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PASSAGGIO A BALI di LUCIANO TROISIO


Il testo che segue sarà pubblicato dallo scrittore V.S. Gaudio nella poetica rivista “Lunario Nuovo”. Intanto, ecco la versione completa  per il nostro blog dal favoloso viaggiatore  Luciano Troisio, l’antiRumiz, il postpostChatwin, il regista delle mille e una notte nell’Estremo Oriente del Duemila, che non tace nulla del nostro passato, del vivere contemporaneo, non cerca pietà o impossibili salvezze, inseguito dovunque dall’ombra dei protocolonialisti che lasciarono il proprio segno di viaggiatori inquieti: i Fenici, i Vichinghi, Ulisse, Cristoforo Colombo, Magellano, Vespucci, i marines americani.

Candidasa, 29 luglio 2013

IL FIORE DEL FRANGIPANI di Luciano Troisio

FIORE FRANGIPANE

Ieri ci siamo trasferiti da Padangbai, io e le due francesi madre e figlia, fino all’estrema parte est di Bali, esattamente ad Amed. Alle 9.30, come d’accordo, ho lasciato la mia camera fronte mare del Kerti, e mi sono diretto con trolley e borsa Pam al vicino Marco inn. Padangbai è molto piccola. La ragazza mi aspettava nel cortile pieno di cespugli fioriti dove stava mangiando un’omelette e mi ha offerto parte del suo caffè, abbiamo bevuto dalla stessa tazzona. La mamma si stava preparando al piano superiore. La ragazza mi ha fatto delle domande di tipo scientifico sul perché gli uomini, che nella preistoria erano tutti di pelle nera, sono diventati bianchi. Poi abbiamo parlato degli indoeuropei, non sotto l’aspetto etnico ma linguistico. Era di ottimo umore e questo ha rallegrato anche me che potrei essere suo padre. Arriva la madre, ultrasessantenne, elegante (di quelle che hanno fatto un solo figlio molto dopo i quaranta), con uno splendido abito giallo comprato in loco, pettinatura bionda appena rassettata, ridente nel suo abbondante sovrappeso da vedova americana che ha appena incassato l’assicurazione. Ordina il breakfast. La ragazza è salita a sua volta a lavarsi. Intanto erano passate le dieci. Abbiamo parlato di molte cose. La signora tende a parlare, nel suo inglese solo un tantino migliore del mio, con tutti gli indigeni che incontra, è curiosa di tutto. Immagino che sia convinta di essere molto democratica; intanto il tempo passa. Ha voluto assolutamente che mangiassi un pancake, è una tipa di un insistente noioso insopportabile. A tal fine ha chiamato la padrona balinese, mi ha fatto portare anche un’altra tazzona di mediocre Balicopi. Abbiamo parlato a lungo con la padrona, tutta sorrisi e gentilezze. Si son fatte le undici, siamo saliti in camera; la ragazza aveva finito di farsi la ceretta alle gambe. È piuttosto bella, e la madre: come sei bella. In effetti piace molto anche a me, ha un bel personale, capelli biondi lunghi, un bel volto espressivo, non assomiglia per nulla alla madre, seno abbondante già con un cicinin di smagliature, che si notano anche nella parte interna delle cosce. La madre vorrebbe che la ragazza si guadagnasse un po’ di argent de poche perciò vorrebbe creare un book di foto da presentare a studi pubblicitari. Nei giorni precedenti la signora mi ha usato come suo fotografo oltre che come schiavo, boy, chaperon, guida e coolie. L’ho immortalata in centinaia di pose fino allo sfinimento (mio). Il 95% delle immagini è venuta orrenda, cioè naturale. Il resto decente. La signora è stata mia vicina di camera a Ubud. Abbiamo fatto amicizia e ogni mattina consumato insieme il BF al piano, che lei ha abbondantemente integrato con yogurt, marmellate, biscotti e vari tipi di tè (io non lo so apprezzare, ma il caffè è così atroce…). D’accordo: lo faceva per la figlia. Quante preoccupazioni questi figli! E in più le mestruazioni in ritardo. Dice che a volte le salta addirittura (ne ho antica esperienza…). E infatti la fanciulla è molto nervosa e instabile, discutendo con la madre, che la provoca in media ogni dieci minuti, ha degli scatti reattivi molto bruschi; a volte addirittura se ne va. Esorto alla pazienza. Cerco di mediare.

