Archivio mensile:maggio 2012

Trying to Pray, James Wright – Una lettura, di Federica D’Amato


Un focus sul poeta americano Charles Wright (1935 ), di Federica D’Amato, che si sta occupando della traduzione di alcune sue poesie.

Il brano è tratto dal n°38 di Nuovi Argomenti, “Demoni”, Aprile-Giugno 2007; la traduzione è di Damiano Abeni.

 

 

“I touch leaves”, leggendo Wright

di Federica D’Amato

 

Provando a pregare, di James Wright

Stavolta mi sono lasciato il corpo alle spalle, e piange

tra le sue spine scure.

Eppure,

c’è del buono a questo mondo.

Si fa sera.

E’ il buio buono

delle mani di donne che toccano forme di pane.

L’anima di un albero comincia a muoversi.

Sioro foglie.

Chiudo gli occhi, penso all’acqua.

 

 

Definirei questa poesia di Charles Wright magistrale nella sua bellezza.

Vi è un continuo moto ascensionale e discensionale dalla carne all’essere – e viceversa; tale movimento, che è sublimante la parola, informa l’ontogenesi delle immagini. Ecco, proprio le immagini, virtù della poesia, riposo della parola dopo tanto sforzo per trovarsi silenziosa, “sul modello del silenzio”, diceva Celan: Wright fa vaporare le immagini, esse risultano perfettamente aderenti all’intentio del dettato: pregare, dunque, parlare per effigi, opali, segni residuali.

“Stavolta mi sono lasciato il corpo alle spalle”: corpo e preghiera così si separano, subentra l’attenzione al vuoto, la preghiera dell’anima che avverte, nonostante il peso occidentale (quello “still”, quell’ “eppure”), il buono di questo mondo. Nella direzione della rarefazione che troviamo in questa, come in altre poesie della raccolta The branch will not break (Il ramo non si spezzerà, 1963), azzardiamo uno sguardo su Wright come illuminato epigone di George Trakl. A riguardo, l’oggetto metafisico per eccellenza di Trakl, il buio, ritorna nella nostra poesia proprio nel punto in cui essa scavalca il fenomeno, il corpo dimentica quel piangere e nel “buio buono” ritorna l’esperienza, l’erotismo nei confronti di ciò che è sostanza, “mani di donne che toccano forme di pane”.

Dopo tutto si rivela: le immagini ci sono, abitano il luogo della poesia: “sfioro foglie”.

Dopo il buio si fa totale perché “chiudo gli occhi, penso all’acqua”, subentro nella condizione del vedere.

Penso all’acqua, all’essere. Penso a niente.

 

 

 

Trying to Pray, James Wright

This time, I have left my body behind me, crying

In its dark.

Still,

There are good thing in this world.

It is dusk.

It is the good darkness

Of women’s hands that touch loaves.

The spirit of a tree begins to move.

I touch leaves.

I close my eyes, and think of water.

 

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WALTER SITI MAGISTER, di Federica D’Amato


Brevi note di lettura di Federica D’Amato, sul grande scrittore Walter Siti, in questi giorni in libreria con il suo nuovo romanzo, Resistere non serve a niente, Rizzoli 2012.

Walter Siti magister

di Federica D’Amato

Nell’andare in libreria c’è da soffrire.

In quell’improbabile pellegrinaggio larvale delle nostre anime su facebook, twitter et alii, c’è anche da star peggio: chi ti molesta in libreria con romanzi privi d’ogni decenza escatologica, in rete pompa decadenza. Per non parlare di coloro che essendo ubiqui sui blog letterari, si considerano scrittori, e vai a vedere al massimo hanno partecipato a qualche antologia. O gli esordienti delle grandi case editrici che si improvvisano critici letterari sui quotidiani del casato? Con un bagaglio culturale che può vantare tutta la letteratura dagli anni ’90 sino ad oggi, imbastiscono faide contro il sistema che li nutre, consumandoli.

Dunque, il Male. O l’indifferenza assoluta?

La seconda. Lo fa intuire Walter Siti, non con Resistere non serve a niente (Rizzoli, 2012) – la cui lettura sospiro da giorni, timorosa ma spietata ché lì dentro vi sia un risposta fatale. No. Lo fa con uno scritto occasionale che prepara, soffre le lascive brutalità del contemporaneo: nelle risposte al Questionario Moraviano, proposto da Nuovi Argomenti, n°40, serie quinta del Settembre/Ottobre 2007, omaggio a Moravia ad un secolo dalla nascita.

Alla domanda se abbia senso oggi parlare di impegno di uno scrittore, Siti secca gli entusiasmi, affermando “non riesco a pensare alla letteratura se non come a una forma di impegno”. E’ impegnato lo scrittore, anche il più valoroso, che oggidì informa il regime di realtà della letteratura? No, col danno irreparabile che “il più valoroso” non scrive più, ha abdicato silenzioso per non perire, ha compreso che “resistere non serve a niente”. Perché? Ancora Siti “la letteratura ben pettinata, quella che porta scritto in fronte ‘letteratura’, quella che intrattiene e ci fa sentire fighi, è semplicemente prostituzione e non vale la pena di parlarne”. Mi sembra una ottima descrizione del fenomenico riportato ad incipit della presente lettura.

