FONDAMENTI NEOLIBERISTI di ADAM VACCARO


Fondamenti neoliberisti e possibilità non contemplate

Leggendo il libro di Marco Bersani

Dacci oggi il nostro debito quotidiano – strategie dell’impoverimento di massa

 

Adam Vaccaro

il saggio è già stato pubblicato sul n. 112 de “Il Segnale”, Percorsi di ricerca letteraria, rivista letteraria storica.

 

Al di là della sinistra socialdemocratica (PD e collaterali), completamente affondata negli ultimi tre decenni nel mare della ideologia e della prassi neoliberiste, anche le posizioni degli altri frammenti della sinistra storica, rimangono fallimentari e inefficaci sui vari piani: politico, sociale e culturale. La ragione sta nella carenza di analisi dei fondamenti neoliberisti, che non possono essere affrontati solo con gli impianti critici del secolo scorso, o con pappe del cuore buoniste, o con inflessibilità critica focalizzata sulle forme politiche nazionalpopuliste, nate per reazione ai crimini sociali del modello dominante. Finché il focus della propria critica – per quanto riguarda l’Italia – rimane accovacciato su limiti (indubbi) dei 5S o su posizioni (inaccettabili) della Lega, si continua a oscillare sulla coda di una bestia che ci sta massacrando. E che persegue senza adeguate opposizioni il progetto di distruzione sociale, economica e politica, utilizzando immigrazioni, nuove tecnologie e debito pubblico, per crescenti impoverimenti sociali e per l’azzeramento di quelle conquiste di civiltà che sono state ottenute nei decenni successivi all’ultimo dopoguerra.

Conquiste – è bene ricordarlo – non regalate dal cielo, ma ottenute grazie a contributi di lotte e di sangue di movimenti politico-sindacali di una fase di capitalismo che, pur avendo sempre al centro il profitto, aveva  preminente il settore produttivo e una territorialità nazionale. Con un orizzonte mondialista, anche l’analisi marxiana andrebbe adeguata, rispetto a una fase in cui la reazione alla caduta storica tendenziale del saggio di profitto, ha fatto diventare via via dominante la componente finanziaria su quella della produzione. Non è la fine della Storia – come qualcuno narrava – ma è certo tutta un’altra storia. Entro la quale solo una sinistra a misura di tale Nuova Storia, Continua a leggere

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BANDITA LA DICIANNOVESIMA EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE


 

CONCORSO INTERNAZIONALE

LETTERA D’AMORE

DICIANNOVESIMA EDIZIONE ANNO 2019

L’Associazione Culturale AbruzziAMOci bandisce, con il patrocinio del Museo della Lettera d’Amore e del Comune di Torrevecchia Teatina, la diciannovesima edizione del Concorso Internazionale Lettera d’Amore, dedicato alla memoria del Presidente Prof. Vito Moretti.

La cerimonia di premiazione si terrà a Torrevecchia Teatina (Chieti) l’8 agosto 2019.

 

REGOLAMENTO

Art. 1. Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) un testo in prosa, non in poesia, inedito, configurato come lettera d’amore, della lunghezza massima di 3 cartelle (1800 caratteri per cartella) in 5 copie ben leggibili aggiungendo le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2, inviando il testo anche per posta elettronica.

Art. 2. Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Ai testi bisogna accludere: un foglio contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail), b) dichiarazione di autenticità del testo, c) autorizzazione alla pubblicazione gratuita della lettera, d) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso. Per i minorenni, il foglio contenente i dati di cui ai punti a), b), c) e d) dovrà essere firmato da un genitore o da chi esercita la patria potestà del minorenne.

Art. 3. Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, da effettuarsi al seguente indirizzo: Concorso Lettera d’amore c/o Associazione Culturale AbruzziAMOci, Via Ovidio n. 25, 66100 Chieti, è fissato al 30 maggio 2019 (farà fede il timbro postale di partenza). Contestualmente si dovrà inviare il testo anche per posta elettronica in un’unica e mail allegando il file formato word che riporti la lettera d’amore con nome e cognome dell’autore da spedire all’indirizzo di posta elettronica: manoscritti@noubs.it, indicando come oggetto: partecipazione Premio lettera d’Amore. La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Massimo Pamio, Massimo Pasqualone, Tonita Di Nisio, Lucilla Sergiacomo. Presidente onorario alla memoria Vito Moretti.

