Torna, poeta, a far poesia di Massimo Pamio


 

Torna, poeta, a far poesia di Massimo Pamio

                                           A Igino Creati

Bisognerà cercare l’aneddoto

per almanaccare l’inganno

in cui narrarti.

Forse perché hai offerto

a tanti la possibilità di soddisfare

alcune loro vanità, nessuno

ti ricorda. Chissà

se hai terminato l’ultimo

verso oppure se l’hai lasciato

incompiuto. Se lo stai

cercando, proprio come me,

è per farci ancora

un po’ di compagnia.

Quando ti sei dato

al gioco delle carte

è allora che perdesti

la strada del mondo

e le sue trappole?

Dove sono le donne,

le carte, la tua Russia?

Qualcuno ha cercato di svegliarti?

Che cosa si nasconde sotto le palpebre

del lungo sonno?

Torna, poeta

a far poesia.

Scrivere poesia, Igino,

è come rispondere a una domanda

procedere per idee per concetti

senza mai trovare una risposta

senza mai sapere

che quella è –proprio quella-

l’ultima parola

scritta o pensata.

Stamattina ti ho sognato,

che venivo a visitarti –era presto,

a casa c’era tua figlia

mi diceva di stare attento

a non svegliarti

perché forse eri morto.

Sibilline risposte genera Il sogno

alle richieste d’una coscienza

che veglia distrattamente l’altrove.

 

In questa società si fa sempre più pressante l’assenza della voce dei poeti. Allontanati, emarginati, la loro assenza si fa sempre più rumorosa, minacciosa. Il loro silenzio batte alla porta del mondo, con ritmica ossessività. Se il mondo ha dimenticato la loro memoria forse sta conoscendo un inganno mortale, forse sta compiendo una delle ultime epurazioni che trascorrono inavvertite lasciando un segno inquieto e profondo nelle cose e nelle coscienze, irrigidite pietre. I giovani poeti si dibattono, guizzano come pesci fuor d’acqua; cercando di farsi conoscere ad ogni costo essi mirano solo al clamore e a piccoli rumori fastidiosi e poco significativi. Ogni uomo ai nostri giorni soffre di una nuova forma di nostalgia: la mancanza dei volti evocati dalla poesia, dei fiori colorati dai poeti.

Un mondo che allo specchio vede solo se stesso (viviamo la fase dell’implosione narcisista del capitalismo) non ha capacità di narrazione, né tanto meno ha la qualità di raccontarsi. È identica a se stessa, composta di zombie prodotti del mercato, di zombie al grado zero del Capitale; i robot non sono le macchine ma gli uomini; il meccanismo capitalista si è meccanizzato e incistato in ogni angolo del pianeta agonizzante, non più azzurro. Questo mondo non ha futuro, il suo presente inghiotte e divora passato e futuro, residui di un pasto consumato in fretta senza gusto, senza sapore perché privato dei contenuti e degli indici vettoriali. Il tempo del Capitale si è fermato, è imploso, producendo la macchinizzazione di ogni rapporto di produzione e scambio, l’assolutizzazione dei prodotti e dei mezzi di produzione quali uniche presenze viventi autogenerantisi del processo umano di trasformazione della vita. Trasformazione in merce, in uno svuotamento monetario delle differenze. La moneta rende uguali, appiattendo tutto e tutti. L’Altro, il Nemico è solo colui che non vuole partecipare al presente, al dispendio mondiale, al congelamento di ogni movimento. Il  Diverso è il migrante che non riesca a far denaro in casa propria, l’omosessuale che non assume un ruolo chiaro e preciso di prodotto, che non diventa ruota dell’ingranaggio indifferenziale della Macchina Mondiale Capitalista, diverso è il poeta che non riesce a cancellare la memoria del passato in moneta presente, in attività produttiva dell’Unico Desiderio possibile, quello della Merce che fa di noi stessi prodotti, oggetti dello scambio mercantile al grado zero (allo zero termico, avulso dai contenuti, privato cioè della passione, delle passioni) del capitale.

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Classifiche libri 2018: i russi che mancano ve li segnalo io.


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Siccome sto vedendo fioccare classifiche, gallerie fotografiche, consigli in vista del Natale e della fine di questo 2018 (le strenne più strennose, 50 libri da mettere sotto l’albero, 100 libri che renderanno il vostro Natale indimenticabile, 200 libri che hanno reso il 2018 il meglio del meglio nonostante lo sfacelo culturale di questo paese…) e i russi si avvistano con il binocolo in rare rarissime occasioni, ho deciso di farvi io una bella carrellata di titoli per tutti i gusti usciti nel 2018 e degni di nota (due, perdonatemi, sono miei… ma li ho amati tanto, quindi non potevo non metterli.)

Solo contemporanei e del secolo scorso, massimo. Così la smettete di dire che non si pubblica niente di contemporaneo e di regalare solo libri sulla Russia scritti da tutti tranne che dai russi (senza nulla togliere a chi quei libri li fa bene, alle volte strabene).

Le posizioni…

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IL SUD: CULLA DELLA CREATIVITA’ (di Massimo Pamio)


Che dal Sud provenga la fonte dell’energia, per motivi geologici e antropici, che dal Sud sia scaturita la vita nel pianeta, sono idee furiosamente secretate, oscurate dai mass media, dalla scienza stessa che le ha scoperte e propugnate, ritenute oscene dai poteri “forti”. Il vero non coincide mai con l’idea che il potere vuole stabilire, soprattutto oggi, con l’omologazione, con la  imposizione di un pensiero unico.