Proseguendo, nella vexata quaestio degli equilibri tra diritti privati e pubblici, Siti fulmineo: “intorno alla letteratura in quanto letteratura non si crea mai consenso. Chi esalta il libro di Saviano fino a farne un manifesto del PD, in realtà non parla del libro di Saviano ma della moda contenutistica che si è creata intorno ad esso”. In quest’aria pestifera e plastificata, dove respira quell’ “in quanto”? Se per ontogenesi è carsico il suo movimento, com’è possibile la scandalosa focalizzazione sul presente che attua? Soprattutto: in un’orgia di consenso plenario, nella prospettiva orizzontale e digitale dell’esperienza, può essere considerata democratizzante la funzione del “vero” scrittore? (considerate le premesse di inattualità).

E veniamo al rigor mortis dell’indifferente. Siti: “Mi pare interessante l’indifferenza culturale. In questo campo gli indifferenti sono, direi: 1) quelli che si credono intangibili (e intatti) dalla deprivazione di umanità che la tecnologia ha imposto a tutto il mondo occidentale; […] 3) quelli che si cullano nel beato possesso di un’eredità culturale ormai inefficace e minoritaria, ma che loro credono maggioritaria e vincente; […] 5) quelli che usano la satira per congratularsi con se stessi; 6) quelli che negano l’emergenza, o fingono di vederla ma hanno fiducia che il male si possa sconfiggere con gli strumenti della politica internazionale e dell’ingegneria giuslavoristica (applicata da altri) […]”. L’indifferenza, che è una scelta e non una stanchezza successiva al trauma1, fa più male del male, perché rende davvero inanimate pietra di paragone e pietra angolare. Rende privo di senso l’acume degli articulator, i “riformulatori” (pietra di paragone), ovvero di coloro che “hanno la funzione di mettere a fuoco ciò che più è significativo e, nel contempo, lo fanno rivivere sotto una veste nuova; rivelano un retroterra culturale che stabilisce quello che conta e che dà un senso a ciò che si fa”2, ed uccide con forza pesticida il nume dei “riconfiguratori” (la pietra angolare), coloro che “trasformano una cultura in modo così radicale che, per risultare comprensibili, non possono più basarsi su un linguaggio esistente e su pratiche condivise. Di conseguenza, spesso non vengono capiti dalla gente della loro stessa cultura […]”3.

Aggiungerei, alla lista di Siti, che indifferenti sono anche coloro che ignorano completamente una tradizione, nel nostro caso letteraria, e sulle sabbie mobili della letteratura “figa” stanno edificando un successo di vendite, ma anche un’opera di avvelenamento del lettore, di qualsiasi lettore. Vorrei chiedergli com’è possibile restare immobili, non resistere, restare a guardare tutte questi silfi che si fanno chiamare scrittori, in tale menzogna perpetrando un vero e proprio crimine contro “L’esperienza”. Questa corpo gelido…

Non vi è più alcuna differenza tra l’egocrazia politica e quella culturale: “[…] Se viene avanti un nuovo medioevo, io sono pronto”4.

Federica D’Amato

1ved. sul concetto di trauma, Mario Perniola e luigi Zoja.

2cit. p. 98, in Ogni cosa risplende, di H. Dreyfus e S. Dorrance Kelly, Einaudi, 2012

3Ibid., p. 98

4Resistere non serve a niente, Walter Siti, Rizzoli, 2012

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FABRIZIO DI MARCO AL MAZE CON “SPIANDO LA NOTTE”


I musicisti Antonio Valoroso e Manuel Virtù, l’attrice Barbara Leone e lo scrittore Fabrizio Di Marco si sono cimentati in uno spettacolo concerto creato appositamente dal gruppo per promuovere il romanzo “Spiando la notte” (Edizioni Noubs), un thriller che sta riscuotendo un successo straordinario.

La manifestazione si è tenuta al Maze di Pescara.

Moltissimi giovani  al Maze

Tutti ad ascoltare il concerto spettacolo tratto da “Spiando la notte”

I fans seduti per terra

I più affezionati seduti per terra

Fabrizio Di Marco, Barbara Leone, Manuel Virtù, Antonio Valoroso

Fabrizio Di Marco, Barbara Leone, Manuel Virtù, Antonio Valoroso

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ANTONIO E LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI CHIARA ZACCARDI


Antonio, giovane scrittore, ci scrive una bellissima lettera relativa alla presentazione allo Spazio Feltrinelli di Pescara del romanzo di Chiara Zaccardi, “I peggiori”.