Art. 4  Saranno assegnati i seguenti premi: Euro 500,00 al primo classificato, Euro 250,00 al secondo, Euro 200,00 al terzo; altri premi ai segnalati. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. I testi potranno essere pubblicati dall’Organizzazione.

Art. 5  I vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente, tutti gli altri riceveranno una comunicazione all’indirizzo di posta elettronica mediante cui hanno spedito la composizione. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa e il sito internet: http://www.noubs.it.  Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’Organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi. Le lettere in formato elettronico entreranno a far parte dell’archivio del Museo della Lettera d’Amore.

Art. 6  La lettera d’amore consiste in una composizione in prosa mirata all’espressione del sentimento d’amore rivolta a un destinatario qualsiasi (persona reale o immaginaria, animale, oggetto, luogo o paesaggio). I vincitori non potranno delegare alcuno, dovendo ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato.

Per info: manoscritti@noubs.it oppure tf. 0871348890.

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EVVIVA EMANUELE TREVI di Massimo Pamio


Agli sprovveduti che si accingessero alla lettura di “Sogni e favole” privi di un’egida di Efesto, raccomando di chiuder le pagine prima d’un brutto guaio che potrebbe incoglier loro, magari un devastante squarcio nell’animo a causa degli improvvisi colpi di realtà sparati a tutta forza e senza nessun avvertimento dall’autore.

Emanuele Trevi in “Sogni e favole” (Ponte alle Grazie, 2018) racconta una lunga passeggiata da flâneur per le strade di Roma, che, compiuta per combattere una forte depressione, si traduce in un appassionante viaggio alla scoperta di luoghi e personalità della Città Eterna. Fin qui, la trama. Il contenuto è però di una profondità spesso imbarazzante, che coinvolge il lettore in modo talmente aberrante e losco, da porlo causa sui di fronte a questioni radicali sulla vexata quaestio dell’esistenza.

Già nel titolo Sogni e favole si adombra un atteggiamento di eccezionale ambiguità che il racconto di esistenze reali e palpitanti suggerisce, parabole di vite illustri e meno illustri di artisti, da quella di Arturo, amico geniale, eroe romantico e gioioso catapultato in una Roma moderna come un angelo perduto, venuto a mostrar bellezza e ineffabilità e travolgenza della vita, a quella di Metastasio, nato in povertà ma con una dote eccezionale grazie alla quale sarà proiettato da Via dei Cappellari alla Corte di Vienna, chiamato in causa per un sonetto, Sogni e favole, appunto, che attribuisce al libro il titolo. A somiglianza del più rigoroso dei romanzi gialli, il mistero che percorre il libro verrà a svelarsi quando verremo a sapere che il compito di affrontare il sonetto, “il migliore della letteratura italiana”, viene affidato a Trevi da uno dei più acuti critici letterari italiani, Cesare Garboli, che, giunto in tarda età allo stremo delle forze, lo istruisce sullo studio che il grande toscano aveva iniziato e che non avrebbe più potuto espletare.

Anima disperata visitata da un altrove, Amelia Rosselli, costituisce un’altra delle protagoniste del libro, poetessa a cui probabilmente l’autore si paragona, per una sua scelta esistenziale non risolta, di isolato notomizzatore della fragilità del destino personale e collettivo.

Contro ogni supposizione, al di là di ogni più arzigogolata ipotesi che il lettore possa ricavare dalla lettura dell’opera, ebbene, è nelle piccole appendici poste in conclusione, assottigliate in un carattere tipografico minuscolo, come se fossero scholia di nessuna importanza, che l’autore ci fornisce la chiave di lettura del libro, mostrandoci quanto Continua a leggere


Ascolto il silenzio: in aprile i giorni sono fragili, impazienti e amari; i passi minuti dei tuoi sedici anni si perdono per le strade, ritornano con resti di sole e pioggia sulle scarpe, invadono il mio dominio di sabbie spente, e tutto inizia ad essere uccello o labbra, e vuole volare. Un rumore cresce […]

via Ascolto il silenzio – Eugénio de Andrade — Poesia in rete

Ascolto il silenzio – Eugénio de Andrade — Poesia in rete

CHI SONO? – DI MASSIMO PAMIO


(Forse è il caso di spiegare l’antefatto. Sono stato contattato da una giornalista per un’intervista riguardante la mia attività di direttore editoriale. L’incauta giornalista mi ha chiesto: “Chi è Massimo Pamio?”. Non si aspettava la risposta successivamente riportata, che chiaramente la giornalista si è guardata bene dal pubblicare. Con mio grande divertimento.)