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Hanno una Nikon molto costosa, regalo dei colleghi in occasione del pensionamento, io ho un’altra Nikon più modesta, comprata a Sri Lanka (avendo scassato la mia Olimpya made in Vietnam) con soli 8 pixel. Sono fotografo da sempre, da poco approdato al digitale dalle più classiche slides. La ragazza si è presentata appena uscita dalla toilette mattutina come un’apparizione. Ho cominciato a scattare sul terrazzino, rami verdi saliti dal giardinetto sottostante e fiori esotici dappertutto. La ragazza, pur non essendo perfetta, ha un corpo notevole, ho fatto scatti a centinaia, aveva una maglietta scollata chiara e sotto appariva il reggiseno nero. Siccome dai pantaloncini inguinali sporgevano delle tasche nere, mi pareva logico sottolineare questi particolari e le ho gentilmente spostato spalline e reggiseno. Al che la madre ignorante sempre tra le palle a dare consigli di regia fuori luogo mi ha detto: non toccare le tette a mia figlia. Quando lavoro lo faccio molto seriamente, non penso ad altro e cerco di costruire la migliore sinergia col soggetto. Figuriamoci se tollero la benché minima libertà. Se la battuta avesse avuto un intento scherzoso, avrei immediatamente accettato il codice, ma non lo aveva affatto. Inoltre solo un profano sprovveduto può disturbare durante un servizio fotografico d’autore. (Giorni prima le avevo accompagnate al magnifico tempio/sorgente di Tampaxiring. Per entrare in un luogo sacro bisogna indossare un certo costume che ora viene fornito gratis. Ebbene: appena indossato con l’aiuto di apposito vecchietto, la dama ci aveva rivelato che il summentovato le aveva bragagnato quattro volte le tette, del tipo informe/voluminoso, che come studioso personalmente trovavo di attrattiva nulla. Già avevo delle riserve su quelle della figlia minorenne…). Sapendo con chi avevo a che fare ho evitato per miracoloso sforzo diplomatico di darle un paio di schiaffoni sincronici e le ho solo detto di non permettersi mai più di rivolgersi a me con quel tono. Nei giorni precedenti si era dimostrata in modo inaspettato volgare e molto maleducata, soprattutto in presenza di altre persone, ad es. obbligandomi a dare a estranei il mio biglietto da visita (quasi fossi suo marito….). La figlia non la sopporta, ma essendo minorenne -pur dimostrando un fisico da venticinquenne- deve abbozzare perché ancora studentessa, senza padre e del tutto dipendente.

candidasa

Abbiamo cambiato varie volte location, valorizzato le lunghe gambe, il volto di grande intensità, assecondato la spontaneità della fanciulla. In passato ho lavorato con famosi fotografi (che non nomino), secondo me sopravvalutati, soprattutto volgari tecnici senza cultura e non artisti; locations prestigiose: Arquà, Asolo, Venezia, avevamo dietro uno stuolo di assistenti. Ricordo un nero abbastanza famoso, interveniva solo sui capelli delle modelle. Cosa che a suo tempo ho imparato bene da lui. Il gesto deve essere unico, la chioma sconvolta senza più toccarla. Ho usato in sequenza le due macchine. La ragazza negli intervalli verificava subito gli scatti nella macchina in riposo, ne cancellava arbitrariamente molti, cosa che come autore mi fa sempre arrabbiare, pur sapendo che non bisogna in nessun caso irritare la modella (ma nemmeno l’artista). Su circa quattrocento ne sono uscite una mezza dozzina di superbe. Intanto si era fatto mezzogiorno. La dame ha poi voluto che la fotografassi colla padrona davanti alle statue del tempietto di casa, sapere il significato dei loro gesti (molto simili a quello dell’ombrello) e così e cosà, finalmente ha fatto chiamare per il tassì, è arrivato il sovrintendente al prezzo. Durante le trattative la gentilissima padrona balinese ha moderato la discussione, impedendo che il prezzo venisse ribassato, cosa che ha sconvolto madame. Le balinesi (non tutte ma in generale) sono di un’avidità strozzinesca. Alla mezza: combinato per 280.000 rupie. Arriva il driver, carichiamo, si parte. La ragazza sale davanti, io dietro a spupazzarmi la signora.

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L’ULTIMA PARTE DEL VIAGGIO DI LUCIANO TROISIO A TIMOR EST


Dili 21 luglio 2011

La Madre Superiora prof. Guilhermina Marçol, persona d’alto rango sempre occupatissima, mi ha gentilmente concesso vari colloqui. Inoltre sono sempre stato alla sua destra in refettorio, e quindi ho potuto farle molte domande cui lei ha risposto puntualmente e molto sobriamente in italiano/portoghese/inglese.

È una donna che parla pochissimo, come tutti i timoresi. I quali hanno un carattere molto fiero, semplice, di profondissima fede cattolica.

A Timor Leste non esiste nessuna minoranza religiosa (ma questa compattezza è inficiata da profonde rivalità etnico-politiche). La lingua Tètun, di origine maleo-polinesiana, usata per secoli come lingua franca, è talmente semplice e primitiva che non ha nessuna parola per i convenevoli, e fino al secolo scorso non aveva una sua forma scritta codificata. Ha assimilato molti lemmi portoghesi (obrigado, favore, ecc.)

