SENSO BIANCO


SENSO BIANCO DI SALVATORE GIUNTA

CON UN HAIKU DI LAURA ANFUSO

Foggy Mountain Road, Liguria, Italy


Wanderlustnetic

Foggy Mountain Road, Liguria, Italy

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Io sono sempre IO


miglieruolo

racconto di Mauro Antonio Miglieruolo


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Grotta della Poesia, Roca Vecchia, Italy


Wanderlustnetic

Paola Gomez Caicedo
#Grotta della Poesia, #Roca Vecchia, #Italy

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BANDITA LA XXI EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE


CONCORSO INTERNAZIONALE

LETTERA D’AMORE

VENTUNESIMA EDIZIONE ANNO 2021

L’Associazione Culturale AbruzziAMOci bandisce, con il patrocinio del Museo della Lettera d’Amore e del Comune di Torrevecchia Teatina, la ventunesima edizione del Concorso Internazionale Lettera d’Amore, dedicata alla memoria del Presidente Prof. Vito Moretti.

La cerimonia di premiazione si terrà a Torrevecchia Teatina (Chieti) l’8 agosto 2021.

REGOLAMENTO CONCORSO LETTERA D’AMORE XXI EDIIZIONE

Art. 1 Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) un testo in prosa, non in poesia, inedito, configurato come lettera d’amore, della lunghezza massima di 3 cartelle (1800 caratteri per cartella) in 5 copie ben leggibili aggiungendo le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2, inviando il testo anche per posta elettronica.

Art. 2 Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Ai testi bisogna accludere: un foglio contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail), b) dichiarazione di autenticità del testo, c) autorizzazione alla pubblicazione gratuita della lettera, d) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso. Per i minorenni, il foglio contenente i dati di cui ai punti a), b), c) e d) dovrà essere firmato da un genitore o da chi esercita la patria potestà del minorenne. Possono partecipare classi di scuole di ogni ordine e grado rispettando le norme del bando.  

Art. 3 Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, da effettuarsi al seguente indirizzo: Concorso Lettera d’amore c/o Associazione Culturale AbruzziAMOci, Via Ovidio n. 25, 66100 Chieti, è fissato al 30 maggio 2021 (farà fede il timbro postale di partenza). Contestualmente si dovrà inviare il testo anche per posta elettronica in un’unica e mail allegando il file formato word che riporti la lettera d’amore con nome e cognome dell’autore da spedire all’indirizzo di posta elettronica: manoscritti@noubs.it, indicando come oggetto: partecipazione Premio lettera d’Amore. La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Tonita Di Nisio, Massimo Pamio, Massimo Pasqualone, Lucilla Sergiacomo, Giuseppina Verdoliva.

Art. 4 Saranno assegnati i seguenti premi: Euro 500,00 al primo classificato, Euro 250,00 al secondo, Euro 200,00 al terzo; altri premi ai segnalati. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. I testi potranno essere pubblicati dall’Oganizzazione.          

Art. 5 Solo i vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa e il sito internet: http://www.noubs.it.  Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’Organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi. Le lettere in formato elettronico entreranno a far parte dell’archivio del Museo della Lettera d’Amore. 

Art. 6 La lettera d’amore consiste in una composizione in prosa mirata all’espressione del sentimento d’amore rivolta a un destinatario qualsiasi (persona reale o immaginaria, animale, oggetto, luogo o paesaggio). I vincitori non potranno delegare alcuno, dovendo ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. Per info: manoscritti@noubs.it oppure tf. 3279960722 oppure 0871348890.

Una fase della cerimonia di premiazione della XX Edizione. Il Sindaco Francesco Seccia premia la vincitrice del primo premio Stevka Smitran. I componenti della giuria Massimo Pamio, Massimo Pasqualone, Lucilla Sergiacomo, Tonita Di Nisio. Nella splendida cornice del Parco San Karol annesso al Palazzo settecentesco del Marchese Valignani a Torrevecchia Teatina, l’8 agosto 2020.

