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TINO DI CICCO – IL POETA PIU’ AMATO


di Massimo Pamio

Tino Di Cicco è il poeta che amo di più, forse perché in lui mi specchio, e laddove io mi arresto –sulla soglia del nulla, nel pudico rifiuto del qui e del sempre- egli invece docilmente si spinge nel terreno della mistica, per accogliere e donarsi interamente, senza lasciare brandelli di umano all’esperienza della Gloria:

cari amici a rimproverarmi
la docilità come fosse una colpa

la porta che mi aspetta non si apre
se batto i pugni

la gioia del cielo ignora
ogni volere

La sua esperienza dell’umano è comunque la fonte a cui attinge per il suo cammino verso l’oltre, e questo cammino è intriso di un cauto progressivo meditato aprirsi:

qualche volta sono un albero
con le foglie serene verso il cielo
senza rancore per il vento

altre volte sono un uomo
e misuro il cielo con le mani
e dimentico di dimenticare

L’incidente dell’umano è un’opportunità unica, che coincide con la sua straordinaria qualità di essere nel mondo e di compiere il mondo; tutto questo pretende un cammino ulteriore, come se egli dovesse rendere conto di ciò che non può, come se gli fosse richiesto il motivo della sua originaria ferita, che spesso è un desiderio acceso, una passione, un’urgenza (di amore, di bellezza, di possesso) che però non rimandano al tutto ma sanciscono proprio quella mancanza:

a piene mani sta l’uomo
dentro le sue cose

è il cosiddetto mondo

la bellezza spalanca voragini
ma non sempre portano al cielo

E’ proprio in quella ferita che invece bisogna trovare il mondo, occorre un coraggio straordinario per negare se stessi, le proprie parole, il proprio nome e per nientificarsi, procedimento quasi impossibile, perché il mondo è scritto dappertutto e le parole sono il marchio indelebile che l’uomo stende su ogni elemento per mettere in scena il presente, l’esistente e per strutturarlo, per governarlo:

tutte queste cose qui
hanno un nome.
non le confonde la nebbia
non le cancella la notte

eppure come se esistesse
il cuore cerca l’oceano dove tu
non sei solamente tu.

dove finalmente io
sarò libero anche dal nome
che fu mio

La ricerca del passaggio verso l’ulteriore implica una disciplina che se si fa propria conduce spontaneamente verso l’oltre, senza l’uso della volontà:

qualcosa mi diventa libro
involontariamente

come un regalo, un peso
da trascinare fino alla parola.

se tu cerchi la luce
la luce avrai.

sta scritto

L’annullamento del proprio io e della propria volontà introducono al passaggio (dalla ferita alla piaga luminosa che ingloba tutto il mondo e tutto l’essere). la perfezione, dice Simone Weil, è impersonale.

come tu guardi il mondo
il mondo guarda te.
se nello specchio vedi solo
la rosa e il vento
hai trovato la fonte
sicura
del tuo smarrimento.

io quando il tempo
avrà consumato i suoi rumori
conoscerò finalmente il tarlo
che m’inchiodava al cielo.

sulla mia terra gli uomini
disperatamente cercano se stessi
e toccano così con mano
la fonte del dolore
sulla mia terra gli uomini
amorevolmente ignorano se stessi
e provano così nel cuore
il nulla della gioia

EN KAI PAN
acqua con l’acqua
nero con il nero
fuoco con il fuoco
perché tu possa un giorno
trovare finalmente in te
tutto quello che c’è

Il mistico ci rivela che laddove cercassimo Dio, quando lo incontreremo, non avremo più bisogno di Lui. E’ dunque sulla terra che nella nostra condizione di mortali lo cerchiamo, lo desideriamo. E’ qui nell’hic et nunc la nostra eternità, ma fuori dal tempo e dallo spazio non avremo più desideri. E allora non avremo più bisogno di Dio, la nostra ferita sarà per sempre richiusa:

tutto finisce
tutto ricomincia

dai balconi del tempo vedremo
amori e stagioni passare
come in sogno

e quando finalmente saremo solo mare
non avremo più bisogno di dio

Ma allora che cosa sarà stata la nostra esistenza? Per quale motivo saremmo vissuti? Perché questa parentesi assoluta e svincolata, quale mistero nascondeva il nostro passaggio? Ci rimarrà per sempre celato?
E qui ancora il Poeta, il grande Poeta sembra suggerirci una risposta, che è quella dell’Amore, del Dono e dell’assoluto valore della Vita:

quei mondi che talvolta appaiono
nella parola reticente
sono la dimora più alta
per l’uomo

appena un po’ più in là
l’amore che tutto ama
è
dio

 

 

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INTERVISTA A DANIELE CAVICCHIA – POESIE INEDITE DI CAVICCHIA


Daniele Cavicchia è poeta, scrittore, presidente di numerose giurie, ha ricevuto riconoscimenti anche a livello internazionale. Ci dona non solo un’intervista, ma anche poesie inedite di straordinaria intensità. Grazie, Daniele!

L’INTERVISTA

D.Sembra che i poeti  importanti nascano solo a Milano. È una questione di potere editoriale, economico o che altro?

