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Come reinventare un paio di aspetti di Venezia


Valentina Confuorto

L’idea che la casa sia un luogo sicuro e accogliente – focolare, tepore familiare, tranquillità domestica – l’abbiamo messa tutti in discussione, negli ultimi due mesi. Circondati soltanto da plastica, metallo e minerali, ci sono mancati l’acqua del mare, il calore del sole, l’aria fresca e il vento.

Io non ho mai passato tanto tempo come adesso affacciata alla finestra. Alcune mattine, in maniera semiclandestina, ho letto seduta sulla soglia di casa, al sole. Non mi sono avventurata molto in giro, pur immaginando Venezia bella più che mai. Ho conosciuto i vicini, in brevi e ripetute chiacchierate dai davanzali.

I gabbiani, non avendo più pattumiere esondanti, sono emigrati. A volte ho trovato carcasse di granchio in fondamenta.

I colombi sono diventati padroni del campo. Mi sembrano più puliti, poi non so.

Ieri ho visto il video di un cavalluccio marino in canale, l’altro giorno di un polpo. In una…

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Godi, fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Leopardi, Il sabato del villaggio a Eamon Grennan Così ci fermammo e parcheggiammo nella rinnovante luce primaverile del Connemara in una domenica mattina mentre una luminosità accattivante reggeva e si apriva e la montagna assoluta rispecchiata nel lago entrava in noi come un cuneo spinto dolcemente […]

via Il lago di Ballynahinch – Seamus Heaney — Poesia in rete

Il lago di Ballynahinch – Seamus Heaney — Poesia in rete

POESIA DEL PRIMO MAGGIO (da Prévert)


Oggi che le opinioni dei virologi valgono più dei versi dei poeti, pure la paura del virus vale meno del coraggio di comporre poesie.
Buon primo maggio che celebrando ormai soltanto la messa in mutande dei lavoratori, anch’esso rientra di diritto nel filone dei canti erotici.

TU MI VENISTI INCONTRO

Tu mi venisti incontro
sfacciata nella tua malizia
che sai sempre mi danna
quand’io ti veggio,
cangiante nel tuo aspetto ammaliatore:
rosea come un’alba di marzo,
come un demonio nera,
e rossa, e gialla e coi colori tutti
dell’arco in cielo dopo la tempesta,
io che sempre ti bramo,
le mie dita sopra te in una carezza,
la bocca mia a baciarti,
il naso che s’inebria dei tuoi odori.
Tu mi venisti incontro,
era di sera,
notte di luna crescente
come il desìo che m’attizzasti.
Poi ti tolse ai miei occhi
gettandoti ai suoi piedi,
la padrona,
tra la vestaglia a fiori
e il reggiseno
ed io, la morte al cuore,
giacere dovetti io
con quel di te che dentro v’era.

Poesia di anonimo rinvenuta a Parigi in una ex casa chiusa agli Champs Elysée e attribuita a Prévert da Sabatino Ciocca.

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A UN PASSO DALL’ABISSO (di Massimo Pamio)


L’UMANITA E CAPACE DI UN SOGNO COLLETTIVO? Questo è un tempo donato, non di sospensione, bensì pieno. Ci è stato donato un tempo per riflettere, per riprenderci la vita, quella vera, nuda, essenziale. La mia domanda ora è la seguente: dobbiamo forse tornare a quel mondo che ci ha portato davanti a questo abisso di fronte al quale ci siamo arrestati? Vogliamo fare un passo avanti come se non fosse accaduto nulla? Oppure visto che abbiamo capito che non ci si salva da soli ma insieme con gli altri, dobbiamo tutti insieme operare per un cambiamento?

Il primo evento mitologico della storia – L’Occhio Indiscreto

Data della storia umana xy prima dell’estinzione (a. E.)

Leggende metropolitane, complottismi mondiali, conflitti di fazioni e di servizi segreti, destino non più di un popolo ma dell’intera specie, la scienza e la sanità come voce divina interprete trascendente della realtà, gli stati nazionali che riprendono il loro potere autoritario sui cittadini tutti in trincea nascosti dietro la trincea: quel che manca in tutto questo scenario è l’Eroe, il classico indimenticabile eroe delle mitologie e dei film americani, che hanno rinverdito la mitologia greco-latina.

Una storia eroica senza eroi, in cui si cercano disperatamente degli eroi e li si trova in quelli che quotidianamente fanno il loro dovere di medici o di infermieri, di portantini o di volontari o di operai di imprese delle pulizie, una storia priva di veri eroi è quella a cui assistiamo oggi ai tempi della pandemia, che ci illustrano un paesaggio in cui l’uomo è sempre più debole e non riesce più a trovare un individuo superdotato, un individuo che riesca a porsi al di sopra degli altri, spiccando per le sue doti, peri la sua invincibilità, per la sua capacità di resistere da solo contro tanti e di riportare in nome e per conto di tutti la vittoria sulle forze del male, sul Nemico Immenso e oscuro.

Salvifico, un termine improponibile, in cui la malattia non si può vincere, ma solo isolare, allontanare, tenere buona.

C’era una volta l’esorcismo.

Le religioni sciamaniche creavano spettacolari scenari. Oggi l’uomo moderno riesce a crearli ancora (il Papa in Piazza San Pietro su un baldacchino illuminato nel crepuscolo che attorno lo insidia), ma queste scenografie si svelano paurosamente desertiche, laddove la liturgia non può essere ridotta ai minimi termini e dove soprattutto manca l’elemento principale rappresentato dai credenti che garantiscono la riuscita dell’azione religiosa salvifica mediante il verificarsi del miracolo in loco.

Il protagonista assoluto, che si è preso tutta la scena è ormai il Virus.

Ai nostri giorni, il virtuale ha sostituito il reale., non a caso il virus che si insinua pericolosamente nei nostri computer porta lo stesso nome del virus che oggi domina il campo del reale. Il Virus o l’Hacker che come Julien Assange riesce a entrare nei meandri dei servizi segreti delle superpotenze o delle industrie farmaceutiche e nei laboratori che preparano il nostro futuro apocalittico, il Virus che come l’Hacker si schiera da solo contro le Superpotenze, il Virus che da solo combatte 7 miliardi di individui, individui che, l’abbiamo scoperto sulla nostra pelle, sono abbastanza sprovveduti.