La riportiamo, ringraziandolo per averci concesso l’autorizzazione alla divulgazione del testo.Eccola:

Voglio congratularmi con voi per la presentazione del libro di Chiara Zaccardi. Perché, al di là dello stimolo che avete mosso in me e penso in tutto il pubblico nel voler leggere questo libro, mi sono piaciute le vostre riflessioni sul mondo dell’editoria. Sono decisamente d’accordo con voi su quanto espresso in sala: ormai troppi piccoli editori pubblicano esordienti soltanto dietro compenso in modo da coprirsi le spese nel caso in cui il libro non venda e grandi editori puntano su personaggi già affermati che offrono qualche migliaia di copie sicure. Io stesso, prima di essere contattato da voi, ho ricevuto telefonate da alcune case editrici che su internet si descrivevano serie e competenti e senza aver neppure letto il mio romanzo mi hanno “offerto” contratti a pagamento con obbligo di acquisto di centinaia di copie. Mille, mille e cinquecento euro. Spiccioli per loro, non per me, lavoratore part time e figlio, orgoglioso, di operaio. Questi comportamenti umiliano, ma non soltanto l’autore: umiliano la poesia, la letteratura, l’arte. Allo stesso modo i grandi editori che pubblicano i libri scopiazzati di Fabio Volo o chiedono di scrivere cento pagine a Flavia Vento: uno schiaffo a mano aperta a tutti i giovani che con impegno versano inchiostro e inchiostro e inchiostro, sporcando tonnellate di carta bianca, con la speranza e il sogno di condividere con un pubblico i propri pensieri, ideali, riflessioni. Per questo ho apprezzato ciò che avete detto durante l’incontro: perché siete sembrati, e credo siate davvero, una casa editrice diversa, che se crede in un autore premia il suo lavoro. Solo se crede davvero in questo autore.

Anche la scrittrice, Chiara, mi è piaciuta. Da quanto mi è sembrato di capire siamo coetanei. Mi è piaciuto il suo modo di intendere la nostra generazione, pur avendo io una visione del tutto opposta. Io non riesco a giustificare i giovani come me, non riesco a discolparli: io sono cinico e senza compassione su alcuni temi. Per me quando si arriva all’età della maturità ognuno è protagonista di se stesso: mi sembra un alibi incolpare sempre e soltanto i genitori, l’ambiente, la società. Peppino Impastato era nato in una famiglia di mafiosi ed ha combattuto contro la sua famiglia stessa: dove ha raccolto i suoi ideali? Rita Atria lo stesso ed entrambi, in modi diversi, hanno pagato con la vita il meraviglioso peso di questi ideali. Giuseppina Pesce, che ha denunciato tutta la sua famiglia affiliata alla ‘ndrangheta.
Tuttavia, da buon ammiratore di De André, non posso che rimanere affascinato da chi, al contrario mio, indaga e scopre la pietà anche nell’ultimo degli uomini, si interroga sul perché abbia agito in quel modo, si chiede dove abbiano sbagliato famiglia, ambiente, società. E’ un lusso questo che non credo di avere e di cui faccio merito a questa ragazza che avete scoperto e che con piacere, appena avrò la possibilità di comprare il libro, leggerò.

Complimenti anche al ragazzo e alla ragazza che sono intervenuti a mediare l’incontro, mi sono piaciute le domande del ragazzo, del tutto non banali ed ho subito il fascino della cultura letteraria e della capacità espressiva della ragazza. Di tutti ho apprezzato la sincerità: non si respirava quella sufficienza solita delle presentazioni per cui dietro la scrivania tutti sorridano forzatamente, sperando che assecondando il pubblico questo compri il libro.

In ultimo, vi dico che anche soltanto essere stato contattato da voi mi riempie di orgoglio.

Vi ringrazio dell’attenzione e mi scuso perché mi rendo conto che sono stato lunghissimo!

Antonio Di Carlo

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CHIARA ZACCARDI A FELTRINELLI A PESCARA


Chiara Zaccardi con il suo romanzo d’esordio “I peggiori” (Edizioni Noubs) allo Spazio Feltrinelli di Pescara, con relatori Federica D’Amato, Massimo Avenali e Massimo Pamio. Attacco frontale di Massimo Pamio al mondo culturale italiano sempre più disattento e dipendente dal mercato. Il 99% dei libri che escono sono pura immondizia, afferma. Roberto Melchiorre, scrittore e docente, replica dicendo che i tempi non sono molto cambiati, se Leopardi con le “Operette morali” fu sconfitto a un concorso letterario. Federica D’Amato alle solite banalità espresse da un uditore che parla del problema della famiglia odierna in cui  scompare la figura del padre, replica da par suo dimostrando come la società sia cambiata e come oggi il mondo vada visto con gli occhi di Lacan e non con quelli di Freud. Masimo Avenali rivolge domande all’autrice, interpellata anche dal pubblico. Un incontro vivace e denso di notazioni e implicazioni letterarie, sociologiche, etiche.  Chiara conclude in bellezza due giornate intense di incontri molto fruttuosi e culturalmente ricchi.

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CHIARA ZACCARDI INCONTRA GLI STUDENTI DEL LICEO SCIENTIFICO DA VINCI DI PESCARA


Grazie al lavoro infaticabile della prof.ssa Giuseppina Moriconi, cordiale, generosa, amabile, grazie alla sua predisposizione all’ascolto dei giovani, grazie alla sua competenza e passione professionale, grazie agli altri docenti del Liceo Scientifico Da Vinci di Pescara, incontro indimenticabile per la presentazione del libro “I peggiori” di Chiara Zaccardi tra l’Autrice e gli studenti che, interessati, attenti, hanno partecipato numerosissimi, rivolgendo poi domande pertinenti e profonde alla scrittrice. Grazie a tutti e complimenti al Preside!

