UN ROMANZO STORICO INDIMENTICABILE: PER SEGUIRE LA MIA STELLA


Nella nostra consumata storia di lettori, è sempre più difficile riuscire ad avere la fortuna di scoprire una perla nello sterminato oceano delle novità librarie. La fortuna mi è venuta incontro di recente, per le virtù di una casa editrice che sceglie sempre con accortezza le sue opere, Guanda, e per una sua pubblicazione che reca in copertina un’opera del Ghirlandaio conservata in uno dei più musei più belli al mondo, il Gulbenkian di Lisbona.

Grazie a una scrittura pacata, garbata, piacevole, a una narrazione matura e controllata, le pagine di “Per seguire la mia stella” mi si sono dispiegate, con semplicità e chiarezza, nelle forme di una brillante conversazione intessuta tra spiriti eletti vissuti nel Cinquecento con i loro corrispondenti vissuti nei nostri giorni, dunque come un luogo di confronto alla luce del quale  i secoli si annullano per permettere, forse, nel superamento delle distanze, una sorta di riconciliazione sui temi più profondi, riconciliazione possibile proprio grazie al dialogo, in cui si mondano e si emendano le idee che attraversano e attraversarono le culture e le civiltà, i modi con cui gli uomini impostarono e impostano la loro vita sociale, sui loro errori e vizi, sulla sete di dominio e di potere che fa sempre trionfare, all’interno della storia, gli istinti più crudeli e le leggi più feroci della sopraffazione e della violenza in funzione dello sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo.

Mi è sembrato, insomma, come se Laura Bosio e Bruno Nacci, gli autori, svolgessero un sotterraneo dialogo con i loro personaggi, come se li rievocassero per interrogarli, e, incitandoli a pronunciarsi sul loro tempo, far esprimere loro un giudizio in modo da rispondere alla domanda: “Che cos’è la Storia?”: una volta riscossi dal torpore, posti nudi di fronte alle vicende personali, ricavare da loro le soluzioni di fronte a cui gli stessi scrittori probabilmente si sentono impreparati, inadeguati. Atteggiamento, questo, proprio degli scrittori di romanzi storici, perché di solido romanzo storico è l’impianto di “Per seguire la mia stella”, che ricostruisce per filo e per segno tutta la parabola esistenziale di Chiara Matraini, poetessa lucchese vissuta tra il 1515 e il 1604, figura di rilievo ma dimenticata, ora finalmente di nuovo vivacemente presente davanti ai nostri occhi, riscattata per sempre, riconsegnata al suo modo libero e orgoglioso di essere al mondo. La vicenda è ambientata in modo mirabile, con rigore ci viene restituito il Cinquecento lucchese, anzi, potei parodiare ciò che Luigi Russo afferma con vigore del romanzo di Manzoni, “bisognerebbe pensare e sostenere che protagonista è tutto un secolo, è tutta una civiltà, protagonista vero e immanente in ogni pagina è il Cinquecento”.

Per chi ama il romanzo storico, è un’opera da non perdere; per chi ama la letteratura, rischia di catapultarsi in quel tempo, di restare coinvolto nella trama abile e sapientemente ordita della storia che ogni tanto si concede una strizzatina d’occhio al lettore, invitandolo a gustare dei veri e propri cammei, quando si accenna per esempio a un pittore che in una piazza di Lucca dipinge una tela (si tratta di una sorta di caccia al pittore che il lettore deve compiere, una pista dipinta del classico “giallo” romanzesco, vi svelo l’arcano, si tratta di Vittorio Campi, realmente vissuto in quel periodo) o quando si accenna ai cenacoli artistici dei protagonisti, agli artisti noti all’epoca, alle musiche da loro ascoltate (Nuper rosarum flores di Guillaume Dufay): insomma il libro diventa anche un vero e proprio viaggio culturale di prim’ordine, che invita a ripercorrere luoghi, quadri, chiese, mottetti e la colonna sonoro-musicale sottesa al romanzo, forse una sceneggiatura già pronta per la messa in scena cinematografica, che a mio avviso avrebbe un bel successo popolare nei botteghini, se fosse intelligentemente prodotta.

Già riportata alla luce da Luigi Baldacci e da Giovanna Rabitti, Chiara Matraini, grazie a questo romanzo, non solo può essere riscoperta nella sua qualità di poetessa, ma anche e soprattutto colta nella personalità, affascinante e unica, scomoda testimone del suo tempo invece improntato dal ritorno ad una normalizzazione politico-religiosa.

Romanzo storico, sì, ma anche opera esperienziale, in cui il lettore viene invitato a partecipare in prima persona al confronto serrato a cui sono chiamati i personaggi del romanzo in cui gli uni interrogano gli altri, vedendo alla fine sopraggiungere un accordo che è anche un’interpretazione possibile della vicenda umana che la storia non intacca: non c’è senso nella vita se non si riesca a stabilire un dialogo interiore con la propria coscienza e con le ragioni dell’esistenza personale, senso che non si riscontra nella storia, dove dominano forza e violenza (protagonista dell’Iliade, avverte Simone Weil, è la forza, cjhe rende gli uomini come cose, come pietre). Nella storia non c’è spazio per la pacificazione, non c’è perdono: viene scritta dai vincitori, fino a far perdere le tracce di coloro che li avversarono o che ancor peggio furono, magari neutrali, liberi e privi di macchie.

E di un’anima libera e non allineata alle mene dei potenti si ripercorrono le vicende nel romanzo, che rende protagonista una donna forte, coraggiosa: l’eroina e poetessa Chiara Matraini.

Tante sono le osservazioni che vorrei ancora rilevare, ma mi basta accennare al fatto che all’interno del romanzo ci sono storie affascinanti, presentate in modo da creare una tensione che solo alla fine si placa, come nel caso della badessa violentata dai lanzichenecchi narrata a partire dalla pagina 142.

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The first film festival dedicated to the culture of the land Capestrano 25-27 agosto


Festival
Open Call

The first film festival dedicated solely to the culture of the land.

Strano Film Festival is an international short film competition with ‘the land’ as its theme. Interpretation is up to the filmaker: working the land, migration from one land to another, the geological significance of the land, etc.

The festival will screen around twenty films over three days in the hilltop town of Capestrano, located in Abruzzo, Italy in August 2017.

Films running for 30 minutes or less will be considered for the festival in the following categories:
– fictional shorts
– documentaries
– animation
– Films are to have been created within the last four years
– The winner, chosen by specialized jury, will be awarded a €1000 prize
– The public selects the second prize winner
– Movie must be subtitled at least in english.

Send us an email with your bio and a link to your film. If selected, we will contact you via e-mail with further information.0001000200030004

IL FESTIVAL DELLA LETTERA D’AMORE ALLA III EDIZIONE


III EDIZIONE FESTIVAL DELLA LETTERA D’AMORE

TORREVECCHIA TEATINA (ABRUZZO)

7-8 agosto 2017

Festival unico in Italia, il festival della lettera d’amore si svolge in Abruzzo, nell’incantevole scenario del Parco dei giovani “S. Karol Woytjla” – il più esteso tra i parchi europei dedicati al Santo Papa polacco –  annesso al Palazzo settecentesco del Marchese Valignani in Torrevecchia Teatina, paese dai ritmi lenti, rispettoso dei tempi della vita, nel cuore della regione adriatica, dove sarà possibile trascorrere due serate all’insegna dell’amore. Per assecondare il gusto di divertirvi e di commuovervi, all’ascolto della lettura dei testi, entrando nello spirito e nel cuore degli autori che ancora si dedicano alla scrittura della lettera d’amore, rischierete di innamorarvi come adolescenti, più volte di seguito, senza misura.

Lunedì 7 agosto alle 21 nel Parco del settecentesco Palazzo Valignani ove ha sede il Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo, sarà presentato in anteprima nazionale il nuovo vino della Cantina Sincarpa “Lettera d’Amore”.

Alle 21 e 30, concerto del gruppo “ETRA The Acoustic Trio” composto da Lorenzo Di Marcoberardino alla chitarra, Simona Capozucco alla voce, Roberto Di Marco alle percussioni.

“ETRA The Acoustic Trio” è una formazione che nasce dall’esperienza e quindi dalla fusione di vari stili musicali, vari percorsi artistici derivanti dal bagaglio che ogni musicista ha sulle proprie spalle. In questo progetto si mescolano jazz, blues, pop, flamenco e musica sud americana attraverso la ricerca melodico-ritmica-armonica, dando vita ad un mix di colori musicali. Il repertorio spazia da artisti internazionali come Sting, Pino Daniele, Michael Jackson, Lucio Dalla, fino a giungere alle sonorità di pilastri come Antonio Carlos Jobim ed altri. Ovviamente il tutto riarrangiato con un sound nuovo e raffinato per proporre un concerto coinvolgente sotto ogni punto di vista.

Il chitarrista e compositore Lorenzo Di Marcoberardino dopo aver conseguito il diploma in chitarra classica presso il conservatorio di musica A. Casella, studia per più di un decennio teoria, tecnica ed improvvisazione di chitarra jazz con chitarristi come Rocco Zifarelli, Antonio Onorato, Mauro De Federicis. Partecipa a diversi master con Franco Cerri, Mike Stern, Walter Gaeta, Stefano Mileto. Segue un seminario tenuto dai docenti del Columbia College di Chicago. È compositore ed arrangiatore anche d’orchestra di brani contenuti in 2 dei suoi 3 album pubblicati. Inoltre svolge attività di docenza da 12 anni ed attività concertistica da quasi 20.

Simona Capozucco, cantante, compositrice, arrangiatrice e docente di canto moderno – jazz. Ha collaborato con musicisti internazionali del panorama jazzistico e contemporaneo ha all’attivo diversi progetti sonori fra cui l’ETRA – The acoustic Trio.

Martedì 8 agosto alle 20 e 30 si svolgerà la cerimonia di premiazione del Concorso Lettera d’amore, giunto alla XVII edizione, di cui sarà ospite d’attrazione la compagine di danza orientale “Bhangra Boys and Girls”,  comparsa in diversi film di Bollywood. In questa danza, molto gioiosa e festosa, i residenti del Punjab indiano esprimono l’amore per la loro terra. Ad introdurre la compagnia sarà il Presidente dell’Associazione “Vivere con Gioia” Michele Meomartino.

Presenteranno Massimiliano Elia e Kristine Rapino. La scrittrice Franca Minnucci parlerà della sua ultima curatela, riguardante la raccolta delle lettere di Gabriele D’Annunzio a Luisa De Benedictis, la madre.

