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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, TERZA PARTE


Come promesso, ecco la terza parte dell’inedito taccuino di viaggio a Timor Est di LUCIANO TROISIO, in esclusiva per il blog delle Edizioni Noubs.

Buona lettura!

Il padre l’ascoltava in silenzio tenendo la testa alta e fissandola in viso.

A un certo punto ha estratto una specie di borsellino e io ho distolto lo sguardo.

Siccome in camera mi hanno fornito di tè e chicchere, e zucchero, e bicchieri col coperchietto anti insetti, e il tutto coperto da un candido tessuto tutto ricamato all’uncinetto, e ho non solo un frigorifero pieno di bottiglie, ma anche una di quelle damigiane di plastica celeste capovolta, fonte di acqua gelida e bollente, mi sono fatto un tè timorese, piuttosto buono. Sentivo dalla finestrella del bagno, dove una passera ha fatto il nido, che gli uccellini sono nati. Il loro verso è più simile allo zirlare di insetti. Poi sono uscito. È arrivata la macchina (una banale monovolume fatta a Singapore, colore blu, piuttosto maltenuta e impolverata. A bordo c’era una delle sorelle, che si chiama suor Carla, il Papua, e Giovanni Paolo, un bambino cioccolata di sei anni, trovato abbandonato a sette mesi e allevato dalle suore (è stato la prima persona che ho visto arrivando qui in taxi: è impossibile non notarlo, sia per la sua bellezza sia per il fatto che ha i capelli neri per i primi centimetri, ma poi biondi. Ho pensato che l’avessero ossigenato per fargli fare la parte di angioletto. Invece la suora mi ha detto che il biondo è naturale; sarà figlio di un bianco dell’ONU. Ogni volta che mi vede viene ad abbracciarmi, mi tiene prigioniero, è vivace e simpaticissimo, fa la seconda. Spero che sia anche intelligente. Tutti lo coccolano, è l’unico maschietto del collegio, che è femminile e conta 84 studentesse delle superiori. Devo cercare di aiutarlo.

Siamo partiti per andare dal fotografo, incerti se avremmo avuto subito le foto o se bisognava tornare il giorno dopo. Avevamo già percorso il viale d’uscita quando il Papua si è fermato, ha cominciato a gridare, ha fatto marcia indietro, ha caricato un altro connazionale più atletico, suo  amico, di cui non sentivo la mancanza. (Continua…)

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, seconda parte


Pubblichiamo la seconda parte del diario di viaggio del grande LUCIANO TROISIO, a Timor Est.

Seguiranno ulteriori appuntamenti… Seguiteci e buona lettura!

 

Dili, 18 luglio 2011

 Stamattina la madre superiora mi ha dato un passaggio fino in centro, piuttosto vicino. È scesa a un palazzo amministrativo, ridipinto da poco e ha ordinato al conducente di accompagnarmi prima all’ufficio della compagnia Merpati, poi all’Ambasciata Indonesiana. Prima, per errore siamo finiti in un altro ufficio, l’autista mi ha seguito, come se non sapessi spiegarmi. Già questo mi ha dato fastidio: un banale di 25 anni disoccupato che fa l’autista per le suore. Forse un buon posto. Le suore cercano di aiutare gli emarginati e così si vedono nel loro terreno ortolani spastici, inservienti emiplegici, povere minorate mentali, come all’Università di Padova (che li assume per legge). Da lì ci hanno gentilmente dirottato alla Merpati (l’autista da solo non c’era arrivato). Mi ha seguito anche qui. L’impiegato, di pelle molto più chiara, è stato rapido e cortese. Gli ho chiesto gentilmente di anticipare la data del rientro a Bali (dovevo rientrare il 16 agosto, ma avendo capito da subito l’antifona, ho deciso di battermela immediatamente da questa ciudadedapaz. D’altra parte arrivando dal paradiso, non è possibile non avvertire la desolante sensazione di Waste Land, Finisterre, più prosaicamente Kulodelmondo). Mi ha chiesto: per quando? Ho detto per la prima data più economica (il prezzo del volo varia inspiegabilmente di molto a seconda dei giorni della settimana). Avevo già tentato lo spostamento di un giorno a Bali, cosa che mi avrebbe permesso di evitare la sanzione per chi esce dall’Indonesia con un giorno di ritardo sul visto. Ma la modifica costava la bellèzza di 138 dollari, che per me che pago di tasca mia, sono parecchi. Qui ho pagato solo 20 dollari di fine e ho ottenuto l’ok per il 25 luglio. Il conducente, seduto alle mie costole, ha approfittato per prenotare in tètun stretto, un volo per Londra (?).

