Il “fantastico” nella lettura di Maria Elena Cialente (di Vito Moretti)


Il “fantastico” nella lettura di Maria Elena Cialente

Recensione di Vito Moretticontent

 

La questione a cui orienta con il suo nuovo libro Maria Elena Cialente (L’altro e l’assente. Fantastico italiano del Novecento, Chieti, Solfanelli, 2017) è come interpretare oggi il genere del “fantastico” e come esso si mostri nell’atto concreto della scrittura narrativa.

Gli autori del Novecento, studiati appunto dalla Cialente nella sua ampia e intelligente monografia, ricorrono spesso al “fantastico” e utilizzano le modalità che la recente storiografia letteraria riconosce a tale genere, cioè i romanzieri hanno recuperato e danno oggi vigore, nello specifico, al pensiero magico e primitivo, vale a dire ad un sentimento di sacralità e di trascendenza con cui essi leggono il mondo – la realtà complessa degli uomini – e tentano di scendere nelle profondità del sociale e di cogliervi i tratti più problematici, i sistemi di valori e le proiezioni più significative.

Ma – detto ciò – resta ancora da chiarire cosa sia il “fantastico” per gli studi che sono venuti a consolidarsi dal secolo XX ad oggi, e perché, poi, il “fantastico” sia diventato così rilevante negli usi della narrativa contemporanea.

Si può allora asserire, intanto, che il “fantastico”, benché se ne scriva anche molto, resti a tutt’oggi poco codificato, non conoscendo, infatti, il rigore con cui si delimitano gli altri generi (o sottogeneri) che sono derivati da esso (come, ad esempio, l’horror, il giallo, il fantascientifico, ecc.); sicché, di fatto, il genere “madre”, per effetto della larghezza e genericità dei suoi codici, si presenta con un alto grado di contaminazione, poiché si può rinvenire al suo interno una combinazione – anche casuale – di fantasy, di magismo, di metarealtà, eccetera. E perciò, il discorso fantastico, a causa di questa sua non rigorosa e persino elastica convenzionalità, si è orientata via via ad un’apertura di orizzonti e ha interpretato, in tal modo, il volto caotico e inquietante della modernità, e – allo stesso tempo – ha sostenuto il desiderio di evasione dell’immaginario, il proposito di non sostare alla superficie delle cose, l’impegno a farsi audace e intrepido. Sicché, sotto la spinta di questo procedere, l’intelletto ha scoperto che la realtà è uno spazio con mille buchi, anzi uno spazio popolato da ripetute negazioni, da innumerevoli inganni o, anche, da vuoti e persino da bui e da geli.

Tutto questo ha generato nell’autore (e, di riflesso, nel lettore moderno-contemporaneo) un pensiero problematico e critico e, insieme, un approccio al reale incentrato sull’idea di precarietà, così la produzione fantastica del Novecento ha scoperto e fatto proprio il principio secondo cui la condizione dell’uomo (dell’io) è un guadagno temporaneo, instabile, transitorio, esposto permanentemente al dubbio e alla revoca; si vive, dunque, di continuo sull’orlo di un abisso e sulla percezione di ciò che manca, cioè di un’assenza (che spiega anche il titolo del libro di Maria Elena Cialente).

La produzione fantastica, quindi, come avevano già intuito Calvino, Eco, Buzzati, ma anche Todorof, Lacan, Nodier, ecc., contiene un’istanza gnoseologica (conoscitiva) che predilige – talvolta in forma implicita, altre volte in maniera esplicita – i grandi interrogativi dell’uomo, le domande sulla vita, sul destino, sull’essere, ecc., insieme al senso del mistero, alla pregnanza della metafisica e all’idea che non si possa spiegare l’universo – quel che esiste – con strumenti puramente razionali: c’è, insomma, un al di là del dicibile che non solo conta, ma che forse ha più senso dell’al di qua.

Occorre, dunque, avere respiro e pensare sempre che c’è una scala, una possibilità in più fra l’esplicito e l’implicito, fra il denotato e il connotato, fra l’esibito e il sottaciuto (come scrive assai bene Maria Elena Cialente), e fra gli schemi – aggiungo – della realtà e della coscienza, dell’io e del tu, dell’individuale e del collettivo, e persino di ciò che si ritiene possibile e di quel che si giudica impossibile: in un movimento che nessuno (né l’autore, né il lettore, né il critico) può pretendere di circoscrivere o di arginare, per effetto anche delle “spinte” operate proprio dal fantastico.

È, del resto, in virtù di questi aspetti – scrive giustamente l’autrice nel suo libro – che un’opera letteraria può recare una molteplicità di elementi significativi e può essere consegnata alle nuove generazioni, nonché continuare a “dire” cose perspicue anche dopo secoli.

Un lavoro, dunque, questo di Maria Elena Cialente, che reca chiarezza sulla vicenda letteraria e creativa delle stagioni più recenti e che offre un insieme di attente riflessioni, su un genere che ha reso possibile la scrittura delle più importanti opere della nostra tradizione novecentesca.

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Un libro da Dio: Due come loro di Marco Marsullo


Un libro da Dio: Due come loro di Marco Marsullo

(di Massimo Pamio)

 

Se si eccettuano il film “Una settimana da Dio” di Tom Shadyac e qualche incursione (una, non propriamente letteraria, En attendant Godot di Samuel Beckett, altre passate sotto silenzio, come un romanzo di Giacomo Sartori) nostro Signore Dio non compare mai come protagonista di un romanzo. A colmare questa lacuna, interviene Marco Marsullo che, in Due come loro, (Einaudi, Torino, 2018, pp. 202, euro 17) rompe ogni indugio eleggendo addirittura a protagonista non solo Dio, ma anche il Diavolo e una messe di loro aiutanti, uomini e donne ingaggiati al servizio dell’uno o dell’altro.

Se il Diavolo è stato sempre al centro dell’attenzione letteraria, dal Faust di Marlowe al Mefistofele di Goethe, ai romanzi noir di M.G. Lewis (Il monaco), di C. R. Maturin (Malmoth l’errante), se addirittura ci si è interessati alle memorie del diavolo o si è andati a scartabellare tra le sue carte (F. Saulié, J. F. Richter), se il diavolo è stato perfino immaginato nelle sue fattezze fisiche (il diavolo zoppo di Lesage), in pagine immemorabili (da quelle di Folengo, Pulci, Milton, Blake, Machiavelli, Byron) descritto nelle sue passioni, come il diavolo in amore di Cazotte, fino a diventare un’ossessione per molti russi, da Lermontov a Derzavin, se si sono descritti personaggi satanici (come Saint Fond di De Sade), dobbiamo ammettere che Belzebù è una vera e propria leggenda letteraria, un’icona, una stella della letteratura mondiale.

Perché questo? Il diavolo è il nostro vero prossimo, che condivide con l’uomo la caduta, il peccato, il vizio, un comune destino, impervio, angoscioso, oscuro, insomma, infernale, tanto da farci ipotizzate che il diavolo sia, nella letteratura, nient’altro che una proiezione della figura umana, un dio eletto a immagine e somiglianza dell’uomo. Tutta questa fratellanza, questa comunanza di intenti e di interessi invece, lo scrittore di romanzi non la spartisce con la figura di Dio, sentito troppo distante, intoccabile, onnipotente, incapace di commettere errori, colpe, reati, indifferente a vizi e a virtù, al di sopra delle cose, degli uomini e di ogni sospetto.

Non è così. Dio, sostiene Marsullo nel suo romanzo, Dio è uno di noi, indossa camice hawaiane, ascolta musiche latinoamericane, si diverte a ballare con stile, a bere cocktail. Sempre impeccabile, profumato, i capelli tenuti da un codino, carismatico, dotato di un fascino tremendo, grande seduttore, si comporta come un edonista ricco e senza pensieri. Ecco il Dio che governa la terra poco celeste di Marsullo, a cui si oppone un Demonio brutto ma elegante, cinico ma comprensivo e forse anche simpatico, più raffinato di Dio.

Tutto è ineluttabile nel confronto conflittuale denso di colpi bassi che si svolge quotidianamente tra i due Signori del Bene e del Male impegnati a disputarsi le anime degli aspiranti suicidi, dove si inseriscono gli aiutanti, e tra questi il vero protagonista della storia, Shep, che conduce un pericoloso doppio gioco, in qualità di aiutante sia di Dio sia del Demonio.

La storia molto intricata e intrigante non può essere riassunta, per non togliere al lettore il piacere delle carambole a sorpresa a cui assisterà: funambolico Marsullo, che si affida come Bulgakov (Il Maestro e Margherita) e Hjortsberg (Falling Angel, Ascensore per l’inferno) al susseguirsi di trovate a ripetizione che non fanno tirare il fiato nemmeno un istante al lettore, ponendolo di fronte a dei quesiti filosofici: ed è di questi che ci interesseremo.

Le questioni centrali del romanzo concernono lo statuto del bene e del male. Esiste un equilibrio tra di loro? Può l’uomo favorire il bene, evitare il male?

Sono queste le interrogazioni a cui Marsullo sottopone la travagliata coscienza del personaggio Shep, intrappolato in una serie di situazioni che gli suggeriscono l’idea secondo cui il male non sia evitabile, neanche quando a svolgere il ruolo di sapienti ci sono due straordinari filosofi come Dio e il Demonio e addirittura uno psicanalista-artigiano amico e compagno di scuola di Dio, Poggini.