La giuria presieduta da Vito Moretti e composta da Massimo Pamio e Massimo Pasqualone si è espressa favorevolmente sulla qualità dei testi in gara. Vincitrice del primo premio è risultata Barbara Alberti, che ha preceduto al secondo posto ex aequo Laura D’Angelo e Michela Bresciani, al terzo Therry Ferrari. La giuria ha voluto assegnare un premio speciale a testi che si sono distinti per la particolare qualità letteraria e per l’originalità, i cui autori sono: Amalia Cavorso, Tino Di Cicco, Yuleisy Cruz Lezcano, Margherita Di Sipio, Katia Enzo, Vanes Ferlini, Tiziana Gabrielli, Enrico Paolo Garrisi, Fantino Mincone, Carlo Monteleone, Alessandra Nepa, Giuliano Petaccia. Sono stati considerati meritevoli di segnalazione: Gabriele Andreani, Mauro Barbetti, Daniela Basti, Liliana Capone, Francesco Celi, Benito Crea e Diana Mazzone, Bianca Delpiano, Andrea Del Coco, Grazia D’Altilia, Giorgio De Luca, Sabatino De Sanctis, Gabriele Di Giorgio, Rosanna Di Iorio, Antonio Di Marino, Vincenzina Di Muzio, Alessandra Di Santo Travadel, Maria Lucia Faedo, Laura Ficco, Silvana Marrone, Patrizia Medizza, Manuela Minelli, Lorenza Negri, Paolo Miscia, Lelia Ranalletta, Claudia Schietroma, Aissa Sow, Eleonora Tarabella, Alice Valente. Riceveranno inoltre un riconoscimento tutti gli studenti delle scuole partecipanti: gli alunni della III F delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della II A delle Scuole “Vicentini-Della Porta” (Insegnante Lorella Di Renzo), gli alunni della I E delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della IV B della Scuola Primaria di Torrevecchia Teatina – Istituto Statale Comprensivo di Ripa Teatina (Insegnante Concetta De Francesco). Barbara Alberti è nata in Umbria e vive a Roma, dove si è laureata in filosofia. È scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, autrice di romanzi, saggi e biografie fantastiche. Impegnata anche in ambito cinematografico, ha firmato le sceneggiature di pellicole quali Il portiere di notte (1974) per la regia di Liliana Cavani, e Melissa P (2005) diretto da Luca Guadagnino. Tra i suoi romanzi e saggi, ricordiamo il picaresco Memorie malvage (1976), il meditativo Vangelo secondo Maria (1979), prove venate di umorismo e provocazione come Il signore è servito (1983), Povera bambina (1988), Parliamo d’amore (1989), Delirio e Gianna Nannini da Siena, entrambe del 1991, e Il promesso sposo (1994), un gustoso profilo dedicato al critico d’arte Vittorio Sgarbi e presentato sotto le spoglie di un’autobiografia “mancata”. Di genere umoristico è La donna è un animale stravagante davvero: ottanta ritratti ingiusti e capricciosi (1998), nel quale la Alberti ha rappresentato un Don Giovanni immaginario con accanto alcune figure femminili note della sua generazione. Nel 2003 ha pubblicato Gelosa di Majakovskij, romanzo ispirato dalla vita del celebre poeta (per il quale, nello stesso anno, ha ricevuto il Premio Alghero Donna, e Il principe volante, in cui ha raccontato con malizia e amorevolezza la vita di Antoine de Saint-Exupéry, mentre nel 2006 il libro di racconti Il ritorno dei mariti.

Il festival è patrocinato dall’Amministrazione Comunale retta dal Sindaco Avv. Katja Baboro, dal Museo della Lettera d’Amore e dall’Associazione Culturale AbruzziAMOci.

ETRA THE ACOUSTIC TRIOETRA THE ACOUSTIC TRIO

BHANGRA BOYSBHANGRA BOYS AND GIRLS

BARBARA ALBERTI VINCE LA XVII EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE


PER LA PRIMA VOLTA IN ABRUZZO I BHANGRA BOYS AND GIRLS

“Gabriel, tu avevi 29 anni, io 19. Era il 1987. Ci incontrammo a un convegno di poesia sulle Alpi Marittime. Io venivo da Roma, tu da Nantes. Eri piccolo e brutto come Picasso, ma con una testa da torero”, inizia così la lettera con cui Barbara Alberti ha vinto la XVII Edizione del Premio Lettera d’Amore, a cui anche quest’anno hanno partecipato scrittori da ogni regione d’Italia e anche dall’estero, dalla Francia, dal Belgio, dal Canada. La cerimonia di premiazione si terrà martedì 8 agosto alle 20 e 30, con la straordinaria presenza, per la prima volta in Abruzzo, della compagine di danza orientale dei “Bhangra Boys”, comparsa in diversi film di Bollywood. In questa danza, molto gioiosa e festosa, i residenti del Punjab indiano esprimono l’amore per la loro terra. Ad introdurre la compagnia sarà il Presidente dell’Associazione “Vivere con Gioia” Michele Meomartino.

La manifestazione, patrocinata dall’Amministrazione Comunale di Torrevecchia Teatina, presieduta dal Sindaco Katja Baboro, organizzata dal Museo della Lettera d’Amore, sarà presentata da Massimiliano Elia e Kristine Rapino, giovani attori e scrittori. Sarà ospite Franca Minnucci, che parlerà della sua ultima curatela, riguardante la raccolta delle lettere di Gabriele D’Annunzio a Luisa De Benedictis, la madre. La giuria presieduta da Vito Moretti e composta da Massimo Pamio e Massimo Pasqualone si è espressa favorevolmente sulla qualità dei testi in gara. Vincitrice del primo premio è risultata Barbara Alberti, che ha preceduto al secondo posto ex aequo Laura D’Angelo e Michela Bresciani, al terzo Therry Ferrari. La giuria ha voluto assegnare un premio speciale a testi che si sono distinti per la particolare qualità letteraria e per l’originalità, i cui autori sono: Amalia Cavorso, Tino Di Cicco, Yuleisy Cruz Lezcano, Margherita Di Sipio, Katia Enzo, Vanes Ferlini, Tiziana Gabrielli, Enrico Paolo Garrisi, Fantino Mincone, Carlo Monteleone, Alessandra Nepa, Giuliano Petaccia. Sono stati considerati meritevoli di segnalazione: Gabriele Andreani, Mauro Barbetti, Daniela Basti, Liliana Capone, Francesco Celi, Benito Crea e Diana Mazzone, Bianca Delpiano, Andrea Del Coco, Grazia D’Altilia, Giorgio De Luca, Sabatino De Sanctis, Gabriele Di Giorgio, Rosanna Di Iorio, Antonio Di Marino, Vincenzina Di Muzio, Alessandra Di Santo Travadel, Maria Lucia Faedo, Laura Ficco, Silvana Marrone, Patrizia Medizza, Manuela Minelli, Lorenza Negri, Paolo Miscia, Lelia Ranalletta, Claudia Schietroma, Aissa Sow, Eleonora Tarabella, Alice Valente. Riceveranno inoltre un riconoscimento tutti gli studenti delle scuole partecipanti: gli alunni della III F delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della II A delle Scuole “Vicentini-Della Porta” (Insegnante Lorella Di Renzo), gli alunni della I E delle Scuole “Chiarini-De Lollis” (Insegnante Monica Ferri), gli alunni della IV B della Scuola Primaria di Torrevecchia Teatina – Istituto Statale Comprensivo di Ripa Teatina (Insegnante Concetta De Francesco). Barbara Alberti è nata in Umbria e vive a Roma, dove si è laureata in filosofia. È scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, autrice di romanzi, saggi e biografie fantastiche. Impegnata anche in ambito cinematografico, ha firmato le sceneggiature di pellicole quali Il portiere di notte (1974) per la regia di Liliana Cavani, e Melissa P (2005) diretto da Luca Guadagnino. Tra i suoi romanzi e saggi, ricordiamo il picaresco Memorie malvage (1976), il meditativo Vangelo secondo Maria (1979), prove venate di umorismo e provocazione come Il signore è servito (1983), Povera bambina (1988), Parliamo d’amore (1989), Delirio e Gianna Nannini da Siena, entrambe del 1991, e Il promesso sposo (1994), un gustoso profilo dedicato al critico d’arte Vittorio Sgarbi e presentato sotto le spoglie di un’autobiografia “mancata”. Di genere umoristico è La donna è un animale stravagante davvero: ottanta ritratti ingiusti e capricciosi (1998), nel quale la Alberti ha rappresentato un Don Giovanni immaginario con accanto alcune figure femminili note della sua generazione. Nel 2003 ha pubblicato Gelosa di Majakovskij, romanzo ispirato dalla vita del celebre poeta (per il quale, nello stesso anno, ha ricevuto il Premio Alghero Donna, e Il principe volante, in cui ha raccontato con malizia e amorevolezza la vita di Antoine de Saint-Exupéry, mentre nel 2006 il libro di racconti Il ritorno dei mariti.

BARBARA ALBERTIBarbara Alberti

BHANGRA BOYSBhangra Boys and Girls

PER ANTONIO ALLEVA di Massimo Pamio


Sapeva già, Antonio, che la sua poesia mi avrebbe parlato, chiamato, con una sollecitudine silente, perché proveniente da un’urgenza, da un’intensità che maschera e rivela nello stesso tempo, e che decide per noi. Non si conosce mai il motivo per cui si stabilisce un’immediata sintonia con alcune persone, ci sono moti che sfuggono, semplici verità connaturate nelle cose stesse del mondo, elementi simili e magnetici celati nel modo di manifestarsi, di guardare, di respirare, di toccare senza sfiorare: nell’amore, come nell’amicizia il ripetersi di queste forme, di questi archetipi emozionali ci sfugge, o forse si impone nello stesso momento in cui, impadronendosi di noi, nascondendosi nella nostra più profonda intimità, diventano parte integrante del proprio modo di sentire, definendo la mitologia di una minima individualità: forme che formano o fanno mutare, o forse stabilizzare nelle sottili mutazioni degli impulsi emotivi e prelogici.

Non so, ma nella gioia nel sorridere di Antonio c’era già un invito, una pienezza che cerca l’alba -perché è già alba in sé. Antonio sapeva e mi conosceva, prima ancora che io avessi letto le sue liriche che solo a censirle ora mi viene un velo di commozione e un avviso di gioia.

