POESIA COME ACCORDO (MUSICALE) CON IL MONDO: FEDERICA VOLPE


Federica Volpe: tre poesie tratte da PAROLE PER RESTARE (Raffaelli Ed., 2016)

 

Sono parole scritte per restare.

Non importa la stanza o l’angolo di mondo

in cui i tuoi occhi s’appoggeranno

sul mio corpo

fatto carta, più leggero,

a combattere le morti di ogni giorno

e la durevole futura. Passeranno

le stagioni ed io ti aspetterò

su uno scaffale, o in un buio di cantina,

o in una sala d’aspetto di ospedale.

Tu mi troverai, e ciò che importerà

non sarò io, ma il tuo sguardo,

ciò che vedi. Io sono nata per te,

per questo incontro inatteso,

per il tuo rivederti in qualche

svolta delle mie parole, come in una

stanza di specchi che si teme,

a volte, o che si ama. Sono parole per restare.

Sono parole per restarti.

 

Per te cambierei la mia geografia,

– un nome altro prenderebbero i ginocchi,

pulserebbero altri fiumi dalle tempie

ai calcagni, si muoverebbero le carni

come in danza a seguire i tuoi significanti

che tieni chiusi tra le labbra

come un bacio – .

Cambierei anche di stagione, addosso

mi starebbe come l’abito di sposa

di tua madre, o come il canto

che ascoltavi da bambino e non capivi.

Cambierei anche di punto cardinale,

sarò est od ovest perché non importa

da che parte mi sorga il sole, ma

che sorga, e sarò nord o sud

perché

non sono diversi nel seguire

l’equatore.

Non che io non ami i luoghi, e i climi,

e le coordinate, e ciò che è mio:

vedi: sono il sostrato sotto i tuoi nomi,

i fossili antichi sotto le tue

stagioni, sono l’est che impara a

tramontare il sole.

E’ ricchezza se mi ricopri di parole

nuove, come un corpo in amore,

se insieme facciamo di me un paese

rinato che ha lasciato ad altri le paure.

 

Piove e la pioggia, non capisco mai,

se muta nel tempo o nello spazio

-se è la nuvola a spostarsi o l’orologio-

ed ecco che sono ancora io, ancora

senza sapermi dimostrare, come

calcolo ancestrale che sappia di sé

tutto solo quando non si pensa.

E allora, ecco, non importa

l’essenza

della pioggia e il suo cadere come/

quando/perché: piove, e non lo sa

la pioggia e allora sa di sé.

 

 

POESIA COME ACCORDO (MUSICALE) CON IL MONDO: FEDERICA VOLPE

Federica Volpe, poetessa per nascita, vocazione, talento, persegue un’identificazione progressiva della propria individualità con la poesia mediante una pratica dialogica che declina con apparente sufficienza il segreto delle cose nell’intimo grazie a una leggerezza e a una semplicità che trattengono l’intenso profumo della complessità, dello scavo, della ricerca dolorosa e devota, dell’affezione al proprio commuoversi di fronte al mondo.

Suscita sentimenti di rinascita e bellezza continue, lo scoprire un’innocenza che si fa carne, un’ingenuità dolente e vivacissima, una gioia che perpetua le mani e il corpo e le sensazioni, tutte atte a raccogliersi -sempre al limite dell’effabilità- in una parola estrema che si toglie la pelle e si scortica per essere più vera, più vicina all’indeterminatezza del mondo.

La poesia è sempre poesia d’amore, non può essere che così, se si ama il mondo e se ne trae la sensazione di un’angosciosa bellezza che chiama incessantemente le creature a pronunciarsi: la poesia non potrebbe essere altro che canto per Federica, essenza del proprio vivere, partecipazione e adesione al mondo per il tramite del mezzo più immediato e libero che si possiede: la voce, unione del canto con la passione dell’animo, la libertà del mondo che si incontra con quella dell’uomo, delle labbra, dell’apparato fonatorio che vibra all’aria emettendo un suono, risuonando un lamento, un inno, una preghiera, modulando note armoniche, melodia, canto.

Federica canta, canta la passione, la passione per se stessa, Federica intona la sua canzone come assoluta voce e per dovere: cantare è dovere al mondo, se dobbiamo qualcosa al mondo è il canto, atteggiamento libero e liberante, liberatorio, gioioso, pieno, che risarcisce il mondo e lo esalta, lo esperisce, lo compie, sottraendolo al nulla. La risposta al vuoto è il pieno, il pieno di amore e di gioia, l’oltranza, il donarsi completamente, l’annullarsi nel canto, per celebrare il sogno dell’indeterminatezza che è in noi e nel mondo: quindi anche una sfida, una gioiosa provocazione al Dio Creatore -Creatore di insufficienze, di esseri vaghi e indeterminati, Dio dell’incompiuto- in attesa che voglia perfezionare la Sua meravigliosa orecchiabile opera sinfonica e sintonica, sinestetica, simmimetica, poeticamente cantabile. (Massimo Pamio)

Federica Volpe nasce e vive in Brianza dove invano cerca ancora di spacciarsi per autoctona. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere nel dicembre del 2013 e, se capita, scrive. Venticinquenne già pentita della carta stampata, cerca di dedicarsi alla sua poesia in segreto, e di valorizzare ciò che scrivono gli altri. Ha collaborato e collabora a vari progetti poetici, cercando in poesia esperienze e amicizie che solo la poesia sa dare. E’ di recente uscito “Parole per restare” (Raffaelli Editore), con una testimonianza di Franco Loi. 

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Shiva Guerrieri: Luci dal fondo


Poeti d'Abruzzo

Recensione al libro Luci dal fondo (2016, Portofranco) di Shiva Guerrieri a cura di Dimitri Ruggeri – “Andrò in giro da solo e mi troverai sbattuto / in qualche bar fottuto /imbottito di veleno e fragilità”. Potrebbe essere sintetizzata in questi tre versi, tratti dalla poesia “Fragilità e veleno”, la tensione emotiva e poetica dell’intera silloge. Rabbia, amore, gelosia, amicizia e introspezione sono alcuni dei temi che caratterizzano questa sorta di canzoniere empatico a ritmo di beat.

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SE L’AMORE RESISTE di Massimo Pamio


