particolare dilatato, per l’aforisma, per il gioco di parole, per la micronarrazione. È un libro bello e strano, come potrete appurare leggendolo dalla prima riga all’ultima tutto d’un fiato: non ve ne pentirete! Superficialità del vivere, pressappochismo dilagante, contraddizioni quasi commoventi nella loro ostinazione a ripetersi in ogni situazione: è una fulminante, inarrestabile delibazione del linguaggio della parola e della musica della follia. Come Flaiano, Alba vive un giorno alla volta, non riesce a mettere insieme due giorni. E lei vive a uno a uno, in Foglietti Volanti, con ironia e amarezza, i complicati giorni della maturità. E nella sua solipsistica narrazione a me e Sabatino, suoi scatenati , dissacranti ed assidui frequentatori, ed in questi frangenti esplode il dionisiaco irriverente di Alba, accade che ci si interroghi: “…siamo qui su questo scoglio, lontani dal traffico, lontani dal caos, lontani dallo smog… non ci resta che aspettare i soccorsi”. Siamo una massa d’ignoranti, parliamone! Due assiomi imperscrutabili di Alba? Il bello della vita è guardarsi allo specchio e sapere che non ti sei venduto…Il brutto della vita è realizzare che mai nessuno ti si è voluto comprare. Socrate diceva: Conosci te stesso ma Alba gli avrebbe risposto: E se dopo essermi conosciuta mi sto sui coglioni? Troverete errori, sfondoni o pareri controversi ed opinabili? Siate misericordiosi, d’altronde anche Michelangelo ha fatto le sue cappelle!!!

Alba Bucciarelli: Foglietti volanti di una cuoca distratta (Edizioni Noubs)

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IL PREMIO DE LOLLIS VENERDI 26 OTTOBRE ALLE 18 A CASALINCONTRADA- ASSEGNATO A GIVONE, GHEZZI, DAMILANO, MUSINI, MELIZZI, CIOCCA


ECCO L ‘ANSA:

http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/abruzzo/2012/10/20/Premi-Lollis-vincono-Ghezzi-Givone_7664118.html

E GLI ALTRI ARTICOLI STAMPA:

http://www.inabruzzo.com/?p=140488

http://www.fattitaliani.it/index.php?mact=News,cntnt01,detail,0&cntnt01articleid=8297&cntnt01returnid=102

 

http://www.inabruzzo.com/

http://www.24orenews.it/eventi/altro/abruzzo/8571-chieti-designati-i-vincitori-del-premio-internazionale-%E2%80%9Ccesare-de-lollis%E2%80%9D-%E2%80%93-x-edizione

http://www.fattitaliani.it/index.php?mact=News,cntnt01,detail,0&cntnt01articleid=8297&cntnt01returnid=102

http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10866:chieti-premio-internazionale-cesare-de-lollis-x-edizione-designati-i-vincitori&catid=40:cultura&Itemid=127

http://www.iammepress.it/index.php/italia/40739-designati-i-vincitori-del-premio-internazionale-cesare-de-lollis-x-edizione

http://www.chietiscalo.it/eventi/45-cultura/17695-designati-i-vincitori-del-premio-internazionale-cesare-de-lollis–x-edizione.html

http://www.giornaledimontesilvano.com/cultura/34-cultura/16082-designati-i-vincitori-del-premio-internazionale-cesare-de-lollis–x-edizione.html

http://www.ilgiornale24.it/page/rubrica/id/320/designati-i-vincitori-del-premio-internazionale-cesare-de-lollis-x-edizione.html

http://www.corrierepeligno.it/eventi/i-vincitori-della-x-edzione-del-premio-c-de-lollis

http://www.allnewsabruzzo.it/articolo.asp?id=10243

http://www.pagineabruzzo.it/notizie/news/Spettacolo+Abruzzo/55635/Designati_i_vincitori_del_premio_internazionale_cesare_de_lollis_x_edizione.html

http://www.inabruzzo.com/?p=140488

http://www.cityrumors.it/chieti/cultura-a-spettacolo/casalincontrada-premio-de-lollis-vincitori-52762.html#.UIMa08VFVk0

http://www.abruzzo.tv/news/resi-noti-i-vincitori-del-premio-di-letteratura-cesare-de-lollis-46200

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Inedito del Maestro SABATINO CIOCCA


Sabatino Ciocca, regista teatrale, è anche scrittore teatrale e umorista. In alcuni dialoghetti “morali” ha immaginato di far agire nella quotidianità personalità di spicco della nostra storia, evidenziando i luoghi comuni, le banalità, le situazioni involontariamente comiche a cui sono esposti anche i Grandi. Ve ne sottoponiamo uno attribuito, apocrifo, al Sommo Giacomo Leopardi.  

 

DIALOGODI UN BARBITONSORE E

UN AVVENTORE OCCASIONALE

Prosetta satirica apocrifa attribuita da Sabatino Ciocca a Giacomo Leopardi.

  • Capegli,signore?

  • Pel davanti non createvi scrupolo di sfoltire; la nuca me gli lasciate compatti, così per illuderci di porre riparo a certune fitte che, al menomo decadere de la stagione calda, si rimettono in uso.

  • Se non ci s’assiste da per noi stessi, diamo licenzaa la natura di scombuiarci come più l’aggrada… Un poco di tinta, signore?

  • No. Codesta è una stramberia.

  • Dal vostro dire m’era parso. E pure v’hanno clienti c’hanno in odio d’incanutire.

  • E quand’anche non lo volessimo? Credete voi bastevole lasciarsi colorire i crini per porre freno al corso naturale de l’esistere nostro? Cotesto stante, dovremmo accordare a la tintura virtù taumaturgiche, la qual dote,consentitemi, è totalmente mendace.

  • Nondimeno, da che ho in uso di tingermi la capegliatura, non provo nemmanco un minuzzolo d’un acciacco.

  • Cotesta,signore, è ciò che gli indagatori de la psiche nomano autosuggestione.

  • E mi sono ammogliato!

  • Vedete? Mi date ragione. Lasciate trascorrere un poco ancora di stagioni e troverete motivo di rammaricarvene.

  • De la moglie o de la tinta?

  • E’ il medesimo impiccio, signore, essendo l’una cosa effetto de l’altra.

  • E dunque voi negate a la tintura il merito di farci parer più giovani?

  • Sostengo, schiettamente, che non ci rende meno vecchi. Non è racconciandoci il capo che possiamo licenziar da noi l’angoscia de la morte. Cotesta vostra, credetemi, è una ridevole illusione. Su via, signore, non fingete di non comprendere. Chi vuol privarci de la serena rassegnazione a l’eternale trapasso è mosso unicamente da l’infido scopo di renderci vieppiù serventi dei rapporti, dei doveri, de le sociali obbligazioni. E non è cotesto un fabbricar mercato su le nostre angosce? Ora ditemi, vi pare un insulto attestare ch’è nostro dovere, noi essendo nati, morire? No, no, signore, che fate? Non è co’ l’ufficio del toccar ferro che potete rifuggire dal debito assunto co’ la morte.

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Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

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