Insomma, non si può cambiare se stessi, perché il destino è segnato, e l’uomo non possiede le capacità di rovesciare i colpi della sorte, troppo ben congegnati dai due Padroni del Tempo. Shep non è capace di cambiare se stesso perché non ha mai conosciuto persone che si sono redente. Forse, e qui mi permetto di impersonarmi in Dio e nel Diavolo, Marsullo non è entrato mai in un carcere, dove I peggiori delinquenti si pentono e scontano la loro pena cambiando loro stessi.

Contrariamente a quanto pensa Shep, la salvezza è dunque possibile, a mio avviso, ed è molto vicina a noi, più vicina di quanto pensiamo, perché il bene è più attivo, dinamico e flessibile del male. Unico neo del bene è quello di non fare “spettacolo” in una società che invece lo richiede per legge. Oggi il bene è ritenuto soltanto il “negativo” del male, l’altra faccia del male.

Shep vuole fare del bene, ma non ci riesce, e se lo compie lo fa in un estremo atto di generosità che lo trascende e ne sublima la miseria, in un sacrificio di cui non si accetta le conseguenze.

Il finale, però, non poteva essere a favore del bene, non solo avrebbe creato un happy end scontato, ma soprattutto non avrebbe fatto riannodare tutti i fili della vicenda romanzesca. Il male è il vero generatore di questa trama romanzesca: Marsullo quali colpe addossa ai suoi personaggi per causare loro questo Male? Quale senso di colpa lo attanaglia nei confronti di queste figure di pezza? Qualcosa trapela, come se l’autore si fosse voluto liberare di un peso, forse il fatto di aver lasciato la propria ragazza e di averne ancora il sapore dolce nella mente. Perché poi di questo realmente nel romanzo si tratta: dell’amore, l’unica verità posta al di là del bene e del male, che governa ogni vicenda e si rivela crudele soprattutto nei confronti dei più stretti seguaci. L’amore, l’unica passione la cui energia non riusciamo ancora a depotenziare. L’immenso carico che la passione amorosa occupa nella vita d’ogni persona è insostituibile, ce se ne può liberare soltanto compiendo un gesto estremo, attraverso la ribellione. Ecco che cosa preconizza lo scrittore Marsullo: la rivoluzione del singolo contro l’oppressione, lo strapotere del sentimento, contro la schiavitù a cui ci costringe. Di quale amore poi parliamo se  –è lo stesso Dio a confessarlo- Adamo era gay. Sì, la vendetta peggiore che Dio poteva esercitare contro la sua creatura era quella di spifferargli in faccia la verità sulla sua origine, una verità terribile, che riduce all’impotenza il primo capostipite dell’umanità. Aspra vendetta, soprattutto nei confronti della “mascolinità”, di quel complesso ultraedipico assoluto che il maschio patisce per tutta la vita. Il rivelare che probabilmente il peccato originale risieda nel fatto che gli uomini siano tutti figli di un omosessuale diventa anche uno schiaffo morale per la coscienza sessista del maschio. Inoltre, spiega il motivo per cui i gay, oggi costituiscono le lobby più potenti della terra, ovvero perché gli impotenti sono arrivati a rivestire la massima potenza del pianeta: sono favoriti da Dio.

L’autore irride le paure umane, ma sembra farlo alle nostre spalle. La più forte, tra le paure, è quella del passato, del tempo che non si può più modificare, che segna la vera condanna perché inappellabile. A giudicarci non sarà Dio, cui forse non importa tanto del nostro comportamento, bensì il passato, che ci stringe in una morsa di consapevolezza dalla quale non riusciamo a liberarci. Possiamo perdonarci tutti i nostri difetti e i nostri vizi, ma non le colpe e gli errori che abbiamo commesso nel passato e che ormai non possiamo più redimere. Né Dio né il Demonio possono salvarci da questo abisso incontrollabile, che finisce per occupare il nostro inconscio e per torturare la coscienza, ogni giorno. Possiamo sfuggire a tutto, ma non al nostro passato, che può ripresentarsi per fare i conti con noi quando meno ce l’aspettiamo. In una società come la nostra, dove regna la superficialità, l’urlo del passato può travolgerci, perché non siamo preparati a interrogare noi stessi, ma ad affidare la nostra vita alla sicurezza protettiva che la società crea per noi giorno dopo giorno: finché dura!

L’ultimo romanzo di Marco Marsullo rappresenta l’opera della maturità del giovane scrittore napoletano, che io definisco il Mark Twain italiano, per la sua vocazione al picaresco e all’umorismo, doti introvabili nel panorama letterario italiano, ma anche per la sua innata propensione alla versatilità, nonché per la sua mancanza di provincialismo.

Favola moderna, Due come loro a partire dalla imitazione dei classici (Bulgakov, Oscar Wilde, Goethe, Mister Hula Hoop dei fratelli Coen) e dalla ironica rivisitazione dell’hard boiled americano, rivela uno stile autentico, fresco, audacemente marsulliano.

Einaudi deve puntare su questo libro per il Campiello o per lo Strega e su una traduzione in inglese efficace, perché Due come loro ha tutte le qualità per riscuotere un consenso che si trasformerà molto semplicemente in un successo internazionale.

 

 

 

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MANCANZA-PURGATORIO: IL FILM NON SCRITTO DI STEFANO ODOARDI


Mancanza-Purgatorio è il secondo film di una trilogia ideata dal regista Stefano Odoardi, in cui si assiste al viaggio verso l’ignoto di una nave cargo: a bordo, un Angelo guida un gruppo di persone verso una possibile salvezza, fino all’approdo, al ritorno verso l’isola da cui erano partiti, dopo una analisi della loro condizione, esemplificata in brevi monologhi attraverso il rifacimento di testi tratti dall’Odissea di Omero, dalla Poesia ininterrotta di Eluard e da Song di Allen Ginsberg.  Produzione italo-olandese, realizzata con il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission, del Comune di Cagliari e della Regione Sardegna, con il montaggio di Gianluca Stuard e le musiche di Andrea Manzoli, il film è girato in bianco e nero, e dura 84 minuti.

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La sensibilità di un cineasta non sempre è percepibile, perché a nascondersi dietro l’immagine si diventa invisibili. Il nascondimento che Odoardi ha scelto per rappresentarsi è però quello di chi si acceca per essere fonte di nuova capacità visiva per l’altro, per fargli incrinare lo sguardo della quotidianità. Un procedimento simile a quello della moscacieca, di un gioco infantile, che ha a che vedere con bende sugli occhi, con l’abilità di riuscire a prendere un altro –l’altro, qualsiasi altro- nonostante la forzata transitoria cecità.

Ecco, lo sguardo di Odoardi ha a che fare con la benda visiva del film, con l’oggettivazione della relazione del giocatore che deve catturare il corpo dell’altro facendo leva sulla propria scelta di una obbligata cecità. Rasentare la cecità, attraversarla, significa diventare capaci di vedere, in grado di nascondersi dentro una limitazione patita e dolorosa per rinascere alla visione, rendendosi invisibile a se stesso e agli altri. Il bambino che gioca a mosca cieca impara che a occhi chiusi non si diventa invisibili agli altri, semmai è il contrario. Egli si affida alla propria capacità di sentire e di vedere con il corpo, con il tatto, di vedere attraverso la benda, di fare del proprio corpo un solo occhio, ma anche una struttura percepiente, adescatrice delle immagini che si agitano nelle profondità della nostra inabilità. Si scopre così il proprio orizzonte interiore, che può andare al di là di quello che ci circonda.

Odoardi ci aiuta a vedere al di fuori delle pastoie dell’immaginario sociale, a liberarci del fatto che vedere è oggi vedere un’idea, un fatto sociale, culturale, una realtà codificata dal sistema produttivo ed economico, soprattutto.

Non so se vi è mai capitato di leggere in silenzio una poesia con il timbro e con l’inflessione della voce del poeta stesso, ma sicuramente avrete recitato la battuta di un film con la voce e l’espressione dell’attore; ebbene a me è accaduto di vedere il film con gli occhi di Stefano, con uno sguardo che accarezza l’immagine, lo sfiora, trasformando la sensazione visiva in quella tattile; vedere è cercare di trattenere con i polpastrelli, di fare della pellicola della visione la propria pelle, di trasformare l’impalpabile in palpabile.

Vedere è graffiare il proprio occhio, è sezionarlo per trovarvi l’inganno visivo, e questo film è un graffio continuo sulla pelle e sull’iride, ma anche un riportare tutto al graffio sul volto dell’angelo- Angelique (l’attrice italo-francese protagonista, Angelique Cavallari) che ci contagia con questo graffio, come se il graffio fosse una malattia contagiosa.

Il contagio è a fin di bene: bisogna cercare di accecarsi per tornare finalmente a vedere la bellezza, che sta per scomparire dall’orizzonte del nostro vedere. Solo un graffio sull’iride ricevuto per contagio (il contagio come una grazia!) potrà salvare la bellezza.