In Italia, la creatività del pensiero e delle arti scaturisce dalle fertili terre del Mezzogiorno, ne sono testimonianze i due volumi pubblicati dall’Editore Macabor curati da Bonifacio Vincenzi.

In questi testi antologici si cerca di far luce sulla poesia del Sud e degli autori meridionali in genere, fenomeno che risulta macroscopico ma che riceve poca attenzione da critici, riviste, quotidiani: colpevolmente, se si indagano le pagine di “Sud. I poeti”, nelle quali si ascoltano voci dimenticate o emarginate dalla letteratura nazionale dotate di indubbia qualità. Il primo “Sud. I poeti. Antonio Spagnuolo e l’assedio della poesia” è dedicato ad Antonio Spagnuolo, poeta napoletano, che vanta al suo attivo 39 raccolte di liriche,  numero impressionante e forse ineguagliabile di pubblicazioni per un autore. Sulla sua scrittura si soffermano Elio Andriuoli, Domenico Cara, Mauro Ferrari, Giulia Martini, Massimo Pamio, Marisa Papa Ruggero, Plinio Perilli, Raffaele Piazza, Felice Piemontese, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Eleonora Rimolo, Paolo Ruffilli, Lorenzo Spurio. Seguono poi pagine dedicate a poeti meridionali non più in vita, tra i quali il molisano Giuseppe Jovine, il pugliese Antonio Verri, i calabresi Aldo Dramis e Angelo Fasano, l’abruzzese Giammario Sgattoni, la cui poesia mantiene ancor oggi “a distanza di molti anni, una freschezza davvero sorprendente”, ed è così, nella sua poesia non ci sono malinconie o ubbie crepuscolari, la sua è una costante osservazione elegiaca e sorridente, garbata e rispettosa dell’umana avventura e delle vicende della natura, spesso avvertite come inscindibili. Giammario appartiene alle grandi personalità che hanno segnato un periodo della mia vita in modo estremamente significativo e profondo, alle quali sono bastate poche ore per consegnarsi interamente nella loro vivezza, per affascinarmi, con cui entrare in perfetta sintonia: per riconoscersi spiritualmente. Nel volume, tra le personalità tuttora attive, Giuseppe Rosato, poeta abruzzese d’ineguagliabile valore, Antonio Bux, pugliese, Eleonora Rimolo, Lina Salvi, Rossella Tempesta, campane.

Il secondo volume “Sud. I poeti. La poesia di Domenico Cara: metamorfosi e labirinti” è dedicato a Domenico Cara, scrittore calabrese autore di 26 libri di poesia, introdotto da testi critici di Gabriella Colletti, Gualtiero De Santi, Flavio Ermini, Marcela Filippi Plaza, Vincenzo Guarracino, Massimo Pamio, Gianni Mazzei, Antonio Scatamacchia, Francesca Serragnoli, Claudia Manuela Turco. Tra i poeti scomparsi la purissima voce del lucano Beppe Salvia, quella del possente Ottaviano Giannangeli, abruzzese, della calabrese Gilda Trosolini. Tra quelli in vita, il campano Vincenzo Frungillo.

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“QUESTO E’ BELLO!! LO COMPRO” – Le molte vie del Bello: armonia, sentimento, spostamento… di BRUNO NASUTI


“QUESTO E’ BELLO!! LO COMPRO”

Le molte vie del Bello: armonia, sentimento, spostamento…

di BRUNO NASUTI

 

A

DALLA PARTE DEL FRUITORE

Perché e come compriamo un quadro, un libro, un disco…?

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1

Naturalmente ciascuno di noi pensa che sia una domanda banale: è chiaro che per noi semplicemente quell’oggetto è “bello”, nel senso che è un caso particolare di quello che pensiamo sia il Bello tout court.

Ma dato che non tutti comprano la stessa cosa, è chiaro che l’idea stessa di Bello è un problema.

Non certo per il mercato, che propone – come ovvio che sia per un mercato – tanti oggetti diversi come risposta alle diverse domande che provengono da quello che chiamiamo ‘pubblico’.

Ma, in fondo, lo stesso mercato prima di esporre le merci al pubblico, si pone pur sempre con chiarezza quale sia la tipologia di prodotto che meglio risponde alle richieste dell’acquirente possibile, anzi cerca di capirne le logiche per poterlo accontentare di più, per poter anticiparne i desideri. E arriva probabilmente a crearsi dei veri e propri modelli predittivi, che alla fine non si allontanano molto dalle teorizzazioni che nei secoli hanno sempre guidato le parole dei cosiddetti “critici”.

2

Noi che non siamo mercanti ma semplicemente curiosi di capire le azioni umane, ovvero fortemente curiosi di capire l’umano attraverso le sue azioni, cercheremo di ricostruire i percorsi che, senza emergere immediatamente, guidano in qualche modo le scelte dell’appassionato di arte. Per fare questo seguiremo una procedura doppia, per così dire, provando a individuare prima quali siano le procedure bottom – up che agiscono nella mente del compratore, poi quelle top – down che spingono l’artista a comporre la sua opera.[1]

In questa ricerca – è chiaro – dovremo far ricorso a informazioni e concetti  che provengono da discipline apparentemente aliene dall’estetica e dall’arte, come – ad esempio – le neuroscienze e l’antropologia: prime tra tutte le parole  “omeostasi” e “mimesis” che ci consentono di dare poco spazio a concetti che la cultura occidentale moderna (centrata sulla figura del Soggetto che “pensa” [2]– Cartesio –  o “sente”[3] – Romanticismo -)  ritiene fondamentali, come ad esempio l’ “intenzione”  e l‘”autentico”.

