Cancellare, no, riscrivere.


Quanto ha piovuto quanto ripioverà quanto ovvio piovere per poi smettere per poi piovere a sfavore o come una mannasanta. Quanto piove fuori e dentro casa quanti buchi intoppabili tra soffitto e pe…

Sorgente: Cancellare, no, riscrivere.

UN DUO D’ECCEZIONE AL MLA


Sabato alle ore 17 presso la sala convegni del Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina, con il patrocinio del Comune di Torrevecchia Teatina e con l’organizzazione del MLA, Museo della Lettera d’Amore, per il festival “Lettere d’amore dall’Italia” si esibiranno  in un concerto di musica e poesia Maria Gabriella Ciaffarini e Lorenzo Di Marcoberardino. Saranno presenti il Sindaco del Comune Avv. Katja Baboro e il Direttore del MLA Cav. Massimo Pamio. La musicista e scrittrice Maria Gabriella Ciaffarini terrà un recital delle sue poesie d’amore con gli intermezzi musicali composti da Lorenzo Di Marcoberardino, alla chitarra.

 

MARIA GABRIELLA CIAFFARINI

Diplomata in pianoforte e clavicembalo, ha studiato Direzione d’orchestra con il M° Donato Renzetti e Composizione con il M° Vernamonte. Ha vinto premi in concorsi nazionali e internazionali e tenuto concerti in Italia, USA e Canada. Le sue opere sacre, Missa Humilis, Missa Choraliter, l’Oratorio con danza Il libro dell’Amico e dell’Amato, sono state eseguite al Festival Internazionale di Ancona, presso la Basilica Inferiore di Assisi, al Teatro ed alla Cattedrale di Ortona.

Ha composto per il teatro: Metafore, Le rose nel mare, Miniature, Diapositive.
In qualità di scrittrice ha pubblicato le sillogi poetiche Signora del mio sguardo, Albe di creta, Parole.

Svolge attività di critico, ha curato numerose mostre d’arte e rassegne, monografie su artisti.
È presidente dell’Asociazione Culturale “Sinergie d’Arte” che persegue l’obiettivo dell’Arte Totale e dell’educazione permanente. Insegna Filosofia e Storia al Liceo Scientifico “L. da Vinci” di Pescara.

LORENZO DI MARCOBERARDINO

Lorenzo Di Marcoberardino inizia lo studio della chitarra classica all’età di nove anni sotto la guida del maestro Francesco Colombaro e di Francesco Fidanza per la teoria, prosegue gli studi musicali nel conservatorio di musica “L. D’Annunzio”, conseguendo il diploma di chitarra classica presso il conservatorio “A. Casella” di L’Aquila. Nel 2007 inizia lo studio approfondito di teoria, tecnica ed improvvisazione di musica moderna con il chitarrista Giuseppe Continenza e dal 2009 con il chitarrista Mauro De Federicis. Ha partecipato a concorsi nazionali ottenendo lusinghieri risultati. Ha seguito corsi di perfezionamento con il Prof. Stefano Mileto, ha partecipato a stages e seminari con Mike Stern, Walter Gaeta, Antonio Onorato, Franco Cerri. Svolge attività concertistica con varie formazioni e da solista. Nel 2010 esce il suo primo disco In cammino verso Te che contiene sue composizioni di musica moderna, per il quartetto formato da Lorenzo Di Marcoberardino (chitarre e synth.), Dante Melena (batteria e percussioni), Walter Gaeta (pianoforte e tastiera), Ivano Sabatini (contrabbasso). Dal 2010 insegna in qualità di docente presso la “Nuova Scuola di Musica” di Montesilvano e presso “l’Accademia di musica” di Spoltore.

maria-gabriella-ciaffarini           MARIA GABRIELLA CIAFFARINI

lorenzodimarcoberardino3LORENZO DI MARCOBERARDINO

MARIA GRAZIA CALANDRONE DONA AL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE UNA SUA MISSIVA AMOROSA


Artista versatile, tra le scrittrici italiane più note all’estero, Maria Grazia Calandrone sarà ospite a Torrevecchia Teatina sabato 29 alle 17 nella sala convegni del Palazzo Valignani per “Lettere d’amore dall’Italia”, iniziativa giunta al quarto incontro, nel corso del quale la Calandrone donerà una sua lettera d’amore autografa al Museo della Lettera d’Amore. Si esibirà in un recital di poesie d’amore, con l’accompagnamento del DIDE DUO, composto da Benedetta De Simone all’arpa e da Lucrezia Di Leonardo al flauto, giovanissime e talentuose musiciste abruzzesi. Introdurrà il prof. Andrea Gialloreto, dell’Università “G. D’Annunzio”. La manifestazione è patrocinata dal Comune di Torrevecchia Teatina con il patrocinio del Museo della Lettera d’Amore. Saranno presenti il Sindaco Avv. Katja Baboro e il Direttore del Museo Cav. Massimo Pamio.

Maria Grazia Calandrone ha scritto tre monologhi per Sonia Bergamasco, ha portato in scena in Italia e in Europa il videoconcerto Senza bagaglio, con Stefano Savi Scarponi, il suo testo My language is the rose, scelto dal compositore malese Chie Tsang, è stato finalista in “Unique Forms of Continuity in Space” in Australia; nel 2010 è scelta come rappresentante della poesia italiana e diretta da Lucie Kralova in “Evropa jedna báseň”, nel 2012 ha fatto parte del progetto RAI TV “UnoMattina Poesia”, ha collaborato con Rai Letteratura e con il musicista Canio Loguercio, è stata vincitrice del Premio Haiku dell’Istituto Giapponese di Cultura, collabora con Cult Book (Rai 3) ed è nella video installazione Ritratto continuo di Francesca Montinaro, esposta alla Galleria d’Arte Moderna di Roma e a Palazzo Montecitorio. Poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3, scrive per i quotidiani “il manifesto” e “Corriere della Sera”, per “alfabeta2” e “doppiozero” e cura la rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia”, collabora con il quadrimestrale di cinema “Rifrazioni” e con la rivista di arte e psicoanalisi “Il Corpo” e codirige la collana di poesia “i domani” per Aragno Editore. Tiene laboratori di poesia nelle scuole, nelle carceri, nei DSM, con i malati di Alzheimer e con i migranti. Sta lavorando a Ti chiamavo col pianto, libro-inchiesta sulle vittime della giustizia minorile in Italia. Tra le sue pubblicazioni in volume: Pietra di paragone (Tracce, 1998 – edizione-premio Nuove Scrittrici 1997), La scimmia randagia (Crocetti, 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005), La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle, 2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di sue letture dei propri testi (luca sossella, 2011), La vita chiara (transeuropa, 2011), Serie fossile (Crocetti, 2015 – premio Marazza e Tassoni, rosa premio Viareggio), Per voce sola, raccolta di monologhi teatrali, disegni e fotografie, con cd di Sonia Bergamasco ed EstTrio (ChiPiùNeArt, 2016) e Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?” (Gialla Oro pordenonelegge, 2016); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012); la sua prosa Salvare Caino è in Nell’occhio di chi guarda (Donzelli, 2014).

