STEFANO STRINGINI SU COMISSO NELL’INTERPRETAZIONE DI DE CILIA


 

 

 

 

COMISSO NELL’INTERPRETAZIONE DI NICOLA DE CILIA (STEFANO STRINGINI)

 

Giovanni Comisso: Viaggi nell’ Italia Perduta,  a.c. di N. De Cilia, Roma, Edizioni dell’ Asino, 2017.

 

La scrittura di Giovanni Comisso,  notoriamente  caratterizzata da uno stile classico e al tempo stesso moderno,  presenta nel suo processo evolutivo  una cifra ambivalente che,  fortuna  di molti grandi scrittori, al di là della finzione  letteraria, si lascia non di meno  gustare  nella forma del  Reportages  e  del resoconto di viaggio.  Il merito di questa raccolta di scritti, curata da   Nicola De Cilia,  consiste  nell’ avere selezionato le    prose più  significative della ricca  produzione dello scrittore ,  secondo il criterio delle   fisicità,  della concretezza e dell’  evocatività.  Mescolata ad   un’ ebbrezza visionaria e intensa,  che  è  senz’ altro , debitrice sia  al  Rimbaud   dell “ uomo dalle suole di vento” ( ovvero alla  sua proverbiale   dromomania, analizzata   a suo tempo   da Sergio Solmi[1]) ,  che a quello del poeta veggente[2].  Dal quale assimila al tempo stesso   tutte  le    coloriture  paniche e a tratti idilliche dei  paesaggi rurali, dei villaggi e delle città,  descritti dallo stesso  Rimbaud , quando,  poco più che adolescente,   scappava da Charleville per vagabondare da un punto all’ altro delle Francia e del Belgio .

La figura retorica guida  dell’ intera  raccolta,  è senz’ altro    la    Sinestesia,  multiforme, policroma, a tratti abbacinante, ma al tempo stesso intrisa di  una  buona dose di ironia e di   disincantata saggezza, con  una scrittura  che, fluttuante tra l’ apollineo e il  dionisiaco, coinvolge il lettore in un susseguirsi di avventure, in cui celebra  tanto   l’ amor vitae oraziano, quanto il senso di smarrimento  dell’ artista del ‘900 , che non di rado perde  la propria identità per scoprire , disimparando  a vivere,  i risvolti piacevoli e  meno piacevoli dell’ esistere  al di là e al di qua delle  convenzioni.

A tale scopo    Comisso non poteva  trovare un compagno di viaggio  migliore  di Guido Keller,  già   asso    dell’   aeronautica nel corso della prima guerra mondiale ,  braccio destro e  sodale di D’ Annunzio e F.T.  Marinetti nella conquista   di Fiume. Uomo di azione coraggioso e creativo, beffardo,  a volte  grottescamente goliardico.  Destinato,    proprio per  questo   ad essere considerato, anche da Comisso,  l’ incarnazione più concreta  della coincidentia oppositorum tra arte e vita.   La  contrapposizione tra uomo di armi e uomo di lettere , dolorosamente cara a Borges e non solo[3] , è però  Da Comisso stemperata – secondo De Cilia-     in  una nuova e  diversa percezione dell’ amico.  Infatti  lontani ormai i giorni di Fiume  e   le imprese    eroiche e ,  non di meno  goliardiche e   grottesche  del “ Gruppo Yoga” ( Unione di Spiriti liberi tendenti alla perfezione ), del quale  Comisso era  acceso sostenitore con Keller, lo scrittore trevigiano   sembra provare    non più   ammirazione per il “ bellicoso vitalismo”   del pilota , ma un  distacco dovuto alla percezione di   “ una forma di cupa e volluttuosa disperazione”[4]. Quella stessa che lo avrebbe indotto a  morire in miseria pochi anni dopo,  in seguito ad un incidente stradale . Dunque lo spirito di avventura e la voglia di conoscere luoghi affascinanti e meno noti di un Italia perduta, risulta  improntata ad un vitalismo non meno intenso, ma   che concede il giusto spazio  al  reducismo bellico,   a volte  usato anche per    fare colpo sulle fanciulle, che incontrano ad esempio in Viaggio in Toscana. Tutte   ovviamente innamorate di loro “ fino al delirio”.

L’ esperienza    di Fiume,   di  recente paragonata tra strascichi di  entusiasmi e polemiche ,  dalla Salaris  ad  una comunità Hippye  ante litteram[5],   dunque sfuma per dare spazio  ad un  grand tour  molto   bohemien, nel corso del quale i due    “rabdomanti incerti”[6] si concedono senza riserve ai piaceri ai, contrattempi e ai più o meno graditi incidenti  di percorso, del loro viaggio.   Anche se il cuore di Comisso è  sempre rivolto a    Treviso,   città natale e di vita (  nella misura in cui pulsa di cultura e degli entusiasmi  delle nuove generazioni di adolescenti)[7] , questa  diventa di pagina  in pagina  un punto di riferimento sempre più  sfumato ,  finalizzato a dare spazio ad una non meno nuova ed interessante conoscenza  di luoghi e  vicende  umane.    Dal Veneto di Cimalsole,  dove tra valli,  osterie e  uomini corpulenti e dal bicchiere facile, si narra  tra inni fascisti,  delle imprese dei Greci  fondatori delle loro città, sino a  Milano. Dove l’ incontro con una “ bella Siciliana” di nome   Concettina , funge da anticipazione per le  sue avventure  nel Sud della penisola .  Anticipazione  che nel contesto della loro conoscenza,  non manca di qualche  scanzonate sfumatura  erotica , non a caso  Comisso gioca proprio con Concettina  a fare il dottore    per verificare il suo stato odi  salute. Senza ombra di dubbio   assolutamente ottimale . Questa dimensione   ludica  e incline a celebrare la natura e la bellezza  femminile,  lo colloca ovviamente   agli antipodi rispetto alla superiorità dell’ artificio sulla natura,  cara ai suoi pur amati     modelli simbolisti[8].   Il viaggio prosegue poi  a Roma, Napoli e in Sicilia, con delle coloriture che variano   dalla  solenne monumentalità  di una visita  alla tomba di Scipione l’ Africano, accusato ingiustamente dal Senato di essersi impossessato  delle ricchezze dei regni conquistati, al pellegrinaggio sentimentale nella casa dei Malavoglia in quel di Aci Trezza.  Oppure   attraverso  episodi  folcloristici, e vicende umane più o meno drammatiche ( vedi  le pagine quasi  da fait divers   alla Serao,  di:  Malinconia a Napoli dedicate alla  vicenda giudiziaria dell’ amico Maurizio,  prima messo ingiustamente in carcere con l’ accusa di furto,  poi riabilitato a riaccolto al lavoro),  con il non casuale sottofondo musicale  del: Tango della miseria  che  i buffi eseguono  con i  cilindri e le palandrane tra gli applausi dei passanti.

Sono tutti aspetti che   sottolineano  sempre  più i contrasti  e le contraddizioni di un’ Italia il cui paesaggio è speculare alle luci e alle ombre di una nazione destinata a rivelarsi  tanto contraddittoria, quanto  in fieri.   In:  Agrigento contro Salernitana ,  infatti   la monumentalità  classica e i richiami cosmogonici alla  mitologia greca  contrastano, nel momento in cui lo scrittore,  spostatosi  da  qui  a  Salerno, vede  scritto su di un muro fatiscente l’ annuncio   della partita  “ Agrigento contro salernitana”,  tragicomica pubblicità   di un molto casereccio derby di provincia,  che  anticipa  al tempo stesso  uno dei vizi più diffusi  tra quello  che a breve sarà l’ archetipo progredito dell’  italiano medio.    E’ però  nel conclusivo: Non si può visitare l’ Italia in macchina che Comisso,  saturando tutte le varianti alchemiche delle Sinestesia e dello Straniamento mette a nudo tutto il suo disagio di intellettuale dinanzi ad un’ Italia che sta per intraprendere la tormentosa strada di una crescita senza sviluppo. :   “ Invero ò dovuto poi accorgermi  – ci dice- che non la macchina imponente, mi fece impressione, ma la nostra Italia vista da essa” [9].  L’ auto su cui Comisso viaggia diventa così la metafora di un disagio, al quale contrappore  la  “purezza” di  un popolo già in odore di tutte le  profonde trasformazioni antropiche ed entropiche  del nuovo secolo:

Quando poi ci incontrammo verso l’ interno- scrive ad un certo punto  l’ autore-  non fu più un divertimento viaggiare in questa macchina, mi sembrava di essere dentro una gabbia, messo alla berlina davanti a un popolo, così puro, così giusto, così onesto da potere avere il massimo diritto di condannare. Al nostro arrivo nella piazza di ogni villaggio, subito veniva un gruppo di ragazzetti strillando con allegrezza di essere figli di soldati americani e con prepotenza si arrampicavano come dovessero venire a riscuotere il credito[10].