SE L’AMORE D’UN POETA RESISTE di MASSIMO PAMIO

Nell’ultima raccolta, “Non ritorni”, Antonio Spagnuolo perviene a una chiarità del discorso letterario, a una effabilità eloquente, a una dicibilità effusiva e sincera, che privilegiano la comunicatività e la dialogicità, sebbene si riscontrino numerose complesse ardite soluzioni sperimentali, che ostentano ancora l’attenzione per l’espressività, per la simbolicità, per la cripticità, per la ricerca astratta, polisemantica, d’avanguardia. Spagnuolo è poeta del laboratorio, instancabile operatore della parola, sempre sottoposta a una serie di rivolgimenti, trasformazioni, incisioni, poeta di “ultra e di transavanguardia”, che “azzera il linguaggio di semantemi inusitati e di altre imprevedibilità”, (così scrive Mario Pomilio nell’introduzione a Candida, una delle prime raccolte), poiché mira all’informale, non alla sintassi, influenzato dal pensiero filosofico e psicanalitico, da Lacan, che definisce l’inconscio una “parte del discorso concreto” (negli Ecrits, ediz. Seuil, p. 799), inconscio come sistema di lettere che, interagendo col discorso conscio, ne schiuderebbe lacune e falle, tracce di iscrizioni patologiche sul corpo, ricordi d’infanzia già censurati, vocabolario e stilemi individuali, sintagmi e movimenti  che si trasformano in leggende, in miti per veicolare la storia individuale; per Spagnuolo la poesia, una volta liberata del poetese, del sentimentalismo e della banalità del discorso quotidiano, dovrebbe interrogare gli ipogei del sottosuolo mentale, per comprendere i meccanismi situati all’origine delle azioni linguistiche o dei comportamenti razionali che nascondono. La soggettività non sarebbe fonte o causa della poesia (o della scena poetica) bensì una funzione della stessa, in grado di esprimere o manipolare sintagmi sfuggiti all’inconscio. Questi presupposti logici e critici, perseguiti fino in fondo da Spagnuolo, vengono abbandonati in “Non ritorni” per un’urgenza del dire, per la necessità del racconto. Spagnuolo è preso qui dall’evento della scomparsa recente della compagna fedele della sua esistenza, travolto da quell’assenza che presentifica ogni ricordo, ogni istante e lo riconduce a una sola ossessione: “Ora frantumo lo specchio che deforma/ la mia immagine di vecchio/ e finisco nell’ossessione della tua assenza”. “Non ritorni” è poesia del Dolore, d’un dolore sommesso, continuo, dignitoso, che si configura nello schema della poesia senza mai concedere alcunché alla retorica, senza esporsi mai al rito consolatorio. Non conosce tregua il dolore, che si ripete verso per verso, rende affannoso il respiro e la lettura del testo anche quando l’autore chiede con delicatezza: “Lasciami ancora uno sguardo/ nei giorni in cui non trovo più parole”, un attacco commosso, commovente, che induce al pianto. Prima tutto era vivo: “Le rondini avevano il girotondo/ delle vertigini improvvise,/ e le ombre trattenevano il sole”. La poesia più che terapia è giaculatoria disperata, un nominare forsennatamente l’assenza, l’assenza dell’amata, un definire i contorni di una vita improvvisamente divenuta “senza fantasie” giacché “dilania il petto”. Restano i ricordi, sullo sfondo del meraviglioso golfo napoletano, che qui non è stereotipo, perché non stempera il dolore, dolore che rinnega perfino il libro: “Andavi nelle stanze tra i riflessi del sole/ a portare le ultime magnolie/ e rallegravi pareti./ Il richiamo non ha più il tuo nome/ nel logorio del libro che rinnego/ pagina dopo pagina”. L’ambiente è comunque quello dorato scintillante di luce, incanto che è divenuto tragico sfondo dell’illusione, dell’angoscia, della solitudine, del pianto. La speranza è tutta in “un improvviso bagliore” nel miracolo di un fugace ritorno dell’amata: “L’armonia di un attimo/ che ritorni al destino (…)/ e rinchiude nel dubbio il desiderio/ di un improvviso bagliore”. La preghiera si fa invocazione: “Ritorna un momento ancora/ e le mie stanze brillano di gioventù”. Il timore è che il poeta perda perfino memoria della sembianza dell’amata: “Non si cancella l’amore che mi hai donato/ e mi perseguita ancora il tuo respiro/ anche se ormai scompare nel golfo il tuo profilo”. Solo lei conosce la verità: “Se esiste l’amore oltre la morte tu lo sai”. Un’amarezza senza fondo per un’assenza che dilania: “Soltanto una chimera? Sessant’anni/ svaniti nel volgere di uno sguardo/ quasi per gioco, schiocco di frusta/ nel bianco consueto della luna/ perla del dubbio inaspettata”. Un canzoniere d’amore in assenza, disperato, tragico, che non s’arresta, flusso costante, un fiume di dolore che assurge simbolicamente a monumento perenne eretto da Spagnuolo alla donna amata.

In queste ultime dolorose raccolte, il processo intentato alla parola per motivazioni filosofiche e poetologiche si arresta, si spegne, si traduce in una nuova concezione. La parola non è più luogo d’un dissidio, d’un conflitto tra conscio e inconscio, tra significato e significante, punto di disaccordo tra la catena dei significanti e quella dei significati, tra simbolo e senso. Alla parola non viene chiesto di far apparire quello che è nascosto nella nostra profondità, bensì di farsi testimonianza viva, canto melodioso, filo che si tenda al massimo per andare a riconquistare la presenza, a rivendicarla come un assoluto. In questo senso, la parola diviene una modalità dell’essere, un modo della vita di manifestarsi, segno proprio ed efficace della creatura umana. Un tentativo della creatura di adeguarsi alla vita che non conosca soluzione, che sia in qualche modo espressione continua, “inestinguibile”. Segno che si prolunga e si affida ai segni degli altri, li contiene, li trasmette, li modifica, li salva, li rinnova, li trasforma, li completa, li azzera. Segno tra i segni, segno di segni, la parola è una proprietà della vita, un aspetto del suo essere presenza, perdita, testimonianza, promessa, speranza di un’ulteriorità ma anche fine, consumazione, limite. La parola è il contenuto dell’amore e del dolore, contenuto e contenente, un aspetto di ciò che di più generoso la vita può concedere alle creature, per un incanto che ha a che fare con il Mistero dell’Assoluto, di un Dio che si nasconde dietro ogni enunciazione.

foto antonio 2013ANTONIO SPAGNUOLO

L’ANGELO CHE NON MOSTRA IL VOLTO: FRANCESCO RIVERA


L’angelo che non mostra il volto: Francesco Rivera

di Massimo Pamio

Ogni libro di Rivera è, per il lettore, un’avventura unica, un’esperienza primaria, un unicum, un luogo esotico e irraggiungibile, un mistero compiuto e mai più spendibile, un varco chiuso, una conchiglia che ha ambrizzato la sua perla. L’ultimo, il sedicesimo, “Angeli senza volto”, pubblicato di recente, riferisce di uno strappo, proprio del mondo e della vita e delle relazioni che mondo e vita stabiliscono con le creature e con la ragione, da cui derivano un debito incolmabile, il riappropriarsi da parte del fuoco d’ogni forma, motivi atti ad essere tradotti in un canto prezioso e sibillino. Rivera è uno dei letterati più claustralmente piegati dal demone della poesia a una fedeltà liturgica e zelante, per una concezione del fatto poetico come di un’azione condotta sulla materia -dall’interno della materia- con la consapevolezza di una ineliminabile incapacità di bucarne completamente il guscio, come accade per i Prigioni michelangioleschi, abbandonati -forse arresi- nel groviglio inestricabile delle vene del marmo, prede della Forma, ostaggi ma anche orgogliosi guerrieri pronti a combattere per Lei, vera Idea, vero Assoluto per il quale vale la pena sacrificare un’esistenza, affinché quella possa conseguire la Vittoria, la Gloria. Rivera si fa sacerdote zelante combattente ardito samurai pronto al suicidio in nome della Forma, Forma quale Assoluto, Luce ultima e vera d’ogni goccia di sangue che il poeta conserva. Ogni opera poetica costituisce un pericoloso svenarsi dell’autore per imbibire i vasi ematici della Forma, che va costantemente irrorata, affinché non illanguidisca, conservandosi splendente nell’accecante gloria che si autoproclama Bellezza. Che cosa conosce di più sontuoso l’uomo che elabora, che fa poetica, techné, di cosa può egli santificarsi e glorificarsi se non della creazione e della visione di magnifici ingranaggi, di ardite realizzazioni di linee e disegni e figure che assurgono a dignità di meccanismi e costruzioni e strumenti tanto più sofisticati quanto più efficacemente funzionali e funzionanti, per giunta dotati di equilibrio, inusitati congegni che riassumono in loro dinamica e potenza e perfino una qualche dotazione del vero?

                                                                           Vinci la gloria,

                                                                           la gloria per le tue aporie,

                                                                           la gloria per l’immobilità.

L’estetismo riberiano è vicino a quello di Angelo Maria Ripellino, di Juan Rodolfo Wilcock, di Edoardo Cacciatore, ma anche di Emilio Villa, di meridionali quali Calogero e Piccolo: un ambiente tanto raffinato quanto proditoriamente emarginato dalle antologie nazionali, colpevoli, a mio avviso, del solito familismo che ha privilegiato sempre gli amici rispetto agli altri, ben più meritevoli.

