DEMAGOGIA di TINO DI CICCO


Noi facciamo diventare “mondo” l’insieme delle cose che ci interessano, non l’insieme delle cose che esistono.

Esiste la stella Orione, ma quanto entra nella nostra vita? Pier da Morrone rinunciò ad essere Celestino V, ma quella rinuncia condiziona la nostra esistenza ? Se Al-Hallaj è morto in croce, interessa a qualcuno di noi?

Sono i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre ambizioni che organizzano il nostro mondo: “la realtà del mondo è fatta da noi, col nostro attaccamento. E’ la realtà dell’io trasportata da noi nelle cose. Non è affatto la realtà esteriore. Questa può essere percepita solo col totale distacco” (S. Weil).

Per molto tempo il mondo è stato “generato” da “Dio”. E Dio era l’apice della gerarchia della realtà. “Trascendente” è vero, eppure (o proprio per questo) capace di incidere profondamente nella vita quotidiana dell’uomo.

Con la “morte di Dio” i nostri bisogni si sono come “liberati” dalla subordinazione gerarchica che li conteneva.

In questa gerarchia Dio era il Massimo Ente, poi c’erano gli angeli e infine l’uomo. E l’uomo era spirito, anima e corpo. Corpo da soddisfare, ma soprattutto da contenere. Perché non era l’istinto, il bisogno, a tracciare la via verso il bene-Dio, ma lo “spirito”, il trascendente.

Ma adesso, senza Dio, senza trascendenza, la nuova rappresentazione del mondo non può che partire dall’io (e nell’io terminare).

L’homo democraticus è come se non avesse più vincoli di ordine trascendente, ma solo bisogni che pretendono la loro soddisfazione (“è la passione della merce, non quella della libertà, che domanda democrazia”, M. Tronti).

Così nascono qualunquismo, demagogia e populismo.

Il problema dei Leaders demagogici nel mondo non è costituito dai Leaders, ma dal popolo : “Perché spiritualità? Perché il capitalismo ha fatto il deserto all’interno dell’uomo, ha reciso le radici dell’anima nella persona… l’attuale crescente volgarizzazione della vita nasce da qui. (M. Tronti)

Noi crediamo “realistico” il bisogno di Sancho Panza di conquistarsi un campo da coltivare a seguito del Cavaliere Errante, e ingenuo l’amore di Don Chisciotte per Dulcinea, solo perché  Dulcinea non esiste.

Eppure beati quelli che hanno fede in quello-che-non-c’è, perché non hanno bisogno di un altro mondo per sperimentare il cielo : “il reale è trascendente; è questa l’idea essenziale di Platone “ (S. Weil).

Se noi invece ci arrendiamo a credere  reale solo quello che vediamo e tocchiamo, e pensiamo che questa sia la verità, allora dovremmo onestamente ammettere che Gesù, Antigone, san Francesco e Buddha sono stati  tutti idioti.

Loro non avevano bisogno di toccare con mano per conoscere la “realtà”. Loro vivevano un’altra realtà. Non erano  degli ingenui, non erano la premessa alla nostra democrazia della merce!

Poveri uomini! Più perdono contatto con il cielo, più si credono liberi! Più diventano prigionieri dei loro bisogni, più credono alla forza del loro carattere! Più diffidano della bellezza del creato, più si credono intelligenti!

Ma così sarà sempre più difficile trovare un equilibrio. Anche politico.

La demagogia è la risposta “politica” ai nostri bisogni liberati da una rappresentazione del mondo in cui la trascendenza giocava il ruolo principale.

Ma come ben sapeva Platone, dopo la demagogia c’è la tirannia.

E c’è la tirannia perché è l’unico modo per ricomporre la comunità sotto la spinta anarchica degli istinti.

Noi che ci siamo liberati di ogni trascendenza, e ci crediamo perciò liberi e razionali, non siamo più disponibili ad attendere: la risposta reclamata dai nostri istinti la pretendiamo subito!

Noi che ci siamo liberati del bene-che-non-c’è, pensiamo di avere il diritto ad una politica tutta per noi. Senza essere più ostacolati dalle “vecchie” intermediazioni trascendenti.

Ma di una politica tutta per noi ne abbiamo bisogno non solo io e tu; pensiamo di averne diritto tutti.

Ognuno di noi pensa di avere  il diritto di essere considerato il centro della politica, e da essa si aspetta perciò le risposte a tutti i suoi bisogni, reali o presunti.

Ma così una politica seria e responsabile  diventa impossibile. Così sono i bisogni dell’”ultimo uomo” ad organizzare la rappresentazione del mondo. E dentro questa rappresentazione del mondo è inevitabile il populismo e la demagogia.

(saggio di Tino Di Cicco)

sull’argomento consigliamo anche la lettura del saggio di Giorgio Fontana “L’ossessione di avere ragione” su Il Tascabile http://www.iltascabile.com/societa/ossessione-avere-ragione/

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LA POESIA DI PAOLO ROSATO di Massimo Pamio


searchPaolo Rosato è musicista, compositore, ma soprattutto è figlio della domesticità poetica e di quella poesia imperitura che i suoi genitori, Peppino e Tonia, hanno trasposto non solo in pagine di rara bellezza, ma anche e soprattutto -e con quale intensità e con quali sentimenti- nella vita.

 

Dialogo per voce sola, opera prima di poesia trascritta da Paolo Rosato nel breve volgere di un anno, tra il 5 agosto del 2006 e il 15 luglio del 2007, risulta composta di 35 liriche, ciascuna delle quali riporta in limine data e località di composizione, tutte dedicate al ricordo della madre Tonia Giansante, scomparsa undici anni fa. Per quale motivo l’autore tiene ad informarci con tanta acribia dell’occasione che ne ha dettato l’ispirazione? Forse per sottolineare le ragioni sentitamente personali di una tanto sincera quanto dolorosa confessione, forse per evidenziare il tono cronachistico, diaristico, la veste di taccuino dell’opera, contrappuntata da annotazioni poetiche avvertite come commento di fondo alle vicende esistenziali, oppure per recriminare sulla puntualità temporale dei ricordi che investono senza requie, in ore e in luoghi determinati, con sorprendente consuetudine? Rosato è ostaggio dell’urgenza che ha dettato, della necessarietà, della motivazione profonda, del sentimento acuto e intenso che hanno reso indispensabile quell’intimo dialogo, quel frasario essenziale e intimo che, consegnato prima a se stesso, viene poi discretamente ed elegantemente proposto a un lettore ideale, cui si richiedono sensibilità, cultura, finezza, aristocraticità.