 

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Oggi e domani Chiara Zaccardi a Chieti e Pescara… Il pezzo sul “Centro” di ieri


Sul quotidiano Il Centro di ieri, mercoledì 16 Maggio 2012, gli appuntamenti della Noubs Edizioni (articolo di Federica D’Amato).

Clicca per leggere e scaricare Noubs sul “Il Centro”

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CHIARA ZACCARDI A PESCARA IL 18 MAGGIO CON “I PEGGIORI”


VENERDI’ 18 MAGGIO,

ore 11,30

incontro con gli studenti del Liceo Scientifico Da Vinci di Pescara

ORE 17,00

Presso la Libreria Feltrinelli – Via Milano – Pescara

Presentazione del libro “I PEGGIORI” di CHIARA ZACCARDI

(Edizioni Noubs)

Introducono: Federica D’Amato – Massimo Avenali – Massimo Pamio

Sarà presente l’Autrice

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I PEGGIORI di CHIARA ZACCARDI – ESORDIO NARRATIVO DI UN TALENTO


A giugno in libreria “I peggiori” di Chiara Zaccardi, esordio narrativo di un giovane talento, di cui anticipiamo per i nostri  lettori più affezionati, un capitolo. Il libro sarà presentato in anteprima nazionale a Torino il 28 maggio.