Agamben e Holderlin (di Tino Di Cicco)


Consiglio per i lettori: leggete sempre i libri fino all’ultima pagina. Altrimenti potreste perdere il meglio. Potrebbe succedervi come a chi si stava annoiando leggendo “la follia di Holderlin” di Giorgio Agamben. Un libro in cui le prime duecento pagine sono soltanto cronaca e dettagli; informazioni che non aggiungono quasi niente a quello che già sapevamo. E anche quando ci sono notizie nuove, si tratta spesso di particolari quasi irrilevanti per la poesia del grandissimo poeta svevo.

Ma voi non arrendetevi; superate lo scetticismo e la noia; fermatevi solo alla fine. 

Perché alla fine succede che lo studioso, il filologo, il filosofo Giorgio Agamben cambia abitazione: lascia quella dello studioso, del filologo e del filosofo, per entrare in quella del poeta folle: “da quasi un anno vivo ogni giorno con Holderlin, negli ultimi mesi in una situazione di isolamento in cui non avrei mai creduto di dovermi trovare. Congedandomi ora da lui, la sua follia mi sembra del tutto innocente rispetto a quella in cui un’intera società è precipitata senza accorgersene. Se cerco di compitare la lezione politica che mi è sembrato di poter cogliere nella vita abitante del poeta  nella torre sul Neckar, posso forse per ora soltanto “balbettare e balbettare”. Non ci sono lettori. Ci sono solo parole senza destinatario. La domanda “che cosa significa abitare poeticamente”? aspetta ancora una risposta, Pallaksch, Pallaksch (G. Agamben).

Alla fine c’è un miracolo: una identificazione assoluta, fedele,inimmaginabile.

Non avevo mai letto un libro in cui lo studioso lascia in corsa i panni (l’abito, l’abitazione) dello studioso, per entrare in quelli dello “studiato”.

La vita obbliga tutti gli uomini ad identificarsi : “Siamo nati per identificarci”(S. Weil), ma qui succede qualcosa di straordinario : un esperimento , forse casuale, che dimostra in modo inconfutabile il percorso della vera conoscenza.

L’uomo conosce veramente non quando legge molti libri, oppure molti giornali; non quando trattiene nel suo piccolo cervello il maggior numero di informazioni;e neanche quando costruisce razionalmente un “sistema” utilizzando tutte le sue conoscenze. L’uomo conosce veramente quando diventa la cosa stessa che sta cercando di conoscere:  “l’idea suprema unifica conoscente e conosciuto”(M. Heidegger).

“La vera conoscenza è diventare la cosa stessa, essere uno nell’Uno. Perciò il sapere si configura come niente sapere, perché non v’è più un oggetto conosciuto distinto dal soggetto conoscente”(Meister Eckhart).

Ma perché tutto questo sia possibile, è necessario l’amore :  non l’intelligenza, non l’erudizione, non la volontà. E’ l’amore che unifica il conoscente e il conosciuto, perché  : “ci si trasforma in quel che si ama” ,questo  sapeva benissimo  Sant’Agostino; ed è la stessa conclusione del grande poeta mistico  Angelus Silesius, quando diceva: “Uomo, in quel che ami sarai trasformato.”

E questa “verità” non riguarda solo l’Occidente cristiano, ma anche i musulmani pensano così con Gialal al-Din Rumi: “una sola ti sembri  l’essenza di chi guarda e di chi è guardato”.

Ed anche in Oriente sanno che per capire veramente qualcosa occorre “diventare la cosa che guardiamo” (Keiji Nishitani ).

Sapere non è trattenere nella memoria tante informazioni, da ripetere con arroganza e vanità di fronte ai nostri interlocutori; ma il processo attraverso il quale il contemplante diventa simile al contemplato.

Questa è vera conoscenza, quella che non si arrende alla banalità del presente; quella che intuisce la differenza tra quello che è dentro, e quello che è fuori dal tempo.

Perciò quando alla fine del libro sulla follia di Holderlin, Giorgio Agamben ripete  anche lui le parole “pallaksch, pallaksch”, le stesse pronunciate da Holderlin ormai folle nella torre, lo studioso non ci sta insegnando qualcosa, ma ci sta regalando amore.

Il pallaksch pallaksch finale di Agamben, non è una informazione, è passione purissima. E’ amore per un fallimento celeste e distacco dalle nostre miserevoli “vittorie”.