La battaglia è dunque ormai virtuale, noi siamo già tutti postumi e ad essere veri -la verità la conoscono solo gli Hacker e i Virus- ad essere nel centro del vero sono i collegamenti dei circuiti integrati: d’altronde, la verità della coscienza non sta nelle reti neuronali a cui non riusciremo mai ad accedere?

La verità è segreta e misteriosa, checché ne dicano gli scienziati e i potenti della terra.

Nessuno sa niente, il vincitore non si conosce, le battaglie sono tutte nascoste, criptate e a vincere in nome dell’umanità è soltanto la moneta (il Dio Denaro, direte voi, ancora Lui?!!) no, vi correggo io, la moneta è quella della scelta affidata al caso, la moneta che, gettata in aria, può ricadere su una faccia o sull’altra, come nel sistema binario, matematico informatico dominato dalla coppia 0 e 1.

Ma c’è una terza possibilità, prevista dalla QFTs, che ci sia un evento indeterminato una terza possibilità un’alternativa rispetto al vero e al falso.. A salvarci sarà solo la legge dell’universo, che vede e provvede, getta la moneta e dove ricade vince. Forse l’Occhio indiscreto del Dio Nascosto.

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Ritorno di Ulisse


de Chirico Campobasso - Gioco e gioia della neometafisica

“La mia camera è un bellissimo vascello ove posso fare viaggi avventurosi”, ha scritto de Chirico che, come un nuovo Ulisse, compie un viaggio simbolico all’interno della sua stanza dove si apre un misterioso mare metaforico: il vero viaggio per de Chirico è un viaggio interiore che si compie attraverso l’arte nel suo studio e rappresenta anche il ritorno verso la Grecia di Ulisse e della sua nascita.

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Ritorno di Ulisse 1968 olio su tela cm. 59,5×80

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TUTTO MUORE QUAGGIU’ (di Sabatino Ciocca)


TUTTO MUORE QUAGGIU’

Tutto muore quaggiù.

Muore il vecchietto,

l’infermiere, il dottore, il portantino,

muore il cassamortar, muore il becchino,

muore il prete nel benedir la salma

e muore il chierichetto. Poi con calma

muoion, dei convenuti al sacro rito,

la moglie in primis, i figli ed il marito.

Defunge lo sfigato appena assunto,

colto dal virus ma già di suo consunto.

Muore l’operaio cassintegrato,

il padrone, il commesso, l’impiegato

Muore il podista, l’atleta, lo sportivo,

defunge a nuova morte il redivivo.

Muore l’artista, il poeta stanziale

digià minato dal male esistenziale.

Muore il tenor, muore la casta diva

Il popol muore delle partite iva.

Muore la scuola, i docenti ed i bidelli,

defungono le casse dei bordelli,

periscono le tregue coniugali,

muoion d’infarto i poveri animali

che in casa voglion starsene sdraiati.

Muoiono i sani e nuoiono i malati.

Son moribonde ma in via di guarigione

le ardenti penne dell’informazione.

Quanto ai parlamentar, sorte fetente,

tutti li abbiamo di tempra resistente.

© Sabatino Ciocca Ogni riproduzione è vietata se non autorizzata

Ultimo dei legionari fiumani, poeta Dannunziano, ormai quasi centenario, l’autore di questi versi si cimenta nel verso endecasillabo sciolto, sfuggendo alla regola che lo faceva poeta di sonetti in terza rima, dei quali è stato sicuramente uno dei rappresentanti più celebrati e autorevoli.  Oggi egli assume una misura tutta nuova, che lo apparentano al maturo Ceccardo Roccatagliata Ceccardi e alle migliori liriche del Prati e dell’Aleardi. (Massimo Pamio)

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MIGLIORARE IL MONDO E’ POSSIBILE. LA LETTERA DI ARMANI AL MONDO DELLA MODA.


La lettera di Giorgio Armani al mondo della moda

E’ iun segno importantissimo. L’epidemia che ha colpito il mondo del capitale, smuove le acque e soprattutto giunge a risvegliare le coscienze degli industriali più accorti,

Un sistema basato sul profitto, nonostante le ricchiezze accumulate, non è riuscito a fermare il morbo e ha messo in luce ancor di più i guasti di un’economia irresponsabile, causa di devastazioni ambientali e climatiche. I potenti del mondo, le multinazionali devono a gni costo essere affrontate e rese capaci di comprendere che occorre una decisiva svolta, altrimenti sarà la fine non solo per l’economia, ma anche per la specie.

Giorgio Armani, uno dei grandi del pianeta, uno dei più grandi italiani, uno deigli stilisti più acclamati del mondo, ha scritto una lettera che dovrebbe essere divulgata in tutto il pianeta, come esempio per un rinnovamento, per un nuovo Rinascimento dell’uomo.

«Io non voglio più lavorare così, è immorale. È tempo di togliere il superfluo e ridefinire i tempi. Non ha senso che una mia giacca, o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane, diventino immediatamente obsoleti, e vengano sostituiti da merce nuova, che non è poi troppo diversa da quella che l’ha preceduta. Io non lavoro così, trovo sia immorale farlo. Ho sempre creduto in una idea di eleganza senza tempo, nella realizzazione di capi d’abbigliamento che suggeriscano un unico modo di acquistarli: che durino nel tempo. Per lo stesso motivo trovo assurdo che durante il pieno inverno, in boutique, ci siano i vestito di lino e durante estate i cappotti di alpaca, questo per il semplice motivo che il desiderio d’acquisto debba essere soddisfatto nell’immediato. Chi acquista i vestiti per metterli dentro un armadio aspettando la stagione giusta per indossarli? Nessuno, o pochi, io credo. Ma questo sistema, spinta dai department store, è diventata la mentalità dominante. Sbagliato, bisogna cambiare, questa storia deve finire Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero. Basta spettacolarizzazione, basta sprechi…. Questa crisi è anche una meravigliosa opportunità per ridare valore all’autenticità: basta con la moda come gioco di comunicazione, basta con le sfilate in giro per il mondo, al solo scopo di presentare idee blande. Basta intrattenere con spettacoli grandiosi che oggi si rivelano per quel che sono: inappropriati, e voglio dire anche volgari. Basta con le sfilate in tutto il mondo, fatte tramite i viaggi che inquinano. Basta con gli sprechi di denaro per gli show, sono solo pennellate di smalto apposte sopra il nulla. Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di togliere il superfluo, di ritrovare una dimensione più umana… Questa è forse la più importante lezione di questa crisi».