-Chi è Massimo Pamio?

Chi sono, non saprei proprio dirlo. Eppure è il nome, ovvero il dire, a sancire l’identità – l’io- è così che nome e individuo vengono fatti coincidere. L’essere umano del Duemila si rispecchia, per un’inveterata abitudine, nel proprio nome, con i dati riportati sulla sua carta d’identità, ma si tratta di un espediente fittizio, di un inganno: chi afferma di essere Massimo Pamio testimonia solo la verità della parola, il potere magico della parola. L’uomo è ciò che esce dalla sua bocca, è ciò che si nasconde nel suo pensiero: Massimo è dunque il mio pensare che costruisce un io faticosamente, giorno dopo giorno, e perdura e vive senza un vero fondamento. Massimo diviene Massimo giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, nel confrontarsi con gli altri, con l’esterno, nel distinguersi dagli altri. Che cos’è Massimo, dunque? È ciò che diviene, l’allontanarsi da un’origine che non c’è mai stata, da una prossimità che lo delimita. Massimo è l’alterità a ogni cosa, è l’altro rispetto all’origine e a tutti gli altri, tradimento e uragano di ogni cosa e d’ogni origine o domani. La parola fatta opinione o ideologia (illusioni, le chiamerebbe Leopardi) ci fonda, un fondare qualcosa sul nulla che siamo. Ciascuno di noi è l’inganno perpetrato al nulla che siamo: se abbracciamo un’opinione o una convinzione, saremo quell’opinione, quella convinzione. Se gioiamo, saremo la gioia. Mente e corpo nella società scelgono di essere quello che a loro si adatta, riempiendo il catino di vuoto. Noi siamo il latin lover, lo scienziato. Scegliamo come in un supermercato le nostre possibilità corporali, emotive, mentali.

Il problema è che siamo piccole parti di un mondo indefinitamente vasto, se tentiamo di comprendere, conosceremo di essere solo parti di relazioni e di cancellazioni, ovvero di piccole vite e di piccole morti: non si può vivere senza morire (uccidere batteri respirandoli, ogni secondo) e non si ama una persona senza respingere un’altra, non si conosce senza trasmettere qualcosa della conoscenza a un altro elemento del mondo; quindi noi trasmettiamo coscienza e conoscenza al mondo.  Se la coscienza è, allora è possibile che ci sia una coscienza universale della vita: ci avviamo verso questo sentiero che segnerà il destino di una nuova specie, molto più umana della precedente.

Nella precedente, il potere è il ventriloquo del popolo. Il potere parla dalla pancia del popolo. Maschere di maschere. L’individuo oggi è il genio dell’allegria, domani quello della sregolatezza, domani ancora quello della paura, e il seguente quello della solitudine: l’uomo è l’animale senza forma perché non corrisponde con sé, ma con una falsa forma ideale che agisce dentro di lui rendendolo inconoscibile a se stesso: il pensiero. Il pensiero, che non è una pelle, un mantello, che non ha colore né segni. Ecco allora che intervengono vari ideali: la magia, che divide in sciamani e popolo, il potere che divide in sovrani e sottomessi, oppure, nei tempi moderni, la psicanalisi che divide in pazzi e normali, la tecnologia che oppone i connessi ai non connessi. Fin dall’antichità, indossiamo abiti sopra il nostro corpo per nascondere le forme animali. Come creiamo i frigoriferi per nascondere il cibo, così noi ci copriamo per nascondere la nostra animalità. Il tentativo di separare all’interno della comunità gli uomini si basano su falsi presupposti, su false opposizioni.

