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“LA TOGA NERA” DI GINO DI TIZIO: ROMANZO STORICO?


Venerdì 3 ottobre alle ore 17 e 30 presso la Sala Convegni della Provincia di Chieti in Corso Marrucino presentazione del libro: “La toga nera” di Gino Di Tizio (Edizioni Noubs). Partecipano: Vito Moretti, già Docente Università “G. D’Annunzio” di Chieti, Silvano Barone, Direttore TG 3 Abruzzo, Giovanni Legnini, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, Stefano Trinchese, Preside Facoltà di Lettere dell’Università “G. D’Annunzio”.

IL LIBRO

Un romanzo ambientato in una città di provincia abruzzese illumina i retroscena di un mondo che tende a occultare fatti e misfatti. La storia di un giovane magistrato che viene trasferito per lavoro nella sua terra d’origine innesca il racconto di vicende impensabili dalle quali traspaiono, dietro la calma apparente, efferati e inimmaginabili crudeltà, i mali oscuri del nostro presente e le contraddizioni del mondo della giustizia.

L’AUTORE

Gino Di Tizio, nato a Chieti il 30 settembre del 1940, ha cominciato giovanissimo a scrivere sui giornali, sulle orme del padre Rocco, giornalista sportivo. La prima sua collaborazione risale al 1957, con il quotidiano L’Appennino. E’ stato redattore de “Il Tempo”, per un breve periodo de “Il Messaggero” e de “Il Mezzogiorno”, ha collaborato anche con “Il Roma” e “Il Giorno”. E’ stato per oltre trent’anni corrispondente de “Il Corriere dello Sport!, per il quale è stato anche inviato.NDal 1965 al 1998 ha diretto il settimanale “Gazzetta di Chieti”, nel 1998 ha fondato il quotidiano La Cronaca Locale, diventato poi Cronaca d’Abruzzo. Nel mondo della emittenza radiotelevisiva è stato direttore di Radio Elle, poi di Telemaiella, Tvl, diventata poi Rete Otto. Ha collaborato con Telemax, Teleabruzzo e Antenna 10. Autore di una monografia su Luigi Capozucco, per raccontare i suoi cento giorni da sindaco di Chieti, dal titolo “Serit Arbores”. Ha scritto anche una storia del basket femminile teatino, per raccontare le vicende del Cus Chieti di cui è stato uno dei fondatori. E’ stato allenatore della squadra del Cus fin dalla sua nascita. Ha guidato la squadra per tre anni nella massima serie, partecipando alle coppe internazionali.

 

Gino Di Tizio

Gino Di Tizio

 

 

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BUKOWSKI IN ITALIA. L’OPERA DI CHARLES KREVIGOVSKJ


A vent’anni dalla morte dello scrittore americano, le Edizioni Noubs pubblicano una raccolta di racconti, “L’enorme uccello rosso”, caso letterario nell’Urdikistan, dove ha venduto circa un milione di copie, dello scrittore Charles Krevigovskj.  Con un’antiprefazione di Remo Remotti. 102 pagine, euro 10,00.

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IL GADDA SPREGIATOR DE LE DONNE di LUCILLA SERGIACOMO SUL DOMENICALE DEL SOLE 24 ORE


LA PAGINA DEL DOMENICALE DEL SOLE 24 ORE DEDICATA A “GADDA SPREGIATOR DE LE DONNE” DI LUCILLA SERGIACOMO (EDIZIONI NOUBS), pp. 160, euro 15.

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Nella monumentale opera di Carlo Emilio Gadda, lo scrittore del Novecento più violentemente ostile alla donna, si individua un complesso percorso di rappresentazione della femminilità affollato di personaggi stereotipati: la “signorina” perbene, asessuata, la moglie, la madre, l’angelo, fronteggiano la schiera di popolane, serve, tentatrici demoniache, streghe e “gallinazze”, tutte dotate di un’evidente carica erotica. Per raffigurare tali modelli Gadda saccheggia e deride l’intero repertorio delle figure femminili della tradizione letteraria, da Boccaccio al Verismo, dallo Stilnovo alla novella sentimentale ottocentesca e al dannunzianesimo.

Viscerale, irriducibile misogino, Gadda mima e disprezza i miti letterari dell’universo femminile, primo fra tutti quello della sacralità materna e della fertilità, ritenendoli funzionali all’avidità materiale e all’aridità etica della società borghese alla quale il Gran Lombardo appartiene.

Sono infatti le protagoniste dei suoi capolavori La cognizione del dolore e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Liliana Balducci e la “Signora”, entrambe madri mancate ed entrambe assassinate, destinate a pagare il prezzo più alto per aver fallito il loro ruolo di madri.

Proprio Gadda, che mai parla né prevede un riscatto della donna dal suo ruolo subalterno, riesce così a tradurre la sua misoginia in critica dell’ideologia dominante, mettendo in evidenza le durissime conseguenze delle trasgressioni delle donne ai loro ruoli tradizionali e trasformando in grottesco e feroce racconto “i percorsi intimi del dissenso femminile”.

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SUL MESSAGGERO LA MATITA di DANIELE CAVICCHIA


Sulla pagina culturale del quotidiano nazionale “Il Messaggero” recensione sulla raccolta di racconti “La matita” di Daniele Cavicchia (Edizioni Noubs), opera pregevole di uno scrittore dallo stile inconfondibile, personale, che in nome di chissà quale legge dell’aasurdo o di quale cappio metafisico dialoga con se stesso e con la propria improbabile matita.

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LUCI DI VIAGGIO: VERTIGINE di SILVIA CASTELLANI


L’appuntamento da tutti voi atteso con la nuova rubrica di poesia a 360° curata dalla scrittrice bolognese Silvia CASTELLANI, autrice di “Il mistero dei due elefanti” (Edizioni Noubs, e book).

Vertigine, dal latino vertigo, vortice, rotazione, turbine, capogiro.

VERTIGINE

 

E’ stata una vertigine

stringerti forte sul cuore

vedere

gli occhi chiusi le mani strette a pugno

 

Ti hanno preso subito

dovevi fare dei controlli

il tuo respiro non stava al posto

 

Com’è possibile?

Ho chiesto di te

mentre le ore passavano

le persone andavano e venivano

c’erano emergenze

non eri tu.

 

Dov’eri?

Pensavo, mi chiedevo

tuo padre era sparito

E tutta la fatica

dov’era sparita anch’essa?

 

Sono arrivata in camera

e tu ancora non c’eri

le altre madri avevano culle accanto

io no

Io avevo partorito male

forse

non avevo fatto bene

il mio dovere primario

 

Sono volati insulti silenziosi

guardavo la finestra

era buio

tuo padre

stanchi come mai lo eravamo stati

ci siamo seduti

non ricordo se ho pianto

solo che ho pregato

questo sì.

 

E poi sei comparso

come un miracolo

ti sei presentato

con la tua luce forte e un pianto ancora più forte

mi sei tornato in braccio

Te l’avevo promesso

mentre nascevi

che di me

figlio

potevi fidarti.

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GADDA SPREGIATOR DE LE DONNE DI LUCILLA SERGIACOMO


LUCILLA SERGIACOMO – GADDA SPREGIATOR DE LE DONNE – SUBLIMAZIONE MISOGINIA FEMMINICIDIO – EDIZIONI NOUBS, pp. 160, euro 15,00, 2014.

Nella monumentale opera di Carlo Emilio Gadda, lo scrittore del Novecento più violentemente ostile alla donna, si individua un complesso percorso di rappresentazione della femminilità affollato di personaggi stereotipati: la “signorina” perbene, asessuata, la moglie, la madre, l’angelo, fronteggiano la schiera di popolane, serve, tentatrici demoniache, streghe e “gallinazze”, tutte dotate di un’evidente carica erotica. Per raffigurare tali modelli Gadda saccheggia e deride l’intero repertorio delle figure femminili della tradizione letteraria, da Boccaccio al Verismo, dallo Stilnovo alla novella sentimentale ottocentesca e al dannunzianesimo.

Viscerale, irriducibile misogino, Gadda mima e disprezza i miti letterari dell’universo femminile, primo fra tutti quello della sacralità materna e della fertilità, ritenendoli funzionali all’avidità materiale e all’aridità etica della società borghese alla quale il Gran Lombardo appartiene.

Sono infatti le protagoniste dei suoi capolavori La cognizione del dolore e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Liliana Balducci e la “Signora”, entrambe madri mancate ed entrambe assassinate, destinate a pagare il prezzo più alto per aver fallito il loro ruolo di madri.

Proprio Gadda, che mai parla né prevede un riscatto della donna dal suo ruolo subalterno, riesce così a tradurre la sua misoginia in critica dell’ideologia dominante, mettendo in evidenza le durissime conseguenze delle trasgressioni delle donne ai loro ruoli tradizionali e trasformando in grottesco e feroce racconto “i percorsi intimi del dissenso femminile”.

 

Lucilla Sergiacomoè autrice della storia della letteratura italiana I volti della letteratura (Paravia 2005-2007) e di numerosi saggi e interventi critici sulla satira italiana e su autori contemporanei e delle origini, ha pubblicato studi su Carlo Emilio Gadda, volumi critici su Ennio Flaiano, Italo Svevo. Ha dedicato molti contributi di studio alla didattica della lingua italiana e alla narrativa abruzzese.Copertina Gadda 2 web

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LA PAZIENTE DEL SABATO di ROBERTA VILLINI


Venerdì 9 maggio 2014, alle ore 18, presso la sala consiliare della Provincia di Chieti, le Edizioni Noubs presentano il romanzo “LA PAZIENTE DEL SABATO” di Roberta Villini.

 

I relatori della presentazione sono BARBARA DI PAOLO e JIMMY FASCINA.

Modera MASSIMO PAMIO.