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I “limiti” di Serge Latouche


Timore&Tremore

Per Serge Latouche la condizione dell’uomo è tracciata in limiti ben precisi e i limiti sono da sfidare.
Da anni Latouche studia progetti di alternative praticabili al binomio crescita-illimitatezza contrapponendo le eco-compatibilità, le sovranità circoscritte, le identità plurali, i legami che creano società.
Ci sono limiti che sarebbero da ridimensionare e norme che bisognerebbe revocare… “Siamo prigionieri di un piccolo pianeta la cui situazione eccezionale nel cosmo ha permesso la nostra comparsa. D’altra parte la nostra intelligenza, non meno eccezionale, ci permette di adattarci a una grande varietà di situazioni, ma non ci autorizza a fare tutto né a conoscere tutto.”
La nostra sopravvivenza dipende dal buon funzionamento delle nostre organizzazioni sociali, ma anche dal nostro ambiente.
Il problema è che ogni limite e ogni norma sono discutibili e che le frontiere sono sempre instabili, mutevoli. Ci sono inoltre limiti che non si deve superare, ma che è necessario conoscere…

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COSA PUO’ INSEGNARCI IL CORONAVIRUS (di Adam Vaccaro)


Cosa può insegnarci il coronavirus?
di Adam Vaccaro ©

Il miglior regalo che potrebbe farci questo terribile coronavirus sarebbe quello di far saltare in aria la costruzione neoliberista dell’EU, che infiniti lutti addusse e dolori, e ancor più addurrebbe, ai popoli europei. Questo virus sta evidenziando oltre ogni dubbio le ingiustizie, le barbarie e le contraddizioni insanabili che permangono tra i vari interessi nazionali, risolti sempre a danno dei più poveri e a favore di una elite ristretta.  

Anche a tanti fiduciosi iniziali sostenitori, appare evidente l’impossibilità di procedere con questa dittatura finanziaria (propagandata come massima libertà), sostenuta da un mainstream mediatico gigantesco e asservito alla ideologia dominante del pensiero unico. La forma di globalizzazione economica, messa in atto e che ne deriva, non tollera limitazioni democratiche e nazionali di ogni genere. Ogni relazione che sia conformata al dio profitto!, interessato a ridurci solo a merce e a consumatori, senza differenze identitarie. È un contesto che moltiplica la difficoltà, ma esalta insieme la necessità, di un pensiero critico che sappia recuperare un disegno umano, degno della nostra migliore civiltà culturale, magistralmente sintetizzata nella nostra Costituzione.

Credo che questo 2020 ci sfidi con due virus – corona e neoliberismo – e non so proprio quale dei due ci farà pagare il prezzo più alto! Dobbiamo dunque cercare di mettere in atto, singolarmente e collettivamente, sufficienti energie di autodifesa sociale che riescano a impedire ai poteri nazionali e internazionali del neoliberismo di utilizzare senza freni questa terribile occasione, per imporre arretramenti sociali ben più feroci di quelli che abbiamo finora visto. E, al tempo stesso, non va ovviamente tralasciata la necessità di elaborare tutti i mezzi possibili che ci consentano di resistere psichicamente e fisicamente, se l’attuale condizione di carcerazione domiciliare dovesse continuare, come penso, diversi mesi.

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IL NOSTRO FUTURO PROSSIMO?


Tavolo di lavoro sul dopo-coronavirus.

Dopo-coronavirus: economia, Stato, geopolitica

Intervista al prof. Gianfanco Battisti dell’Università di Trieste.

(A cura di Stefano Fontana)

 

Il prof. Gianfranco Battisti, docente emerito di Geografia all’Università di Trieste, studioso di geopolitica e Collaboratore del nostro Osservatorio,[1] ha una visione realistica di come andranno le cose dopo il corona-virus e concorda nel ritenere che niente sarà come prima. L’ampiezza dei suoi interessi e delle sue ricerche lo mettono in grado di spaziare nei vari settori della vita pubblica e di collegarli in un quadro d’insieme. Proprio di questo c’è bisogno ora e per questo gli abbiamo posto alcune domande sugli snodi più impegnativi (e drammastici) del momento storico che stiamo vivendo.

 

Professore, cosa pensa del pericolo di forme politiche autoritarie motivate dalla necessità di fronteggiare l’emergenza e che, secondo alcuni osservatori, sarebbero già in atto anche in Italia?

Quando si legge di incursioni nelle chiese, di Messe sospese e fedeli denunciati, anche se non superano le dita delle mani c’è poco da  stare tranquilli. L’uso dei droni e la volontà dichiarata di mappare gli spostamenti dei singoli tramite i cellulari ci porta diritto ad uno Stato di polizia che supera le previsioni già fosche di Orwell. Una cosa è certa: l’informatica non ammette privacy. Una volta che i dati vengano registrati, estrarne tutto il potenziale informativo che essi contengono è solo un fatto di volontà. Né si può confidare nella correttezza di coloro che questi dati raccolgono e detengono, non foss’altro perché la violazione delle banche dati è oggi largamente diffusa.  Inoltre, una volta che si sia stabilito un precedente, queste pratiche sono destinate inevitabilmente a diventare prassi comune a livello amministrativo.

Prepariamoci, in futuro vivremo in uno Stato di polizia, che  del resto è prefigurato nella volontà di installare ovunque le reti a 5G. Queste sono costruite al preciso scopo di controllare ogni aspetto della nostra vita, dovunque ci troviamo. Quanto alle misure già oggi proposte,  la  maggioranza al potere saprà, ad es., chi frequenta le chiese e sarà in grado di incrociare questi dati con le dichiarazioni dei redditi, i registri dei pubblici esercenti, le liste dei candidati ai concorsi pubblici, i malati ricoverati negli ospedali, ecc.  Tutto questo per fronteggiare un’epidemia che, per quanto virulenta, non ha ancora causato più vittime di una “comune” influenza stagionale. Al contrario, ben difficilmente questi controlli verranno adottati, ad es., per i consumatori di droga e gli spacciatori. C’è di che riflettere.