La gioia si consuma nelle lacrime e in un sorriso, in un “piangere d’amore”; l’emozione prende forma nel ricordo di persone care, come vi ricordo, Carlo Lizza, Luciana Piccirilli, Marco Tornar: l’amore non è altro che una condivisione di una gioia insolubile e irrisolvibile che risiede nel mondo, capace di rendere gli uomini creatori di una comunanza senza parole e senza silenzio, a volte una specie di sorriso o di smorfia sul volto a due, ma anche tra un’assenza e una presenza, tra una maschera e un viso: intuizioni dietro le quali c’è comunque l’ombra del Significante/Significato.

Poesia: concessione del lirico, del sentimento fattosi carne e della nostalgia per il Dio nascosto, intuizione di ciò che potrebbe essere il mondo se avessimo un’alta consapevolezza. Risiede in questa intuizione di ciò che si nega, il poetico: accesso a un’altra dimensione che si percepisce col sentimento, il sentimento che riveste come un’edera la parola.

Il poetico è il sentire nel proprio corpo il nascondersi dell’altro ed un avvertirlo in punta di nostalgia. Amore come carezza, soffio, sensazione lancinante di apertura, dell’aprirsi sull’insondabile, sull’inconoscibile, sull’abisso. Sempre percezione dell’abisso, sensazione di precipitare in una voragine.

La poesia non dice nulla, possiede la concretezza di un sospiro, la verità di una speranza nuda, vuota, senza oggetto o cosificata, mineralizzata, ambrizzata.

Iterazione: affinché /che il mondo si ripeta, esorcismo contro la morte (anche se uguale, anzi uguale!)

Apertura mai chiusura che sa di chi vive nella natura.

Iterazione sintassi per asindeto esposizione poematica di un pensiero narrativo a voce alta, un pensiero intimo (la poesia). Un pensare intimo e narrativo, un procedere per sequenze coordinate per accumulo, un addensarsi di strati geologici del presente: il reale che si svela, che si toglie la maschera e nasce: la poesia. Un raccontare per svelare la condizione (nascosta, sottostante) poetica del reale. La poeticità si nasconde sotto ogni oggetto e avviene come forma di vicenda, il trasferirsi dell’oggetto nella vicenda è poesia, è questo condizionare il reale di una “sua” interiorità, per ridarne l’intima essenza pudica di un qualcosa che in verità nasconde parte di sé. È una scrittura di pensieri che si sovrappongono.

Non-finito, il pensare, a cui l’ausilio degli oggetti si attacca per non sparire: sono le prove che ci dicono che ci siamo, le cose sono attaccamento al vivere, talismani, apotropaici, esorcismi della morte, le cose sono la nostra ultima parola.

Il dialogo intimo del pensare non si arresta mai, il pensiero incalza il reale e da esso si lascia incalzare, procedono insieme pensiero e reale in un’unica soluzione che è poi quella della scrittura poetica, del pensiero poetante, nel caso di Alleva il pensiero e l’azione si fondono in una serie di sequenze inarrestabili che vanno verso una conclusione che è sicuramente la più intensa e abissale: quella di “Bambino mio”, ad esempio, in cui la successione incalzante delle parole  (che oscillano tra nenia ninnananna e preghiera) si accalcano per salvare il mondo: un bambino, il bambino per antonomasia, Gesù, che dobbiamo salvare dalle grinfie del mondo dal dolore del mondo e farlo bambino nostro, prenderlo tra le braccia.

O mettersi nei panni dell’incantato della stella.

Alleva è poeta tutt’altro che facile: chi legge i suoi testi deve aver necessariamente letto molti libri, ascoltato molta musica, frequentato la pittura. La sua poesia è densa di riferimenti colti, di citazioni, colori,  immagini di quadri incontrati nei musei, di suoni e ritmi e melodie musicali, una specie di scrigno prezioso al quale solo pochi eletti possono attingere.

Annotazioni su “Ultime corrispondenze dal vilaggio”, Ed. Il Ponte del Sale, 2016.

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FESTIVAL DELLA LETTERATURA DI BERLINO


We would like to draw your attention to the programme so far and the start of the advance bookings for the 17th international literature festival Berlin. The complete programme will be published August 24th 2017 on our website and in the programme booklet.

The festival will be opened this year with a lecture by Elif Şafak (Turkey/ GB) on 6th September 2017 at 6 pm, in the Haus der Berliner Festspiele. Following this, Robert Menasse (A) will present his new novel “Die Hauptstadt”. The next day, the Booker-Prize-winning author Arundhati Roy (India) will present her eagerly anticipated new novel “The Ministry of Utmost Happiness”. At the end of the festival, Yasmina Reza (F) will present her latest book “Babylon”.

Over the eleven days, more than 200 authors will present their works and discuss important topics of our time. Guests will include, among others, Eliot Weinberger (USA) with his volume of essays “The Ghosts of Birds”, Indian authors Perumal Murugan, Amit Chaudhuri and Namita Gokhale, Bachtyar Ali (Iraq/ Germany) with his new novel “The City of White Musicians”, Nadeem Aslam (Pakistan/ GB) with his novel “The Golden Legend”, Mohsin Hamid (Pakistan) with “Exit West”, Christophe Boltanski (F), Frank Witzel (Germany) with “Direkt danach und kurz davor”, Australian authors Brian Castro, Charlotte Wood and Omar Musa, Guatemalan author Arnoldo Gálvez Suárez, Stefan Hertmans (Belgium)with his new book “Die Fremde”, British journalist and novelist Hari Kunzru, winner of the International Prize for Arabic Fiction Mohammed Hasan Alwan (Saudi Arabia/ Canada), Nicol Ljubić (Germany), Arturo Fontaine (Chile), Hans Christoph Buch (Germany) and Donna Leon (USA/ I).

For the launch of her book “Bitch Doctrine: Essays for Dissenting Adults” we welcome Laurie Penny (GB). The Argentinian writer Pola Oloixarac will present her book “Kryptozän” (‘Las constelaciones oscuras’). Petina Gappah from Zimbabwe will give us an insight into her new book, “Rotten Row”, which will be published in October. Lize Spit (NL) will present “The Melting”. Yaa Gyasi (Ghana/ USA) will celebrate her first German book launch with “Homegoing”. In addition, we will be welcoming internationally acclaimed authors Amanda Lee Koe (Singapore/ USA), Marie N’Diaye (F/ Germany), Madeleine Thien (Germany/ Canada), Shumona Sinha (India/ F), Ottessa Moshfegh (USA), Edna O’Brien (Ireland) and Xiaolu Guo (China/ GB). Following last year, Eva Mattes will read from the third part of the Neapolitan series by Elena Ferrante (I), “Those Who Leave and Those Who Stay”.

This year 32 authors, illustrators and scientists will present 34 books as part of the “International Children’s and Young Adult Literature” section of the ilb, 27 of which will be premieres. On September 6th, Meg Rosoff (USA/ Great Britain) will open the section with a lecture based around her novel ‘There Is No Dog’. At the heart of the section lie the thirteen writers and illustrators Alina Bronsky (Russia/ Germany), Christian Duda (Austria/ Germany), Rambharos Jha (India), Sebastian Meschenmoser (Germany), Levi Pinfold (Great Britain/ Australia) Christian Robinson (USA), Jenny Robson (South Africa / Botswana), Meg Rosoff (USA/ Great Britain), Catarina Sobral (Portugal), Angie Thomas (USA), Øyvind Torseter (Norway), Jon Walter (Great Britain) and Anna Woltz (Netherlands), who will present their new books personally at the festival. Alongside lectures, there will also be workshops, discussion groups, exhibitions and various specials, in which other writers will participate.

As in previous years, the ilb will cooperate with the Science Year 2016/17, which this year centres around the motto Seas and Oceans: in this project, marine researchers examine the habitat of the sea, its uses and threats to its existence. Under the motto ‘Reading the Currents. Shifting Seas’, eleven authors in conversation with scientists will write and present texts exclusively for the ilb which tackle issues surrounding oceans and their state of change. These authors include Lucien Deprijck (Germany), JoeAnn Hart (USA), Cormac James (Irlenad/ F), Merle Kröger (Germany), Lydia Millet (USA), Monique Roffey (Trinidad/ GB), Will Self (GB) and Yoko Tawada (Japan/ Germany). Free Admission!

For the first time in the history of the international literature festival berlin, an author will perform on all eleven days: Raoul Schrott (A) will present his work “The First Earth”, talking to scientists about the genesis of the universe, the earth, the seas and mankind. Free Admission!

In the section ‘Science and the Humanities’, in which the focus lies upon the presentation of scientific thought, disputes and results of scientific research, Ulrich Dirnagl and Jochen Müller will present their book “Ich glaub, mich trifft der Schlag”. As well as this, we will welcome the neurobiologist Dietmar Schmitz, plus John-Dylan Haynes, Antje Meyer, Jacqueline E. Ross among others.

Following our 2015 focus-day ‘The Art of Translation’ and the 2016 ‘The Art of Proofreading’, this year Stefan Zweifel, Andreas Platthaus, among others, will speak on The Art of Literary Criticism.

On the occasion of the 20th anniversary of ‘Banipal’, the Magazine of Modern Arabic Literature, we will welcome Algerian author Amin Zaoui, writer Mariam al-Saadi, born in the United Arab Emirates, the Egyptian author and journalist Emad Fouad, the Syrian Poet Nouri al-Jarrah and Veronika Dintinjana from Slovenia.

In the Special Series New German Voices, the ilb will present a new generation of young, talented German writers. This year, among others, Fatma Aydemir will present her hotly-debated novel “Ellbogen”.

We are particularly delighted to inform you of the book launch of our project Refugees Worldwide with Khaled Khalifa and Nora Bossong. In summer 2016, the “Refugees Worldwide” project was launched as part of the international literature festival berlin, aiming, through literary reportage, to convey experiences, impressions and information about the situation facing refugees in a European and global context. 14 authors have written texts on the topic, each focusing on one particular country. The anthology of reportage will be published in German by Wagenbach Verlag and in English by Ragpicker Press.

In the series “Memory, speak”, the translator Gabriele Leupold and Jürgen Dormagen will present “Die Baugrube” by Andrej Platonow. René Böll and Tanja Dückers will come together in discussion to remember the 1972 Nobel Prize Laureate Heinrich Böll. There will be an event on W. G. Sebald with Uwe Schütte and Markus Joch; Stefan Zweifel and Andreas Isenschmid will turn their attention to Marcel Proust.

On this year’s Graphic Novel Day, Amruta Patil (India) and Javier de Isusi (Spain) will contribute. The day will open with Ulli Lust’s (Germany) presentation of her graphic novel “Wie ich versuchte, ein guter Mensch zu sein”. Reinhard Kleist will present his new comic “Nick Cave: Mercy on Me”, at an event on 7th September.