 

IL ROMANZO:

Un romanzo sulla difficoltà di essere giovani e di crescere in un mondo di solitudine, di problemi che si risolvono solo in luoghi asettici, mediante il sacrificio rituale della propria intimità, mentre quel che conta è la condivisione dei sentimenti, la trasmissione delle emozioni: e infatti nella storia le vite crescono e si evolvono alla luce dell’intimità sofferta e controversa dei protagonisti. La personalità contraddittoria di Alessandra occupa tutta la storia e la percorre fino a investire di sé il nucleo della storia, e a mettere di fronte al fatto compiuto Martino, che, da uomo, appare la persona più debole nel rapporto a due, forse per un rispetto dell’altra che sembra nuocere a entrambi. La protagonista vive il destino della fuga e dell’abbandono più volte, sembra quasi essere travolta dal destino, e i fatti si intrecciano in modo sconvolgente, turbando ogni equilibrio. Il lettore accusa i colpi del fato, assorbe emotivamente la densità dell’altra, che gli comunica una specie di mania di persecuzione, di disperazione, di dolore esistenziale al quale è impossibile sottrarsi.

L’AUTRICE:

Roberta Villini è nata a Ortona il primo maggio del 1975. Appassionata di musica, durante la prima adolescenza intraprende gli studi di pianoforte classico e suona in vari complessini pop. Suoi idoli sono i Beatles, i Pink Floyd, i Genesis, Simon & Garfunkel e i cantautori italiani: Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Angelo Branduardi, Ivano Fossati e la PFM. In questo periodo inizia a scrivere canzoni e poesie, la scrittura di queste ultime continuerà sempre. Si laurea nel 2001 in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, con una tesi dal titolo Il nero: colore, simbolo, abito tra XIV e XVI secolo in Italia. A Viterbo muove i suoi primi passi come giornalista: nel 2002 è nella redazione di Fedeltà del Suono e Casa Hi Tech, sotto la guida di Gianfranco Maria Binari. La collaborazione prosegue fino al 2005. Negli anni scrive per varie testate, tra cui il quotidiano abruzzese Il Centro, La Piazza, periodico ortonese, Arcobaleno.net e Amnesiavivace, periodici on line, fino ad approdare nella redazione di Abruzzo Magazine, bimestrale a diffusione regionale. Tra il 2009 e il 2011 scrive il suo primo romanzo, La paziente del sabato. Sposata dal 2004 con il musicista Loris Ricci, vive attualmente con il marito e i due figli a Bucchianico, paese dell’entroterra chietino.

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2079 – ritorna la fantapolitica – un romanzo epistolare sul nostro prossimo futuro


Mercoledì 30 aprile a partire dalle 17 e 30 nel Palazzo De’ Mayo in Corso Marrucino 121 a Chieti sarà presentato presso l’Auditorium Fondazione Carichieti il romanzo “2079” di Antonio Luciani e Maria Teresa Antonarelli (Edizioni Noubs). Relatore Francesco Di Vincenzo, attori Maria Cristina Stumpo e Mirko Amicone, moderatore Massimo Pamio. L’iniziativa è promossa dalle Associazioni Culturali “Sacro e profano” e “Maramé”.

IL LIBRO

Javier, scrittore spagnolo giramondo, Franca, donna di alti ideali e valori morali, Umberto, politico arrogante e potente sono i protagonisti di questo romanzo di fantapolitica che ci accompagna in un viaggio nel tempo, nel 2079, a scoprire uno scenario drammatico e desolante. Il futuro sembra aver realizzato le premesse peggiori del nostro presente ma la forza scaturita da una storia d’amore e d’amicizia riuscirà a modifcare le sorti della società, a resuscitare il meglio delle qualità umane per troppo tempo sepolte. Una favola moderna che ci riconcilia con la nostra storia politico-culturale e ci indica la strada per uscire fuori dalla palude: tutto sarà possibile se sapremo cambiare noi stessi.

GLI AUTORI

Antonio Luciani nasce a Chieti nel febbraio del 1969. Felicemente sposato, con due figli, svolge la professione di avvocato ed è molto attivo nel campo dell’associazionismo sportivo a Francavilla al Mare, a cui è legato da generazioni. Nel 2011 decide di occuparsi in prima persona della cosa pubblica e viene eletto Sindaco della città. Entra così in un mondo nuovo e sconosciuto, del quale non accetta le distorsioni e che non lo soddisfa appieno. Una chiacchierata casuale con l’amica e concittadina Maria Teresa gli fa venire l’idea di dedicarsi, finalmente, nei ritagli di tempo, ad una sua vecchia passione, la scrittura: insieme decidono di scrivere un racconto.
Maria Teresa Antonarelli, nata a Termoli nel 1962, abruzzese d’adozione, vive a Francavilla al Mare con marito e due figli. Avvocato, lettrice appassionata e scrittrice per caso grazie alla casuale chiacchierata col Sindaco, svolge la professione di liquidatrice sinistri. Quando non lavora e non legge, probabilmente si sta occupando delle sue altre passioni: la cucina e il cinema.

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2079 ROMANZO DI FANTAPOLITICA – ANTEPRIMA NAZIONALE AL PALAZZO SIRENA DI FRANCAVILLA AL MARE SABATO 15 MARZO


QUAL E’ IL FUTURO CHE CI ATTENDE?

Sabato 15 marzo  2014 alle ore 18 presso la sala Ovale del Palazzo Sirena  di Francavilla al Mare

sarà presentata in anteprima nazionale

“2079”, opera di Antonio Luciani e Maria Teresa Antonarelli (Edizioni Noubs), il primo romanzo di fantapolitica italiano che affronta con coraggio gli anni della “Sesta Repubblica”. Presenta la giornalista Mila Cantagallo.Interviene il direttore editoriale Massimo Pamio.L’organizzazione dell’evento, le letture e la musica sono a cura dell’associazione culturale Maramè.A seguire, brindisi augurale.

 

IL LIBRO

Javier, scrittore spagnolo giramondo, Franca, donna di alti ideali e valori morali, Umberto, politico arrogante e potente sono i protagonisti di questo romanzo di fantapolitica che ci accompagna in un viaggio nel tempo, nel 2079, a scoprire uno scenario drammatico e desolante. Il futuro sembra aver realizzato le premesse peggiori del nostro presente ma la forza scaturita da una storia d’amore e d’amicizia riuscirà a modifcare le sorti  della società, a resuscitare il meglio delle qualità umane per troppo tempo sepolte.  Una favola moderna che ci riconcilia con la nostra storia politico-culturale e ci indica la strada per uscire fuori dalla palude: tutto sarà possibile se sapremo cambiare noi stessi.

GLI AUTORI

Antonio Luciani nasce a Chieti nel febbraio del 1969. Felicemente sposato, con due figli, svolge la professione di avvocato ed è molto attivo nel campo dell’associazionismo sportivo a Francavilla al Mare, a cui è legato da generazioni. Nel 2011 decide di occuparsi in prima persona della cosa pubblica e viene eletto Sindaco della città. Entra così in un mondo nuovo e sconosciuto, del quale non accetta le distorsioni e che non lo soddisfa appieno. Una chiacchierata casuale con l’amica e concittadina Maria Teresa gli fa venire l’idea di dedicarsi, finalmente, nei ritagli di tempo, ad una sua vecchia passione, la scrittura: insieme decidono di scrivere un racconto.


Maria Teresa Antonarelli, nata a Termoli nel 1962, abruzzese d’adozione, vive a Francavilla al Mare con marito e due figli. Avvocato, lettrice appassionata e scrittrice per caso grazie alla casuale chiacchierata col Sindaco, svolge la professione di liquidatrice sinistri. Quando non lavora e non legge, probabilmente si sta occupando delle sue altre passioni: la cucina e il cinema.

 

 

 

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ANTONIO LUCIANI

ANTONIO LUCIANI

MARIA TERESA ANTONARELLI

MARIA TERESA ANTONARELLI

 

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Poesie di Grazia Di Lisio per l’8 marzo


Tratte da “Un asciugar di tempo” (Edizioni Noubs, 2014)

 

(labilità)

sempre un andare come sonnambuli

tra dubbiose ombre e fantasmi che

tornano a parlare. E se riscrivesse

un dio le pagine del tempo?

Timida torna l’alfa dei millenni

a respirare… ma è sempre un perdere

la vita.

        Echi assonanze nuove e rimandi –

        arsenali di oggetti alla deriva

        in un immobile addio

 

 

 

(estraneità)

essere è oltraggio.

Una corsa da fermi – controcanto

di inganni. Costretti a fissare

         coi lembi cuciti degli occhi.

La sfida è accoccolarsi all’istante

 

 

   

non è il canto del falco pellegrino

o il dialogo d’azzurro la meta

del viaggio peregrino

ma il brivido sull’orlo d’infinito.

                 Un asciugar di tempo.

Un balzo imprevedibile di tempo

nella terra dal vento squassata

occidentale. Non voce umana

 ma buio memoriale si propaga

    nel labirinto ove un sole nero

                splende

 

 

Grazia Di Lisio è nata a Cabras (OR) e vive e lavora tra Teramo e Pescara. Tra le pubblicazioni, le raccolte poetiche Voci e silenzi (Sigraf 2003), Le accese solitudini (Tracce 2005), Annoda fili acquei con traduzioni in francese (Gedit 2008 – primo Premio Internazionale Ida Baruzzi Bertozzi 2011), Compresenze con traduzioni in sardo (Tracce 2009 – finalista Premio Astrolabio 2009 e Premio Città di Sassari 2011), Sa terra sonadora, saggio-traduzione di canti inediti sardi (Noubs 2011 – secondo Premio saggistica in lingua campidanese 2012), testi per il Teatro Scuola, recensioni e articoli. Elabora progetti in sinergia di linguaggi.

 DI LISIO COVER

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SERATA SINESTETICA AL MEDIAMUSEUM MARTEDI 11 MARZO ALLE 17 E 30


 Martedi 11 marzo 2014, ore 17.30, al Mediamuseum di Pescara   
a cura dell’Associazione Culturale “Lo spazio di Sophia” e delle Edizioni Noubs      
serata sinestetica 

               Il Tutto in un frammento a cura di Grazia Di Lisio

 

Immagini – Ivano Pardi, Vassily Kandinsky

Musiche  John Cage, Keith Jarrett, Erik Satie

Interpretazione – Grazia Di Lisio, Un asciugar di tempo (Noubs 2014)

Pinuccio Sciola, Oltre la pietra, video di Franco Fais

Registrazione – Martina Corongiu

Montaggio Video – Fabrizio Ranalli.