POLLYANNA
Polly è in bilico. Sta cercando di fare due cose in una volta e nessuna le viene bene. È seduta sul davanzale della finestra, con il viso rivolto verso la luce del primo pomeriggio. Vuole abbronzarsi. Ma abbronzarsi è una cosa noiosa, e lei non ce la fa a cuocere per ore immobile su una sdraio o un lettino. L’ultima volta che ci ha provato si è addormentata, e quando Lola, la domestica, l’ha svegliata, la sua pelle chiara si era già bruciata come uno spiedino su un barbecue.
Vuole anche dipingere, ma nella sua scomoda posizione non è facile. Si arrotola i pantaloncini di jeans più su sulle cosce bianche, e la tela le scivola dalle gambe, puntando dritta verso il giardino, due piani più sotto. Polly la riagguanta per un angolo e torna a posizionarsela sulle ginocchia.
La sua Chrysler riluce davanti al cancello di casa. Ha quasi finito di disegnarla, e le è venuto un gran mal di collo, a forza di guardarla di sbieco dall’alto, eppure non è soddisfatta del risultato.
«La macchina è fantastica, ma più che un quadro, questo sembra la pubblicità di un concessionario» riflette, indecisa sul contorno.
La sua auto le piace un sacco: in origine, quando un anno prima sua madre gliel’aveva regalata, era di un anonimo color bianco panna e lei, invece di usarla, l’aveva chiusa in garage per una settimana, lavorandoci giorno e notte. Ha riprodotto e mischiato sulla carrozzeria particolari di opere famose, completando il tutto con la scritta “art on the street” sulla fiancata. È venuta talmente bene che ora, quando arriva a scuola, tutti la riconoscono.
Sulla tela vuole creare un’ambientazione particolare a fare da sfondo alla sua creazione, ma le vengono in mente solo cose banali come la Route 66 o scenari spaziali.
Sudare sotto il sole non la aiuta a concentrarsi. Ha bisogno di una pausa. Con un salto scende dal davanzale, atterra sul letto e lascia il disegno per terra ad asciugarsi. Fa partire dallo stereo La grotta di Fingal di Mendelssohn e si siede alla scrivania, adocchiando il suo ultimo acquisto con interesse.
«Straordinariamente precoce, Picasso esordì a sedici anni, dopo un breve periodo di studi nelle accademie di Barcellona e Madrid, con opere vigorosamente realistiche…» legge Polly dal libro ancora mezzo incellofanato «…Ecco, lo sapevo! Rispetto a lui sono già in ritardo di un anno, e non sono ancora mai stata in Europa!»
Scova una freccetta dal mucchio di fogli e matite sulla scrivania:
«Maledizione!»  esclama  con  disappunto,  lanciandola  contro  il bersaglio appeso alla porta della stanza, proprio nel momento in cui sua madre l’apre.
«Uah!» la signora Patter abbassa la testa e la freccetta le sfiora i capelli, andando a perdersi nel corridoio alle sue spalle.
«Scusa, ma’» sbuffa Polly, tornando a concentrarsi sul libro.
«Pollyanna, cosa stai facendo?»
«Studio».
«Davvero, cara? La scuola ha mandato una lettera in cui c’è scritto che i tuoi voti nell’ultimo trimestre sono molto calati» la mamma rimane sulla porta, alzando la busta che tiene in mano per dare maggiore enfasi alle sue parole.
«Infatti sto cercando di recuperare».
«Alcune insegnanti lamentano il fatto che non hai nemmeno i quaderni necessari. Com’è possibile? Ti ho dato soldi più volte per comprarli».
«A volte li dimentico a casa. Tutto qui» bofonchia la ragazza, strappando dalla copertina del volume che ha davanti gli ultimi residui di cellophane per nasconderli nel pugno.
La signora Patter si avvicina alla scrivania della figlia e nota la fotografia della Natura morta verde.
«Non è in arte che devi recuperare, lo sai. Perché non ti dedichi un po’ alla geografia, alla matematica o alla biologia?»
«Va  bene,  mamma»  Polly  alza  sulla  madre  occhi  di  fuoco
«Cominciamo dalla geografia. Perché non mi permetti di andare a Londra, così potrò prendere il massimo nel prossimo compito sull’Inghilterra?»
«Pollyanna, ne abbiamo già parlato e ti prego di non chiedermelo più devi prima finire il liceo. Questi viaggi-studio ti farebbero perdere troppi giorni di lezione, è meglio rimandarli a quando sarai diplomata».
«Non me ne importa un accidenti delle lezioni, le lezioni servono alle persone che non sanno cosa vogliono fare nella vita, mentre io lo so. Voglio dipingere. Perché ti riesce così difficile capirlo? A Londra, tra un mese, si terrà un importantissimo seminario interattivo sulla pittura astratta contemporanea».
«Cara, sai quante migliaia di persone hanno o hanno avuto le tue stesse ambizioni? Tu leggi di persone famose, come Picasso, Dalì o Monet, e ti sembra tutto facile. Ma non è così, potresti restare delusa o non raggiungere i tuoi scopi. E a quel punto come vivresti? Devi tenerti aperte più strade, in modo da poter fare qualcos’altro se il tuo sogno non si realizzasse».
«Grazie mille per l’incoraggiamento».
«Ti sto solo esortando ad essere più assennata e responsabile».
«Ah, quindi tu eri assennata e responsabile quando a diciotto anni sei scappata di casa per andare a vivere con un produttore che tipermettesse di lavorare come attrice?»
«Io ero povera, Pollyanna, e non avevo comunque molte altre alternative. Sono stata incosciente e ho avuto fortuna. Il mio è stato un colpo di testa andato a buon fine, ma non permetterei mai a mia figlia di fare la stessa cosa. Esistono soluzioni più sicure e meno pericolose».
«La verità è che tu hai solo paura che diventi come papà!» sbotta Polly, stizzita dalla predica.
«Adesso non essere maleducata, Pollyanna. Pensa positivo: con una maggiore cultura apprezzerai di più le bellezze dei tuoi prossimi viaggi».
«Anche tu pensa positivo: quando scapperò di casa perché troppo stanca delle tue scuse potrai comunque essere fiera del fatto che ho seguito le tue orme!»
«Vedi di comprare il materiale scolastico, Pollyanna, o non avrai più nemmeno un centesimo per il resto» conclude la signora Patter con un’occhiata eloquente al libro su Picasso. Esce dalla camera chiudendo la porta e Polly ci lancia contro un pennello.
Passa il dito sulla fotografia di Guernica, poi richiude il libro con un colpo sordo.
«Nelle  biografie  nessuno  parla  mai  dei  rapporti  tra  artisti  e famigliari…» pensa «Eppure sarebbe interessante sapere se anche
i grandi abbiano avuto gli stessi problemi di noi comuni mortali…
Chissà, magari anche la madre di Picasso era ottusa come la mia…»
Pabliuccio sii realista, non diventerai mai nessuno con quei pochi colorini che usi…
Mamma sta’ zitta, sono nel mio periodo rosa…
Ma Pabliuccio caro, non credi che il rosa sia un colore un po’ troppo
femminile? Non vorrei che poi la gente pensasse male…Dove hai messo i soldi che ti ho dato per comprarti la tavolozza?
Li ho spesi per farmi di crack e raggiungere l’ispirazione.
E questa tela confusa cosa rappresenta, figlio mio caruccio?
Ufficialmente il bombardamento su Guernica, ma in realtà sono io che
cerco di trattenermi dallo sgozzarti, mammina!
«No» riflette Polly dopo un momento «Sono sicura che la madre di Pabliuccio fosse più comprensiva della mia… E lui più elegante». Tutto ciò non cambia la situazione: non reggerà un altro anno alla noiosissima Kennedy High School. E siccome non conosce nessun pezzo grosso disposto a finanziare il suo tour artistico, non le resta che una cosa da fare: vendere.
Srotola i pantaloncini, riportandoli alla loro lunghezza originale,