[1]Facciamo questa scelta rifacendoci esplicitamente alla procedura che Richard Dennet chiama “ingegneria inversa” e che attribuisce all’origine delle fondamentali scoperte di Darwin e Turing: si tratta di partire dai ‘dati’ a nostra disposizione e di risalire (cercare di risalire ) all’indietro fino alle materiali situazioni che li  hanno prodotto, senza immettere nel processo alcun elemento ideologico particolare, ma solo accettando che se qualcosa c’è è rilsutato da qualcos’altro che c’era già.
[2]Se il Soggetto è una coscienza razionale che analizza e sintetizza le cose del mondo che fluttua, è chiaro che la sua caratteristica fondamentale è quella di disporre le cose secondo ratio, ovvero su una linea, in cui ovviamente è in grado di ricostruire il precedente e anticipare il seguente: insomma di progettare il futuro, appunto secondo una Vision, che diventi Mission, sulla base di specifiche intenzioni di cambiamento. Teleologia laica insomma!!
[3]La correzione alla visione tutta razionalistica della mentalità illuministica arriva dalla cultura romantica, di derivazione sensistica: essa per dare un giusto spazio alla “differenza” del singolo (completamente eliminata dal quadro razionalistico della quantità) accentua la fondamentale necessità di ‘ascoltare’ le particolari modalità con cui ciascuno di noi si avvicina alle cose del mondo. È vero che tutti alla fine facciamo le stesse cose, ma ognuno a suo modo, in base alla sua storia, in risposta alla sua ‘autenticità. Il Soggetto non è insomma solo Mente che quantifica, riducendo le differenze, ma anche Sentimento che ‘qualifica’, che afrronta le stesse situazioni in modo differente.

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Scendi, Orsa Maggiore, notte arruffata, fiera dal manto di nubi, dagli antichi occhi, stelle occhi, nella macchia affondano, scintillanti, le tue zampe con gli artigli, stelle artigli, vigili noi pascoliamo gli armenti, pur da te ammaliati, e diffidiamo dei tuoi fianchi sfiniti, degli aguzzi denti dischiusi, vecchia orsa. Un cono di pigna: il vostro […]

via Invocazione all’Orsa Maggiore – Ingeborg Bachmann — Poesia in rete

Invocazione all’Orsa Maggiore – Ingeborg Bachmann — Poesia in rete

ITALIAN MOVIE AWARD – N.Y. CITY


ITALIAN MOVIE AWARD ® | Award Ceremony NYC

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ITALIAN MOVIE AWARD ®  International Film Festival

AWARD CEREMONY |  NEW YORK 2018

7pm December 10 | The Paley Center For Media

25 W 52nd St. Manhattan, New York, NY 10019 USA

 

During the X edition of the International Film Festival Italian Movie Award ®, which began on the 26th July 2018 and lasted until August 6 of the same year, and which was set in the historical town of Pompeii, the festival received an overwhelmingly positive response from both audience and critics.    It has therefore been decided that in honour of its 10th anniversary, the award ceremony will be held in New York inside the prestigious Frank A Bennack Theater at the The Paley Center for Media in Manhattan on December 10, 2018 at 7pm. The italian film director Carlo Fumo, is the President and Artistic Director of the Festival.

 

The event is in partnership with Plural + Youth Video Festival organized by the United  Nations and in particular by UNAOC (United Nation Alliance Of Civilization), and the SHRO (Sbarro Health Research Organization) directed by Dr. Prof. Antonio Giordano. Event organized with the precious collaboration of Tony Minervini (Tooslik Communication NYC) and Sunshine Production. Leads the event Luca Abete and Diana Del Bufalo. Exclusive meeting with the film director Paolo Genovese. Award to the actor of the film “On My Skin” Alessandro Borghi.

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Message from the President

Carlo Fumo

 

The personal message of the Founder, President and Artistic Director of the Festival pag.7

 

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Luca Abete lead the event in

New York

 

The journalist of the “Striscia La Notizia” italian Tv program, leads the event in New York

 

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Leads the event, the actress

Diana Del Bufalo

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Guest the

film director

Paolo Genovese

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Special Award for the Italian Tv Series “Gomorra” with the actor Salvatore Esposito

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Special Award for the film “On My Skin” (Sulla Mia Pelle) with the actor Alessandro Borghi

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How to get to

“The Paley Center For Media”

 

Click here for the map

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Panel: Plural+ Youth Video Festival (UNAOC)

 

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LUCIANO RICCI – IL CANTO E IL CUORE DELLA VALLE SICILIANA (di Massimo Pamio)


LUCIANO RICCI IL CANTO E IL CUORE DELLA VALLE SICILIANA

(di Massimo Pamio)

Leggere una pagina di Luciano Ricci è attendere a un’esperienza che infonde un inestimabile arricchimento, forse immeritato, vista la colpevole disattenzione che si nutre nei confronti di uno dei più notevoli scrittori abruzzesi del novecento, un vero e proprio maestro della narrativa, riuscito abilmente nel compiere l’improba impresa di assorbire e conservare le lezioni dei maggiori e di farsene degno interprete e prosecutore.