Due to current political developments and upheavals, the Peter-Weiss-Foundation is organising September 8-10 an ‘International Congress for Democracy and Freedom’. Inspired by the First International Congress of Writers for the Defence of Culture, held in Paris in 1935, and the Russell Tribunal of 1966, the aim of the congress is to discuss the causes of the various political mistakes of recent decades and to compile ideas for the future. From 8th – 11th September 2017, authors, journalists and scientists will reflect upon the challenges and opportunities for democracy and freedom. Speakers will include, among others, Can Dündar, Andre Wilkens, Daphne Büllesbach, Ulrike Guerot, Laurie Penny, Catherine Banner, Paul Mason, Arjun Appadurai, Geert Mak and Priya Basil, who works with us about the concept of the congress.

During the 17th ilb, reading groups will take place devoted to discussing texts by Peter Weiss, Karl Popper, W.G. Seebald, amongst others. The first meeting will take place on 10.09 in the Haus der Berliner Festspiele.

There will be an event on 6th September as part of the Worldwide Reading of the Universal Declaration of Human Rights. On the 11th September, the Congress will conclude with the series of events for children and young adults entitled ‘Rethink Democracy’. In five individual events, authors will discuss with school students – as well as over the course of the preceding Congress-Weekend – questions on the status quo of democracy, the meaning of social media for democratic processes, equal opportunities as well as perspectives and alternatives to the democratic model.

Bookable too: Salman Rushdie on November 30th with his new novel “Golden House” – in the Großer Sendesaal des rbb.

We would also like to draw your attention to a reading in memory of Peter Weiss with Natalia Wörner as part of the festival LIT:potsdam on 9th July 2017 at 5 pm at the Museum Fluxus. Free entrance!

IL DETTAGLIO E’ LA ROVINA (LIDIA RIVIELLO)


Proponiamo una recensione di Lidia Riviello su “Il paziente crede di essere” di Marco Giovenale, Gorilla sapiens, 2016.

Il romanzo piace e piace la poesia.
Le piace Brahms ? chiedeva Perkins alla Bergman nel ’60. Oggi come non mai dovrebbe interessare il procedimento che porta allo scritto nel suo significato di cosa che preme materialmente preme sul linguaggio e nel tardo linguaggio che oggi viene esposto s’incaricano tutti di ricercare cosa prema sul linguaggio.
Non possiamo dire ancora cosa del novecento già tardo digitale resti/interessi: il racconto, il micro racconto, il segno, il frammento per procedere secondo altre soluzioni e per non procedere, arretrando, sulla diretta e diritta via di un linguaggio siglato, consono, rispondente a tradizioni posticce.
Dopo il tempo delle categorie, dei formati e dei generi, arriva la formazione di una cultura linguistica delle forme indistinte, delle manomissioni dei generi. Mi viene in mente un ricordo, un flash da Sillabari di Goffredo Parise. Lo scrittore sostiene che quei Sillabari (con la forma del racconto ma già/quasi estratto) non potevano diventare romanzo perché solo con il breve testo e apparentemente concluso in forma breve si lascia al lettore l’attenzione sul sangue (è questo poi il titolo di uno dei capitoli/lettera).
Qui ne Il paziente crede di essere il problema dell’attenzione è inganno e strategia del testo. L’attenzione stabilita va nei confronti del minimo e massimo segno della lingua: un coltissimo uso del riciclo linguistico e del buttato pregiato, termini ricercatissimi, d’invenzione per associazioni o scollamenti e altri sfruttati dalla letterarietà banale o dai tecnicismi, dagli specialisti…
Man mano che l’attenzione si contrae e si dilata di là dal dal/nel testo, si registrano accadimenti per nulla risolutivi, fortemente scandalosi perché si va a scioccare con la lingua il dettaglio, il reperto, contrastando e frizionando termini in una azione scenica che diventa come un piano regolatore del linguaggio, una landa desolata dalla quale s’impartiscono tic e azioni di sagome/personaggi appartenenti all’apparenza a codici culturali connotati e che sembrano fondersi con altri personaggi/sagome di sottoculture. Il paziente è anche critica dello stravolgimento e della decadenza delle culture, delle sottoculture e delle medioculture ormai dominanti.

Questa è una scrittura scenica, o meglio una scrittura scemica di cosa che scema, che perde progressivamente una data caratteristica, che svanisce. Il comico qui pare disporsi per rispecchiamenti e sfinimenti coltissimi per riflessi della scrittura che come suo rovescio propone… la scrittura di altra scrittura. Il goffo qui lo fa il senso, il significato, la trama, ma anche il tradizionale non sense e il doppio senso che non hanno luogo. Allora pare possa cercare un suo spazio l’insensato nel senso che non ha un buon senso. Quali di questi racconti è di buon senso, ha capacità di giudizio? Uno di questi attori, caratteristi, comparse? Del privato di senso ci si illude, di trovare un senso nella quotidianità. Giovenale diventa scrittore e avverte il fatto che non vediamo più e leggiamo solo come vediamo ma questo non significa che non si formino pesantissime mini epiche che dilatano la presunta libertà di scrivere un racconto. Pare appunto, anche questa, una critica dello scrivere il racconto e una critica alla assertività del codice.

In questo testo viene messo in gioco il conflitto tra la parola e la sua tenuta, la sua durata. Il termine introdotto a volte viene sottolineato anche tipograficamente (il corsivo) con i termini da salvare, inutilmente riemersi… consumabili…) e non solo per forzare i nessi logici come è stato giustamente scritto ma per indebolire (fortunosamente) i nessi che scomparirebbero divorati dalle loro stesse associazioni, dai derivati, dalla descrizione, infine. In De finesse ad esempio. Qui la descrizione tace, parla l’intenzione nel senso, di intelligenza nel compiere un’azione o non compierla, di poterne dire l’assenza di rilevare il calco di un’azione precedente. Così il racconto si priva di racconto.
Riflettevo mentre leggevo Il Paziente crede di essere che non ci sono più le file di una volta al cinema o in banca, vi sono adesso gruppi sparsi che si assemblano si sfiorano e si formano nel paesaggio di quinta acquistata dal lettore: una quinta da cui vedere la banca e l’altra da cui vedere il cinema. Sia in banca che al cinema non andiamo più o quasi. Sono totem freddi che ci trovano già lì, impiantati. Immaginiamo le attese, lo sperpero delle immagini, l’accumulazione dei segni, delle mimiche, sono combinazioni di persone destinate entrambe alla dissipazione, appunto… al racconto, alla sorpresa, al colpo di scena che è uno scherzo, un lavoro di linguaggio, un gesto che si fa grande per intrattenere, per fermare uno spettalettore che vuole vedere ma non può vedere tutto. E ogni scena di questa serie di testi ci viene prospettata come un estratto, una traccia o un remake.
Questa scrittura cangia nel dettaglio, diventa calco, evapora dopo l’urto con la superficie sottile, umana. Pensiamo al film muto, di cui questo libro pare a tratti una sonorizzazione. Uno sbaraglio di parole che poi è diventata cosa scritta. Dobbiamo fare i conti con calchi, geroglifici arzigogoli. In questa serie di testi v’è un patrimonio totale di forme del racconto di tradizione novecentesca, di frammento classico, di messa in scena, di fabula, di una farsa contemporanea.
La plurioggettività dei riti con la quale sostiamo fra i segni leggevo in un messaggio inviato a Giovenale con il cellulare. Intendevo, credo, l’organizzazione di numerose condizioni, situazioni, messe in scena nelle quali avvengono iniziazioni le più ripetute di riti linguistici propri del racconto, anche dell’inserto con la quale organizzazione dobbiamo sostare fra i segni, gli epitaffi, le marche, i titoli. Non posso soffermarmi sulle condizioni del testo, rovinerei una materia tanto complessa per come è stata prima che scritta, ideata. Meccanismi complessi di scelta di una certa idea fra le tante possibili, un rigore contro l’agitazione della tradizione. Una ripetizione e un procedimento che ci si attende dal racconto che Giovenale sempre disinnesca. Ogni oggetto di questi testi è destinato ad essere studiato: maschere rurali razionate per muovere gesti, mugugni, straniamenti, giungendo poi al segno della macchina , alla genesi di atti meccanici pronti a tornare impulsi. Molto spesso, sempre forse, la caricatura umana che spinge il gesto, esaspera l’allestimento inconscio dell’esperienza, rende tutto il guardabile un contenuto impossibile. Si tenta solo una esperienza vigilata dell’estremo, del trasgredito.

nessun limite con molti oggetti.
Il guardone e la fenomenologia del guardone.
In paese il guardone era considerato chi passava ore e ore a guardare la medesima scena, il dettaglio, una dilatazione che ha fatto scoprire insetti, accessori di un abito, tic e mimiche facciali…
Il dettaglio, la rovina dell’esperienza, la sua consumazione ronza nell’esperienza linguistica di questo libro. Facevo riferimento al cinema muto e penso a Buster Keaton e ai continui rovesciamenti di senso all’insegna di un esercizio continuo della logica: gli oggetti cambiano di senso, le azioni semplici diventano complesse e quelle impossibili diventano facilissime, ciò che sembra innocuo diventa un pericolo e le avversità si rivelano aiuti impensati. Penso all’ omicidio apparente di Alain Robbe Grillet: in tutto il romanzo, il personaggio Mathias dispiega un ritaglio di giornale contenente i dettagli dell’omicidio di una giovane ragazza e la scoperta del suo corpo tra gli scogli. La relazione di Mathias con una ragazza morta, forse quella della storia, viene rivelata in modo obliquo nel corso del romanzo, in modo che il lettore non capisca mai se Mathias sia realmente un assassino o solamente una persona che immagina di uccidere. Significativamente, l’assassinio “reale”, se mai esiste, è assente dal testo. Qui nel testo di Giovenale i presenti sono in realtà degli assenteisti cioè frequentanti dell’assenza, per motivi vari, pretesti, dal lavoro come dal racconto stesso. Obbligato ‘dal genere’ a intervenire, egli si assenta. Gli impiegati/personaggi si ribellano al testo. La narrazione di Robbe Grillet contiene pochi dialoghi e la cronologia degli eventi è ambigua. Infatti l’incipit del romanzo è indicativo del tono dell’intera opera: “Era come se nessuno avesse sentito…”. “Nessuna soluzione reale”, ecc, e questo interessa anche la serie di testi in Giovenale anche quando sono dispiegati fatti situazioni più o meno reali questi non incontrano nessuna soluzione reale.