Da lì siamo andati all’ambasciata. Per non far attendere la madre superiora ho detto al conducente che andasse subito a raggiungerla, che sarei tornato in taxi.

 Tra il pubblico in attesa c’erano due ragazzi bianchi (uno, indimenticabile, aveva sul retro del ginocchio tatuato apple a sinistra e pie a destra. Quando si è girato ho visto che le intere gambe e le cosce erano fittamente ricoperte del simbolo del dollaro $ in tutte le grandezze possibili. Il resto era tutta povera gente autoctona che chiedeva il visto per l’Indonesia: media statura, giovani, disperati, donne magre, bruttine, dalle guance scavate (certo non prostitute). Non c’era nessuno di bello. (So per esperienza, anche come vittima diretta di borsaioli, che da fine luglio a fine agosto, da tutto l’arcipelago si riversano a Bali prostitute, ladri, travestiti, che vanno a “fare la stagione”, sempre assai redditizia. Ma escludo che provengano da Timor Leste: questi vanno per lavorare).

 [Fino a 15.000 anni fa le popolazioni di tutta l’area del Sudest asiatico erano di tipo australoide. 5.000 anni fa ebbe inizio una migrazione di popoli dal nord, di pelle chiara, di razza mongolica, che ebbe il sopravvento, e col passare dei millenni si fuse con le popolazioni residenti, oppure le ricacciò nelle zone peggiori, sulle montagne, all’interno rispetto alle coste.

Esistono ancora minoranze di Negritos nelle Filippine, nella Penisola Malese, nelle isole Andamane: popolazioni di bassa statura, nere di pelle, molto simili ai Pigmei (forse tutti i primi ominidi erano neri, alti circa un metro e venti? Poi alcuni sono impalliditi e lentamente cresciuti fino al metro e sessanta di media). Il colore della pelle è uno dei misteri ancora poco spiegabili; la quantità di melanina è sempre la stessa, nei bianchi e nei neri. I neri non ne hanno di più, ma ce l’hanno tutta disposta sulla pelle. Tant’è vero che i bambini neri alla nascita sono chiari, e si scuriscono in pochi giorni. Non c’è una vera univoca spiegazione: forse raggi assai nocivi e mortali hanno in un lontano passato provocato una forte “tintarella”, nel senso che la melanina è affiorata disponendosi tutta sull’epidermide, come difesa da radiazioni mortali, che potrebbero avere sterminato varie volte gran parte della popolazione umana, salvando quella più scura, che aveva più resistito alle radiazioni, e si era meglio adattata.]

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, Prima parte


Pubblichiamo la prima parte del diario di viaggio del grande LUCIANO TROISIO, a Timor Est.

Seguiranno altre tre appuntamenti…

Buona lettura!

Luciano Troisio, patavino, ha insegnato nelle Università di
Padova, Pechino, Shanghai, Bratislava, Lubiana; visiting a
Tokyo e Melbourne. Autore di varie pubblicazioni scientifiche
e sperimentali. Globetrotter, poeta e giornalista, dal 1975 ha
bighellonato in Asia realizzando diari e reportage.
Opere recenti: Tirtagangga e varie sorgenti, Marsilio,
Venezia, 1999; Viaggio a Ko Ciang, ilverri, Milano, 2001;
Nuvole di drago, La Battana, Fiume, 2003; Parnaso d’oriente,
Marsilio, Venezia, 2004; La ladra di pannocchie, Manni,
Lecce, 2004; Folia sine nomine secunda (con Cesare Ruffato),
Marsilio, Venezia, 2005; Oriental Parnassus, (translated by
Luigi Bonaffini), Legas, New York, 2006; Appunti vacanzieri,
La Battana, Fiume, 2006; Strawberry-stop, LietoColle,
Faloppio, 2008.
Non ha mai vinto nulla.
E’ socio del P.E.N. Club Italiano e membro del Perama Club
di Bali.

Fulvio Tomizza ha scritto un libro intitolato: Dove tornare.    Ispirandomi a lui potrei intitolare queste note: Dove non tornare.

Il paese è piccolo e dai molti nomi: Timor Timur, Timor Est, Este, Leste. In lingua Tètun, che è quella parlata da sempre dai timoresi (e ignorata dai portoghesi): Timor Lerosa’e.
Il lemma Timur, già citato da Pigafetta, significa in malese: Est.