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Il cinema è falso movimento, e questo falso movimento va irreggimentato, va controllato, riscritto, ma la riscrittura non è più possibile attraverso la macchina, occorrono mezzi ben più raffinati per ottenere il “movimento”, mezzi che la tecnologia offre: negli studi di montaggio è possibile ottenere l’eterno richiamo della risacca che si infila nelle corde di un violoncello amplificato nei bassi improvvisi che scheggiano l’udito. Su tutto, aleggia la dimensione incorporea del mare ottenuta con l’evidenziazione della grana, vera unità della pellicola filmografica, che torna a ossessionare con la sua obsolescenza col suo fantasma la cattiva coscienza del regista ultramoderno. Sofisticata, resa impalpabile, l’immagine offre il senso d’una accorata nostalgia del corpo freddo dell’angelo -la sua energia è algida, che può dar vita a una storia epica e romantica nello stesso tempo, in cui i container, i tubi, i portelloni, scoprono i nervi di un mondo meccanico, in cui gli artisti come Odoardi fanno vibrare le ombre inesauste della visione, consapevoli della loro sparizione, ovvero della sparizione dell’arte del cinema dalle sale. Il suono della bellezza torna come un fantasma o una forma di nostalgia nell’angelo – Angelique Cavallari è una musa, anzi una venere che trasporta con sé, impersonati dagli attori di strada del quartiere S. Elia di Cagliari, le ultime vestigia del bello, grazie a pensieri sulla propria condizione di umani.

Il film diventa così una denuncia sociale: il nostro mondo ci priva di una base fondamentale, ci impedisce di parlare della condizione del nostro esserci, ma ci suggerisce anche che l’uomo non è più un animale mimetico ma è attualmente un animale cinematico.

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Infine, un’altra riflessione a cui sono giunto guardando con gli occhi di Stefano: nella società oscena dello spettacolo analizzato da Debord, vedere di essere veduti diviene una paura che ci attanaglia e che ci impone scuri occhiali da inforcare anche quando non c’è il sole, e che spinge i giovani a uscire solo di notte, per sfuggire alla tracotanza delle immagini, all’eccesso del vedere, per salvarci deve intervenire un angelo che ci invita nel luogo ignoto al fine di rivelarci, aprendo sportelloni, entrando nei container del nostro immaginario indotto dal sistema culturale, che in fondo a tutto questo c’è ancora l’immagine, un’immagine che ci libera e ci rende ancora capaci di intuire, attorno a noi, dove si nasconde e in quali anfratti dimenticati, la bellezza, e quale volto essa ha assunto.

Odoardi è anche un artista, il film viene da lui così presentato: “film non scritto (…) ricerca delle immense possibilità del linguaggio cinematografico. Non scritto significa che è un film che nella sua costruzione non ha mai visto una parola scritta per rappresentarlo. Ho lavorato con costanza su una serie di acquerelli informali in bianco e nero che sono poi diventati l’effettiva scrittura per immagini del film.(…)”. Gli attori di strada hanno poi avuto spazio libero per interpretare se stessi e la loro ricerca di salvezza, in un work in progress, in un film-verità che viene poi rielaborato in fase di montaggio e di sonorizzazione.

Gli acquerelli sono stati esposti a Cagliari, in una mostra dedicata al pittore (oltre che regista) Stefano Odoardi.

Un film da non perdere, visionario, magico, a cui dovrebbe essere assegnato un riconoscimento importante, per il suo notevole valore.

(MASSIMO PAMIO)

NELL’ANGUSTA VALLE DI MANDORLI – Clara Di Stefano


Pubblichiamo, per gentile concessione dell’Autrice, alcune poesie di Clara Di Stefano. Buona lettura!

Clara Di Stefano è nata ad Acciano (L’Aquila), vive a L’Aquila dove ha insegnato Filosofia e Psicopedagogia nelle scuole superiori.

Nel 1996 pubblica Samara d’olmo, “…un canzoniere di rara sensibilità, per la freschezza emozionale e per l’autentica ricerca poetica…”(Antonio Piromalli).

Nel 1999 vede la luce, con la stessa casa editrice, A mani nude “…una catarsi emotiva… che sembra ubbidire all’imperativo nietzschiano: – scrivi col sangue-”(Liliana Biondi).

La sua terza silloge Sull’orlo del giorno, vincitrice del Premio Libero De Libero, è in via di pubblicazione.

Ha conseguito numerosi e prestigiosi riconoscimenti.

Sue opere sono state pubblicate su riviste e antologie.

Cinque suoi testi dedicati all’infanzia sono stati musicati da maestri del Conservatorio di Trento.

 

 

Batte canto d’assiolo

Batte

canto d’assiolo

sulla pagina del giorno

che chiude in orosangue

sul Sirente

 

Signore dell’assenza

Viandante di cammini infiniti

più Ti cerco e più Ti celi

 

forse

il senso di questo mio frugare

a mani nude

nei roveti del Tempo

 

il cuore dell’attimo che sfoglio

è tutto qui

nel mio affannoso cercarTi

e nel tuo celarTi infinito

 

batte

canto d’assiolo

sull’ala della sera

che plana sulla valle

 

inquieta la vena sussulta

percorsa dall’urlo del treno

che corre

che corre

sull’orlo del giorno

 

 

Torneremo insieme

Torneremo insieme

nella mia angusta valle

di mandorli gemmata

murata

da crinali brulli

e lucidi querceti

dove

a fatica s’incunea

il nastro sfatto

dell’Aterno

 

il cielo

per noi

già prepara

tripudio d’aquiloni

sul ventaglio argenteo

del Sirente

 

ma come dirti

del sentiero aspro

delle greggi

che risalii

bambina

nelle albe terse

risonanti di belati

 

come dirti

del campo da mietere

rimasto solo

fra le stoppie

troppo grande

per una donna

e una bambina

 

come dirti

dei quaderni

con la carta scura

dei libri sbrindellati

di terza e quarta mano

pagati

con sudore amaro

di miniera

 

come dirti

che non mi dà pace

la fatica della madre

vista invecchiare

troppo presto

 

come dirti

amore

come dirti …

 

mi ci volle

umiltà di timo

e tenacia di ginestra

per crescere

in quel grembo avaro

dove

perfino le preghiere

suonavano

dure

più delle bestemmie

 

ma torneremo

torneremo insieme

nella mia angusta valle

 

il cielo

per noi

già prepara

tripudio d’aquiloni

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3D o non 3D? di Gilberto Cristofoletti


Una risposta alla discussione sulle tecnologie applicate alle arti, leggete e commentate questo saggio “sgarbato” e bizzoso del professor Cristofoletti.

 

Egregio Dottore, mi chiamo Gliberto, sono un frequentatore del suo pregevole sito, e un appassionato di Storia dell’ Arte (insegno in un noto istituto di Ferrara), dove peraltro vivo. Le scrivo per dirle che sono parzialmente d’ accordo con lei, e mi permetto di esporre subito la ”pars construens”  di ciò che ho apprezzato del suo articolo la naturalezza con cui celebra la natura. Ma da qui a dire che il 3D non possa esaltare la natura, la naturalezza, il naturismo e quant’altro mi trova in disaccordo assoluto (Pars destruens), nella misura in cui, come già diceva Giordano Bruno, il mondo è una “natura maturata”, e l’ arte, dal pennello a Instagram,  ha il dovere di esaltarla in tutte le dimensioni e posizioni possibili. Lei dice che la mostra in 3D su Caravaggio non le è piaciuta, mi può trovare d’accordo, le ombre di Caravaggio tridimensionali possono essere alquanto inquietanti e, nel loro essere difformi dal principio dell’ ambivalenza chiaroscurale, fortemente antiestetiche in 3D. Ma ormai l’arte è artificio, lo diceva già il grande e da lei sicuramente conosciuto Desesseintes di Huysmans. Ma che senso ha preoccuparsi della natura se anche un corpo di donna può essere reso nelle irresistibili forme di una bambola? E all’ epoca i sexy shop non erano stati, non so dire ancora se purtroppo o per fortuna, ancora inventati. Fatto sta che è da questo atroce presupposto che nascono i principi della robotica, nella misura in cui possiamo essere d’ accordo con Alec Ross quando nel suo recente “Il nostro futuro“ ( Feltrinelli 2016), ci dice che che ”bisogna essere elastici nella permanenza dei dati”, insomma dobbiamo abbattere  i taboo legati alla paura che vieta il senso del gusto e dell’ accesso alle cose belle. Siano esse legate alla Letteratura, alla  robotica, ormai prossima ventura, o al 3D, che lei demonizza in maniera atroce!

Non voglio fare lo Sgarbi della situazione, ma lei si comporta nella sua sacrosanta ”sanità  conservatrice”  da integralista del secolo scorso. La prego  non faccia il purista e il talebano dei vari Duchamp, Kandinsky e Schiele  quali opere non apprezzabili nell’ ottica del 3D o di altre forme  tecnologiche che hanno solo il torto di esaltare nel bene e nel male ciò che l’ occhio nudo non riesce a vedere. E in ogni caso c’ è una forma d’ arte che più di ogni altra si presta all’uso delle tecnologia: il nudo.

Vorrei vedere se invece che alla mostra di Michelangelo in 3D si fosse trovato alle prese con le riprese di una performance di “Naked Yoga”!

 

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SUL SENSO DELL’ESTETICA, OGGI di ANTONIO ZIMARINO


Antonio Zimarino commenta l’intervento precedente di Massimo Pamio dal titolo “L’artificio per l’arte” con un saggio di chiara e sapiente riflessione.

Sostanzialmente condivido ma esprimo alcune considerazioni. Io ho visto la mostra multimediale su Caravaggio ma in una condizione molto particolare: ero nel salone di Venaria Reale da solo con le mie figlie. Sarà stata l’ora o chissà cosa, mentre ero li non è entrato quasi nessun altro

Da solo, in uno spazio vuoto assoluto. E tutto il resto. Da amante di Caravaggio (chi non lo è?) ogni particolare, ogni situazione o suono mi ha portato “dentro” di me, dentro le conoscenze che ne ho e che ho potuto condividere con le mie figlie. E’ stato un momento forte, meditativo, pressoché assoluto. Una produzione “commerciale” spettacolaristica, esagerata, ha effetti diversi in contesti e soggetti diversi.