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PAUL CELAN (da «Svolta del respiro») UN FRAGORE: è la Verità in persona entrata fra gli uomini, nel mezzo del turbine delle metafore.

via PAUL CELAN (da «Svolta del respiro») — leggere riflettere scrivere

PAUL CELAN (da «Svolta del respiro») — leggere riflettere scrivere

OGNI MINUZIA DELL’ANIMA – DI ADAM VACCARO


OGNI MINUZIA DELL’ANIMA
Efflorescenze e fusioni – in Saccade e Scribendi licentia 
– di Cesare Ruffato

di
Adam Vaccaro

La metodologia costruttiva di Saccade
“In un galà / letterario annacquato come le più / intime sensazioni insopportabili” (Saccade, Ragusa 1999, p.41) Cesare Ruffato risulta estraneo. Pudore e denunce fuori dai denti, capacità di candore con radici e ruvidezze di sapore contadino. Primi tratti dell’identità che emerge dal testo, e che appare subito poco incline alle affettazioni imposte da spazi chiusi e selezionati. Più che i galà, ama le galattiche espansioni spaziotemporali. I suoi testi comunicano una complessa (in)sofferenza, etica e biologica, che tende a sprofondare nel minimo per aprirsi al massimo: un costante reculier pour mieux sauter, che diventa metodologia.
I versi immediatamente successivi a quello citato saltano infatti a “L’universo primordiale che da qui / si può vedere…”; per finire, con l’ultimo verso, alla dolcezza e allo strazio del “dramma mistico”: spazio di ricerca di parola messo in scena dalla nostra insopprimibile tensione all’unità col tempo dell'”estremo ieri” e al suo, “per ora”, insuperabile “silenzio” “sull’origine della vita”.
L’impasto complessivo delle lingue del testo (che cercheremo di vedere nei dettagli) produce una metonimia di ritmi e di musica da magistrale gesto lirico; di quella qualità formale che riesce a condurre un sereno rendiconto di difficile, ma possibile, equilibrio drammatico; senza disperazioni e senza fughe rispetto alla condizione che ci è data, di estraneità e di appartenenza.
Colpisce la capacità di costruire un grumo di gioia tranquilla, ritrovata e preziosa, come un boccone di pane raffermo, scovato all’improvviso da uno stomaco abbrontolato dalla fame, in uno di quei recessi densi d’umori delle antiche madie. Le “pietre preziose dell’anima” sono più ne “…le curve paterne / nelle strutture interne, nelle flammule / di coni e bastoncelli” (p.71), che negli altezzosi ” liquamina della vita / la fantasia intensa dell’anima”, p.70).
Una digressione su queste ultime citazioni, che verrà poi ripresa più precipuamente nello sviluppo dell’analisi che la complessità del tessuto testuale di Ruffato richiede; in esse troviamo fra l’altro due esempi (flammule e liquamina), tra i tanti forniti dal testo, di bastoncelli portati nel bosco della lingua – un bosco in cui, come è stato giustamente detto, la poesia deve portare e non prendere.
Nel primo dei due esempi citati troviamo una tenerezza infantile ri-generante memorie e affettività, immersa nel passato e nelle modalità di linguaggio dell’area mentale dell’Es (Mod-Es); in liquamina, una più complessa invenzione che fonde (forse) liquami e disamina: nel primo c’è circuito biologico e giudizio etico (quindi Mod-Es e Mod-Sup., o modalità di linguaggio dell’area mentale del Superìo); nel secondo c’è il processo di analisi e di astrazione delle modalità di linguaggio art_2462_1_ruffato cesareCESARE RUFFATO

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Ci sono sere che vorrei guardare da tutte le finestre delle strade per cui passo, essere tutte le rade ombre che vedo o immagino vegliare nei loro fiochi santuari. Abbiamo, sussurro passando, lo stesso sogno, cancellare fino a domani il sogno opaco, cruento del giorno, li amo anch’io i vostri muri pallidamente fioriti, i […]

via «Ci sono sere che vorrei guardare» – Giovanni Raboni — Poesia in rete

«Ci sono sere che vorrei guardare» – Giovanni Raboni — Poesia in rete

Torna, poeta, a far poesia di Massimo Pamio


 

Torna, poeta, a far poesia di Massimo Pamio

                                           A Igino Creati

Bisognerà cercare l’aneddoto

per almanaccare l’inganno

in cui narrarti.

Forse perché hai offerto

a tanti la possibilità di soddisfare

alcune loro vanità, nessuno

ti ricorda. Chissà

se hai terminato l’ultimo

verso oppure se l’hai lasciato

incompiuto. Se lo stai

cercando, proprio come me,

è per farci ancora

un po’ di compagnia.

Quando ti sei dato

al gioco delle carte

è allora che perdesti

la strada del mondo

e le sue trappole?

Dove sono le donne,

le carte, la tua Russia?