 Ho verificato molti dati su Timor Leste in rete. Mi sono reso conto che i materiali, peraltro striminziti, sono spesso discordanti, e che non esiste una descrizione univoca dei fatti. Sono però convintissimo che quanto narratomi dalla Superiora, una delle poche persone davvero informata, per quanto riguarda i fatti, sia la verità, pur vista dalla parte timorese. Li riassumo.

 La Fondatrice dell’Ordine è Santa Maddalena, Marchesa di Canossa, (discendente della più nota Matilde, vissuta nel medioevo).

Nata a Verona il 2 marzo 1774, ivi morta il 10 aprile 1835.

Le suore canossiane rappresentano circa il 50 % di tutte le religiose timoresi. Sono quasi tutte indigene.

 I Portoghesi giunsero a Timor nel 1515 introducendo il Cattolicesimo. Timor ha fatto parte per secoli delle diocesi di Goa, o di Macao. Nel 1954 si è costituita la diocesi di Dili.

Unica chiesa antica rimasta: S. Antonio a Mataia.

Timor nel secolo XX ha subito 5 furiose distruzioni. La religiosa bresciana Erminia Cazzaniga, assassinata nel 1999, ha vissuto direttamente tutte e cinque le distruzioni, e le ha raccontate alle Sorelle.

Quando nel 1975 i Portoghesi abbandonarono la colonia, l’opinione pubblica era divisa tra chi voleva l’Indipendenza immediata e chi l’integrazione con i Portoghesi o con gli Indonesiani. Scoppiò una guerra civile, che durò fino all’invasione da parte dell’Indonesia (7 dicembre 1975) la quale occupò il territorio fino al 1999. Ci furono migliaia di deportati e molti oppositori sparirono.

Durante i 24 anni di occupazione l’Indonesia eliminò circa 200.000 persone su una popolazione di 900.000 abitanti (fu duramente condannata dalle Nazioni Unite). Orrendi dati tutti da verificare, ma l’Indonesia non è nuova a massacri inauditi anche dei suoi stessi cittadini. Basti pensare alla “caccia al comunista” che nella seconda metà del secolo scorso fece circa 300.000 vittime, di cui 50.000 a Bali.

(Gli Indonesiani, oltre a uccidere, costruirono a Timor molte strade, scuole, ospedali, case).

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, TERZA PARTE


Come promesso, ecco la terza parte dell’inedito taccuino di viaggio a Timor Est di LUCIANO TROISIO, in esclusiva per il blog delle Edizioni Noubs.

Buona lettura!

Il padre l’ascoltava in silenzio tenendo la testa alta e fissandola in viso.

A un certo punto ha estratto una specie di borsellino e io ho distolto lo sguardo.

Siccome in camera mi hanno fornito di tè e chicchere, e zucchero, e bicchieri col coperchietto anti insetti, e il tutto coperto da un candido tessuto tutto ricamato all’uncinetto, e ho non solo un frigorifero pieno di bottiglie, ma anche una di quelle damigiane di plastica celeste capovolta, fonte di acqua gelida e bollente, mi sono fatto un tè timorese, piuttosto buono. Sentivo dalla finestrella del bagno, dove una passera ha fatto il nido, che gli uccellini sono nati. Il loro verso è più simile allo zirlare di insetti. Poi sono uscito. È arrivata la macchina (una banale monovolume fatta a Singapore, colore blu, piuttosto maltenuta e impolverata. A bordo c’era una delle sorelle, che si chiama suor Carla, il Papua, e Giovanni Paolo, un bambino cioccolata di sei anni, trovato abbandonato a sette mesi e allevato dalle suore (è stato la prima persona che ho visto arrivando qui in taxi: è impossibile non notarlo, sia per la sua bellezza sia per il fatto che ha i capelli neri per i primi centimetri, ma poi biondi. Ho pensato che l’avessero ossigenato per fargli fare la parte di angioletto. Invece la suora mi ha detto che il biondo è naturale; sarà figlio di un bianco dell’ONU. Ogni volta che mi vede viene ad abbracciarmi, mi tiene prigioniero, è vivace e simpaticissimo, fa la seconda. Spero che sia anche intelligente. Tutti lo coccolano, è l’unico maschietto del collegio, che è femminile e conta 84 studentesse delle superiori. Devo cercare di aiutarlo.

Siamo partiti per andare dal fotografo, incerti se avremmo avuto subito le foto o se bisognava tornare il giorno dopo. Avevamo già percorso il viale d’uscita quando il Papua si è fermato, ha cominciato a gridare, ha fatto marcia indietro, ha caricato un altro connazionale più atletico, suo  amico, di cui non sentivo la mancanza. (Continua…)

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LUCIANO TROISIO, DIARIO DI VIAGGIO A TIMOR EST, seconda parte


Pubblichiamo la seconda parte del diario di viaggio del grande LUCIANO TROISIO, a Timor Est.