Le poesie, brevi, alcune di cinque versi appena, la più lunga, di diciassette versi, conservano un andamento metrico libero, scandito secondo un ritmo dettato dalle diverse esigenze dell’ispirazione, non esente da un’attenzione particolare alle regole classiche, che osserva l’uso di versi costruiti prevalentemente su tre accenti principali. Settenari, endecasillabi e novenari variamente alternati secondo una musicalità interiore, una specie di respiro dell’animo, strutturano il testo in un unico canto poematico volto a sostenere l’interminabilità di un lungo sospiro di addio che, grazie all’uso di larghe pause tra una frase musicale e l’altra, cesella il dettato lirico che non si vorrebbe mai concluso.

Il tono intimo-elegiaco rende omogeneo il testo, in una corrispondenza così tanto armonica tra musicalità e testualità tale da spiccare nella pagina e da far prendere forma al miracolo, proprio delle grandi opere, dello stile individuale, dell’impronta personale, virtù che rendono inconfondibile una scrittura, chiaramente riconoscibile e soprattutto riferibile solo a quell’autore e non ad altri. Dialogo per voce sola dunque si contraddistingue per il suo non poter non essere che opera di Paolo Rosato, di un modo di fare poesia paolorosatiano, ne cito anche il nome per distinguerlo dagli altri poeti di famiglia. La poesia di Rosato è aurorale, costituisce un unicum, la sua scrittura inaugura un modo nuovo, diverso, di comporre. Egli compie e rinnova quel miracolo che ogni grande poeta inaugura, un rinascere della poesia nella poesia, il rigenerarsi della poesia all’interno della tradizione, del canone millenario in virtù della nascita di una nuova forma. Per cercare un cattivo paragone, eccomi a considerare come lo stile, marchio d’autore, possa essere assimilato al marchio di fabbrica. Il logo sbafo della Nike, riconosciuto e individuato immediatamente da chiunque, ripristina l’ala della Nike di Samotracia in modo originale quale simbolica effigie iconica del volo, così come la poesia di Rosato nel proporre stilizzata la personalità poetica e la mano e il pensiero poetico di Rosato, rinnova l’ala della poesia, del genere poetico e del suo canone millenario. Che cos’è d’altronde che rende inconfondibile ogni essere umano dall’altro se non lo stile personale, ovvero quell’insieme di pochi elementi che caricaturisti ed imitatori rendono evidenti a tutti, sottolineando un ciuffo ribelle, il tono della voce, un tic, un gesto, l’uso di un frasario particolare, la forma particolare del naso, della bocca, il modo di camminare o di guardare! Differences make the difference. Le differenze fanno la differenza. Tornando al nostro caso, che cosa rende inconfondibile una poesia  –la poesia- di Rosato? È quello che andrò a esaminare cercando di rendere evidente il suo approccio al pensiero, alla frase, al pronunciamento poetico, per il tramite di un sentimento puro come il diamante tagliato in una serie di scelte di natura sintattica, organizzativa della frase, degli accenti, della cadenza ritmica, sarà lo stesso Rosato a mostrarcelo, non dovremo far altro che rilevarne alcuni aspetti, caricaturandoli, giacché artifex additus artifici. Operazione complessa e difficile, in quanto che lo stile personale è miracolo che appare, incanta, ma non si lascia mai del tutto svelare restando sempre in qualche modo oscuro. D’altronde, la poesia è l’atto dello svelarsi imperfetto, del chiarire lasciando disseminati spazi di dubbio, dell’imperfezione con cui essa si sovrappone alla perfezione del mondo.

La foto di copertina del libro, di Lucio Rosato, altra stella del firmamento rosatiano, sintetizza figurativamente il singolare contenuto del testo. La foto coglie due impronte che si fronteggiano, orme di piedi sulla sabbia composte in altorilievo, non affondate bensì poggiate, sbalzate sulla sabbia. La sabbia si stende uniforme alcuni millimetri sotto le impronte, creando un effetto in negativo, rovesciato rispetto a quello che comunemente osserviamo sulle nostre spiagge. Le orme in rilievo si toccano e in piccola parte si sovrappongono. Le dita dell’uno diventano quelle dell’altro. La metà destra dei piedi è sparita, un’ombra supplisce alla parte mancante, la riempie. Ne ricavo un’interpretazione accostabile a quella scaturente dalla visione delle teste bronzee di Mitoraj, che, sempre prive di una parte, attraverso l’ostentata enfatizzazione dei danni subiti dalle sculture classiche, mettono in luce il fattore del trascorrere inesorabile del tempo, la sostanza di deperibilità, di realtà fossile, di reperto che contiene in sé ogni opera artistica. Inoltre, le impronte sbalzate sulla sabbia sono il segno di un’archeologia a rovescio, di qualcosa che mostra l’altra faccia della luna, poiché i reperti si trovano affondati nella terra, nel caso della foto di Lucio Rosato sono invece in rilievo. È proprio in questo groviglio così complesso e formalmente inestricabile che si esercita il tema conduttore del poema di Paolo, canto di nostalgia e di amore frementi per la madre scomparsa, ombreggiato dalla angosciosa certezza dell’assenza che provoca un vuoto incolmabile che l’amore, la carezza della memoria, l’ala del ricordo fattasi parola e abbraccio infinito cerca di ricucire, sottolineando ancor di più il dolore di un distacco ritenuto innaturale, inumano, non accettabile e perciò proiezione di un Sentire Nostalgico Assoluto che frange ogni verso, spezzando e nello stesso momento ricomponendo la continuità del respiro. Nel delineare un’archeologia del respiro, del soffio del respiro a due, nel descrivere ciò che resta, lo sbalzo di un’ansia a due, di una ricerca dell’uno nell’altra, Rosato si pone come un Orfeo divenuto una sola cosa con Euridice della quale non può che cercare di interrogare l’ansiosa assenza. Mi torna in mente una interpretazione del mito di Orfeo, secondo cui Euridice sarebbe scomparsa lo stesso, anche se Orfeo non si fosse voltato a guardarla. L’ineluttabilità della freccia del tempo concorre alla legge entropica del mondo.

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Anjana


Lunanuvola's Blog

(“I Love My Daughter; Stop Telling Me I Need A Son”, di Anjana Vaidya per World Pulse, 24 gennaio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anjana, nell’immagine con la figlia, è un’assistente allo sviluppo e una sociologa nepalese.)