Qualcuno ha cercato di svegliarti?

Che cosa si nasconde sotto le palpebre

del lungo sonno?

Torna, poeta

a far poesia.

Scrivere poesia, Igino,

è come rispondere a una domanda

procedere per idee per concetti

senza mai trovare una risposta

senza mai sapere

che quella è –proprio quella-

l’ultima parola

scritta o pensata.

Stamattina ti ho sognato,

che venivo a visitarti –era presto,

a casa c’era tua figlia

mi diceva di stare attento

a non svegliarti

perché forse eri morto.

Sibilline risposte genera Il sogno

alle richieste d’una coscienza

che veglia distrattamente l’altrove.

 

In questa società si fa sempre più pressante l’assenza della voce dei poeti. Allontanati, emarginati, la loro assenza si fa sempre più rumorosa, minacciosa. Il loro silenzio batte alla porta del mondo, con ritmica ossessività. Se il mondo ha dimenticato la loro memoria forse sta conoscendo un inganno mortale, forse sta compiendo una delle ultime epurazioni che trascorrono inavvertite lasciando un segno inquieto e profondo nelle cose e nelle coscienze, irrigidite pietre. I giovani poeti si dibattono, guizzano come pesci fuor d’acqua; cercando di farsi conoscere ad ogni costo essi mirano solo al clamore e a piccoli rumori fastidiosi e poco significativi. Ogni uomo ai nostri giorni soffre di una nuova forma di nostalgia: la mancanza dei volti evocati dalla poesia, dei fiori colorati dai poeti.

Un mondo che allo specchio vede solo se stesso (viviamo la fase dell’implosione narcisista del capitalismo) non ha capacità di narrazione, né tanto meno ha la qualità di raccontarsi. È identica a se stessa, composta di zombie prodotti del mercato, di zombie al grado zero del Capitale; i robot non sono le macchine ma gli uomini; il meccanismo capitalista si è meccanizzato e incistato in ogni angolo del pianeta agonizzante, non più azzurro. Questo mondo non ha futuro, il suo presente inghiotte e divora passato e futuro, residui di un pasto consumato in fretta senza gusto, senza sapore perché privato dei contenuti e degli indici vettoriali. Il tempo del Capitale si è fermato, è imploso, producendo la macchinizzazione di ogni rapporto di produzione e scambio, l’assolutizzazione dei prodotti e dei mezzi di produzione quali uniche presenze viventi autogenerantisi del processo umano di trasformazione della vita. Trasformazione in merce, in uno svuotamento monetario delle differenze. La moneta rende uguali, appiattendo tutto e tutti. L’Altro, il Nemico è solo colui che non vuole partecipare al presente, al dispendio mondiale, al congelamento di ogni movimento. Il  Diverso è il migrante che non riesca a far denaro in casa propria, l’omosessuale che non assume un ruolo chiaro e preciso di prodotto, che non diventa ruota dell’ingranaggio indifferenziale della Macchina Mondiale Capitalista, diverso è il poeta che non riesce a cancellare la memoria del passato in moneta presente, in attività produttiva dell’Unico Desiderio possibile, quello della Merce che fa di noi stessi prodotti, oggetti dello scambio mercantile al grado zero (allo zero termico, avulso dai contenuti, privato cioè della passione, delle passioni) del capitale.

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Classifiche libri 2018: i russi che mancano ve li segnalo io.


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Siccome sto vedendo fioccare classifiche, gallerie fotografiche, consigli in vista del Natale e della fine di questo 2018 (le strenne più strennose, 50 libri da mettere sotto l’albero, 100 libri che renderanno il vostro Natale indimenticabile, 200 libri che hanno reso il 2018 il meglio del meglio nonostante lo sfacelo culturale di questo paese…) e i russi si avvistano con il binocolo in rare rarissime occasioni, ho deciso di farvi io una bella carrellata di titoli per tutti i gusti usciti nel 2018 e degni di nota (due, perdonatemi, sono miei… ma li ho amati tanto, quindi non potevo non metterli.)

Solo contemporanei e del secolo scorso, massimo. Così la smettete di dire che non si pubblica niente di contemporaneo e di regalare solo libri sulla Russia scritti da tutti tranne che dai russi (senza nulla togliere a chi quei libri li fa bene, alle volte strabene).