Se dovessi cominciare a scrivere su Timor inizierei da quella volta che lessi sul sito del MAE che c’erano disordini, che bisognava evitare i luoghi affollati e soprattutto che c’erano diverse malattie infettive a cominciare dal dengue (trasmessa da zanzare), di cui esistono tre ceppi, e beccato uno non è detto che non si possano prendere anche gli altri due. Particolare grave: c’erano più di cento casi mortali. Frenato di molto nel mio desiderio di visitare il paese, notai che il Consolato (onorario) d’Italia cui eventualmente fare riferimento, era in realtà quello di Bali. L’unico indirizzo fornito a Dili era quello delle Suore Canossiane di Becora (quartiere della capitale).

Una volta, prima del terrorismo islamico, era più agevole viaggiare in Asia. Molti stati concedevano on arrival un visto gratuito per tre mesi. Ora le cose sono cambiate: esclusi i paesi dove nessuno vuole restare più di due giorni (come ad es: Hong Kong o Singapore), i visti sono per 30 giorni e a pagamento. Ottenere un’extension si può, sempre pagando, e perdendo molto tempo. Se c’è, meglio affidarsi a un’agenzia; ancora meglio ad amici, specie in paesi corrotti. (L’Indonesia ha il primato mondiale e quindi il problema non dovrebbe nemmeno esistere).
Da Bali si può volare a Timor Leste (nome ufficiale del nuovo stato, indipendente dal 2003) in due ore. Il costo non è eccessivo. Ci si può trattenere 30 giorni. Non c’è nulla da vedere di culturale in senso stretto. Per le bellezze naturali, non eccessive, bisogna spostarsi con ambigui autobus che partono alle 5-6 del mattino. Non esiste il concetto di puntualità.
Il paese è stato distrutto ben cinque volte durante il Secolo Breve. (L’unica testimone e memoria storica che ha vissuto tutte e cinque le distruzioni era la canossiana Suor Erminia Cazzaniga, originaria di Vimercate; nel 1999 fu barbaramente assassinata assieme ad altri sei religiosi, da timoresi che indossavano uniformi indonesiane). Di tutto quel poco che hanno costruito i Portoghesi in 450 anni, pare sia rimasta solo una chiesa di S. Antonio a Mataia, e l’attuale palazzo del governo a Dili, la capitale.

Prima di partire dall’Italia consultai nuovamente il sito del MAE. Non c’era più traccia di dengue, di disordini. Stetti un mese a Bali, tra Legian, Ubud e Sanur. Tutti bei luoghi più o meno affollati. Nessun italiano. L’amico Sama, alla mia domanda: è meglio andare all’aeroporto da Kuta (avevo sempre speso 25.000 rupie) o da Sanur, mi assicurò che era meglio da Sanur, tutta autostrada (infatti spesi 88.000 rupie…). Bali è un paradiso dove il traffico somiglia a quello di Mestre prima del passante. Fatti bene i conti, andare alla misteriosa Timor Est mi avrebbe anche permesso di evitare le folle europee in agosto e risolto i problemi di extension. (Non fu così, ma descrivo in altra sede il martirio delle quattro visite all’ambasciata indonesiana di Dili, senza ottenere nulla. NB: l’amministrazione pubblica indonesiana è totalmente islamica e non ha nulla a che vedere con Bali, la gentile Insula Deorum interamente indù).
La compagnia interna Merpati parte dal settore domestic, come se Timor fosse parte dell’Indonesia, che la invase per 24 anni. Aereo abbastanza grosso, pieno, servizio miserevole, passeggeri quasi esclusivamente indigeni; accanto a me un australiano che in due ore mi dipinse un quadro a tinte fosche: Timor è poverissima, i prezzi sono altissimi, non c’è nulla, esporta solo caffè e deve importare tutto. Produrre qualcosa costa molto di più che acquistarla, per es. dall’Indonesia. I turisti sono circa 7.000 l’anno.
C’era anche un sussiegoso diplomatico con la giacchetta nera d’ordinanza (ormai li riconosco da lontano) e una donna brutta di età indefinibile tra i 25 e i 50, mandata dall’Università di Coimbra per dimostrare che i Portoghesi non erano stati dei clamorosi figliendrocchia abbandonando a se stessa la colonia, ben sapendo che sarebbe stata aggredita dall’Indonesia.