Partecipano:

Anna Colaiacovo,  Giovanni D’Alessandro, Silva Fallavollita,  Massimo Pamio

DI LISIO COVER

 

     Frammenti, tecnica mista su tavola 100 x120 – 2008

 

 

 

Ivano Pardi, erede spirituale del padre Romeo – pittore molto noto a Castelli – , è un artista poliedrico, impegnato sia nel recupero di frammenti di storia della tradizione classica (sulla scia dei più noti vasai del suo borgo), sia nell’affinamento di nuove tecniche pittoriche. Dopo la maturità artistica e la laurea all’Accademia delle Belle Arti di L’Aquila, insegna presso la Scuola di Ceramica di Castelli, ma all’impegno didattico preferisce l’attività artistica coltivata nel silenzio dell’antica bottega cinquecentesca, opus di Orazio Pompei e banco di prova per i suoi molteplici interessi: jazz, poesia, fotografia. Dal vasellame e l’eleganza delle maioliche all’implosione delle tele materiche, Ivano Pardi è tra i più audaci interpreti del fluire magmatico dell’esistenza, esempio significativo i “Frammenti” esposti nel 2009 al “MuMi” di Francavilla e nel 2010 al Caffè Letterario “P. Barberini” di Pescara, una sorta di diario dipinto che valorizza un segno colto d’ispirazione trecentesca e un’osservazione profonda del reale. Socio del Museo della Permanente di Milano, è vincitore ex aequo del “Premio Ambiente”, Roma 2010. Sue opere sono presso collezioni private, in Musei in Italia e all’estero.    

 

Immagini: Cavallino bianco – Il mio borgo – Recuperi – Ultimo fuoco – Frammenti – Recuperi –

 

   Frammenti – Frammenti – Cosmogonia – Metamorfosi – Cosmogonia.

 

 

 

 

 

                                                         Dialogo in Frammenti

 

Con “Frammenti si disvela la favola pittorica di un artista solitario che sogna cavallini a dondolo dell’età perduta e gioca con i recuperi memoriali del borgo natio. Il canto nuovo di Ivano Pardi, un figurativo di mutevolezza espressiva, di sacralità per Castelli. Un canto che si culla di recuperi di un borgo dove i Pompei e i Pardi hanno fatto la storia. “Un paese è non essere soli” – pur tra puntelli delle viuzze silenti: quel borgo dai lembi slabbrati, quel ventaglio di casette addossate, Pardi incornicia con dignità e fierezza, lasciando trapelare un filo d’emozione nella terrosità dei colori. Sui “Frammenti” di tele e tavole, affiorano grumi materici, graffi di colore, lembi di case sghembe da una tavolozza che germoglia sorrisi e riluce di ingubbiate e graffite, di vecchi ritratti e decori di Orsini-Colonna. Pennellate fluttuanti di archetipi, in flash back, su incisioni e graffiti di giraffe e figurine rupestri, incisioni di piccoli soli soffocati nella corteccia materica che esplode da piccole bolle-cratere: dilemmatico gioco di luci e ombre, di frammenti umani dilacerati con cui Pardi ricompone la complessità dell’io. E sorride all’arte dei padri nel canto di superfici materiche, in volumetrie di pensieri, di forme e colori, nei guizzi graffiati d’argento, nel verde dei sogni. Materia che si fa colore, frammento di vita, il muthos legei delle favole antiche. Una favola che insegna a cullare il tempo, a unire la magia del passato al presente, a rivivere il mito di prorompente vitalismo.

 

                                                                                                                       g.d.l.                                                                                                

 

 

 

PINUCCIO SCIOLA

 

 

 

Nato a S. Sperate (CA) nel 1942. Compie gli studi artistici a Cagliari, Firenze e all’Accademia Internazionale di Salisburgo. Conosce Kohoschka, Minguzzi, Kirchner, Vedova, Moore. Viaggia  e conosce tutte le città più importanti d’Europa. Dal 1967 al ’68 frequenta in Spagna l’Università della Moncloa. Visita tutti i centri dell’arte romanica e studia le opere della grotta rupestre D’Altamira. Nel maggio del ’68 è a Parigi. A S. Sperate inizia con il muralismo. Nel ’73 lavora con Siqueiros a Città del Messico. Dal ’68 all’86 insegna modellato presso il Liceo Artistico di Cagliari. Lavora alle pietre di grandi dimensioni. Partecipa ad una mostra itinerante in sette città tedesche. Dal ’90 al ’96 insegna scultura presso l’Accademia delle Belle Arti di Sassari. Contemporaneamente viaggia ancora in Africa, Perù, Cile, Isola di Pasqua. Fa parte dell’Associazione Internazionale Arte e Natura e partecipa a molte attività internazionali di Scultura a San Sperate, dove vive e lavora.

 

Video “Oltre la pietra” di Franco Fais

 

                                                          I segreti della materia

 

  

 

Lapides in corpore terrae / ossa reor dici corpo…, sono le pietre le ossa della terra, la grande Madre da cui si rigenera il mondo. Del pensiero ovidiano si fa erede Pinuccio Sciola, cantore delle pietra e fratello dei primordia che scandaglia l’aggregarsi e il disgregarsi materico, il suo metamorfico fluire, perché nella materia è la segreta armonia del tempo, prima dei grandi sconvolgimenti naturali, prima del giudizio universale e delle “Opere e i Giorni” esiodei. Un tempo senza tempo nel caos del Cosmo primordiale. Sciola sa ascoltare il respiro della pietra e risvegliarne il canto. Un canto di tempo e materia, sospeso tra terra e cielo, un canto d’acqua rappreso nella roccia grumosa come la vita. – “Io sono nato cinquemila anni fa” – dalla memoria del tempo, dice lo scultore dell’anima, l’uomo che con stupore infantile disvela l’essenza di pietra e di terra, accordando sinestesie di natura. La pietra in cui l’artista si identifica è il soffio vitale che si solleva oltre la morte, per risvegliare dal grembo della Terra il suo singulto. Con cuore di farfalla, Sciola scivola sulla densità del basalto e la leggerezza del calcare e intona alla pietra un ditirambo d’amore, perdendosi nel mistero pre-nuragico della sua terra, nella profondità dei pozzi sacri in cerca di luce, nei luoghi aborigeni dove la pietra è sacra. Sfiorando e pizzicando, orchestra le emozioni timbriche della vita come una spola che corre veloce sulla tela del tempo per tessere l’invida aetas di attimi vibranti e fuggevoli. Un artista che scavalca tempo e materia e si fa voce del Cosmo nel cosmo, spodestando le categorie terrene fino ad esprimere nella mutevolezza plastica delle sue opere il fascino misterioso del divino, un Dio nell’IO. Pinuccio scruta il simbolismo e interiorizza il suono facendo percepire agli umani un brivido di energia ancestrale. Acqua, aria,  fuoco, cristallizzati nell’anima della pietra, riprendono vita al suo ciak sonoro, dopo secoli e secoli di silenzi. Un’arte che incontra le arti, in sintonia con la musica infinita di John Cage, con le forme armoniose di Renzo Piano e la turbolenza espressiva della poetica di Rimbaud in cerca di “terra… e di aria”.                                                                                                                                                                                                     

 

                                                                                                                             g.d.l.                                                                                                

 

 

 

Un asciugar di tempo

 

        (Noubs 2014)                                                                

 

                                                                                                            l’andare – rauco peregrinare –  

 

                                                                                                                        avrà colore d’eriche e viole

 

                                                                                                                                                                  

 

                                                                                               

 

Giovanni D’Alessandro

 

Domina nella poesia di Grazia Di Lisio una silenziosa evocazione ctonia della natura e delle sue forze invisibili, produttrici di vitale bellezza. Ad essa gli umani – sperduti nel loro “rauco peregrinare”, nel loro “errabondo andare” – sono richiamati con severo monito dalla poetessa per riconoscersene parte, per ritrovare se stessi, pur nella coscienza della finitudine del tempo, che presenta ad ognuno il suo pedaggio, rendendo abusivo ogni andare, vietando ogni ulteriore procedere, trasformando in “oltraggio” lo stesso “essere”. Grazia leva l’indice verso un punto altissimo: solo all’uomo è dato cogliere il “dialogo con l’azzurro” del falco pellegrino lassù, mentre vola e sotto di sé osserva, con sguardo acutissimo, una terra dal “colore d’eriche e viole”. A thing of beauty is a joy for ever, la bellezza è gioia perenne, insegnano i poeti come Keats. Così fa l’autrice indicando quanto perentoria sia la fascinazione della bellezza. Quanto “prenda gli occhi”. Quanto “ordini di seguirla”. Quanto “asciughi il tempo”.

 

 

 

 

 

 

 

Grazia Di Lisio è nata a Cabras, paesino della Sardegna occidentale; vive e lavora tra Teramo e Pescara; è iscritta a molte Associazioni di Pescara (Archeoclub, As.sca, Flaiano, Italia Nostra, Spazio di Sophia) di cui condivide finalità e interessi. “Il tutto in un frammento”, progetto sgorgato dall’amicizia e stima per Anna Colaiacovo, sua compagna di Liceo, mira ad approfondire le armonie dissonanti e i condizionamenti che assillano l’uomo contemporaneo, attraverso un excursus dialettico con parole e immagini. L’interesse per i linguaggi espressivi è esigenza ineludibile per Grazia Di Lisio, linfa per l’attività di docente. Ma il tentativo di esprimere la bellezza dell’attimo in un “istante di luce” è affidato alla brevitas e alla semplicità della poesia Haiku. I ‘frammenti’ Haiku fanno parte della sua ultima silloge “Un asciugar di tempo” (Noubs 2014).  