Esule in patria, estraneo al suo reame, vivendo una sorta di Deità al rovescio, di Colui che il suo regno l’ha creato ma se n’è distaccato e ora tace

                                                                          Elàborati nella vista di Colui che tace.

 

                                                                        Ma tu, tu

                                                                        hai proposto la tua demarcazione

                                                                        Al Dio delle gemme?

Rivera parla in nome del silenzio col suo linguaggio tornato a essere segno, spossessato del significato, condizione e terreno di uno sradicamento fondante e fondativo, perché solo in questo modo esso può riavvicinarsi a una sua purezza originaria. L’idea di fondo della poesia “gnostica” di Rivera è che Dio, nel fare il mondo, si sia macchiato di un’impurità, o di un’iniquità che noi creature dobbiamo in qualche modo emendare o scontare, attivandoci per cercare di conquistare un’innocenza che ci è comunque preclusa, ma il tentativo, se esperito, contribuirebbe a togliere la macchia dal Dio, a purificarLo: purificarLo significa in qualche modo negare noi stessi, non rinnegando mai

                                                                          il nulla che è la faccia

                                                                          buia con

                                                                          cui Dio preme la terra.

In tal senso tutta la poesia riberiana è ricerca teosofica, è preghiera, invocazione rivolta al Demiurgo affinché possa salvarci come globuli di luce per ricongiungerci all’Empireo, strappandoci alle grinfie del Male, alle tenebre che vorrebbero per sempre tenerci legati al marasma dell’impuro che si allarga sempre più nella Terra, laddove una masnada di anime maligne e caliginose rende il buio sempre più potente e minaccioso

                                                                             mentre mi considero

                                                                             abituale alla farragine

                                                                             e al dolore della luce.

Tra un vuoto che non può essere scavato e un pieno che può essere solo sperato, il poeta agita la bandiera del filo nero della scrittura come una traccia, un ordito che cuce il bianco della pagina in funzione di un Altrove che è la propria logica,

                                                                              maestra di nudità.

L’ineffabile gioco che l’autore spende nel testo è fondato su due direzioni, la prima, che coniuga la ricerca del Divino con la ricerca della Forma, la seconda che invece lega ogni cosa –spirituale e materiale- all’amore per la compagna della propria vita, magistralmente riassunta in un verso di una autenticità che forse è difficile incontrare nella poesia italiana del Novecento e in quella più recente:

                                                                                 Tutta l’anima, per seguire il Tuo corso di nodi.

Un verso prezioso, cesellato, accecante, che risolve forse l’intera raccolta nella più appassionata dichiarazione d’amore. E ancora, la lirica prosegue con una tensione tra immaginazione e passione che riesce a pulire ogni discorso superficiale, a conseguire un’apertura in quella parte del linguaggio che è l’inconscio (come affermas Lacan negli Ecrits):

                                                                                  È Melania, è lei

                                                                                 che raggela le mie unghie

                                                                                 che ritorna a graffiarmi

                                                                                che mi fa spendere poco.

                                                                                È lei che intristisce la mia vita

                                                                                 è lei che funziona da tappo.

                                                                                 È lei che prova a cantarmi

                                                                                 è lei che prova a dividermi.

L’autore preme sul linguaggio, ne placa il furore del significato, ma anche ne smussa gli angoli, quasi a voler raggiungere il “fattore zero” della funzione comunicativa, a rendere la bellezza fine a se stessa. Che cos’è d’altronde la bellezza se non qualcosa che si libera dei vani significati, sintomo di qualcosa che c’è ma non si vede? Così come il colore degli occhi, che può essere sintomo d’alba:

                                                                                 Il colore dei miei occhi è sintomo d’alba.

                                                                                 Nel tramonto le palpebre s’uccidono tra loro.

La poesia è un sintomo, un avvertimento di qualcosa, una traccia nera senza significato che lancia messaggi probabilmente a quelli che verranno, esulando da verità e realtà così come sono abitualmente concepite. Atto di pura scrittura, disseminazione derridiana, destrutturazione del linguaggio quotidiano, engramma del nero fluido di ciò che rende significativo il calco tipografico, la poesia riberiana è un disegno su carta, è segnale d’un nulla significante o d’un significato azzerato, concrezione pura, grumo inesplicabile, fondamento del Nulla sartriano e heideggeriano, che probabilmente sfocerà in ulteriori prove e tentativi di approssimazione a un senso che né Dio né la Verità possono completare: la poesia riberiana sarà sempre ricerca, viaggio, interrogazione, nella pacatezza che ne contraddistingue il dettato, nella delicata tristezza e nella corrosiva ironia che sedimentano ogni pagina e fanno del Poeta una tra le voci più interessanti del nostro panorama poetico.

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GRANDE SUCCESSO PER LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE DELLA XVI EDIZIONE DEL CONCORSO LETTERA D’AMORE – IL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE ACQUISISCE NUOVE DONAZIONI


Un uditorio di oltre 250 persone attento e partecipe ha gremito l’atrio del Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina  dove si è svolta la cerimonia di premiazione della XVI edizione del Concorso Internazionale “Lettera d’Amore”, che quest’anno ha vissuto momenti di grande intensità e commozione,  per la lettera al padre contadino scritta da Assunta Di Cintio, seconda classificata, per le parole dedicate al nipotino Samuele da Tino Di Cicco, autore della più bella lettera d’amore, che ricalcava l’inno all’amore di San Paolo contenuta nella lettera ai Corinzi, ma anche per la lettera dedicata alla dignità dal cardiologo Eligio Di Renzo, o per quella di Anna Rita Severini al museo dell’innocenza di Istanbul che ha sottolineato brutte pagine dell’attualità politica, per quella di Maryam Fatemi Far, funzionario della Regione Umbria che ha dichiarato di non voler tornare in Iran se non quando i tempi saranno migliori. Ospiti Roberta Riccarelli, moglie dello scrittore Ugo che aveva donato una sua lettera d’amore al Museo della Lettera d’Amore,  di cui è uscito di recente un libro postumo, “Lettera d’amore e d’addio” pubblicato da Mondadori in cui si riporta proprio quella lettera. Riccarelli è stato uno degli scrittori italiani più amati, vincitore del Premio Strega e del Campiello, autore di un bestseller internazionale, “Il dolore perfetto”. Il Premio internazionale è stato assegnato a Maria Arfè, console onorario in Grecia, scrittrice, drammaturga, editrice, per la promozione delle relazioni interculturali tra i paesi europei. Franca Minnucci e il Presidente della Giuria prof. Vito Moretti si sono soffermati sulla storia d’amore tra Eleonora Duse e di Gabriele D’Annunzio. Nella serata, sono state donate opere e lettere d’amore al Museo, presenti la Dott.ssa Paola Di Felice, già direttrice dei Musei Civici di Teramo e la scrittrice Elena La Rosa.  Il Sindaco di Torrevecchia Teatina ìAvv. Katja Baboro ha annunciato che è in corso il gemellaggio del Museo della Lettera d’Amore con la casa di Giulietta a Verona. E’ stata inoltre inaugurata la mostra di Gabriella Fabbri, “Conversazione” a cura del Prof. Massimo Pasqualone.

Ecco alcune delle lettere vincitrici (in quanto sottoposte a copyright  del Museo della Lettera d’Amore, ogni riproduzione non autorizzata sarà perseguita a norma di legge ai sensi della vigente normativa):

TINO DI CICCO (primo classificato)

lettera a mio nipote Samuele per quando sarà più grande

Caro Samuele,

Siamo quasi tutti confusi, e lo sarai anche tu; e lo siamo quasi solo perché non sappiamo cos’è il bene.

E’ il bene, infatti, che organizza la vera gerarchia nella nostra realtà, ed elimina così per sempre ogni confusione e ogni incertezza.

Chi in questa brevissima esperienza di tempo che chiamiamo vita, ha avuto la fortuna di provare l’amore, ha trovato il vero bene, e non è più confuso.