“La lezione di Holderlin è che quale che sia lo scopo per cui siamo stati creati, non siamo stati creati per il successo, che la sorte che ci è stata assegnata è fallire… E, tuttavia, proprio questo fallimento – se riusciamo ad afferrarlo – è il meglio che possiamo fare.”(G. Agamben).

La follia di Holderlin insegna che “una vita poetica, che abita poeticamente, è una vita che vive secondo un dettato, cioè, in un modo che non è possibile decidere né padroneggiare”(G. Agamben).

Ma la vita “poetica”, quella che “abita poeticamente la terra”, quella che non è possibile “né decidere, né padroneggiare”, è solo quella vissuta dai poeti, oppure è quella di tutti gli uomini?

Le profezie apocalittiche di Dimitri Ruggeri


Il Blog di DIMITRI, il verseggiatore

di Massimo Pamio – “Il silenzio è una luce che se la fissi tutto intorno tace”, citazione tratta da Carnem levare, un film realizzato sull’opera poetica di Dimitri Ruggeri, si adatta molto bene per introdurre le linee di una ricerca creativa artistico-letteraria testuale, cinematografica e performativa propria dell’autore marsicano, uno dei nomi con i quali dovremo sempre fare in futuro i conti, che contribuisce e contribuirà a orientare la letteratura e il modo di riceverla.

Krokodil, l’ultimo suo libro di poesia, viene accompagnato da un video in cui l’autore recita il testo Pater monster mentre nella sua testa si agitano contorcerdosi lingue di fuoco.

Il Krokodil è una miscela di codeina e di altre sostanze tra cui la benzina dalle quali si ottiene una droga molto pericolosa che distrugge i tessuti interni, una droga dilaniante inventata in Russia. Non a caso, Krokodil è un libro sul…

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IN DIFESA DEL PRESEPE DI CASTELLI (di Massimo Pamio)


Le critiche mosse nei confronti del presepe di Castelli sono un’offesa alla tradizione ceramista abruzzese e alla qualità dell’opera stessa, intrisa di una malinconica e tenera poeticità, struggente e buffa, infantile e preziosa. Chi non ha cuore non può capire la leggiadria di queste statue che costituiscono un’opera unica, la versione più autentica del Presepe: la meraviglia infantile che ci fa tutti uguali di fronte al Miracolo della Rinascita. Chi non ama la ceramica, chi ha ucciso il proprio bambino interiore non può comprendere, non ha la sensibilità per avvertire la bellezza più sincera e amorevole, la grazia delle piccole cose che diventano simbolo della vera grandezza, che è l’umiltà.

Se un errore è stato commesso, e forse imperdonabile, è quello di non aver curato l’allestimento e una presentazione storica, perché un’occasione come questa non si può sprecare. Il Presepe, chiaramente, se non valorizzato e adeguatamente installato in una Piazza così sontuosamente e preziosamente artistica, perde buona parte della sua poeticità. (Massimo Pamio)

In un’epoca di globalizzazione anche la cultura e quindi la scuola ha subito un processo di uniformazione che ha cancellato ciecamente una delle peculiarità presenti nel nostro paese che aveva dato voce a tutte le più importanti  realtà  artigiane e artistiche regionali. L’azzeramento degli Istituti d’Arte diventati oggi tutti Licei Artistici  evidenzia l’assurdità di una riforma che  ha passato un colpo di spugna su una felice realtà storica artistica italiana che diede nel novecento alle antiche botteghe dei maestri artigiani  un riconoscimento culturale,  determinando   la necessità’ di ricomporre l’unità’  tra arte e mestiere.

Per cui  dare voce alle manifestazioni che di questa memoria fanno tesoro è importante ed è ciò che avviene dal 10 Agosto al Liceo Artistico Francesco Antonio Grue  di Castelli (TE) ex ISA,   in occasione dei 110 anni della   fondazione della scuola. Per volere della Dirigente Carla Marotta e  sotto la super visione della Dr.ssa Lucia Arbace,   con pannelli didattici curati da Giulia D’Ignazio e Paola Marulli, sono stati ricordati tutti i direttori che contribuirono a rendere grande il nome della Scuola d’ Arte di Castelli.  E’ stato  esposto per l’occasione Il Terzo Cielo, con un intervento di Ilaria Materazzo, una delle opere di scuola che nel 1954, attraverso la presenza di professori- maestri ceramisti  quali Serafino Vecellio Mattucci, Arrigo Visani e Guerrino Tramonti allora Direttore, portò gli allievi di Castelli ad ottenere un Premio d’Onore alla X Triennale di Milano.