Un credito che  verrà ben presto integrato con parole   come  modernità, industrializzazione proletariato,  borghesia  e  sviluppo urbano.

Dai  quali Comisso lascia trasparire tutto il suo desiderio di distacco di intellettuale che ama viaggiare  a piedi  o  con  altri mezzi  caratterizzati da una lentezza che purtroppo non ci appartiene più, ma che è bene non perdere di vista, magari concludendo con  una frase di Pino Cacucci , che forse sarebbe piaciuta anche a  Comisso :   “  Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove”[11].

[1]  S. Solmi: Saggio su Rimbaud,  Einaudi 1974
[2] Qui se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens, cfr Lettera di Rimbaud a Paul Demeny, i n Epistolario,  Roma,  Lucarini, 1991
[3]  J.L. Borges: “ L’ uomo dell’ angolo delle rose”, Viterbo,  Stampa alternativa, 1996
[4]  De Cilia, In:  G. Comisso Viaggi  nell’ Italia perduta, Edizioni dell’ Asino, 2017, p. 12.
[5] C. Salaris: Alla festa della rivoluzione, Bologna, il Mulino, 2008.
[6] De Cilia  cit p. 13.
[7]  G. Comisso: “ Viaggi nell’ Italia perduta ,  cit. p. 67.
[8] C. Baudelaire: “ La donna è naturale perciò abominevole”,  Diari intimi, Roma, Newton Compton, 1992, p 20  e J. K. Huysmans: Controcorrente, pagine relative all’ esaltazione della riproduzione del corpo femminile come  una bambola.
[9] G. Comisso: Viaggi nell’ Italia perduta, cit. p. 150.
[10] G. Comisso Viaggi nell’ Italia perduta, cit. p.  155.download
[11] P. Cacucci da: Un po’ per amore, un po’ per rabbia,  Milano, Feltrinelli, 2008.
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Lascia sia il vento – Margherita Guidacci


Poesia in rete

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947

Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
Come due specchi, svuotati d’ogni immagine,
che l’uno all’altro rendono
un semplice raggio. E ci basta.

Margherita Guidacci

da “Poesie per poeti”, 1987, in “Margherita Guidacci, Le Poesie”, Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 1999

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L’Apparenza delle Cose


Lunanuvola's Blog

Milk and Sap - 2017 - Jocelyn Lee

(Latte e Linfa, 2017)

Le immagini che vedete sono parte di una mostra intitolata “The Appearance of Things” – “L’Apparenza delle Cose”, attualmente allestita al Center for Maine Contemporary Art di Rockland, nel Maine.

La celebrata e premiata Autrice è la 56enne Jocelyn Lee (nata a Napoli) e da dieci anni sta lavorando a questo ultimo progetto che, nelle sue stesse parole, opera “uno spostamento di prospettiva in cui un corpo – un ritratto – diventa un paesaggio; una natura morta diventa un ritratto e un paesaggio diventa un corpo.”

July burn - 2016 - Jocelyn Lee

(Bruciore di Luglio, 2016)

La critica d’arte del New Yorker, Rebecca Bengal, nella sua recensione della mostra scrive: “Al posto dello scambio fra macchina fotografica e soggetto, queste fotografie pittoriche rivelano una simbiosi fra forme umane e forme naturali, ove ogni forma esalta la bellezza prodigiosa e costantemente mobile dell’altra.”

Riding the apple tree - 2016 - Jocelyn Lee

(A cavallo del melo, 2016)

Maria G. Di Rienzo

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Puoi decidere dove vuoi vivere?


Lunanuvola's Blog

Jacqueline Patiño

La boliviana Jacqueline Patiño (in immagine), è un’attivista per i diritti delle donne e il cambiamento sociale. Ha lavorato a innumerevoli progetti durante gli ultimi quindici anni e dice che la sua principale motivazione è “fare in modo che le donne concretizzino i loro sogni”. La parte più dura di questo lavoro, aggiunge, è convincerle che sono legittimate ad averli.

Il 24 giugno scorso ha scritto a The Economist, che sta tenendo un sondaggio con questa domanda: Le persone dovrebbero essere libere di decidere dove vogliono vivere?

I NO sono in netto vantaggio. Questo è ciò che ne pensa Jacqueline:

“Sono triste quando vedo il mondo impegnarsi in sondaggi senza senso come questo, mentre si distoglie lo sguardo dal merito concreto della questione.

Perché chiedere se la gente dovrebbe essere libera di decidere dove vivere, quando sappiamo che non lo è?

I governi dei paesi ricchi hanno già reso difficile…

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Mescladis


Lunanuvola's Blog

(“A Barcelona restaurant that tells refugee tales” di Sophie Davies per Thomson Reuters Foundation, 21 giugno 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Barcellona, 21 giugno – Celato in una piazza spagnola medievale, un ristorante non convenzionale sta facendo formazione ai rifugiati e raccontando le loro storie, sperando di cambiare le vite dei migranti e il modo in cui la gente li vede. Espai Mescladis è allo stesso tempo un ristorante e una scuola di cucina – e in parte una casa editrice.

mescladis

(Sulla destra le fotografie – pura arte, a detta di chi ha visitato il ristorante – che narrano le storie dei migranti.)

Insegna a cucinare e fornire ristorazione a migranti che vengono da paesi molto lontani, come il Venezuela, il Senegal e il Pakistan, di modo che essi possano avere un’opportunità migliore di trovare impieghi e integrarsi nella vita catalana. I tirocinanti sono anche aiutati a compilare i…

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LA CAMPAGNA ELETTORALE PERMANENTE di Massimo Pamio


Siamo in continua campagna elettorale. È un delirio. Giornalisti a caccia di slogan, politici che coniano il migliore, interviste dirette a far pronunciare uno slogan al regista acclamato, al cantante di successo, all’inventore di twitter che ha per primo ha capito l’esigenza di ridurre tutto a poche ma essenziali parole, non più di 140 caratteri per imprimere il proprio suggello al mondo. Siamo uomini di poche pretese (o di poche parole), oggi.

Un mondo che non riflette più su se stesso, ma che ha bisogno di vendersi con un jingle, con uno slogan pubblicitario, come se fosse il miglior prodotto possibile. “Vivete nel mondo migliore possibile, nel posto migliore, nel quartiere più prestigioso, solo che non ve ne siete accorti perché non siete riusciti a riassumerlo in 140 caratteri”.

È così che ci siamo ridotti a dettare slogan ogni momento per fare proseliti, per convincere gli altri della nostra esistenza, per chiedere e poter ricevere, così a caso, da chiunque.

Siamo dei miserabili, dei mendicanti, nel mondo del consumo. Da consumatori a mendichi, il passo è breve, fin troppo.

Non abbiamo più niente, ci hanno tolto tutto, resta la farsa della nostra esibizione quotidiana: non viviamo, ma ci esibiamo davanti a un folto pubblico che assiste alla nostra richiesta di un breve ascolto, una frase max di 140 caratteri tipografici.

Chiediamo per essere, mendichiamo per avere. In realtà non possediamo nulla, perché non conosciamo, abbiamo rinunciato a conoscere, ci troviamo di fronte a un mondo che già sa, basta accendere un cellulare e collegarsi a Wikipedia, e allora? L’uomo ha già saputo tutto, già sa tutto in tempo reale, non resta altro che ingannare se stessi e gli altri sul contenuto della nostra vita senza senso: chiediamo per ricevere qualcosa, per possedere l’atto del dono dell’altro, ben sapendo che l’altro non potrà donarci nulla, o potrà al massimo donarci il suo nulla, la sua richiesta diretta verso di noi.

Ci scopriamo così a chiedere entrambi, in un deserto d’anime, l’uno all’altro, l’anima.