Traggo dalle tante una pagina, la prima di Gli anni delle ginestre, a mio avviso il romanzo più riuscito dello scrittore.

Si tratta di una pagina bellissima, densa di suoni, di profumi, di chiaroscuri, variegata, ariosa, sapientemente orchestrata, vibrante e vibratile, tesa al punto giusto, perfino difficile, riottosa, scabrosa, perché non intende, si capisce subito, concedere distrazioni e perciò capziosa, pronta ad affascinare, a sedurre, a destare l’attenzione non tanto per la dinamicità della narrazione, quanto per la forza con cui, senza alcuna puntigliosità, si descrive qualcosa -un’atmosfera, il ganglio di una trappola espressiva- che sta lì per annunciare lo svelamento di chissà quali segreti e malie, annuncio appena avvertibile nella gioiosa sospensione o giocosa suspense creata, condensata in un’apertura scoppiettante, occhieggiante appena delineate situazioni pronubi di chissà quali sviluppi ulteriori, favorite da riflessioni e accennati sentimentalismi e da affilate capacità linguistiche, in una vivacissima e semplice ma anche sontuosa apertura di romanzo, ricamata in maniera fine e ordinata, oserei dire: perfetta.

Una scrittura difficile, che richiama più che i narratori i poeti, e mi riferisco ad esempio alle chiarità oscure e complesse di Edoardo Cacciatore, di Angelo Maria Ripellino, di Juan Rodolfo Wilcock, tutti poeti molto colti, raffinati e anche inavvicinabili; ma anche ad alcuni scrittori, in primis Carlo Emilio Gadda, e poi Landolfi, Pizzuto, Buzzati, D’Arrigo, Savinio, Manganelli, Morselli.

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IL CASO VALDUGA: INDAGARE L’EROS POETICO (di Massimo Pamio)


IL CASO VALDUGA: INDAGARE L’EROS POETICO di Massimo Pamio

Nella scrittura della Valduga l’eros si identifica con il poiein, con il fare. D’altronde, che cos’è la poesia se non la spinta improvvisa che lo scrittore avverte, l’energheia da cui si sente invaso, rapito, già manifesto in un insopprimibile rictus? In Poesie erotiche, edite da Einaudi nel 2018 (che ripresenta gran parte della produzione einaudiana della poetessa, ad eccezione della prima parte, Lezione di tenebre, che comunque è la riscrittura di un testo del 2003), nell’epilogo posto in fondo al libro, Confessioni di una ladra di versi, l’Autrice si chiede, coraggiosamente, le ragioni di questa dinamica oscura e nello stesso tempo perentoria, che si installa in lei e che prende posto nel/del suo corpo.

Da una parte si erge, a motivo scatenante dell’eros, il desiderio, dall’altra, similmente, a creare l’urgenza della poesia si staglia la pulsione, da alcuni chiamata erroneamente (o romanticamente) ispirazione, che la Valduga individua, con le parole di Raboni, in “una qualche mancanza o ferita” ovvero, diremmo noi, nella lacaniana mancanza ad essere.

La pratica erotica consiste nell’ardita comunione mediante cui si condivide l’atto sessuale con l’amante, ovvero nello scambio di modi volti a placare le esigenze del desiderio, che si concretizza nell’andare incontro al desiderio dell’altro e alla sua ars o tecnica amatoria, al gusto con cui l’altro ci pone di fronte al nostro vuoto, provocando piacere, perfino dolore, svegliando, nella paura della morte, la morte stessa, in base a una ritualità erotica che nel possesso maschile richiama un atto di violenza, mentre nell’essere posseduta del femminile esibisce un masochistico abbandonarsi nelle grinfie dell’altro. Il desiderio è ammaliato, ammorbidito, sia nell’efferato oltraggio che si commette contro il pudore sia nella trasgressione al destino dell’uno, entrambi i procedimenti passano attraverso l’inferno della aggressione/dipendenza sull/dall’altro: il femminile nel consegnarsi preda o prigioniera dell’Altro (goditi il tuo dolore che anche oggi non si muore) fa implodere il desiderio nel corpo che si dedica alle gioie/sevizie del piacere. È nel pensare che l’altro goda del nostro imbarazzo (io voglio che tu voglia che io non voglia) a svelare la verità del piacere: l’orgasmo è un morire di cui non si muore.

La poesia osserva gli stessi meccanismi operativi dell’amore.

Lo scrittore attende di spegnere, nel possesso del Linguaggio, la propria mancanza; egli è teso verso la perfezione della forma, che è un morire alla scrittura senza mai morirne.

La Valduga, che osserva una tensione epigrammatica, esibisce, contemporaneamente, l’atto e il compimento del fare, mostra il fare nel momento in cui si fa; in questo senso ella adempie a un’erotica del fare poetico, ma non solo: nelle Confessioni ella ammette che la sua scrittura è spesso calco di precedenti testi, motivo di déja vu, una raffinata e colta maniera di concepire il verso come base per una nuova modellizzazione, per una nuova estensione. Dunque, oggi non sarebbe più possibile innovare? Sarebbe questa una dichiarazione volta a celare la convinzione d’una presunta morte della poesia?