Ma le affermazioni  dell’ Istituto continuarono anche negli anni sessanta quando, con la ripresa economica, si misero gli uomini giusti, al posto giusto  e gli organi responsabili della categoria artigiana preposti alla tutela e allo sviluppo delle imprese artigiane,  furono  affiancati dall’azione legislativa dello Stato che pose l’artigianato su un piano di rilevanza nella struttura economica  e sociale del nostro paese, mettendo in risalto il ruolo delle scuole d’arte. Uno degli uomini simbolo di questo percorso fu senz’altro Serafino Vecellio Mattucci in quanto “ …il successo di queste scuole , come tutte le altre, dipende dal tempo, dai mezzi e dagli uomini che le guidano…”. ( Ferruccio Pasqui )

Il noto ceramista,  rappresentò  la personalità  più adatta per realizzare  un preciso programma statale di sviluppo economico nazionale intenzionato ad avvicinare arte e industria  che vide proprio  nelle scuole d’arte un bacino di crescita e  sotto la sua guida  l’Istituto d’Arte di Castelli  diventò in Italia una scuola pilota  che diresse con successo fino al 1977.  Vincitore del concorso come Direttore a Castelli nel 1956, per esigenze di servizio fu mandato a dirigere la Scuola d’Arte di Cagli dove istituì ex-novo la sezione ceramica. Rientrò definitivamente a Castelli  nel 1958  e sotto la sua egida  la Scuola diventò  Istituto d’Arte nel 1961. Incaricato  dall’E.N.A.P.I.  nel 1958  di rinnovare la purtroppo decadente produzione castellana, riuscì  ad  ottenere nel 1960  i primi importanti  finanziamenti per la costruzione di un nuovo edificio scolastico.  Egli garantì  un’espansione strutturale alla scuola con l’acquisto di un forno a metano  SCEI per la cottura ad alte temperature, facendo diventare  la scuola  di Castelli un esempio italiano del  risultato dell’assistenza  all’istruzione artigiana  all’importante Fiera Internazionale  dell’Artigianato di Monaco di Baviera nel 1960.

Rappresentante dell’Art Décoratif Italien nel 1952 a Parigi, tramite la IX Triennale,  ottenne come artista una brillante affermazione internazionale  che gli diede modo di ampliare il suo già importante bagaglio relazionale, fattore indispensabile per  il futuro successo  come  “uomo di scuola”.  Così nel 1964,  in occasione dell’Esposizione Mondiale di New York,  fu inviato in missione in America dall’ E.N.A.P.I.   per studiare il collocamento della ceramica castellana nel mercato degli U.S.A.  ottenendo per il ruolo svolto   l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Per le sue indubbie capacità  fu nominato anche   Direttore Titolare in esperimento per un biennio dell’Istituto d’Arte di Ravenna nel 1962  e,  nel 1970,  su incarico del Ministero della Pubblica Istruzione,  organizzò la nascita dell’Istituto  d’Arte “A. Bertoni”  di Saluzzo.

Regista e ideatore   dell’opera   Il Presepe fin dal 1955 e  intenzionato a dare un nuovo volto formale a Castelli volle realizzare, come espressione corale  con studenti e professori-scultori quali  Gianfranco Trucchia e Roberto Bentini , un complesso monumentale dalla forte connotazione plastica con cui ottenne   gli entusiasmi della critica ai Mercati Traianei di Roma nel 1970 e gli onori  nel 1976 nella sua terra di origine: Betlemme. Sulle sculture stese la sua cristallina segreta e i colori della pentacromia castellana che  furono tutti  elaborati personalmente dall’artista  e   prodotti  nella fabbrica la S.P.I.C.A.  dell’Ing. Potito Randi   dove utilizzò anche  i forni a tunnel per la cottura dei grandi pezzi  in materiale refrattario,  realizzando  quel  felice connubio tra arte e industria così auspicato in quegli anni di ripresa economica.