 

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I PAPI DELLA GRANDE RINUNCIA – DA CLEMENTE I A BENEDETTO XVI – DI ANTONIO D’URBANO


Oltre settecento anni dividono la rinuncia al Papato di Celestino V da quella di Benedetto XVI, ma tra questi due straordinari personaggi della Storia – della Chiesa e non solo – tante sono le affinità, le convergenze.  Non solo perché entrambi, unici nella bimillenaria vicenda del cattolicesimo, hanno abbandonato quello che era ed è considerato tuttora uno degli incarichi più prestigiosi della Terra. Nel libro l’Autore ha cercato di “leggere” le fasi del percorso di vita di Pietro da Morrone e Joseph Ratzinger alla luce dell’evento culminante della loro storia, e dunque ripercorrendo a ritroso  quanto di essi sappiamo, senza voler redigere una biografia completa dei due Personaggi. Ne emerge una visione del ruolo petrino che, se pure ha avuto in Celestino e Benedetto un esito singolarissimo, attraversa, in maniera più o meno evidente in relazione al mutare dei secoli, tutta la Storia della Chiesa cattolica e trova echi suggestivi anche nel pontificato di Francesco.

 

 

Antonio D’Urbanodocente, poi dirigente scolastico, si è dedicato a studi di metodologia disciplinare ed organizzativa, di psicopedagogia nel settore specifico delle dinamiche relazionali, di organizzazione scolastica e di docimologia, pubblicando  i suoi scritti  con l’editrice La Scuola di Brescia, Giunti& Lisciani di Firenze-Teramo ed altre. Ha curato il Diario del Servo di Dio Dino Zambra, ha pubblicato numerosi studi di ricerca di storia locale.

d'urbano

 

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ITALIANI A CHICAGO – DOMINIC CANDELORO


La Chicago italiana nelle parole del maggiore esperto in materia, Dominic Candeloro

Umberto Mucci’s Interviews

and-they-came-to-chicago-the-italian-emigration-to-the-windy-cityThere is a major city in the United States where the history of Italian emigration, very interesting and full of content, is undoubtedly embodied by a personality, universally recognized and appreciated. That city is Chicago, and the person who has been studying for a long time the Italian emigration…
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C’è una città importante degli Stati Uniti in cui la storia dell’emigrazione italiana, molto interessante e piena di contenuti, è per tutti incarnata da una personalità su tutti, senza alcun dubbio. Quella città è Chicago, e il personaggio che da sempre ne studia i flussi migratori italiani e la successiva presenza, è Dominic Candeloro.


Lo incontriamo all’indomani della pubblicazione della sua ultima opera a descrizione di questi temi, e lo ringraziamo per la sua grande disponibilità e per il suo infaticabile impegno a rappresentare l’Italianità a Chicago.


Professor Candeloro, lei è di gran lunga la personalità più prestigiosa e importante quando si parla di emigrazione italiana a Chicago. Cosa può dirci su questo argomento?


Beh, vorrei iniziare con la fine. Oggi a Chicago circa il 7% della popolazione è italoamericano. Noi non siamo tra i primi cinque gruppi etnici a Chicago, oggi, e – rispetto alla costa orientale – non abbiamo avuto un numero significativo di personaggi politici eletti nelle istituzioni locali: non abbiamo mai avuto un Sindaco a Chicago o un Governatore o un Segretario di Stato in Illinois, e in effetti abbiamo avuto un solo Tesoriere di Stato italoamericano, Jerry Cosentino, nel 1980.


Ho scritto un libro intitolato “Chicago’s Italians. Immigrants, Ethnics, Americans”, che è stato pubblicato anche in italiano col titolo “Italianità a Chicago. Immigrati, etnici, americani”, nel quale spiego come i primi immigrati erano soprattutto piccoli imprenditori laboriosi che acquistarono immobili nel centro della città: queste proprietà col tempo aumentarono notevolmente il loro valore, e questo li rese ricchi. Erano fondamentalmente uomini d’affari provenienti da Genova, ma poi a Chicago iniziarono ad arrivare emigrati da una grande varietà di regioni italiane: ad esempio, dall’Altopiano Asiago tra il Veneto e il Trentino Alto Adige, da Ponte Buggianese in Toscana, da San Benedetto del Tronto nelle Marche (questi ultimi soprattutto a Chicago Heights) … ovviamente ci furono poi molti siciliani, soprattutto nell’ultimo flusso migratorio dopo la seconda guerra mondiale.


La reputazione degli italiani a Chicago è stata naturalmente influenzata da Al Capone, ma questo sta cambiando ed è sempre più lontana dai nostri giorni: in ogni caso, abbiamo provato e continuiamo a cercare di combattere questi stereotipi. Abbiamo prodotto un documentario intitolato “And they came to Chicago”, e poi un altro chiamato “5000 mila miglia da casa”, per spiegare la storia dell’emigrazione italiana in questa città e ciò che questi uomini e donne hanno dato a Chicago e a questo Paese. Un paio di anni fa abbiamo scritto un altro libro, intitolato ” Reconstructing Italians in Chicago”: a Casa Italia stiamo cercando di costruire un archivio di materiali a riguardo.


Inoltre, molto importante è stata la presenza dei padri Scalabriniani di Chicago, che hanno avuto un grande ruolo nel preservare non solo la religione, ma anche l'”italianità”.


Il momento di maggiore orgoglio per gli italiani di Chicago fu l’arrivo di Italo Balbo, il 15 Luglio del 1933. Per la prima volta gli italiani furono celebrati sulle prime pagine dei giornali di Chicago, che onoravano il genio italiano. Molti di loro si identificavano con Mussolini, sia a Chicago che altrove negli Stati Uniti: e questo, naturalmente, rese più difficile il momento in cui, con la guerra, l’Italia iniziò ad essere un nemico degli Stati Uniti. Soprattutto i giovani italiani a Chicago sentirono fortissima la pressione di abbandonare la loro italianità, inclusa la lingua: molti di loro, come accaduto in altre parti del paese, si arruolarono nell’esercito e andarono a combattere. Questa esperienza “americanizzò” definitivamente coloro che tornarono a casa: l’idea di mantenere la lingua italiana o l’ipotesi di tornare in Italia furono abbandonate.


Noi italoamericani divenimmo probabilmente molto omogenei a Chicago, dopo la guerra: poi però arrivò la nuova ondata di immigrati italiani, che riportò nuova italianità in città e, insieme con la rivoluzione delle tecnologie di comunicazione, rese possibile il fatto che l’italianità rimanesse viva.


Eppure, penso che ora il senso della comunità italoamericana sia a rischio. I miei nipoti non hanno nomi italiani, e se non lavoriamo davvero duramente, essi perderanno definitivamente il loro senso di identità italiana.


Ci sono posti di Chicago che sono o sono stati importanti per l’emigrazione italiana?


Non c’era un’unica Little Italy a Chicago: c’erano una dozzina di quartieri italiani, e ognuno di loro aveva una chiesa, di solito una chiesa scalabriniana che ai tempi erano gestite da italiani, ma ora sono gestite da preti messicani. C’è un monumento che fu inviato da Mussolini per il primo anniversario del volo di Italo Balbo, che si trova sul lungolago: si tratta di una colonna romana proveniente da Ostia Antica. Alcune persone lo hanno visitato, alcune persone volevano buttarlo giù, perché ricordano Balbo come un criminale fascista: ma alcuni di noi lo ricordano come un eroe, come se fosse un astronauta dell’epoca, che ha reso orgogliosi molti italiani, ed era forse il meno discutibile delle persone al potere durante il fascismo.
Nella parte ovest di Chicago, nel quartiere di Taylor Street, è possibile trovare resti della presenza italoaamericana: ma l’Hull House, per esempio, è ora un museo.


Parlando di oggi, all’inizio di dicembre ha aperto un luogo che sicuramente rappresenta l’eccellenza italiana e definisce l’Italia a Chicago: Eataly. E’ un grande successo, visitato da moltissima gente. Molti italoamericani sono diventati ceto medio aprendo i propri piccoli ristoranti, pizzerie, o altre attività legate al cibo: la nostra cucina è fortemente legata alla cultura italiana, e a Chicago questo è particolarmente vero. Ad esempio, le più grandi catene alimentari e panetterie di Chicago sono italiane.


Il suo ultimo libro si chiama Italian Women in Chicago: Madonna Mia! QUI debbo vivere?”. Si concentra sulle donne italiane emigrate e su come hanno vissuto il loro arrivo negli Stati Uniti. E’ molto interessante …


Sì, ho lavorato a questo libro insieme a Gloria Nardini – che sarà in Italia per presentare il libro nel marzo 2014 presso il Campus della Loyola University a Roma. Si tratta di un’antologia che si concentra sull’esperienza di alcune donne a Chicago: è sorprendente, ci furono moltissime donne che ebbero successo in quello che fecero! A Chicago oggi le donne sono ai vertici delle società, hanno raggiunto posizioni politiche importanti, anche più di quanto sia accaduto agli uomini italoamericani. Il libro racconta anche le donne italiane di Chicago che andarono a lavorare, specialmente nel commercio di vestiti e tessuti, e che furono coinvolte nella sindacalizzazione delle imprese americane.


Il libro spiega la dura esperienza a Chicago di queste donne provenienti dall’Italia. Pensiamo a noi stessi come a una donna proveniente da una piccola città italiana. Non importa quanto sia povera, l’Italia è ancora un paese molto bello, è il posto in cui sei nata, hai vissuto, è la tua casa: e poi immaginiamo di arrivare nella zona più difficile di Chicago, nel 1880 e 1890, con tutto il traffico congestionato, il sovraffollamento, la criminalità … gli italiani quotidianamente discriminati, che vivono in pessime condizioni. Fu uno shock tremendo per tutti loro: una nuova cultura, una nuova lingua, nuove e molto peggiori condizioni meteorologiche, una nuova società e, soprattutto, un impatto molto negativo sulla loro nuova vita. Così, l’espressione: “QUI debbo vivere?”