Forse la Valduga pensa che oggi non sia più possibile creare ma solo ri-creare? Successivamente, ella precisa la sua opinione, affermando che la copia deve osservare la stessa tensione dell’originale e apparire come opera affatto nuova. La scrittura poetica attualmente consisterebbe in una patologica rivisitazione volta a perfezionare le istanze formali e logiche del passato? Si legge, in questa concezione, la risposta alla domanda su che cosa sia l’eros testuale, che consisterebbe in una tensione verso la perfezione, in un voler raggiungere l’acme della perfezione sapendo che non si raggiungerà mai.

L’eros è la caccia dell’amore, è una forza vitale che si sprigiona dal corpo per essere soddisfatto, quietato. Scrive Walter Procaccio: “L’uomo ha bisogno di calmarsi. (…) Non si tratta (…) di calmare l’angoscia. Si tratta di calmare uno psichismo: calmare un piacere, calmare una tristezza, (…) un progetto, una disperazione, (…) un desiderio (…); una verità (…) lo riassume: calmare l’avere un corpo (l’essere un corpo)”. (1)

L’eros è una pulsione che bisogna calmare, recepita dalla Valduga nella distanza fra la cosa-corpo e il nome-che-la-dice, incolmabile, che si trasforma in impulso alla scrittura, nella ripetizione ossessiva di questa ferita. La scrittura è una traccia continua, imperfetta, che non trova fine: consapevolezza che il Nome del desiderio non si estinguerà mai, che l’individuo sarà costretto a nascondersi dietro la parola-maschera dell’altro. Nel nome dell’altro che contribuisce a calmare il desiderio, il poeta muore nell’illusione di morire a se stesso, al suo avere-un corpo (essere un corpo). È la proiezione fantasmatica della poesia, il manifestarsi della poesia nel corpo dell’umanità. Il morire per mano dell’altro nasconde al poeta la paura di doversi dare la morte da sé, di dover calmare per sempre l’istanza di avere un corpo nella morte. Nell’eros, è l’altro che ci propina la morte nell’orgasmo, l’orgasmo è perfezione, realizzazione di tutti i corpi nell’assoluto perdersi di ogni corpo. La poesia erotica è dunque sempre una prefigurazione dell’orgasmo, ma non ne è mai la rappresentazione. L’orgasmo è il senso ultimo della poesia e il suo incompossibile essere-altro-da-sé, desiderio della sparizione nel corpo nella traccia.

Lezione di tenebre, che apre il libro, è un piccolo capolavoro poetico, che appartiene non solo alla tradizione aulica poetica italiana, quella del Cinquecento, ma anche alla grande scrittura filosofica aforismatica, da Nietzsche a Kafka (gli aforismi di Zurau), quella, per intenderci, che nel gioco delle parole giunge a profondità vertiginose:

                                                  Ho freddo e ho per amante la mia mano

                                                  e faccio sogni e sogni di terrore

                                                  e non ho tregua qui e invanisco invano

versi in cui si denuncia il nulla, se si è in vita il nulla è invano, diventar vani è invano.

                                                  Ma l’estasi, ma l’io senza più io?

La lezione che viene dalle tenebre è questa, l’uomo cancella ma senza avere il potere di cancellare.

(1) Walter Procaccio, Sul calmarsi, in AA.VV., Oblio, Cronopio, 2016, pp. 65 e sgg.

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STEFANO STRINGINI SU COMISSO NELL’INTERPRETAZIONE DI DE CILIA


 

 

 

 

COMISSO NELL’INTERPRETAZIONE DI NICOLA DE CILIA (STEFANO STRINGINI)

 

Giovanni Comisso: Viaggi nell’ Italia Perduta,  a.c. di N. De Cilia, Roma, Edizioni dell’ Asino, 2017.

 

La scrittura di Giovanni Comisso,  notoriamente  caratterizzata da uno stile classico e al tempo stesso moderno,  presenta nel suo processo evolutivo  una cifra ambivalente che,  fortuna  di molti grandi scrittori, al di là della finzione  letteraria, si lascia non di meno  gustare  nella forma del  Reportages  e  del resoconto di viaggio.  Il merito di questa raccolta di scritti, curata da   Nicola De Cilia,  consiste  nell’ avere selezionato le    prose più  significative della ricca  produzione dello scrittore ,  secondo il criterio delle   fisicità,  della concretezza e dell’  evocatività.  Mescolata ad   un’ ebbrezza visionaria e intensa,  che  è  senz’ altro , debitrice sia  al  Rimbaud   dell “ uomo dalle suole di vento” ( ovvero alla  sua proverbiale   dromomania, analizzata   a suo tempo   da Sergio Solmi[1]) ,  che a quello del poeta veggente[2].  Dal quale assimila al tempo stesso   tutte  le    coloriture  paniche e a tratti idilliche dei  paesaggi rurali, dei villaggi e delle città,  descritti dallo stesso  Rimbaud , quando,  poco più che adolescente,   scappava da Charleville per vagabondare da un punto all’ altro delle Francia e del Belgio .

La figura retorica guida  dell’ intera  raccolta,  è senz’ altro    la    Sinestesia,  multiforme, policroma, a tratti abbacinante, ma al tempo stesso intrisa di  una  buona dose di ironia e di   disincantata saggezza, con  una scrittura  che, fluttuante tra l’ apollineo e il  dionisiaco, coinvolge il lettore in un susseguirsi di avventure, in cui celebra  tanto   l’ amor vitae oraziano, quanto il senso di smarrimento  dell’ artista del ‘900 , che non di rado perde  la propria identità per scoprire , disimparando  a vivere,  i risvolti piacevoli e  meno piacevoli dell’ esistere  al di là e al di qua delle  convenzioni.