Se dalla felice unione tra scienza e conoscenza “il maiolicaro”  Serafino Vecellio Mattucci  realizzò come pietra filosofale  L’Astronomo ,  come uomo di scuola   volle   lasciarci  Il Presepe   che nel 1966 , esposto sul sagrato della Chiesa di Castelli,  diventò definitivamente  il Presepio di tutti  e  ancora oggi  ci   ricorda,    con quell‘anello cilindrico come   forma modulare primaria  degli antichi  vasai,  che solo   attraverso   un legame dinamico e vitale   con la tradizione si può far rivivere  il genius loci  e quell’Aura che è  un qualcosa che unisce dopo aver identificato .

di Giulia D’Ignazio

http://www.tesoridabruzzo.com/castelli-museo-delle-ceramiche/#sthash.G2AjlRNx.dpbs

La chiesa castellana di San Donato è un unicum nell’ambito del patrimonio ceramico italiano. Si tratta di un importante soffitto maiolicato, che per la sua singolarità è stato definito da Carlo Levi “ la Sistina della Maiolica”, mentre per lo studioso Ashmolean Musuem di Oxford, Timothy Wilson, rappresenta “una delle imprese più ambiziose della maiolica italiana sul finire del Rinascimento”.

C’è qualcosa che ci sfugge


La Botte di Diogene - blog filosofico

Una parte della comunità filosofica che frequento sui social (la mia “bolla” digitale) si è un po’ piccata per l’articolo di Carlo Rovelli su Heidegger di qualche giorno fa. Un po’ l’ha vissuta come un’invasione di campo, un po’ – sotto sotto – con invidia, un po’ come un segno della decadenza culturale (del Corriere della Sera, del dibattito culturale, del paese, ecc.ecc.).

Ovviamente questa è una caricatura, perché nel dibattito che ne è seguito – e di cui ho letto qua e là i commenti – è emersa anche la questione più importante, o meglio la duplice questione: il rapporto della filosofia con la scienza, e il ruolo della filosofia nella società. Niente di nuovo, si dirà. (In verità c’è anche, nella fattispecie, un’ulteriore questione, ovvero l’eterna querelle sul nazismo di Heidegger, ma in questo non voglio entrare).

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L’opera integrale di Giordano Bruno


Repertorio di risorse web a cura della Biblioteca di Filosofia e storia dell'Università di Pisa

Il corpus completo delle opere volgari e latine di Giordano Bruno, con l’individuazione e la trascrizione delle fonti, è ora consultabile in rete.

Il sito La biblioteca ideale di Giordano Bruno. L’opera e le fonti è la versione online dell’omonimo CD-Rom che è stato promosso e finanziato nell’ambito delle iniziative del Comitato nazionale per le celebrazioni di Giordano Bruno nel quarto centenario della morte, presieduto da Michele Ciliberto. La realizzazione informatica è a cura di Signum – Centro di Ricerche Informatiche per le Discipline Umanistiche della Scuola Normale Superiore di Pisa.
Nel sito (come nel CD-Rom) sono presenti tutti i testi delle opere latine e volgari di Giordano Bruno e la sua biblioteca, ovvero la raccolta delle fonti utilizzate dal Nolano nell’ambito della sua ricerca e produzione filosofica: le fonti sono state identificate e collegate al testo di riferimento attraverso un’accurata ricerca bibliografica e filologica. Il lavoro è corredato…

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NON NE USCIREMO VIVI. DAL COVID (di Massimo Pamio)


Non ne usciremo vivi. Una malattia pandemica (e non una pandemia come dicono tutti, sull’onda dell’ignoranza dei giornalisti che coniano termini senza neanche conoscerne il signiticato) all’interno di un mondo che non prevede che il moto perpetuo del turbocapitalismo possa fermarsi per un po’, permettendo alla Natura di riprendersi, una malattia pandemica generata dal Covid 19 continuerà a imperversare in lungo e in largo trasportata da aerei e treni e containers finché la vaccinazione planetale degli esseri umani non giungerà a rassicurarla. Tale vaccinazione – è prevedibile – comporterà nuovi problemi mondiali e un altro virus colpirà di nuovo (alle spalle, stavolta e non in petto) l’umanità, abbattendola.