Un problema si è prodotto nel tempo: quello di uno ‘stato delle parole’ evidente, assertivo, è sussistito un problema di stile, di genere, un punto di non ritorno del linguaggio che nella peggiore prosa genera nostalgia e nella migliore una reazione a scrivere in un altro modo. Un processo quasi parodico tra oggetto, situazione mimica e condizione della parola, stato del linguaggio. La lingua organizza in senso stretto i suoi materiali in una caccia sulla superficie dentro una cornice che non ha quadro.

Scrivere intorno al genere e sulle ceneri del genere, registrare le ombre attive della installazione anche se pure qui l’installazione pare sorpassata sia come enunciato che come ipotesi del progetto. Ecco qui si fa man bassa del progetto come illusione, come proposta.
E poi cos’è il paziente? Forse lo scrittore, la scrittura.
Crede (il paziente) di essere risolutivo, modello, genere, categoria, forse personaggio ancora, azione, prosa. Crede infine di essere il linguaggio, di essere il grande ammalato simbolico, crede di essere crede forse di essere uno di noi. Che legge.

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Marco Giovenale

 

 

VIVIAN MAIER LIVE IN ROME


VIVIAN MAIER LIVE IN ROME

di MASSIMO PAMIO

Una mostra della fotografa definita pop per il successo che incontra ovunque, composta di 120 foto in bianco e nero e immagini a colori e filmati in Super 8, è ospitata fino al 18 giugno al museo di Roma in Trastevere. Ci sono cartoline, segnalibri, il catalogo Vivian Maier. Fotografa, pubblicato da Contrasto. Dopo le retrospettive di Nuoro, Monza, Genova, Milano, Lucca, Trento, Roma, ecco di nuovo Vivian Maier nella città Sacra, Vivian ogni giorno in tournée, come una star, chissà quanto si sarebbe divertita a sapersi inviata in ogni dove, implicata, per un destino bizzarro che non smette di assecondare le sue carezze visive, i tocchi impertinenti, devoti, divertiti, appassionati, commossi, stralunati, sorpresi, in giri compulsivi attorno al mondo per rispecchiare la sua quotidiana dedizione alla fotografia, modellata sul trasporto dell’impronta dello sguardo verso ogni dove.

La sua curiosità e la tristezza la condussero, per sei mesi, tra il 1959 e il 1960, in un giro attorno al mondo che compì in solitudine, chiusa nel suo sguardo che, sebbene leggermente spento e venato di fragilità, era pronto a copiare e incollare in un solo ictus l’incredibile segreto multiforme del mondo, di cui con scatti taglienti cercava di accertare la verità: se contenuta negli occhi di un bambino o nel palloncino che copre il volto di un vecchio non importa, ciò che le stava a genio era delimitare con esattezza le misure di un breve episodio del mondo, tanto da formare una collezione unica, centomila occhiate fisse a scrutare il mondo, a interrogarlo, a cavarne, tra le ombre e le luci, il passaggio dal falso all’illusione, dalla speranza all’amore che regna sovrano su tutta la nostra perfetta –quella sì, perfetta, come le sue foto- ignoranza. Non si può ignorare l’amore, ecco questo è il messaggio di Vivian, l’amore è per le cose, è per i colori, è per la figuralità, per le creature, l’amore è senza posa, è il senso della vita. Lei lo sapeva così bene che forse non riuscì a condividerlo con altri esseri umani (o forse sì, che ne sappiamo di lei?), tanto era dedita ad amare tutto ciò che era attorno a lei, perché amare è sorprendersi di continuo, volando attorno a sé e attorno al mondo, in una danza che, per fermarsi, deve ricorrere a uno specchio ed impietrire.

Lei e la sua inseparabile Rolleiflex a passeggio per la New York del 1953 costituiscono uno dei più grandi fenomeni concernenti il miracolo della visione d’ogni tempo, laddove occhio e oggetto, artigianato e tecnologia, domanda poetica, curiosità, sete e senso del mondo si sposano in un unico movimento, grazie a gambe e intuito, a sensibilità e capacità di interpretare, di vedere. Mi chiedo che cosa sarebbe accaduto se Vivian fosse vissuta a Roma in quegli anni, oppure nel periodo della dolce vita, forse lei sarebbe riuscita a farci vedere Roma così come non l’abbiamo mai concepita; c’è un Altrove di Roma che solo Vivian avrebbe potuto consacrare al visibile.

La visione è un miracolo che ha bisogno di attenzione, di dedizione, di devozione, poiché può divenire consapevole atto di meditazione contemplativa, di illuminazione trascendentale, di acquisizione della forma in cui a noi si mostra l’essere del mondo.

Vedere è un privilegio unico, un sentire e toccare il gusto del lontano, percepire il profumo del tempo in cui ogni cosa è istante assoluto e assoluta immersione: la visione è il mare che tutto questo accoglie, è il mare che percepisce l’infinito darsi e ritrarsi dell’abisso del reale. Vedere è rendere attuale ciò che era nel disegno del mondo: la Vita.

C’è sempre qualcosa che accade, che stupisce, che per la prima volta compie un giro attorno a sé e si lascia cogliere in tutte le sue sfaccettature, ogni vedere è un balenare dell’immenso, un vibratile dischiudersi delle mille sfaccettature del diamante. La scoperta di quel brillare accenna a uno scintillare che è dentro di noi, fatto della stessa sostanza di tutto il brillare dell’universo, forse quel pullulare di splendidi soli non è mai stato, forse siamo noi, animati specchi, a proiettare un intimo bagliore su quel diamante.

Il mondo è di un’oscurità indicibile, intraducibile, che ha bisogno del nostro brillare per manifestarsi, per chiarirsi.

Sempre pronta a imitare le stranezze del mondo, celata in un bottone, in uno specchio, in una mezza ombra, dietro un buio riparo che si chiama obiettivo fotografico, Vivian si nasconde in un occhio per rendere ancora più intima la carezza di bambinaia impertinente, capace di abbandonare i suoi angeli per impadronirsi di un solo riflesso della luce che si anima negli altri, negli umani inquieti turbamenti, nei piccoli miracoli quotidiani con cui gli umani assistono e indorano le cose: angeli luciferini, angeli distratti.

Vedere è inebriare: inebriare le figure, innanzitutto, le creature, quelle strane forme bizzarre e mostruose che riusciamo perfino ad amare, quei mostri fatti di un piccolo e deforme melone attaccato su un sottile tubo rigonfio, a sua volta collegato a un buffo bidone dotato di due bastoni dotati di un’estremità orribile capace di ghermire, il tutto poggiato su due bastoni con un terminale piatto e spezzettato in punta, così piccolo che non riesci a capire come mai non cadono, gli uomini, per terra, da un momento all’altro.

Soltanto Vivian può dirci chi sono, che cosa fanno, quali sono le loro verità: sono FIGURE, ovvero alberi in movimento, che scorrono da una parte all’altra, non si sa per quale motivo, se quasi si confondono con il resto delle cose, e facilmente spariscono, inghiottiti da quale altro mostro più grande di loro. Vivian coglie la Figuralità, l’essenza di tutte le creature nel loro destino di apparenza pura, di occupazione di spazio, del potenziale trasformarsi in atto del movimento. Per comprendere il loro movimento bisogna fermarle, anzi, sorprenderle. Elementi di una scenografia, improvvisate figure su uno sfondo che fa da contrasto e le regge.

Perché se scoprono che le guardi o addirittura che le ritrai, le figure perdono il loro movimento istintivo e da figure che erano si trasformano di nuovo in maschere di alberi fittili.

La figura è un elemento della natura, come lo sono le pietre, i paesaggi. Le figure sono il luogo delle forme, sono i nuclei atomici dei colori, delle geometrie, dei coni, delle piramidi. Nella figura c’è già ogni statua, ogni aereo, ogni ruota o ventaglio che verrà.

Vivian coglie nella figura la sua essenza di natura in movimento: l’uomo è la figuralità della natura che ha abbandonato la fissità vivente per impadronirsi goffamente del movimento. La creatura animale è animata e anima, è movimento che dà movimento, ognuna serba in sé il colpo della vita che l’ha messa in movimento, la spinta che l’ha trasformata in energia pura, in possibilità di trasferire nello spazio il corpo della vita.

Ogni creatura è una piccola cometa, un asteroide che gira da millenni verso un oltre, che non riesce a fermarsi, che si trasformerà in altra vita, consegnando la figura, la sua impronta a un nuovo vuoto, andando a occupare una cuna della terra, un angolo nascosto, un pertugio del reale.

Noi non vediamo, non osserviamo, non contempliamo, il nostro sguardo è labile, si sposta da un oggetto a un altro, senza mai soffermarsi, non è capace di accarezzare le cose, lontano dal senso di tutto ciò che ci circonda e ci chiama;  vedere è un rispondere a quella chiamata muta del mondo, della vita che si propaga attorno a noi e che ci suggerisce di fermarci, di contemplare, di tornare ad essere alberi per poter comprendere il senso della luce.

Gli alberi sintetizzano il miracolo della luce, noi abbiamo dimenticato come si fa, a ricordarcelo può intervenire solo Vivien Maier, che con la sua Rolleiflex clorofilla trasforma  i corpi in figure, il movimento in fissità, l’oggetto nello sfavillio del nostro vedere.

Che cosa vede Vivian? Forse è un angelo privilegiato, probabilmente riesce a scrutare una prospettiva che a tutti gli altri sfugge, è una specie di Orson Welles o di Hitchcock della fotografia, o forse vive in una città –la New York degli anni Cinquanta- che di per sé genera angeli nelle sue strade dove qualcosa è stato irrimediabilmente perduto per sempre e sostituito dal favoloso nuovo: “Piange ciò che ha fine e ricomincia./ Ciò che era area erbosa, aperto spazio e si fa cortile,/ bianco come cera…/ Piange ciò che muta, anche per farsi migliore./ La luce del futuro non cessa un solo istante di ferirci…” (Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice, 1957).

New York è un’antica foresta, dove gli alberi altissimi si sono trasformati in grattacieli su cui gli uomini postneanderthaliani si arrampicano, si perdono, dove i sentieri sono strade ampie percorse da dinosauri strepitanti – le autovetture rombanti- dove tutto si fa umanità, ma di questa umanizzazione che avanza e pervade ogni cosa, Vivian coglie lo spirito di un’innocenza senza tempo – l’innocenza della natura, così ipocritamente matrigna ma così dolce e capace di trasformare i suoi mostri in inaudita bellezza e soprattutto e addirittura in vista, ascolto, sentire dell’altro. Perché le figure sentono, sono dotate di sentimento, sono un incredibile espandersi dell’albero in palpiti, fremiti, sospiri, canti: e quanti milioni di anni ci sono voluti affinché gli alberi vedessero, aprissero gli occhi e si commuovessero di fronte alle foto scattate da una indiscreta, insolente bambinaia?