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Dopo la nascita di mia figlia, tutti si aspettavano che avremmo tentato di concepire un maschio. Quando mia figlia raggiunse l’adolescenza, i messaggi non erano più sottesi:

“Prendi questo calendario cinese. Se lo segui strettamente, puoi avere il figlio che vuoi. E’ sicuro che avrai un maschio questa volta.”

“Hai già una figlia molto intelligente. Se metti al mondo un maschietto, certamente sarà più intelligente della ragazza.”

“Al giorno d’oggi, la tecnologia è così avanzata che puoi scegliere il sesso del nascituro… perché non hai un figlio maschio?”

La verità è che prima della nascita di mia figlia, mio marito ed io abbiamo deliberatamente preso la decisione congiunta di avere…

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Alessandro Scanu: Stiff-Frozen Dream


Poesie scelte da Dimitri Ruggeri.

Sorgente: Alessandro Scanu: Stiff-Frozen Dream

Caravaggio, l’Addolorata e Napoli


assolocorale

maddalena-addolorata-roma Caravaggio. Maddalena Addolorata (da: I Tesori Nascosti)

Caravaggio è un protagonista assoluto delle mostre, laddove c’è il suo nome, l’affluenza cresce. Dai primi giorni di dicembre e fino a maggio prossimo a Napoli, tra le iniziative (poche) culturali è stata presentata la mostra “I Tesori Nascosti” presso la restaurata basilica di Santa Maria alla Pietrasanta, a cura di Vittorio Sgarbi. Non la chiamate mostra, questo è un vero museo. È un’esposizione per la gloria dell’Italia, per la felicità di Napoli, dice il curatore che ha illustrato con una serie di opere perlopiù inedite (appartenenti a collezioni private, inclusa la sua), un percorso vasto e variegato che segue un ordine più o meno cronologico attraverso una selezione personale di dipinti (e sculture), alcuni dei quali di grande fascino. Tra gli autori dell’intera esposizione figura il nostro Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, con una sua tela sconosciuta ai più;

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Cancellare, no, riscrivere.


Quanto ha piovuto quanto ripioverà quanto ovvio piovere per poi smettere per poi piovere a sfavore o come una mannasanta. Quanto piove fuori e dentro casa quanti buchi intoppabili tra soffitto e pe…

Sorgente: Cancellare, no, riscrivere.

UN DUO D’ECCEZIONE AL MLA


Sabato alle ore 17 presso la sala convegni del Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina, con il patrocinio del Comune di Torrevecchia Teatina e con l’organizzazione del MLA, Museo della Lettera d’Amore, per il festival “Lettere d’amore dall’Italia” si esibiranno  in un concerto di musica e poesia Maria Gabriella Ciaffarini e Lorenzo Di Marcoberardino. Saranno presenti il Sindaco del Comune Avv. Katja Baboro e il Direttore del MLA Cav. Massimo Pamio. La musicista e scrittrice Maria Gabriella Ciaffarini terrà un recital delle sue poesie d’amore con gli intermezzi musicali composti da Lorenzo Di Marcoberardino, alla chitarra.

 

MARIA GABRIELLA CIAFFARINI

Diplomata in pianoforte e clavicembalo, ha studiato Direzione d’orchestra con il M° Donato Renzetti e Composizione con il M° Vernamonte. Ha vinto premi in concorsi nazionali e internazionali e tenuto concerti in Italia, USA e Canada. Le sue opere sacre, Missa Humilis, Missa Choraliter, l’Oratorio con danza Il libro dell’Amico e dell’Amato, sono state eseguite al Festival Internazionale di Ancona, presso la Basilica Inferiore di Assisi, al Teatro ed alla Cattedrale di Ortona.

Ha composto per il teatro: Metafore, Le rose nel mare, Miniature, Diapositive.
In qualità di scrittrice ha pubblicato le sillogi poetiche Signora del mio sguardo, Albe di creta, Parole.

Svolge attività di critico, ha curato numerose mostre d’arte e rassegne, monografie su artisti.
È presidente dell’Asociazione Culturale “Sinergie d’Arte” che persegue l’obiettivo dell’Arte Totale e dell’educazione permanente. Insegna Filosofia e Storia al Liceo Scientifico “L. da Vinci” di Pescara.

LORENZO DI MARCOBERARDINO

Lorenzo Di Marcoberardino inizia lo studio della chitarra classica all’età di nove anni sotto la guida del maestro Francesco Colombaro e di Francesco Fidanza per la teoria, prosegue gli studi musicali nel conservatorio di musica “L. D’Annunzio”, conseguendo il diploma di chitarra classica presso il conservatorio “A. Casella” di L’Aquila. Nel 2007 inizia lo studio approfondito di teoria, tecnica ed improvvisazione di musica moderna con il chitarrista Giuseppe Continenza e dal 2009 con il chitarrista Mauro De Federicis. Ha partecipato a concorsi nazionali ottenendo lusinghieri risultati. Ha seguito corsi di perfezionamento con il Prof. Stefano Mileto, ha partecipato a stages e seminari con Mike Stern, Walter Gaeta, Antonio Onorato, Franco Cerri. Svolge attività concertistica con varie formazioni e da solista. Nel 2010 esce il suo primo disco In cammino verso Te che contiene sue composizioni di musica moderna, per il quartetto formato da Lorenzo Di Marcoberardino (chitarre e synth.), Dante Melena (batteria e percussioni), Walter Gaeta (pianoforte e tastiera), Ivano Sabatini (contrabbasso). Dal 2010 insegna in qualità di docente presso la “Nuova Scuola di Musica” di Montesilvano e presso “l’Accademia di musica” di Spoltore.

maria-gabriella-ciaffarini           MARIA GABRIELLA CIAFFARINI

lorenzodimarcoberardino3LORENZO DI MARCOBERARDINO

MARIA GRAZIA CALANDRONE DONA AL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE UNA SUA MISSIVA AMOROSA


Artista versatile, tra le scrittrici italiane più note all’estero, Maria Grazia Calandrone sarà ospite a Torrevecchia Teatina sabato 29 alle 17 nella sala convegni del Palazzo Valignani per “Lettere d’amore dall’Italia”, iniziativa giunta al quarto incontro, nel corso del quale la Calandrone donerà una sua lettera d’amore autografa al Museo della Lettera d’Amore. Si esibirà in un recital di poesie d’amore, con l’accompagnamento del DIDE DUO, composto da Benedetta De Simone all’arpa e da Lucrezia Di Leonardo al flauto, giovanissime e talentuose musiciste abruzzesi. Introdurrà il prof. Andrea Gialloreto, dell’Università “G. D’Annunzio”. La manifestazione è patrocinata dal Comune di Torrevecchia Teatina con il patrocinio del Museo della Lettera d’Amore. Saranno presenti il Sindaco Avv. Katja Baboro e il Direttore del Museo Cav. Massimo Pamio.