I nostri politici sono nella loro vuota campagna elettorale quotidiana. L’inventore geniale di questo atteggiamento, il prototipo della campagna elettorale continua fu ancora lui, il geniale Silvio Berlusconi. Scelse la via della barzelletta: raccontare barzellette è il migliore modo per fare proseliti, provocare riso nell’altro è fonte di consenso, di assenso. Più ridono, più si stabilisce un atteggiamento di sudditanza nei confronti del barzellettiere, a cui si richiedono altre barzellette, lo si implora, si fanno voti affinché egli produca quella contagiosa smania collettiva del riso che affratella. I ridenti come il mondo dei consenzienti, degli aventi diritto al riso, alla battuta, al mondo del capo. È semplice stare con chi comanda, basta ridere. Succubi del barzellettiere.

C’era un periodo storico invece che veniva premiato chi riusciva a far ridere il potente. Significava essergli piaciuto, entrato con lui in simpatia, aver fatto breccia nel suo sentimento provocandogli il buonumore, essere stati accettati, presi nella sua compagnia.

Siamo diventati, da attori di una compagnia teatrale, un malandato manipolo di ascoltatori di barzellette e infine un insieme di mendichi disposti a tutto pur di trasmettere il proprio messaggio pubblicitario. Siamo gli imbonitori più privi di senso che siano mai esistiti. Commercianti del nulla, di slogan senza contenuto, di richieste di ascolto, perché già tutto è stato comprato, venduto, prodotto, distrutto, superato, e l’affanno ci prende alla gola, la rincorsa verso il niente sta per scadere, la domanda va fatta per pec prima di mezzanotte e bisogna ancora fare il sondaggio su che cosa chiedono gli italiani.image

CORSI E RICORSI STORICI


Nella scritta:

Per noi fascisti le frontiere, tutte le frontiere sono sacre. Non si discutono, si difendono

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Da: Finestre dell’arte rivista online
https://www.finestresullarte.info/flash-news/2143n_trieste-vicesindaco-leghista-fa-ritirare-manifesto-marina-abramovic-barcolana.php

Trieste, vicesindaco leghista fa ritirare il manifesto di Marina Abramović: “opera orribile, deve sparire”


Alla fine sono valse a poco le spiegazioni degli organizzatori della Barcolana di Trieste, la grande regata velica, la più affollata del Mediterraneo, che si svolge ogni anno nelle acque della città giuliana, e che per il 2018 si terrà dal 5 al 14 ottobre. La manifestazione, infatti, doveva essere promossa con un manifesto che vedeva per protagonista una delle più grandi star dell’arte contemporanea, Marina Abramović, raffigurata nell’atto di sventolare una bandiera con la scritta We’re all in the same boat, “Siamo tutti sulla stessa barca”. Nonostante le rassicurazioni di Mitja Gialuz, presidente della Società velica di Barcola e Grignano (organizzatrice della manifestazione), e di Andrea Illy, patron dell’azienda Illy (partner dell’evento e committente del manifesto), sul fatto che il manifesto fosse portatore di un “messaggio che parla di sostenibilità”, che “indica che abbiamo un destino comune, che dobbiamo prenderci cura della terra e che possiamo raggiungere la felicità solamente attraverso l’altruismo” (così Illy), e che inoltre “si sposa perfettamente alla nostra regata” (Gialuz), il poster con Marina Abramović è stato completamente ritirato, e la diffusione bloccata.

Il motivo? La scritta non è piaciuta ai leghisti che governano la città nella giunta di centro-destra. Già agli inizi di luglio, il vicesindaco Paolo Polidori (Lega Nord) aveva dichiarato che fosse “inaccettabile, di pessimo gusto, immorale che si faccia propaganda politica con una manifestazione, la Barcolana, che appartiene a tutta la città”, e aveva annunciato l’intenzione di muoversi per ritirare il sostegno del Comune all’evento. Oggi Polidori, parlando con Repubblica, ha rincarato la dose: “quel manifesto deve sparire. Via dai pieghevoli, dagli inviti e dalle brochure ufficiali. Proibito: a Trieste e nel resto del mondo”. Ha poi aggiunto: “con gli organizzatori sono stato chiaro: o sparisce quell’orrore, o salta la convenzione con il Comune. Significa stop a 30 mila euro di finanziamenti, Frecce Tricolori, permessi per l’occupazione del suolo pubblico, sicurezza”.

E l’opera, stante la reazione del vicesindaco e il rischio di veder compromessa la buona riuscita dell’evento, è stata effettivamente ritirata. Lo scorso 19 luglio, Gialuz e Polidori hanno diramato un comunicato congiunto in cui concordavano “sull’importanza di non dividere, ma di unire le persone attorno alla grande festa della Barcolana”, ribadendo che la Società Velica di Barcola e Grignano stava lavorando per superare le incomprensioni e per trovare un accordo con il Comune. Accordo che, evidentemente, aveva un senso unico: porre uno stop alla diffusione del manifesto con Marina Abramović. E il ritiro è avvenuto, come ha confermato quest’oggi Polidori con un altro post su Facebook: “il manifesto, che continuo a definire ’horrendum opus’, opera orribile nonché strumentalmente politica, come d’accordo non sarà presente sul territorio di Trieste, che è (utile rimarcarlo) limite della competenza di questa amministrazione!!”.

Adesso occorrerà domandarsi se questo caso non possa essere letto come un episodio di censura contro un’opera d’arte, e non possa costituire un pericoloso precedente.

marina-abramovic-manifesto-barcolanaNell’immmagine, il manifesto della Barcolana con Marina Abramović.

Colasanti: “Un compito per voi: scoprire l’anima dell’Abruzzo”


Mercoledì 8 agosto alle 20 e 30 nel Parco “S. Karol” del Palazzo del Marchese Valignani di Torrevecchia Teatina saranno consegnati i premi ai vincitori della XVIII Edizione del Premio “Lettera d’Amore”. Ritireranno il premio Arnaldo Colasanti, primo, e Paolo Morelli, secondo, due dei protagonisti del mondo letterario italiano, il primo, romano, autore di diversi romanzi e opere di critica letteraria, il secondo, romano ma di origini abruzzesi, nel 2013 artefice di un libro bellissimo su un fiume abruzzese, di cui segue il corso dalla sorgente alla foce, “Racconto del fiume Sangro”. Tra i vincitori anche Vanes Ferlini, emiliano e Alessandra Nepa, chietina. Un premio speciale sarà assegnato a Therry Ferrari, bolognese.

Arnaldo Colasanti conclude il suo romanzo “La magnifica” sulla decadenza culturale del nostro Paese scrivendo: “Alla fine di tutto conta solo il segreto più grande: l’anima che torna e che ci rende nascenti, non più mortali”. Parafrasando quella frase, ci ha dichiarato che l’Abruzzo è una terra ancora tutta da scoprire, che nasconde opere d’arte di un valore e di una bellezza incommensurabili: “Un compito per voi: scoprire l’anima dell’Abruzzo”.

Paolo Morelli invece ci ha riferito: “Posso dire di avere grossomodo due sole fonti ispirative per il mio lavoro: Roma e l’Abruzzo. Non solo perché mio padre è nato qui, ma per un folle innamoramento per la montagna della Maiella che frequento da più di trent’anni ormai, sulla quale ho scritto più volte ma che è dietro a molti miei lavori. E quando ho avuto l’esigenza di scrivere un libro sull’acqua non ho avuto dubbi, anche il piccolo Sangro mi è parso un gran fiume”.

Difendere l’acqua, bene prezioso della nostra Regione e la sua anima, ecco i consigli di questi grandi scrittori per noi, che hanno scritto indimenticabili lettere d’amore che saranno conservate nel Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo che è a Torrevecchia Teatina.

Ecco una parte della lettera di Colasanti, dedicata “all’insensatezza necessaria della vita”: “La gente, i turisti, i ragazzi in gita, non mi guardano, non guardano nessuno. La piazza è stracolma e tutti bivaccano e vanno chi lento chi di corsa verso la parte sbagliata. Solo tu, chissà perché, sempre più distante dai miei occhi, resti immobile a fissare le forme del Colosso semiaddormentato. Io sento il polso indolenzito, le gambe rotte, la solita borsa pesante di libri con me: mi affanno, come sempre, a passi larghi e lenti verso Piazza Venezia. Eppure, eppure. Cosa sarebbe stata la nostra vita se non ci fosse stata tutta questa luce? Cosa avremmo vissuto, se non avessimo capito che il sapore più amaro della delusione è quello che stringe, come può, nel cavo della mano, gli odori vani della gioia? Massimo eri bello come quando eri giovane, eri e sei bello mentre guardi la tua città. Io ho solo domande, nient’altro, ma davvero è stato onore vivere con te gli anni della vita. Oggi abbiamo ottant’anni e il futuro è un capello di sangue fra noi e il grande viaggio. Le parole appartengono solo ai grandi preparativi. Forse è stato tutto insensato e tutto, al contempo, necessario. Stringi questa lettera di un vecchio che ormai piange per niente. Ma i mondi sono infiniti. Lo sai, lo so, ce ne andremo altrove, insieme, e ricominceremo tutto daccapo.