Il vero amore trascende però anche la persona che amiamo.

Amiamo quella persona perché in qualche modo testimonia il bene che non c’è, non perché realizza il bene assoluto che noi tutti cerchiamo.

Si parte dall’amore per una persona, e poi, senza sapere perché, si guarda con benevolenza tutta la realtà. Come se una volta realizzati nel bene, non riuscissimo più ad assecondare la nostra natura animale.

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MARE MOSTRUM DI SABATINO CIOCCA


MARE MOSTRUM 2016

 

Tutto cominciò quando un cugino in seconda del ministro della Salute in vacanza  a Martinsicuro, dopo aver dragato il fondale alla ricerca di telline, se ne tornò in albergo a mani vuote.

La sera stessa, allertata da una tempestiva telefonata del presidente del  Comitato Nazionale per la Salvaguardia e la Valorizzazione dei Mitili,

la presidentessa dell’Associazione Bagni Sicuri in Acque Pulite telefonò a sua volta ad un’amica di Tortoreto Lido chiedendo notizie sullo stato di salute dei bambini ospiti della locale colonia estiva.

Non riuscendo a chiudere occhio, quella notte la presidentessa decise di stilare un programma quinquennale di manifestazioni sull’inquinamento delle acque marine abruzzesi, e un j’accuse sui danni della pesca a strascico su bagnasciuga, j’accuse che all’indomani, di buona ora, si apprestò a consegnare alla Stampa.

Ma torniamo al nostro pescatore di telline. Ebbene, di costui non c’è dato sapere se poi, indispettito dalla magra, abbia tentato una più fruttuosa raccolta in altri tratti della regional costa, né se fosse un ambientalista prezzolato provocatore volutamente dedito alla pesca sui tratti marini in prossimità delle foci dei fiumi. Fatto si è che alcuni giorni dopo, il Ministero della Salute  promulgò l’annuale rapporto  sulla qualità delle acque di balneazione italiane sentenziante il mare abruzzese in agonia.

Cotanta notizia gettò nel panico l’assessore regionale al ramo che s’affrettò a condividerlo con il suo presidente, il vicepresidente, il sottosegretario alla presidenza anche assessore alla Caccia,Pesca ed Economia del Mare.

– Il 99,9% delle acque abruzzesi è balneabile. Di questo dato, il 99,9% presenta una balneazione “eccellentissima”, il resto “eccellente”. È questo lo stato di salute delle acque regionali che emerge dai numeri in possesso dei nostri uffici preposti, numeri che sono stati oggetto di una “elaborazione erronea e fuorviante” da parte del ministero della Salute, dati che penalizzano oltremodo il territorio e vanificano l’operato del Presidente che di persona ha provveduto a turare la mobilità trasportistica fogniaria illegale trovante sbocco nel nostro mare –

Dagli Appennini alle onde, dal Tronto al Trigno si levò di subito la regionale indignazione, capofila il  presidente di una delle quattro Province più colpite dai divieti di balneazione.  L’ignaro amministratore era stato portato a conoscenza di quell’attacco all’economia abruzzese da una telefonata di un bibitaro del fu bandiera blu S.Vito Chietino, a tempo perso suo elettore, preoccupato del tracollo di vendita delle gazzose.

Non potendo ormai ignorare la faccenda, il bravuomo decise di convocare tutti i sindaci dei Comuni rivieraschi di sua pertinenza così da unire le forze per stilare un documento di protesta

– Turisti, cittadini e bibitari possono stare tranquilli. La costa  della nostra provincia è interamente balneabile. Per la restante parte non ho elettori da rassicurare –

Sentitosi chiamare in causa, scese allora in campo l’assessore con delega al Turismo che, in nome degli operatori economici suoi tradizionali elettori incitò i concittadini  a un collettivo bagno a mare, obbligando nel contempo  i familiari a dare il buon esempio, dopo aver stipulato una polizza vita in loro favore.

Intanto l’assessore regionale all’ Ecologia e Ambiente, dandosi del capace mentre cercava allo specchio l’espressione più adatta per la sua indignazione ufficiale, congetturava tra sé e sé se per caso quel ferale pescatore non avesse adoprato una retina acchiappatelline a maglie larghe. Imprecando sul fatto che il ministro della Pesca e Acquacultura avrebbe dovuto imporre un retino acchiappatelline standard per l’intero territorio nazionale, si sforzò di pensare alle contromisure da adottare.

– A spese della Regione saranno distribuite a tutti gli operatori del settore acchiappatelline con reti regolamentari così da ripristinare la verità. Già lunedì invieremo al ministero della Salute un nostro dossier su tutti i dati di rilevazione omogenei;  contemporaneamente il nostro  presidente, con la solerzia che gli è propria,  si recherà con la trasportistica viaria a chiedere giustizia al presidente del Consiglio così che pretenda giustizia dal Presidente emerito dello Stato per l’operato improvvido del ministro della Salute, e ancor prima a Bruxelles, con la trasportistica aerea–

I proclami e le polemiche sul presunto stato comatoso delle regionali acque infuriavano ormai da giorni allorquando a un  deputato dell’opposizione in scadenza di mandato, non si sa come, nè da chi suggerita, venne la “dritta” di un’interpellanza parlamentare in proposito.

Ma com’è possibile che a Termoli il mare è pulito e a Vasto no? – si chiese dubbioso avendo finalmente  intuito la gravità del momento  – Chiederò lumi direttamente al ministro della Salute – si ripromise, il solo convinto che il Ministro in questione ci capisse qualcosa.

Sabatino Ciocca

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°L’Italia è un giardino° sull’Huffington Post — Studio Homo Radix


La natura dà i numeri (e l’uomo li coltiva) di Stefano Paolo Giussani Si parla di Fondazione Merz, Fibonacci e del nuovo libro di Tiziano Fratus, L’Italia è un giardino (Laterza). Buona lettura! >>> http://www.huffingtonpost.it/stefano-paolo-giussani/la-natura-da-i-numeri-e-luomo-li-coltiva_b_11155416.html

via °L’Italia è un giardino° sull’Huffington Post — Studio Homo Radix

CERIMONIA DI PREMIAZIONE DELLA LETTERA D’AMORE L’8 AGOSTO


palazzo BARONE VALIGNANI E MUSEOIL PALAZZO DEL MARCHESE VALIGNANI E IL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE

La cerimoni adi premiazione della XVI Edizione del Premio Lettera d’Amore si svolgerà lunedi 8 agosto alle 20 e 30 nel Parco del Palazzo del Marchese Valignani intitolato a “S. Karol Woytjla”, presso il Museo della Lettera d’Amore. Presiederà il Sindaco Avv. Katja Baboro, presenteranno Marzio Maria Cimini e Barbara Giuliani. Le lettere vincitrici saranno lette da Giulietta e Romeo: sì, proprio loro, in un prezioso costume d’epoca… Alla manifestazione parteciperanno Roberta Bortone Riccarelli, che rievocherà la figura dello scrittore Ugo Riccarelli, di cui di recente è uscito il libro postumo “Lettere d’amore e d’addio” curato da Paolo Di Paolo per Mondadori. Sarà inoltre assegnato il premio Internazionale a Maria Arfè, scrittrice e editrice di origine italiana, residente in Grecia, dove è stata Vice Console Onorario d’Italia in Grecia.