D’altronde quello che tu dici è verissimo. Spettacolarizzazione (siamo o non siamo tutti dentro la profezia debordiana?) eccitazione, frammentazione, percezione svincolata dal senso storico,  imbellettamento etc. etc.

La domanda che mi pongo è quindi la seguente: il problema è ciò che vediamo o come lo percepiamo? Fa bene Tomaso Montanari, facciamo bene noi tutti ad essere contro l’idea di cultura come “circo barnum” che produce spettacolarizzazione e specchietti. Ma la Venezia “da bere” e dei transatlantici dentro Piazza S.Marco non è la stessa cosa? La duecentesima imperdibile mostra degli Impressionisti, non è la stessa cosa? L’abnorme parco giochi della Biennale, non è lo stesso?

Il problema forse non è in cosa vediamo ma in come lo percepiamo, in come pensiamo la cultura. Oggi essa è “giacimento”, pretesto per l’indotto di B&B e ristoranti tipici, per alberghi, cartoline, biglietti, poster, magliette e merchandising. Il problema è nell’aver sottratto all’arte il suo senso. Guardiamo e non sappiamo perché dobbiamo, per cui colmiamo il vuoto di senso col pieno e l’eccesso dello spettacolo. E’ lo stesso concetto del Barocco. Non so cosa dico, ma lo dico bene, Non so cos’è ma “mi piace”, mi emoziona.

Si è tolto il senso all’estetico, si è di nuovo separata la forma dal suo senso. A causa di cosa? Abbassamento di livello culturale, unico strumento per evitare che il destinatario di un prodotto/messaggio diventi esigente riguardo i prodotti/messaggi che gli vengono offerti da consumare. Il problema penso che sia “culturale” e in conseguenza “politico” nel suo senso più nobile. Bisogna tornare a chiarirci che funzione ha la “cultura”, cosa è, come la si legge. Bisogna ridare gli strumenti base per leggere oltre e attraverso lo “spettacolo” oltre e attraverso il “puro estetico”.

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Ma chi vuole farlo? Oggi se voglio fare una mostra d’arte ho bisogno di capitali ingenti:

Punto 1) lo Stato agisce nella logica del mercato come il privato e non seleziona necessariamente e obbligatoriamente i suoi contributi sul piano “culturale” ma ha il bisogno economico di sfruttare il “giacimento”. Lo Stato Italiano non ha idea di cosa significhi realmente economia della cultura (diversa la situazione altrove, nonostante che in Italia ci siano luminari del settore, che ovviamente, lavorano all’estero)

Punto 2) Lo Stato non investe realmente su scuola e formazione: spinge alla banalizzazione, alla riduzione, alla selezione. Non ha più tra i suoi criteri l’offerta di formazione libera, umanistica, indipendente e di massa. Al contrario, funzionale, specialistica, utilitaria e fatta di competenze, non di complessità.

Punto 3) Il “privato” investe e agisce secondo i suoi interessi: seleziona ciò in cui crede o che gli interessa. Ha molti capitali e ha velleità culturali, ma poiché ha il potere di decidere ha il potere di indirizzare i capitali alla promozione di quello che lui ritiene essere culturale. A privato “ignorante” corrisponde spesso proposta culturale limitata.

Punto 3) Gli intellettuali non hanno il potere economico o contrattuale di partecipare al progetto. Possono farlo solo se il “sistema” li riconosce, ma per essere riconosciuti devono poter essere “letti” dal sistema di produzione e organizzazione culturale. Devono cioè, seguire e adattarsi all’interesse e alla disponibilità del committente.

Ma cosa c’è di più modellabile del “pensare”? Se non accetti non partecipi, se non ti adatti, non lavori, se non fai il mega spottone nazional popolare su Caravaggio (o chi per lui) attira masse non sei “riconosciuto”.

(sul tema del mettersi “Al riparo dal pensiero” ho scritto un libro 10 anni fa che non ho il coraggio di riaggiornare …)

Da sempre è il potere che seleziona la cultura, ma fino a qualche anno fa, esistevano diverse idee di potere e diverse prospettive culturali entro cui gestirlo e diverse funzioni ed esigenze del potere stesso. Oggi il potere coincide con il capitale ed è quindi una sola forma di “potere”, quello che deve costantemente alimentare se stesso e il suo essere “absoluto” dalla cultura stessa.

Caravaggio elettronico, gli impressionisti di massa, la biennale infinita, i transatlantici a venezia, i blockbuster al cinema, l’alternanza scuola lavoro, l’eliminazione del quarto anno del liceo, il parco giochi culturale, il vernissage, etc etc sono la cultura che questa idea del potere sa esprimere e i nostri strilletti di protesta sono illusioni permesse a che si possa dire o fare qualcosa di diverso.

Sono tutti effetti di un’idea rovesciata di cosa potrebbe essere la cultura artistica.

BANDITA LA XVIII EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE


 

CONCORSO INTERNAZIONALE

LETTERA D’AMORE

DICIOTTESIMA EDIZIONE ANNO 2018

CALICI COLMI D’AMORE

PRIMA EDIZIONE ANNO 2018

 

L’Associazione Culturale AbruzziAMOci bandisce, con il patrocinio del Museo della Lettera d’Amore e del Comune di Torrevecchia Teatina, la diciottesima edizione del Concorso Internazionale Lettera d’Amore, la cui cerimonia di premiazione si terrà a Torrevecchia Teatina (Chieti) l’8 agosto 2018 e la prima edizione del Concorso “Calici colmi d’amore” la cui premiazione si terrà a Torrevecchia Teatina nel mese di agosto del 2018.

 

REGOLAMENTO

     Art. 1. Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) un testo in prosa, non in poesia, inedito, configurato come lettera d’amore, della lunghezza massima di 3 cartelle (1800 caratteri per cartella) in 3 copie ben leggibili aggiungendo le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2.

Art. 2. Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Ai testi bisogna accludere: un foglio contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail), b) dichiarazione di autenticità del testo, c) autorizzazione alla pubblicazione gratuita della lettera, d) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso. Per i minorenni, il foglio contenente i dati di cui ai punti a), b), c) e d) dovrà essere firmato da un genitore o da chi esercita la patria potestà del minorenne.

Art. 3. Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, da effettuarsi al seguente indirizzo: Concorso Lettera d’amore c/o Associazione Culturale AbruzziAMOci, Via Ovidio n. 25, 66100 Chieti, è fissato al 30 maggio 2018 (farà fede il timbro postale di partenza). Contestualmente si dovrà inviare il testo anche per posta elettronica in un’unica e mail allegando il file formato word che riporti la lettera d’amore con nome e cognome dell’autore da spedire all’indirizzo di posta elettronica: manoscritti@noubs.it, indicando come oggetto: partecipazione Premio lettera d’Amore. La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Vito Moretti, Massimo Pamio, Massimo Pasqualone.

Art. 4  Saranno assegnati i seguenti premi: Euro 500,00 al primo classificato, Euro 250,00 al secondo, Euro 200,00 al terzo; altri premi ai segnalati. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. I testi potranno essere pubblicati dall’Organizzazione.

Art. 5  Solo i vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa e il sito internet: http://www.noubs.it.  Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’Organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi.

Art. 6  La lettera d’amore consiste in una composizione in prosa mirata all’espressione del sentimento d’amore rivolta a un destinatario qualsiasi (persona reale o immaginaria, animale, oggetto, luogo o paesaggio). I vincitori non potranno delegare alcuno, dovendo ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. Per info: manoscritti@noubs.it oppure tf. 0871.348890.

CONCORSO CALICI COLMI D’AMORE

PRIMA EDIZIONE ANNO 2018

REGOLAMENTO

Art. 1. Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) una poesia inedita, AVENTE PER OGGETTO IL TEMA DELL’AMORE O DELLA PASSIONE O DELL’EBREZZA O DEL PIACERE. Il tema può essere anche collegato al gusto del bere vino. La composizione, della lunghezza massima di 60 versi deve essere trascritto in 3 copie ben leggibili aggiungendo le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2.

Art. 2. Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Al testi bisogna accludere: un foglio contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail), b) dichiarazione di autenticità del testo, c) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso. Per i minorenni, il foglio contenente i dati di cui ai punti a), b), c) dovrà essere firmato da un genitore o da chi esercita la patria potestà del minorenne.

Art. 3. Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, da effettuarsi al seguente indirizzo: Concorso Calici colmi d’amore c/o Associazione Culturale AbruzziAMOci, Via Ovidio n. 25, 66100 Chieti, è fissato al 30 maggio 2018 (farà fede il timbro postale di partenza). Contestualmente si dovrà inviare il testo anche per posta elettronica in un’unica e mail allegando il file formato word che riporti la poesia con nome e cognome dell’autore da spedire all’indirizzo di posta elettronica: manoscritti@noubs.it, indicando come oggetto: partecipazione Premio Calici colmi d’Amore. La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Grazia Di Lisio, Tonita Di Nisio, Lucilla Sergiacomo,

Art. 4  Saranno assegnati i seguenti premi: bottiglie di vino e premi vari. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. I testi potranno essere pubblicati dall’Organizzazione.

Art. 5  Solo i vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa e il sito internet: http://www.noubs.it.  Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’Organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi.