C’è una storia che simboleggia il messaggio del libro: si tratta di una donna che andò alla Hull House per un evento, e vide fiori freschi per le decorazioni: e lei rimase molto sorpresa, chiedendosi se fossero venuti direttamente dall’Italia. Non aveva mai avuto modo di rendersi conto, fino a quel momento, che c’erano fiori anche negli Stati Uniti.


Lei è anche coinvolto come responsabile della biblioteca di Casa Italia di Chicago, una delle principali istituzioni che preservano la cultura italiana nella sua città. Quali sono le attività di Casa Italia?


I padri Scalabriniani stavano facendo un ottimo lavoro a Chicago a metà degli anni 1930, con molte parrocchie, e decisero di aprire un seminario, dove avrebbero potuto formare per la carriera di sacerdoti ragazzi italoamericani di Chicago. Così il Seminario del Sacro Cuore fu fondato a Stone Park: sono 17 ettari, grande come un isolato cittadino, e oggi è composto dall’edificio originale più due o tre edifici e un ampio spazio aperto con un padiglione. E’ stato ed è ancora oggi una risorsa fantastica: nel 1970 gli Scalabriniani spostarono il seminario fuori città, ma tennero la proprietà, e dedicarono una parte ad un centro culturale italiano, che oggi è una parte di Casa Italia). Negli anni ’90 si trasferirono definitivamente fuori Chicago: a quel punto la comunità di imprenditori italoamericani, guidata da Renato Turano (che ora è un Senatore eletto nel Parlamento italiano) e altri, diedero vita a Casa Italia, con l’obiettivo di farne una sorta di Federazione delle Organizzazioni Italoamericane di queste zone, per centralizzarne le attività in un solo luogo, e riuscirono a raccogliere i fondi per firmare un contratto di locazione a lungo termine della proprietà. Il Comitato Civico degli Italoamericani vi si trasferì, e Fra Noi – un giornale italoamericano – fece lo stesso, come poi fecero un certo numero di altre organizzazioni.


Da circa un anno Casa Italia ha un nuovo Direttore Esecutivo, Vito D’Ambrosio, che ha pianificato molti tipi diversi di eventi e attività: conferenze pubbliche, feste, corsi di lingua italiana per studenti di ogni età, campi estivi per bambini dai 4 ai 13 anni.


Casa Italia ha un grande futuro, e abbiamo un progetto su cui sto lavorando insieme alla Loyola University, un collegamento tra le cose culturali di cui ci occupiamo e i contenuti accademici di loro competenza. Il presidente dell’università, Michael Garanzini, ha promesso di impegnare 500.000 dollari se la comunità riesce a raccoglierne altrettanti, per una dotazione che creerebbe una posizione permanente in studi italoamericani alla Loyola University. Oggi quindi il mio obiettivo è quello di collegare la biblioteca e l’archivio di Casa Italia con una cattedra di studi italoamericani a Loyola, e sto impegnaando molto del mio tempo a raccogliere fondi per questo progetto. In realtà, penso che questo è il tipo di progetto che dovrebbe essere fatto in tutto il paese, soprattutto in istituzioni e università cattoliche, per aiutare a mantenere l’eredità italiana per il futuro.


A proposito: solo pochi giorni fa, lei ha organizzato un convegno di grande successo alla Loyola University di Chicago in materia di immigrazione italiana e di religione. La domanda che faceva da sottotitolo alla conferenza è esattamente quella che giriamo a lei: che ruolo ha avuto la religione cattolica nella vita degli immigrati italiani?


Beh, l’emigrazione italiana ha fatto per lungo tempo a meno dei sacerdoti. C’era il serio rischio che gli italiani perdessero la loro religione, o diventassero protestanti: così padre Giovanni Battista Scalabrini fondò il suo ordine dei Missionari di San Carlo (anche detti Scalabriniani) alla fine del XIX secolo, ed essi ebbero un ruolo fondamentale a Chicago, gestendo decine di chiese. Poi fondarono la Holy Name Society, aiutando in vari modi i poveri ed i bambini: senza dimenticare la loro “italianità”, e quindi l’insegnamento della lingua italiana, ma anche mediante principi tipicamente americani come il fatto di poter contare sui volontari, di coinvolgere club e associazioni, oltre alle famiglie, nell’organizzazione e nella realizzazione delle attività. E così, in un’atmosfera italiana, gli immigrati italiani diventarono americani, almeno in parte.


Allo stesso tempo, il cattolicesimo stava prendendo il sopravvento a Chicago: quando arrivarono i primi italiani, la maggioranza degli abitanti di Chicago era protestante. Ma, poiché essere italiano significava essere cattolico, la massiccia emigrazione italiana causò il fatto che dagli anni ’30 la maggioranza degli abitanti era diventata cattolica. Così la religione e la Chiesa cattolica hanno funzionato in entrambi i sensi: hanno aiutato gli italiani a mantenere la loro religione cattolica e con essa la loro “italianità”, ma li ha anche aiutati a capire e poi a diventare un po’ più americani.


Inoltre, non era tanto la Chiesa, quanto la religione, ad essere rappresentata con le feste. Si potrebbe pensare che le feste – con le sfilate per le strade, la statua in processione e le persone che mettevano soldi su di essa, e poi i fuochi d’artificio e tutte quelle cose – fossero offensive per la maggioranza protestante, e fossero dunque una delle cose alle quali gli italiani avrebbero potuto rinunciare. Ma invece no, anzi, al contrario le feste divennero una delle cose preferite per gli immigrati italiani, che vi concentrarono molte loro attività e la loro identità: e anche se alcune di esse vengono più organizzate, ce ne sono ancora molte a Chicago e attraverso tutti gli Stati Uniti, grandi e piccole. Esistono per motivi religiosi, per motivi etnici, e anche per motivi commerciali: molte persone fanno un sacco di soldi grazie ad esse, ma è un fatto positivo.


Tuttavia, c’era anche molto conflitto intorno alle feste. Prima di tutto, in Italia molti anarchici e socialisti di estrema sinistra iniziarono a venire negli Stati Uniti, ed erano contro la religione cattolica. Poi, a volte c’era competizione per il potere ed il controllo tra la chiesa e i leader delle varie feste dei Santi patroni. Anche in questo campo, a Chicago l’emigrazione dopo la seconda guerra mondiale ha portato altre e nuove tradizioni e celebrazioni: così si continua ad organizzare cene di gala, feste, processioni: alcune di loro sono piccoline, altre sono davvero di grande successo.


Qual è oggi la più grande festa religiosa a Chicago?


Ci sono due grandi feste a Chicago, oggi. La prima è per la Santissima Maria Lauretana, patrona di Altavilla Milicia, in provincia di Palermo: è molto grande, ci fu un’enorme emigrazione dopo la guerra da lì, che si aggiunse a quella di prima della guerra. La festa attira migliaia di persone, nel periodo del Labor Day, a inizio settembre.


La seconda è nata dopo la guerra, all’inizio degli anni ’70: è la Festa di San Francesco di Paola (dalla Calabria), e viene celebrata nel campus di Casa Italia. Anche questa attrae molte migliaia di persone, anche visitatori provenienti da Calabria, e personaggi del mondo dello spettacolo anche piuttosto famosi… è un grosso evento. Oltre a questo, nel campus di Casa Italia in estate c’è ogni domenica una festa diversa. Ora, in questo periodo dell’anno, il campus di Casa Italia ospita invece un villaggio di Natale, che avrà molti eventi tra i quali una messa con un presepe vivente, canti natalizi, cornamuse, moltissimo divertimento per adulti e bambini.


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MIO PADRE DI ANTONIO D’ERCOLE


Un racconto di Antonio D’Ercole, che ci ha donato Vincenzo Apollonio, studioso e autore di “Un antico borgo in Abruzzo Citra” monografia su Carpineto Sinello.

 

MIO   PADRE

 

            Io odio il favonio. Odio quel vento di ponente, caldo e molesto, che da noi viene chiamato “garbino” come se fosse uno zeffiro garbato ma che, invece, soffia con violenza inaudita, piega le cime degli alberi fino a terra, fa volare le tegole dai tetti, rende vacillante il passo degli uomini sulle strade, fa nascondere gli uccelli nelle siepi più folte ed ulula, ulula maledettamente come un immenso branco di lupi affamati.

            Io odio il favonio che fa cigolare gli usci e le imposte, riempie l’aria di polvere arida, rende la pelle sudaticcia e maleodorante ed esaspera i nervi.

            Io odio il favonio perché mi ricorda il mio povero genitore sul letto di morte.

            Era un giorno di ottobre dominato dall’urlo del vento e mio padre, alto e robusto come una quercia, chiamò mia madre, la fissò con gli occhi sbarrati e cadde, esanime, al lato del letto.

            Il vento soffiava con violenza e le imposte battevano facendo cigolare i cardini con un canto striduo che si ripercuoteva nel cranio.

            Una ossessione.

            Trovai mio padre disteso su un lettino del salotto.

            Era, per noi della famiglia, il salotto, quella stanza con carta a fiori stinti sulle pareti, con due poltroncine ed un sofà di stile rococò con molle legate l’una all’altra di cui, alcune, più alte avevano reso consunto il rivestimento di tela e con fiocchetti di filo intrecciato a quattro capi pendenti intorno, con quadri ad olio di scuola Palizziana raffiguranti o una brigantessa dallo sguardo dolce e fiero col trombone appoggiato su di un sasso o rocce dalla forme strane che somigliavano a grossi cuscinetti per aghi o alberi sproporzionati o valli, fiumi e cieli irreali ed astratti, con un mobiletto pieno di ninnoli, fiori di carta, fotografie formato gabinetto ed un grosso gatto bigio di porcellana viennese che, con gli occhi chiari e lucidi, guardava fisso e sornione.

            In questo salotto venivano ricevuti gli ospiti di riguardo e ci si riuniva nelle piccole intime feste di famiglia in cui, tra un saporito pasticcino di mandorle ed un bicchierino di rosolio giallo, si trascorrevano delle ore liete, specie d’inverno.

            In questo salottino ora giaceva, disteso su un lettino di ferro, mio padre.