Queste non sono solo fotografie, sono domande rivolte al veggente. Con che cosa camminiamo? Ce ne rendiamo conto? Con che ci fermiamo a osservare e perché riprendiamo a camminare? Che cosa ci spinge? Che cosa governa i nostri gesti? Per quale motivo spazziamo un pavimento (forse già pulito)? Che cosa ci urge dentro? C’è una risposta nello sguardo di un bambino, c’è un senso in quello che fissa? Perché si assenta? Che cosa lo muove al pianto?

Osservare gli scatti di Vivian costituisce un’esperienza estetica, comporta un atteggiamento estetico, spinge a vivere, a mutare, a fare del proprio vedere un movimento ulteriore, un’approssimazione verso la ricerca della bellezza che è dentro ciascuno di noi grazie al sentimento (ecco Vivian ci induce a scoprire che il sentimento è ciò che fa scaturire la bellezza!). Vivian rivolta il guanto del sentimento della bellezza nella nostra capacità di diventare visionari.

Nella mostra sono proiettati alcuni documentari in Super otto di Vivian, Apollo astronauts parade, Chicago street scenes del 1965, Louis Sullivan building demolition, del 1971, After incident, del 1970, Tornado, del 1965, School Fair, Field day del 1973, nei quali si coglie una pungente ironia che forse nelle foto non tutti ravvisiamo, distratti come siamo dalla commozione che suscitano. Nei documentari, costituiti da un lungo piano sequenza, l’immagine è movimento, i colori sono movimento: le figure non contano, mentre le emozioni sono in movimento (negli scatti fotografici invece le emozioni sono rapprese, raggrumate nelle figure). L’occhio, desolato in Tornado, festoso in Field day, descrittivo in Louis Sullivan building, è vigile, curioso, ironico, ammiccante, coglie gli aspetti contraddittori dell’uomo (in After incident): è uno sguardo critico, etico, appassionato, analitico e sintetico, profondo, triste, sconfortato, divertito, ma mai disilluso, mai disperato. Vivien aggiunge vita alla vita, o accenna a conferirle un senso, a interpretare o a proiettare nella ripresa la voce silenziosa di una sibilla.

Le foto a colori di Vivian (con la Leica, stavolta) sono una rivelazione, sono pura didattica, laboratorio. I colori sono oggetto, sono oggettivati. Ogni colore è una cosa. L’immagine intera scompare in favore dei pezzi di colore. Una scarpa equivale a un pezzo di panchina, se sono entrambi gialli. Quel che conta è la corrispondenza tra i colori, i colori sono quelli che dialogano nella foto, non le figure, o i corpi, i sorrisi, le auto. I colori hanno un senso, ecco forse nella visione solo i colori hanno senso. I colori sono la risposta alle domande sul senso della visione.

Il nostro riconoscere le figure in mezzo al paesaggio piumato del reale proviene dall’atavico bisogno di distinguere il profilo delle fiere nella savana. Negli scatti di Vivian si esercita questa qualità per motivi di amore, di empatia, di Sentimento. Vedere per stanare tra le forme la figura per eccellenza, quella del simile, del prossimo, per poter esultare: Eureka!, per la gioia di aver trovato. Perché cercare con lo sguardo significa ripetere la tensione con cui l’innamorato fra i tanti cerca nella folla il volto di colei che dovrà raggiungerlo nel luogo dell’appuntamento. Ecco, il prossimo è giunto all’appuntamento del nostro sguardo, sta venendo verso di noi. Quella figura compie il nostro sguardo, lo completa, lo esalta nello scioglimento dell’attesa che non è stata vana: Ella è venuta, si è manifestata, è. Siamo macchine atte a cercare, spinte a desiderare, per amare, per trovare. Vivian augura anche a noi di trovare l’amore, al di là di uno scatto, al di là perfino di noi stessi, di trovare l’orizzonte dei nostri sguardi. Ma è in ogni scatto innamorato di Vivian che noi la ritroviamo, e con lei ritroviamo il nostro sguardo d’amore. Vivian si può solo amare.

Cogliere l’irriproducibile, cogliere l’istante, salvarlo, redimerlo, perdonarlo per essere stato istante, indurlo a risorgere. Tra morte e resurrezione, lo scatto fotografico compie l’impalpabile sostanza del marchio che il tempo produce su chi vive nella sua dimensione di illusoria dannazione. Siamo fatti della stessa sostanza del sogno, la foto è vedere il sogno con gli occhi di un altro, dell’Altro. C’era una volta la camera oscura, il luogo alchemico dove nel buio si riproducevano i sogni fatti a obiettivo aperto, ad occhi midriatici dietro l’obiettivo. Il fine dell’arte fotografica è di carpire il sogno, hic et nunc. L’illusione a portata di obiettivo.

Vivian svela la condizione dell’uomo moderno, che ha riprodotto la foresta primordiale nella città, laddove è ancora un minuscolo esemplare, solo e sperduto, un segno di ciò che la natura è riuscita a realizzare, una creatura capace di illudersi, di sognare, di annullare una scenografia sostituendola con un’altra, rimanendo comunque estranea a ogni ambiente da lei stessa inventato a sua immagine e somiglianza. L’uomo, come la natura, sogna, e sognando crea false illusioni, pensando di poter giungere alla conoscenza, ed invece la verità –la vita- sta sempre un po’ più oltre, misura stretta d’ogni sogno, reale o illusivo che sia.

Ogni aspetto del mondo è appeso a una piccola sfera di bellezza che nasconde una goccia del brutto, in ogni immagine c’è una compresenza di bellezza e di bruttezza. Il mondo non è né bello, né brutto, è una emanazione coestensiva di armonia. Perché allora li distinguiamo, bello e brutto? Perché il nostro percepire è sempre doppio? Forse perché in questo modo possiamo percepire l’Unità (percepire, ma non conoscerla)?

Ogni scatto di Vivian è unico, tende all’unicità, a forgiare in qualche modo un brandello, un lacerto di assoluto: come se l’assoluto fosse unico, come se ritagliando una parte dal tutto, di quella particola si potesse ricavare la verità più profonda, giungendo a conoscere a svelare perfino il Tutto. Il Tutto è però reso monco, sforbiciato, delimitato, colto dall’infinita rete di rami che formano l’Albero degli uomini. E se lo scatto fotografico fosse il cuneo su cui si reggesse il Mondo? Se lo sguardo fosse ciò che cattura le ragioni del Processo Creativo? Se la Rolleiflex clorofilla trasformasse la luce in vita? Se lo spalancarsi della palpebra e la pressione del dito sul pulsante della macchina fotografica fossero la spinta che induce al movimento la realtà, che induce la vita a produrre il marchio della sua illusione?

Vivian coglie il poetico nell’immagine, ovvero il sentimento che dà vita, che muove l’immagine e ne rivela l’appartenenza alla nostra intimità, provocando un risveglio (o una nascita), una sensazione aurorale. Lo scatto di Vivian è frutto di una condivisione, che unisce i contorni di una scena e la sua verità con l’emozione più intima. Quella scena colta in fotografia è dentro di noi per noi, solamente per noi, in un possesso primo e ultimo che è quello dello sguardo dell’innamoramento. Non aveva bisogno di amare, Vivian, se amava ogni pezzo del mondo che riusciva a ritagliare grazie alla sua incredibile capacità visionaria; Vivian era una visionaria, in qualche modo prevedeva, generava la scena fotografica, la intuiva, la catturava, la rendeva propria con estremo pudore e delicatezza, con soddisfazione e gioia. Poi, la nascondeva. Sguardi d’amore collezionati, messi in scatola, archiviati. John Maloof un giorno avrebbe riscoperto e dato di nuovo vita a tutto quell’amore che oggi risveglia gli sguardi assopiti di tanta gente. Quell’amore continua a girare attorno al mondo, tappa per tappa, fatto d’una lungimirante solitudine in sé perfetta. Da solitudine a solitudine: ecco l’amore.

Qual è il punto d’impossibile della formalizzazione nella fotografia? Se fosse ciò che non rientra nella foto, il fuori campo, allora Vivian è trasgressiva, perché mostra spesso il fuori campo, se stessa con la sua inseparabile macchina fotografica. Se invece fosse l’occhio invisibile di Dio –nel suo tramare alle spalle, ma anche nel suo intramare con la luce i fili del mondo- Occhio che si fa indiscreto, allora sarebbe l’invisibile, il fuori corpo, il sentimento che mai ci apparterrà, la foto impossibile: proprio quella che Vivian ora forse sta scattando, in una perfetta corrispondenza di Amore assoluto, fuori campo, fuori corpo, fuori sentimento.

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GIOVANNI RABONI – LETTURA DI CORSANICO


da qui Giovanni Raboni – Il dolore da “A tanto caro sangue, 1988” Lettura di Luigi Maria Corsanico Ludwig van Beethoven, Piano Sonata No. 8 in C minor, Op. 13, “Pathetique”, II. Adagio cantabile ***********************************************************

via Luigi Maria Corsanico legge Giovanni Raboni — La poesia e lo spirito

L’INCARNAZIONE DELLA PAROLA. MARCHE, TERRA DI POESIA.


L’INCARNAZIONE DELLA PAROLA di Massimo Pamio

Se c’è un poeta che abbia ereditato la lezione di Mario Luzi, tanto sapiente da poterne continuare la sostanziosa ricerca filosofica e tanto abile da riuscire a mimarne perfino la particolare Vocalità Spirituale tesa ad evocare e abbracciare e comprendere con sensuale amorosa partecipazione la gioia naturalistica del Creato, ebbene posso affermare, senz’ombra di smentita, che di tanta alata responsabilità si sia fatto carico il maceratese Guido Garufi.

Scarsamente conosciuto e poco apprezzato, “scriba provinciale” come egli stesso si definisce, Garufi trascende la sua stessa difficile vita e il suo forzato esilio in destino, in una vocazione oggi considerata démodé –forse in qualche modo eretica– consacrandosi alla poesia: a vivente memoria dell’operare del Grande Recanatese, per una questione configurabile come una adaequatio rei et intellectus, corrispondenza critica alla propria consuetudine quotidiana, al proprio orizzonte geografico inteso come base della coscienza consapevole.

Nella solidarietà ecumenica dell’universo, Garufi avverte la Fratellanza promanarsi da ogni atomo: è forse dalla lontananza che ogni cosa ci appare vicina, è solo da un volontario esilio che è possibile concepire il comune destino?