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L’ARTIFICIO PER L’ARTE: COME TOGLIERCI LO SGUARDO DELLA VISIONE


Grazie a Tomaso Montanari sull’ultimo numero di Venerdì di Repubblica ci si interroga sulla bontà dello spettacolo multimediale costituito da immagini 3D, musica, luci, balletti  in scena a Roma ispirato alla Cappella Sistina di Michelangelo. Sono capitato anch’io a uno spettacolo molto meno trionfante alla galleria Nazionale d’arte moderna di Roma dove era proiettata una mostra 3D su Caravaggio di cui sono stato disgustato. Immagini ingigantite dei capolaovori che si muovevano, mettendone in luce i particolari, ovvero spegnendo tutta l’arte di Caravaggio, basata su una proiezione improvvisa  della luce e delle figure rese di una luminosità  accecante, per contrasto con quel buio profondissimo, inquietante da cui fuoriescono, da quel nero assoluto veramente inguardabile, vera presenza dell’invisibile, pece contagiosa per l’animo.  Il vero protagonista della mostra di Caravaggio non erano le sue opere, bensì le musiche, l’atmosfera, l’installazione, insomma la tecnologia e lo spettacolo, lo show da baraccone, lo show degli stuntmen a cui assistivo da bambino terrorizzato e che era tanto amato da tutti, soprattutto dagli amanti delle auto e dell’avventura, dagli spericolati del volante. Sembrava quasi che Caravaggio non c’entrasse nulla, al suo posto poteva esserci qualsiasi altro pittore o anche una proiezione sui dinosauri o sulle industrie o una rassegna d’auto d’epoca: sarebbe stato lo stesso. metalmeccaniche.  Lo spirito con cui si realizzano questi show è lo stesso di quelle degli stuntmen con le auto: sbalordire, épater les bourgeoises, in qualche modo scandalizzare. Il fenomenale reso spettacolo, l’avventura ridotta a un salto mortale triplo, buttata in pasto a quelli che non possono far altro che assistere passivamente perché non potranno mai nella loro vita tentare l’avventura, per mancanza di denaro o di follia e infine consegnata come un’ancora di salvezza per i pochi avvebturieri, ritenuti socialmente sprovveduti e pazzi perché quelle cose le fanno veramente nel loro piccolo paese, rovinandosi l’esistenza, evitati ed emarginati nella loro comunità, trattati come appestati. La mostra su Caravaggio distoglieva lo sguardo dalle opere, rendendole puri effetti cinematici, puri oggetti di una visibilità quotidiana, quella dei computer, della televisione, del cinematografo, dello spettacolo in genere. Lo show business dell’arte è un vero azzeramento dello sguardo contemplativo, che è quello di cui ha bisogno l’arte: del silenzio, del rapporto diretto traindividuo e opera, del confronto tra la propria sensibilità e quella dell’autore, per toccarsi nello sguardo che insieme li riunisce, li ricuce mediante il luogo di una visione incorniciata. Si tratta di un’esperienza unica, in cui il museo, deposito del bello, si fa promessa di una speranza, di una luce, promuovendo un’emozione, ma soprattutto una partecipazione culturale, un’identificazione temporale e atorica, tra il tempo dell’autote e quello del fruitore. Qualcosa continua, c’è un filo che non si spezza nella storia dell’uomo, grazie alla compartecipazione emotiva. Il bello è quella promessa di speranza che i due condividono, e che il fruitore stabilisce, facendo risorgere dalle ceneri lo sguardo e il sentimento, l’animo del pittore. Tutto questo sparisce negli spettacoli, negli show dove l’unico sentimento da condividere è quello dell’eclatante, del formidabile, del sorprendente a tutti i costi, dell’eccesso costituito dallo show: perché nello show il messaggio è questo, rendere necessario e costoso il superfluo, l’inutile, il ridondante, ma non vero; proiettare negli occhi una magia che non è quella della visionarietà, ma quella del mezzo meccanico, l’esaltazione della tecnica, della tecnologia, dell’emozione fredda che le sostiene. Siamo piccoli di fronte all’immenso della tecnologia. Per l’arte non è così, lo sguardo è partecipazione, è essere-con-l’altro, è scambio di corpi, di sensazioni. La magia è tutta nell’uomo e nella sua capacità di meravigliarsi. E’ questa la vera meraviglia: la capacità di meravigliarsi. L’arte, afferma Montanari, non ha bisogno di viagra, di essere potemziata. E’ di per sé potenza in atto, potenza scaturita da un gesto, da ripetuti gesti che hanno realizzato un’opera per l’altro. E’ di quella potenza che abbiamo bisogno, non dell’immensa potenza della tecnologia che depotenzia perfino la capacità di guardare. Perché uscendfo fuori dalla mostra in 3D di Caravaggio sono uscito con uno sguardo deprivato, umiliato, spento. L’arte invece ci insegna a vedere, a contemplare. Il suo scopo è proprio di risvegliare in noi lo sguardo quotidiano che sfiora ma non comprende, che non si sofferma mai e scivola su ogni cosa, dimenticando la bellezza che è nascosta ovunque, se riusciamo a contemplare, e cioè a vedere, a vedere con amore.

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TOMASO MONTANARI

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LE LETTERE D’AMORE FANNO SPETTACOLO -LOVE LETTERS SHOW


Nella sala convegni del Museo della Lettera d’Amore di Torrevecchia Teatina, davanti a un folto pubblico, la Scuola di recitazione del Teatro Marrucino e Il Paese dei Teatri diretti da Giuliana Antenucci hanno tenuto uno spettacolo: “Lettere dalla storia”, che ha riscosso un successo straordinario, con numerose chiamate per gli attori. Gli interpreti Rosanna Avolio, Adelina D’Ovidio, Ivana De Leonardis, Graziana Di Florio, Valentina Fiore, Antonia Forte, Angela Galuppi Tambelli, Lucrezia Macchia, Annalisa Mincone, Giovanna De Crecchio, Rosalinda Di Luzio, Francesca Di Salvatore, Sabina Ferri, Iolanda Giuggia, Diletta Graziosi, Erminia Longo, Lorenzo Pelaccia, Anna Santeramo, Maria Cristina Stumpo, Benedetta Trivelli e la stessa Giuliana Antenucci si sono alternati in letture sorprendenti, avvincenti, appassionate, commoventi di parole scaturite da amori immortali, lasciati a noi come un tesoro da scrittori e personalità della storia. Chi non ha mai ceduto alla passione dell’amore? Perfino Napoleone ha scritto lettere d’amore indimenticabili. Splendidi i costumi indossati grazie all’opera della magnifica Mariella Artizzu, costumista del Teatro Marrucino. Gli attori hanno poi donato uno scrigno contenente le lettere scritte su carta pergamena facenti parte dello spettacolo, ricevendo in cambio omaggi da parte del Museo. Una serata indimenticabile, tanto che il pubblico ha richiesto che venga effettuata una replica dello spettacolo nell’ambito del programma previsto dal Museo per l’anno in corso.   27751634_1233398933458525_9216476931599514264_n27751721_1233398936791858_7071679800998323997_n27972025_1233398946791857_6026164248923923948_n-127858855_1233399003458518_4365565369413551541_n27867516_1233400180125067_1136193574057317782_n28055846_1233398930125192_4960050414540382605_n27972341_1233399013458517_2645978205468555002_n-1

MONOLOGO DI UNA MUMMIA DEL NOSTRO TEMPO di Massimo Pamio


 

Ha vissuto una gioventù orgogliosa e esuberante, comoda e agiata, diffidente e superba, ordinata, ambiziosa, priva di scrupoli e di rispetto, accesa di rivalità, sprezzante. Grazie alle sue qualità, alle capacità di imporsi e di proiettarsi al centro dell’attenzione, perché l’unico in grado di persuadere il prossimo ricorrendo ad ogni sorta di doppiezza, perché gli altri si dimostravano sempre gregari, le porte gli si sono aperte facilmente; tutto poi è diventato, in lui, carismatico, coscienza del capo, fede nelle sue proprie azioni, nelle sue convinzioni sebbene animate da mene, traffici, inganni, menzogne, loschi appuntamenti, complicità, soprusi, violenze così combinati e con tali complessi collegamenti al punto che egli stesso ignorava dove sarebbe potuto arrivare e quali conseguenze il suo comportamento avrebbe potuto generare, e quale sentimento sarebbe prevalso in lui, se il cinismo, l’indifferenza, una certa malvagità e quale desiderio altresì sarebbe sopraggiunto, di sopraffare, di dominare e usare  gli altri, per beffarli a carte scoperte e quali risposte avrebbe ricevuto e quale insegnamento ne avrebbe tratto per sé e per i suoi accoliti.

Aveva conosciuto il tempo del superfluo e dello sfruttamento, godeva nel sapersi circondato da furbi, lenoni, prostitute, ruffiani, semplici lacché, opportunisti e voltagabbana dell’ultima ora dei quali era stato il disattento ispiratore e il fulgido, massimo esempio, il suo orgoglio poggiava su di loro –ormai una schiera, una torma senza volto, gente senza scrupoli o denudata, priva di ogni dignità, sacerdoti del potente, infingardi, mitomani e megalomani, bruciati nel fondo cupo della loro oscurità e della loro viltà, della loro intellettuale obbedienza, meschina e grandiosa, perché solo all’ombra dei grandi si diventa tali, imparando da loro. Aveva vissuto nella sua inarrestabile ascesa di parola e di sfacciataggine, tutto qui il suo mestiere, che non conobbe imbarazzi. Seppe convincere, persuadere, vendere se stesso e le sue idee riuscendo a cogliere il punto debole, il tallone d’Achille d’ogni vivente. Sapeva, conosceva l’animo umano, e vinceva e convinceva, se vinceva. Depredava gli altri del loro pensiero, li metteva in soggezione, ma soltanto dopo la loro resa personale li sottometteva. Erano la sua sfrontatezza e la sua sicurezza la prigione in cui viveva e che divideva equamente con i suoi pari.