 

Si legge di una corsa negli Stati Uniti all’acquisto di armi per la difesa personale. Lei vede la possibilità di un collasso sociale se la crisi dovesse prolungarsi?

I sintomi ci sono già tutti, la prospettiva è realistica anche se la crisi dovesse rientrare rapidamente. Si sono già verificati  furti e incursioni nei negozi.

Il problema vero è il lavaggio del cervello operato da un decennio da parte di movimenti populisti che hanno dato una parvenza di dignità ad idee folli circa il funzionamento dell’ambiente, dell’economia, dei meccanismi democratici, dei vincoli internazionali. Questi hanno prodotto una massa di irresponsabili privi della benché minima cultura, men che meno  politica, pronti sia ad agire come cani sciolti sia a seguire dei capipopolo improvvisati, capaci di qualsiasi imbecillità e nefandezza.

Lo scollamento tra la popolazione ed i poteri pubblici non costituisce peraltro una novità in un Paese dove parecchie regioni sono, per aperta ammissione degli addetti ai lavori, stabilmente controllate dalla malavita organizzata. Se a ciò aggiungiamo un paio di milioni di immigrati extracomunitari, vale a dire gente che legittimamente non ha alcun attaccamento culturale e giuridico con l’Italia e gli italiani, ci troviamo di fronte ad una massa di manovra il cui potenziale destabilizzante è assolutamente incontrollabile, una volta che il tenue legame economico (quando ancora ci sia) venga a cadere. E la crisi che si prospetta con la caduta dei flussi commerciali internazionali ha tutta l’aria della “tempesta perfetta” capace di far saltare il banco.

 

Come far riprendere l’economia reale quando la crisi sanitaria si allenterà?

La crisi sanitaria  appare come  l’elemento scatenante della crisi  della globalizzazione economica, occorre quindi riorientare le nostre produzioni dando maggiore attenzione al mercato interno  ed alla urgenza di creare occupazione. Serve un grande programma di sviluppo, da attuarsi attraverso investimenti in opere pubbliche ad elevato coefficente moltiplicatore. Quindi no agli armamenti, si al rinnovo delle infrastrutture (ponti, strade, autostrade, ferrovie, ospedali, centri di ricerca) e a nuove infrastrutture (impianti di trattamento e riciclaggio rifiuti, bonifica terreni inquinati, dissodamento terreni agricoli abbandonati, reti di telecomunicazione).  Niente denaro a pioggia, salvo l’incremento della Cassa integrazione per i nuovi disoccupati ed un contributo una tantum alla piccola imprenditoria.  Stanziare genericamente fondi  per l’introduzione di tecnologie innovative – che di solito  comportano una riduzione dei posti di lavoro –  potrebbe poi aggravare la situazione.

Per fare questo necessitano provvedimenti contro corrente. I vincoli di bilancio che abbiamo contrattato in anni più floridi vanno temporaneamente accantonati. Del resto, si sostanziano in coefficienti tecnici che non hanno alcun significato reale. Prendiamo atto che di fronte all’inaridirsi dei mercati stranieri (tutti i Paesi risulteranno impoveriti), si scatenerà una lotta per la sopravvivenza. Occorre urgentemente una tutela legislativa delle imprese italiane, con l’obiettivo di impedirne l’acquisizione da parte di soggetti stranieri, anche se provenienti da paesi UE. Questo è contrario alle regole, ma in tempi grami tutti se ne dimenticano. Ricordiamoci invece di come si sono comportati i francesi di fronte all’acquisizione del cantiere STX da parte della nostra Fincantieri.

Occorre però che le organizzazioni imprenditoriali e sindacali si impegnino urgentemente a delineare gli ambiti di attività che avranno un mercato dopo la fine dell’emergenza.  Lasciare libertà alle “forze di mercato” di cercare la soluzione del problema a livello individuale, visto che tutti necessitano degli aiuti statali, sarebbe un suicidio. È evidente che le mascherine e i disinfettanti non possono essere oggetto di nuove iniziative industriali, mentre diversi dei settori sinora in auge entreranno in crisi per il crollo della domanda. Un esempio fra tutti: le navi da crociera e il turismo in genere. Il virus evidenzia così le debolezze del modello economico che abbiamo adottato, troppo dipendente dalla domanda estera in generale e dai beni di lusso in particolare.

 

Pensa che si andrà incontro ad un nuovo centralismo statale?

Il ruolo dello Stato è fondamentale più che mai. Che lo Stato sia il problema è vero, ma non nel senso che intendono i fautori del liberalismo sfrenato (leggi globalizzazione). Tutte le imprese, soprattutto le più grandi, vivono grazie al clima favorevole creato dai poteri pubblici. Spesso tanto favorevole da consentire alle multinazionali di sottomettere i governi alle loro ambizioni illimitate. Il punto è allora stabilire quale sia il limite che debba separare l’azione dello Stato e quella dei privati. Questo è il cuore del dibattito che ha dilaniato il secolo scorso, nel quale il mondo si è diviso fra tre modelli contrapposti: l’economia di mercato, il socialismo nazionalista e il socialismo internazionalista. Il secondo modello è stato distrutto con le armi, il terzo è crollato a seguito di una offensiva mirata, economica prima ancora che politica. Il primo modello sta franando adesso.

Di fronte al collasso a livello planetario delle formazioni politiche che hanno governato il mondo dopo la II guerra mondiale ed alla rapida ascesa dei movimenti populisti, soprattutto gli eredi del marxismo, non mi sembra che vi siano  dubbi sul fatto che ci troveremo all’interno  di sistemi autoritari. Nessuna crisi economica ha mai prodotto un incremento di democrazia, al contrario. Si apre un vasto spazio per quanti si proporranno come garanti dell’ordine pubblico e dell’attuazione di politiche dirigiste in campo economico. È una previsione, sia chiaro, non un auspicio.

Sarebbe favorevole – ammesso che si trovasse un accordo – all’emissione di corona-bonds garantiti dagli Stati dell’Unione europea?

Allo stato attuale, l’unica speranza di salvezza, non solo per l’Italia ma per la stessa Europa e per il mondo intero, è dato da un una politica di deficit spending  di dimensioni inusitate da parte degli Stati. Non lo dicono solo le mie ricerche, tutto sommato recenti, in materia di geografia finanziaria, lo dice Mario Draghi. Siccome poi i soldi non si possono semplicemente stampare ma occorre trovare chi li sostenga impegnandovi delle risorse adeguate, in quanto le banconote sono in realtà un debito delle banche, ecco che per trovare gli acquirenti di questo debito occorre una garanzia di primo livello, che solo gli Stati possono offrire.