Seguiranno ulteriori appuntamenti… Seguiteci e buona lettura!

 

Dili, 18 luglio 2011

 Stamattina la madre superiora mi ha dato un passaggio fino in centro, piuttosto vicino. È scesa a un palazzo amministrativo, ridipinto da poco e ha ordinato al conducente di accompagnarmi prima all’ufficio della compagnia Merpati, poi all’Ambasciata Indonesiana. Prima, per errore siamo finiti in un altro ufficio, l’autista mi ha seguito, come se non sapessi spiegarmi. Già questo mi ha dato fastidio: un banale di 25 anni disoccupato che fa l’autista per le suore. Forse un buon posto. Le suore cercano di aiutare gli emarginati e così si vedono nel loro terreno ortolani spastici, inservienti emiplegici, povere minorate mentali, come all’Università di Padova (che li assume per legge). Da lì ci hanno gentilmente dirottato alla Merpati (l’autista da solo non c’era arrivato). Mi ha seguito anche qui. L’impiegato, di pelle molto più chiara, è stato rapido e cortese. Gli ho chiesto gentilmente di anticipare la data del rientro a Bali (dovevo rientrare il 16 agosto, ma avendo capito da subito l’antifona, ho deciso di battermela immediatamente da questa ciudadedapaz. D’altra parte arrivando dal paradiso, non è possibile non avvertire la desolante sensazione di Waste Land, Finisterre, più prosaicamente Kulodelmondo). Mi ha chiesto: per quando? Ho detto per la prima data più economica (il prezzo del volo varia inspiegabilmente di molto a seconda dei giorni della settimana). Avevo già tentato lo spostamento di un giorno a Bali, cosa che mi avrebbe permesso di evitare la sanzione per chi esce dall’Indonesia con un giorno di ritardo sul visto. Ma la modifica costava la bellèzza di 138 dollari, che per me che pago di tasca mia, sono parecchi. Qui ho pagato solo 20 dollari di fine e ho ottenuto l’ok per il 25 luglio. Il conducente, seduto alle mie costole, ha approfittato per prenotare in tètun stretto, un volo per Londra (?).

Da lì siamo andati all’ambasciata. Per non far attendere la madre superiora ho detto al conducente che andasse subito a raggiungerla, che sarei tornato in taxi.

 Tra il pubblico in attesa c’erano due ragazzi bianchi (uno, indimenticabile, aveva sul retro del ginocchio tatuato apple a sinistra e pie a destra. Quando si è girato ho visto che le intere gambe e le cosce erano fittamente ricoperte del simbolo del dollaro $ in tutte le grandezze possibili. Il resto era tutta povera gente autoctona che chiedeva il visto per l’Indonesia: media statura, giovani, disperati, donne magre, bruttine, dalle guance scavate (certo non prostitute). Non c’era nessuno di bello. (So per esperienza, anche come vittima diretta di borsaioli, che da fine luglio a fine agosto, da tutto l’arcipelago si riversano a Bali prostitute, ladri, travestiti, che vanno a “fare la stagione”, sempre assai redditizia. Ma escludo che provengano da Timor Leste: questi vanno per lavorare).

 [Fino a 15.000 anni fa le popolazioni di tutta l’area del Sudest asiatico erano di tipo australoide. 5.000 anni fa ebbe inizio una migrazione di popoli dal nord, di pelle chiara, di razza mongolica, che ebbe il sopravvento, e col passare dei millenni si fuse con le popolazioni residenti, oppure le ricacciò nelle zone peggiori, sulle montagne, all’interno rispetto alle coste.

Esistono ancora minoranze di Negritos nelle Filippine, nella Penisola Malese, nelle isole Andamane: popolazioni di bassa statura, nere di pelle, molto simili ai Pigmei (forse tutti i primi ominidi erano neri, alti circa un metro e venti? Poi alcuni sono impalliditi e lentamente cresciuti fino al metro e sessanta di media). Il colore della pelle è uno dei misteri ancora poco spiegabili; la quantità di melanina è sempre la stessa, nei bianchi e nei neri. I neri non ne hanno di più, ma ce l’hanno tutta disposta sulla pelle. Tant’è vero che i bambini neri alla nascita sono chiari, e si scuriscono in pochi giorni. Non c’è una vera univoca spiegazione: forse raggi assai nocivi e mortali hanno in un lontano passato provocato una forte “tintarella”, nel senso che la melanina è affiorata disponendosi tutta sull’epidermide, come difesa da radiazioni mortali, che potrebbero avere sterminato varie volte gran parte della popolazione umana, salvando quella più scura, che aveva più resistito alle radiazioni, e si era meglio adattata.]

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