Il DiDe Duo nasce nel 2015 presso il Conservatorio Statale di Musica “Luisa D’Annunzio” di Pescara.  La formazione è composta da due musiciste, Lucrezia Di Leonardo al flauto e Benedetta De Simone all’arpa; entrambe proseguono i loro studi partecipando a Master tenuti da insegnanti di fama internazionale, corsi e audizioni. Accomunate dalla stessa passione per la musica da camera, si sono esibite in diverse manifestazioni culturali, tra cui 2 appuntamenti musicali organizzati dalla Società del Teatro e della Musica “L. Barbara” di Pescara presso il Conservatorio “Luisa D’Annunzio” e presso l’ITC di Montesilvano; nella serata dedicata alla “Notte Europea dei Musei” a Pianella (PE); presso l’Ex Aurum di Pescara in occasione dell’“Adriafooturing” (presieduto dal Presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco e da Franca Terra) e in occasione di “Sintonie Cromatiche” (con artisti di fama nazionale); in occasione della chiusura della Perdonanza Celestiniana presso l’Eremo di Santo Spirito a Majella a Roccamorice (PE), ottenendo riconoscimenti, consensi da parte degli Enti locali e attiva partecipazione del pubblico. Il loro repertorio è molto vasto e spazia dal Classicismo al Contemporaneo.

Il Prof. Andrea Gialloreto, ricercatore a tempo indeterminato in Letteratura  italiana contemporanea presso il Dipartimento di Lettere, Arti e  Scienze Sociali dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti,  ha insegnato dal 2008 Sociologia della letteratura e Critica  letteraria dell’Italia contemporanea. Attualmente è docente di  Letteratura italiana moderna e contemporanea presso il medesimo  Ateneo. È membro dal 2014 della giuria tecnica del premio letterario  Città di Penne-Mosca. Fa parte del comitato scientifico della rivista  «Studi Medievali e Moderni». I suoi interessi vertono principalmente  su poeti e prosatori della terza generazione novecentesca, sulla  narrativa sperimentale del secondo Novecento e sulla letteratura tra  le due guerre mondiali. Ha pubblicato i volumi La parola trasparente.  Il “sillabario narrativo” di Goffredo Parise (Roma, Bulzoni, 2006),  L’esilio e l’attesa. Scritture del dispatrio da Fausta Cialente a  Luigi Meneghello (Lanciano, Carabba, 2011), I cantieri dello  sperimentalismo. Wilcock. Manganelli, Gramigna e altro Novecento  (Milano, Jaca Book, 2013) oltre a numerosi studi su scrittori  contemporanei quali Vigolo, Rosso, Bodini, Ceronetti, Bonaviri,  Morazzoni, Trevisan, Rugarli, Pardini.

calandroneMARIA GRAZIA CALANDRONE

dide-duo-de-simone-e-di-leonardoDIDE DUO: BENEDETTA DE SIMONE E LUCREZIA DI LEONARDO

APPUNTAMENTI DI FINE SETTIMANA: A VENEZIA, FIRENZE, TORREVECCHIA TEATINA


Per chi ama la cultura ecco tre appuntamenti da non perdere in Italia.

VENEZIA: MOSTRA “LUCE ACQUA VENTO” dal 7 ottobre al 6 novembre

Presso la Schola dell’Arte del Tiraoro e del Battiloro” in Campo San Stae sul Canal Grande di Venezia espone dal 7 ottobre al 6 novembre la pittrice Gabriella Capodiferro. La mostra è a cura di Enzo Di Martino.

 

Sabato 22 Ottobre, ore 18, inaugurazione della mostra Personale di Eugenia Serafini “Universi di Cielo e di Terra”, a Firenze, all’interno del “Progetto Artistico Internazionale Scenari: Sei Mostre a Scenari”, cura del prof. Carlo Franza.

“SCENARI, si campiona ad essere, in una città come Firenze, lo specchio di un’arte di frontiera, assolutamente in movimento, ipermoderna, ipertesa, ipercolta, mente e cuore, ma anche progetto e destino della comunicazione estetica.”

Scrive Carlo Franza: “E’ da qualche tempo che Eugenia Serafini, straordinaria artista italiana, mira a raccontare con le sue opere la salvaguradia del mondo e dell’ambiente, cantandone a colori la natura e descrivendo con installazioni di poderosa esplosività, un creato ricco di bellezza, poesia, geografie, storia, vitalità, respiro esistenziale e quant’altro fa muovere corpo e anima, pelle del mondo e carne del firmamento. Ma accanto a questo spettacolo di riflessioni oggettivate sull’universo, che avevamo già colto in opere presenti nella sua Mostra Personale al PlusBerlin di Berlino, l’artista si lascia coinvolgere dal dramma e dai drammi della storia presente, dalle migrazioni, da popoli in viaggio e umanamente traccia un capitolo di realtà e speranza, una cornice di umanità e un accorato appello.

Mi preme attingere a parole sue che si fanno dolente poesia e scultura viva: “Fuggivano come nuvole migranti! Nessuno poteva fermarli! Inseguivano un sogno…”

SCHEDA

Titolo della Mostra: “UNIVERSI DI CIELO E TERRA”

Artista: EUGENIA SERAFINI

Curatore: prof. Carlo FRANZA

Luogo: PlusFlorence-Piano Arancione

Via Santa Caterina d’Alessandria, 15, 50136 FIRENZE
tel. +39 0554628934

Durata: dal 22 Ottobre 2016 al 6 Aprile 2017

APERTURA: Sabato 22 Ottobre, ore 18

Saranno presenti l’Artista Eugenia Serafini e il prof. Carlo Franza.

 

Eugenia Serafini, docente universitaria, artista e scrittrice/performer, ha al suo attivo numerose esperienze internazionali nei diversi continenti, dove ha portato le sue installazioni e perfomance, chiamata anche a tenere stage con studenti di Accademie di Belle Arti e DAMS universitari.

Fra i riconoscimenti recenti: partecipazione all’Esposizione Internazionale d’Arte la Biennale di Venezia 2007, 2009, 2011. Premiata con il Leone D’Argento per la Creatività della Biennale di Venezia 2013, Premio delle Arti-premio della Cultura: Poesia 2015, del Circolo della Stampa di Milano, Premium International Florence Seven Stars: Artista dell’Anno 2016.

Carlo Franza, storico e critico d’Arte, è stato allievo e assistente di Giulio Carlo Argan. Vive a Milano dal 1980, è Professore Straordinario di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea, Ordinario di Lingua e Letteratura italiana. Visiting Professor nell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e in altre numerose città estere. Consulente del Ministero per i Beni e le attività Culturali. Premio Saint Vincent nel 1980, Premio Bormio nel 1996, Premio delle Arti e della Cultura nel 2000, Premio Berlino 2013 per il Giornalismo e la Critica D’Arte.