Maria Grazia Calandrone ha scritto tre monologhi per Sonia Bergamasco, ha portato in scena in Italia e in Europa il videoconcerto Senza bagaglio, con Stefano Savi Scarponi, il suo testo My language is the rose, scelto dal compositore malese Chie Tsang, è stato finalista in “Unique Forms of Continuity in Space” in Australia; nel 2010 è scelta come rappresentante della poesia italiana e diretta da Lucie Kralova in “Evropa jedna báseň”, nel 2012 ha fatto parte del progetto RAI TV “UnoMattina Poesia”, ha collaborato con Rai Letteratura e con il musicista Canio Loguercio, è stata vincitrice del Premio Haiku dell’Istituto Giapponese di Cultura, collabora con Cult Book (Rai 3) ed è nella video installazione Ritratto continuo di Francesca Montinaro, esposta alla Galleria d’Arte Moderna di Roma e a Palazzo Montecitorio. Poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3, scrive per i quotidiani “il manifesto” e “Corriere della Sera”, per “alfabeta2” e “doppiozero” e cura la rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia”, collabora con il quadrimestrale di cinema “Rifrazioni” e con la rivista di arte e psicoanalisi “Il Corpo” e codirige la collana di poesia “i domani” per Aragno Editore. Tiene laboratori di poesia nelle scuole, nelle carceri, nei DSM, con i malati di Alzheimer e con i migranti. Sta lavorando a Ti chiamavo col pianto, libro-inchiesta sulle vittime della giustizia minorile in Italia. Tra le sue pubblicazioni in volume: Pietra di paragone (Tracce, 1998 – edizione-premio Nuove Scrittrici 1997), La scimmia randagia (Crocetti, 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005), La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle, 2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di sue letture dei propri testi (luca sossella, 2011), La vita chiara (transeuropa, 2011), Serie fossile (Crocetti, 2015 – premio Marazza e Tassoni, rosa premio Viareggio), Per voce sola, raccolta di monologhi teatrali, disegni e fotografie, con cd di Sonia Bergamasco ed EstTrio (ChiPiùNeArt, 2016) e Gli Scomparsi – storie da “Chi l’ha visto?” (Gialla Oro pordenonelegge, 2016); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012); la sua prosa Salvare Caino è in Nell’occhio di chi guarda (Donzelli, 2014).

Il DiDe Duo nasce nel 2015 presso il Conservatorio Statale di Musica “Luisa D’Annunzio” di Pescara.  La formazione è composta da due musiciste, Lucrezia Di Leonardo al flauto e Benedetta De Simone all’arpa; entrambe proseguono i loro studi partecipando a Master tenuti da insegnanti di fama internazionale, corsi e audizioni. Accomunate dalla stessa passione per la musica da camera, si sono esibite in diverse manifestazioni culturali, tra cui 2 appuntamenti musicali organizzati dalla Società del Teatro e della Musica “L. Barbara” di Pescara presso il Conservatorio “Luisa D’Annunzio” e presso l’ITC di Montesilvano; nella serata dedicata alla “Notte Europea dei Musei” a Pianella (PE); presso l’Ex Aurum di Pescara in occasione dell’“Adriafooturing” (presieduto dal Presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco e da Franca Terra) e in occasione di “Sintonie Cromatiche” (con artisti di fama nazionale); in occasione della chiusura della Perdonanza Celestiniana presso l’Eremo di Santo Spirito a Majella a Roccamorice (PE), ottenendo riconoscimenti, consensi da parte degli Enti locali e attiva partecipazione del pubblico. Il loro repertorio è molto vasto e spazia dal Classicismo al Contemporaneo.

Il Prof. Andrea Gialloreto, ricercatore a tempo indeterminato in Letteratura  italiana contemporanea presso il Dipartimento di Lettere, Arti e  Scienze Sociali dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti,  ha insegnato dal 2008 Sociologia della letteratura e Critica  letteraria dell’Italia contemporanea. Attualmente è docente di  Letteratura italiana moderna e contemporanea presso il medesimo  Ateneo. È membro dal 2014 della giuria tecnica del premio letterario  Città di Penne-Mosca. Fa parte del comitato scientifico della rivista  «Studi Medievali e Moderni». I suoi interessi vertono principalmente  su poeti e prosatori della terza generazione novecentesca, sulla  narrativa sperimentale del secondo Novecento e sulla letteratura tra  le due guerre mondiali. Ha pubblicato i volumi La parola trasparente.  Il “sillabario narrativo” di Goffredo Parise (Roma, Bulzoni, 2006),  L’esilio e l’attesa. Scritture del dispatrio da Fausta Cialente a  Luigi Meneghello (Lanciano, Carabba, 2011), I cantieri dello  sperimentalismo. Wilcock. Manganelli, Gramigna e altro Novecento  (Milano, Jaca Book, 2013) oltre a numerosi studi su scrittori  contemporanei quali Vigolo, Rosso, Bodini, Ceronetti, Bonaviri,  Morazzoni, Trevisan, Rugarli, Pardini.

calandroneMARIA GRAZIA CALANDRONE

dide-duo-de-simone-e-di-leonardoDIDE DUO: BENEDETTA DE SIMONE E LUCREZIA DI LEONARDO

APPUNTAMENTI DI FINE SETTIMANA: A VENEZIA, FIRENZE, TORREVECCHIA TEATINA


Per chi ama la cultura ecco tre appuntamenti da non perdere in Italia.

VENEZIA: MOSTRA “LUCE ACQUA VENTO” dal 7 ottobre al 6 novembre

Presso la Schola dell’Arte del Tiraoro e del Battiloro” in Campo San Stae sul Canal Grande di Venezia espone dal 7 ottobre al 6 novembre la pittrice Gabriella Capodiferro. La mostra è a cura di Enzo Di Martino.

 

Sabato 22 Ottobre, ore 18, inaugurazione della mostra Personale di Eugenia Serafini “Universi di Cielo e di Terra”, a Firenze, all’interno del “Progetto Artistico Internazionale Scenari: Sei Mostre a Scenari”, cura del prof. Carlo Franza.

“SCENARI, si campiona ad essere, in una città come Firenze, lo specchio di un’arte di frontiera, assolutamente in movimento, ipermoderna, ipertesa, ipercolta, mente e cuore, ma anche progetto e destino della comunicazione estetica.”