Le posizioni…

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IL SUD: CULLA DELLA CREATIVITA’ (di Massimo Pamio)


Che dal Sud provenga la fonte dell’energia, per motivi geologici e antropici, che dal Sud sia scaturita la vita nel pianeta, sono idee furiosamente secretate, oscurate dai mass media, dalla scienza stessa che le ha scoperte e propugnate, ritenute oscene dai poteri “forti”. Il vero non coincide mai con l’idea che il potere vuole stabilire, soprattutto oggi, con l’omologazione, con la  imposizione di un pensiero unico.

In Italia, la creatività del pensiero e delle arti scaturisce dalle fertili terre del Mezzogiorno, ne sono testimonianze i due volumi pubblicati dall’Editore Macabor curati da Bonifacio Vincenzi.

In questi testi antologici si cerca di far luce sulla poesia del Sud e degli autori meridionali in genere, fenomeno che risulta macroscopico ma che riceve poca attenzione da critici, riviste, quotidiani: colpevolmente, se si indagano le pagine di “Sud. I poeti”, nelle quali si ascoltano voci dimenticate o emarginate dalla letteratura nazionale dotate di indubbia qualità. Il primo “Sud. I poeti. Antonio Spagnuolo e l’assedio della poesia” è dedicato ad Antonio Spagnuolo, poeta napoletano, che vanta al suo attivo 39 raccolte di liriche,  numero impressionante e forse ineguagliabile di pubblicazioni per un autore. Sulla sua scrittura si soffermano Elio Andriuoli, Domenico Cara, Mauro Ferrari, Giulia Martini, Massimo Pamio, Marisa Papa Ruggero, Plinio Perilli, Raffaele Piazza, Felice Piemontese, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Eleonora Rimolo, Paolo Ruffilli, Lorenzo Spurio. Seguono poi pagine dedicate a poeti meridionali non più in vita, tra i quali il molisano Giuseppe Jovine, il pugliese Antonio Verri, i calabresi Aldo Dramis e Angelo Fasano, l’abruzzese Giammario Sgattoni, la cui poesia mantiene ancor oggi “a distanza di molti anni, una freschezza davvero sorprendente”, ed è così, nella sua poesia non ci sono malinconie o ubbie crepuscolari, la sua è una costante osservazione elegiaca e sorridente, garbata e rispettosa dell’umana avventura e delle vicende della natura, spesso avvertite come inscindibili. Giammario appartiene alle grandi personalità che hanno segnato un periodo della mia vita in modo estremamente significativo e profondo, alle quali sono bastate poche ore per consegnarsi interamente nella loro vivezza, per affascinarmi, con cui entrare in perfetta sintonia: per riconoscersi spiritualmente. Nel volume, tra le personalità tuttora attive, Giuseppe Rosato, poeta abruzzese d’ineguagliabile valore, Antonio Bux, pugliese, Eleonora Rimolo, Lina Salvi, Rossella Tempesta, campane.

Il secondo volume “Sud. I poeti. La poesia di Domenico Cara: metamorfosi e labirinti” è dedicato a Domenico Cara, scrittore calabrese autore di 26 libri di poesia, introdotto da testi critici di Gabriella Colletti, Gualtiero De Santi, Flavio Ermini, Marcela Filippi Plaza, Vincenzo Guarracino, Massimo Pamio, Gianni Mazzei, Antonio Scatamacchia, Francesca Serragnoli, Claudia Manuela Turco. Tra i poeti scomparsi la purissima voce del lucano Beppe Salvia, quella del possente Ottaviano Giannangeli, abruzzese, della calabrese Gilda Trosolini. Tra quelli in vita, il campano Vincenzo Frungillo.

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“QUESTO E’ BELLO!! LO COMPRO” – Le molte vie del Bello: armonia, sentimento, spostamento… di BRUNO NASUTI


“QUESTO E’ BELLO!! LO COMPRO”

Le molte vie del Bello: armonia, sentimento, spostamento…

di BRUNO NASUTI

 

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DALLA PARTE DEL FRUITORE

Perché e come compriamo un quadro, un libro, un disco…?

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1

Naturalmente ciascuno di noi pensa che sia una domanda banale: è chiaro che per noi semplicemente quell’oggetto è “bello”, nel senso che è un caso particolare di quello che pensiamo sia il Bello tout court.

Ma dato che non tutti comprano la stessa cosa, è chiaro che l’idea stessa di Bello è un problema.