 

A Torrevecchia Teatina, in Abruzzo, presso un museo unico al mondo, il Museo della Lettera d’Amore, si svolgono le manifestazioni: “Lettere d’amore dall’Italia”, a cura di Massimo Pamio e Rolando D’Alonzo. Gli incontri prevedono il dono di una lettera d’amore di uno scrittore al Museo, concerti, mostre, letture.

In corso una straordinaria mostra di cartoline d’amore d’epoca. Il 22 ottobre alle 17 la scrittrice Mariagiorgia Ulbar terrà un recital da “Gli eroi sono gli eroi” (Marcos y Marcos), con gli intermezzi di Benedetta De Simone, arpista di grande futuro.

Il 29 ottobre alle 17 sarà la volta di Maria Grazia Calandrone, con le musiche del Duo Didor.

mariagiorgia-ulbarbenedetta-de-simoneBENEDETTA DE SIMONE

AL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE MARIAGIORGIA ULBAR E BENEDETTA DE SIMONE


DUE GIOVANI TALENTI AL MUSEO DI TORREVECCHIA TEATINA PER LETTERE D’AMORE DALL’ITALIA

Sabato 22 alle ore 17 presso la sala convegni del Palazzo del Marchese Valignani con l’organizzazione del Museo della Lettera d’Amore e del Comune di Torrevecchia Teatina si terrà un incontro con la giovane ma pregevole scrittrice Mariagiorgia Ulbar, che donerà una sua lettera d’amore al Museo.

All’iniziativa, che si svolge nell’ambito di “Lettere d’amore dall’Italia”, partecipano Rolando D’Alonzo e Massimo Pamio. Presiederà il Sindaco Avv. Katja Baboro.

La scrittrice terrà un recital delle sue liriche, con gli intermezzi dell’arpista Benedetta De Simone, musicista diciottenne con un curriculum di tutto rispetto, che fa sperare in uno straordinario futuro.

MARIAGIORGIA ULBAR

Mariagiorgia Ulbar è nata a Teramo nel 1981, ha vissuto a lungo a Bologna e ora vive tra Roma e l’Abruzzo. Insegna e traduce dal tedesco e dall’inglese. Ha pubblicato la raccolta poetica I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, Firenze 2012), la silloge “Su pietre tagliate e smosse” all’interno dell’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, Milano 2012), le plaquette illustrate in edizione limitata Osnabrück e Transcontinentale (Collana Isola, Bologna 2013) e le prime nove cartoline del progetto autoprodotto Poste/Poesie, la raccolta Gli eroi sono eroi (Marcos y Marcos, Milano 2016). Ha fondato la Collana Isola, che pubblica libriccini di poesia e illustrazione di autori contemporanei. Collabora al progetto di poesia e fotografia Il tempo qui non vale niente, che si sviluppa on line al sito lightpo.tumblr.com. Vincitrice del Premio Dessì 2015 e finalista al premio Metauro 2015.

BENEDETTA DE SIMONE

Ha iniziato all’età di 5 anni lo studio dell’arpa celtica, proseguendo con l’arpa classica, sotto la guida di Elisabetta Boscherini e Luisa Prandina, prima arpa del Teatro alla Scala di Milano. Si è perfezionata in ensemble di arpe, l’arpa in orchestra partecipando ai corsi estivi “Marco Allegri” tenuti dalla Prof.ssa Lisetta Rossi e dal  M° Carlo Argelli, a Berna (Svizzera), con Maestri arpisti di fama mondiale: Irina Zingg, Fabiana Trani, Fabrice Pierre, Milda Agazarian, Mara Galassi, Petra Van de Heide. Partecipa a corsi di perfezionamento tenute dall’arpista Sophie Hallynck. Ha collaborato dal 2008 al 2015 con l’Orchestra Giovanile Amadeus di Pescara diretta dal M° Antonella De Angelis, nel 2011 con la Jazz Band D’Ascanio con il M° Mike Applebaum, con l’Orchestra d’Arpe del Conservatorio di Pescara, da dicembre 2015 è prima arpa dell’Orchestra Sinfonica D’Annunzio diretta in varie occasioni da Maestri di fama mondiale: Andrea Di Mele, Pasquale Veleno, Roberto Molinelli, Marcello Bufalini, Raffaele Napoli. È prima arpa dal 2012 fino ad oggi dell’Orchestra Sinfonica Internazionale “F. Fenaroli” diretta in diverse ocaasioni dai maestri Nicola Piovani,  Luigi Piovano, Gabriele Pezone,  Francesco Lanzillotta,  Carlo Gargiulo, Antonio Ciacca,  Pier Carlo Orizio. Ha collaborato nell’anno 2015 e 2016 ai concerti del “Colibrì Ensemble” Orchestra da Camera di Pescara. A giugno è  arrivata tra i finalisti all’audizione dell’Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani ed è risultata idonea alle selezioni per aggiunti dell’Orchestra Filarmonica Campana. Da settembre 2016 è docente di arpa presso la scuola di musica “ IL PENTAGRAMMA “ di San Salvo (CH). Nel giugno 2013 ha conseguito l’esame Trinity College London Pedal Harp – Intermediate Certificate with Distinction. Ha partecipato a diverse edizioni del Concorso Nazionale di Musica “Stand Together” Città Sant’Angelo, Rotary club di Teramo Est, Concorso Nazionale di Musica “Francesco Paolo Tosti” di Ortona, classificandosi 1° assoluta.

mariagiorgia-ulbarbenedetta-de-simoneBENEDETTA DE SIMONE

SUOZZO E STINCHELLI NOBEL PER LA LETTERATURA – LETTERA APERTA AI MEMBRI DELLA GIURIA


Cari membri della giuria del premio Nobel per la letteratura,

l’assegnazione del Premio a Bob Dylan mi impone il dovere di cercare di far chiarezza su alcuni meccanismi interni relativi al misterioso mondo della letteratura, ultimamente tintosi di giallo, di noir, di cinquanta sfumature di grigio.  So che ultimamente siete stati oberati dal lavoro, presi dalla lettura dei libri di André Agassi, Alex Ferguson, Ibrahimovic, Totti, dalla facilità della loro scrittura, dalla complessità delle argomentazioni, dallo stile agonistico che vi ha particolarmente impressionato –devo confessarvi di saperne qualcosa, e vi chiedo scusa, perché in questi mesi sono riuscito ad intrufolarmi, grazie alle mie capacità di hacker, nei vostri computer. Ho seguito con emozione la vera e propria battaglia tra di voi, tra le due schiere molto potenti che si sono formate, la prima guidata da una cordata di seguaci di Tripadvisor e di Scientology, la seconda capeggiata dal WWF svedese. I primi che sostenevano Carlo Cracco (autore di bestseller quali In principio era l’anguria salata, A qualcuno piace Cracco, Se vuoi fare il figo usa lo scalogno, Panettone a due voci, La quadratura dell’uovo, L’utopia del tartufo bianco, titoli che parlano da soli), i secondi che invece parteggiavano per Bob Dylan e per Mick Jagger. Sulla scelta avrei da ridire, però.