I VINCITORI DELLA XVI EDIZIONE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE ANNO 2016


La Giuria del Premio “Lettera d’Amore” composta da Vito Moretti (Presidente), Massimo Pamio e Massimo Pasqualone ha reso noto l’esito del Premio Lettera d’Amore per l’anno 2016. La manifestazione, patrocinata dal Comune di Torrevecchia Teatina, è giunta alla XVI edizione. Il vincitore del primo premio è risultato il filosofo e scrittore pescarese Tino Di Cicco, autore di una lettera dedicata al nipote Samuele, che ha preceduto ex aequo Assunta Di Cintio, autrice di una lettera al padre contadino e Giorgia Bianchin, autrice di una lettera dedicata al sogno del mare, terze ex aequo Marilina Daniele per una lettera al dolore dell’amore e Yuleisy Cruz Lezcano, autrice di una lettera da poeta a poeta, scritta per Julio Cortazar. Premi speciali a: Renzo Brollo, autore di una lettera trovata da Don Chisciotte in una locanda, Federica D’Amato, per una lettera scritta nel giorno del compleanno ai propri amati, Gabriella Santini, per una lettera “fantasy”, “Il crepuscolo dei ruggenti, degli urlanti, degli stridenti”, Anna Rita Severini per una lettera dedicata al Museo dell’Innocenza e ai giovanissimi Carlotta Desario, Alice Del Grosso, Sofia Burattini, Filippo De Panfilis, Sara Molino. Segnalati: Eligio Di Renzo, Luciana Piccirilli Profenna, Liliana Capone, Elena Malta, Maryam Fatemifar, Manuela Toto, Roberta Marchegiano, Palma Stefania Pagano, Aurora Cantini, Margherita Masciangelo, Alice Collepalumbo, Mara Seccia, Gulnara Sharafutdinova, Serena Carestia, Caterina Perilli, Antonietta Tiberia, Anna Basti, Giovanni Monti, Tiziana Testoni, Fantino Mincone, Franco Fiorini, Alessandro Colaiocco, Maria Laura Postacchini, Antonio Di Marino, Margherita D’Onofrio, Patrizia Perilli, Noemi Passamonti. La cerimonia di premiazione si svolgerà lunedi 8 agosto alle 20 e 30 nel Parco del Palazzo del Marchese Valignani intitolato a “S. Karol Woytjla”, presso il Museo della Lettera d’Amore. Presiederà il Sindaco Avv. Katja Baboro, presenteranno Marzio Maria Cimini e Barbara Giuliani. Le lettere vincitrici saranno lette da Giulietta e Romeo: sì, proprio loro, in un prezioso costume d’epoca… Alla manifestazione parteciperanno Roberta Bortone Riccarelli, che rievocherà la figura dello scrittore Ugo Riccarelli, di cui di recente è uscito il libro postumo “Lettere d’amore e d’addio” curato da Paolo Di Paolo per Mondadori. Sarà inoltre assegnato il premio Internazionale a Maria Arfè, scrittrice e editrice di origine italiana, residente in Grecia, dove è stata Vice Console Onorario d’Italia in Grecia.

UGO RICCARELLI LO SCRITTORE CHE VERRA' RICORDATOUGO RICCARELLI

 

PREMIO LETTERA D’AMORE: LA GIURIA NOMINA UNA PRIMA ROSA


La Giuria del Premio “Lettera d’Amore” composta da Vito Moretti (Presidente) e da Massimo Pamio e Massimo Pasqualone, ha segnalato una prima rosa delle opere ritenute meritevoli per l’assegnazione dei premi messi a concorso per la XVI edizione (anno 2016). Gli autori presi in considerazione: Eligio Di Renzo, Luciana Piccirilli Profenna, Liliana Capone, Elena Malta, Mariam Fatemifar, Manuela Toto, Luigi Ruggiero, Roberta Marchegiano, Palma Stefania Pagano, Alessandro Lasio, Aurora Cantini, Margherita Masciangelo, Alice Collepalumbo, Mara Seccia, Gabriella Santini, Assunta Di Cintio, Viviana Donadello, Gulnara Sharafutdinova, Yuleisy Cruz Lezcano, Serena Carestia, Annarita Severini, Caterina Perilli, Antonietta Tiberia, Manuela Minelli, Anna Basti, Giovanni Monti, Tiziana Testoni, Marilina Daniele, Renzo Brollo, Fantino Mincone, Giorgia Bianchin, Franco Fiorini, Alessandro Colaiocco, Carlotta Desario, Alice Del Grosso, Sofia Burattini, Filippo De Panfilis, Sara Molino, Tino Di Cicco, Maria Laura Postacchini, Federica D’Amato, Antonio Di Marino, Margherita D’Onofrio, Patrizia Perilli, Noemi Passamonti. Tra di loro saranno designati i vincitori che dovranno partecipare alla cerimonia di premiazione che si svolgerà lunedi 8 agosto alle 20 e 30 nel Parco del Palazzo del Marchese Valignani “S. Karol Woytjla”, presso il Museo della Lettera d’Amore. Alla manifestazione parteciperanno Roberta Bortone Riccarelli, che rievocherà la figura dello scrittore Ugo Riccarelli, di cui di recente è uscito il libro postumo “Lettere d’amore e d’addio” curato da Paolo Di Paolo per Mondadori. Sarà inoltre assegnato il premio Internazionale a Maria Arfè, scrittrice e editrice di origine italiana, residente in Grecia, dove è stata Vice Console Onorario d’Italia in Grecia.    logo_MLA-1

CASA D’AUTORE


Il prossimo appuntamento da non perdere in Abruzzo sarà l’inaugurazione a Capestrano di una casa museo denominata “Casa d’Autore” che conterrà documenti storici, foto, testi, opere d’arte di autori del mondo e d’Abruzzo.

Si terrà a metà settembre.

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POESIE DELL’AMOR MAI DATO (TINO DI CICCO)


I

io lo so perché gli uomini

nascono, crescono, combattono

soffrono

anche la morte

per essere qui

 

gli uomini sono disposti a tutto

per la poesia

 

ma non lo sanno

 

II

avrei dovuto amare di più.

avrei dovuto amare soltanto.

e invece anch’io ho cercato di sapere.

non sono stato un giglio dei campi

anch’io ho seguito il mio volere.

ho pensato che la notte meritasse la mia luce

come se io sapessi qualcosa della luce.

non ho capito niente.

 

avrei dovuto amare di più.

avrei dovuto soltanto amare.

 

III

fallo vincere un uomo

e diventa insopportabile.

fallo morire un uomo

e diventa amabile.

 

se l’amore non è amore

dei nostri limiti

non è ancora amore

 

IV

tutto chiaro quaggiù

gli uomini si fermano alla luce

come se fosse la risposta

 

avesse vinto l’amore per la notte

per le stelle

non ci sarebbero state risposte

 

ma solo poesia

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PINUCCIO SCIOLA, IL PIU’ GRANDE SCULTORE ITALIANO di Massimo Pamio


Era il più grande scultore italiano, anche se i critici italiani in parte lo ignoravano. Pinuccio Sciola era l’ultimo interprete della tradizione classica, egli si lasciava possedere dal misterioso senso aptico che lega la pietra con la natura, traendone le linee di una profondità ctonia e arcana, concependo l’Ascolto di ciò che è nascosto nel rapporto tra le cose,  viventi o inorganiche. Egli riuscì a trarre dal silenzio delle pietre il suono, certo operò una magia, ma solo i sommi artisti sono anche alchimisti, registi di transustanziazioni e metamorfosi -come solo la natura sa fare. Ripropongo un testo che narra del mio incontro con Pinuccio Sciola, una folgorazione, l’incontro con un un Maestro.