Non certo per il mercato, che propone – come ovvio che sia per un mercato – tanti oggetti diversi come risposta alle diverse domande che provengono da quello che chiamiamo ‘pubblico’.

Ma, in fondo, lo stesso mercato prima di esporre le merci al pubblico, si pone pur sempre con chiarezza quale sia la tipologia di prodotto che meglio risponde alle richieste dell’acquirente possibile, anzi cerca di capirne le logiche per poterlo accontentare di più, per poter anticiparne i desideri. E arriva probabilmente a crearsi dei veri e propri modelli predittivi, che alla fine non si allontanano molto dalle teorizzazioni che nei secoli hanno sempre guidato le parole dei cosiddetti “critici”.

2

Noi che non siamo mercanti ma semplicemente curiosi di capire le azioni umane, ovvero fortemente curiosi di capire l’umano attraverso le sue azioni, cercheremo di ricostruire i percorsi che, senza emergere immediatamente, guidano in qualche modo le scelte dell’appassionato di arte. Per fare questo seguiremo una procedura doppia, per così dire, provando a individuare prima quali siano le procedure bottom – up che agiscono nella mente del compratore, poi quelle top – down che spingono l’artista a comporre la sua opera.[1]

In questa ricerca – è chiaro – dovremo far ricorso a informazioni e concetti  che provengono da discipline apparentemente aliene dall’estetica e dall’arte, come – ad esempio – le neuroscienze e l’antropologia: prime tra tutte le parole  “omeostasi” e “mimesis” che ci consentono di dare poco spazio a concetti che la cultura occidentale moderna (centrata sulla figura del Soggetto che “pensa” [2]– Cartesio –  o “sente”[3] – Romanticismo -)  ritiene fondamentali, come ad esempio l’ “intenzione”  e l‘”autentico”.

[1]Facciamo questa scelta rifacendoci esplicitamente alla procedura che Richard Dennet chiama “ingegneria inversa” e che attribuisce all’origine delle fondamentali scoperte di Darwin e Turing: si tratta di partire dai ‘dati’ a nostra disposizione e di risalire (cercare di risalire ) all’indietro fino alle materiali situazioni che li  hanno prodotto, senza immettere nel processo alcun elemento ideologico particolare, ma solo accettando che se qualcosa c’è è rilsutato da qualcos’altro che c’era già.
[2]Se il Soggetto è una coscienza razionale che analizza e sintetizza le cose del mondo che fluttua, è chiaro che la sua caratteristica fondamentale è quella di disporre le cose secondo ratio, ovvero su una linea, in cui ovviamente è in grado di ricostruire il precedente e anticipare il seguente: insomma di progettare il futuro, appunto secondo una Vision, che diventi Mission, sulla base di specifiche intenzioni di cambiamento. Teleologia laica insomma!!
[3]La correzione alla visione tutta razionalistica della mentalità illuministica arriva dalla cultura romantica, di derivazione sensistica: essa per dare un giusto spazio alla “differenza” del singolo (completamente eliminata dal quadro razionalistico della quantità) accentua la fondamentale necessità di ‘ascoltare’ le particolari modalità con cui ciascuno di noi si avvicina alle cose del mondo. È vero che tutti alla fine facciamo le stesse cose, ma ognuno a suo modo, in base alla sua storia, in risposta alla sua ‘autenticità. Il Soggetto non è insomma solo Mente che quantifica, riducendo le differenze, ma anche Sentimento che ‘qualifica’, che afrronta le stesse situazioni in modo differente.

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Scendi, Orsa Maggiore, notte arruffata, fiera dal manto di nubi, dagli antichi occhi, stelle occhi, nella macchia affondano, scintillanti, le tue zampe con gli artigli, stelle artigli, vigili noi pascoliamo gli armenti, pur da te ammaliati, e diffidiamo dei tuoi fianchi sfiniti, degli aguzzi denti dischiusi, vecchia orsa. Un cono di pigna: il vostro […]

via Invocazione all’Orsa Maggiore – Ingeborg Bachmann — Poesia in rete

Invocazione all’Orsa Maggiore – Ingeborg Bachmann — Poesia in rete

ITALIAN MOVIE AWARD – N.Y. CITY


ITALIAN MOVIE AWARD ® | Award Ceremony NYC

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ITALIAN MOVIE AWARD ®  International Film Festival