In fondo è stato tutto bellissimo”.

Paolo Morelli scrive una lettera originale, in favore dell’uso del lei: “Caro Lei o cara Lei,

ogni volta che Le scrivo mi viene da ridere. So che non dovrei, eppure ogni volta la penna si ferma dopo la i e non va più avanti per le risate.

Il fatto è che Lei mi mette allegria, mentre se scrivo Tu mi viene un groppo in gola da tossire per dei minuti. La lettera subisce un ritardo in ambedue i casi, ma per ragioni alquanto diverse. Solo se mi posso permettere il Voi il pensiero scorre senza interruzioni, con rispetto e deferenza, e non potrebbe essere altrimenti visto che nessuno mi impone tale atteggiamento e se lo scelgo è per dimostrare che i miei sentimenti sono sinceri. Ma Lei è una terza persona, e citandoLa ho l’impressione di allargare le mie conoscenze, senza bisogno di arrivare a Ella però, che mi sembrerebbe di parlare a una cantante. La seconda persona invece mi ricorda che i giochi sono fatti, e il rapporto di familiarità che mi propone sa di risaputo e un po’ stantio. Mi sembra che Tu stia lì per importunare, per illudere con una dimestichezza universale tipo siamo tutti fratelli o viva la libertà!”.

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  ARNALDO COLASANTI

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PAOLO MORELLI

 

Coppie minime


La dimora del tempo sospeso

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Giulia Martini
Coppie minime
Latiano (BR), Interno Poesia, 2018

La sonorità delle “coppie minime”, per quanto possa suggerire il significato in linguistica, rilancia costantemente il senso di versi solitari o adiacenti, costituisce una possibilità in più dello stato della poesia, proprio nell’istante in cui viene letta. Costringe un pensiero, nel lettore, affinché riconosca forze e intensità fino a quel momento sconosciute, o sfocate. Tutto il libro di Giulia Martini è una strada scoscesa, con pochi pianori dove riprendere fiato. Vi si trovano più problemi che abbandoni a certi ricorsi della poesia italiana, a quelle pagine assecondanti pigrizia o voluttà banali e mal assunte da chi disattende la lingua storica. Qui si osserva meglio e attentamente quel che l’ago della bussola indica apertamente o di soppiatto, seguendo ogni spostamento e vibrazione.

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PREMIO LETTERA D’AMORE MAGGIORENNE – VINCE COLASANTI


Diventa maggiorenne il Premio Lettera d’Amore, giunto alla diciottesima edizione, che ha visto in questi anni premiati scrittori del calibro di Barbara Alberti, INVITOMaurizio De Giovanni, Renato Minore e tanti altri, e per il Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo, ricevere donazioni da parte dello scrittore Ugo Riccarelli, dall’attore Ascanio Celestini, dal direttore d’orchestra Donato Renzetti e di epistolari storici risalenti al primo Novecento.

Appuntamento al 7 di agosto, per “Aspettando la Lettera d’Amore”, con la partecipazione dell’attore Michele Placido, che leggerà le lettere d’amore più belle della storia letteraria, accompagnato dalle musiche di Davide Cavuti, l’8 di agosto, alle 20 e 30, invece, si terrà la cerimonia di premiazione, nel Parco “S. Karol” del Palazzo del Marchese Valignani di Torrevecchia Teatina, nel corso della quale si ascolterà la lettura da parte degli attori Antonella De Collibus e Alessio Tessitore delle lettere vincitrici, presenterà il giornalista della RAI Nino Germano, con gli intermezzi musicali di Francesco Palumbi. Sarà presente il Sindaco dell’Amministrazione Comunale, Avvocato Katja Baboro.

Tra i vincitori della XVIII edizione due scrittori celebri di fama nazionale: Arnaldo Colasanti, primo, e Paolo Morelli, secondo. Al terzo posto ex aequo le lettere d’amore di Alessandra Nepa e di Vanes Ferlini. La giuria composta da Vito Moretti, Massimo Pasqualone, Massimo Pamio ha inoltre voluto segnalare testi particolarmente meritevoli, assegnando un premio speciale agli autori: Tino Di Cicco, Donato Tisi, Silvia Ganzitti, Laura D’Angelo, Antonio Di Marino, Stella Tramontana, Domenico Franco, Mariarosaria Trovarelli, Albertina Minissa, Amalia Cavorso, Ha inoltre segnalato per il loro valore letterario i testi di: Annamaria Gaglioli, Therry Ferrari, Antonio Campanella, Marisa Di Filippo, Assunta Di Cintio, Liliana Capone, Eligio Di Renzo, Fantino Mincone, Marco Perra, Anna De Francesco, Tommaso Rapino, Irma Radica, Ersilia Dell’Oso, Alessia Di Giovanni, Luciano Flamminio e degli studenti delle scuole di Chieti e Pescara: Giacomo Piccolo, Eliana Mastropietro, Mattia Calcamucci, Marco Di Pasquale, Martina Valente, Cecilia Iezzi, Giulia Gabriele, Esther Cocco, Gaia Melaragna, Sara Di Vincenzo, Annalisa De Nuccio, Julia Pacifico, Chiara Gentile, Andrea Pascetta, Nicoletta Maniglia, Giulia Di Bartolo, Noemi Di Domenico. Saranno premiati inoltre gli studenti delle classi 3 A e 3 B della scuola secondaria di I grado di Torrevecchia Teatina, della professoressa Carmen Bussola, della 2 A e 2 B della professoressa Alessandra Serpente, della scuola secondaria di I grado Cesare De Lollis di Chieti, professoressa Monica Ferri.

Il 9 agosto alle 21 nello stesso scenario si terrà la premiazione della prima edizione del Concorso “Calidi colmi d’amore”. La giuria composta da Grazia Di Lisio, Tonita Di Nisio, Lucilla Sergiacomo ha assegnato i seguenti premi: Assunta di Cintio, prima, davanti a Lelia Ranalletta, seconda, e a Daniela Antonello, terza. Quarta si è classificata Lucia Alessandro, quinta Cristina Camplone. Segnalati:  Giada Cucciniello, Lolita Di Francesco, Monica Ferri, Paola Verga, Liliana Capone, Amalia Cavorso, Filomena Grasso, Tommaso Rapino, Claudia D’Angelo, Thierry Ferrari, Franco Domenico, Alessandro Colaiocco, Fantino Mincone, Annarosa Ceriani, Graziella Fenotti, Federico Di Caro, Rosalinda Di Lisio, Chiara Fiori. Si esibirà il gruppo musicale “Lorenzo Di Marcoberardino Orchestra”.    

I VINCITORI

Arnaldo Colasanti (Fiuggi, 1º agosto 1957) redattore della rivista Poesia, diventa condirettore di Nuovi Argomenti, interessandosi in modo preponderante di letteratura italiana e francese. È stato professore a contratto nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Nel 2007 è stato direttore del Premio Grinzane Cavour – Stresa. Nell’ambito del suo interesse per la letteratura francese ha pubblicato vaste e approfondite prefazioni ai Romanzi di Guy de Maupassant (1994) e al Malato immaginario di Molière (1995). Da giugno a settembre 2009 conduce con Miriam Leone, Miss Italia 2008, il programma RAI Unomattina Estate. È direttore artistico di “Babel – festival della parola in Valle d’Aosta” nelle edizioni 2010, 2011 e 2012. Docente presso l’Istituto Patologia del Libro. Direttore del Festival BABEL LES MOTS Val d’Aosta. Direttore artistico della Fondazione Perugia/Assisi per il progetto di Candidatura alla capitale europea 2019. Consiglio di Amministrazione presso l’INDA, Istituto Nazionale del Dramma Antico, Teatro di Siracusa. Tra le sue opere: A giorno chiaro. Ritratti di poesia italiana (Rotundo, 1992); Novanta. Il conformismo della cultura italiana (Fazi, 1996);  Decalogo (Rizzoli, 1997); Gatti e scimmie (Rizzoli, 2001);  La prima notte solo con te (Mondadori, 2010); La stanza chiara. La narrativa di Enzo Siciliano, Fandango, 2011; Febbrili transiti. Frammenti di etica, Mimesis, 2012; Suite celeste. Saggi di letteratura francese, Gaffi, 2014; La magnifica, Fazi, 2017;  La vita comune, con Claudio Piersanti, Melville, 2018.