Qui dovrebbe entrare in gioco l’Unione Europea, o quanto meno l’insieme dei Paesi della zona Euro. Ma come appare chiaro, questo obiettivo è piuttosto lontano. Occorre però chiedersi se esistano oggi delle classi dirigenti in grado di gestire con efficienza questa eventuale bonanza. Se la risposta, come molti temono, dovesse essere negativa, ci si troverebbe ad aver sprecato l’occasione, con conseguenze apocalittiche.

 

Secondo lei l’Unione Europea è veramente morta per coronavirus come molti osservatori dicono?

La verità è che l’UE semplicemente non esiste, è la più grande “fake news” in circolazione, della serie “il re è nudo”. Non è mai nata né mai nascerà, esiste solo un ircocervo che finirà inevitabilmente col frantumarsi. Naturalmente ci sono e ci saranno dei tentativi di rilancio da parte di coloro che hanno messo in piedi il baraccone, soprattutto in Francia. Sono gli stessi ambienti che si sono opposti all’inserimento dell’eredità giudeo-cristiana nella Costituzione europea.  La tentazione è sempre quella di usare la crisi per attribuire ancora più potere ai “poteri forti”. Non a caso questo pericolo è da anni il leit-motiv della letteratura sul “complottismo”, che è poco affidabile ma spesso rappresenta la modalità con cui alcuni “addetti ai lavoro” fanno trapelare delle verità che si vorrebbe tenere nascoste.

Il piano di rilancio fallirà per il semplice motivo che la Germania, il partner che conta di più, è e vuole rimanere uno Stato e non sciogliersi in una organizzazione all’interno della quale finirebbe col perdere la propria sovranità economica. Ne è inoltre scoraggiata dal farlo in quanto la realizzazione di un’Europa che funzioni si scontrerebbe con una ancor più decisa reazione degli USA, reazione che la trasformerebbe nel principale Paese-bersaglio. Una posizione, a ben vedere, che è speculare a quella della Gran Bretagna.

 

Lei è esperto di geopolitica: ritiene plausibile che senza Unione Europea l’Italia diventerebbe una colonia o cinese o americana?

Il rischio è anche peggiore. In primo luogo gli USA si opporrebbero con ogni mezzo alla penetrazione di qualsiasi altra potenza (UE inclusa), e ciò riporterebbe alla situazione degli “anni di piombo”. In realtà, un’Italia sganciata dalla UE perderebbe interesse per la Cina, che ci vede sostanzialmente come un approdo per il ricco (fino a quando?) mercato europeo. Più concreta è invece l’ipotesi di una entrata, senza alcuna garanzia, nell’orbita americana.

Cosa accadrebbe in questo caso? Noi non siamo un’isola atlantica, come la Gran Bretagna. La nostra posizione geografica  porterebbe a un’ulteriore militarizzazione della penisola, che a questo punto dovrebbe garantire anche contro un futuro affaccio dell’Europa centro-settentrionale sul Mediterraneo. Isolati da questi Paesi ed in rotta di collisione con il mondo arabo, un tempo nostro partner economico privilegiato, vedremmo crollare le nostre esportazioni e rischieremmo di diventare uno dei principali campi di battaglia della III guerra mondiale. Anche se questo scenario non si realizzasse, il futuro ci vedrebbe ridotti nella condizione dei Paesi latino americani. Più concretamente, diverremmo semplicemente una Grecia più grande, la Grecia di oggi, s’intende.

L’unico partner accettabile per noi sarebbe la Russia, che storicamente manifesta costante  interesse per un’alleanza, non solo economica. Lo dimostra  in questi giorni l’invio dei medici  militari da parte di Putin. Vista la complementarietà tra le due economie, la comune cultura europea, la fede cristiana dei due popoli (e la distanza geografica che rappresenta comunque un fattore di sicurezza), sarebbe certamente un bene. Probabilmente ciò faciliterebbe anche il dialogo tra Ortodossia e Cattolicesimo. Ma qui ci troveremmo contro non solo gli USA ma quasi tutti gli Stati europei.

 

Quale principio della Dottrina sociale della Chiesa ritiene più utile e attuale in questo momento?

Mi riallaccio alle domande sul centralismo statale e sul ruolo dell’Europa. La risposta è inequivoca: il principio di sussidiarietà. Questo è il nodo fondamentale che spiega il malfunzionamento della nostra economia e della UE nel suo complesso. Non è un caso se fra i Paesi medio-grandi di cultura europea, gli unici che funzionano sono quelli organizzati sul modello federale. Lo dice anche la Chiesa: unicuique suum. Espropriare della capacità di governo i livelli territoriali intermedi e inferiori dell’amministrazione pubblica significa aprire le porte all’intrusione di soggetti privati che si  annidano nei gangli strategici centralizzati. Questi sono così liberi di razziare le risorse locali, impedendo alle varie comunità di sostenere un’economia virtuosa, basata sulla risposta interna ad una serie di bisogni primari.

Le grandi imprese sembrano più efficienti delle piccole, ma non bisogna mai dimenticare che i grandi profitti costituiscono in buona parte la sommatoria dei profitti che le imprese medio-piccole sono state impedite di ottenere. Per bene che vada, siamo in gran parte di fronte ad una partita di giro. Anche qui la risposta sta nel porre un limite alle imprese, quanto alla dimensione ammissibile, ovviamente tenendo conto dei parametri insiti nelle tecnologie adottate. È impensabile uno spezzettamento dei gestori telefonici, ma inaccettabile che il commercio online annienti le reti di distribuzione mandando sul lastrico milioni di persone.