I nemici sono colpevoli di fronte a lui perché non gli appartengono e proprio per questo sono rei. Non riconoscono le sue doti, ma lui può comprarli, che cosa credono, questi uomini che pensano di essere liberi? Vera libertà è liberalismo, ovvero libertà per concessione, iniziativa personale di rendere pura economia i corpi e i pensieri di chi non ha mezzi ma talento e che poi soccombe alla regola del più forte, del più ricco. Soccombe ancor di più chi si pensa libero e lo intralcia, gli si oppone, si sente ricco più di lui. Di che cosa ricco? Egli può convincerlo di essere in errore per riportarlo sulla buona strada. Che abbia il tempo di pensare, riflettere: scelga, e lui lo farà ricco, amico, suo seguace. Egli solo ha il senso di questo tempo che manca di senno e di senso, che è democrazia stanca e morbosa. Occorre nerbo, nuova linfa per raddrizzare la schiena al popolo: che lotta avvilente è quella che egli sente di dover condurre nei confronti di coloro che ritengono il lavoro un diritto, non un dovere o una dura conquista o un talento da spendere per accumulare risorse e fondare la propria impresa. Nel nostro sistema il dato informativo è potere, chi fornisce informazioni stabilisce il proprio potere, descrivendo ai molti, con sagacia e intelligenza, il proprio punto di vista. Chi sono loro, che non l’hanno ancora capito? Ecco perché sono i soli responsabili della loro esclusione dal mondo economico e sociale. Sconfitte ne ha ricevute, tante, si sente attorniato d’invidia, di rancore. Sono servite per dar pane ai suoi difensori, di cui ha riempito aule, anche le più importanti del Paese. Se ha qualcosa da rimproverarsi, è che non è mai stato abbastanza temuto, spesso irriso, oggetto di denunce, di sarcasmo. Per questo ci penseranno i suoi difensori a piegare la volontà di principi astratti alla sua legge.

-Gli ideali sono di chi vince, la storia la scriveranno i miei difensori, nelle aule giuste. Ridatemi la mia ricchezza, tutto quello che vi ho dato, è stato oro, e voi l’avete dilapidato. Tutto quello che sfioro è oro, quel che non sfioro sarà dimenticato. Qui lo dico e qui ambiguamente lo redigo. Io sono la legge e voi gli esecutori, i beneficiari del mio testamento. Io sono il vostro tempo e l’ho adempiuto, affinché voi possiate riconoscerlo, ma siete troppo ciechi per riconoscere il vostro tempo, che io cavalco. Beati monoculi in terra caecorum.

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SU “LA MIA MELA MARCIA” di RITA GAMBESCIA


In fondo, potrebbe essere tutta una nostra invenzione. La realtà potrebbe essere quella descritta nei libri. Quella che teoricamente, un essere potrebbe leggere dall’alba dei tempi fino alla morte dell’universo.

Per tutto questo tempo esiste una musica di sottofondo e, se stiamo attenti, potremo afferrare al volo una pagina sporca e leggere, scritta sopra di essa, un racconto.

Sporco, di dubbia bellezza, di discutibile utilità. Ma è qualcosa che esiste, e nessuno l’ha mai messo in dubbio. Nessuno mai lo farà.

L’arte è l’unica cosa che esiste.

Firmato Simone Di Plinio, pescarese, trentenne, scrittore, musicista, ricercatore nel campo delle neuroscienze come si legge nel risvolto di copertina de “La mia mela marcia”, lavoro che inaugura la collana Babele diretta da Massimo Pamio della nuova editrice di Pescara Mondo Nuovo.

Una raccolta di racconti – o meglio un’unica storia con più diramazioni e varianti – in cui l’autore affronta il tema del reale, della consistenza del mondo e dell’esistenza. Tema non nuovo, certo, ma rivisitato alla luce delle tante informazioni che arrivano anche dagli ambiti delle scienze. Il che produce uno slittamento dal piano filosofico esistenziale al piano scientifico (e ritorno). Ironia, finta leggerezza, ricorso allo stratagemma della narrazione in prima persona alternata alla terza, sono alcuni degli strumenti di cui Di Plinio si è servito per trattare una simile materia e risolverla sul piano formale.

 

La storia:

Apocalisse in cielo e in terra. Crono si riprende il potere e decide che gli uomini vanno sterminati. Tutto ricomincerà, ma non daccapo. Niente arte, niente sogni, niente amore. Meglio la “suprema onestà” e la “pace perpetua”, vincolando il nuovo genere umano che ripopolerà la terra soltanto a ciò che esiste. Via Cerere, la dea della sovrabbondanza, “della ridondanza e dell’inutilità”. Via Apollo, la cui disciplina “ha corrotto inutilmente l’animo degli uomini”. E via la Luna con tutte le sue suggestioni. E’ ciò che accadrà o che è già accaduto dal momento che lassù, più o meno alle latitudini del big bang, il tempo scorre in maniera diversa.

 

Nel frattempo, quaggiù, gli uomini continuano la loro vita irrisoria per la cui descrizione servono parecchi epiteti, parecchi bicchieri, parecchi corpi alla ricerca di altri corpi, parecchio Bukowski. Irrisoria e folle, la vita umana, con i suoi copioni, le sue credenze, le sue stereotipie e ritualità.  In breve, più o meno con tutto ciò che in genere viene definito realtà.

Ma Phil (il personaggio più ricorrente) è fra quelli che sanno. Lui è consapevole del fatto che la vita è un flusso continuo di proiezioni e introiezioni attraverso cui costruiamo storie e che, una volta smontate narrazione lineare e ripetizione, si va a scoprire più o meno il nulla, l’illusorietà dell’Io. E’ quanto è accaduto a lui, esploso in frammenti proiettati in altrettanti specchi: porzioni, attimi di vita, “particelle di tempo” in cerca di un autore che dia loro senso.

 

Lui sa, dunque, e vive il privilegio di precipitare in quelle fessure dell’esistenza in cui è impossibile separare il sogno dalla realtà, in cui la differenza non ha senso.

Quelle fessure sono i luoghi del quotidiano trasformati in spazi onirici e surreali, soglie fra mondi in cui hai magari la ventura d’incontrare Cajkovskij e Dalì.

E in quelle fessure Phil, con il suo tablet, costruisce storie e incrocia la sua esistenza  con quella di altri personaggi in una serie di dieci racconti di cui ciascuno potrebbe essere considerato la variante dell’altro, in cui i protagonisti talvolta proseguono o reinventano le esperienze altrui, in cui le esistenze s’intersecano in un gioco combinatorio ed effimero:  “La realtà è fatta per sfaldarsi. Non si tempra all’ombra delle nostre esperienze, ma si decompone e si ricrea nuovamente, a volte leggermente diversa, a volte totalmente indistinguibile”.

 

Il lettore, però, non si aspetti alcuna costruzione complessiva che metta in relazione le storie. I personaggi (“ma sarebbe meglio utilizzare il termine personalità, o entità, visto che in effetti due esistenze distinte, due esperienze distinte, possono esibire essenzialmente le stesse caratteristiche psicologiche”, scrive l’autore nella prefazione), sono come coriandoli lanciati nello spazio e nel tempo.  Tutt’al più “condividono certi eventi vissuti, o il nome”, si legge ancora nella prefazione.  

 

Ma “La mia mela marcia” è anche la storia di un amore e di una morte, come l’ultima parte del libro mostrerà. E’ la storia di uno svelamento, di che cosa può accadere quando viene tagliato il filo che tiene unito tutto, che rende più o meno coerente  la trama della vita e l’architettura dell’Io. E’ il filo della continuità, “il presupposto per farci agire nello stesso piano spaziotemporale”, scrive nelle ultime pagine l’autore. Perso questo continuum, ci si può però aprire ad un orizzonte più vasto, alla molteplicità delle altrui e proprie esistenze. Il prezzo da pagare lo sbriciolamento fino alla percezione estrema del vuoto, alla percezione di se stessi come entità privi di sostanza, di statuto ontologico. Medium, piuttosto, che macinano storie e sogni; veicoli d’informazioni che vagano da una esistenza all’altra, da un’epoca all’altra. Recettori, trasmittenti, onde sonore, rappresentazioni mentali.

Non è poco, è perfino troppo per l’imperfetto genere umano. E’ troppo da sapere; è troppo da gestire e regolamentare.  C’è da sprofondare nel caos. E’ quanto sembra pensare Crono, il tempo divoratore del tempo al suo atto finale. Ingoierà tutto, i millenni di storia, le memorie vaganti sulla terra, tutta l’arte, tutta la poesia. Qualcuno si dispiace, qualcuno che il genere umano l’ha invece amato. Artemide, per esempio, la dea che prima dello sterminio chiede il permesso a Zeus “di scendere un’ultima volta tra gli abissi mortali e di vagare un’ultima volta tra le strade senza fine che gli uomini hanno costruito”. Strade, evidentemente, non solo fisiche.

 

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UN ROMANZO STORICO INDIMENTICABILE: PER SEGUIRE LA MIA STELLA


Nella nostra consumata storia di lettori, è sempre più difficile riuscire ad avere la fortuna di scoprire una perla nello sterminato oceano delle novità librarie. La fortuna mi è venuta incontro di recente, per le virtù di una casa editrice che sceglie sempre con accortezza le sue opere, Guanda, e per una sua pubblicazione che reca in copertina un’opera del Ghirlandaio conservata in uno dei più musei più belli al mondo, il Gulbenkian di Lisbona.