Mi sembra doveroso esporvi alcuni semplici concetti sulla letteratura. Non c’è che dire, Dylan ha scritto testi per canzone migliori di scazonti endecasillabi, di fragili alessandrini martelliani di tanti poeti, però, a mio avviso, il premio Nobel per la letteratura deve essere un riconoscimento per l’attività di uno scrittore, non per quella di un cantante o di un artista. Cari, è come se voi aveste concesso il Nobel per la fisica a un chimico. La specificità di una disciplina è un dato di base inoppugnabile, che non consente discussioni. La letteratura, voglio ricordarvi, è un sistema chiuso formato da generi letterari quali il romanzo, la poesia, il teatro (tra i generi mi è d’obbligo citare il genere epistolare, esiste perfino un sottogenere, la lettera d’amore, per la quale è stato creato un museo apposito, unico al mondo, il museo della lettera d’amore di cui ho il privilegio di essere il direttore, a Torrevecchia Teatina, in Abruzzo).

Che cosa sarebbe successo se alla prima della Scala invece che a un concerto, gli spettatori si fossero trovati di fronte Marco Baliani e Stefano Accorsi pronti a recitare l’Orlando Furioso? E alla prima del festival di Bayreuth se invece di un concerto wagneriano gli incauti spettatori paganti si fossero dovuti rassegnare all’ascolto di versi di un gorgheggiante Hans Magnus Enzensberger? E a Vienna, a Capodanno, se al posto dell’orchestra il pubblico si fosse trovato davanti un serioso Vittorio Sermonti lettore compito della Divina Commedia in tedesco?

Vabbeh, direte voi, adesso ho dato degli spunti a costoro, per attirare l’attenzione dei media sulle loro manifestazioni. Che allora perfino il Nobel si affidi a trovate bizzarre per far notizia? La società ci ha ridotto tutti a consumatori dell’immenso teatro capitalista dello spettacolo? Che Bob Dylan sia una merce ben spendibile?

Posso perorare allora una nuova causa mediatica? Visto che ormai vi siete buttati sul campo della musica, perché l’anno prossimo non fate un pensierino per assegnare il Premio Nobel per la letteratura a Michele Suozzo e a Enrico Stinchelli? Eruditi critici musicali dal linguaggio forbito, conduttori della trasmissione “La barcaccia”, adempirebbero al vostro desiderio di far notizia salvaguardando il nostro amore per la lingua e per la grande musica. Grazie per l’attenzione, all’anno prossimo!

Cordiali saluti, Massimo Pamio

stinchellisuozzo

SUOZZO E STINCHELLI O STINCHELLI E SUOZZO?

La mia PACAR


Briciolanellatte Weblog

piattaforme aeree cingolate a ragno«È lei il responsabile della sicurezza?»
L’uomo che mi stava facendo questa domanda, e che seppi poi essere il capo cantiere, era ben piantato, sulla cinquantina, un armadio in tuta arancione e un casco giallo in testa che, per la conformazione del cranio a uovo di pasqua, gli stava in bilico sbattendogli sulla fronte.
«Sì, certo!» gli risposi cercando di non farmi intimorire.
«Allora mi deve dire chi ha spostato la mia PACAR stanotte» incalzò come se si stesse chiedendo come avrebbe potuto sistemarmi braccia e gambe.
«La sua cosa?»
«La PACAR, la Piattaforma Aerea Cingolata a Ragno, quella che vede là, insomma…»
Per capire meglio mi spostai di lato visto che, per la stazza dell’uomo, non ero in grado di vedere oltre la sua spalla. Effettivamente sul prato c’era una macchina grigia, parcheggiata ai piedi della facciata, con le quattro braccia idrauliche rosso fuoco ben piantate nell’erba. Sapevo che erano in corso…

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POESIA COME ACCORDO (MUSICALE) CON IL MONDO: FEDERICA VOLPE


Federica Volpe: tre poesie tratte da PAROLE PER RESTARE (Raffaelli Ed., 2016)

 

Sono parole scritte per restare.

Non importa la stanza o l’angolo di mondo

in cui i tuoi occhi s’appoggeranno

sul mio corpo

fatto carta, più leggero,

a combattere le morti di ogni giorno

e la durevole futura. Passeranno

le stagioni ed io ti aspetterò

su uno scaffale, o in un buio di cantina,

o in una sala d’aspetto di ospedale.

Tu mi troverai, e ciò che importerà

non sarò io, ma il tuo sguardo,

ciò che vedi. Io sono nata per te,

per questo incontro inatteso,

per il tuo rivederti in qualche

svolta delle mie parole, come in una

stanza di specchi che si teme,

a volte, o che si ama. Sono parole per restare.

Sono parole per restarti.

 

Per te cambierei la mia geografia,

– un nome altro prenderebbero i ginocchi,

pulserebbero altri fiumi dalle tempie

ai calcagni, si muoverebbero le carni

come in danza a seguire i tuoi significanti

che tieni chiusi tra le labbra

come un bacio – .

Cambierei anche di stagione, addosso

mi starebbe come l’abito di sposa

di tua madre, o come il canto

che ascoltavi da bambino e non capivi.

Cambierei anche di punto cardinale,

sarò est od ovest perché non importa

da che parte mi sorga il sole, ma

che sorga, e sarò nord o sud

perché

non sono diversi nel seguire

l’equatore.

Non che io non ami i luoghi, e i climi,

e le coordinate, e ciò che è mio:

vedi: sono il sostrato sotto i tuoi nomi,

i fossili antichi sotto le tue

stagioni, sono l’est che impara a

tramontare il sole.

E’ ricchezza se mi ricopri di parole

nuove, come un corpo in amore,

se insieme facciamo di me un paese

rinato che ha lasciato ad altri le paure.

 

Piove e la pioggia, non capisco mai,

se muta nel tempo o nello spazio

-se è la nuvola a spostarsi o l’orologio-

ed ecco che sono ancora io, ancora

senza sapermi dimostrare, come

calcolo ancestrale che sappia di sé

tutto solo quando non si pensa.

E allora, ecco, non importa

l’essenza

della pioggia e il suo cadere come/

quando/perché: piove, e non lo sa

la pioggia e allora sa di sé.

 

 

POESIA COME ACCORDO (MUSICALE) CON IL MONDO: FEDERICA VOLPE

Federica Volpe, poetessa per nascita, vocazione, talento, persegue un’identificazione progressiva della propria individualità con la poesia mediante una pratica dialogica che declina con apparente sufficienza il segreto delle cose nell’intimo grazie a una leggerezza e a una semplicità che trattengono l’intenso profumo della complessità, dello scavo, della ricerca dolorosa e devota, dell’affezione al proprio commuoversi di fronte al mondo.