AWARD CEREMONY |  NEW YORK 2018

7pm December 10 | The Paley Center For Media

25 W 52nd St. Manhattan, New York, NY 10019 USA

 

During the X edition of the International Film Festival Italian Movie Award ®, which began on the 26th July 2018 and lasted until August 6 of the same year, and which was set in the historical town of Pompeii, the festival received an overwhelmingly positive response from both audience and critics.    It has therefore been decided that in honour of its 10th anniversary, the award ceremony will be held in New York inside the prestigious Frank A Bennack Theater at the The Paley Center for Media in Manhattan on December 10, 2018 at 7pm. The italian film director Carlo Fumo, is the President and Artistic Director of the Festival.

 

The event is in partnership with Plural + Youth Video Festival organized by the United  Nations and in particular by UNAOC (United Nation Alliance Of Civilization), and the SHRO (Sbarro Health Research Organization) directed by Dr. Prof. Antonio Giordano. Event organized with the precious collaboration of Tony Minervini (Tooslik Communication NYC) and Sunshine Production. Leads the event Luca Abete and Diana Del Bufalo. Exclusive meeting with the film director Paolo Genovese. Award to the actor of the film “On My Skin” Alessandro Borghi.

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Message from the President

Carlo Fumo

 

The personal message of the Founder, President and Artistic Director of the Festival pag.7

 

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Luca Abete lead the event in

New York

 

The journalist of the “Striscia La Notizia” italian Tv program, leads the event in New York

 

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Leads the event, the actress

Diana Del Bufalo

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Guest the

film director

Paolo Genovese

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Special Award for the Italian Tv Series “Gomorra” with the actor Salvatore Esposito

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Special Award for the film “On My Skin” (Sulla Mia Pelle) with the actor Alessandro Borghi

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How to get to

“The Paley Center For Media”

 

Click here for the map

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Panel: Plural+ Youth Video Festival (UNAOC)

 

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LUCIANO RICCI – IL CANTO E IL CUORE DELLA VALLE SICILIANA (di Massimo Pamio)


LUCIANO RICCI IL CANTO E IL CUORE DELLA VALLE SICILIANA

(di Massimo Pamio)

Leggere una pagina di Luciano Ricci è attendere a un’esperienza che infonde un inestimabile arricchimento, forse immeritato, vista la colpevole disattenzione che si nutre nei confronti di uno dei più notevoli scrittori abruzzesi del novecento, un vero e proprio maestro della narrativa, riuscito abilmente nel compiere l’improba impresa di assorbire e conservare le lezioni dei maggiori e di farsene degno interprete e prosecutore.

Traggo dalle tante una pagina, la prima di Gli anni delle ginestre, a mio avviso il romanzo più riuscito dello scrittore.

Si tratta di una pagina bellissima, densa di suoni, di profumi, di chiaroscuri, variegata, ariosa, sapientemente orchestrata, vibrante e vibratile, tesa al punto giusto, perfino difficile, riottosa, scabrosa, perché non intende, si capisce subito, concedere distrazioni e perciò capziosa, pronta ad affascinare, a sedurre, a destare l’attenzione non tanto per la dinamicità della narrazione, quanto per la forza con cui, senza alcuna puntigliosità, si descrive qualcosa -un’atmosfera, il ganglio di una trappola espressiva- che sta lì per annunciare lo svelamento di chissà quali segreti e malie, annuncio appena avvertibile nella gioiosa sospensione o giocosa suspense creata, condensata in un’apertura scoppiettante, occhieggiante appena delineate situazioni pronubi di chissà quali sviluppi ulteriori, favorite da riflessioni e accennati sentimentalismi e da affilate capacità linguistiche, in una vivacissima e semplice ma anche sontuosa apertura di romanzo, ricamata in maniera fine e ordinata, oserei dire: perfetta.

Una scrittura difficile, che richiama più che i narratori i poeti, e mi riferisco ad esempio alle chiarità oscure e complesse di Edoardo Cacciatore, di Angelo Maria Ripellino, di Juan Rodolfo Wilcock, tutti poeti molto colti, raffinati e anche inavvicinabili; ma anche ad alcuni scrittori, in primis Carlo Emilio Gadda, e poi Landolfi, Pizzuto, Buzzati, D’Arrigo, Savinio, Manganelli, Morselli.

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