Paolo Morelli nato a Roma nel 1951, dove vive, a metà degli anni ’70 fa parte del gruppo jazz Folk Magic Band con il quale fa concerti e incide un lp per la FonitCetra. È sceneggiatore e regista del fotoromanzo de Il Male Un’idea è l’amante mia, autore e attore teatrale di Cavalli di battaglia e L’alba di Ferruccio Gardner, tutti e tre con Victor Cavallo. È anche redattore delle riviste Guida Poetica Italiana e Poetical e fra gli organizzatori del I e II Festival internazionale dei Poeti di Roma. Negli anni ’80 studia sceneggiatura con Leo Benvenuti e cura una trasmissione radiofonica sulla Rivoluzione Francese nell’ambito di RomaEuropaFestival. Collabora a Il Cavallo di Troia. Negli anni ’90 è critico cinematografico e letterario per i periodici Movie magazine, Farevideo e Next. Nel 1993 ha vinto il Premio Haiku dell’Istituto Giapponese di Cultura. Dal 1994 al 1997, con Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni e altri è redattore dell’almanacco letterario Il semplice, edito da Feltrinelli. Partecipa alla rassegna Ricercare di Reggio Emilia. Collabora a l’immaginazione. Nel 2007 inventa il settemestrale di ‘letteratura comparata al nulla’ l’accalappiacani (DeriveApprodi ed.) dal quale esce due anni dopo. Collabora a varie riviste on-line, tra le quali Zibaldoni, Minima & Moralia, Nazione Indiana, Piazzaemezza. Da anni studia la lingua e la cultura cinesi. Ha tradotto Pseudo-Omero, Zhuang Zi, Lao Zi, Rabelais, Poe. Dal 2002 al 2012 ha curato per il quotidiano il manifesto una rubrica di calcio dal titolo Profondo Viola. È nell’antologia La terra della prosa (a cura di A. Cortellessa, L’Orma ed., 2014). Collabora a varie riviste (Alfabeta2, Alias, Blowup, Tèchne), su Zibaldoni.it tiene una rubrica dal titolo Filosofia Portatile. Nel 2000, 2001 e 2012 organizza le rassegne di letture letterarie Parentele Fantastiche e relative antologie. Come performer, dal ’96 al 2004 ha curato lo spettacolo Animali Parlanti (con G. Anzini, U. Cornia. A. Gianolio, I. Levrini, P. Nori, M. Valentini). Nel 2000 è alla Fondazione San Carlo di Modena con Una lingua per non farsi capire. Del 2007 è Natale di Roma, con Renato Nicolini e Marilù Prati. Nel 2009, 2012 cura Jazzcéline, un omaggio a L. F. Céline col musicista M. Verrone. Del 2015 è A passo di Walser, nel senso di Robert, con il contrabbassista Roberto Bellatalla. Del 2015 al 2018 la serie delle Letture strampalate alla libreria Fahrenheit 451 di Roma. Consulente per la collana di narrativa quisiscrivemale dell’editore Exòrma. Tra le sue opere: Chi ama muore, Roma, 1992; Quattro notti mai successe, Il Bimestre, Roma 2002; Vademecum per perdersi in montagna, nottetempo, Roma, 2003. ISBN 88-7452-009-3 (nuova edizione, giugno 2017. ISBN 978-88-7452-674-1); (e-book nottetempo, 2014); (edizione francese Guide pour se perdre en montagne, Guérin ed., Chamonix, 2006); Er Ciuanghezzù (ner paese der Gnente), nottetempo, Roma, 2004. ISBN 88-7452-042-5; Classifica di notti gagliarde, Jouvence, Roma, 2006; Caccia al Cristo, DeriveApprodi, Roma, 2010. ISBN 978-88-89969-90-8 (edizione francese La chasse au Christ, Guérin ed., Chamonix, 2010); Il trasloco, nottetempo, Roma, 2010; Testo originale, in A.A.V.V. I Parlamenti, Empiria, Roma, 2012; F. Rabelais. Predizione pantagruelina per l’anno perpetuo (traduzione e cura, con disegni di Carlo Bordone e una prefazione di Franco Buffoni), Edizioni di Passaggio, Palermo, 2012;  Racconto del fiume Sangro, Quodlibet, Macerata 2013; Leopardi e il mistero della scrittura cinese, (e-book), Zibaldoni, Angri 2013; L’arte del fallimento (audiolibro), Sossella, Roma 2014; Né in cielo né in terra, Exòrma, Roma 2016; Meravigliarsi come bambini (con Armando Massarenti, Achille Varzi), Castelvecchi, Roma 2017; Da che mondo è mondo, nottetempo, Roma 2017.

 

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LETTERA D’AMORE – LA ROSA DEI FINALISTI – CALICI COLMI D’AMORE – I VINCITORI


La Giuria del Premio “Lettera d’Amore” composta da Vito Moretti (Presidente) e da Massimo Pamio e Massimo Pasqualone, ha segnalato una prima rosa delle opere ritenute meritevoli per l’assegnazione dei premi messi a concorso per la XVIII edizione (anno 2018). Gli autori presi in considerazione:  Arnaldo Colasanti, Paolo Morelli, Alessandra Nepa, Vanes Ferlini, Tino Di Cicco, Donato Tisi, Silvia Ganzitti, Laura D’Angelo, Antonio Di Marino, Stella Tramontana, Domenico Franco, Mariarosaria Trovarelli, Albertina Minissa, Amalia Cavorso, Giacomo Piccolo, Anna Maria Gaglioli, Therry Ferrari, Antonio Campanella, Marisa Di Filippo, Assunta Di Cintio, Liliana Capone, Eligio Di Renzo, Fantino Mincone, Mattia Calcamucci, Marco Perra, Anna De Francesco, Tommaso Rapino, Irma Radica, Ersilia Dell’Oso, Eliana Mastropietro, Alessia Di Giovanni, Luciano Flamminio, Marco Di Pasquale, Martina Valente, Cecilia Iezzi, Giulia Gabriele. Tra di loro saranno designati i vincitori e i segnalati che dovranno partecipare alla cerimonia di premiazione che si svolgerà mercoledì 8 agosto alle 20 nel Parco “S. Karol Woytjla” del Palazzo del Marchese Valignani, presso il Museo della Lettera d’Amore.

La giuria della prima edizione del Concorso Calici colmi d’amore composta da Grazia Di Lisio, Tonita Di Nisio, Lucilla Sergiacomo ha reso noto i nominativi dei vincitori del premio letterario. Si è imposta Assunta di Cintio, prima, davanti a Lelia Ranalletta, seconda, e a Daniela Antonello, terza. Quarta si è classificata Lucia Alessandro, quinta Cristina Camplone. Segnalati:  Giada Cucciniello, Lolita Di Francesco, Monica Ferri, Paola Verga, Liliana Capone, Amalia Cavorso, Filomena Grasso, Tommaso Rapino, Claudia D’Angelo, Thierry Ferrari, Franco Domenico, Alessandro Colaiocco, Fantino Mincone, Annarosa Ceriani, Graziella Fenotti, Federico Di Caro, Rosalinda Di Lisio, Chiara Fiori. La cerimonia di premiazione si svolgerà giovedì 9 agosto a Torrevecchia Teatina nel giardino “S. Karol” del Palazzo del Marchese Valignani a partire dalle ore 21. Sarà presente il Sindaco dell’Amministrazione Comunale, Avvocato Katja Baboro. Si esibirà il gruppo musicale “Lorenzo Di Marcoberardino Orchestra”.