sotto il ginocchio, infila un paio di vecchie Nike, il berretto da baseball
di suo padre e prende dall’armadio una grossa cartella gialla. Scende le scale in silenzio, per evitare nuove ramanzine, e sguscia fuori.
Ecco un’altra cosa che le piace della sua macchina: ha il tetto apribile, cosa che facilita enormemente l’operazione di buttare lacartella sul sedile posteriore. S’immette in quella che lei chiama Volgar Street, per le stupide sfilate dei ricchi davanti ai negozi più costosi della città, e pensa al luogo migliore in cui avviare i suoi affari. Non che ci voglia una grande riflessione, Cles è una piccola città costiera della California del sud con poche alternative.
Esclude il Viale degli Artisti per la troppa concorrenza e la poca attenzione  dei  visitatori:  di  giorno  il  Viale  è  la  meta  preferita degli skater, dei pattinatori, dei surfisti, degli amanti della corsa e dei  maniaci  dell’abbronzatura,  perché  conduce  direttamente alla spiaggia. È bello passarci in macchina ascoltando i Good Charlotte, ma non fermarsi per sistemarvi palchetti e cavalletti, che i ragazzetti sfreccianti possono facilmente travolgere. O sfottere. Lì fanno fortuna soltanto gli artisti di break dance e i giocolieri di strada, perché eseguono qualche numero e se ne vanno; chi vuole esporre qualcosa deve reggere ore sotto al sole e viene costantemente ignorato in favore di un carretto dei gelati o delle bibite. Di sera i caricaturisti o i ritrattisti riescono a tirare su qualche soldo con i turisti che passeggiano, ma quello non è il suo stile: è troppo timida per riuscire a scrutare il viso di qualcuno per mezz’ora, mentre un gruppetto di curiosi si ferma alle sue spalle e giudica il suo lavoro. Soprattutto, trova  sia  i  ritratti sia  le  caricature  rappresentazioni troppo banali delle persone, che ama più riprendere di sorpresa o in pose grottesche e un po’ folli.
Esclude anche l’Austin Park, su a Roosevelt Street: tranquillo e pulito, la domenica è l’ideale per le famiglie che vogliono fare un pic- nic o per i ragazzi desiderosi di studiare e rilassarsi all’aria aperta, ma durante la settimana è popolato esclusivamente da impiegati frettolosi e da vecchietti con il cane, a cui non interessano le storie di giovani squattrinati.
Lascia perdere la stazione degli autobus e le fermate della metropolitana: troppo sporche, troppi individui loschi. Sono come la zona industriale: ci transita una marea di gente, ma nessuno si ferma più del tempo strettamente necessario, per evitare che il degrado circostante si attacchi alla pelle come una zecca fastidiosa.
Svolta in Gardenia Avenue e decide per il centro commerciale: si chiama Cinque Stelle, nome che fa facilmente pensare ad un albergo di lusso; invece è un impianto di centoventicinque negozi e quattordici sale cinematografiche, su tre piani, aperto 24 ore su 24. È una costruzione molto moderna, tutta specchi, vetrate e fontane, ed è anche il luogo più frequentato dei dintorni, da persone di ogni età.
Polly riesce a parcheggiare a circa due miglia dall’entrata, in mezzo ad una distesa di auto che luccicano sotto il sole aspettando che i loro proprietari finiscano lo shopping o la spesa, mentre tante altre vagano alla ricerca di un posto libero. C’è un ampio spiazzo davanti alle porte a vetri del Cinque Stelle, dove la gente sosta per fumare, per distribuire volantini o per fare quattro chiacchiere, e Polly sceglie di allestire la sua vetrina artistica davanti ad un’aiuola colorata. Sistema le tele e i disegni per terra, sopra un grosso telo bianco che usa a casa per non sporcare il pavimento, poi si siede sul muretto che circonda l’aiuola, in attesa di possibili clienti. Non espone i prezzi nella speranza che qualcuno, attratto dai suoi lavori, si avvicini per chiederle informazioni.
Cerca di ricordare come passano il tempo quelli che stanno sul Viale degli Artisti. Chiacchierano con chi passa? No, lei non vuole essere considerata una rompiscatole. Leggono? Non si è portata niente, nemmeno il libro su Picasso, che le avrebbe donato un’aria intellettuale e professionale. Accidenti. Fumano? Non è abituata. A parte osservare le persone che le passano intorno, senza degnarla di uno sguardo, che cosa può fare? Guarda l’orologio: sono trascorsi appena cinque minuti.«Cavolo, che noia mortale… Chissà come se la cavava Picasso in    momenti    come    questo?»    pensa,    mordendosi    un’unghia
«Probabilmente cercava idee per i suoi prossimi capolavori…» alza la testa «Forse se mi metto a disegnare attirerò di più l’attenzione». Prende dal fondo della cartella il suo album da disegno e una matita.  Niente  banalità  come  ritratti pietosi  di  poveri  vecchietti con in mano gli sconti per l’acqua minerale. Un’artista non deve solo guardare, deve vedere l’anima che c’è dietro, perciò Polly si
concentra sui particolari: il bordo di una maglietta, un collo coperto da un foulard, occhi velati dalle lenti degli occhiali da sole, scarpe consunte sull’asfalto, monetine cadute a terra, una bocca rosso fuoco piegata all’ingiù, pantaloncini striminziti, un piercing all’ombelico… Scrutando i clienti del centro commerciale ruba parti del loro corpo, senza essere notata, e li racchiude sulla carta, rappresentandoli tutti insieme, senza una logica, seguendo un andamento a spirale che mostra quei particolari staccati come un’unica scia spumeggiante, le  cui  dimensioni  vanno  riducendosi  man  mano  che  i  cerchi  si restringono verso il centro del foglio.
«Scusa, tesorino!»
Un’esclamazione fa sobbalzare Polly, e la matita le scivola dalla mano, cadendo a terra con un tic tic tic. La ragazza alza la testa e vede una signora con uno sgargiante tailleur color salmone sorriderle con impazienza, mostrando i denti sporchi di rossetto.
«Buongiorno!»
Polly appoggia l’album sul muretto e salta in piedi. Una cliente! La prima cliente!
«In che cosa posso esserle utile?»
«Ho visto che qui hai delle cosine carine, tesorino» squittisce la donna dando un’occhiata generale per terra «Hai mica un po’ di frutta, per caso?»
«Un po’ di… cosa?»
«Ma sì, uno di quei quadri con la frutta nel cestino… Sai, piacciono tanto a mia sorella, ma nei negozi costano un occhio della testa!»
«Intende una natura morta?»
«Sì, brava tesorino, soprattutto pere e ciliegie… lei va matta per le pere…»
«Ho una cosa di questo tipo…» si sposta di lato e solleva dal telo un piccolo quadro raffigurante una ciotola trasparente su un tavolo, piena di frutta marcia fatta a pezzi, che ha ironicamente intitolato Macedonia. Esprime abbastanza chiaramente il suo odio per le nature morte.
La signora si avvicina alla tela fino a sfiorarla con il naso: «Qui non vedo pere. Non hai qualcosa con le pere?»
«Beh no, però ho tanti altri soggetti interes…»
«Oh no, no, non posso spendere per altre inezie… Grazie lo stesso!»
la donna si volta e se ne va senza aspettare risposta, traballando sui tacchi rosa.
Polly resta per un attimo a fissare lo spazio rimasto vuoto davanti a lei. Qualcosa con le pere?
Qualcosa con le pere?!
Deve ricordarsi di scrivere al governatore e chiedergli di abbassare gli standard per il manicomio.
«Eehi, Patter!» una voce acuta la fa smettere di boccheggiare.
Riprende il controllo sulla sua indignazione (…).