                                           Vento dell’oltre tempo che riporti le voci degli assenti

                                           e tu rosa mistica e pristina col tuo nome misterioso

                                           e tu placida acqua marina, tu plancton fosforescente

                                           (…) e anche Tu che sei nel cuore e i battiti sorvegli

                                           e a soprassalti mi svegli nella notte

                                           e voi presenze angeliche o piccoli oggetti

                                           foto, totem, preziose nostalgie, frulli…

È il destino che fa dei piccoli oggetti “presenze angeliche”, oppure è proprio la “fratellanza cosmica” che fa di tutte le cose realtà angeliche prossime all’Amore, Amore vero fondamento dell’universo?

In “Fratelli” –titolo non poteva essere più esplicativo- testo uscito nel giugno del 2016 per i tipi di Aragno con un saggio critico di Giovanni Tesio, Garufi esprime la sua vena più rotonda e matura, ostentando una capacità di tenersi orgogliosamente separato dalle false sirene poetiche italiane, un potere di astrazione non comune, di concentrazione sul proprio monologante scavo interiore, di una riflessione diretta a investigare la lezione dei grandi, da Leopardi a Luzi, a Sereni, Montale, Pascoli, D’Annunzio, Eliot, W. Stevens, Coleridge, Yeats, Raboni, Bigongiari, Betocchi, Cardarelli, Rebora, Cattafi, Solmi, Sbarbaro, Rosato, Pagnanelli, Giudici, Bertolucci, Baudelaire, ecc.

Che cos’è uno scriba “provinciale” se non un amanuense, dedito al rito quotidiano e oscuro della liturgia della scrittura affinché questo mistero s’incarni, divenga luogo della propria carne, prenda luogo nella carne? La parola s’incarna in una persona, in un trascendere per gradi, per continue accensioni, grazie alla Natura, al Paesaggio che docilmente ci accoglie e ci accudisce e fa di noi un mezzo per raggiungere la gioia ultima, in un passaggio verso l’assoluta incarnazione di tutte le cose nel Logos spirituale, grazie alla dynamis della parola. Garufi esperimenta su di sé ed esperisce un miracolo, che gli permette di concepire la sostanza “creaturale” del libro. Lo scriba è una porta, il libro è la creatura che forgia gli elementi del mondo in una nuova nascita, in una nuova alba dove i mondi possono rigenerarsi nell’amore. Si tratta di un concetto che elabora il dettato luziano e lo porta alle estreme conseguenze, grazie a una visione spirituale e francescanamente cristiana, nel senso più pieno e vero che le parole possano esprimere: attraverso l’incarnazione nel Libro.

Nel Libro, presenza angelica, custode e messaggero dell’amore, il poeta, lo scriba, colui che vive per la scrittura, si fa domanda incarnata. È il processo opposto e parallelo a quello luziano, che fa dissolvere la poesia nella creaturalità angelica e spirituale: Garufi ridona la carne alla parola, al mondo, salva la sostanza della materia, la redime grazie all’afflato della Parola.

Il compito del poeta è di aprire la lingua, di tenere aperta la parola fino all’apocalisse.

Compito, dovere, sacralizzazione ma anche bene/dizione, parlare in favore del Bene, impersonare il destino di bene/dire.

                        Così, tra morti e vivi che insieme stanno

                        nei capitoli del Libro e che con questo ancora parlano

                        e la lingua ancora aprono, fino all’ultimo giorno…

La verità è in noi è nell’occasione con cui si coglie l’angelicità, la presenza dell’Altro presso di noi. C’è un custodirsi vicendevole delle creature: percezione intimamente mistica che non riconosce la verità come produzione bensì come percezione delle corrispondenze tra le creature, come continua scoperta dell’amore e della gioia che fondano ogni relazione costituendo l’intima struttura molecolare delle creature

Lo Spirito non ha Figura ma nelle parole si nasconde, avverte l’Autore.

La lettera è infinita:

                                                    O fu lo Spirito che non ha Figura

                                                    ma che nella parola si nasconde

                                                    e la invia dall’inizio alla fine

                                                    nel circolo perfetto della luce e del buio

                                                   dell’alba e del tramonto.

                                                   Io ti prego, Vecchio Marinaio

                                                   dall’occhio scintillante che Coleridge

                                                   esalta nella sua ballata

                                                   soccorri questa povera rima

                                                   la lettera infinita, riprendila

                                                   sul ciglio, non cadere…

Il poeta invoca fedeltà, si proclama amico della vita, il cui luogo per eccellenza è quello dell’infanzia, un posto che permane nel cuore, che ci parla della grazia che è in noi sotto forma di silenzio e che poi rovesciato nella parola diviene segno di un’altra Grazia.

Poeti: persone che, avulse dal contesto economico, vivono per salvare la lingua, nella falsa credenza che la lingua possa a sua volta salvare l’uomo.

L’unica certezza (l’unica consolazione) è che “Fratelli”, come afferma Tesio, sia “uno dei libri poetici più belli e raccomandabili dei nostri tempi”.

 

GARUFI

Guido Garufi

 

 

 

 

 

LEONISA DI ANNAMARIA ALBERTINI


La vita misteriosa, sembra suggerirci Annamaria Albertini in questo breve racconto, raggiunge vette di devozione al segreto in alcune creature, in quelle contraddistinte da un’intimità così semplice e ovvia, che spiccano nel giardino dell’indifferenza della Natura ancor di più, tanto da offrire poco materiale perfino al racconto. La loro vicenda si apre e si chiude in poche parole, ma quale messaggio di profondità è contenuta in quelle vite trascorse senza lasciar nessun segno! Vite strenuamente legate al mistero dell’esistenza, tanto da da non potersene staccare. L’inconoscibile vita e le inconoscibili creature semplici si annodano nel sogno della vita, ma chi di noi può dire di aver vissuto veramente; forse abbiamo tutti vissuto nel sogno della vita, nel sogno di quella esperienza che, talmente breve, non ci ha permesso di conoscerla, di appartenerle. Ogni uomo resta sempre al di qua della vita, in una specie di limbo, in una condizione che è quella del sogno.

 

LEONISA

Racconto di Annamaria Albertini

 

Avvolta da uno scialle nero, in una poltrona accanto alla finestra, Leonisa sembrava dormire.

Il viso sciupato e pallido, le palpebre abbassate, le mani abbandonate in grembo rivelavano in lei la sofferenza fisica.

Da qualche giorno non stava bene.

Da principio non aveva dato importanza a quei malesseri che, con il passare dei giorni, erano diventati qualcosa di più.

Era venuto il medico.

Avevano parlato a lungo, dopo la visita, e lei aveva capito la gravità del male più dalla sua espressione preoccupata che dalle parole reticenti.

Allora, per un attimo e per la prima volta, la sua mente si ribellò al pensiero della malattia e della morte.

Aveva novant’anni!

Forte e sana, non aveva conosciuto malanni preoccupanti durante la sua lunga esistenza e sentiva ancora la vita come un bene prezioso a cui non poter rinunciare…

Forse una immagine le balenò dinanzi agli occhi: strinse le labbra, si raddrizzò sul busto incurvato dall’artrosi e dagli anni e con voce viva quasi investì il dottore, con parole interrogative e di protesta, esprimendosi in dialetto, come assai raramente avveniva!

-E mmoh! cché m’hai da murì?-

Una ribellione improvvisa e non pensabile per chi come lei aveva sempre e serenamente accettato la volontà di Dio.

 

Non molti giorni dopo, la vigilia di Natale, i rintocchi delle campane dicevano alla gente del paese che donna Leonisa Campitelli Marsilii era morta.

 

*****

 

Leonisa era andata sposa giovanissima a don Alfonso Campitelli, uno dei più ricchi in Abruzzo e nel territorio di Catignano, in particolare.

Figlio unico, rimasto orfano, poco più che adolescente, di entrambi i genitori, aveva dovuto presto prendersi cura delle sue estese proprietà.

Il senso di responsabilità, i numerosi e non sempre facili problemi collegati all’amministrazione dei suoi beni avevano reso ancor più serio e posato il giovane riflessivo di natura.

Aveva conosciuto Leonisa quasi per caso ed in modo singolare, un giorno, lungo una strada di campagna.

In realtà, aveva già notato, in chiesa, quella giovinetta dall’aria assorta, alla messa della domenica, seduta al primo banco fra le sorelle: una senz’altro più grande di lei, si capiva da come avvolgeva attorno al capo la treccia bruna, e l’altra, più piccola, dal viso serio, quasi accigliato.

Don Michele, capo indiscusso della sua numerosa famiglia e custode geloso delle tradizioni della nobile casata cui apparteneva, superò abilmente l’ostacolo che si poteva frapporre alle nozze a causa della figlia Giuseppina che, essendo la maggiore, avrebbe dovuto sposare prima delle sorelle.

Ma non era fidanzata né lasciava pensare di avere idee precise in fatto di matrimonio.

Leonisa ed Alfonso si  erano sposati nella chiesa parrocchiale.

Parenti ed amici si riunirono nel giardino e sul terrazzo di casa Marsilii per festeggiare i due giovani che per l’età e l’avvenenza suscitavano molte simpatie.

Essi andarono subito nell’abitazione dove Alfonso aveva vissuto da solo.

Una casa assai antica e grande, situata in posizione leggermente elevata, dopo le ultime case, là dove cominciava la campagna. Un lato era prospiciente la piazza principale e l’altro aveva davanti a sé ampi spazi verdi e dai terrazzi si godeva un’estesa veduta.

Forre scoscese di arbusti spinosi, brevi vallate, poggi erbosi che si rincorrevano fino ad intrecciarsi, sui pendii vicini, ad uliveti azzurrini e a vasti boschi di carpini e di frassini dai fusti snelli e scuri fra il biancore delle chiome; sentieri serpeggianti fra la terra bruna, la strada grigia di polvere in fondo alla valle e  giù, ad oriente, la maestosità della Maiella e del Monte Amaro.

Questa visione appagante e distensiva appariva agli occhi di Leonisa quando spalancava la finestra sulla valle.

In quella casa ella conobbe accanto ad Alfonso l’amore che è dedizione completa della propria anima ed annientamento di sé a favore dell’altro. Essa era la creatura più sincera e più candida che si possa immaginare. Educata secondo i principi della religione cattolica, la sua fede radicata nella mente e nel cuore non conosceva ripensamenti o sterili perché.

Purtroppo la sua felicità durò pochi mesi soltanto, il suo amore, no, durò tutta la vita: il suo compagno, colto improvvisamente da una grave malattia, assolutamente incurabile a quei tempi, la lasciò sola presto e per sempre.

Fu un grande dolore ma il suo animo forte seppe accettarlo e viverlo.