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TO DIE OR NOT TO DIE? di Massimo Pamio


 

Con Loro 1 e Loro 2 Sorrentino torna ad affrontare, dopo Il divo, il difficile tema della maschera umana che si nasconde dietro lo statista, l’uomo di potere capace di influenzare e addirittura di modellare il mondo sociale e politico per il mezzo della sua figura.  Devo dire che a differenza degli ultimi film, compresa La grande bellezza, film poco riusciti, nei quali erano presenti tutti i difetti dell’attuale cinema italiano, privo di un’anima, affidato solo alla grande fotografia, a un po’ di effetti strabilianti, a una sceneggiatura che tende alla commedia, prospettando le linee di una filmografia sostanzialmente grottesca, patinata, kitsch, forzatamente ipermoderna, Loro 1 e Loro 2 recuperano lo stile personale che avevamo individuato ne Il divo, con risultati convincenti, notevoli, affidando l’opera a una serie di spezzoni fumettistici, di piani lunghi, a un’atmosfera irritante e torbida, ad alti e bassi, a una mantica del dialogo, al confronto dei personaggi, alla continua ricerca o attestazione di un’identità e di verifica del potere che tende a descrivere lo stato di seduzione del desiderio che la nostra società mercificatoria nasconde e diffonde, come una droga. La cocaina come il vero simbolo della nostra società spettacolare gonfia torbida rinunciataria perduta, agonizzante, che sta per morire.

La saga (o se preferite l’assaggio di soap) d’una famiglia molto simile, forse troppo, ai Berlusconi, viene affrontata con l’alternanza dei ritmi e di primi piani tesi a commento delle rughe e dei lifting che tanti dei personaggi condividono: “Non puoi tradirmi, e poi abbiamo lo stesso chirurgo plastico”, dice a voler rassicurarsi il protagonista alla sua fedele Pupa; i protagonisti di questa società parlano sempre a se stessi, compresi in un’area di narcisismo dal quale non riescono ad uscire. Il film sembra volerci abituare alle facce mostruose, slabbrate dalla chirurgia, ingabbiate in un avvitamento plastico innaturale e smodato, facce artificiali, maschere ver e proprie, prive di fisionomia personale, anonime e senza tempo, avvicinandocele, così come i mezzi televisivi ci abituano quotidianamente all’orrore del reale. Sorrentino di queste maschere facciali grottesche ci avvicina le idee, i pensieri, le battute, lo stile di vita: mostri che pensano e dialogano, deformazioni del naturale, dell’apparire che è il fine del mostro, che appunto si mostra. La ragazza rivela all’uomo che l’avvicina con garbo e galanteria di avere lo stesso fiato del nonno, fiato di vecchio, descrivendogli la sua pateticità. Più tardi l’uomo dirà di aver taciuto la verità alla ragazza, il nonno probabilmente usava lo stesso prodotto per la dentiera che usa lui.

Il mostro non si accorge di essere patetico, si sente simile agli altri per via dei prodotti, delle merci che ci vengono propinate, spacciate, di cui diventiamo consumatori, omologati in un appiattimento verso il basso, verso un fondo che non è più morale ma asettico. L’eticità è sostituita nel nostro tempo dall’asetticità. Siamo uguali per lo stesso consumo, per lo stessa cancellazione di odori che non devono più appartenerci, se dobbiamo diventare mostri, mostri chiaramente senza odori e senza sentimenti, per un analfabetismo emotivo che ci lega pericolosamente: l’uomo è soltanto i suoi progetti, contrariamente alla donna, che invece continua ad affermare i sentimenti, a confermarli: l’unico motivo per cui Lei è stata con Lui per tanti anni è, dopo che lui glielo ha chiesto più volte, l’amore. Per Lui l’amore non esiste, come non esiste l’etica, ma solo l’approfittare su questa terra dei beni materiali e dei corpi che ci vengono offerti perla nostra soddisfazione fisica.

Noi, come Loro, costituiamo un popolo che è stato per quarant’anni prigioniero di un uomo, che ha asservito perfino le opposizioni, le ha ammansite e comprate, smascherandone la pochezza morale e la mancanza assoluta di coraggio, un popolo che viene irriso all’estero grazie alla figura di un Lui che forse non doveva neanche assurgere al potere, sarebbe bastata una legge sul conflitto di interessi che però proprio i suoi falsi avversari non hanno mai portato in Parlamento.  Su questa pagina di storia terribile, oscura, sta per calare il sipario, ma il danno morale è stato compiuto, il popolo è stato avvelenato, corrotto. Sulla decadenza del potere che ogni uomo pensa di gestire si abbattono quelle parti della natura: il terremoto, ma anche il sentimento, l’amore, che l’uomo non riesce a prevedere. La forza di Sorrentino sta proprio in questo: che non condanna i suoi protagonisti, anche se sono dei farabutti, affinché allo spettatore non sia consentito di giudicare e di porsi al di sopra di quello che è un mondo che ci ha travolto tutti, la globalizzazione, ovvero la riduzione in schiavitù di tutta la popolazione mondiale a poche leggi, quelle del Denaro, del Potere, del controllo delle masse. Anche Lui è stato uno schiavo (pur se inconsapevole), uno che per il suo modo di essere spregiudicato e senza scrupoli, modesto costruttore edile aiutato dalle cosche a raggiungere il potere, vittima di una falsa idolatria propria della società dello spettacolo, un individuo che si è trovato ad essere il giusto servitore di un nuovo mondo, quello della globalizzazione, come un antesignano, un profeta dei nuovi tempi.

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MASSIMO PAMIO – CHE COS’E’ L’AMOR


Mercoledì 30 maggio alle ore 18 presso la Sala Tosti dell’Aurum di Pescara Massimo Pamio legge i suoi testi poetici da “Amormorio – mor/morii d’amore” (Edizioni Noubs, 2010, con prefazione di Daniela Forni, saggi critici di Riccardo Campa, Paolo Lagazzi, Nicola Longo, Elio Pecora). Seguirà dibattito sul tema dell’amore. L’iniziativa fa parte della serie di incontri “Voci d’Autore” organizzata dal Vecchio Bosco di Ortona con la direzione artistica di Rolando D’Alonzo.26168577_1518577581511863_7691818797289436302_n-1

L’ULTIMO LIBRO DI ELIO PECORA (massimo Pamio)


Per il modo con cui contribuisce ad arricchire il patrimonio della letteratura italiana ed europea, ogni nuovo libro di Elio Pecora viene atteso con ansia, letto con devozione e con fervore dagli appassionati di poesia che ritengono l’autore cilentino un acuto interprete dell’attuale temperie sociale, in grado di avventurarsi nell’ambito dell’umano grazie alla circospezione e alla discrezione con cui ne approfondisce, analizza, interroga, vive, canta le qualità e i limiti, impegnato come pochi a riferire, con dovizia di particolari, sul nostro essere. D’altronde, da un Maestro come lui si esigono risposte sul nostro tempo, si attendono illuminanti proposte e aperture sul comune destino: la poesia, se è grande, deve trasformarsi in oracolo, in una voce che viene da lontano per aiutare a comprendere chi siamo, al fine di svolgere una vera e propria funzione maieutica.

Ogni libro diviene per Elio, probabilmente, fonte di estrema sofferenza e ricerca, non è impresa da poco riuscire a individuare dove sia l’uomo, chi sia l’uomo dei nostri giorni, mai così sfuggente e ambiguo, perfino irreperibile, celato dietro uno spettacolo di luci e di ombre da cui la sua maschera si lascia appena intravvedere.

Rifrazioni è appena uscito, per i tipi dello specchio mondadoriano, nel gennaio del 2018. Due epigrafi lo aprono, che parlano sia del coincidere del pensiero e del cuore, sia del sovrapporsi dell’immaginario e del reale. Scrivere, ci avverte l’autore, è dunque un rivelarsi del mondo, grazie a un pensiero emotivo.

Segue un poema che funge da preambolo, riportato in corsivo, una sorta di invocazione alle Muse. È compito precipuo dello scrittore cercare di porsi al centro del suo tempo, al centro dell’uomo per carpirne i segreti, i valori che determinano le sue scelte, le motivazioni che stanno dietro i suoi gesti, le sue azioni. Nel passato si invocavano le Muse, Elio invece si rivolge a un luogo di pace, a uno spazio intimo, luogo dell’infanzia e del cuore, dove cercare prima di tutto se stesso. Il giardino di S. Arsenio, dietro la casa paterna, è il locus amoenus, il luogo privilegiato da cui guardare lontano, “ma dove lontano”, si chiede già interdetto il poeta, e: “che lembo di occulta ragione” osservare? Nulla è scontato. Aggiunge poi: “Chi si cerca è trovato a sua volta da un’ombra”, dunque egli narra di un conflitto tra il proprio sé e l’io, tra l’anima dell’essere che sta e risiede nel nome dell’altro nel luogo pacificato dell’infanzia e l’inquieto portatore dell’io, un conflitto che si risolve a tutto favore dell’ombra, del Sé, del nume tutelare del Luogo dell’anima, “ma pure vive e respira quell’ombra finanche nel sogno”. Sarà proprio quel nume, lare domestico ed ombra che non si è mai allontanata dal suo luogo, a guidarlo come Virgilio nella selva degli uomini e del suo tempo, quell’Animus che sente, che avverte oltre le pareti e gli spazi, che viene a coincidere con il poeta stesso, a cui dà, offre, dona la voce. D’ora in poi nel poeta, finalmente sicuro e pacificato, pronto a indagare, coincideranno l’”ombra che vive finanche nel sogno” con l’uomo incerto e dubbioso.