Suscita sentimenti di rinascita e bellezza continue, lo scoprire un’innocenza che si fa carne, un’ingenuità dolente e vivacissima, una gioia che perpetua le mani e il corpo e le sensazioni, tutte atte a raccogliersi -sempre al limite dell’effabilità- in una parola estrema che si toglie la pelle e si scortica per essere più vera, più vicina all’indeterminatezza del mondo.

La poesia è sempre poesia d’amore, non può essere che così, se si ama il mondo e se ne trae la sensazione di un’angosciosa bellezza che chiama incessantemente le creature a pronunciarsi: la poesia non potrebbe essere altro che canto per Federica, essenza del proprio vivere, partecipazione e adesione al mondo per il tramite del mezzo più immediato e libero che si possiede: la voce, unione del canto con la passione dell’animo, la libertà del mondo che si incontra con quella dell’uomo, delle labbra, dell’apparato fonatorio che vibra all’aria emettendo un suono, risuonando un lamento, un inno, una preghiera, modulando note armoniche, melodia, canto.

Federica canta, canta la passione, la passione per se stessa, Federica intona la sua canzone come assoluta voce e per dovere: cantare è dovere al mondo, se dobbiamo qualcosa al mondo è il canto, atteggiamento libero e liberante, liberatorio, gioioso, pieno, che risarcisce il mondo e lo esalta, lo esperisce, lo compie, sottraendolo al nulla. La risposta al vuoto è il pieno, il pieno di amore e di gioia, l’oltranza, il donarsi completamente, l’annullarsi nel canto, per celebrare il sogno dell’indeterminatezza che è in noi e nel mondo: quindi anche una sfida, una gioiosa provocazione al Dio Creatore -Creatore di insufficienze, di esseri vaghi e indeterminati, Dio dell’incompiuto- in attesa che voglia perfezionare la Sua meravigliosa orecchiabile opera sinfonica e sintonica, sinestetica, simmimetica, poeticamente cantabile. (Massimo Pamio)

Federica Volpe nasce e vive in Brianza dove invano cerca ancora di spacciarsi per autoctona. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere nel dicembre del 2013 e, se capita, scrive. Venticinquenne già pentita della carta stampata, cerca di dedicarsi alla sua poesia in segreto, e di valorizzare ciò che scrivono gli altri. Ha collaborato e collabora a vari progetti poetici, cercando in poesia esperienze e amicizie che solo la poesia sa dare. E’ di recente uscito “Parole per restare” (Raffaelli Editore), con una testimonianza di Franco Loi. 

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Shiva Guerrieri: Luci dal fondo


Poeti d'Abruzzo

Recensione al libro Luci dal fondo (2016, Portofranco) di Shiva Guerrieri a cura di Dimitri Ruggeri – “Andrò in giro da solo e mi troverai sbattuto / in qualche bar fottuto /imbottito di veleno e fragilità”. Potrebbe essere sintetizzata in questi tre versi, tratti dalla poesia “Fragilità e veleno”, la tensione emotiva e poetica dell’intera silloge. Rabbia, amore, gelosia, amicizia e introspezione sono alcuni dei temi che caratterizzano questa sorta di canzoniere empatico a ritmo di beat.

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SE L’AMORE RESISTE di Massimo Pamio


SE L’AMORE D’UN POETA RESISTE di MASSIMO PAMIO

Nell’ultima raccolta, “Non ritorni”, Antonio Spagnuolo perviene a una chiarità del discorso letterario, a una effabilità eloquente, a una dicibilità effusiva e sincera, che privilegiano la comunicatività e la dialogicità, sebbene si riscontrino numerose complesse ardite soluzioni sperimentali, che ostentano ancora l’attenzione per l’espressività, per la simbolicità, per la cripticità, per la ricerca astratta, polisemantica, d’avanguardia. Spagnuolo è poeta del laboratorio, instancabile operatore della parola, sempre sottoposta a una serie di rivolgimenti, trasformazioni, incisioni, poeta di “ultra e di transavanguardia”, che “azzera il linguaggio di semantemi inusitati e di altre imprevedibilità”, (così scrive Mario Pomilio nell’introduzione a Candida, una delle prime raccolte), poiché mira all’informale, non alla sintassi, influenzato dal pensiero filosofico e psicanalitico, da Lacan, che definisce l’inconscio una “parte del discorso concreto” (negli Ecrits, ediz. Seuil, p. 799), inconscio come sistema di lettere che, interagendo col discorso conscio, ne schiuderebbe lacune e falle, tracce di iscrizioni patologiche sul corpo, ricordi d’infanzia già censurati, vocabolario e stilemi individuali, sintagmi e movimenti  che si trasformano in leggende, in miti per veicolare la storia individuale; per Spagnuolo la poesia, una volta liberata del poetese, del sentimentalismo e della banalità del discorso quotidiano, dovrebbe interrogare gli ipogei del sottosuolo mentale, per comprendere i meccanismi situati all’origine delle azioni linguistiche o dei comportamenti razionali che nascondono. La soggettività non sarebbe fonte o causa della poesia (o della scena poetica) bensì una funzione della stessa, in grado di esprimere o manipolare sintagmi sfuggiti all’inconscio. Questi presupposti logici e critici, perseguiti fino in fondo da Spagnuolo, vengono abbandonati in “Non ritorni” per un’urgenza del dire, per la necessità del racconto. Spagnuolo è preso qui dall’evento della scomparsa recente della compagna fedele della sua esistenza, travolto da quell’assenza che presentifica ogni ricordo, ogni istante e lo riconduce a una sola ossessione: “Ora frantumo lo specchio che deforma/ la mia immagine di vecchio/ e finisco nell’ossessione della tua assenza”. “Non ritorni” è poesia del Dolore, d’un dolore sommesso, continuo, dignitoso, che si configura nello schema della poesia senza mai concedere alcunché alla retorica, senza esporsi mai al rito consolatorio. Non conosce tregua il dolore, che si ripete verso per verso, rende affannoso il respiro e la lettura del testo anche quando l’autore chiede con delicatezza: “Lasciami ancora uno sguardo/ nei giorni in cui non trovo più parole”, un attacco commosso, commovente, che induce al pianto. Prima tutto era vivo: “Le rondini avevano il girotondo/ delle vertigini improvvise,/ e le ombre trattenevano il sole”. La poesia più che terapia è giaculatoria disperata, un nominare forsennatamente l’assenza, l’assenza dell’amata, un definire i contorni di una vita improvvisamente divenuta “senza fantasie” giacché “dilania il petto”. Restano i ricordi, sullo sfondo del meraviglioso golfo napoletano, che qui non è stereotipo, perché non stempera il dolore, dolore che rinnega perfino il libro: “Andavi nelle stanze tra i riflessi del sole/ a portare le ultime magnolie/ e rallegravi pareti./ Il richiamo non ha più il tuo nome/ nel logorio del libro che rinnego/ pagina dopo pagina”. L’ambiente è comunque quello dorato scintillante di luce, incanto che è divenuto tragico sfondo dell’illusione, dell’angoscia, della solitudine, del pianto. La speranza è tutta in “un improvviso bagliore” nel miracolo di un fugace ritorno dell’amata: “L’armonia di un attimo/ che ritorni al destino (…)/ e rinchiude nel dubbio il desiderio/ di un improvviso bagliore”. La preghiera si fa invocazione: “Ritorna un momento ancora/ e le mie stanze brillano di gioventù”. Il timore è che il poeta perda perfino memoria della sembianza dell’amata: “Non si cancella l’amore che mi hai donato/ e mi perseguita ancora il tuo respiro/ anche se ormai scompare nel golfo il tuo profilo”. Solo lei conosce la verità: “Se esiste l’amore oltre la morte tu lo sai”. Un’amarezza senza fondo per un’assenza che dilania: “Soltanto una chimera? Sessant’anni/ svaniti nel volgere di uno sguardo/ quasi per gioco, schiocco di frusta/ nel bianco consueto della luna/ perla del dubbio inaspettata”. Un canzoniere d’amore in assenza, disperato, tragico, che non s’arresta, flusso costante, un fiume di dolore che assurge simbolicamente a monumento perenne eretto da Spagnuolo alla donna amata.