All’arrivo notai subito che la polizia era formata da bei giovanotti, anche bianchi, in eleganti divise griffate, come se si girasse un film.
In Asia la polizia è formata dai soliti poveracci, spesso trasandati, provenienti dalle aree più disgraziate del paese. Questi invece avevano un non so che di allegro, disteso, sorridente. Mi accorsi quasi subito che si trattava di truppe dell’ONU di molte nazionalità diverse. Chiesi a un nero se fosse americano -ma non ci sono americani tra le 143 (?) nazionalità presenti-, era di un paese africano; poi notai le bandiere sul braccio: soprattutto Turchia, Portogallo, Australia, Malesia.

A Timor non esiste nulla di nulla, non una cartina del paese, nessuna guida turistica né una mappa della capitale Dili (sarà proibito dall’ONU per sottili strategie militari?) né un elenco degli alberghi, insomma lo sparuto turista viene lasciato in balia dei tassisti, che negli aeroporti notoriamente sono una razza schifosa in tutto il mondo. Sembra una farsa, ma non esiste nemmeno una moneta: il paese usa i dollari americani. E ha coniato solo i centavos, anche il 25 cents. come il quarto di dollaro. Il tassista mi portò su mia richiesta al Timor Hotel dove la sola camera costava da 150 a 500 dollari al giorno (più tutti gli extra a pagamento, anche internet). Prendendo la pessima venivo a spendere 3.500 dollari, ma ne avevo solo 1500.

Scoprii presto a mie spese che non esistevano indirizzi precisi, né numeri civici. Cambiai tre o quattro tassisti finti ignoranti e ladroni, vidi stamberghe umilianti, finalmente arrivai all’Hotel Sebastiao da Costa, nell’omonima strada: uno squallore di stanzetta che aveva però A/C e televisione. L’acqua, solo fredda, era marrone come il fango degli astrattisti psicotici a Venezia.