            Aveva il viso bianco ed i lineamenti composti e le sue mani, che sembravano di cera, erano appoggiate sul petto ed erano rigide e tenevano strette le pallottoline di una corona che finiva con una gran croce di legno nero.

            Indossava l’abito nero della festa, mio padre, e portava le scarpe nere  lucide. I suoi piedi, con le punte rivolte in alto, erano tenuti fermi da un fazzoletto bianco annodato ad un lato.

            Aveva, sul fianco destro, il bastone di ebano con fiori d’argento sul manico e, poggiato sulle gambe, il cappello nero di feltro.

            Fuori ululava il garbino che attraverso le fessure penetrava nella stanza facendo muovere le tende e cigolare le porte.

            Le prefiche di mestiere facevano finta i piangere ed ogni tanto lanciavano un lamento. Le prefiche sono come i corvi. Corrono ove c’è odore di morte per divorare quanto resta.

            Giungeva, dalla strada, il passo risonante di qualche viandante ed il latrato di un cane randagio. I cani odorano la morte.

            Mio padre era lì, disteso e silenzioso, con gli occhi chiusi ed un gran pallore sul volto.

            Era più bello del solito ed era elegante come mai lo era stato nella sua vita.

            Era stato per più di trenta anni, il farmacista del paese. Lo speziale anzi. Aveva studiato per tanti anni, conosceva le più belle poesie che ingemmano la nostra letteratura, le più complesse formule di chimica ed aveva condotto una vita grama, stando rinchiuso in un microscopico locale ingentilito da dieci scaffali bianchi con colonnine corinzie e fregi indorati, vendendo due soldi di sale inglese o confezionando pillole e preparando sciroppi e decozioni e cartine ed unguenti che venivano a costare sempre meno di una lira!

            Una vita veramente grama.

            L’incasso della giornata non sempre bastava, a mio padre, per mantenere il peso della famiglia, il pagamento delle tasse e quello dei medicinali. Non bastava ma, mio padre era un signore e, per essere veramente tale doveva conservare una dignità e, per conservare integra questa benedetta dignità, mentre tutti arricchivano egli guardava dignitosamente arricchire gli altri che poi, in fondo, erano molto meno preparati di lui.

            Sempre per non perdere la dignità trascorreva le lunghe ore di ozio professionale seduto su di una sedia impagliata e sempre allo stesso modo leggendo da capo a fondo il giornale e fumando placidamente la pipa di terra cotta con la cannula di legno.

            Indossava, mio padre, abiti modesti e lisi e portava il cappello, di preferenza nero, che ogni mattina spazzolava con cura per renderlo decente. Usava anche indossare il panciotto con sei o sette bottoni e con quattro piccole tasche. Le tasche avevano una grande importanza. Rappresentavano la cassaforte di famiglia. Nella tasca inferiore di destra, infatti, erano contenti i pezzi da un soldo di rame, in quella di sinistra i pezzi da due soldi; in quelle superiori le monete da una o due lire d’argento. Raramente vi era qualche moneta da cinque lire. Molto raramente. Mio padre era un bravo professionista ed era un vero galantuomo. In paese tutti, quando lo vedevano, gli dicevano “buon giorno” o “buona sera” togliendosi, con rispetto, il cappello.

            Fisicamente bello, alto e robusto, mio padre era padrone di una straordinaria tranquillità d’animo, di un senso di onestà veramente commovente, di una gentilezza di modi che lo rendevano distinto.

            Era buono, mio padre, e pur possedendo una forza fisica non indifferente, non ne faceva mai uso. La sua vera forza era quella morale ma, proprio quella forza morale lo teneva in continua lotta col bisogno.

            Per causa di quella forza morale che gli imponeva una via diritta e senza scorciatoie, mio padre, non reagiva alle meschinità del mondo, alle continue lotte che gli facevano col sorriso più dolce anche gli amici ed i parenti, alle sopraffazioni della gente senza scrupoli e senza intelligenza sempre pronta a far del male pur di raggiungere lo scopo.

            Per causa di questa forza morale i suoi occhi si inumidivano di pianto quando sul desco non vi era altro piatto che la minestra e, la sera, un uovo al tegamino o un mucchietto di pan cotto oppure un pezzo di formaggio pecorino seguito da una fetta di pane casereccio unto con poco olio e reso saporito da uno strato di peperone trito.

            Per causa di questa forza morale, i suoi occhi s’irraggiavano di gioia quando, sul desco, apparivano pezzi di carne d’agnello o di pecora, qualche bistecca di maiale o qualche salsiccia o, nelle ricorrenze, un pezzo di pollo o di dolce che la mamma sapeva preparare in modo veramente speciale.

            Credeva in Dio, mio padre, con convinzione e senza formalismi. Era lieto vederci, la sera, ripetere, con la mamma, le preghiere e, in Dio, riponeva ogni speranza.

            Io ero dominato da questa forza morale di mio padre e mi sentivo orgoglioso di un padre così fatto, di un padre che tutti dicevano buono ed onesto ed a cui, tutti, amici e parenti, dicevano “buon giorno” o “buona sera”. Ne ero orgoglioso e facevo del tutto per meritare il suo compiacimento.

            Guardandolo negli occhi io comprendevo se una mia azione era stata buona o cattiva. Non fui mai picchiato da lui ma ne ero dominato.

            A dieci anni, durante la prima guerra mondiale, io, mal sopportando la fame che si soffriva in un collegio ove, per vitto ed alloggio, si pagava una lira al giorno, mal consigliato da alcuni compagni, fuggii e, una sera di marzo, mi ripresentai a casa. I mei dormivano. Richiamati dai colpi battuti sul portone di casa, i mei genitori si alzarono.

            Mia madre corse giù, mi baciò, mi strinse al suo petto piangendo, mi accompagnò in cucina per farmi mangiare un uovo ed un pezzo di pane.

            Mio padre non disse una parola. Mi guardò fisso ed accese tranquillamente la pipa. Questo silenzio mi turbò e cominciai a piangere. Mia madre mi strinse al suo fianco e mi accompagnò a letto. Mia sorella si alzò e venne a darmi un bacio. Poco dopo mi addormentai profondamente.

            Mi sentii chiamare, non molto dopo, dalla mamma. Aprii gli occhi pieni di sonno e vidi, accanto al mio lettino, mio padre. Aveva l’abito scuro della festa, il colletto duro con i due triangolini piegati all’insù, il fazzoletto bianco nel taschino della giacca ed il cappello nero.

            Era lì serio, sereno, calmo.

            Dopo che la mamma mi aiutò ad indossare l’uniforme, mio padre mi prese per la mano e si mosse. Scesi le scale a capo chino. Quando, sulla porta, la povera mamma, mi baciò ancora una volta piangendo, mio padre mormorò: “andiamo”.

            A passi lenti, portando con tutte e due le mani la cassettina di legno che conteneva tutte le mie cose, seguii mio padre.

            Quando passammo sotto un lampione a petrolio che illuminava la strada, le nostre ombre apparvero enormi sull’acciottolato. Quella di mio padre si confondeva con l’ombra oltre la luce.

            Con la carrozza raggiungemo la stazione ove prendemmo il treno. Io, seduto accanto al finestrino, per tutto il viaggio non facevo altro che fissare le frasi scritte sulle targhe smaltate. “E’ pericoloso sporgersi”, “Vietato fumare”, “ Non salire o scendere mentre il treno è in moto”. Così stava scritto ma tutti si sporgevano, tutti fumavano, tutti, quando il treno entrava in una stazione, scendevano e salivano mentre il treno era in moto. Cercai anche di contare le battute delle ruote sulle rotaie ed anche i pali che si seguivano così velocemente da far male agli occhi. Mio padre mi guardava ogni tanto e sorrideva. Tranquillo e bonario. La sera mi ritrovai in collegio. Il Rettore mi disse alcune parole d’incoraggiamento, mi parlò di Dio, della famiglia, e di tante altre cose ma io ero stanco ed avevo sonno. Quando mio padre, dopo avermi abbracciato, andò via, piansi convulsamente. Prima di mettermi a letto aprii la cassetta per sistemare la biancheria nel comodino. Tra maglie, giubbotti e fazzoletti trovai dei fichi secchi e delle belle mele profumate e, avvolti in una calza, trenta soldi. Trovai anche una bella immagine di San Michele Arcangelo con la spada sollevata, la bilancia e tanti diavoletti che si crogiolavano, dalla cinta in giù, saltellando tra le rosse fiamme dell’Inferno.

            Sentii un nodo alla gola e, tornando con la mente a mia madre ed a mio padre, ricominciai a piangere. Mentre sfogavo nel pianto il mio dolore, quasi meccanicamente, presi una mela, la baciai ed affondai i denti nella sua polpa succulenta ed odorosa godendone il sapore.

            Il sapore della mia povera ma tanto cara casa.

            Per la sua bontà, mio padre, era benvoluto da tutti e, tutti, quando passavano, gli dicevano, con un sorriso rispettoso “buon giorno” e “buona sera”.

            Io notavo il gran rispetto che sapeva incutere mio padre e più ancora la sua onestà e la sua forza morale e, quindi, sempre più mi andavo convincendo che se con il denaro si compra tutto, con l’onore e l’onestà si tiene in soggezione anche chi ha molto denaro.

            Aveva le mani, mio padre, deformate dall’acido urico e, per gli attacchi uremici, era costretto molto spesso a letto per dolori lancinanti che egli, tanto abituato a sopportare il dolore morale, sapeva tollerare, sapeva tollerare non perdendo mai il sorriso franco e bonario, quel sorriso comunicativo che incuteva rispetto e soggezione. Era stato un vero galantuomo, mio padre, ed ora giaceva disteso sul lettino, così, tutto vestito di nero, quasi a festa, mentre il garbino soffiava, le porte cigolavano ed il cane, sulla strada, guaiva confondendo il suo lamento con quello, fastidioso, delle préfiche.

            Mi passai, sulla fronte, il palmo della mano destra.