A tale scopo    Comisso non poteva  trovare un compagno di viaggio  migliore  di Guido Keller,  già   asso    dell’   aeronautica nel corso della prima guerra mondiale ,  braccio destro e  sodale di D’ Annunzio e F.T.  Marinetti nella conquista   di Fiume. Uomo di azione coraggioso e creativo, beffardo,  a volte  grottescamente goliardico.  Destinato,    proprio per  questo   ad essere considerato, anche da Comisso,  l’ incarnazione più concreta  della coincidentia oppositorum tra arte e vita.   La  contrapposizione tra uomo di armi e uomo di lettere , dolorosamente cara a Borges e non solo[3] , è però  Da Comisso stemperata – secondo De Cilia-     in  una nuova e  diversa percezione dell’ amico.  Infatti  lontani ormai i giorni di Fiume  e   le imprese    eroiche e ,  non di meno  goliardiche e   grottesche  del “ Gruppo Yoga” ( Unione di Spiriti liberi tendenti alla perfezione ), del quale  Comisso era  acceso sostenitore con Keller, lo scrittore trevigiano   sembra provare    non più   ammirazione per il “ bellicoso vitalismo”   del pilota , ma un  distacco dovuto alla percezione di   “ una forma di cupa e volluttuosa disperazione”[4]. Quella stessa che lo avrebbe indotto a  morire in miseria pochi anni dopo,  in seguito ad un incidente stradale . Dunque lo spirito di avventura e la voglia di conoscere luoghi affascinanti e meno noti di un Italia perduta, risulta  improntata ad un vitalismo non meno intenso, ma   che concede il giusto spazio  al  reducismo bellico,   a volte  usato anche per    fare colpo sulle fanciulle, che incontrano ad esempio in Viaggio in Toscana. Tutte   ovviamente innamorate di loro “ fino al delirio”.

L’ esperienza    di Fiume,   di  recente paragonata tra strascichi di  entusiasmi e polemiche ,  dalla Salaris  ad  una comunità Hippye  ante litteram[5],   dunque sfuma per dare spazio  ad un  grand tour  molto   bohemien, nel corso del quale i due    “rabdomanti incerti”[6] si concedono senza riserve ai piaceri ai, contrattempi e ai più o meno graditi incidenti  di percorso, del loro viaggio.   Anche se il cuore di Comisso è  sempre rivolto a    Treviso,   città natale e di vita (  nella misura in cui pulsa di cultura e degli entusiasmi  delle nuove generazioni di adolescenti)[7] , questa  diventa di pagina  in pagina  un punto di riferimento sempre più  sfumato ,  finalizzato a dare spazio ad una non meno nuova ed interessante conoscenza  di luoghi e  vicende  umane.    Dal Veneto di Cimalsole,  dove tra valli,  osterie e  uomini corpulenti e dal bicchiere facile, si narra  tra inni fascisti,  delle imprese dei Greci  fondatori delle loro città, sino a  Milano. Dove l’ incontro con una “ bella Siciliana” di nome   Concettina , funge da anticipazione per le  sue avventure  nel Sud della penisola .  Anticipazione  che nel contesto della loro conoscenza,  non manca di qualche  scanzonate sfumatura  erotica , non a caso  Comisso gioca proprio con Concettina  a fare il dottore    per verificare il suo stato odi  salute. Senza ombra di dubbio   assolutamente ottimale . Questa dimensione   ludica  e incline a celebrare la natura e la bellezza  femminile,  lo colloca ovviamente   agli antipodi rispetto alla superiorità dell’ artificio sulla natura,  cara ai suoi pur amati     modelli simbolisti[8].   Il viaggio prosegue poi  a Roma, Napoli e in Sicilia, con delle coloriture che variano   dalla  solenne monumentalità  di una visita  alla tomba di Scipione l’ Africano, accusato ingiustamente dal Senato di essersi impossessato  delle ricchezze dei regni conquistati, al pellegrinaggio sentimentale nella casa dei Malavoglia in quel di Aci Trezza.  Oppure   attraverso  episodi  folcloristici, e vicende umane più o meno drammatiche ( vedi  le pagine quasi  da fait divers   alla Serao,  di:  Malinconia a Napoli dedicate alla  vicenda giudiziaria dell’ amico Maurizio,  prima messo ingiustamente in carcere con l’ accusa di furto,  poi riabilitato a riaccolto al lavoro),  con il non casuale sottofondo musicale  del: Tango della miseria  che  i buffi eseguono  con i  cilindri e le palandrane tra gli applausi dei passanti.