Scrive Carlo Franza: “E’ da qualche tempo che Eugenia Serafini, straordinaria artista italiana, mira a raccontare con le sue opere la salvaguradia del mondo e dell’ambiente, cantandone a colori la natura e descrivendo con installazioni di poderosa esplosività, un creato ricco di bellezza, poesia, geografie, storia, vitalità, respiro esistenziale e quant’altro fa muovere corpo e anima, pelle del mondo e carne del firmamento. Ma accanto a questo spettacolo di riflessioni oggettivate sull’universo, che avevamo già colto in opere presenti nella sua Mostra Personale al PlusBerlin di Berlino, l’artista si lascia coinvolgere dal dramma e dai drammi della storia presente, dalle migrazioni, da popoli in viaggio e umanamente traccia un capitolo di realtà e speranza, una cornice di umanità e un accorato appello.

Mi preme attingere a parole sue che si fanno dolente poesia e scultura viva: “Fuggivano come nuvole migranti! Nessuno poteva fermarli! Inseguivano un sogno…”

SCHEDA

Titolo della Mostra: “UNIVERSI DI CIELO E TERRA”

Artista: EUGENIA SERAFINI

Curatore: prof. Carlo FRANZA

Luogo: PlusFlorence-Piano Arancione

Via Santa Caterina d’Alessandria, 15, 50136 FIRENZE
tel. +39 0554628934

Durata: dal 22 Ottobre 2016 al 6 Aprile 2017

APERTURA: Sabato 22 Ottobre, ore 18

Saranno presenti l’Artista Eugenia Serafini e il prof. Carlo Franza.

 

Eugenia Serafini, docente universitaria, artista e scrittrice/performer, ha al suo attivo numerose esperienze internazionali nei diversi continenti, dove ha portato le sue installazioni e perfomance, chiamata anche a tenere stage con studenti di Accademie di Belle Arti e DAMS universitari.

Fra i riconoscimenti recenti: partecipazione all’Esposizione Internazionale d’Arte la Biennale di Venezia 2007, 2009, 2011. Premiata con il Leone D’Argento per la Creatività della Biennale di Venezia 2013, Premio delle Arti-premio della Cultura: Poesia 2015, del Circolo della Stampa di Milano, Premium International Florence Seven Stars: Artista dell’Anno 2016.

Carlo Franza, storico e critico d’Arte, è stato allievo e assistente di Giulio Carlo Argan. Vive a Milano dal 1980, è Professore Straordinario di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea, Ordinario di Lingua e Letteratura italiana. Visiting Professor nell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e in altre numerose città estere. Consulente del Ministero per i Beni e le attività Culturali. Premio Saint Vincent nel 1980, Premio Bormio nel 1996, Premio delle Arti e della Cultura nel 2000, Premio Berlino 2013 per il Giornalismo e la Critica D’Arte.

 

A Torrevecchia Teatina, in Abruzzo, presso un museo unico al mondo, il Museo della Lettera d’Amore, si svolgono le manifestazioni: “Lettere d’amore dall’Italia”, a cura di Massimo Pamio e Rolando D’Alonzo. Gli incontri prevedono il dono di una lettera d’amore di uno scrittore al Museo, concerti, mostre, letture.

In corso una straordinaria mostra di cartoline d’amore d’epoca. Il 22 ottobre alle 17 la scrittrice Mariagiorgia Ulbar terrà un recital da “Gli eroi sono gli eroi” (Marcos y Marcos), con gli intermezzi di Benedetta De Simone, arpista di grande futuro.

Il 29 ottobre alle 17 sarà la volta di Maria Grazia Calandrone, con le musiche del Duo Didor.

mariagiorgia-ulbarbenedetta-de-simoneBENEDETTA DE SIMONE

AL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE MARIAGIORGIA ULBAR E BENEDETTA DE SIMONE


DUE GIOVANI TALENTI AL MUSEO DI TORREVECCHIA TEATINA PER LETTERE D’AMORE DALL’ITALIA

Sabato 22 alle ore 17 presso la sala convegni del Palazzo del Marchese Valignani con l’organizzazione del Museo della Lettera d’Amore e del Comune di Torrevecchia Teatina si terrà un incontro con la giovane ma pregevole scrittrice Mariagiorgia Ulbar, che donerà una sua lettera d’amore al Museo.

All’iniziativa, che si svolge nell’ambito di “Lettere d’amore dall’Italia”, partecipano Rolando D’Alonzo e Massimo Pamio. Presiederà il Sindaco Avv. Katja Baboro.

La scrittrice terrà un recital delle sue liriche, con gli intermezzi dell’arpista Benedetta De Simone, musicista diciottenne con un curriculum di tutto rispetto, che fa sperare in uno straordinario futuro.

MARIAGIORGIA ULBAR

Mariagiorgia Ulbar è nata a Teramo nel 1981, ha vissuto a lungo a Bologna e ora vive tra Roma e l’Abruzzo. Insegna e traduce dal tedesco e dall’inglese. Ha pubblicato la raccolta poetica I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, Firenze 2012), la silloge “Su pietre tagliate e smosse” all’interno dell’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, Milano 2012), le plaquette illustrate in edizione limitata Osnabrück e Transcontinentale (Collana Isola, Bologna 2013) e le prime nove cartoline del progetto autoprodotto Poste/Poesie, la raccolta Gli eroi sono eroi (Marcos y Marcos, Milano 2016). Ha fondato la Collana Isola, che pubblica libriccini di poesia e illustrazione di autori contemporanei. Collabora al progetto di poesia e fotografia Il tempo qui non vale niente, che si sviluppa on line al sito lightpo.tumblr.com. Vincitrice del Premio Dessì 2015 e finalista al premio Metauro 2015.