In epigrafe, una citazione di Brodskij, secondo cui la poesia ha la funzione, per chi la scrive, del modo per cui la luce o il buio si rifrangono. Che cos’è la rifrazione, parola che dà il titolo all’opera? La rifrazione è la deviazione che un raggio luminoso subisce nel passare da un mezzo trasparente a un altro, per la differenza della velocità di propagazione nei due mezzi.

Se ne deduce che la funzione della poesia è di deviare, attraverso la propria sostanza, il corso di un’altra qualità. Insomma, una sorta di chiarificazione o anche di deformazione della comune visione della realtà.

Il poeta avverte di essere in trappola, nel mondo, coartato e ingannato nella sua veste d’uomo, comprende di essere ingannato ma non ne ha le prove, non può sostenere la sua ipotesi se non facendo passare il reale attraverso la poesia.

La prima poesia, programmatica, riassume il fine dell’opera. Nel frastuono nello scandalo del mondo, alla ragione resta un flebile mormorio. Non si riesce a distinguere ciò che conta, a percepire un lume del vero. Eppure, c’è ancora chi si dedica a questa ricerca, relegato, dimenticato nell’incontaminato silenzio, ovvero versato in un ascolto ormai reso impossibile, forse per questo ancora più desiderato dai pochi più prossimi alla disciplina del romitaggio e a concepire la marginalizzazione dell’essenziale.

Si delinea così la figura di un cantore che, tra disincanto e speranza, tra rassegnazione al nulla e accensione d’interesse per una piccola significativa vicenda, in un presente che sa di ricordo e in una nostalgia di un futuro che si avverte sempre più lontano e distante, si agita come un samurai apparentemente freddo e impassibile, ma indicibilmente e inarrivabilmente sensibile, naturalmente votato alla solitudine, alla disperazione, perverso notomizzatore della prigione in cui versa inconsapevolmente l’uomo, raggirato da un inganno ordito da un invisibile demone.

Il poeta nomina la trappola in cui vive, definendolo un “abitacolo in rovina in cui l’umanità è nemica a se stessa” (anche se più avanti si contraddirà sostenendo che “l’inganno non è stato muoversi in questo recinto,/ ma tenere per certa una promessa bugiarda”). L’abitacolo è il mondo, la Natura, in cui la creatura si ribella e si sente nemica perfino di chi l’ha generato, in una condizione edipica drammatica, che ne trascende perfino la tragicità. Come procedere? L’autore trova la strada nel prefiggersi un percorso etico di ascolto; il suo compito consisterà nel riuscire, nonostante il frastuono, a ristabilire il silenzio, prima di tutto dentro di sé, per fare “notte” nella propria dimensione, secondariamente significherà allentare il contatto col quotidiano ed allontanarsi dal ringhio continuo e assordante che permea il giorno.

Significherà anche mettersi nei panni dell’uomo comune, che, nel giorno, quando gli accade di stare vicino ad arrendersi, in cui tutto sembra essere perduto per sempre, ed ogni gesto sembra inutile, risibile ogni speranza, ecco che un nonnulla, una voce al telefono, l’odore di un cibo bastano per farlo riaffiorare dal soffocamento, per farlo ritrarre dalla disperazione. Al fondo dell’esperienza quotidiana, esaurite le urgenze, si presentano non invitate domande avvelenate, “perché tutto questo?”, “e quanto durerà?”, domande a cui si è portati a rispondere evasivamente, nascondendosi dietro una labile allegria. Implacabile, la felicità non transige, anche se forse essa è solo un vessillo agitato inutilmente, un simulacro. Con sguardo tenero, impetuoso e contraddittorio ma anche vigile e impietoso e perfino a volte con incanto e partecipazione infantile alla vita, l’autore non s’arrende alle disillusioni che il mondo propone, dimostrandosi docile al suo tempo, per meglio blandirlo ed offrirgli un riparo, per essergli di rifugio, affinché l’epoca, affidandosi con le sue voci a lui, al cantore, si confidi, si riveli. A chi mi potrebbe obiettare che questo non è il compito precipuo di Elio Pecora, quanto, piuttosto, in generale, di ogni poeta, ribatto sostenendo che il poeta adempie alla sua missione quando egli è talmente coraggioso da incarnare fino in fondo la folgore precipitosa e tonante del suo tempo, quando ne riesce a carpire le confessioni, le mancanze, le speranze, la promessa di una sorte migliore e magari di una salvezza universale, pur se fredda e tecnologica, artificiosa e persino disumana. Pecora studia, insegue, percorre il suo presente, ne trascrive i dettagli con la pazienza dell’amanuense, con la costanza di un certosino, identificandosi con ciò che lo circonda. Questa immedesimazione che gli costa sangue e sudore, lo fa uscire tramortito ogni volta dai suoi versi, versi fatti della sostanza stessa della notte che egli vive, giacché la verità di questo secolo va cercata, egli scrive, “nel buio: che è poi il niente non più niente”, versi impregnati di nichilismo, della sofferenza e del male, ma pure e ancora segni di una vivezza fortemente sentita, se riescono nonostante tutto a trasmettere l’innamoramento per un fiore, per il profilo minuto di un adolescente, l’incanto di fronte all’estatica luna. In contrasto con l’immensa fenomenologia di questo secolo, che si riassume nella promessa del vuoto, del niente, del buio, la cui minaccia si sostanzia pian piano, l’uomo ancora si porta dentro, oltre al male e alla minaccia, “cosmi e particole”, e sa di esserne “traversato e abitato/ mentre li abita e li traversa”: in questo chiasmo Pecora fa divenire la rifrazione una spettacolare simmetria, sottintendendo l’abbraccio mortale tra scienza e filosofia, l’unione innaturale tra le opposte e vicine mitologie del tempo, e per questo ci ricorda stile e atteggiamento leopardiani, l’innamoramento disperato di Leopardi per la vita.

Pecora aggiunge l’amore per un raffinato e decadente estetismo, allorché egli nota come l’universo, dentro di noi, forse nasconda un’altra verità, confortata dal fatto che ancora qualcuno non riesce a negare l’abbraccio della bellezza, a percepire il piede danzante della Madonna dei pellegrini di Caravaggio o lo screzio sorpreso nella canzone del salice di Desdemona nell’Otello. In qualche modo, l’universo si rispecchia negli artifici umani.

L’opera di Pecora è una sorta di poema, di lungo discorso o dialogo di un uomo con se stesso e con il suo tempo, inteso attraverso il sentire di un’ombra, di una creatura che fa da tramite tra cosmi e particole e si fa anche sostanza di ciò che questi cosmi abitano: il mondo è il modo con cui esso abita le sue creature, si fa sostanza nelle creature, le attraversa, le fa innamorare e disperare di sé.

 

Se penso alla bellezza –dice- v’incorporo

il mondo intero. La penso pensando alla morte

e tutto allora mi si presenta insostituibile,

anche i giorni della tristezza: quando l’attesa

non smette di origliare e la rabbia

accende fuochi ovunque per scaldarsi.

Chi negherà bellezza all’abbraccio

che può esserci tolto?

 

Ah, lo schianto del fulmine dentro l’acacia!  (Da Rifrazioni, p. 22)

 

Quale smarrimento e quale saggezza ispirano questi versi in cui è centrale quell’abbraccio che può essere tolto a tutti noi! È l’abbraccio stesso del poeta a noi, che ci viene tolto nell’atto stesso della lettura. Che cos’è quello slancio se non poesia, il modo in cui la luce si rifrange nella nostra labile esistenza? Il dolore della bellezza consumato dalla stretta del tempo, che stringe il cuore e l’anima in una nostalgia senza oggetto, perciò indefinita, che a noi anzi appare: infinita.