In queste ultime dolorose raccolte, il processo intentato alla parola per motivazioni filosofiche e poetologiche si arresta, si spegne, si traduce in una nuova concezione. La parola non è più luogo d’un dissidio, d’un conflitto tra conscio e inconscio, tra significato e significante, punto di disaccordo tra la catena dei significanti e quella dei significati, tra simbolo e senso. Alla parola non viene chiesto di far apparire quello che è nascosto nella nostra profondità, bensì di farsi testimonianza viva, canto melodioso, filo che si tenda al massimo per andare a riconquistare la presenza, a rivendicarla come un assoluto. In questo senso, la parola diviene una modalità dell’essere, un modo della vita di manifestarsi, segno proprio ed efficace della creatura umana. Un tentativo della creatura di adeguarsi alla vita che non conosca soluzione, che sia in qualche modo espressione continua, “inestinguibile”. Segno che si prolunga e si affida ai segni degli altri, li contiene, li trasmette, li modifica, li salva, li rinnova, li trasforma, li completa, li azzera. Segno tra i segni, segno di segni, la parola è una proprietà della vita, un aspetto del suo essere presenza, perdita, testimonianza, promessa, speranza di un’ulteriorità ma anche fine, consumazione, limite. La parola è il contenuto dell’amore e del dolore, contenuto e contenente, un aspetto di ciò che di più generoso la vita può concedere alle creature, per un incanto che ha a che fare con il Mistero dell’Assoluto, di un Dio che si nasconde dietro ogni enunciazione.

foto antonio 2013ANTONIO SPAGNUOLO

L’ANGELO CHE NON MOSTRA IL VOLTO: FRANCESCO RIVERA


L’angelo che non mostra il volto: Francesco Rivera

di Massimo Pamio

Ogni libro di Rivera è, per il lettore, un’avventura unica, un’esperienza primaria, un unicum, un luogo esotico e irraggiungibile, un mistero compiuto e mai più spendibile, un varco chiuso, una conchiglia che ha ambrizzato la sua perla. L’ultimo, il sedicesimo, “Angeli senza volto”, pubblicato di recente, riferisce di uno strappo, proprio del mondo e della vita e delle relazioni che mondo e vita stabiliscono con le creature e con la ragione, da cui derivano un debito incolmabile, il riappropriarsi da parte del fuoco d’ogni forma, motivi atti ad essere tradotti in un canto prezioso e sibillino. Rivera è uno dei letterati più claustralmente piegati dal demone della poesia a una fedeltà liturgica e zelante, per una concezione del fatto poetico come di un’azione condotta sulla materia -dall’interno della materia- con la consapevolezza di una ineliminabile incapacità di bucarne completamente il guscio, come accade per i Prigioni michelangioleschi, abbandonati -forse arresi- nel groviglio inestricabile delle vene del marmo, prede della Forma, ostaggi ma anche orgogliosi guerrieri pronti a combattere per Lei, vera Idea, vero Assoluto per il quale vale la pena sacrificare un’esistenza, affinché quella possa conseguire la Vittoria, la Gloria. Rivera si fa sacerdote zelante combattente ardito samurai pronto al suicidio in nome della Forma, Forma quale Assoluto, Luce ultima e vera d’ogni goccia di sangue che il poeta conserva. Ogni opera poetica costituisce un pericoloso svenarsi dell’autore per imbibire i vasi ematici della Forma, che va costantemente irrorata, affinché non illanguidisca, conservandosi splendente nell’accecante gloria che si autoproclama Bellezza. Che cosa conosce di più sontuoso l’uomo che elabora, che fa poetica, techné, di cosa può egli santificarsi e glorificarsi se non della creazione e della visione di magnifici ingranaggi, di ardite realizzazioni di linee e disegni e figure che assurgono a dignità di meccanismi e costruzioni e strumenti tanto più sofisticati quanto più efficacemente funzionali e funzionanti, per giunta dotati di equilibrio, inusitati congegni che riassumono in loro dinamica e potenza e perfino una qualche dotazione del vero?

                                                                           Vinci la gloria,

                                                                           la gloria per le tue aporie,

                                                                           la gloria per l’immobilità.

L’estetismo riberiano è vicino a quello di Angelo Maria Ripellino, di Juan Rodolfo Wilcock, di Edoardo Cacciatore, ma anche di Emilio Villa, di meridionali quali Calogero e Piccolo: un ambiente tanto raffinato quanto proditoriamente emarginato dalle antologie nazionali, colpevoli, a mio avviso, del solito familismo che ha privilegiato sempre gli amici rispetto agli altri, ben più meritevoli.

Esule in patria, estraneo al suo reame, vivendo una sorta di Deità al rovescio, di Colui che il suo regno l’ha creato ma se n’è distaccato e ora tace

                                                                          Elàborati nella vista di Colui che tace.

 

                                                                        Ma tu, tu

                                                                        hai proposto la tua demarcazione

                                                                        Al Dio delle gemme?

Rivera parla in nome del silenzio col suo linguaggio tornato a essere segno, spossessato del significato, condizione e terreno di uno sradicamento fondante e fondativo, perché solo in questo modo esso può riavvicinarsi a una sua purezza originaria. L’idea di fondo della poesia “gnostica” di Rivera è che Dio, nel fare il mondo, si sia macchiato di un’impurità, o di un’iniquità che noi creature dobbiamo in qualche modo emendare o scontare, attivandoci per cercare di conquistare un’innocenza che ci è comunque preclusa, ma il tentativo, se esperito, contribuirebbe a togliere la macchia dal Dio, a purificarLo: purificarLo significa in qualche modo negare noi stessi, non rinnegando mai

                                                                          il nulla che è la faccia

                                                                          buia con

                                                                          cui Dio preme la terra.