BENEDETTA DE SIMONE

Ha iniziato all’età di 5 anni lo studio dell’arpa celtica, proseguendo con l’arpa classica, sotto la guida di Elisabetta Boscherini e Luisa Prandina, prima arpa del Teatro alla Scala di Milano. Si è perfezionata in ensemble di arpe, l’arpa in orchestra partecipando ai corsi estivi “Marco Allegri” tenuti dalla Prof.ssa Lisetta Rossi e dal  M° Carlo Argelli, a Berna (Svizzera), con Maestri arpisti di fama mondiale: Irina Zingg, Fabiana Trani, Fabrice Pierre, Milda Agazarian, Mara Galassi, Petra Van de Heide. Partecipa a corsi di perfezionamento tenute dall’arpista Sophie Hallynck. Ha collaborato dal 2008 al 2015 con l’Orchestra Giovanile Amadeus di Pescara diretta dal M° Antonella De Angelis, nel 2011 con la Jazz Band D’Ascanio con il M° Mike Applebaum, con l’Orchestra d’Arpe del Conservatorio di Pescara, da dicembre 2015 è prima arpa dell’Orchestra Sinfonica D’Annunzio diretta in varie occasioni da Maestri di fama mondiale: Andrea Di Mele, Pasquale Veleno, Roberto Molinelli, Marcello Bufalini, Raffaele Napoli. È prima arpa dal 2012 fino ad oggi dell’Orchestra Sinfonica Internazionale “F. Fenaroli” diretta in diverse ocaasioni dai maestri Nicola Piovani,  Luigi Piovano, Gabriele Pezone,  Francesco Lanzillotta,  Carlo Gargiulo, Antonio Ciacca,  Pier Carlo Orizio. Ha collaborato nell’anno 2015 e 2016 ai concerti del “Colibrì Ensemble” Orchestra da Camera di Pescara. A giugno è  arrivata tra i finalisti all’audizione dell’Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani ed è risultata idonea alle selezioni per aggiunti dell’Orchestra Filarmonica Campana. Da settembre 2016 è docente di arpa presso la scuola di musica “ IL PENTAGRAMMA “ di San Salvo (CH). Nel giugno 2013 ha conseguito l’esame Trinity College London Pedal Harp – Intermediate Certificate with Distinction. Ha partecipato a diverse edizioni del Concorso Nazionale di Musica “Stand Together” Città Sant’Angelo, Rotary club di Teramo Est, Concorso Nazionale di Musica “Francesco Paolo Tosti” di Ortona, classificandosi 1° assoluta.

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SUOZZO E STINCHELLI NOBEL PER LA LETTERATURA – LETTERA APERTA AI MEMBRI DELLA GIURIA


Cari membri della giuria del premio Nobel per la letteratura,

l’assegnazione del Premio a Bob Dylan mi impone il dovere di cercare di far chiarezza su alcuni meccanismi interni relativi al misterioso mondo della letteratura, ultimamente tintosi di giallo, di noir, di cinquanta sfumature di grigio.  So che ultimamente siete stati oberati dal lavoro, presi dalla lettura dei libri di André Agassi, Alex Ferguson, Ibrahimovic, Totti, dalla facilità della loro scrittura, dalla complessità delle argomentazioni, dallo stile agonistico che vi ha particolarmente impressionato –devo confessarvi di saperne qualcosa, e vi chiedo scusa, perché in questi mesi sono riuscito ad intrufolarmi, grazie alle mie capacità di hacker, nei vostri computer. Ho seguito con emozione la vera e propria battaglia tra di voi, tra le due schiere molto potenti che si sono formate, la prima guidata da una cordata di seguaci di Tripadvisor e di Scientology, la seconda capeggiata dal WWF svedese. I primi che sostenevano Carlo Cracco (autore di bestseller quali In principio era l’anguria salata, A qualcuno piace Cracco, Se vuoi fare il figo usa lo scalogno, Panettone a due voci, La quadratura dell’uovo, L’utopia del tartufo bianco, titoli che parlano da soli), i secondi che invece parteggiavano per Bob Dylan e per Mick Jagger. Sulla scelta avrei da ridire, però.

Mi sembra doveroso esporvi alcuni semplici concetti sulla letteratura. Non c’è che dire, Dylan ha scritto testi per canzone migliori di scazonti endecasillabi, di fragili alessandrini martelliani di tanti poeti, però, a mio avviso, il premio Nobel per la letteratura deve essere un riconoscimento per l’attività di uno scrittore, non per quella di un cantante o di un artista. Cari, è come se voi aveste concesso il Nobel per la fisica a un chimico. La specificità di una disciplina è un dato di base inoppugnabile, che non consente discussioni. La letteratura, voglio ricordarvi, è un sistema chiuso formato da generi letterari quali il romanzo, la poesia, il teatro (tra i generi mi è d’obbligo citare il genere epistolare, esiste perfino un sottogenere, la lettera d’amore, per la quale è stato creato un museo apposito, unico al mondo, il museo della lettera d’amore di cui ho il privilegio di essere il direttore, a Torrevecchia Teatina, in Abruzzo).

Che cosa sarebbe successo se alla prima della Scala invece che a un concerto, gli spettatori si fossero trovati di fronte Marco Baliani e Stefano Accorsi pronti a recitare l’Orlando Furioso? E alla prima del festival di Bayreuth se invece di un concerto wagneriano gli incauti spettatori paganti si fossero dovuti rassegnare all’ascolto di versi di un gorgheggiante Hans Magnus Enzensberger? E a Vienna, a Capodanno, se al posto dell’orchestra il pubblico si fosse trovato davanti un serioso Vittorio Sermonti lettore compito della Divina Commedia in tedesco?

Vabbeh, direte voi, adesso ho dato degli spunti a costoro, per attirare l’attenzione dei media sulle loro manifestazioni. Che allora perfino il Nobel si affidi a trovate bizzarre per far notizia? La società ci ha ridotto tutti a consumatori dell’immenso teatro capitalista dello spettacolo? Che Bob Dylan sia una merce ben spendibile?

Posso perorare allora una nuova causa mediatica? Visto che ormai vi siete buttati sul campo della musica, perché l’anno prossimo non fate un pensierino per assegnare il Premio Nobel per la letteratura a Michele Suozzo e a Enrico Stinchelli? Eruditi critici musicali dal linguaggio forbito, conduttori della trasmissione “La barcaccia”, adempirebbero al vostro desiderio di far notizia salvaguardando il nostro amore per la lingua e per la grande musica. Grazie per l’attenzione, all’anno prossimo!

Cordiali saluti, Massimo Pamio

stinchellisuozzo

SUOZZO E STINCHELLI O STINCHELLI E SUOZZO?

La mia PACAR


Briciolanellatte Weblog

piattaforme aeree cingolate a ragno«È lei il responsabile della sicurezza?»
L’uomo che mi stava facendo questa domanda, e che seppi poi essere il capo cantiere, era ben piantato, sulla cinquantina, un armadio in tuta arancione e un casco giallo in testa che, per la conformazione del cranio a uovo di pasqua, gli stava in bilico sbattendogli sulla fronte.
«Sì, certo!» gli risposi cercando di non farmi intimorire.
«Allora mi deve dire chi ha spostato la mia PACAR stanotte» incalzò come se si stesse chiedendo come avrebbe potuto sistemarmi braccia e gambe.
«La sua cosa?»
«La PACAR, la Piattaforma Aerea Cingolata a Ragno, quella che vede là, insomma…»
Per capire meglio mi spostai di lato visto che, per la stazza dell’uomo, non ero in grado di vedere oltre la sua spalla. Effettivamente sul prato c’era una macchina grigia, parcheggiata ai piedi della facciata, con le quattro braccia idrauliche rosso fuoco ben piantate nell’erba. Sapevo che erano in corso…

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POESIA COME ACCORDO (MUSICALE) CON IL MONDO: FEDERICA VOLPE


Federica Volpe: tre poesie tratte da PAROLE PER RESTARE (Raffaelli Ed., 2016)

 

Sono parole scritte per restare.