Ancora una volta l’emergenza virus appare rivelatrice. Si guardi all’incapacità della Consip  di garantire forniture tempestive dei materiali sanitari indispensabili. In tempi normali si lamenta comunque la scarsa qualità dei prodotti unita ai prezzi elevatissimi, questi ultimi giustificati in parte dal fatto che il governo paga le ditte con anni di ritardo. Il modello tedesco, che affida alle comunità locali un ruolo importante nel contrasto all’epidemia sembra evidenziare non casualmente risultati migliori dei nostri. È quanto sostiene un’équipe di medici bergamaschi in un appello online, nel quale si mette in discussione l’intera strategia sanitaria nazionale. In una pandemia, essi affermano, l’assistenza centrata sulla ospedalizzazione dei pazienti è inadeguata e deve essere sostituita da un’assistenza centrata sulle comunità (https://gloria.tv/post/jd18JFpeuBJG6NfCntYSMDWSQ ).

Infine, la Dottrina sociale della Chiesa presuppone l’esistenza di una comunità di persone unite dalla fede in Gesù Cristo, che è medico e medicina delle anime e dei corpi, che è Via, Verità e Vita. Come ricordano i messaggi di Medjugorje, abbiamo voluto costruire un mondo senza Dio e per esso non c’è né futuro né vita eterna.

 

(Intervista a cura di Stefano Fontana)

[1] Il Prof. Gianfranco Battisti ha scritto diversi articoli e saggi per il nostro Osservatorio che qui ricordiamo:

–          Capitali senza confini. L’antimondo dei paradisi fiscali e i flussi finanziari internazionali, in “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, XI (2015) 3, pp. 103-107.

–          Islam: un problema geo-politico, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, XV (2019) 2, pp. 60-69.

–          La geopolitica delle religioni nell’epoca del ritorno al paganesimo, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, XI (2015) 4, pp. 145-151.

–          Europa: Le molte ragioni di una crisi epocale, in Osservatorio cardinale Van Thuân, Europa: la fine delle illusioni. Nono Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura di G. Crepaldi e S. Fontana, Cantagalli, Siena 2017, pp. 123-146.

–          I popoli come obiettivo e come strumento: una prospettiva geopolitica, Osservatorio cardinale Van Thuân, Popoli, nazioni, patrie tra natura e artificio politico, Undicesimo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura di G. Crepaldi e S. Fontana, Cantagalli, Siena 2020, pp. 43-64.

 

LA NEMESI HA MEMORIA LUNGA (di Rita Gambescia)


LA NEMESI HA MEMORIA LUNGA  (©Rita Gambescia)

Chiamatela coincidenza, casualità, gigantesca mobilitazione di un inconscio collettivo che chiama a sé ciò che è necessario a compiere un destino. Chiamatela regia occulta di qualche divinità che ascolta e provvede dando un’accelerata alle cose. O chiamatela catena di eventi inevitabili inscritta nello sviluppo del nostro progresso o nel nostro dna un po’ bastardo di cui la prima predazione nell’Eden sembra metafora perfetta. Certo che tutto è molto strano. Strano eppure lineare, ed è proprio questa linearità a provocare sconcerto.

Dunque. Eravamo già chiusi nelle nostre case, ci eravamo già abituati a sostituire le persone in carne ed ossa con le loro immagini sullo schermo, avevamo già deciso che era più comodo starsene in casa a scegliere che cosa vedere pescando un po’ a casaccio fra le tv digitali, con la stessa indifferenza, con la stessa noia, un pezzo di film, uno stralcio di documentario, un novantesimo minuto. Negli ultimi tempi ci eravamo anche attrezzati per farci portare il cibo in casa e per non dover pensare nemmeno più alla lista della spesa – carta e matita alla mano –  ci eravamo procurati frigoriferi intelligenti che segnalavano gli alimenti mancanti. E poi le palestre casalinghe per tenerci in forma, i click per i pagamenti, gli acquisti on line e tutto quanto necessario per non uscire dalle nostre roccaforti.

Sì, perché la tecnologia è affettuosa, la tecnologia pensa a te, la tecnologia ti protegge da un mondo sempre più pericoloso e dalle tue crescenti insicurezze (basta sbirciare un po’ di pubblicità per rendersi conto di quanto voglia apparire rassicurante). Sostituisce intelligenza, previdenza e attenzione pur di metterti in uno stato di sicurezza. Le automobili correggono la tua guida, le case domotiche accedono e spengono forni e luci.  E a poco a poco la memoria rimpicciolisce, la flessibilità necessaria al quotidiano cede il passo ad automatismi spesso ottusi e la soppressione dei piccoli gesti sottrae anelli alla catena dei ricordi, dei vissuti. E va da sé che non stiamo parlando soltanto di “piccole” storie personali dal momento che siamo tutti inscritti, con tutte le nostre vicende, dentro una Storia più grande. Sempre più inermi, sempre più bambini, sempre più bisognosi di accudimento. E adesso pure gli ultimi, grandi vecchi, se ne stanno andando, ultimi testimoni che potevano narrare un’epoca, fra realtà e mitologia, perché la memoria è fatta anche e soprattutto di miti, quelli che trasmettono orgoglio, stimolano il coraggio, fanno crescere le radici del fragile Io.   Ma questo, forse, è solo romanticismo: chi li ascoltava più i nonni e chi attingeva più a quei miti? Ora però forse ci mancheranno, ma è presto per dirlo, per pesare quest’immensa assenza. Presto almeno per chi scrive.

Certo, resistevano ancora come compensazione a tanto monadismo, le discoteche per lo sballo, gli apericena e poi i viaggi. Quelli sì, supremi momenti di evasione, lo straordinario a fronte dell’ordinario sempre più povero di esperienza viva, più corto di memoria, più atomizzato e formattato secondo cliché utili all’industria tecnologica e dell’intrattenimento.

Beh, e adesso arriva questo virus che ci chiude dentro le case ma davvero questa volta a doppia mandata, che abolisce quel poco di libertà che ancora ci concedevamo, che si sparge per il mondo rimarcando l’ineluttabilità della globalizzazione. Ah, la metafora della farfalla che se sbatte le ali dall’altra parte del globo produce effetti anche qui… Ed eccoci allora incolonnati davanti ai supermercati con le mascherine in faccia, resi irriconoscibili gli uni agli altri (ma perché, prima ci guardavamo?), tenendoci a debita distanza, sospettosi e perfino ostili perché la fila non finisce mai mentre intanto gli scienziati ci parlano di possibili altri sciami virali, di microrganismi finora imprigionati nei ghiacciai che si sciolgono e di cui sappiamo molto poco  e di altre sventure legate agli squilibri ambientali. Facili profeti di sventura che potevano vaticinare con maggiore tempestività e vigore il futuro.  Alle masse, il messaggio non è arrivato con sufficiente forza.