L’incontro con un Maestro di Massimo Pamio

Il viaggio in Sardegna è un’epica di colori trasecolati in modo concitato e contrastivo, spiagge accecanti di blu, bianco quarzo e verdescurito dei boschi, ali spiegate dei fenicotteri, rosse, viola e bianche, nelle lagune e, prospicienti il mare, complici dello shock visivo, rughe archeologiche ocra -Tharros e Nora- addossate al blu, ai rosa delle dune che al tramonto divengono ambrate, laccate di miele e ai lucori bianchi dei gigli, terreni dal rosso ferroso al livido nero basaltico oppure traslucido d’ossidiana; viaggio d’un’attrazione nelle spire invisibili di una gente Laocoonte chiusa in una morbida corazza di gentile freschezza, da una parte Efisio Usai, attore dei film western che ha in sé la bontà del cattivo e la ruvidezza della comunicatività più appassionata, dall’altra gli scintilli del sorriso sardonico di una guida d’eccezione, romantica ed entusiastica, Angelino Spanu. Infine, giunti a San Sperau,, affamati lupi di bellezza presso una delle tante minuscole chiese bauletto d’argilla, ci sparpagliamo: Grazia volgendo improvvisamente con Paola da una parte -alla ricerca della domus di Pinuccio- io infilatomi dall’altra nella sacrestia della chiesetta, dove non trovo paramenti né turiboli ma lo studio di un artista che espone opere detritiche, sabbiate e dipinte con colori fluorescenti; in Sardegna essere creativi è un ineludibile destino, non un privilegio, forse una consuetudine o una condanna o una dannazione. Non mi stupirei di trovare uno studio d’arte dentro una caserma, o un intero esercito di terracotta ficcato dentro un piccolo studio. Ci fiondiamo nella chiesa dove il cartello turistico avvisa di un pozzo, c’è proprio un pozzo con l’acqua, qui si adorava l’Acqua, la Grande madre, ne so qualcosa, avendo fatto -io che ho una sincera idiosincrasia per l’acqua, una misoginia per la grande madre- il bagno nel mare di Sa Tuerredda il primo di ottobre, in un mare trasparente, cristallino, pietra acquea, acqua che sostituisce vibratile e volubile la lucidità e la levigatezza della pietra. Sebbene avvisati -Pino, ci riferiscono, è a Bologna- ci precipitiamo -Grazia è inarrestabile, straripante, travolgente- almeno la vedremo dal di fuori, la domus dell’artista. Davanti a una villa c’è un uomo, basso, piantato nella terra ma che non lo dà da vedere perché il suo corpo è proteso verso l’alto, come un albero, e in effetti non sembra camminare, ad ogni passo è come se si radicasse di nuovo del corpo nella terra. “Cerchiamo uno scultore… Pino Sciola”, fa Grazia, che si è già imp(r)udentemente avanzata verso l’uomo-pianta. “Perché cerchi Pino?” “Dove è andato?” continua Grazia, “a Bologna?” Il dialogo è impossibile, Grazia parla così in fretta, il suo verbo non riesce ad andare dietro alla speditezza del pensiero, mentre l’uomo è perplesso da quella forza della natura che minaccia di tracimare da un istante all’altro. “Ah, ieri era a Bologna”. “Perché, oggi dov’è” “Oggi è qui. Perché l’interessa?” “Noi siamo venuti apposta per lui dall’Abruzzo…” “Sono io Pinuccio” “Ah, è lei, oddio, Pinuccio, che gioia, che sorpresa” Grazia, frastornata d’imbarazzo, lo abbraccia a scatti, a strappi di gioia, lo bacia col suo sbigottimento, con effusiva grazia sempre e comunque colta, un abbraccio di Grazia è trasmissione di sapienza e va centellinato, l’uomo rimane piantato ancor di più, stavolta come un marinaio sulla nave, a gambe larghe, il fiume in piena è per un attimo placato. Siamo nell’ingresso dello studio nel giardino di una villa dove il disordine è quello delle piante che concorrono con le sculture a formare un groviglio di elementi in competizione fra loro, per vantare il proprio slancio all’aperto, dove tra i rami e le pietre gorgogliano macchie di luce a confondere ancora di più il visitatore perso dietro mille rivoli di bellezza alchemica. Prima che arrivino gli altri, Grazia e io siamo già a pendere dalle sue braccia parlanti; Pinuccio si appresta a un’operazione che richiede silenzio ma Grazia lo interrompe di continuo con la sua equorea eloquente curiosità, allora Pinuccio escogita un piano di medit/azione, per creare un momento sacrale di ascolto: Dico una preghiera, e congiunge le mani, in silenzio. Poi, chiesta e ottenuta probabilmente la mediazione del Divino, si avvicina ad occhi chiusi ad una scultura bianchissima traforata da tarsie a scacchi multipiani che con le sue mani tozze da contadino comincia a strofinare -sembra una lavandaia che costringe i panni sulle coste del lavatoio- incurvato in avanti si appoggia lievemente sulla pietra accarezzando la bizzarra struttura che -miracolo della poesia! Magia del mondo!- inizia a ondivagare suoni dolcissimi e vibrazioni melodiose, Grazia non ce la fa a stare in silenzio si avvicina “Che emozione” -sono d’accordo con lei, siamo sospesi in un limbo: per un attimo siamo fuori dal mondo, forse in un luogo angelico. La pietra suona con (sci/sor)volante dolcezza, canta d’un sibilo sommesso liquido cristallino. Pino ne trae note, ne cava l’anima, in un piccolo concerto diurno di pietra. Sopraggiungono Paola, Luigi, Pina, anche loro attenderanno pazienti al ripetersi del miracolo e poi tutti, uno alla volta, porremo l’orecchio sullo strumento, come tanti piccoli tommaso privi di fede, per toccare con la nostra incredulità il suono dell’acqua di pietra, il suono dell’arpa eolica di pietra. Grazia non sta più nella pelle, accende il registratore rivolge domande, è fuori dalla Grazia di Grazia e di Dio, non si controlla più, d’altronde tutti siamo presi da incantamento e ci aggiriamo trasportati come onde nel vasel, nella villa museo dal Maestro, perennemente assaltato dalla pungongolante Grazia che pretende una risposta su tutto: “Come ti è venuta l’idea di far suonare la pietra?” “Io sono lo strumento, io sono il plettro” risponde il Maestro. “L’idea è nel mondo, io sono nel Mondo, il suono è nel Mondo”. Ci racconta della mostra tenutasi a Assisi davanti alla basilica, di quando indotto a scrivere una lettera ai frati egli invece la indirizza a san Francesco, rimproverandolo per aver dimenticato, tra le creature del suo Cantico, la Pietra.
Il maestro incalzato da Grazia risponde in modo socratico e sibillino, interrogando a sua volta: egli cerca di farci conoscere la sua opera portandoci verso la conoscenza di noi stessi; non ce la faccio più e nella mia impulsiva teatralità mi inginocchio, mi prostro davanti a lui, riconoscendolo come Maestro: sbigottito indietreggia mentre io cerco di baciargli le scarpe, indossa dei mocassini nonostante sia una pianta, lo ha fatto perché sapeva di dover retrocedere a piccoli scatti, velocemente.
Cho è Pino Sciola? È il maestro che, giunto al culmine della sua ricerca, può finalmente fermarsi a riflettere sulla sua opera, per impossessarsene. Egli è la sua opera, scopre di essere diventato la sua opera, si impersonifica, anzi si impietra e riponde alle sollecitazioni del mondo con la voce della sua Opera. Perciò ora si interessa di progetti straordinari, ad altissimo contenuto, si volge all’interazione, duetta con altri grandi maestri, meglio se appartenenti ad altri settori (scrittori, attori, architetti, umanisti e scienziati). La propria vetta è stata raggiunta come un monte scalato pian piano, con la volontà e la saggezza che gli venivano dall’energia tellurica della sua Isola: ora dall’alto chiaramente distingue la distesa del senso della sua vita. Il maestro deve andare via, stava andando via, è stato un puro caso averlo incontrato, guai se avessimo tardato un minuto, noi tutti commentiamo che è stato un segno del destino. Prima di accomiatarsi ci accompagna con la sua auto in un luogo di favola, in una “foresta pietrificata” comne la definisce Luigi, si tratta di uno spazio amplissimo pieno di alberi in cui si ergono sculture immense, che svettano come monoliti. Ci insegna a distinguere i suoni delle pietre, quello del calcare che reca il suono dell’acqua di cui il calcare è cotituito in gran parte, e il suono del fuoco, del magma terrestre che risuona dal basalto. Pino è la goccia che scava la musica nella roccia, è la spada a forma di arpa nella roccia, è il lavaggio sacrale della pietra, perché in quella foresta le pietre vengono innaffiate dolcemente da vaporizzatori elettrici, Pino mi sembra un Cristo che lava i piedi, che lava le pietre per chiedere perdono di avere rubato loro l’anima, di averle portate con sé in un luogo in cui forse non si riconoscono più, in cui non risuonano più della potenza del monte che le accoglieva amorevolmente. C’è sempre una pena da scontare, ogni artista ruba qualcosa al mondo e deve restituirgli un segno, un simbolo, un’intuizione in cambio. Che cos’è la forma se non un togliere al mondo, che cos’è formare, modellare se non un concretizzare la propriua idea sottraendo forma al mondo, Pino ne sa qualcosa. Il suo rapporto con la pietra è sacro e non può assolutamente perderlo, perciò deve continuamente rinnovarlo ed ingraziarsi il dio della pietra che è celato in ogni pietra, creare per le pietre una nuova Isola di Pasqua o una nuova Stonehenge, affinché le pietre siano liberate dalla Madre Roccia per apparire nella loro nudità come una sorta di preghiera che la forma impetra al Cielo: la pietra è purezza nella sua solitudine, nel suo essere strappato all’Origine, come forse l’uomo, nel suo essere strappato al Paradiso da cui proviene, privato d’ogni senso, è simbolo del mistero che si eleva, preghiera del vuoto all’infinito del cielo. La pietra scultura di Sciola si è staccata dal suo senso per farsi pura forma, per interagire con il mondo dei sensi dell’uomo, per divenire suono, seme della terra, svelamento dell’aria che l’attraversa, eco del magma, del fuoco che la forgia e la rende compatto scudo. Le pietre che sono nella foresta, nel museo all’aperto tra alberi fiori e prati, cantano e risuonano per conto dell’uomo divenuto Dio, sono l’uomo stesso che assume alla fine dei tempi la forma di Dio e si rivela senso del Mistero. Le pietre di Sciola, ecco, annunciano il ritorno della divinità: nella foresta pietrificata sono in attesa che il Dio appoggi l’orecchio alla loro bellezza, per farle respirare nell’Amore del Mondo. Questo Dio è l’Uomo, l’Uomo che solo sa amare l’assoluto: perché le sculture di Sciola sono la preparazione all’assoluto, sono il momento prima che l’uomo confessi a se stesso di essere affinché Dio si eventui, nell’atto di Amore che le Pietre e l’Artista ha fatto incontrare per la loro solitudine e per la loro vocazione al reciproco appartenersi e possedersi in una perfetta rituale, atavica, originaria bellezza.
Interazione della pietra con la natura, del tempo pietrificato con la sua prima stagione, della creatura con il creatore, della creatura con l’ovulo generante, l’uomo è il rapporto e il nodo con la specie e con tutto ciò che ci ha generato e continua a generarci, l’Armonia assoluta, l’Amore di Dio.
Monoliti che nella “foresta pietrificata” assunono un’aria buona, di giganti buoni, forse perché Pino ci ha insegnato a conoscerli, rispettarli, a voler loro bene: non a caso li abbiamo accarezzati anche noi, ne abbiamo abbracciati alcuni, girando attorno a quelli enormi, che sembrano voler delimitare un’area sacra. Roberto Fornaro ha scritto che Sciola come un pifferaio magico grazie alla musica impone alle sculture di ordinarsi secondo un disegno armonico, e le pietre obbediscono. Tutte insieme formerebbero dunque un’enorme orchestra. Non mi stupirei se prodigiosamente Sciola scoprisse che le pietre sono capaci di ridere e di piangere. Forse, non sarebbe nient’altro che riuscire a riportare fuori le emozioni umane trattenute per sempre – ambrizzate-nelle rocce, nelle ossa del mondo.
Per Pino, una pietra vibra così come il corpo di una donna. Prima di vederla, già ne sente vibrare a piccoli sussulti la musica interiore, la forma nascosta dall’abito della montagna, della roccia. Ora comprendo i musicisti, essi fanno suonare il corpo dello strumento. Sciola prova (o provoca? O evoca? O invoca? O riesce ad avocare a sé?) l’essenza femminile del mondo naturale, la maternità amorosa del Dio che gli ha dato forma. Nonostante la sua durezza, la pietra possiede un’anima femminile e Pino l’ha scoperta, l’ha posseduta.
Il mondo è la pelle di Dio. Dentro questa pelle tutti sogniamo, ma Pino è riuscito a conciliare i suoi sogni con quelli delle pietre. Se ha dimostrato che è possibile ricavare sogni dalle pietre, forse in questo non è dissimile da Dio che ha voluto provare che è possibile ricavare sogni dagli uomini, nel gioco illusivo della realtà.
Ci congediamo da Pino. La mia commozione viene interpreta da lui come un oscuro cattivo presagio, rimane pietrificato, si allontana turbato, sconvolto: che cosa ci siamo detti di tanto terribile in quell’abbraccio, che cos’è il saluto se non lo sciogliersi della pietra nell’acqua della lacrima che lava l’onta del tempo, e che diventa poi il velo dell’Addio, di ogni Addio? (ottobre 2011)