Sono tutti aspetti che   sottolineano  sempre  più i contrasti  e le contraddizioni di un’ Italia il cui paesaggio è speculare alle luci e alle ombre di una nazione destinata a rivelarsi  tanto contraddittoria, quanto  in fieri.   In:  Agrigento contro Salernitana ,  infatti   la monumentalità  classica e i richiami cosmogonici alla  mitologia greca  contrastano, nel momento in cui lo scrittore,  spostatosi  da  qui  a  Salerno, vede  scritto su di un muro fatiscente l’ annuncio   della partita  “ Agrigento contro salernitana”,  tragicomica pubblicità   di un molto casereccio derby di provincia,  che  anticipa  al tempo stesso  uno dei vizi più diffusi  tra quello  che a breve sarà l’ archetipo progredito dell’  italiano medio.    E’ però  nel conclusivo: Non si può visitare l’ Italia in macchina che Comisso,  saturando tutte le varianti alchemiche delle Sinestesia e dello Straniamento mette a nudo tutto il suo disagio di intellettuale dinanzi ad un’ Italia che sta per intraprendere la tormentosa strada di una crescita senza sviluppo. :   “ Invero ò dovuto poi accorgermi  – ci dice- che non la macchina imponente, mi fece impressione, ma la nostra Italia vista da essa” [9].  L’ auto su cui Comisso viaggia diventa così la metafora di un disagio, al quale contrappore  la  “purezza” di  un popolo già in odore di tutte le  profonde trasformazioni antropiche ed entropiche  del nuovo secolo:

Quando poi ci incontrammo verso l’ interno- scrive ad un certo punto  l’ autore-  non fu più un divertimento viaggiare in questa macchina, mi sembrava di essere dentro una gabbia, messo alla berlina davanti a un popolo, così puro, così giusto, così onesto da potere avere il massimo diritto di condannare. Al nostro arrivo nella piazza di ogni villaggio, subito veniva un gruppo di ragazzetti strillando con allegrezza di essere figli di soldati americani e con prepotenza si arrampicavano come dovessero venire a riscuotere il credito[10].

Un credito che  verrà ben presto integrato con parole   come  modernità, industrializzazione proletariato,  borghesia  e  sviluppo urbano.

Dai  quali Comisso lascia trasparire tutto il suo desiderio di distacco di intellettuale che ama viaggiare  a piedi  o  con  altri mezzi  caratterizzati da una lentezza che purtroppo non ci appartiene più, ma che è bene non perdere di vista, magari concludendo con  una frase di Pino Cacucci , che forse sarebbe piaciuta anche a  Comisso :   “  Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove”[11].

[1]  S. Solmi: Saggio su Rimbaud,  Einaudi 1974
[2] Qui se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens, cfr Lettera di Rimbaud a Paul Demeny, i n Epistolario,  Roma,  Lucarini, 1991
[3]  J.L. Borges: “ L’ uomo dell’ angolo delle rose”, Viterbo,  Stampa alternativa, 1996
[4]  De Cilia, In:  G. Comisso Viaggi  nell’ Italia perduta, Edizioni dell’ Asino, 2017, p. 12.
[5] C. Salaris: Alla festa della rivoluzione, Bologna, il Mulino, 2008.
[6] De Cilia  cit p. 13.
[7]  G. Comisso: “ Viaggi nell’ Italia perduta ,  cit. p. 67.
[8] C. Baudelaire: “ La donna è naturale perciò abominevole”,  Diari intimi, Roma, Newton Compton, 1992, p 20  e J. K. Huysmans: Controcorrente, pagine relative all’ esaltazione della riproduzione del corpo femminile come  una bambola.
[9] G. Comisso: Viaggi nell’ Italia perduta, cit. p. 150.
[10] G. Comisso Viaggi nell’ Italia perduta, cit. p.  155.download
[11] P. Cacucci da: Un po’ per amore, un po’ per rabbia,  Milano, Feltrinelli, 2008.

Lascia sia il vento – Margherita Guidacci


Poesia in rete

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947

Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
Come due specchi, svuotati d’ogni immagine,
che l’uno all’altro rendono
un semplice raggio. E ci basta.

Margherita Guidacci

da “Poesie per poeti”, 1987, in “Margherita Guidacci, Le Poesie”, Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 1999

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L’Apparenza delle Cose


Lunanuvola's Blog

Milk and Sap - 2017 - Jocelyn Lee

(Latte e Linfa, 2017)

Le immagini che vedete sono parte di una mostra intitolata “The Appearance of Things” – “L’Apparenza delle Cose”, attualmente allestita al Center for Maine Contemporary Art di Rockland, nel Maine.

La celebrata e premiata Autrice è la 56enne Jocelyn Lee (nata a Napoli) e da dieci anni sta lavorando a questo ultimo progetto che, nelle sue stesse parole, opera “uno spostamento di prospettiva in cui un corpo – un ritratto – diventa un paesaggio; una natura morta diventa un ritratto e un paesaggio diventa un corpo.”

July burn - 2016 - Jocelyn Lee

(Bruciore di Luglio, 2016)

La critica d’arte del New Yorker, Rebecca Bengal, nella sua recensione della mostra scrive: “Al posto dello scambio fra macchina fotografica e soggetto, queste fotografie pittoriche rivelano una simbiosi fra forme umane e forme naturali, ove ogni forma esalta la bellezza prodigiosa e costantemente mobile dell’altra.”

Riding the apple tree - 2016 - Jocelyn Lee

(A cavallo del melo, 2016)

Maria G. Di Rienzo

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Puoi decidere dove vuoi vivere?


Lunanuvola's Blog

Jacqueline Patiño

La boliviana Jacqueline Patiño (in immagine), è un’attivista per i diritti delle donne e il cambiamento sociale. Ha lavorato a innumerevoli progetti durante gli ultimi quindici anni e dice che la sua principale motivazione è “fare in modo che le donne concretizzino i loro sogni”. La parte più dura di questo lavoro, aggiunge, è convincerle che sono legittimate ad averli.

Il 24 giugno scorso ha scritto a The Economist, che sta tenendo un sondaggio con questa domanda: Le persone dovrebbero essere libere di decidere dove vogliono vivere?