In tal senso tutta la poesia riberiana è ricerca teosofica, è preghiera, invocazione rivolta al Demiurgo affinché possa salvarci come globuli di luce per ricongiungerci all’Empireo, strappandoci alle grinfie del Male, alle tenebre che vorrebbero per sempre tenerci legati al marasma dell’impuro che si allarga sempre più nella Terra, laddove una masnada di anime maligne e caliginose rende il buio sempre più potente e minaccioso

                                                                             mentre mi considero

                                                                             abituale alla farragine

                                                                             e al dolore della luce.

Tra un vuoto che non può essere scavato e un pieno che può essere solo sperato, il poeta agita la bandiera del filo nero della scrittura come una traccia, un ordito che cuce il bianco della pagina in funzione di un Altrove che è la propria logica,

                                                                              maestra di nudità.

L’ineffabile gioco che l’autore spende nel testo è fondato su due direzioni, la prima, che coniuga la ricerca del Divino con la ricerca della Forma, la seconda che invece lega ogni cosa –spirituale e materiale- all’amore per la compagna della propria vita, magistralmente riassunta in un verso di una autenticità che forse è difficile incontrare nella poesia italiana del Novecento e in quella più recente:

                                                                                 Tutta l’anima, per seguire il Tuo corso di nodi.

Un verso prezioso, cesellato, accecante, che risolve forse l’intera raccolta nella più appassionata dichiarazione d’amore. E ancora, la lirica prosegue con una tensione tra immaginazione e passione che riesce a pulire ogni discorso superficiale, a conseguire un’apertura in quella parte del linguaggio che è l’inconscio (come affermas Lacan negli Ecrits):

                                                                                  È Melania, è lei

                                                                                 che raggela le mie unghie

                                                                                 che ritorna a graffiarmi

                                                                                che mi fa spendere poco.

                                                                                È lei che intristisce la mia vita

                                                                                 è lei che funziona da tappo.

                                                                                 È lei che prova a cantarmi

                                                                                 è lei che prova a dividermi.

L’autore preme sul linguaggio, ne placa il furore del significato, ma anche ne smussa gli angoli, quasi a voler raggiungere il “fattore zero” della funzione comunicativa, a rendere la bellezza fine a se stessa. Che cos’è d’altronde la bellezza se non qualcosa che si libera dei vani significati, sintomo di qualcosa che c’è ma non si vede? Così come il colore degli occhi, che può essere sintomo d’alba:

                                                                                 Il colore dei miei occhi è sintomo d’alba.

                                                                                 Nel tramonto le palpebre s’uccidono tra loro.

La poesia è un sintomo, un avvertimento di qualcosa, una traccia nera senza significato che lancia messaggi probabilmente a quelli che verranno, esulando da verità e realtà così come sono abitualmente concepite. Atto di pura scrittura, disseminazione derridiana, destrutturazione del linguaggio quotidiano, engramma del nero fluido di ciò che rende significativo il calco tipografico, la poesia riberiana è un disegno su carta, è segnale d’un nulla significante o d’un significato azzerato, concrezione pura, grumo inesplicabile, fondamento del Nulla sartriano e heideggeriano, che probabilmente sfocerà in ulteriori prove e tentativi di approssimazione a un senso che né Dio né la Verità possono completare: la poesia riberiana sarà sempre ricerca, viaggio, interrogazione, nella pacatezza che ne contraddistingue il dettato, nella delicata tristezza e nella corrosiva ironia che sedimentano ogni pagina e fanno del Poeta una tra le voci più interessanti del nostro panorama poetico.

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GRANDE SUCCESSO PER LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE DELLA XVI EDIZIONE DEL CONCORSO LETTERA D’AMORE – IL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE ACQUISISCE NUOVE DONAZIONI


Un uditorio di oltre 250 persone attento e partecipe ha gremito l’atrio del Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina  dove si è svolta la cerimonia di premiazione della XVI edizione del Concorso Internazionale “Lettera d’Amore”, che quest’anno ha vissuto momenti di grande intensità e commozione,  per la lettera al padre contadino scritta da Assunta Di Cintio, seconda classificata, per le parole dedicate al nipotino Samuele da Tino Di Cicco, autore della più bella lettera d’amore, che ricalcava l’inno all’amore di San Paolo contenuta nella lettera ai Corinzi, ma anche per la lettera dedicata alla dignità dal cardiologo Eligio Di Renzo, o per quella di Anna Rita Severini al museo dell’innocenza di Istanbul che ha sottolineato brutte pagine dell’attualità politica, per quella di Maryam Fatemi Far, funzionario della Regione Umbria che ha dichiarato di non voler tornare in Iran se non quando i tempi saranno migliori. Ospiti Roberta Riccarelli, moglie dello scrittore Ugo che aveva donato una sua lettera d’amore al Museo della Lettera d’Amore,  di cui è uscito di recente un libro postumo, “Lettera d’amore e d’addio” pubblicato da Mondadori in cui si riporta proprio quella lettera. Riccarelli è stato uno degli scrittori italiani più amati, vincitore del Premio Strega e del Campiello, autore di un bestseller internazionale, “Il dolore perfetto”. Il Premio internazionale è stato assegnato a Maria Arfè, console onorario in Grecia, scrittrice, drammaturga, editrice, per la promozione delle relazioni interculturali tra i paesi europei. Franca Minnucci e il Presidente della Giuria prof. Vito Moretti si sono soffermati sulla storia d’amore tra Eleonora Duse e di Gabriele D’Annunzio. Nella serata, sono state donate opere e lettere d’amore al Museo, presenti la Dott.ssa Paola Di Felice, già direttrice dei Musei Civici di Teramo e la scrittrice Elena La Rosa.  Il Sindaco di Torrevecchia Teatina ìAvv. Katja Baboro ha annunciato che è in corso il gemellaggio del Museo della Lettera d’Amore con la casa di Giulietta a Verona. E’ stata inoltre inaugurata la mostra di Gabriella Fabbri, “Conversazione” a cura del Prof. Massimo Pasqualone.

Ecco alcune delle lettere vincitrici (in quanto sottoposte a copyright  del Museo della Lettera d’Amore, ogni riproduzione non autorizzata sarà perseguita a norma di legge ai sensi della vigente normativa):

TINO DI CICCO (primo classificato)

lettera a mio nipote Samuele per quando sarà più grande

Caro Samuele,

Siamo quasi tutti confusi, e lo sarai anche tu; e lo siamo quasi solo perché non sappiamo cos’è il bene.

E’ il bene, infatti, che organizza la vera gerarchia nella nostra realtà, ed elimina così per sempre ogni confusione e ogni incertezza.

Chi in questa brevissima esperienza di tempo che chiamiamo vita, ha avuto la fortuna di provare l’amore, ha trovato il vero bene, e non è più confuso.

Il vero amore trascende però anche la persona che amiamo.

Amiamo quella persona perché in qualche modo testimonia il bene che non c’è, non perché realizza il bene assoluto che noi tutti cerchiamo.

Si parte dall’amore per una persona, e poi, senza sapere perché, si guarda con benevolenza tutta la realtà. Come se una volta realizzati nel bene, non riuscissimo più ad assecondare la nostra natura animale.