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IL GIORNO DELLA MEMORIA (per Massimo Pamio)


Pian piano il calendario gregoriano si sta infettando di giorni del ricordo, celebrazioni molto dignitose istituite per non dimenticare chi siamo veramente: il giorno dedicato alla memoria dei Caduti della prima guerra mondiale, quello dedicato ai caduti della seconda, l’altro ai Martiri della resistenza, quello alle vittime delle foibe, e poi della fede cattolica, del razzismo, fino a giungere a quello di recente istituzione, dedicato alla sempre più nobile memoria delle vittime della letteratura dell’orrore, che sarà comunque preceduto dal giorno dedicato alla memoria delle vittime dei libri di Fabio Volo e del cinema apocalittico.

Non sarebbe più semplice creare un solo giorno dedicato alla memoria di tutti i delitti perpetrati dall’uomo nei confronti dell’umanità, il giorno dell’homo homini lupus, in cui ognuno piange e si dispera e si rimprovera per i propri eccidi? I cinesi ricorderanno Mao che fece fuori un milione di connazionali e gli attuali governanti che hanno fatto sparire tanti giovani nella piazza della pace celeste, i russi correranno con la memoria a Stalin e ai lager e alle deportazioni, i belgi al milione di congolesi uccisi, gli statunitensi ricorderanno la strage degli indiani e le migliaia di guerre condotte in Vietnam e in tanti altri paesi, gli spagnoli quella degli Indios del Centro e Sudamerica, i cambogiani le epurazioni di Pol Pot, gli argentini verseranno lacrime e si batteranno il petto per i desaparecidos, i turchi per gli armeni e ora per i curdi, i sudafricani bianchi per la segregazione razziale, i tedeschi per gli ebrei, gli ebrei per i palestinesi, i palestinesi per gli attentati commessi, infine per giungere ai più vicini, gli italiani si batteranno il petto per gli etiopi, i somali, i libici, senza dimenticare i martiri innocenti delle guerre; i confinanti slavi dovranno piangere l’eccidio dei bosniaci e quello degli infoibati italiani, i francesi per gli algerini,  gli svizzeri per gli uccellini degli orologi a cucù. Insomma, a tirare le somme, sarà un giorno pieno per tutti, tutti i popoli, le razze, le religioni (non dimentichiamo neanche le guerre tra i sessi, le vittime della violenza sessuale) e infine, ultime ma non proprio in fondo al culo del barile, le minoranze (i derelitti, i poveri, gli indifesi, i bambini, le donne, i nomadi, gli esuli, i migranti, i barboni, i vecchi, i gay, le lesbiche, i terroni, i polentoni, i lettori di Tex Willer), le vittime di sempre.