Grazie a una scrittura pacata, garbata, piacevole, a una narrazione matura e controllata, le pagine di “Per seguire la mia stella” mi si sono dispiegate, con semplicità e chiarezza, nelle forme di una brillante conversazione intessuta tra spiriti eletti vissuti nel Cinquecento con i loro corrispondenti vissuti nei nostri giorni, dunque come un luogo di confronto alla luce del quale  i secoli si annullano per permettere, forse, nel superamento delle distanze, una sorta di riconciliazione sui temi più profondi, riconciliazione possibile proprio grazie al dialogo, in cui si mondano e si emendano le idee che attraversano e attraversarono le culture e le civiltà, i modi con cui gli uomini impostarono e impostano la loro vita sociale, sui loro errori e vizi, sulla sete di dominio e di potere che fa sempre trionfare, all’interno della storia, gli istinti più crudeli e le leggi più feroci della sopraffazione e della violenza in funzione dello sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo.

Mi è sembrato, insomma, come se Laura Bosio e Bruno Nacci, gli autori, svolgessero un sotterraneo dialogo con i loro personaggi, come se li rievocassero per interrogarli, e, incitandoli a pronunciarsi sul loro tempo, far esprimere loro un giudizio in modo da rispondere alla domanda: “Che cos’è la Storia?”: una volta riscossi dal torpore, posti nudi di fronte alle vicende personali, ricavare da loro le soluzioni di fronte a cui gli stessi scrittori probabilmente si sentono impreparati, inadeguati. Atteggiamento, questo, proprio degli scrittori di romanzi storici, perché di solido romanzo storico è l’impianto di “Per seguire la mia stella”, che ricostruisce per filo e per segno tutta la parabola esistenziale di Chiara Matraini, poetessa lucchese vissuta tra il 1515 e il 1604, figura di rilievo ma dimenticata, ora finalmente di nuovo vivacemente presente davanti ai nostri occhi, riscattata per sempre, riconsegnata al suo modo libero e orgoglioso di essere al mondo. La vicenda è ambientata in modo mirabile, con rigore ci viene restituito il Cinquecento lucchese, anzi, potei parodiare ciò che Luigi Russo afferma con vigore del romanzo di Manzoni, “bisognerebbe pensare e sostenere che protagonista è tutto un secolo, è tutta una civiltà, protagonista vero e immanente in ogni pagina è il Cinquecento”.

Per chi ama la storia, rischia di essere catapultato in quel tempo, per chi ama la letteratura, di restare coinvolto nella trama abile e sapientemente ordita che ogni tanto concede una strizzatina d’occhio al lettore, invitandolo a gustare dei veri e propri cammei, come quando si accenna per esempio a un ignoto pittore che in una piazza di Lucca dipinge una tela (si tratta di una sorta di caccia al pittore che il lettore deve compiere, una pista dipinta del classico “giallo” romanzesco, vi svelo l’arcano, si tratta di Vittorio Campi, realmente vissuto) o quando si accenna ai cenacoli artistici dei protagonisti, agli artisti noti all’epoca, alle musiche da loro ascoltate (Nuper rosarum flores di Guillaume Dufay): insomma il libro diventa anche un vero e proprio viaggio culturale di prim’ordine, che invita a ripercorrere luoghi, quadri, chiese, mottetti e la colonna sonoro-musicale sottesa al romanzo, sceneggiatura già pronta per la riproduzione cinematografica, che a mio avviso riscuoterebbe un notevole successo popolare nei botteghini, se venisse intelligentemente prodotta.

Già riportata alla luce da Luigi Baldacci e da Giovanna Rabitti, Chiara Matraini, grazie a questo romanzo, non solo può essere riscoperta nella sua qualità di poetessa, ma anche e soprattutto colta nella personalità, affascinante e unica, scomoda testimone del suo tempo invece improntato dal ritorno ad una normalizzazione politico-religiosa.

Romanzo storico, sì, ma anche opera esperienziale, in cui il lettore viene invitato a partecipare in prima persona al confronto serrato a cui sono chiamati i personaggi del romanzo in cui gli uni interrogano gli altri, vedendo alla fine sopraggiungere un accordo che è anche un’interpretazione possibile della vicenda umana che la storia non intacca: non c’è senso nella vita se non si riesca a stabilire un dialogo interiore con la propria coscienza e con le ragioni dell’esistenza personale, senso che non si riscontra nella storia, dove dominano forza e violenza (protagonista dell’Iliade, avverte Simone Weil, è la forza, cjhe rende gli uomini come cose, come pietre). Nella storia non c’è spazio per la pacificazione, non c’è perdono: viene scritta dai vincitori, fino a far perdere le tracce di coloro che li avversarono o che ancor peggio furono, magari neutrali, liberi e privi di macchie.

Tante sono le osservazioni che vorrei ancora annotare, ma mi basta accennare al fatto che all’interno del romanzo ci sono storie affascinanti, presentate in modo da creare una tensione che solo alla fine della vicenda viene svelata con sorpresa del lettore, come nel caso della badessa violentata dai lanzichenecchi narrata a partire dalla pagina 142.

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The first film festival dedicated to the culture of the land Capestrano 25-27 agosto


Festival
Open Call

The first film festival dedicated solely to the culture of the land.

Strano Film Festival is an international short film competition with ‘the land’ as its theme. Interpretation is up to the filmaker: working the land, migration from one land to another, the geological significance of the land, etc.

The festival will screen around twenty films over three days in the hilltop town of Capestrano, located in Abruzzo, Italy in August 2017.

Films running for 30 minutes or less will be considered for the festival in the following categories:
– fictional shorts
– documentaries
– animation
– Films are to have been created within the last four years
– The winner, chosen by specialized jury, will be awarded a €1000 prize
– The public selects the second prize winner
– Movie must be subtitled at least in english.

Send us an email with your bio and a link to your film. If selected, we will contact you via e-mail with further information.0001000200030004

IL FESTIVAL DELLA LETTERA D’AMORE ALLA III EDIZIONE


III EDIZIONE FESTIVAL DELLA LETTERA D’AMORE

TORREVECCHIA TEATINA (ABRUZZO)

7-8 agosto 2017

Festival unico in Italia, il festival della lettera d’amore si svolge in Abruzzo, nell’incantevole scenario del Parco dei giovani “S. Karol Woytjla” – il più esteso tra i parchi europei dedicati al Santo Papa polacco –  annesso al Palazzo settecentesco del Marchese Valignani in Torrevecchia Teatina, paese dai ritmi lenti, rispettoso dei tempi della vita, nel cuore della regione adriatica, dove sarà possibile trascorrere due serate all’insegna dell’amore. Per assecondare il gusto di divertirvi e di commuovervi, all’ascolto della lettura dei testi, entrando nello spirito e nel cuore degli autori che ancora si dedicano alla scrittura della lettera d’amore, rischierete di innamorarvi come adolescenti, più volte di seguito, senza misura.

Lunedì 7 agosto alle 21 nel Parco del settecentesco Palazzo Valignani ove ha sede il Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo, sarà presentato in anteprima nazionale il nuovo vino della Cantina Sincarpa “Lettera d’Amore”.

Alle 21 e 30, concerto del gruppo “ETRA The Acoustic Trio” composto da Lorenzo Di Marcoberardino alla chitarra, Simona Capozucco alla voce, Roberto Di Marco alle percussioni.

“ETRA The Acoustic Trio” è una formazione che nasce dall’esperienza e quindi dalla fusione di vari stili musicali, vari percorsi artistici derivanti dal bagaglio che ogni musicista ha sulle proprie spalle. In questo progetto si mescolano jazz, blues, pop, flamenco e musica sud americana attraverso la ricerca melodico-ritmica-armonica, dando vita ad un mix di colori musicali. Il repertorio spazia da artisti internazionali come Sting, Pino Daniele, Michael Jackson, Lucio Dalla, fino a giungere alle sonorità di pilastri come Antonio Carlos Jobim ed altri. Ovviamente il tutto riarrangiato con un sound nuovo e raffinato per proporre un concerto coinvolgente sotto ogni punto di vista.

Il chitarrista e compositore Lorenzo Di Marcoberardino dopo aver conseguito il diploma in chitarra classica presso il conservatorio di musica A. Casella, studia per più di un decennio teoria, tecnica ed improvvisazione di chitarra jazz con chitarristi come Rocco Zifarelli, Antonio Onorato, Mauro De Federicis. Partecipa a diversi master con Franco Cerri, Mike Stern, Walter Gaeta, Stefano Mileto. Segue un seminario tenuto dai docenti del Columbia College di Chicago. È compositore ed arrangiatore anche d’orchestra di brani contenuti in 2 dei suoi 3 album pubblicati. Inoltre svolge attività di docenza da 12 anni ed attività concertistica da quasi 20.

Simona Capozucco, cantante, compositrice, arrangiatrice e docente di canto moderno – jazz. Ha collaborato con musicisti internazionali del panorama jazzistico e contemporaneo ha all’attivo diversi progetti sonori fra cui l’ETRA – The acoustic Trio.