R. Credo che molto dipenda dallo smog. Non conosco  con quale procedimento le tossine contenute in questo insieme di gas vanno a stimolare la cultura e la sapienza dei poeti e dei critici milanesi. Ma certamente non dipende dal potere editoriale, e tantomeno da quello  economico, ( sarebbe molto triste)ma  solo dal potere che ha lo smog di legare amicizie che tendono ad escludere ingerenze esterne e gli amici che si sono formati grazie allo smog si aiutano a vicenda. Si potrebbero avanzare altre ipotesi ma sarebbero solo parole e non cambierebbero niente. In Italia c’è il vizio di mantenere le distanze e non ho mai capito perchè. La cultura dovrebbe essere condivisa, ma è innegabile che l’Italia è lunga.

D. La tua poesia è spesso dialogata, teatrale. Chi interroga chi?

R. Credo di interrogare quasi sempre me stesso. Tento di sdoppiarmi cercando di immaginare l’altro che potrei essere. In ogni caso vivo di dubbi e forse anch’io sono un dubbio. E quindi, la poesia, una volta scritta, è una domanda o una risposta?

D.Un altro elemento della tua poesia è quello della ricerca religiosa; spesso i tuoi versi sono inni, salmi, preghiere…

R. Si, è vero. Non voglio credere che tutto si limiti al nostro corpo o a quello che di noi e di altri possiamo vedere. Forse siamo di più e non necessariamente bisogna appartenere a qualche religione per allontanarci dalla nostra carnalità: a volte la lontananza può creare delle vicinanze. Se nelle mie poesie si ritrovano salmi o preghiere, in qualche misura dipende dalle letture che prediligo , ma il vero motivo, secondo me, è che quando una poesia ” riesce” altro non è che una preghiera. E lì il poeta c’entra poco, è solo un tramite. Ha ragione Milosz.

D. Anche tu nei tuoi libri inserisci dei pezzi di prosa. La poesia va verso la prosa?

R. Sono convinto che ogni argomento abbia la propria lingua e che anche la poesia ubbidisce a questa regola. E comunque le prose poetiche sono sempre esistite.

D. Dove va la letteratura? Che cosa ne pensi della letteratura odierna?

R. La letteratura si sottopone al mercato e di conseguenza è un poco ruffiana. E poi molti vogliono la fama e il guadagno e tutto questo è normale. Peccato che non tutte le regioni contengono la stessa quantità di smog e quindi diventa difficile scrivere capolavori. Anche se  a volte, delle nubi dispettose regalano qualche miracolo.

D. Quali sono i libri migliori del 2011?

6) “1 Q84″ di Murakami,” Oggi avrei preferito non incontrarmi” della Muller,” La scena perduta” di Yehoshua,” L’albero della pioggia” di Kenzaburo,” Libertà” di Franzen; per la poesia sen’altro Strand.

D. Quali i tuoi autori preferiti?

R. A parte i classici, Holan, Caproni, Sereni, Luzi, Milosz, Kristof, Mandel’stam, Celan.

Poesie inedite di Daniele Cavicchia (per gentile concessione dell’Autore)

1

Quando la prima volta che la vidi

l’angelo aveva perso un guanto

lei pensò fosse il suo

io di essere nella trasparenza dell’abisso

Poi lei sorrise come chi ha gli occhi

troppo azzurri per scavalcare il cielo

e per spingermi nell’ostinato inchiostro

che a malapena contiene la storia che mi illude

La pelle levigata  profumava di sacro

attingeva energia nell’amore

che ognuno le donava

io avevo poche parole e in quelle annegavo

“ Se non sai adesso cos’è l’amore

disse l’Angelo, sarai sempre lontano da lei”

io lo guardai come si guarda un fiore

che non può esistere

E se solo esistesse non sarebbe un fiore

ma un mondo di idee dal sapore di eterno;

“dimmi, allora, di questo tempo e di me

che tento di esistere attraverso lei”

“L’amore è solo il segreto della follia

che la assolve, immagina alberi sulle nuvole

acqua nel deserto dove le anime sospirano,

l’amore è un cristallo che racchiude il creato”

L’angelo aveva ritrovato il guanto

lei aveva perso anche l’altro

la mia mano accarezzava la sua o forse era la sua a farlo

ma nulla era importante in quel momento di finzione

Ciò che accade nel segreto della mente

la mente ignora

come quegli occhi troppo azzurri

che guardavano dove lei non voleva

2

La seconda volta che la vidi

l’angelo sembrava distratto

lei assorta come chi deve decidere

se essere àncora o scandaglio

Non indossava guanti

e quindi offriva la propria nudità

come se quella poteva

aiutarla nella scelta

L’angelo si scosse e si fece attento

lei aveva scarpe lucide e nere

come il suo sguardo

in attesa di volare

Pensai, a vederla in distanza,

che quel nudo era la sua armatura

e offriva quella in uno scontro

che non sarebbe mai avvenuto

Allora lasciai la stanza

perché da quella bisogna partire

per potervi ritornare, ma non il ricordo

che mi volle in compagnia

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