Energica e coraggiosa non volle tornare dalla sua famiglia e continuò a vivere nella casa del marito, legata per sempre a lui ed ai suoi ricordi. Si votò alla solitudine ed al lutto.

Vestì di nero tutta la vita.

Accettò la prova con quella rassegnazione cosciente che aveva le radici nella sua fede limpida e sicura.

Amò la sofferenza degli altri ed in questo pose la ragione della sua esistenza.

Conduceva una vita di contemplazione e di preghiera, ma era anche sempre presente dove era un malato da curare, un vecchio da asistere, una solitudine da consolare.

Un giorno Caterina, compagna ai suoi giovani anni, andò a vivere con lei.

Non l’avrebbe lasciata più.

Gli anni seguirono agli anni, i giorni ai giorni.

La figura snella di Leonisa cominciò ad incurvarsi ed i suoi capelli ramati ad ingrigire, ma rimanevano immutati la purezza del cuore ed il calore dei suoi sentimenti.

Spesso la sera, dopo una giornata spesa al servizio degli altri, attratta dal silenzio e dalla vastità della campagna, si tratteneva, specialmente d’estate, a guardare fuori dalla finestra.

Il suo sguardo vagava lontano verso il crinale della Maiella, vivido ancora della luce del tramonto, al di là delle colline che, smaltate d’azzurro e di porpora dai raggi morenti del sole, entravano a mano a mano nell’ombra. E nel contemplare quelle immagini che erano state care anche ad Alfonso, ella conosceva una pace senza nome e in quell’abbandono sereno sentiva vicino più che mai l’uomo al quale aveva voluto legarsi oltre la morte.

Ed era arrivata la morte anche per lei.

Nella loro stanza nulla era stato mutato. Sul vecchio canterano una fotografia di Alfonso, il volto giovane e bello. Leonisa nel suo letto, avvolta nelle nere vesti, come durante tutta la vita, sembrava dormire.

Il viso segnato dagli anni disteso e sereno: la serenità di chi ha vissuto sognando la vita!

0469

Opera di Gabriella Albertini

 

BANDO XVII EDIZIONE PREMIO LETTERA D’AMORE


CONCORSO INTERNAZIONALE

LETTERA D’AMORE

DICIASSETTESIMA EDIZIONE ANNO 2017

 

L’Associazione Culturale AbruzziAMOci bandisce, con il patrocinio del Comune di Torrevecchia Teatina, la diciassettesima edizione del Concorso Internazionale Lettera d’Amore, la cui cerimonia di premiazione si terrà a Torrevecchia Teatina (Chieti) l’8 agosto 2017.

 

REGOLAMENTO

Art. 1. Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) un testo in prosa, non in poesia, inedito, configurato come lettera d’amore, della lunghezza massima di 3 cartelle (1800 caratteri per cartella) in 3 copie ben leggibili aggiungendo le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2.

Art. 2. Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Ai testi bisogna accludere: 1) un foglio contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail), b) dichiarazione di autenticità del testo, c) autorizzazione alla pubblicazione gratuita della lettera, d) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso.

Art. 3. Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, da effettuarsi al seguente indirizzo: Concorso Lettera d’amore c/o Associazione Culturale AbruzziAMOci, Via Ovidio n. 25, 66100 Chieti, è fissato al 30 giugno 2017 (farà fede il timbro postale di partenza). Contestualmente si dovrà inviare il testo per posta elettronica in un’unica e mail allegando il file formato word che riporti la lettera d’amore con nome e cognome dell’autore da spedire all’indirizzo di posta elettronica: manoscritti@noubs.it, indicando come oggetto: partecipazione Premio lettera d’Amore. La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Vito Moretti, Massimo Pamio, Massimo Pasqualone.

Art. 4  Saranno assegnati i seguenti premi: Euro 500,00 al primo classificato, Euro 250,00 al secondo, Euro 200,00 al terzo; altri premi ai segnalati. I vincitori dovranno ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. I testi potranno essere pubblicati dall’Organizzazione.

Art. 5  Solo i vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa e il sito internet: http://www.noubs.it.  Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’Organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi.

Art. 6  La lettera d’amore consiste in una composizione in prosa mirata all’espressione del sentimento d’amore rivolta a un destinatario qualsiasi (persona reale o immaginaria, animale, oggetto, luogo o paesaggio). I vincitori non potranno delegare alcuno, dovendo ritirare personalmente il premio nella cerimonia, altrimenti lo stesso non sarà assegnato. Per info: manoscritti@noubs.it oppure tf. 0871.348890.palazzo BARONE VALIGNANI E MUSEO

FRANCESCA FIORI E L’IO, nota di Massimo Pamio


Francesca “Samsa” Fiori, giovane poetessa, in questo breve poemetto o manifesto poetico generazionale dal titolo emblematico, “Chi sei”, fa dell’intelligenza un uso particolare, non strumentale, non si arresta ad inquadrarla nell’ottica unidimensionale di un sistema perfetto che la riconosce e illumina in base alle capacità omeostatiche di adattamento al funzionamento generale; secondo l’attuale principio vigente e normativo infatti l’intelligenza deve essere utile non al singolo, ma alla comunità, bisogna sfrondare gli orpelli, gli eccessi dell’intelletto, le domande fuori posto, le curiosità imbarazzanti, la voglia oscena di sapere e di conoscere, occorre eliminare tutte le anomalie che l’intelligenza potrebbe generare nella mente, andando a provocare frizioni e scintille nel meccanismo oliato della Grande Macchina Desiderante che ci guida verso le magnifiche sorti e progressive. Mai chiedersi chi siamo, perché potremmo mettere in dubbio la finzione della carta d’identità, della patente, della carta di credito e di tutti gli altri strumenti che costituiscono la nostra vera identità politicamente corretta. Perché chiedersi chi siamo? Cui prodest? Eppure Francesca ricorda che alle scuole elementari ci facevano svolgere dei compiti in classe o a casa: “parlami di una tua giornata”, “la mia famiglia”, “le mie vacanze”. Che cos’è mio? Chi sono io? C’era dunque un maestro che inconsapevolmente andava contro corrente, instillandoci il dubbio. Francesca con ironia sferzante e con audacia si oppone all’appiattimento globale in corso a quella Mente Globale che probabilmente vuole renderci tutti uguali e senza personalità, eccettuate le piccole differenze legate alle scelte di consumo e di mercato, per cui rischiamo di essere le nostre scarpe firmate, di coincidere in tutto e per tutto con il vestitino a fiori. Un poemetto che lancia la nostra Francesca tra le voci più interessanti della giovane poesia italiana (Massimo Pamio).   

 

 

Chi sei

 

Mi domandano chi sei

a casa, a scuola, alle poste, in fila alla cassa 4 del supermercato, all’ingresso dei locali…

i proprietari delle case in affitto

5 x 7, l’impiegata al desk informazioni dell’università

3 x 4, per non disperdere identità.

 

Strade polverose,

metropoli assordanti e disattente,

inquadrature fuori fuoco:

rosso, rosa rossa resina

asfalto blu

rosso

blu

sogno

[…]

 

Censura.

 

Inserire nel modulo nome e cognome,

nome e cognome,

nome e cognome

e sottoscrivere,

sottoscrivere,

sottoscrivere la verità,

non stai mentendo

quella sei tu,

riassunta in un pezzo di carta,

non stai mentendo

quella sei tu,

di altezza media,

sei tu con i capelli castani,

non stai mentendo

quella sei tu,

senza segni particolari,

non stai mentendo.

 

.Carta d’identità

via di residenza

età

lavoro

data di scadenza.

 

Straniante concetto d’amore.

 

Ti chiami,

sei nata,

vivi…

 

Vivere:

verbo intransitivo attivo,

necessario è il riferimento solo al soggetto.

 

Io mi reggo da sola,

ma tu mi regoli:

mi hai dato la forma di quei mattoncini colorati che ci facevano usare alle scuole elementari per imparare a fare le operazioni,

somme sottrazioni

l’unità era un cubetto bianco

uno.

Astrattismi geometrici

presupposti per una Scolastica moderna

presupporti per contenere l’ansia.

 

Sono.

 

“Descrivi chi sei”

mi chiedevano le tracce dei temi d’italiano fino alla terza media:

sono Francesca,

sono nata troppo presto

al confine con la primavera,

al confine tra me e te

quando tu hai smesso

di essere noi

e io

ho smesso di essere te,

adesso siamo

io e te, incellofanate

dalle nostre pelli elastiche poco idratate

per una migliore conservazione,

per una migliore conversazione,

paghiamo anni di terapia

per una migliore comprensione

dell’altro,

ci deformiamo con educazione

ma non puoi insegnarmi l’empatia.

 

Connessione remota.

Sono.

 

Peso troppo per fare la ballerina

pesavo già troppo quando ancora non avevo un peso,

Statica è la parte della meccanica che studia le condizioni di equilibrio di un corpo,

le condizioni necessarie affinché un corpo resti in equilibrio,

affinché un corpo resti,

anche dopo l’intervento di forze esterne

resti,

in equilibrio

resti,

resti,

resti,

resti.

Resti abbandonata dopo la resistenza armata contro l’esercito

della tua morale,

resto, Antigone,

oltre il terrorismo delle televisioni,

nonostante gli attentati della società masochista,

fobofobia,

facoltà di creare libere aggregazioni

contro le malattie degli umani,

contro le lacrime degli umani,

contro le gravidanze casuali delle bambine di seconda generazione,

post adolescenze eterne,

asfissia

donna

donna

crocevia dell’assenza.

 

Ho i piedi lunghi come troppe altre donne

non troverò mai il mio numero tra le rimanenze in saldo,

mi servono delle scarpe.

 

Sono.

 

Essere ha un significato proprio

non solo ausiliare,

sono

recintata nei confini del tangibile

incapace di comunicare,

sono

inciampata tra le tue storie, anche stanotte

tra i tuoi ricordi, non ho dormito,

sono

resistente agli spigoli,

pieghevole come le sedie da giardino,

santa come le donne duecentesche,

claustrofobica come te in ascensore, io avevo 6 anni e tu un attacco di panico,

depressa come l’economia mondiale dopo la crisi economica del ’29.

 

Sono.

Non stai mentendo.

 

Come faccio a spiegare chi sono

se mi chiedete di farlo dandomi un numero massimo di parole da usare?

Senza uscire dalla riga tratteggiata, barrare la casella giusta M o F…

Come faccio ad essere sincera

se posso usare solo 5 colori per descrivere i miei occhi?

Come non sentirmi sola

se nessuno mi domanda come…

come stai?

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