Finalmente il pianeta riprenderà a vivere e pian piano sulla terra tornerà la primavera.

I virus continueranno a girare, rallentando il loro moto, accorgendosi della scomparsa prematura del loro portatore migliore, l’uomo, e si commuoveranno, al ricordo.

Autobiografia di una funzione


La Nuova Verdə

Image-1Claudia D’Angelo

Non c’è gusto nella bolla a essere intelligentə. Ieri, nonostante il tedio domenicale incipiente e la relativa droga consumata, abbiamo tentato di ravvivare una presentazione tanto precisa e simpatica quanto boring. Le domande serissime che abbiamo rivolto al trio Gala-Palomba-Spiedo, i Conti-Panariello-Pieraccioni ma campanə o giù di lì della litweb, non hanno trovato né risposta né ospitalità. Noi non ci offendiamo ma ribadiamo che qualcosa non torna nella copertinistica della piccola sebbene meritoria editoria indipendente italiana. E il dalle alla ministra è roba da Piero Ricca.
Se il romanzo di Spiedo ve lo consigliamo? Ma noi vi consigliamo quello che volete, comprate pure, comprate tutto, fate girare l’economia o fate come Ramses, aspettate i preziosi dei generosi uffici stampa. Poi però fate le bravə e mettetevi a studiare. Vecchə e ciechə di fronte al portale fatevi demoni di Maxwell, sciogliete i nodi dell’entropia e dell’irreversibilità del tempo…

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Macchia AR2790


Postils

Avevamo già indugiato sul fatto che il Sole sta per iniziare un suo nuovo ciclo. Una sorta di risveglio da parte sua era pressoché inevitable. E puntuale la riorganizzazione dei suoi campi magnetici inizia a farsi sentire… anche sulle mortali sorti di noi umani.

Sul lembo Est nell’emisfero Sud del Sole è comparsa la prima importante macchia di questo nuovo ciclo: AR2790 (nome tutt’altro che intrigante, tipo quest’altra qua).

La macchia ha dato vita alla più potente eruzione degli ultimi tre anni: classe M 4.4 (tanto per ricordarlo, le eruzioni solari sono classificate su tre livelli C, M ed X ognuna 10 volte più intensa della classe precedente ciascuna a loro volta con una scala da 1 a 9).

Una classe M 4.4. è, quindi, una eruzione intensa, ma di media potenza: complottisti ed allarmisti a parte non siamo preoccupati. La tempesta è iniziata il 29.11 e le particelle…

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UN POETOLOGO ALLA CORTE DI RE MARADONA


Un poetologo alla corte di Re Maradona (di Massimo Pamio)

Ribelle e geniale, Diego era il corpo vincente, il riscatto di quell’indifendibile sostanza infima e melliflua di cui è composto l’uomo, dotato di mani e di piedi e di intelligenza per spiccare il volo e di nient’altro, per diventare un angelo, una miscela di arti e di pelle e di neuroni e di nervi che riferisce della miseria e della grandezza della nostra epidermicamente terrestre specie animale. Maradona riesce a riassumere la difficile parabola dell’uomo, la consistenza di cui sono fatti i suoi sogni, sempre tesi verso il cielo, sempre attratti dalle lusinghe dell’inferno. In un mondo capillarmente culturalizzato, omologato, sempre più isterico e lontano da sogni che non siano quelli del successo e della celebrità da raggiungere a ogni costo, con la sua storia divenuta leggenda, egli ha imparato e ci ha insegnato che è ancora possibile il riscatto degli umili, degli ultimi. Chi si trascina appresso la propria povertà, si trascina dietro tutta la povertà del mondo: l’emblema dell’inferiorità rende uguali e simili, fa comunità. Il popolo è fatto di uomini, il potere invece è composto di ricchi: pochi, soli e complici: ma non solidali. Diego è stato l’eroe che rivendica la forza degli umili e degli oppressi, la validità di un’idea – il comunismo – , santa idea che voleva riscattare i proletari in modo impreciso, errato, mirando all’arricchimento materiale, quando invece per vincere bisogna restare poveri, soprattutto nel cuore. E umili, come Diego era, generoso e pronto a dichiarare di sentirsi di gran lunga inferiore a Pelè. Il popolo effettivo e reale oggi è il Sud del Mondo, quella parte che, a nord come a sud, considera la vita un’occasione di gioia, e magari per quella si perde, al sopraggiungere di coloro che non conoscono quanta verità sia nella rinuncia, quanta verità siano nel sacrificio, nella bellezza della solarità. Ribellarsi è giusto, al male degli uomini, per cancellare le ombre nere della violenza, della sopraffazione, dell’ingiustizia, dell’avidità e dell’arroganza che si eleggono padrone del mondo a causa dell’angustia delle menti che le concepiscono.