 

Che cos’è la parola della poesia, qual è la funzione del poeta nel suo tempo? Nei versi di Pecora, si accenna a una risposta. Il tempo che precede il tempo della rivelazione è la parola: un anticipo secco del nulla o del Tutto, o della cognizione dell’irreversibile: l’irreversibile inteso come il coincidere del segno con la realtà, coincidenza che è un vero abisso spalancato. Questa cognizione è forse la compassione di se stessi, il dolore non è mai bastevole o assoluto, spesso coincide con quello dell’altro, di un altro.

La struttura di “Rifrazioni” è di natura poematica, sebbene formata da lacerti, da poesie singole, può leggersi come un unico lungo discorso, un poema formato di un verso denso, lungo, raramente inferiore all’endecasillabo.

Da spettatore e attore, Pecora cerca di misurare l’immisurabile, di determinare che cosa siano il dolore e la felicità e la bellezza di cui s’incorpora il mondo intero, imbevuto del filtro attraverso cui tutto si presenta insostituibile. Si esauriscono ogni paradiso e inferno nella frammentarietà, nel non aver tempo per l’amore, nel non lasciarsi andare alla leggerezza, nel destino a cui basta “il desiderio di una felicità appena sfiorata”. Che cosa resta dell’entrare nella vita, dell’uscire nella morte? Arrestare il tempo, attendere, perdere la misura nella gioia d’un gesto, mandare un segno a chi non c’è per una risposta, aver pazienza. L’umano sfocia, sminuzzato, nelle paure e nell’ansia, nella perdita. Il poeta dal silenzio trae parole, appena un cenno per un altrove nemmeno intravisto, la certezza anche abbagliante del niente nel niente. Il poeta continua imperterrito con la testa mozza di Orfeo a “cantare per quale spettacolo”?

In esergo, le epigrafi spiegano il contenuto delle liriche comprese in ogni sezione: lo spessore dell’ombra è il ritorno del desiderio nella sparizione (Blanchot), “il passato siamo noi e perfino il nostro domani è un passato che si ripete” (Zolla).

La parte più notevole del poema pecoriano è “Lo spessore dell’ombra”, in cui la lunghezza del verso si affida a una sorta di esametro, composto di due misure, l’una controcanto dell’altra, in cui la seconda si può considerare una specie di commento o di eco della prima parte, dalla tensione fortemente epico-drammatica. Il riferimento alla classicità è evidente, i temi dell’umano sono ancora e sempre quelli, la classicità pecoriana però si riveste dell’angoscia e della sensibilità moderna, di uno sperimentalismo che avvicina il poema ai grandi risultati raggiunti in campo europeo da Eliot nei Four Quartets e in The waste land, da Auden in The age of anxiety, da Pound nei Cantos.

Per scrivere di “loro”, degli uomini, “egli” (l’Animus del poeta) deve prendere sulle spalle il destino di tutti, caricarsi della loro gioia e del loro dolore, in nome e per conto loro. “Egli” non li ha mai abbandonati, ne riferisce la Storia, l’Esito, ne è l’ultimo testimone, partecipe del loro inutile affaccendarsi, un samurai che ha concentrato nella sua impassibilità tutti i gesti possibili ed assiste senza scomporsi all’imperfezione progressiva del mondo, all’imperfezione degli alberi, del tempo, degli animali, fino a quella dell’uomo.

Chi sono gli uomini? Sono coloro che non scamparono mai alla morte, docili creature negate a loro stesse da un destino di impermanenza, di transitorietà, di fugacità. Creature per eccellenza, perché consapevoli del loro essere votati al dissolvimento. Non ebbero dei, perché fu vuoto il loro cielo, perciò non ebbero dei contrari o favorevoli ma colmarono questa assenza immaginando quel che non vedevano, e cioè dei capaci di generare in loro desideri, paure, la bellezza. Ebbero esperienza del tempo, della felicità, del dolore e anche il meno attento seppe dell’amore. Il corteo dei morti viventi avanza nel pensiero fermo dell’Animus che li coglie nella loro consistenza (e sostanza) di folla, di quelli che andarono insieme per un tratto più o meno lungo, comunque sempre importante, degli altri che invece non seppero nemmeno l’uno dell’altro. Il distacco tra Animus e uomini, tra soggetto (poetico, anche) e anonime schiere di uomini si fonde in una lucida constatazione: “Moriamo alla morte dell’ultimo che ci ha conosciuti”.

Di fronte a tali verità, le parole sono nient’altro che “sentinelle assonnate sugli spalti di una città assediata”.

“L’aria è piena di anime”, la frase di Pitagora diviene emblema della condizione di chi avverte attorno ai viventi “ombre” che ci “chiamano”:

 

Pare a volte di udirne la voce, ne ascolti la frase

che ti confortò o che ti offese. A volte ne scorgi

le mani irrequiete, il colore degli occhi.

A volte spostano una sedia, un libro,

un cuscino ricamato; a volte

ti precedono in una strada affollata

e nemmeno si voltano.

 

Di questo restare, di questo indulgere dei vivi tra i morti o dei morti tra i vivi, così strenuamente affezionati ad oggetti e ai loro vizi, pronti a farsi ingannare per amore delle cose o per questioni sentimentali (i morti tornano per farsi ancora ingannare oppure restano perché non riescono a uscire dall’inganno?), svelti a farsi tradire nel luogo dove essi hanno nascosto i loro mostri.

Similmente al romanzo manzoniano, Rifrazioni è un poema corale, dove l’io lirico è uno dei tanti personaggi che s’agitano nel testo, laddove il vero protagonista è l’umanità di quel tempo, narrata e descritta da un narratore onnisciente ben nascosto dietro le quinte, una sorta di Divina Provvidenza, che regge il teatro del mondo.

Il narratore è convinto che una superiore volontà ordinerà il caos, provvederà, laddove si è creato un vuoto, a colmare, laddove qualcuno si è dimostrato avaro, a depauperarlo, a dare a chi non ha avuto, insomma, a compiere e a rendere equilibrate le sorti; qui il narratore è una voce che resta e penetra fin dentro il lutto e l’assenza dell’uomo e del mondo.

“La condizione umana risiede nell’abitazione, nel senso di soggiorno sulla terra dei mortali” (Heidegger).

Pecora spazializza le paure per renderle visibili connaturate e connaturali alle proiezioni culturali  (film, scritti sull’apocalisse, sulle guerre, sulle aggressioni che commettono gli uomini nei confronti degli altri, paure sempre più forti e corpose).

Nessun uomo si può ritenere mai esente dall’umanità e dal suo concorrere a un impegno comune, nessuno è salvo dai suoi gesti, nessuno è libero dal suo essere fonte e oggetto di relazionalità, di corresponsabilità a un progetto unico.

La poesia, forse, non è che l’espressione del desiderio umano di dialogo, di confronto, nell’assunzione di una responsabilità critica nei riguardi del potere di una “ragione” che, oltre che a esprimere in sé le forme del mondo, contribuisce a mutarle, a inciderle in modo spesso orrendo, “contro natura”.

Ecco il perché di una ribellione che si concretizza nella descrizione di una sempre più probabile autodistruzione a causa di una mancanza di senso presente nell’attuale agire umano, sempre più impregnata di nichilismo:

 

Quest’uomo non crede più a nulla, a nulla più crede

(nemmeno al denaro che, se lo distrae e contenta,

non basta a guarirlo dal desiderio e dall’ansia).

Da tanto non ha più un altare né un dio da pregare:

quando sente insicura la mente, e breve e malata

la sua ora.

 

La terra è diventata un immenso spettacolo umano dove “L’aurora/ dai centomila watt/ risolleva il sipario/ sull’immenso teatro.”, uno scenario osceno, sconfortante, desolato, che non nasconde più alcuna sorpresa per gli uomini, attori abbagliati dai riflettori, divenuti ciechi, figli degeneri, allontanatisi dalla natura, dalla loro essenza, traditori del loro compito di custodi del pianeta. Un teatro degradato in “teatrino”, in uno spettacolo indecente in cui “Seduti sulle immondizie pienamente legiferano:/ Dopo di noi il diluvio!”.

Sconsolato, il poeta si chiede:

 

quanto di tempo impiegherà quest’uomo,

così tanto occupato da se stesso,

a sentirsi a misura della foglia

che spunta da una minuscola polla

 

a ridiventare, se mai lo farà, di nuovo creatura naturale?

(Massimo Pamio)

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