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MARE MOSTRUM DI SABATINO CIOCCA


MARE MOSTRUM 2016

 

Tutto cominciò quando un cugino in seconda del ministro della Salute in vacanza  a Martinsicuro, dopo aver dragato il fondale alla ricerca di telline, se ne tornò in albergo a mani vuote.

La sera stessa, allertata da una tempestiva telefonata del presidente del  Comitato Nazionale per la Salvaguardia e la Valorizzazione dei Mitili,

la presidentessa dell’Associazione Bagni Sicuri in Acque Pulite telefonò a sua volta ad un’amica di Tortoreto Lido chiedendo notizie sullo stato di salute dei bambini ospiti della locale colonia estiva.

Non riuscendo a chiudere occhio, quella notte la presidentessa decise di stilare un programma quinquennale di manifestazioni sull’inquinamento delle acque marine abruzzesi, e un j’accuse sui danni della pesca a strascico su bagnasciuga, j’accuse che all’indomani, di buona ora, si apprestò a consegnare alla Stampa.

Ma torniamo al nostro pescatore di telline. Ebbene, di costui non c’è dato sapere se poi, indispettito dalla magra, abbia tentato una più fruttuosa raccolta in altri tratti della regional costa, né se fosse un ambientalista prezzolato provocatore volutamente dedito alla pesca sui tratti marini in prossimità delle foci dei fiumi. Fatto si è che alcuni giorni dopo, il Ministero della Salute  promulgò l’annuale rapporto  sulla qualità delle acque di balneazione italiane sentenziante il mare abruzzese in agonia.

Cotanta notizia gettò nel panico l’assessore regionale al ramo che s’affrettò a condividerlo con il suo presidente, il vicepresidente, il sottosegretario alla presidenza anche assessore alla Caccia,Pesca ed Economia del Mare.

– Il 99,9% delle acque abruzzesi è balneabile. Di questo dato, il 99,9% presenta una balneazione “eccellentissima”, il resto “eccellente”. È questo lo stato di salute delle acque regionali che emerge dai numeri in possesso dei nostri uffici preposti, numeri che sono stati oggetto di una “elaborazione erronea e fuorviante” da parte del ministero della Salute, dati che penalizzano oltremodo il territorio e vanificano l’operato del Presidente che di persona ha provveduto a turare la mobilità trasportistica fogniaria illegale trovante sbocco nel nostro mare –

Dagli Appennini alle onde, dal Tronto al Trigno si levò di subito la regionale indignazione, capofila il  presidente di una delle quattro Province più colpite dai divieti di balneazione.  L’ignaro amministratore era stato portato a conoscenza di quell’attacco all’economia abruzzese da una telefonata di un bibitaro del fu bandiera blu S.Vito Chietino, a tempo perso suo elettore, preoccupato del tracollo di vendita delle gazzose.

Non potendo ormai ignorare la faccenda, il bravuomo decise di convocare tutti i sindaci dei Comuni rivieraschi di sua pertinenza così da unire le forze per stilare un documento di protesta

– Turisti, cittadini e bibitari possono stare tranquilli. La costa  della nostra provincia è interamente balneabile. Per la restante parte non ho elettori da rassicurare –

Sentitosi chiamare in causa, scese allora in campo l’assessore con delega al Turismo che, in nome degli operatori economici suoi tradizionali elettori incitò i concittadini  a un collettivo bagno a mare, obbligando nel contempo  i familiari a dare il buon esempio, dopo aver stipulato una polizza vita in loro favore.

Intanto l’assessore regionale all’ Ecologia e Ambiente, dandosi del capace mentre cercava allo specchio l’espressione più adatta per la sua indignazione ufficiale, congetturava tra sé e sé se per caso quel ferale pescatore non avesse adoprato una retina acchiappatelline a maglie larghe. Imprecando sul fatto che il ministro della Pesca e Acquacultura avrebbe dovuto imporre un retino acchiappatelline standard per l’intero territorio nazionale, si sforzò di pensare alle contromisure da adottare.

– A spese della Regione saranno distribuite a tutti gli operatori del settore acchiappatelline con reti regolamentari così da ripristinare la verità. Già lunedì invieremo al ministero della Salute un nostro dossier su tutti i dati di rilevazione omogenei;  contemporaneamente il nostro  presidente, con la solerzia che gli è propria,  si recherà con la trasportistica viaria a chiedere giustizia al presidente del Consiglio così che pretenda giustizia dal Presidente emerito dello Stato per l’operato improvvido del ministro della Salute, e ancor prima a Bruxelles, con la trasportistica aerea–

I proclami e le polemiche sul presunto stato comatoso delle regionali acque infuriavano ormai da giorni allorquando a un  deputato dell’opposizione in scadenza di mandato, non si sa come, nè da chi suggerita, venne la “dritta” di un’interpellanza parlamentare in proposito.

Ma com’è possibile che a Termoli il mare è pulito e a Vasto no? – si chiese dubbioso avendo finalmente  intuito la gravità del momento  – Chiederò lumi direttamente al ministro della Salute – si ripromise, il solo convinto che il Ministro in questione ci capisse qualcosa.

Sabatino Ciocca

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°L’Italia è un giardino° sull’Huffington Post — Studio Homo Radix


La natura dà i numeri (e l’uomo li coltiva) di Stefano Paolo Giussani Si parla di Fondazione Merz, Fibonacci e del nuovo libro di Tiziano Fratus, L’Italia è un giardino (Laterza). Buona lettura! >>> http://www.huffingtonpost.it/stefano-paolo-giussani/la-natura-da-i-numeri-e-luomo-li-coltiva_b_11155416.html

via °L’Italia è un giardino° sull’Huffington Post — Studio Homo Radix

CERIMONIA DI PREMIAZIONE DELLA LETTERA D’AMORE L’8 AGOSTO


palazzo BARONE VALIGNANI E MUSEOIL PALAZZO DEL MARCHESE VALIGNANI E IL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE

La cerimoni adi premiazione della XVI Edizione del Premio Lettera d’Amore si svolgerà lunedi 8 agosto alle 20 e 30 nel Parco del Palazzo del Marchese Valignani intitolato a “S. Karol Woytjla”, presso il Museo della Lettera d’Amore. Presiederà il Sindaco Avv. Katja Baboro, presenteranno Marzio Maria Cimini e Barbara Giuliani. Le lettere vincitrici saranno lette da Giulietta e Romeo: sì, proprio loro, in un prezioso costume d’epoca… Alla manifestazione parteciperanno Roberta Bortone Riccarelli, che rievocherà la figura dello scrittore Ugo Riccarelli, di cui di recente è uscito il libro postumo “Lettere d’amore e d’addio” curato da Paolo Di Paolo per Mondadori. Sarà inoltre assegnato il premio Internazionale a Maria Arfè, scrittrice e editrice di origine italiana, residente in Grecia, dove è stata Vice Console Onorario d’Italia in Grecia.

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