Qui la gente è assai diversa dagli indonesiani; sembra che ci siano due o tre etnie (in realtà la nazione è linguisticamente divisa  in 16 dialetti-lingue). Quelli che non hanno anche sangue portoghese tendono ad assomigliare più agli Australiani o ai Papua. La Papuasia si trova molto a nord rispetto a Timor, mentre l’Australia è a un tiro di schioppo, circa 500 km. Nell’albergo i gestori erano una donna bruttissima vestita all’europea, un uomo grasso molto molto fine e un ragazzo dai capelli ossigenati lunghi legati in tante treccine. Lavora in Australia. Al momento non c’era nessun asciugamano asciutto. Essendo esausto accettai di dormire lì, tenendo conto che avevo già visitato tre alberghi, di cui due diroccati e infestati da erbacce, dove nessuno sapeva nulla di nulla. Avevo acquistato, alla libreria Periplus di Ubud, l’unica guida esistente, precedente all’indipendenza del Paese, che s’intitola: East of  Bali e parla di tutte le Piccole Isole della Sonda, dedicando a Timor Est qualche pagina colma di inesattezze. Quegli alberghi erano consigliati e la studiosa portoghese si era degnata di informarmi che i pochi altri nominati in realtà erano stati chiusi o completamene ristrutturati e inavvicinabili per chi paga in contanti di tasca sua e non viene rimborsato da nessuna allegra fondazione.
Era già pomeriggio inoltrato, e in una capitale è meglio sistemarsi subito prima che arrivi il buio, popolato di miti lestofanti, nonostante le molte truppe Onu. Pensai di andare subito a salutare le suore canossiane. Il grasso molto fine fu molto gentile e mi procurò subito l’indirizzo delle suore (che però nella capitale hanno ben quattro sedi diverse). Indovinai quella dove si trovava l’unica italiana: suor Maria. Fui ricevuto molto gentilmente da una sorella timorese che parlava italiano (studiano tutte a Roma due anni). Mentre aspettavo in un salottino, una bambina vestita di rosa venne a baciarmi la mano. Nel salottino c’era una donna dall’aspetto assai malandato.
Ecco suor Maria, anziana, magra leggermente accartocciata. È di Brescia, parla con un simpatico forte accento. Mi accoglie con grande cordialità. Reco i saluti delle canossiane di Padova; mi dice subito che non si conoscono perché si tratta di una “diversa Provincia”. (La casa madre si trova in provincia di Verona. La fondatrice è Santa Maddalena, marchesa di Canossa). Chiedo se per caso hanno un collegio o una foresteria. Mi risponde che forse la superiora potrà aiutarmi, e in ogni caso subito generosamente mi invita ad andare a mangiare da loro. Devo aspettarla perché è impegnata in una riunione. Intanto la suora vuole offrirmi una bibita, mi fa accomodare in un altro attiguo salottino/parlatorio e sta per andare a ordinare, ma torna indietro e chiede alla donna in lingua tètun che cosa vuole. Si gira verso di me e dice: -tutti chiedono aiuto, non hanno da mangiare, ma noi non abbiamo niente, al massimo possiamo dare un po’ di riso.-  Estraggo una banconota e la porgo di nascosto alla suora. Gliela dia lei. Consegna la banconota e dice che l’ho data io. Poi sparisce.
Mi siedo nel modesto salottino dove tutto è semplice, ordinato, ornato di centrini di pizzo immacolato (li fanno loro). Dopo un minuto si presenta un uomo scapigliato male in arnese e mi bacia la mano, poi la bambina rosa; mi schermisco e le faccio una carezza, poi la madre quasi piangente. Un enorme imbarazzo. Torna suor Maria, arriva un’altra sorella, scalza, molto giovane con un vassoio di lattine, acqua e una torta che fanno loro. Assaggio una fettina e bevo acqua.  Intanto arriva la superiora: madre Guglielmina (ma andrebbe scritto all’olandese) una donna solida, forse nemmeno cinquantenne, che trasmette un’idea di grande autorevolezza. Parla un discreto italiano. Parla poco. Dice che può ospitarmi, ma non lì, bensì nel collegio femminile a Balìde (altro quartiere di Dili) vicino alle colline. Chiedo se c’è l’acqua calda. Non c’è, ma a richiesta possono fornirne delle secchie. Chiedo quanto costa la stanza e mi risponde che me lo dirà l’indomani.
Capisco che non devo trattenermi, saluto e me ne vado dopo aver fermato un tassì che stavolta mi chiede pochissimo. Al Sebastiao guardo un po’ una miserevole tv, dormo discretamente. Non oso lavarmi con quell’acqua fangosa. Il giorno dopo mi alzo tardi, non riesco a trovare un buco per bere un caffè. Trascino i bagagli (a rotelle) fino a una strada principale di questa capitale che sembra un paese. Prendo un tassì. L’appuntamento è per mezzogiorno e certo non oso arrivare in anticipo. Il tassista sembra intimidito dall’indirizzo, è un ragazzone scuro, con tanti capelli; sul cruscotto c’è un incavo dove tiene i dollari appallottolati uno a uno. Non ho mai visto dollari così malmessi, quasi neri da verdi che erano. Arriviamo al cancello, entriamo: c’è una stradina in leggera salita. Scarichiamo i bagagli. Nel grande cortile ci sono molte ragazze che fanno pulizia. Una suorina mi riceve, dice che le superiora è in ritardo, mi fa accomodare in una stanza all’ingresso. Intanto arriva un bellissimo bambinetto scuro dai capelli biondi. Mi bacia la mano e mi abbraccia molto forte, mi tiene abbracciato prigioniero anche quando mi metto seduto. Penso che l’avranno ossigenato per fargli fare l’angioletto.
Arriva la superiora, mi fa vedere la stanza che si trova a pianoterra di un’ala dell’edificio centrale. La stanza è in perfetto ordine, il lettino alquanto ristretto risulterà scomodo, aria condizionata, frigorifero pieno di bottiglie d’acqua, distributore di acqua fredda e bollente, ciabatta con varie prese, scritte di benvenuto, scrivania, corredo di tazze per il the (timorese). Il bagno ha un armadietto colmo di saponette varie, shampoo ecc. Ce ne sono col prezzo in rupie: centomila, cioè circa 11 dollari, c’è anche l’anitra per il water (che essendo indonesiana reca la scritta bebèk, anitra appunto). E poi ventosa, scopino, non manca nulla, un corredo completo. Noto sulla destra un grande mastello di plastica azzurra colmo d’acqua purissima. Penso che sia il solito sistema del sud che non sa dell’esistenza dello sciacquone, (ma qui c’è un normale water). Noto varie bacinelle, di varia capacità, segnale inquietante… Quando apro il rubinetto del lavabo (se posso mi lavo le mani circa ogni mezzora) cominciano i dolori, perché mi resta in mano e scopro che sotto non c’è nessuna canna. Torno dalla madre, mi dice che non mi preoccupi, che avrò tutta l’acqua che voglio e infatti arrivano subito due ragazze con grandi secchie. Durante la colazione la suora mi spiega che tutto l’impianto è fuori uso, che ci vogliono 500.000 dollari per ristrutturare e loro non li hanno. Quindi tutto il collegio da anni è rifornito d’acqua, devo dire molto pulita e cristallina, a secchie e taniche.
Tralascio altri particolari sulle mie fredde abluzioni timoresi.

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