Ma puoi dirla o non dirla, la verità. La Nemesi non perdona, e non perché sia cattiva. La Nemesi registra e ad un certo punto interviene per ripristinare equilibri offesi ed eliminare un po’ di caos.  Nessun intento punitivo: colpe e azioni riparatrici sono dentro il corso delle cose.

E qualcosa forse sta già riprendendo la direzione giusta. La clausura non manca di effetti positivi: insospettabili energie fuoriescono dal magico cilindrico della nostra mente e dalla nostra psiche, un po’ perché siamo fuori dagli standard obbligati, un po’ perché più connessi con noi stessi (quel lavoro lasciato a metà forse conteneva del buono… l’anima che torna ad allargarsi guardando l’aurora ora che c’è il tempo di guardarla). E poi il sospiro per la primavera ritrovata ma ancora proibita. Saranno le rondini a farcela godere dalle nostre finestre dentro un cielo per ora sempre più blu.

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IL TEMPO DEL FERMO BIOLOGICO (di Massimo Pamio)


IL TEMPO DEL FERMO BIOLOGICO

di Massimo Pamio

 

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
(Eccl. 3, 1-5)

 

L’autore del Qoelet enuncia una verità che viene riscoperta nei momenti più difficili e controversi.

C’è un tempo per l’amore, un tempo per il dolore, un tempo per donare, uno per ricevere, uno per pensare, uno per agire: tempi alternativi nella fragile esistenza umana.

I giorni della pandemia che viviamo sono stati definiti “tempo sospeso”, come se da qualche parte ci fosse un vuoto che li contenesse: siamo, invece, a mio avviso, di fronte a un tempo che contiene e riassume tutti gli altri.

Il tempo di addolorarci per le persone che muoiono senza neanche la possibilità di assisterli negli ultimi istanti di vita, il tempo di gioire per un nuovo senso di libertà, di sentirci persi di fronte a un male invisibile e di riappropriarci di noi stessi, un tempo per correre verso di noi e uno per star reclusi, appartati, fermi dentro un recinto, uno per osservare meglio il mondo, un altro per recuperare il rapporto con il nostro corpo al di fuori delle palestre e delle performances a cui ci obblighiamo per apparire meglio di come siamo, un tempo insomma per vedere meglio e uno per brancolare nella nebbia del male incombente, un tempo per ascoltare meglio e uno per dichiararci sordi e per cessare il frastuono infernale dei nostri mezzi, tutti tempi che confluiscono in uno solo, difficile da interpretare per la sua apparente versatilità.

Se mi concedete la possibilità, ebbene una soluzione per appellare questo tempo con il suo vero nome, la possiedo: tempo di fermo biologico.

Finora l’abbiamo applicato alla pesca, al tartufo di Alba. Stavolta tocca a noi, il fermo biologico.

Le industrie si sono fermate di produrre, i pescatori di pescare, le imprese agricole di coltivare enormi superfici e di cercare il tartufo.

I risultati sono evidenti: nel cielo, al posto degli aerei, sono tornate a vagare le nubi come quelle che osservavo da bambino con stupore, bianche, enormi, spumeggianti, lente a trascorrere, delicatamente sospinte dai venti, nello scenario della più tersa e pura serenità.

Ho scoperto, sugli alberi che ho la fortuna di avere di fronte casa, merli, ballerine, cardellini emettere variazioni, gorgheggi, trilli che non avevo mai udito a causa del traffico delle automobili.

Sono i giorni in cui tornano gli uccelli (…)/ in cui i cieli si rivestono/ delle passate eleganze di giugno:/ inganno azzurro ed oro” (Emily Dickinson, 130, These are the days)

Qualcuno ha fotografato sospettosi caprioli avventuratisi, timidi e increduli, sulle strade improvvisamente tornate libere come sentieri del bosco, lupi che hanno attraversato le vie dei paesi improvvisamente deserti, fiutando accanitamente attorno a loro, per scoprire quel che era accaduto.

E tutti noi?

Noi tutti abbiamo avuto in dono un nuovo tempo, come una seconda vita.

Siamo stati gratificati di tornare a guardarci con gli occhi negli occhi delle persone care,  “ad aspettare che dalla finestra/ giunga la luce di un giorno/ che ci veda/ stretti abbracciati/ con gli occhi dentro agli occhi” (Gino Paoli, Vivere ancora).

Potremmo farne tesoro e rendere questi momenti irripetibili, finalmente: “gli occhi di lei volevano che nulla si perdesse/ (…)/ lui la avvinghiava stretta così che la vita/ non la trascinasse via da quel momento” (Ted Hughes, Love song).

Siamo tornati a poter trascorrere momenti di quiete e serena fissità con i nostri cari, a condividere il silenzio dei giorni, l’immobilità delle ore, la pioggia dei pensieri che hanno iniziato a riprendere la loro forma di immagine, di fantasie colorate e imprevedibili.

o amore che mi piovi in mente/ (…)/ se tu vuoi faremo miglia/ e miglia soli, silenziosamente” (Carlo Betocchi, Passa il tempo ecco una nuvola).

Abbiamo ricominciato a parlare con il nostro animo, a chiederci il motivo del nostro essere isole sperdute nel mare del tempo, limitati da un mare che fuori è in tempesta e sta travolgendo il mondo.

Abbiamo riscoperto i sorrisi dei nostri bambini, le loro domande a cui finalmente cerchiamo risposte non evasive o distratte, e abbiamo ricominciato a pensare che forse il nostro ruolo non consiste nel proporci come fionde scagliate nel mondo dell’arrivismo più sfrenato: “-Ciao, scusami, fretta!…- E l’amico…/ Ma dove, a che corri, che se/ si para e ti tende le braccia,/ per solo baciarti, lo schivi, /e riparti, che scatto, ma ansimi,/ vispo ansimi… in traccia /di che?” (Alberto M. Moriconi, Di fretta),  figli di un inferno dove abbiamo dovuto imparare a sopravvivere: “è necessario quindi che popoli e razze/ si adeguino, imparino a respirare sott’acqua” tra “dinamiche scomposte del caos, della sporcizia, dei fetori sociali/ degli spurghi, lerciumi, rumori, grida, rimorsi, rimozioni” (Mario Lunetta, Te absolvo).