            Non era possibile, no, non era possibile che mio padre fosse morto. Forse dormiva. Forse, finalmente vestito come un signore, riposava trovando ristoro per il lavoro di tutti i giorni, per le sofferenze, per le pene, per le continue delusioni.

            Mi accostai e lo toccai con le labbra sulla fronte. La fronte era fredda. Un freddo che somigliava a quello dei giorni invernali ma ne era diverso. Un freddo che non somigliava al freddo delle cose che ci circondano ma che aveva un sapore strano, un sapore che colpiva il cuore e che lasciava, sulle labbra, una specie di patina che s’infiltrava in tutte le parti del corpo e faceva tremare.

            Scoppiai in un pianto violento. Il cuore mi batteva forte e stringevo i denti. Attraverso il velo delle lagrime vedevo il viso composto e bianco di mio padre, le sue mani che non erano più deformate, la gran croce di legno, il fazzoletto bianco che usciva dal taschino della giacca. Le fiamme dei ceri intorno si agitavano creando un irreale giuoco di ombre sulle pareti ed i fiori penetravano, con il loro odore acuto, nelle narici fino a stordire.

            Mio padre era morto.

            Il favonio, caldo e molesto, quel vento senza garbo che noi chiamiamo garbino, soffiava senza tregua e le préfiche, stanche, pregavano sommessamente.

                                               ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^

Da: 15 novelle in cerca di un lettore   di  Antonio D’Ercole  – Edizioni “Attraverso l’Abruzzo”  – Pescara 1959

ANTONIO  D’ERCOLE.  Nato a Scerni ( CH ) il 9/2/1907  Morto a Chieti il 17/7/1991, di professione farmacista, oltre alle numerose pubblicazioni di carattere scientifico, fu saggista, scrittore e poeta. Alcuni titoli:

La Fede – Arte Tipografica Casalbordino 1952

Terra Nostra – Arte Tipografica Casalbordino 1953

La Radiosquadra – Piccola monografia su Scerni con raccolta di poesie dialettali – Arte Tipografica Casalbordino 1953

Quando si cade nella palude – Arte Tipografica Casalbordino 1953

San Panfilo – Arte della Stampa Francavilla a Mare 1954

Sulle coste dell’Osento – Arte Tipografica Caslabordino 1956

La Scuola Agraria – Arte della Stampa Casalbordino 1957

Chinte de lu Sinelle – Edizioni “Attraverso l’Abruzzo” Pescara 1958

Li tradiziune – Edizioni “Attraverso l’Abruzzo” Pescara 1958

Quindici Novelle in cerca di un lettore – Edizioni “Attraverso l’Abruzzo” 1959

Una Storia interessante ( San Silverio Papa ) – Ed. “Attraverso l’Abruzzo” 1960

La Madonna del Carmine in Tornareccio – Edizioni La Stampa Atessa 1960

Lu Ritorne – Ed. Centro Studi Abruzzesi ( Quaderni di poesia dialettale ) Pescara 1969

 

Fu Comandante Partigiano meritando il “Certificato di Patriota” firmato dal generale Alexander e ottenendo nel 1984 dal Presidente Sandro Pertini il “Diploma d’onore al combattente per la libertà d’Italia 1943 – 1945”

Consigliere Provinciale ed Assessore  per la Democrazia Cristiana

 

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TONITA DI NISIO e/è “SUL CIGLIO DELL’OMBRA” di MARILIA BONINCONTRO (EDIZIONI NOUBS)


Tonita Di Nisio ha scritto un saggio sull’ultima opera di poesia di Marilia Bonincontro, “Sul ciglio dell’ombra” (Edizioni Noubs), con prefazione di Adriano Marchetti.

TONITA DI NISIO

 

  

 

 

 

“Sul ciglio dell’ombra” di Marilia Bonincontro

 

 

 

Aprire questo libro e poterlo guardare, sfogliare e infine leggere è partecipare di un grande privilegio: l’autrice, che tutti conosciamo come schiva e riservata, rigorosa al punto da apparire severa o distante, ci offre la sua “confidenza”, ovvero, nel senso etimologico della parola, mostra di avere fides-fiducia e speranza nei suoi lettori. Niente a che vedere con la facilità con cui oggigiorno personaggi più o meno pubblici raccontano vicissitudini personali al limite dello scandalo. Di quale confidenza si tratta? Di quale disponibilità generosa? Per comprenderlo, bisogna considerare prima quello che gli addetti ai lavori chiamano il corpo del libro, che è confezionato con rara eleganza, ma in modo che anche la materia racconti ciò che ogni pagina e ogni verso dicono.

 

 

 

Sulla copertina, vergato con la grafia sicura dell’autrice si avvolge l’incipit di “A Mario Luzi-In memoriam”, vate senza scettro, umile tedoforo della parola, ad indicare sotto quale segno si iscrive tutto la lezione etica del libro: elevare un canto in difesa della civiltà e dell’arte messe da parte e conculcate nel nostro mondo.

 

 

 

Un altro indizio per cogliere il significato dell’opera emerge dal titolo. SUL CIGLIO DELL’OMBRA suggerisce, a tutta prima, al lettore l’idea che l’opera sia nata banalmente dal desiderio di lasciare un segno prima che arrivi l’ora di attraversare l’Acheronte. Non è così: è già stato adottato in francese per la raccolta Au versant de l’ombre , che lo trae, a sua volta, dalla lirica Euridice in esso contenuta. Ma la Poetessa non è Euridice, è Orfeo, che in limine mortis non sa staccarsi dalle persone amate e, per farle rivivere, le evoca, le richiama tentando di riattraversare la “linea d’ombra”, di spezzare il diaframma che le colloca in una distanza invalicabile. Quando gli amati sono la madre, il fratello, gli amici, è un Orfeo misteriosofico, sacerdote degli affetti, che recupera nel grembo della memoria il tempo perduto. Ma, quando gli amati sono i poeti, i pittori, i danzatori, i musicisti, gli attori (Emily Dickinson, Rilke, Cristina Campo, Giorgio Caproni, Giorgio Morandi, Jacques Brel, Rudolf Nureyev, Pessoa, Marina Cvetaeva e mille altri) Orfeo torna ad essere solo il poeta per antonomasia, che ci insegna che c’è l’arte prima dell’arte e che ci può essere l’arte solo dopo l’arte.

 

 

 

Ma ora apriamo il libro. Introduce la silloge di testi una penetrante e persuasiva lettura critica di Adriano Marchetti, che, mentre viene ragionando sui modi e sui temi della sua poesia, definisce fondatamente l’autrice un classico moderno. “M.B. è indubbiamente una delle attuali voci considerevoli della poesia italiana.” L’analisi di Adriano Marchetti è una lettura magistrale e, per le interpretazioni a venire, sarà impossibile prescinderne. Ovviamente, chiudono il libro, in una sorta di ring-composition, le pagine appassionate dell’amico editore Massimo Pamio e il devoto ringraziamento dell’amica di sempre e curatrice dell’opera Pina Allegrini, all’archivista della bellezza e della memoria: dico ovviamente poichè sono stati tra i primi lettori delle sue raccolte, quasi sempre tenute gelosamente chiuse nei cassetti segreti e talora pubblicate “alla macchia”. È anche grazie a loro che possiamo nutrirci di questo pane di poesia.

 

 

 

Poi le raccolte, dal 1976 al 2005, tra le tante prodotte da Marilia Bonincontro; un viaggio nel tempo e nello spazio della pagina su una tastiera lessicale preziosa, un percorso non di sperimentazione, ma di esperienze diverse, legate da un’ intima coerenza: I. Con le foglie d’autunno; II. Microstoria; III. L’angelo obliquo; IV. Il nome del deserto; V. Deserta luce ; VI. Au versante de l’ombre ; Croce copta.     

 

 

 

Le liriche sono precedute e intervallate, ma meglio farei a dire “contenute” dalle calde fotografie di Bruno Imbastaro che ci propongono un singolare, ma raffinato ritratto indiretto dell’autrice, ritratto non fisionomico, ma affettivo, intellettuale e culturale. Ci aggiriamo così anche noi nei penetrali della casa di cui Marilia confidenzialmente ci apre, anzi spalanca le porte. In quella che Massimo Pamio definisce la wunderkammer di Marilia, cioè la “stanza delle meraviglie”, lo sguardo è rapito dai tanti retabli, cioè dalle pale d’altare con vari scomparti in cui le foto del fratello Achille , della madre, di Virginia Wolf, di Marcel Proust, di Maria Callas, di Edoardo e di tanti altri poeti lumeggiano un panorama di oggetti, di quadri, di poster, di libri, di dischi, rari e non, ma comunque sempre preziosi. Giriamo così nelle “dorate stanze” di una donna “abitata di musica”, “abitata di poesia,”, “abitata di Bellezza” in un una parola. Non c’è snobismo nell’aprirci signorilmente questo posto dell’anima, ma la necessità di aiutarci  a situare- per riusare le parole di un biglietto inviato a me nel 2006- “i frammenti del mio mondo di Ombre, questi echi di voci che accompagnano le mie albe e le mie notti.” Brodskij nel suo discorso per il Nobel affermò che l’estetica è la madre dell’etica: riconosciamo vera l’affermazione del poeta russo davanti alle immagini di una casa che racconta il culto della lettura e la passione per le arti come momento fondativo della coscienza di sé e dell’altro. È per questo che troviamo logico, essenziale persino che Emily Dickinson, Rilke, Cristina Campo, Giorgio Caproni, Giorgio Morandi, Jacques Brel, Rudolf Nureyev, Pessoa, Marina Cvetaeva e tanti altri siano presenze che si traslano con naturalezza sulla pagina accanto ai lari domestici, disperatamente amati.

 

Vado -con il mio liso strascico

 

di toppe -una per ogni addio.

 

 

 

Il Canzoniere,- mi si passi la definizione- si apre con la sezione dedicata esclusivamente alla madre, che canta lo strappo lacerante e mai -letterarmente- risarcito: la parola che più vi risuona è silenzio, Silenzio come segno dell’assenza di Colei che denominerà, in una lirica di molti anni dopo, Demetra, come la dea nutrice, artefice delle stagioni e della vita. Mi porta il tuo silenzio…(pag. 37)Ma la Figlia, sebbene sacerdotessa di un culto misterico, eleusino, privato, non si sentirà mai Proserpina, ovvero capace di rigenerare la vita.