COME TRASCRIVO UN TESTO (Massimo Pamio)


Interrogato da un critico (che qui si vorrebbe ozioso, per adeguamento all’aspettativa retorico-silistico-lessicale dominante, ma il mio caso, affatto diverso, necessita che io inventi aggettivi succedanei e contrari) ebbene, interrogato da un critico sospettoso e adulante sul modo strumentale della trascrizione in versi da me usata, mi si è presentata l’occasione di porre una risposta a sì tal giusta e moderata richiesta in più ampia e degna veste argomentativa.

Ebbene, sarò franco. Annoto le mie poesie su un foglio generalmente riciclato, già stropicciato, occupato, utilizzandone il rovescio non sempre intonso, mediante lo strumento di anonima tutt’altro che sesquipedale matita, e scrostata, non bene appuntita, e quest’incidente è spesso questione di aspra contesa con la mia povera consorte, alla quale avendo delegato, oltre alla cura del bucato, anche l’assottigliamento della mina, sbraitando chiedo ogni volta di rendermi agile lo scrivere e che le punte siano affilate come si dovrebbe. Adopero, ordunque, di solito, la trascrizione a matita, ma quando l’ispirazione sento più tenace, e più impetuosa e imponente, adotto la penna: in genere bic, e nera, in casi sporadici rossa o azzurra. Raramente accendo il computer, che impiega troppo tempo per essere funzionante, e comunque davanti a quello schermo lattiginoso e fluttuante, freddo e intenso, che emana lettere così perfette e precise mi sento a disagio, inopportuno, e perdo la concentrazione, oppure mi succede di raffreddar l’ispirazione stessa.

Ad ogni buon fine, le correzioni le appongo a matita, o a penna, apponendo cancellature e nuove parole sulle precedenti, e accanto, e prima e dopo, spesso creando labirinti e orbite copernicane. Infine, per motivi di ordine e di chiarezza, nonché di salvezza dei dati poetici, redigo la versione finale alla tastiera del computer. Tante volte ho perso fogli e celato files in cartelle inserite dentro cartelle riposte dentro cartelle in un processo infinito, e la poesia è finita in malora con tutta l’ispirazione e quel che ne consegue.

Scrivere è divenuta un’arte strumentale che offre più di una risorsa, e io cerco di assimilarle tutte, sebbene forse la migliore sarebbe usare pennelli e pastelli a cera  o tempere, corrisponderebbero maggiormente alle tristezze e ai furori che animano le mie mani e le sorreggono mentre riporto pensieri chissà come forgiati nel profondo della mente e venuti a dimostrarmi che esiste dentro di me una sostanza nigra, incorrotta, che l’io superficiale e l’io con cui ora ragiono non conoscono, sostanza che non si fa conoscere se non a sprazzi, che si misura col mondo e s’imbeve d’ogni elemento, come se ci fosse accanto a noi un Altro che, muto, trattiene accanto una vita silente e ombrosa dalla quale ogni tanto si riscuote per suggerirmi, bontà sua, la maniera di essere, così che noi l’aiutiamo, tramite i nostri mezzi meccanici e tecnici, a realizzare le sue fobie, il suo nascondersi in un’altra dimensione per chissà quale ragione e starci sempre al fianco, e organizzarci forse la vita e il destino. Angelo custode o innominato o ignoto possessore della mia fragile consistenza messa a nudo, per il tramite della poesia. A chi raccontare che non si tratta di ispirazione, bensì di suggerimento sopradimensionale d’un imbarazzante ingombrante Nessuno? Anch’io, destinato a quel percorso, di un dato inserito in una cartella archiviata in un’altra cartella finita chissà dove.  

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