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L’APOCALISSE E LA LUCE DI GIORGIO DE CHIRICO A CHIETI


Segnaliamo la mostra “Giorgio de Chirico. L’Apocalisse e la luce” a cura di Giovanni Gazzaneo ed Elena Pontiggia, un progetto di Crocevia, Fondazione Alfredo e Teresita Paglione in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa De Chirico e realizzato dalla  Fondazione Carichieti che si tiene nelle sale di Palazzo de’ Mayo dal 28 aprile al 15 luglio 2012 a Chieti, in Corso Marrucino, 121. Molto curato l’allestimento, che riesce a valorizzare in pieno e con intelligenza il percorso dell’artista, vera e propria “operetta morale” in cui l’artista dialoga con la sua lunga storia creativa.

Una mostra in cui il mito prevale sul sacro, in cui la straordinaria sensibilità di De Chirico si sovrappone perfino al divino, sostituendone ogni tradizionale rappresentazione iconica in favore di un’interpretazione personalissima, che è quella di un sogno pagano venato di ironia, di meraviglia, di scetticismo.

Orari della mostra: martedì-domenica 10.00 – 13.00; sabato e domenica anche apertura pomeridiana ore 16.00 – 20.00.

Dal 1° luglio orario estivo: martedì-domenica 19.00 – 23.00.
Gli orari potrebbero subire variazioni, verificare al numero +39 0871 568206 – +39 0871 359801
Giorno di chiusura: Lunedì; Visite guidate su appuntamento.
Ingresso libero

 

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Un racconto-diario di ALFREDO FIORANI


La crudeltà dell’onda,  ovvero cronaca di un terremoto

Alfredo Fiorani

La domenica delle Palme volgeva al termine. I segni dell’imbrunire scivolavano lungo piazza Duomo, placidamente. Di solito, a quell’ora, gli aquilani riprendono la via di casa, rimboccando corso Vittorio Emanuele o scemando verso la villa Comunale. Il lunedì iniziava a ribugliare nelle teste. Le preoccupazioni, gli impegni a ribussare alla porta con impercettibile fastidio. Le cartelle dei bambini da preparare, le donne a cincischiare sugli abiti da indossare, i meno fortunati a riapprontare le valigie lavorando fuori città, la cena da organizzare, la domenica sportiva con i posticipi in ballo su Sky o RAI-Sport a chiudere la settimana di commenti calcistici e a riproporne di nuovi per la gioia dei Biscardi di turno.

Ma quella sera, vagava nell’aria una svogliatezza inconsueta. La gente per strada si attardava volentieri. Sarà stato anche il tempo buono. Appena un po’ di vento fresco dal Gran Sasso e qualche sfilaccio innocuo di nuvole, non infastidivano più di tanto. Ciò che invece preoccupava era ben altro: sotterraneo. Cinque mesi di sciame sismico sul sistema nervoso, non erano uno scherzo. L’ultima scossa da rizzare i capelli risaliva a sette giorni prima. Un 4,0° Ricther da far schizzare in strada molti in meno di un amen, non era stato ancora smaltito. Era la notte a mettere apprensione. Una nuova notte d’affrontare con quel chiodo fisso piantato in un angolo del cervello, dietro ogni pensiero ad affacciarsi senza che ci si potesse far nulla. Ce lo tenevano e basta. Pregavamo Dio che come era venuto così se ne andasse.

Oramai, era quasi buio.

Quella fine settimana, Fausta ed io, di comune accordo, decidemmo che sarebbe stato opportuno che lei ripartisse prima di cena. L’indomani l’attendeva una giornataccia. Il dirigente scolastico sarebbe mancato e lei avrebbe dovuto sostituirlo in tutte le pelose seccature che un istituto di settecento ragazzi ti ulcera lo stomaco quotidianamente. Ci fu da parte sua un passeggero ripensamento. Rientrò subito. «Ti eviti una levataccia» insistetti, facendola ragionare, «Sarai più riposata. Non ti pare?»