 

Sulle mie rive

 

non fiorisce il loto. (pag.57)

 

E il loto, si sa, dà il privilegio dell’oblio, ma è anche e sopratutto il fiore della vita che nasce, della continuità dell’esistenza. Non sorprende perciò che la Suite 1965 – Sine nomine sia dedicata interamente al bambino mai concepito :     

 

come spiegare al mondo

 

quanto amore t’ho dato

 

negandoti la vita?

 

Non generare, pur desiderandolo, è una autocastrazione per amore, implacabile amore (pag. 72), per risparmiare a chi verrà il dolore della Storia , e più in generale della condizione umana:

 

Mi mancherà il tuo sorriso-

 

ma t’avrò risparmiato….(pag.70)LEGGERE

 

Il dialogo con il Figlio “pensato” è initerrotto: riprende struggente ne I frammenti di una frase infinita del 1992 con la tenerezza e, arriverei a dire, la parzialità, lo spirito di parte di una madre che vanta la propria creatura, mettendola a paragone con i figli di altre madri, con i figli della terra ( pag.104)

 

T’ho dato ali bianche-

 

vele dell’impossibile.

 

 Le ragioni dell’orgoglio si motivano:

 

…A te solo appartieni

 

al tuo non essere (pag.104)

 

Ti basta il respiro

 

dell’eterno…….(pag.105)

 

…….Non t’ho fatto

 

a me simile- mortale (pag. 106)

 

E, mentre alla madre resta solo il suo canto mortale, il figlio, luce errante, è metamorfizzato in angelo, il cui sorriso è ombra.

 

 Angelo e Ombra sono due termini chiave nella produzione di Marilia Bonincontro e ci permettono di isolare due parole-cardine della sua visione del mondo e del suo mondo poetico.

 

Riguardo ad Ombra, voglio ricordare quel che ha detto Adriano Marchetti:”I componimenti …sono germinati da una vera e propria skiagraphia, una scrittura dell’ombra, dove gli eventi, in prossimità di scene silenziose, sfuggono alla narrazione, lasciandosi appena percepire in una teoria di lampi, che si colgono in uno spazio di tempo attraversabile solo dal canto.” Bisognerebbe contabilizzare i numerosi utilizzi del termine ombra e sviscerare le varie accezioni del termine per la Bonincontro. Ombra è per lei il Mistero dell’esistenza. È anche, ovviamente, la trascrizione dell’endiadi pulvis et umbra oraziano. Sono certa che nel suo lessico purissimo ed eletto la parola nasca da una lunga vitalità del termine in poesia : dalla Lezione sull’ombra di J. Donne, che Cristina Campo e Patrizia Valduga hanno tradotto, all’ Elogio dell’ombra di J.L.Borges, dal primo temuta al suo apparire perchè potrebbe offuscare l’amore, che si alimenta di una luce coraggiosa; dal secondo apprezzata perchè non è ancora la tenebra della cecità e gli consente ancora di ritrarre la sua identità, nella quiete della vecchiaia. Ma credo che la suggestione più forte sia quella  che deriva dai notturni lunari di Leopardi: le ombre creano mille figure indefinite e forme che illudono l’uomo e mascherano il volto della verità; come in alcuni quadri di Friedrich, l’ombra accoglie l’osservatore/gli osservatori che, sul ciglio di un bosco o di una strada osservano una luce dello sfondo che suggerisce un mondo spirituale ed eterno. Da ultimo, mi piace pensare alla Linea d’ombra di Conrad, che equivale alla paura di non farcela, la paura di sbagliare e della sorte avversa o di un dio ostile, sempre in agguato. C’è tutto questo ed anche di più nel lessico evocativo della B.

 

 

 

Angelo è Emily Dickinson, obliqua luce, angelo dalle ali mozze, celesta, arpa sepolta ,”tema e nome ricorrente…inseparabile dal (mio) suo mondo interiore” ( M. B. scrive in una lettera del 7 dicembre ’06) qui cantata nella Sonata in due tempi del 1989-1990. E angelo dal viso bizantino è un’altra “trappista della perfezione”:Cristina Campo (pag.94). La distanza di Giorgio Morandi dalla pura materialità è l’iperuranica condizione di distacco delle gerarchie celesti.(pag. 95-96) Ancora dalla pittura un’altra potente suggestione: l’Angelo di Klee, che ha lo sguardo rivolto al passato, quell’Angelo cheWalter Benjamin definì un'”allegoriadella Storia“, l’angelo della catastrofeche guarda le nostre rovine“. E si potrebbe continuare a proposito di Rilke (pag. 90), di Caproni (pag. 98), di Nurejev (pag. 100), del poeta assassinato (Pasolini?) (pag.177): tasselli di un mosaico di perfezione, terribile nel senso etimologico del termine, perchè pietrifica chi cerca a sua volta la perfezione. Quale la perfezione quella cercata da Marilia ? Quella  della parola alta! La memoria corre a quel che si è detto per l’amata Emily Dickinson, che avrebbe concepito l’idea di diventare poetessa avendo come riferimento la lotta di Giacobbe con l’angelo.Giacobbe, riconoscendo la sua limitatezza, chiede alla creatura angelica di benedirlo: applicato ad Emily e a Marilia la benedizione coincide con il dono della Poesia. Adriano Marchetti  ci ricorda che, nella teologia di Dante, gli angeli conoscono direttamente, senza mediazioni; agli uomini invece occorre la mediazione della parola. E qual è la forma eletta della parola? La Poesia, comunque espressa, il canto mortale.

 

C’era il Silenzio-

 

poi venne la parola.

 

……………….

 

Queste parole oblique-

 

che dicono amore-

 

che dicono dio-

 

angeli abortiti.

 

C’è, nel resto del Canzoniere, un affollarsi di presenze angeliche, letteralmente “nunzi”, che svolgono i loro compiti in un’atmosfera algida : d’altronde il sovramondo è raggelato ed enigmatico. In Deserta Luce baluginano le apparizioni dell’Angelo muto, dell’angelo del mare, dell’angelo della morte , dell’angelo senza ali, dell’Angelo del Nulla (pag. 163, 176-177). Sono epifanie in cui si misura la loro indifferenza alle umane vicende:

 

Infallibile – mira-

 

                  l’angelo baleniere ( Navis Argo, pag.123)

 

oppure

 

…….La notte

 

già scivola dai fanali

 

                  coi suoi angeli perversi(Pioggia, pag.184)

 

E ancora

 

Gli angeli – con ali

 

verdi o bianche-

 

la loro parte recitano

 

tra cielo e terra-

 

                 come si conviene.(Controcorrente, pag.202)

 

E di nuovo

 

 Il cielo come il mare

 

e gli angeli

 

addormentati sui pennoni

 

di una nave fantasma ( pag.2012)

 

Non vi è posto per gli angeli comunemente intesi come protettori dai pericoli: i bambini di San Giuliano di Puglia sono stati

 

Salvati o sepolti-

 

traditi….dalle fole

 

di angeli custodi.

 

( A tutti i bambini di San Giuliano di Puglia, pag.242)

 

Non c’è posto per loro se non in una concezione improntata al buonismo, che Marilia Bonincontro respinge, mentre afferma l’ateleologia della natura e della storia, il dolore della vita marchiata da tante sofferenze e, in più, immedicabilmente dall’ingiustizia della morte degli esseri amati: in quest’universo antiprovvidenzalistico,

 

C’è sempre un ladro-

 

cui non si perdona-

 

si chiama dio-

 

         natura o cieco caso.(pag.146)

 

Sentiamo convergere nel “centro segreto” (Borges) del pensiero dell’autrice i cammini del rovello esistenziale e metafisico dei grandi: Leopardi in primis, poi Montale, Caproni, Luzi, Sereni tra i tanti, che si sono dibattuti tra sofferto nichilismo e disperata fame di Assoluto.

 

Dal nulla al Nulla (pag.186)

 

Lettura integrale- legge Pina Allegrini

 

Nel corso delle pagine della silloge, l’enunciato si fa sempre più secco

 

Non siamo che semi

 

 del Nulla-

 

fioriti-feriti-recisi.

 

Oppure

 

Non ha ragioni

 

il  Nulla…….

 

E noi -suoi figli-

 

Persi a dargli un senso.

 

I testi che chiudono la raccolta, In memoriam e  Sadness, (che M. definisce “quasi un oratorio- per due voci, arpa e contrabasso”)- oltre a riepilogare e definire uno dei temi decisivi del libro, quello dei morti,  riassumono anche la poetica della Bonincontro: si rivela netta la distanza dalle origini ermetiche, e dunque dalla tradizione simbolista che ne sta alle spalle. In questo dissonante/e tarato-imbarbarito/ tempo che ci è dato, l’io lirico non cerca una comunione con gli oggetti o un contatto la natura:  ricostruisce tramite i nomi di Luzi, Mozart, Marina Cvetaeva, Puskin, Shelley, Keats e Leopardi, un proprio itinerario intellettuale e constata che al presente, essi scendono “nella fossa comune”. Una volta scartati, rimossi e sepolti nell’anonimato, non varrà più la pena di vivere per l’interlocutore che tesse il filo dei ricordi torto e ritorto, piagato tra le dita. L’ultimo verso, preso in prestito da Lorca, recita: “Dorme, non resta niente.” È forse una resa ? Un invito ad accettare la mediocrità e la meschinità del nostro tempo? Per far questo Marilia non ci avrebbe schiuso generosamente le porte della sua Casa per la Poesia, nè ci avrebbe fatti inoltrare nel suo continente poetico ove si tocca ad ogni verso l’inquietante mistero della perfezione.

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 Bruno Imbastaro fotografa Tonita Di Nisio, Pina Allegrini, Marilia Bonincontro

 

 sulciglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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