Martedì 8 agosto alle 20 e 30 si svolgerà la cerimonia di premiazione del Concorso Lettera d’amore, giunto alla XVII edizione, di cui sarà ospite d’attrazione la compagine di danza orientale “Bhangra Boys and Girls”,  comparsa in diversi film di Bollywood. In questa danza, molto gioiosa e festosa, i residenti del Punjab indiano esprimono l’amore per la loro terra. Ad introdurre la compagnia sarà il Presidente dell’Associazione “Vivere con Gioia” Michele Meomartino.

Presenteranno Massimiliano Elia e Kristine Rapino. La scrittrice Franca Minnucci parlerà della sua ultima curatela, riguardante la raccolta delle lettere di Gabriele D’Annunzio a Luisa De Benedictis, la madre.

La giuria presieduta da Vito Moretti e composta da Massimo Pamio e Massimo Pasqualone si è espressa favorevolmente sulla qualità dei testi in gara. Vincitrice del primo premio è risultata Barbara Alberti, che ha preceduto al secondo posto ex aequo Laura D’Angelo e Michela Bresciani, al terzo Therry Ferrari. La giuria ha voluto assegnare un premio speciale a testi che si sono distinti per la particolare qualità letteraria e per l’originalità, i cui autori sono: Amalia Cavorso, Tino Di Cicco, Yuleisy Cruz Lezcano, Margherita Di Sipio, Katia Enzo, Vanes Ferlini, Tiziana Gabrielli, Enrico Paolo Garrisi, Fantino Mincone, Carlo Monteleone, Alessandra Nepa, Giuliano Petaccia. Sono stati considerati meritevoli di segnalazione: Gabriele Andreani, Mauro Barbetti, Daniela Basti, Liliana Capone, Francesco Celi, Benito Crea e Diana Mazzone, Bianca Delpiano, Andrea Del Coco, Grazia D’Altilia, Giorgio De Luca, Sabatino De Sanctis, Gabriele Di Giorgio, Rosanna Di Iorio, Antonio Di Marino, Vincenzina Di Muzio, Alessandra Di Santo Travadel, Maria Lucia Faedo, Laura Ficco, Silvana Marrone, Patrizia Medizza, Manuela Minelli, Lorenza Negri, Paolo Miscia, Lelia Ranalletta, Claudia Schietroma, Aissa Sow, Eleonora Tarabella, Alice Valente. Riceveranno inoltre un riconoscimento tutti gli studenti delle scuole partecipanti: gli alunni della III F delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della II A delle Scuole “Vicentini-Della Porta” (Insegnante Lorella Di Renzo), gli alunni della I E delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della IV B della Scuola Primaria di Torrevecchia Teatina – Istituto Statale Comprensivo di Ripa Teatina (Insegnante Concetta De Francesco). Barbara Alberti è nata in Umbria e vive a Roma, dove si è laureata in filosofia. È scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, autrice di romanzi, saggi e biografie fantastiche. Impegnata anche in ambito cinematografico, ha firmato le sceneggiature di pellicole quali Il portiere di notte (1974) per la regia di Liliana Cavani, e Melissa P (2005) diretto da Luca Guadagnino. Tra i suoi romanzi e saggi, ricordiamo il picaresco Memorie malvage (1976), il meditativo Vangelo secondo Maria (1979), prove venate di umorismo e provocazione come Il signore è servito (1983), Povera bambina (1988), Parliamo d’amore (1989), Delirio e Gianna Nannini da Siena, entrambe del 1991, e Il promesso sposo (1994), un gustoso profilo dedicato al critico d’arte Vittorio Sgarbi e presentato sotto le spoglie di un’autobiografia “mancata”. Di genere umoristico è La donna è un animale stravagante davvero: ottanta ritratti ingiusti e capricciosi (1998), nel quale la Alberti ha rappresentato un Don Giovanni immaginario con accanto alcune figure femminili note della sua generazione. Nel 2003 ha pubblicato Gelosa di Majakovskij, romanzo ispirato dalla vita del celebre poeta (per il quale, nello stesso anno, ha ricevuto il Premio Alghero Donna, e Il principe volante, in cui ha raccontato con malizia e amorevolezza la vita di Antoine de Saint-Exupéry, mentre nel 2006 il libro di racconti Il ritorno dei mariti.

Il festival è patrocinato dall’Amministrazione Comunale retta dal Sindaco Avv. Katja Baboro, dal Museo della Lettera d’Amore e dall’Associazione Culturale AbruzziAMOci.

ETRA THE ACOUSTIC TRIOETRA THE ACOUSTIC TRIO

BHANGRA BOYSBHANGRA BOYS AND GIRLS

BARBARA ALBERTI VINCE LA XVII EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE


PER LA PRIMA VOLTA IN ABRUZZO I BHANGRA BOYS AND GIRLS

“Gabriel, tu avevi 29 anni, io 19. Era il 1987. Ci incontrammo a un convegno di poesia sulle Alpi Marittime. Io venivo da Roma, tu da Nantes. Eri piccolo e brutto come Picasso, ma con una testa da torero”, inizia così la lettera con cui Barbara Alberti ha vinto la XVII Edizione del Premio Lettera d’Amore, a cui anche quest’anno hanno partecipato scrittori da ogni regione d’Italia e anche dall’estero, dalla Francia, dal Belgio, dal Canada. La cerimonia di premiazione si terrà martedì 8 agosto alle 20 e 30, con la straordinaria presenza, per la prima volta in Abruzzo, della compagine di danza orientale dei “Bhangra Boys”, comparsa in diversi film di Bollywood. In questa danza, molto gioiosa e festosa, i residenti del Punjab indiano esprimono l’amore per la loro terra. Ad introdurre la compagnia sarà il Presidente dell’Associazione “Vivere con Gioia” Michele Meomartino.

La manifestazione, patrocinata dall’Amministrazione Comunale di Torrevecchia Teatina, presieduta dal Sindaco Katja Baboro, organizzata dal Museo della Lettera d’Amore, sarà presentata da Massimiliano Elia e Kristine Rapino, giovani attori e scrittori. Sarà ospite Franca Minnucci, che parlerà della sua ultima curatela, riguardante la raccolta delle lettere di Gabriele D’Annunzio a Luisa De Benedictis, la madre. La giuria presieduta da Vito Moretti e composta da Massimo Pamio e Massimo Pasqualone si è espressa favorevolmente sulla qualità dei testi in gara. Vincitrice del primo premio è risultata Barbara Alberti, che ha preceduto al secondo posto ex aequo Laura D’Angelo e Michela Bresciani, al terzo Therry Ferrari. La giuria ha voluto assegnare un premio speciale a testi che si sono distinti per la particolare qualità letteraria e per l’originalità, i cui autori sono: Amalia Cavorso, Tino Di Cicco, Yuleisy Cruz Lezcano, Margherita Di Sipio, Katia Enzo, Vanes Ferlini, Tiziana Gabrielli, Enrico Paolo Garrisi, Fantino Mincone, Carlo Monteleone, Alessandra Nepa, Giuliano Petaccia. Sono stati considerati meritevoli di segnalazione: Gabriele Andreani, Mauro Barbetti, Daniela Basti, Liliana Capone, Francesco Celi, Benito Crea e Diana Mazzone, Bianca Delpiano, Andrea Del Coco, Grazia D’Altilia, Giorgio De Luca, Sabatino De Sanctis, Gabriele Di Giorgio, Rosanna Di Iorio, Antonio Di Marino, Vincenzina Di Muzio, Alessandra Di Santo Travadel, Maria Lucia Faedo, Laura Ficco, Silvana Marrone, Patrizia Medizza, Manuela Minelli, Lorenza Negri, Paolo Miscia, Lelia Ranalletta, Claudia Schietroma, Aissa Sow, Eleonora Tarabella, Alice Valente. Riceveranno inoltre un riconoscimento tutti gli studenti delle scuole partecipanti: gli alunni della III F delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della II A delle Scuole “Vicentini-Della Porta” (Insegnante Lorella Di Renzo), gli alunni della I E delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della IV B della Scuola Primaria di Torrevecchia Teatina – Istituto Statale Comprensivo di Ripa Teatina (Insegnante Concetta De Francesco). Barbara Alberti è nata in Umbria e vive a Roma, dove si è laureata in filosofia. È scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, autrice di romanzi, saggi e biografie fantastiche. Impegnata anche in ambito cinematografico, ha firmato le sceneggiature di pellicole quali Il portiere di notte (1974) per la regia di Liliana Cavani, e Melissa P (2005) diretto da Luca Guadagnino. Tra i suoi romanzi e saggi, ricordiamo il picaresco Memorie malvage (1976), il meditativo Vangelo secondo Maria (1979), prove venate di umorismo e provocazione come Il signore è servito (1983), Povera bambina (1988), Parliamo d’amore (1989), Delirio e Gianna Nannini da Siena, entrambe del 1991, e Il promesso sposo (1994), un gustoso profilo dedicato al critico d’arte Vittorio Sgarbi e presentato sotto le spoglie di un’autobiografia “mancata”. Di genere umoristico è La donna è un animale stravagante davvero: ottanta ritratti ingiusti e capricciosi (1998), nel quale la Alberti ha rappresentato un Don Giovanni immaginario con accanto alcune figure femminili note della sua generazione. Nel 2003 ha pubblicato Gelosa di Majakovskij, romanzo ispirato dalla vita del celebre poeta (per il quale, nello stesso anno, ha ricevuto il Premio Alghero Donna, e Il principe volante, in cui ha raccontato con malizia e amorevolezza la vita di Antoine de Saint-Exupéry, mentre nel 2006 il libro di racconti Il ritorno dei mariti.

BARBARA ALBERTIBarbara Alberti

BHANGRA BOYSBhangra Boys and Girls

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