Non importa la stanza o l’angolo di mondo

in cui i tuoi occhi s’appoggeranno

sul mio corpo

fatto carta, più leggero,

a combattere le morti di ogni giorno

e la durevole futura. Passeranno

le stagioni ed io ti aspetterò

su uno scaffale, o in un buio di cantina,

o in una sala d’aspetto di ospedale.

Tu mi troverai, e ciò che importerà

non sarò io, ma il tuo sguardo,

ciò che vedi. Io sono nata per te,

per questo incontro inatteso,

per il tuo rivederti in qualche

svolta delle mie parole, come in una

stanza di specchi che si teme,

a volte, o che si ama. Sono parole per restare.

Sono parole per restarti.

 

Per te cambierei la mia geografia,

– un nome altro prenderebbero i ginocchi,

pulserebbero altri fiumi dalle tempie

ai calcagni, si muoverebbero le carni

come in danza a seguire i tuoi significanti

che tieni chiusi tra le labbra

come un bacio – .

Cambierei anche di stagione, addosso

mi starebbe come l’abito di sposa

di tua madre, o come il canto

che ascoltavi da bambino e non capivi.

Cambierei anche di punto cardinale,

sarò est od ovest perché non importa

da che parte mi sorga il sole, ma

che sorga, e sarò nord o sud

perché

non sono diversi nel seguire

l’equatore.

Non che io non ami i luoghi, e i climi,

e le coordinate, e ciò che è mio:

vedi: sono il sostrato sotto i tuoi nomi,

i fossili antichi sotto le tue

stagioni, sono l’est che impara a

tramontare il sole.

E’ ricchezza se mi ricopri di parole

nuove, come un corpo in amore,

se insieme facciamo di me un paese

rinato che ha lasciato ad altri le paure.

 

Piove e la pioggia, non capisco mai,

se muta nel tempo o nello spazio

-se è la nuvola a spostarsi o l’orologio-

ed ecco che sono ancora io, ancora

senza sapermi dimostrare, come

calcolo ancestrale che sappia di sé

tutto solo quando non si pensa.

E allora, ecco, non importa

l’essenza

della pioggia e il suo cadere come/

quando/perché: piove, e non lo sa

la pioggia e allora sa di sé.

 

 

POESIA COME ACCORDO (MUSICALE) CON IL MONDO: FEDERICA VOLPE

Federica Volpe, poetessa per nascita, vocazione, talento, persegue un’identificazione progressiva della propria individualità con la poesia mediante una pratica dialogica che declina con apparente sufficienza il segreto delle cose nell’intimo grazie a una leggerezza e a una semplicità che trattengono l’intenso profumo della complessità, dello scavo, della ricerca dolorosa e devota, dell’affezione al proprio commuoversi di fronte al mondo.

Suscita sentimenti di rinascita e bellezza continue, lo scoprire un’innocenza che si fa carne, un’ingenuità dolente e vivacissima, una gioia che perpetua le mani e il corpo e le sensazioni, tutte atte a raccogliersi -sempre al limite dell’effabilità- in una parola estrema che si toglie la pelle e si scortica per essere più vera, più vicina all’indeterminatezza del mondo.

La poesia è sempre poesia d’amore, non può essere che così, se si ama il mondo e se ne trae la sensazione di un’angosciosa bellezza che chiama incessantemente le creature a pronunciarsi: la poesia non potrebbe essere altro che canto per Federica, essenza del proprio vivere, partecipazione e adesione al mondo per il tramite del mezzo più immediato e libero che si possiede: la voce, unione del canto con la passione dell’animo, la libertà del mondo che si incontra con quella dell’uomo, delle labbra, dell’apparato fonatorio che vibra all’aria emettendo un suono, risuonando un lamento, un inno, una preghiera, modulando note armoniche, melodia, canto.

Federica canta, canta la passione, la passione per se stessa, Federica intona la sua canzone come assoluta voce e per dovere: cantare è dovere al mondo, se dobbiamo qualcosa al mondo è il canto, atteggiamento libero e liberante, liberatorio, gioioso, pieno, che risarcisce il mondo e lo esalta, lo esperisce, lo compie, sottraendolo al nulla. La risposta al vuoto è il pieno, il pieno di amore e di gioia, l’oltranza, il donarsi completamente, l’annullarsi nel canto, per celebrare il sogno dell’indeterminatezza che è in noi e nel mondo: quindi anche una sfida, una gioiosa provocazione al Dio Creatore -Creatore di insufficienze, di esseri vaghi e indeterminati, Dio dell’incompiuto- in attesa che voglia perfezionare la Sua meravigliosa orecchiabile opera sinfonica e sintonica, sinestetica, simmimetica, poeticamente cantabile. (Massimo Pamio)

Federica Volpe nasce e vive in Brianza dove invano cerca ancora di spacciarsi per autoctona. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere nel dicembre del 2013 e, se capita, scrive. Venticinquenne già pentita della carta stampata, cerca di dedicarsi alla sua poesia in segreto, e di valorizzare ciò che scrivono gli altri. Ha collaborato e collabora a vari progetti poetici, cercando in poesia esperienze e amicizie che solo la poesia sa dare. E’ di recente uscito “Parole per restare” (Raffaelli Editore), con una testimonianza di Franco Loi. 

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Shiva Guerrieri: Luci dal fondo


Poeti d'Abruzzo

Recensione al libro Luci dal fondo (2016, Portofranco) di Shiva Guerrieri a cura di Dimitri Ruggeri – “Andrò in giro da solo e mi troverai sbattuto / in qualche bar fottuto /imbottito di veleno e fragilità”. Potrebbe essere sintetizzata in questi tre versi, tratti dalla poesia “Fragilità e veleno”, la tensione emotiva e poetica dell’intera silloge. Rabbia, amore, gelosia, amicizia e introspezione sono alcuni dei temi che caratterizzano questa sorta di canzoniere empatico a ritmo di beat.