I NO sono in netto vantaggio. Questo è ciò che ne pensa Jacqueline:

“Sono triste quando vedo il mondo impegnarsi in sondaggi senza senso come questo, mentre si distoglie lo sguardo dal merito concreto della questione.

Perché chiedere se la gente dovrebbe essere libera di decidere dove vivere, quando sappiamo che non lo è?

I governi dei paesi ricchi hanno già reso difficile…

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Mescladis


Lunanuvola's Blog

(“A Barcelona restaurant that tells refugee tales” di Sophie Davies per Thomson Reuters Foundation, 21 giugno 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Barcellona, 21 giugno – Celato in una piazza spagnola medievale, un ristorante non convenzionale sta facendo formazione ai rifugiati e raccontando le loro storie, sperando di cambiare le vite dei migranti e il modo in cui la gente li vede. Espai Mescladis è allo stesso tempo un ristorante e una scuola di cucina – e in parte una casa editrice.

mescladis

(Sulla destra le fotografie – pura arte, a detta di chi ha visitato il ristorante – che narrano le storie dei migranti.)

Insegna a cucinare e fornire ristorazione a migranti che vengono da paesi molto lontani, come il Venezuela, il Senegal e il Pakistan, di modo che essi possano avere un’opportunità migliore di trovare impieghi e integrarsi nella vita catalana. I tirocinanti sono anche aiutati a compilare i…

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LA CAMPAGNA ELETTORALE PERMANENTE di Massimo Pamio


Siamo in continua campagna elettorale. È un delirio. Giornalisti a caccia di slogan, politici che coniano il migliore, interviste dirette a far pronunciare uno slogan al regista acclamato, al cantante di successo, all’inventore di twitter che ha per primo ha capito l’esigenza di ridurre tutto a poche ma essenziali parole, non più di 140 caratteri per imprimere il proprio suggello al mondo. Siamo uomini di poche pretese (o di poche parole), oggi.

Un mondo che non riflette più su se stesso, ma che ha bisogno di vendersi con un jingle, con uno slogan pubblicitario, come se fosse il miglior prodotto possibile. “Vivete nel mondo migliore possibile, nel posto migliore, nel quartiere più prestigioso, solo che non ve ne siete accorti perché non siete riusciti a riassumerlo in 140 caratteri”.

È così che ci siamo ridotti a dettare slogan ogni momento per fare proseliti, per convincere gli altri della nostra esistenza, per chiedere e poter ricevere, così a caso, da chiunque.

Siamo dei miserabili, dei mendicanti, nel mondo del consumo. Da consumatori a mendichi, il passo è breve, fin troppo.

Non abbiamo più niente, ci hanno tolto tutto, resta la farsa della nostra esibizione quotidiana: non viviamo, ma ci esibiamo davanti a un folto pubblico che assiste alla nostra richiesta di un breve ascolto, una frase max di 140 caratteri tipografici.

Chiediamo per essere, mendichiamo per avere. In realtà non possediamo nulla, perché non conosciamo, abbiamo rinunciato a conoscere, ci troviamo di fronte a un mondo che già sa, basta accendere un cellulare e collegarsi a Wikipedia, e allora? L’uomo ha già saputo tutto, già sa tutto in tempo reale, non resta altro che ingannare se stessi e gli altri sul contenuto della nostra vita senza senso: chiediamo per ricevere qualcosa, per possedere l’atto del dono dell’altro, ben sapendo che l’altro non potrà donarci nulla, o potrà al massimo donarci il suo nulla, la sua richiesta diretta verso di noi.

Ci scopriamo così a chiedere entrambi, in un deserto d’anime, l’uno all’altro, l’anima.

I nostri politici sono nella loro vuota campagna elettorale quotidiana. L’inventore geniale di questo atteggiamento, il prototipo della campagna elettorale continua fu ancora lui, il geniale Silvio Berlusconi. Scelse la via della barzelletta: raccontare barzellette è il migliore modo per fare proseliti, provocare riso nell’altro è fonte di consenso, di assenso. Più ridono, più si stabilisce un atteggiamento di sudditanza nei confronti del barzellettiere, a cui si richiedono altre barzellette, lo si implora, si fanno voti affinché egli produca quella contagiosa smania collettiva del riso che affratella. I ridenti come il mondo dei consenzienti, degli aventi diritto al riso, alla battuta, al mondo del capo. È semplice stare con chi comanda, basta ridere. Succubi del barzellettiere.

C’era un periodo storico invece che veniva premiato chi riusciva a far ridere il potente. Significava essergli piaciuto, entrato con lui in simpatia, aver fatto breccia nel suo sentimento provocandogli il buonumore, essere stati accettati, presi nella sua compagnia.

Siamo diventati, da attori di una compagnia teatrale, un malandato manipolo di ascoltatori di barzellette e infine un insieme di mendichi disposti a tutto pur di trasmettere il proprio messaggio pubblicitario. Siamo gli imbonitori più privi di senso che siano mai esistiti. Commercianti del nulla, di slogan senza contenuto, di richieste di ascolto, perché già tutto è stato comprato, venduto, prodotto, distrutto, superato, e l’affanno ci prende alla gola, la rincorsa verso il niente sta per scadere, la domanda va fatta per pec prima di mezzanotte e bisogna ancora fare il sondaggio su che cosa chiedono gli italiani.image

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Nella scritta:

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