Sarebbero invece da istituire i giorni della memoria in cui gli uomini sono riusciti a combinare qualcosa di buono, soprattutto dal punto di vista morale: il giorno delle Opere Pie di Madre Teresa di Calcutta, il giorno del Sogno di Martin Luther King, il giorno del Sorriso, il giorno dell’Albero piantato e non estirpato dal Comune per la solita lottizzazione tra intimi, il giorno dell’Energia Verde, il giorno dell’Ozio questo Sconosciuto, il giorno dello Stupore, il giorno dell’Innocenza, dedicato ai bambini e agli alberi, il giorno dei pochissimi giornalisti italiani coraggiosi che dicono pane al pane e vino al vino, il giorno del ritrovamento del mio portafogli da parte di un gentile signore che non ha voluto facessi il suo nome: beatifichiamolo, subito.

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Luigi Trucillo, ovvero del tempo interiore (di Massimo Pamio)


L’esistenza è un esito dello smarrimento del mondo in noi, il dipanarsi di una storia per lo più ignota che nella nostra intima coscienza splende, per il semplice motivo che tutto è splendore, tutto è grazia: l’uomo è un essere votato all’estetico, ovvero un evento destinato ad assaporare il gusto del mondo, essendo esso stesso gusto. Il fatto di essere sentimento dell’accadere, però, ci rende inquieti, incapaci di attendere alla serenità che è in ogni passaggio (ed ogni passaggio è tempo in noi, è il fatto dell’accadere).

Luigi Trucillo, il cui nome evoca una tradizione millenaria di saggezza -il fiorire di scuole e biblioteche, di una passione per la scienza- è poeta per vocazione e per sensibilità, per una devozione intima, che ne fanno una specie di sacerdote del rito orfico della poesia. Per il poeta campano, l’evento non è fine a se stesso, sebbene venga vissuto da un individuo, che lo ritiene personale, proprio, incompartecipabile, incommensurabile. Ogni fatto fa parte di una trama invisibile che mette in comunicazione lontananze, ogni vicenda sebbene vissuta interiormente –ma questa è la condanna dell’individuo, vivere per sé- rappresenta l’orizzonte di qualcosa d’altro, coniugazione d’una provenienza con una destinazione. Ogni più piccola interiore intima vicenda, sconosciuta a chi la vive, è clamorosa espressione di una complessità, continuo estenuarsi di una storia radicata in inspiegabili ramificazioni, in ignoti altrove. Insomma, siamo il frutto dell’unità, ma dispersa, gemmata in una miriade di frammenti a prima vista scomposti, tessere di un solo mosaico.

A volte, il linguaggio diventa dono, se riesce a restituirci l’ordito del reale. Ne coglie il ritmo, la scansione, ne fa proprio il tempo, in virtù della sospensione che le parole formano, trattenendo in un bozzolo il fatto, avvolgendolo, congelandolo, ma anche dilatandolo, estendendolo oltre ogni sua possibilità materica, fisica. In un istante il linguaggio raccoglie tutto il tempo che si può leggere e ricavare in una vicenda,

Il nulla di tempo che fonda il nostro esserci, ovvero che la sostanza dell’accadere sia illusione e che il mondo –l’accadere in cui ogni ente si eventua- sia alla base di ogni nostro tentativo di pervenire alla conoscenza di noi stessi costituiscono l’ambito concettuale in cui la trama poetica di Trucillo si concretizza: siamo il risultato di ciò che si dispiega di noi, siamo il contenuto di un mondo già da sempre precipitato in noi, frutto del nostro essere gettati nel mondo come segni di un accadere. Non siamo feriti dal Tempo che passa, ma siamo le ferite attraverso cui il tempo diviene ciò che è, noi siamo il quantum del fondamento del fenomeno, di tutto il tempo possibile e della sua stessa possibilità. Noi siamo il metronomo e la musica che ci circonda pienamente, tutta la musica che a sua volta fonda il senso dell’ascolto –la bellezza dell’uomo, ovvero la sua apertura all’estetico, il suo essere ciò che scandisce, che crea un ritmo, un’ossessione logica e propositiva del mondo.

Le poesie che Trucillo ci ha donato, inedite, sono di una abbacinante bellezza che si smarrisce in noi, per fondare in un altrove l’ispessirsi del tempo; i versi sono una dimensione estetica, un gustare il senso che in qualche modo entra in noi, completamente aperti, privi di ogni riparo. (Massimo Pamio)

 

LUIGI TRUCILLO, poesie inedite

 

Per Ethel Rosenberg, presunta spia comunista

 

Un mese prima della sedia elettrica

scrisse ai suoi figli

di un grande merlo dalle ali rosse

piombato nel patio del penitenziario

a rubare le briciole che gettava ai passeri,

e di come la scia del suo splendore

le avesse fatto sentire sulla pelle

per un attimo lentissimo

il tepore irradiante dei loro abbracci.

Poi al fruscio di un piede sulla ghiaia

il merlo volò via

trascinando con sé le loro immagini

nell’impennata di tutto ciò che è luce,

e io ora mi domando

se quei passeri attorno a lei così famelici

non erano le strane idee per cui viviamo

e vortichiamo

fino alla morte

smarriti come briciole di pane.

 

 

Cronache del blocco bianco

 

Forse le vite che si perdono

non sono mai state trovate.

La madre di un barista greco chiacchierone

sposata a quindici anni per procura

al disdegnato macellaio di un’isola.

Dopo bui anni luce e un bambino,

quando finalmente inizia ad amarlo

lui ha un infarto, e di colpo resta vedova

mentre sbattevano le imposte di cucina.

Da allora prega soltanto e cuce

per gli ottanta anni che le restano,

mettendo un punto all’ago acuminato

che le buca l’aria.

E tuttavia la vita continua,

con un’ostinazione imbozzolata

che attiva un ronzio uniforme

in sottofondo…

Emigrata in Australia con il figlio

acquista in segreto con i suoi lavori di cucito

un blocco di pietra ad Atene

che dopo molti, molti anni

diventerà la loro casa di Argonauti,

o un altro secolo.

E questo è quanto.

Senza un copione o un montaggio

tutto resta immutato,

sepolto nel tramestio di una durata

opacamente incomprensibile.

Con gli occhi chiusi ascolto

l’enorme massa dei giorni,

ma accanto alla quantità

ancora non esisto

come l’ombra di quelle sue mani

cucite attorno al vento.

Quel blocco bianco di roccia mi ossessiona

come se fosse l’essenza grezza

e potente della poesia:

“Toc-toc – busso – Forse dentro la roccia

c’è qualcosa?”

Ma la vita impietrita

risponde solo scheggiando

una cascata di selce

e di bisbigli.

 

Da Osaka

 

Ho letto che nello Yadogawa Hospital

di Osaka

uno staff aiuta i malati terminali

a risalire ai propri piatti

che richiamano l’infanzia

e i momenti felici,

perché riassaporare un cibo amato

e poi perduto

sana la vita.

Da qualsiasi verso rimosso lo si prenda

ecco finalmente qualcosa di poetico

che non mi fa vergognare

delle parole nascoste dentro il tarlo,

e neppure del gorgoglio immemore del Lete.

Prima che sia troppo tardi

bisogna essere tutti un po’ malati

e costantemente terminali

per ritornare a scrivere poesie

nonostante l’alfabeto di luce che scordiamo.

E soprattutto ostinati guaritori

che ammanniscano a se stessi

la ricetta più antica del mondo

chiamata: gratitudine.

 

 

 

 

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Giorgia Penzo 🌹

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

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Sii chi vuoi, ma se sei te stesso è meglio!

Edilio Ciclostile

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La narrativa è la più esigente delle fidanzate

Nel vento...

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L'Inconfessabile

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La Vita e' un Fiore*

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Appunti di scrittura di Luca Romano

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La vita è sogno

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Sta Per Nascere Una Stella

Fuochi Anarchici

Fuoco fatuo, che arde senza tregua. Inutile tentare di estinguermi o di alimentarmi, torno sempre me stessa.

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