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SE L’AMORE RESISTE di Massimo Pamio


SE L’AMORE D’UN POETA RESISTE di MASSIMO PAMIO

Nell’ultima raccolta, “Non ritorni”, Antonio Spagnuolo perviene a una chiarità del discorso letterario, a una effabilità eloquente, a una dicibilità effusiva e sincera, che privilegiano la comunicatività e la dialogicità, sebbene si riscontrino numerose complesse ardite soluzioni sperimentali, che ostentano ancora l’attenzione per l’espressività, per la simbolicità, per la cripticità, per la ricerca astratta, polisemantica, d’avanguardia. Spagnuolo è poeta del laboratorio, instancabile operatore della parola, sempre sottoposta a una serie di rivolgimenti, trasformazioni, incisioni, poeta di “ultra e di transavanguardia”, che “azzera il linguaggio di semantemi inusitati e di altre imprevedibilità”, (così scrive Mario Pomilio nell’introduzione a Candida, una delle prime raccolte), poiché mira all’informale, non alla sintassi, influenzato dal pensiero filosofico e psicanalitico, da Lacan, che definisce l’inconscio una “parte del discorso concreto” (negli Ecrits, ediz. Seuil, p. 799), inconscio come sistema di lettere che, interagendo col discorso conscio, ne schiuderebbe lacune e falle, tracce di iscrizioni patologiche sul corpo, ricordi d’infanzia già censurati, vocabolario e stilemi individuali, sintagmi e movimenti  che si trasformano in leggende, in miti per veicolare la storia individuale; per Spagnuolo la poesia, una volta liberata del poetese, del sentimentalismo e della banalità del discorso quotidiano, dovrebbe interrogare gli ipogei del sottosuolo mentale, per comprendere i meccanismi situati all’origine delle azioni linguistiche o dei comportamenti razionali che nascondono. La soggettività non sarebbe fonte o causa della poesia (o della scena poetica) bensì una funzione della stessa, in grado di esprimere o manipolare sintagmi sfuggiti all’inconscio. Questi presupposti logici e critici, perseguiti fino in fondo da Spagnuolo, vengono abbandonati in “Non ritorni” per un’urgenza del dire, per la necessità del racconto. Spagnuolo è preso qui dall’evento della scomparsa recente della compagna fedele della sua esistenza, travolto da quell’assenza che presentifica ogni ricordo, ogni istante e lo riconduce a una sola ossessione: “Ora frantumo lo specchio che deforma/ la mia immagine di vecchio/ e finisco nell’ossessione della tua assenza”. “Non ritorni” è poesia del Dolore, d’un dolore sommesso, continuo, dignitoso, che si configura nello schema della poesia senza mai concedere alcunché alla retorica, senza esporsi mai al rito consolatorio. Non conosce tregua il dolore, che si ripete verso per verso, rende affannoso il respiro e la lettura del testo anche quando l’autore chiede con delicatezza: “Lasciami ancora uno sguardo/ nei giorni in cui non trovo più parole”, un attacco commosso, commovente, che induce al pianto. Prima tutto era vivo: “Le rondini avevano il girotondo/ delle vertigini improvvise,/ e le ombre trattenevano il sole”. La poesia più che terapia è giaculatoria disperata, un nominare forsennatamente l’assenza, l’assenza dell’amata, un definire i contorni di una vita improvvisamente divenuta “senza fantasie” giacché “dilania il petto”. Restano i ricordi, sullo sfondo del meraviglioso golfo napoletano, che qui non è stereotipo, perché non stempera il dolore, dolore che rinnega perfino il libro: “Andavi nelle stanze tra i riflessi del sole/ a portare le ultime magnolie/ e rallegravi pareti./ Il richiamo non ha più il tuo nome/ nel logorio del libro che rinnego/ pagina dopo pagina”. L’ambiente è comunque quello dorato scintillante di luce, incanto che è divenuto tragico sfondo dell’illusione, dell’angoscia, della solitudine, del pianto. La speranza è tutta in “un improvviso bagliore” nel miracolo di un fugace ritorno dell’amata: “L’armonia di un attimo/ che ritorni al destino (…)/ e rinchiude nel dubbio il desiderio/ di un improvviso bagliore”. La preghiera si fa invocazione: “Ritorna un momento ancora/ e le mie stanze brillano di gioventù”. Il timore è che il poeta perda perfino memoria della sembianza dell’amata: “Non si cancella l’amore che mi hai donato/ e mi perseguita ancora il tuo respiro/ anche se ormai scompare nel golfo il tuo profilo”. Solo lei conosce la verità: “Se esiste l’amore oltre la morte tu lo sai”. Un’amarezza senza fondo per un’assenza che dilania: “Soltanto una chimera? Sessant’anni/ svaniti nel volgere di uno sguardo/ quasi per gioco, schiocco di frusta/ nel bianco consueto della luna/ perla del dubbio inaspettata”. Un canzoniere d’amore in assenza, disperato, tragico, che non s’arresta, flusso costante, un fiume di dolore che assurge simbolicamente a monumento perenne eretto da Spagnuolo alla donna amata.

In queste ultime dolorose raccolte, il processo intentato alla parola per motivazioni filosofiche e poetologiche si arresta, si spegne, si traduce in una nuova concezione. La parola non è più luogo d’un dissidio, d’un conflitto tra conscio e inconscio, tra significato e significante, punto di disaccordo tra la catena dei significanti e quella dei significati, tra simbolo e senso. Alla parola non viene chiesto di far apparire quello che è nascosto nella nostra profondità, bensì di farsi testimonianza viva, canto melodioso, filo che si tenda al massimo per andare a riconquistare la presenza, a rivendicarla come un assoluto. In questo senso, la parola diviene una modalità dell’essere, un modo della vita di manifestarsi, segno proprio ed efficace della creatura umana. Un tentativo della creatura di adeguarsi alla vita che non conosca soluzione, che sia in qualche modo espressione continua, “inestinguibile”. Segno che si prolunga e si affida ai segni degli altri, li contiene, li trasmette, li modifica, li salva, li rinnova, li trasforma, li completa, li azzera. Segno tra i segni, segno di segni, la parola è una proprietà della vita, un aspetto del suo essere presenza, perdita, testimonianza, promessa, speranza di un’ulteriorità ma anche fine, consumazione, limite. La parola è il contenuto dell’amore e del dolore, contenuto e contenente, un aspetto di ciò che di più generoso la vita può concedere alle creature, per un incanto che ha a che fare con il Mistero dell’Assoluto, di un Dio che si nasconde dietro ogni enunciazione.

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