Qualcuno, tra i più avveduti, ha cominciato a intuire di aver forse sprecato i propri giorni, dimenticando le persone alle quali teneva di più.

Di aver per tanto tempo vissuto negli agi, ma in un oblio profondo di se stesso, di quel che è stato, di ciò che veramente voleva essere.

L’idea di stare/ dentro un immenso vuoto/ affardellati di niente,/ nel niente incespicando./ Cercarsi, nemmeno accostarsi./ Domande. Mai chiuse risposte./ Pure qui l’ora, il giorno./ (…)/ Indifferenti stelle/ dentro abissi insondabili,/ sperse divinità/ in limbi senza nome./ Altra la soglia, la stanza,/ poco avanti lasciate/ altro il momento, il percorso/ lo sguardo sorpreso allo specchio./ Non v’è ritorno,/ soltanto l’andare e l’addio.” (Elio Pecora, L’idea di stare).

Ha scoperto che cercava di raggiungere successi, promozioni, obiettivi inutili, mete decise da altri: “Un tempo, come nel rugby, v’erano le mete./ Quasi tutti avevano una meta davanti/ i meno abbienti la metà./ Ai poveri si disegnavano le diete,/ per amore e pietà,/ ch’erano mete fatte col miele./ V’erano anche metà mete/ e metà della metà/ che davano lo stesso vanità/ una vantata oscenità/ ti spingeva nudo alla meta./ Meta dopo meta si giungeva all’ultima./ Meta la dimora finale/ in cui l’uomo appendeva/ la meta-fora al muro tombale” (Vito Riviello, La meta).

Ha compreso di incontrarsi con amanti noiosi per paura della noia, di dare scosse inutili alla vita, quando tutto era più semplice e facile, ed era vicino, accanto, anzi dentro di sé, l’impulso più forte, più acceso, quello dell’amore per se stesso e per la vita.

Il vero tesoro lo possedeva dentro, bastava accorgersene, di non fuggire ogni volta quando intuiva un istante di silenzio, una pausa, quando lo colpiva una riflessione giunta chissà da dove e la respingeva al mittente.

Ed è venuto quel tempo, il tempo di ripensare a sé e alla propria esistenza. Di non sprecare quest’occasione.

Di non sprecare l’opportunità di ripensare la propria vita, di riprendere i rapporti e le relazioni per approfondirli non lasciandoli stagnare sotto il velo dell’ipocrisia e della superficialità.

Di non sprecare il tempo concesso, così come è stato fatto col mondo.

Lo spreco di pesci, animali, foreste, merci, per mantenere un sistema economico folle, irrazionale, che ha innescato un processo autodistruttivo dal quale non si riesce ad uscire.

In meno di cento anni sono state sprecate le risorse che offriva il nostro pianeta, e ora, nella costrizione del fermo biologico, non si sa quanto durerà questo tempo e se sarà sufficiente a rigenerare il pianeta.

Gli umani, sottoposti a un continuo stress riescono a placarsi solamente unendosi in nome di lamentele e accuse mosse nei confronti dei loro simili.

Dovrebbero invece tornare a aprire le finestre del cuore, a generare un nuovo sentimento verso il mondo, a scoprire l’immensità delle emozioni, della sensibilità.

Tornare a contemplare un fiore che dentro il vaso sboccia a primavera senza che venga degnato di uno sguardo. Che è lì, profumato e ridente, pronto ad attirare l’attenzione.

È un messaggio naturale, che sta chiamando, invitando a partecipare alla bellezza del mondo, quella per cui vale sprecare tempo.

Gli umani forse non sono capaci di volgere lo sguardo verso quel miracolo che si sta sprigionando solamente per loro, e rendono quel miracolo uno spreco.

 

 

 

 

DECALOGO DELL’UOMO


ALL’UOMO DEI NOSTRI GIORNI E A TUTTI I POPOLI DELLA TERRA

Decalogo dell’uomo se vorrà futuro

  • Fino a che tutte le nazioni non faranno sedere sui loro Parlamenti un rappresentante delle associazioni ambientaliste e umanitarie e delle minoranze etniche, linguistiche, religiose e un rappresentante dei poveri, l’uomo non avrà capito nulla e dunque sarà destinato all’estinzione,
  • Fino a che tutti i Comuni non creeranno una commissione ambientale che vigili e decida sulla realizzazione di opere che comportino un intervento sul territorio,
  • Fino a che tutti i Governi del mondo non indichino nelle loro Costituzioni che la nazione è basata sui principi della gentilezza, del rispetto, del bene comune e della solidarietà,
  • Fino a che i Governi non riconoscano come “patrimonio della Terra” le foreste vergini dell’Amazzonia e dell’Indonesia concedendo un indennizzo annuale ai Paesi in cui insistono quelle superfici, che non dovranno essere sfiorate da passi umani,
  • Fino a che i Governi non riconoscano che bisogna creare una nuova economia etica, circolare, sostenibile, solidale, smantellando tutti gli attuali meccanismi commerciali,
  • Fino a che l’umanità non accolga l’uso di una moneta unica mondiale il cui possesso spetti ai popoli,
  • Fino a che l’uomo non comprenda che bisogna tornare a un’economia non solo agricola ma anche energetica a chilometro zero,
  • Fino a che l’uomo non comprenda che bisogna creare un’energia non inquinante favorendo invenzioni senza bloccarne la realizzazione,
  • Fino a che l’uomo non comprenda che la salute dell’uomo dipende da quella del pianeta, che la salute di ogni individuo è sacra, che l’esistenza di ogni individuo va rispettata al di là di ogni sua credenza, che ogni individuo è collegato all’altro strettamente e che la salvezza di ciascuno di noi dipende dalla salvezza dell’altro,
  • Fino a che l’uomo non comprenda che la felicità dell’individuo dipende da quella della comunità, e che la felicità comune è l’unica meta verso cui tendere, l’uomo non avrà capito nulla e dunque sarà destinato all’estinzione.

 

MISURAZIONE


ilcollomozzo

guardi dal vetro le campagne
o gli interstizi stradali pensati
per gli incontri per la misurazione
dei sorrisi l’intreccio dei pensieri
delle scintille quando non è più ora
e lo capisci dal senso della luce
che non solleva più polvere
né coglie destini

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