Così partì, poco prima delle nove.

    Mi ritirai in casa. Sbrigai un po’ di faccende. Spiccai dall’armadio l’abito per il giorno dopo. Accesi il televisore. Mi sistemai lì davanti, pensando a cosa avrei mangiato per cena, benché l’appetito fosse pochino. Il pranzo al ristorante non l’avevo ancora smaltito. Una lungaggine snervante. Avessimo mangiato almeno bene!

    Erano le nove e mezza circa, quando iniziò il balletto della terra. Mi dissi: “Ecco, ricomincia la solfa” e cercai di distrarmi sintonizzandomi sul primo canale decente che m’attizzasse un po’ d’interesse. Finii sulle indagini poliziesche della NCIS e sul viso perennemente imbronciato dell’agente Gibbs, mentre il lampadario rallentava la sua corsa sopra la mia testa.

Sfatto dalla televisione, intorno alle undici una scossa più forte della precedente non fu certo un buon viatico per la notte. Poco prima della mezzanotte, me ne andai a letto. Mi ero appena appena appisolato, quando un altro scossone mi fece sobbalzare. Non mi preoccupai. C’avevo fatto il callo. Mi rimisi a dormire. Ma, callo o non callo, riprendere sonno non fu impresa facile. Se avessi avuto un briciolo di buon senso, mi sarei alzato, vestito e piazzato in macchina sullo slargo antistante casa ad aspettare il sorgere del sole o la successiva scossa. Invece…

    Nulla fu più uguale a prima dopo quella terribile notte.

    Mi ritornano ancora alle orecchie il fragore indistinto di suppellettili scaraventate a terra e gli schianti secchi delle crepe ai muri e le vampe azzurrine che tagliavano la camera da letto, illuminandola quanto una discoteca nella più sfrenata epoca psichedelica. Niente di più che una manciata di secondi, ma sufficienti per imprimermi nella memoria una sequenza di raggelante sbigottimento. Quella luminosa traccia nell’aria a demarcare il prima e il dopo con una precisione per me sconosciuta. Non che vivessi d’incertezze, ma neppure potevo dirmene estraneo. Ebbene, mi sentii un essere estraneo in mezzo a quel popò di roba shakerata da un barman dalle ciclopiche fattezze di un King Hong.

    Una specie di elettroshock: una corrente che m’avesse attraversato il cervello, mischiando un po’ di roba e risistemata poi parte di qua e parte di là. Mi ritrovai seduto sul letto. Catapultato in avanti, come se qualcuno m’avesse strappato di forza dal materasso. La prima reazione fu di trovare un briciolo di razionalità in mezzo a quel finimondo. Ci riuscii appena la parola “terremoto” si fece largo tra le rovine della mia testa.

    Ora la stanza era completamente immersa nel buio. Non so come, riuscii a mettere i piedi a terra. Una volta uscito dalla camera da letto, mi comparve dinanzi agli occhi, illuminato dalla luce esterna dei lampioni che filtrava dalla finestra, un groviglio di roba venuta giù da ogni parte. Quasi accovacciato, attraversai a fatica il soggiorno-studio, calpestando libri, intonaco, vetri, cocci di ceramica, ripiani di legno e non so cos’altro. Dovetti passare sotto le spalle della libreria divelta dal muro e rovesciatasi contro la parete dirimpetto. Entrai in bagno. Accesi la luce e mi dissi: “Ma che cosa ci faccio qui?” Mentre allo specchio scoprii sul viso una maschera di sangue. Mi sciacquai in fretta. Tornando sui miei passi, rifeci quel sentiero di guerra fino in camera. La terra dette un’altra strattonata. Battei un fianco contro lo spigolo dello stipite della porta. Non ero più un uomo, ma un automa. Con frenesia, tolsi il pigiama, infilai i pantaloni, la camicia e la giacca. Le mani mi tremavano. Mi misi i calzini. Mi accorsi che erano di color marrone. “Sotto il blu, no!”, pensai, con sorprendente lucidità. Me li sfilai. Ne presi un paio in tinta dal cassetto dell’armadio. Afferrai l’orologio, il fazzoletto, le sigarette dal comodino. Frattanto, vidi per terra la vecchia e pesantissima macchina da scrivere Royal degli anni ‘20, tenuta sciaguratamente sopra uno scaffale contro cui era appoggiata la testiera del letto. Capii che era stata la causa del colpo sulla testa. Tornai in bagno. Mi tamponai la ferita con l’asciugamano. Dalla scarpiera, li accanto, agguantai un paio di mocassini. Li calzai a forza. Mi precipitai all’ingresso. Dall’attaccapanni spiccai un giaccone pesante e dal mobiletto raccolsi il cellulare e le chiavi di casa. Provai ad aprire la porta d’ingresso. Era incastrata. Barcollando per una nuova scossa, tolsi da sotto la soglia ciò che restava di un vaso. Con uno strattone, aprii la porta e tagliai la corda (…).

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